IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO

Mutatis mutandis

 

Qui per stalinismo intendo una peculiare concezione della società e della politica che prescinde dallo stesso puntuale riferimento storico alla concreta esperienza stalinista consumatasi in Russia come espressione della controrivoluzione antisovietica dispiegatasi nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso.

 

Marinellys Tremamunno, una giovane giornalista italo-venezuelana, ha scritto un libro intitolato Venezuela. Il crollo di una rivoluzione (Edizioni Arcoiris, 2017). In realtà in quel Paese non è crollata alcuna rivoluzione; piuttosto è andata in frantumi l’ennesima illusione “rivoluzionaria” di chi non avendo ben chiaro in testa il concetto stesso di rivoluzione, e volendo tuttavia «cambiare il mondo qui e subito», si lascia turlupinare con estrema facilità dalla propaganda “rivoluzionaria” del liberatore di turno, ossia dal demagogo/populista chiamato dal processo sociale ad esprimere gli interessi (economici e politici) della classe dominante o solo di una sua particolare cosca. D’altra parte sempre i “liberatori” si presentano dinanzi all’opinione pubblica nelle vesti dei «veri rivoluzionari», nei panni di chi la rivoluzione la vuole fare davvero, e non solo a chiacchiere – vedi chi scrive. L’ex socialista Benito Mussolini, promotore della “Rivoluzione Fascista”, una volta proclamò: «In principio è l’azione!». Il bello, ma si fa per dire, è che questi personaggi credono davvero di essere dei rivoluzionari, soprattutto perché essi hanno in testa un concetto ultramiserabile di “rivoluzione”. Chi non vuole lasciarsi usare dal demagogo di turno ha invece l’obbligo di capire la precisa natura di ciò che si agita nella società, per non nutrire false speranze, per non sostenere senza volerlo progetti ultrareazionari e, last but not least, per non lasciarci le penne difendendo una causa completamente sbagliata. Per l’autentico rivoluzionario e per chi non vuole diventare cibo per i pescecani della politica, la teoria non è un lusso, ma una stringente necessità politica, un vero e proprio “salvavita”.

Come scrive Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, in un articolo molto interessante fin dal titolo (Quando il problema è la sinistra), «Quello che sta succedendo in Venezuela non ha nulla a che vedere con una “rivoluzione” o con il “socialismo”, né con la “difesa della democrazia”e nemmeno con la trita “riduzione della povertà”, tanto per passare in rassegna gli argomenti che si utilizzano a destra e sinistra. Si potrebbe menzionare il “petrolio”, e saremmo più vicini». Non c’è dubbio. L’interessante articolo di Zibechi, che invito a leggere, si conclude come segue: «La polarizzazione destra-sinistra è falsa, non spiega quasi nulla di quel che sta accadendo nel mondo. La cosa peggiore, tuttavia, è che la sinistra è diventata simmetrica alla destra in un punto chiave: l’ossessione per il potere». Tuttavia se non si chiarisce la natura di questo potere, l’ossessione di cui giustamente parla l’intellettuale uruguayano rimane confinata in una sfera più psicologica che politica. La polarizzazione destra-sinistra non spiega niente di essenziale, ed è sempre più una mera finzione ideologica posta al servizio della lotta politica (borghese), perché essa si dà interamente dentro il perimetro tracciato dagli interessi capitalistici: “destra” e “sinistra” sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambe difendono, magari in modo diverso (ma non sempre e non necessariamente) lo stesso status quo sociale.

Non essendo uno sprovveduto, Maduro sapeva benissimo che il suo invito a discutere da pari a pari rivolto a Donald Trump sarebbe suonato provocatorio alle orecchie del focoso Presidente della prima potenza imperialista del pianeta, e difatti la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, cosa che ha permesso al Presidente venezuelano di intascare un prezioso dividendo “antimperialista”. Le minacce americane naturalmente sono le ben venute a Caracas, perché esse creano un clima di assedio che può consentire al regime chávista di alimentare la sua retorica “antimperialista” e così recuperare consenso almeno in una parte della popolazione venezuelana che lo ha abbandonato. Quando il nemico bussa alla porta, l’onesto patriota è chiamato ad abbandonare ogni controversia nazionale per schierarsi senza se e senza ma in difesa del sacro suolo patrio.

In quanto disonesto disfattista io difendo invece questa posizione: nello scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, militare) tra i Paesi (tra gli Stati, tra le Nazioni, tra le Potenze) le classi subalterne, e chi ha in odio i vigenti rapporti sociali capitalistici, non devono stare dalla parte dei soggetti capitalistici contingentemente più deboli, ma in primo luogo devono contrastare il proprio Paese e, in secondo luogo, il sistema delle nazioni capitalistiche in quanto tale, preso per così dire in blocco, senza fare alcuna distinzione tra piccole e grandi nazioni, tra piccoli e grandi imperialismi. Esiste un solo Sistema Mondiale del Terrore, e ogni sezione locale (regionale, nazionale, continentale) dà a esso il proprio maligno contributo in termini di sfruttamento, di oppressione e quant’altro. Nello scontro tra Venezuela e Stati Uniti io mio schiero contro entrambi i Paesi e, per quel che vale, auspico (dire «mi batto» mi sembra eccessivo, velleitario e soprattutto non vero, purtroppo!) un flusso di solidarietà che coinvolga i lavoratori venezuelani e statunitensi, così che essi possano affrancarsi dall’ideologia dominante, disintossicarsi dal veleno nazionalista, patriottardo, sovranista. La classe dominante vuole dare una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i suoi specifici interessi.

La mia opposizione a un eventuale intervento militare americano in Venezuela (o in Corea del Nord) non si situa dunque, politicamente parlando, sul terreno sovranista, né intende concedere un atomo di credibilità alla borghesissima e pacchiana menzogna della pari dignità tra le nazioni. Posto il vigente regime sociale mondiale, l’ineguaglianza degli individui e delle nazioni è un portato necessario; come scrisse una volta Engels, «L’effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell’eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell’assurdo» (Antidühring). Il nazionalismo borghese è costretto a fare la voce grossa soprattutto perché nell’epoca del dominio totalitario e totale (globale e mondiale) del Capitale ogni pretesa sovranista appare per quel che è: ridicola (*). Se vuoi allentare la corda che ti tiene legato a un imperialismo, devi necessariamente accettare di “venire a compromessi” con un altro imperialismo, il quale magari all’inizio è disposto a concederti una maggiore libertà di movimento, salvo revocarla immediatamente al bisogno. E in ogni caso si tratta della “libertà” concessa dal Signore al vassallo, il quale strilla tanto più forte, assume pose sempre più virili, quanto più la realtà ne mostra tutta la pochezza e l’impotenza.

Sul terreno interno (nazionale) come su quello esterno (internazionale) il diritto è un fatto di rapporti di forza, e compito dell’autentico anticapitalista (e antimperialista) è quello di far luce intorno all’ideologia dominante, affinché i lavoratori possano scoprire il fondo di menzogna che si nasconde dietro le feticistiche parole così care soprattutto all’intellighentia progressista: diritto, uguaglianza, pari opportunità e dignità, democrazia, ecc., ecc., ecc.

Personalmente ho sempre lottato contro la NATO non per affermare l’indipendenza nazionale dell’Italia, un’illusione ultrareazionaria tipica del sinistrismo di matrice stalinista/maoista, ma per combattere l’imperialismo internazionale nelle sue concrete manifestazioni. Non solo, ma anche nel contesto di questa battaglia ho sempre privilegiato, nella mia qualità “anagrafico-sociale” di proletario italiano, la mia avversione nei confronti dell’imperialismo italiano, il quale all’ombra del padrone americano non ha mai smesso di tessere la sua tela di interessi sistemici (economici, politici, militari) nel suo tradizionale cortile di casa: Balcani, Nord Africa, Medio Oriente. L’antimperialismo di molti cosiddetti antimperialisti è stato in passato e continua a essere nel presente un antiamericanismo profondamente intriso di volgare nazionalismo. Non pochi “antimperialisti” sperano in cuor loro, e alcuni non ne fanno mistero, che in Paesi come Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran non dilaghi, come io invece spero ardentemente, l’antagonismo sociale perché temono un indebolimento dei regimi che oggi garantiscono l’esistenza di un fronte antiamericano e, più in generale, antioccidentale. «Avete visto cosa ha provocato la Primavera di Gorbaciov?». Non c’è dubbio: meglio la Tienanmen dei compagni cinesi! Per questo negli anni scorsi quei personaggi hanno criticato le cosiddette Primavere (in Europa orientale, in Africa, in Medio oriente, a Hong Kong), mentre la mia critica era indirizzata a mettere in luce il vero carattere storico-sociale di quelle “Primavere“, il cui contenuto rivoluzionario – considerato dal punto di vista critico-rivoluzionario e non da quello degli interessi capitalistici – era pari a zero.

Nel corso della «marcia anticapitalista» [sic!] del 14 agosto Nicolas Maduro ha annunciato l’avvio di esercitazioni militari in tutto il Paese per il 26 e il 27 agosto. «Gridiamolo assieme e che si senta fino a Washington: il popolo del Venezuela dice Trump, go home!». Il Presidentissimo ha inoltre chiesto che la Costituente Bolivariana mandi a processo tutti coloro che appoggiano l’idea di un intervento statunitense in Venezuela. Della serie: chi non è con me, è con l’imperialismo americano, d’ufficio! Gente disfattista come me oggi rischia grosso in quel Paese “rivoluzionario”. Intanto non si arresta l’epurazione degli elementi meno affidabili dai ranghi delle Forze Armate “bolivariane”, delicata quanto vitale (per il regime) operazione affidata ai servizi segreti venezuelani, i quali si avvantaggiano del prezioso supporto dei servizi cubani, la cui genesi, forse non è inutile ricordarlo, fu a suo tempo fortemente influenzata dai servizi segreti della Germania Orientale. Le “democrazie popolari” non temono confronti in fatto di controllo sociale e repressione del dissenso.

A proposito di retorica “antimperialista”, ecco cosa ha scritto Edgardo Lander, sociologo venezuelano di idee “progressiste”: «Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra. Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come “di sinistra” o “anticapitalisti” governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico». (Il Manifesto). Qui aggiungo solo, per la solita maniacale precisione che mi distingue, che «l’autoritarismo sovietico» fu messo al servizio del Capitalismo e dell’Imperialismo targato URSS. È meglio non essere generici quando analizziamo o semplicemente citiamo i regimi politico-istituzionali del passato e del presente.

Sulla vicenda venezuelana Roma cerca di recitare, come sempre del resto, più parti in commedia. Se ufficialmente il Governo Gentiloni ha dichiarato di non riconoscere la nuova Assemblea Costituente, allineandosi così agli Stati Uniti, all’Unione Europea e a molti governi del continente americano, l’ambasciatore italiano a Caracas Silvio Mignano ha incontrato la Presidentessa dell’aborrito organismo “bolivariano”, Delcy Rodriguez, la quale ha subito divulgato la notizia ai quattro venti per dimostrare che il regime chávista non è affatto isolato, cosa che ha creato qualche imbarazzo diplomatico nella capitale italiana. D’altra parte gli interessi italiani in quel Paese fino a qualche anno fa (diciamo fino al 2013/2014) erano ragguardevoli (Astaldi, Salini Impregilo, Enel, Pirelli, Iveco, Italferr, Alitalia, solo per citare le imprese italiane più grandi attive colà), mentre oggi solo l’Eni, presente da decenni in Venezuela, continua la sua attività senza grossi cambiamenti; in ogni caso il mercato venezuelano va in qualche modo presidiato e coltivato, in attesa di tempi migliori. Senza parlare della numerosa comunità italovenezuelana che può garantire all’Italia una non disprezzabile proiezione economica, diplomatica e culturale.  Gli interessi attuali e potenziali del Sistema-Italia in Venezuela vanno insomma difesi, anche a costo di inciampare in qualche bega politico-diplomatica costruita dall’opposizione venezuelana e italiana – la Lega ad esempio ha chiesto un «chiarimento urgente» al Governo: «Riconosciamo il golpe comunista di Maduro o sosteniamo l’opposizione democratica?». Un dilemma che investe la coscienza dei “comunisti” e dei “democratici”, mentre lascia del tutto indifferente quella di chi scrive.

Leggo da qualche parte: «Basta sapere chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto [il regime chavista, si capisce], costi quel che costi». Bel ragionamento, non c’è che dire; soprattutto dialettico, direi. Oltre che virile: «Costi quel che costi»! Ma non capendo niente di bei ragionamenti e, soprattutto, di dialettica, non posso fare a meno di chiedermi «chi c’è dietro» tutte le parti in campo, e farlo a partire da un punto di vista ben preciso: anticapitalista, internazionalista, indipendente ed ostile nei confronti di tutte le fazioni della classe dominante, di tutti gli Stati, di tutti i partiti e le organizzazioni (sindacati collaborazionisti compresi) che a vario titolo difendono lo status quo sociale. E che scopro osservando la crisi sociale venezuelana da questa peculiare prospettiva? Che tanto il regime di Caracas quanto l’opposizione ufficiale che lo contrasta non sono che due diverse espressioni dello stesso dominio sociale (capitalistico) che sfrutta e opprime il proletariato venezuelano. Beninteso, si tratta dello stesso regime sociale vigente in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania al Giappone, dall’Italia alla Russia. Per quanto mi riguarda il gagliardo «costi quel che costi» va dunque rispedito al mittente, con aggiunta pernacchia rigorosamente critico-rivoluzionaria.

Il concetto di regime sociale (o di status quo sociale) ha una straordinaria capacità critica perché permette di andare oltre la schiuma politico-ideologica che occulta la natura di classe dei conflitti che continuamente si sviluppano nella società, non solo tra le classi «storicamente nemiche» (borghesia e proletariato), ma anche all’interno della stessa classe dominante, la quale, come insegnò a suo tempo l’alcolista di Treviri, si ricompatta solo per contrastare le rivendicazioni dei nullatenenti. Ecco perché non mi sconvolge neanche un po’ il conflitto tra chávisti e antichávisti; un conflitto per il potere giocato sulla pelle dei proletari e di una classe media ridotta ormai ai minimi termini. Di qui l’urgenza di costruire in Venezuela (e ovunque nel mondo) l’autonomia/coscienza di classe, senza la quale le classi subalterne sono “libere” solo di scegliere l’albero a cui impiccarsi: quello di “sinistra” o quello di “destra”? quello “sovranista” o quello “globalista”? quello “statalista” o quello “liberista”? quello antiamericano (e magari filocinese e filorusso) o quello filoamericano?

Ma c’è un motivo in più che mi porta a scatenare «fuoco e fiamme», per dirla con Trump, contro quel simpaticone di Maduro: l’abissale balla speculativa chiamata «Socialismo del XXI secolo», e che andrebbe invece tradotto come segue: «Stalinismo – e financo peronismo/fascismo – del XXI secolo»; certo, mutatis mutandis, come sempre del resto. Volendo affermare una posizione radicalmente anticapitalista, devo assolutamente, come mosso da un invincibile imperativo categorico, gridare in faccia ai miei “colleghi di classe” venezuelani, statunitensi, italiani ecc. che i chávisti (anche quelli di casa nostra) chiamano «Socialismo» ciò che se va bene (per gli statalisti di “destra” e di “sinistra”, si capisce) non è che un Capitalismo di Stato più o meno “integrale”. Dopotutto, è una vita che mi batto contro ogni falso socialismo: da quello sovietico a quello cinese, da quello albanese a quello cubano, da quello jugoslavo a quello Nordcoreano, da quello emiliano (ricordate il mitico “compagno” Zangheri?) a quello cambogiano. Quando cadde il Muro di Berlino io e alcuni amici particolarmente inclini all’ottimismo della rivoluzione pensammo che finalmente ci fossimo liberati una volta per sempre della gentaglia che tanta cacca aveva portato al mulino del Socialismo e tanta acqua invece al mulino della conservazione capitalistica. Ahimè, ci sbagliavamo! È dal 1989, infatti, che vetero e post stalinisti, benché ammaccati dalle macerie del Muro che tanto amavano, si muovono in tutte le direzioni nella speranza di scoprire nel vasto e capitalistico mondo «nuove e originali vie per il Socialismo». E un regime statalista che si proclama “Socialista” da qualche parte si trova sempre! Meglio se si tratta di uno statalismo basato sulla rendita petrolifera usata come formidabile strumento di consenso e di controllo sociale. E qui ritorniamo al Venezuela. Lo so, nel caso di specie non si può nemmeno parlare di statalismo; ma uso questo termine solo in chiave polemica, senza alcuna intenzione “scientifica”.

Insomma, osservato dal peculiare punto di vista che offro ai lettori, il cosiddetto chávismo non appare come la soluzione del problema qui posto (la necessità e l’urgenza dell’autonomia di classe, della coscienza di classe), non appare nemmeno come un tentativo inteso a risolverlo, né, men che meno, esso mi appare come un esempio positivo da additare ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo (anzi!): esso è piuttosto parte organica di quel problema, semplicemente perché il regime venezuelano è, nel suo piccolo, parte organica del sistema mondiale capitalistico.

Su un post dedicato al Venezuela, Giorgio Cremaschi se la prende con «la sinistra governativa», ma anche con una parte della «sinistra cosiddetta radicale», ossia con quei compagni che non riescono a capire che in quel Paese «si combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo»: «settori della cosiddetta sinistra radicale e dell’antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale». Ammetto di abitare sulla Luna e di “lavorare”, nel mio infinitamente piccolo, per la «rivoluzione globale», e infatti le critiche di Cremaschi non mi sfiorano nemmeno, anche perché la «scelta del né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista» è lontanissima dalla mia posizione: io mi schiero contro l’uno e contro l’altro. La neutralità la lascio a chi non sa ragionare in termini radicalmente classisti. Ma molti “socialisti” sono talmente lontani dalla concezione rivoluzionaria del conflitto sociale che non riescono nemmeno a concepire l’idea che, per dirla sempre col barbuto di Germania, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo», e viceversa.

«Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci», dice Cremaschi. Anche qui, non mi sento minimamente chiamato in causa, perché come si evince benissimo dai miei precedenti post sul Venezuela, la mia posizione antichávista non ha niente a che fare con la rivendicazione di una «vera democrazia», anche perché per me «vera democrazia» e fascismo (e/o stalinismo) si equivalgono, sono due modi diversi di servire gli interessi della classe dominante. Finchè ha potuto usare gli introiti della rendita petrolifera per crearsi una vasta base di consenso sociale il regime chávista ha usato lo strumento democratico-parlamentare; il crollo del prezzo del compagno Petrolio ha costretto il regime a dare molto più peso all’esercito, che peraltro già controllava diversi settori strategici dell’economia del Paese (come quello dell’approvvigionamento alimentare), e a inventarsi nuove soluzioni istituzionali che se fossero state semplicemente pensate da un Renzi, da un Berlusconi o da un Grillo (molto più attendibile come esempio), certamente avrebbero scatenato la resistenza antifascista di molti sostenitori del caudillo di Caracas. «Ora e sempre resistenza contro la deriva autoritaria del governo di Caio o di Tizio»: quante volte gli italici sostenitori della rivoluzione bolivariana ci hanno massacrato i… timpani denunciando l’ennesima «svolta autoritaria» intrapresa dal “fascista” di turno? Dite che il paragone non regge? Ah già, dimenticavo: in Venezuela è in corso una marcia verso il socialismo. Che sbadato che sono! Per fortuna c’è chi prontamente mi riporta alla verità dei fatti (diciamo): «Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. È il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico» (Contropiano). È appunto quello che dico io! Non bisogna essere dei Lenin per capire che senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria. Solo che la “mia” teoria colloca l’esperienza chávista interamente dentro il potere capitalistico riguardato nella sua dimensione nazionale, regionale (continentale) e mondiale. Giusto uno stalinista può richiamare la battaglia di Lenin contro Kautsky («Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta») per portare acqua al mulino del regime venezuelano! Della serie: pensavo fosse un potere rivoluzionario e invece era un calesse – pieno di sostanza escrementizia, diciamo.

Intanto ieri la «cricca di Maduro» ha perfezionato la “rivoluzione istituzionale”: «Il cerchio è chiuso. Con un decreto disposto dalla presidente Delcy Rodríguez, già tumultuosa ministro degli Esteri e fedele chavista, la neonata Assemblea Costituente azzera le competenze del Parlamento venezuelano e si assume il potere di legiferare su temi di ordine pubblico, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socio-economico e finanze. Sarà il vero organo legislativo del Paese e diventa nei fatti una sorta di Consiglio dei ministri alle dirette dipendenze del presidente Nicolás Maduro. Il Parlamento non viene sciolto ma il suo ruolo viene sterilizzato ad un semplice foro di dibattito. Nel migliore dei casi». Dobbiamo aspettarci la nascita di un Aventino venezuelano? «Ma intanto in un video l’ex procuratore Luisa Ortega Diaz ha detto oggi che dispone di prove su casi di corruzione legati alla multinazionale brasiliana Odebrecht “che coinvolgono Nicolas Maduro e il suo entourage”. Ortega Diaz ha sostenuto che i vertici chavisti “sono molto preoccupati, perché sanno che ho tutte le informazioni, i dettagli di ogni operazione e il nome di chi si è arricchito”. L’ex procuratrice è fuggita insieme al marito, il deputato chavista German Ferrer» (D. Mastrogiacomo, La Repubblica). Pare che il regime chávista sia coinvolto anche in assai lucrosi traffici di droga. Ma lascio volentieri ai professionisti delle mani pulite queste “problematiche” che non modificano di una virgola l’essenza della questione (almeno nella “declinazione” che mi sforzo di elaborare): la natura ultrareazionaria del regime di Caracas. Tutto il resto è propaganda e lotta politica interborghese, sul piano interno come su quello internazionale.

Scrive ancora Cremaschi: «Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo [ecco!]. L’hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all’obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra». E qui ritorniamo alla più gigantesca balla ideologica del XX secolo, riciclata in questo scorcio di XXI secolo, e alla cacca, con rispetto parlando (per la cacca!), di cui sopra. Lo ammetto: quando personaggi del tipo qui preso di mira straparlano di “socialismo” mi assale una fastidiosissima voglia di bastonarli. Si tratta di una bastonatura critica, sia chiaro.

Antonio Moscato, che a differenza di chi scrive (notoriamente un purista e un settario) aveva guardato con molta simpatia all’esperimento chávista, oggi stigmatizza l’atteggiamento acritico dei sinistri che appoggiano «senza se e senza ma» il regime di Caracas: «Qualunque critica alla situazione attuale [del Venezuela] viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”. Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA». Confermo. È dal remotissimo 1980, da quando cioè ho iniziato a criticare la menzogna del «Socialismo reale» (in realtà un reale Capitalismo), che mi sento dare del «servo sciocco dell’imperialismo» (cioè degli Stati Uniti e di Israele) da non pochi sinistrorsi devoti a Stalin e a Mao. D’altra parte, se perfino un Trotsky o un Bordiga passavano per «agenti del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo», chi sono io per lamentarmi!

Riprendo la citazione (e mi scuso per la sua lunghezza): «Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo? […] Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” (titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007). Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017».

Un post di Cronache latinoamericane invita a riflettere «intorno alla figura del lavoratore venezuelano, ricattato e costretto a percorrere la via scelta dal governo per poter mantenere il proprio posto di lavoro e portare il pane a casa. Cos’è quindi la coscienza di classe, come fa a provocare processi di emancipazione quando lo statalismo e la burocrazia dettano le regole del gioco? Quali spazi per la critica ci sono dentro al socialismo venezuelano?» La mia risposta a quest’ultima domanda è: zero spazi, per mancanza di materia prima, per così dire. Come ho più volte scritto, il «socialismo venezuelano» è una pura invenzione propagandistica utile a chi vuol fregare, da “destra” o da “sinistra”, le classi subalterne. Ma il post appena citato è interessante anche perché introduce un testo di Rolando Astarita, Professore di economia dell’Università di Buenos Aires, che offre alla riflessione del lettore utili spunti critici. Astarita lancia frecce critiche soprattutto in direzione dei difensori di Maduro, i quali «sono convinti che quando si costringe un operaio di PDVSA o della metropolitana di Caracas, ad andare a votare per Maduro, si stia rafforzando la coscienza socialista della classe operaia. Inoltre alcuni pensano che in questo modo il governo venezuelano stia combattendo pericolosi lavoratori ”contro-rivoluzionari pro-imperialisti”. Per questo motivo non vedono nulla di essenzialmente criticabile in ciò che fa Maduro. Essi hanno così tanto interiorizzato i metodi burocratici che li accettano con la stessa naturalezza  con cui diciamo “oggi piove”. Non hanno imparato nulla dalle tragiche esperienze del “socialismo reale”, delle collettivizzazioni forzate, dell’unanimità conseguita sulla base di campi di concentramento e muri di Berlino. Si tratta di una sinistra alienata dal nazionalismo statalista, a cui, come sempre, piace pensare che  “l’avanguardia illuminata” detiene la ragione storica che giustifica tutto. Tutto questo con una conseguenza brutale: agli occhi di milioni di sfruttati nel mondo, il socialismo oggi si incarna in Maduro che minaccia di punire i lavoratori “riluttanti”, nel contesto di un paese devastato dalla fame e scosso da ripetute uccisioni di manifestanti oppositori». Ciò che critico della posizione di Astarita è il fatto che egli concepisce lo stalinismo non come la negazione più patente del socialismo, ma come una sua forma degenerata (burocratizzata), e in ciò forse ha un peso la lettura trotskista della «degenerazione burocratica» del potere sovietico con l’ascesa della «cricca stalinista» dopo la morte di Lenin. Ma posso sbagliarmi. Per il resto considero molto interessante il suo scritto e invito a leggerlo.

(*) Scrive Raúl Zibechi: «Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipendentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano. […] «“Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo del Global Times». In altri termini, se il Venezuela e gli altri Paesi dell’America Latina vogliono avvantaggiarsi dell’amichevole attenzione del Capitale cinese, essi devono tenere sotto controllo l’effervescenza sociale e politica che da sempre li caratterizza. Gli affari hanno bisogno di sicurezza e di stabilità! Riprendo la citazione: «La Cina è uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue. Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso è destinato ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture. […] Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro» (Sinistrainrete).

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L’ARMATA BRANCAMADURO

– Andate al fronte, compañeros? Attenti alle fucilate! – E tutti si misero a ridere. Le sentinelle esclamarono:
– Addio! Non ammazzateli tutti! Lasciatene qualcuno per noi!
(J. Reed, Messico insorto).

«Vamos a matar, compañeros! La Brigata Maduro è pronta per partire per il Venezuela a difendere il regime chavista che, in un colpo solo, ha esautorato il Parlamento controllato dall’opposizione e ha affidato al presidente Nicolás Maduro i pieni poteri militari, economici, sociali, politici e civili. La dittatura si fa legge. Persino papa Francesco si è schierato contro Maduro. La Brigata Maduro, come ci ha raccontato Fabrizio Caccia sul Corriere, è folta: Gianni Minà, Fausto Bertinotti, Nichi Vendola, Gianni Vattimo, i parlamentari del M5S Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta, aperti sostenitori della rivoluzione bolivariana, e soprattutto il filosofo da talk Diego Fusaro, che si è auto-attribuito la patente di “intellettuale scomodo” (un altro!), in lotta per l’emancipazione umana. “Se Marx, Gramsci e Lenin fossero vivi – questo il pensiero del marxista immaginario e immaginifico – ora sarebbero qui a difendere il comunista e patriota Maduro dall’aggressione americana che, come nel Cile del ‘73, punta ad abbattere un governo che resiste al capitalismo globalizzato”. Vamos a matar, compañeros! Su minima&moralia Raffaele Alberto Ventura ha spiegato bene come la chiacchiera fusariana consista sempre “nel montaggio semi-aleatorio di un pugno di moduli argomentativi preconfezionati, di formule declamatorie”. Se Marx avesse le ruote… Quando il gioco si fa Maduro, i duri e puri cominciano a giocare» (A. Grasso, Il Corriere della Sera, 6 agosto 2017).

I chávisti con caratteristiche italiote hanno dunque la rara capacità di trasformare persino un Aldo Grasso qualunque in un gigante del pensiero politico-sociale. Complimenti! D’altra parte, come diceva quello: tutto è relativo!

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SULLA CRISI SOCIALE CHE SCUOTE IL VENEZUELA

SULLA CRISI SOCIALE CHE SCUOTE IL VENEZUELA

Un moderno Paese capitalista può vivere solo esportando petrolio o altre (poche) materie prime? Diciamo, per economia di pensiero, che in quel caso più che di una vita si dovrebbe piuttosto parlare di una stentata sopravvivenza, strettamente dipendente dalle oscillazioni del ciclo economico mondiale. Il regime politico di quel Paese potrebbe mantenersi a galla a una sola condizione, ossia alla condizione che il prezzo del petrolio sul mercato mondiale sia sufficientemente e costantemente alto. In questo caso quel regime potrebbe usare una parte della pingue rendita petrolifera per crearsi una base sociale con cui puntellarsi. Infatti, anche il regime più totalitario di questo mondo sa che per svolgere bene e con continuità la propria funzione al servizio dello status quo sociale non può contare solo sul bastone, ma deve anche ricercare il consenso politico-ideologico da parte delle cosiddette masse, un’impresa che, come testimonia la storia passata e recente, è tutt’altro che impossibile. Insomma, sto parlando del Venezuela, e del suo regime “diversamente socialista” che tanto piaceva – e, a quanto pare, continua a piacere – a una parte non piccola del mondo sinistrorso di casa nostra.

L’export del Venezuela dipende per il 95% dal petrolio, che costituisce oltre la metà delle entrate pubbliche; negli ultimi due anni il bilancio pubblico del Paese è stato calibrato su un prezzo del greggio pari a 60 dollari al barile, mentre solo intorno ai 100 dollari al barile Caracas può scongiurare un definitivo deterioramento della sua già drammatica situazione debitoria. Come ricorda Alessandro Giberti (Lettra43), Chávez «ha provato a distruggere il sindacato operaio (Ctv). Ne ha inventato un altro (la Unt), e ha proposto una legislazione che proibiva la negoziazione collettiva e gli scioperi nel settore pubblico e petrolifero», confessando con ciò stesso il lato forte e, al contempo, debole del suo regime. Ieri il Presidente Maduro ha annunciato il «terzo aumento del salario minimo nel corso dell’anno in Venezuela. Un incremento del 60% per tutti i lavoratori statali e per i pensionati La decisione è stata presa per fronteggiare una crisi economica devastante e l’ondata di proteste» (TgCom24). Per implementare le sue «politiche redistributive» Chávez poteva contare sui cospicui dividenti petroliferi garantiti da un alto prezzo del petrolio, una condizione favorevole che ha voltato le spalle al suo successore. Sono i limiti del “socialismo petrolifero” – a dire il vero molto petrolifero e per niente socialista. Scherzi a parte, la “modernizzazione” della struttura economica del Paese (ma la cosa riguarda quasi tutti i Paesi latinoamericani) rimane un nodo decisivo che qualsiasi governo/regime è chiamato a sciogliere; mi rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto perché l’impresa crea fortissime tensioni sociali nonché la messa in discussione di fortissimi interessi economici e politici, ponendo così le premesse per l’ennesima avventura “rivoluzionaria” guidata dall’ennesimo Salvatore della Patria – o caudillo che dir si voglia.

Con il rapido declino del prezzo del petrolio, del gas e, più in generale, delle materie prime è entrata in crisi anche l’«Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America» (ALBA), la creatura geopolitica voluta dall’ambizioso Chávez e nata a Cuba nell’aprile del 2006 (primi firmatari Venezuela, Bolivia e Cuba). La “Rivoluzione Bolivariana” ha insomma esaurito la… benzina… Pardon, volevo dire la spinta propulsiva, per riprendere una celebre formula  berlingueriana riferita – nientemeno! – alla Rivoluzione d’Ottobre.

Per fidelizzare almeno una parte dell’Esercito, il regime chávista ha militarizzato diverse attività economiche, e molti analisti ritengono che ormai Nicolás Maduro sia ostaggio delle Forze Armate, che la sua permanenza al potere, cioè, dipenda unicamente dal loro appoggio. «Con Maduro c’è l’esercito e il suo peso politico, e lo scorso 17 aprile ha fatto avere al presidente il proprio sostegno “incondizionato”». Si tratta di vedere fino a quando e a quale prezzo questo sostegno rimarrà «incondizionato». In un articolo pubblicato su Liberazione (allora organo di Rifondazione Comunista, se ricordo bene) del giugno 2007, la giornalista A. Nocioni notò come «tra i fedeli del Presidente» Chávez ci fossero  «molti ufficiali amici e pochi civili»; il Comitato Bolivariano La Madrugata di Firenze si sentì in dovere di precisare quanto segue: l’articolo fa «una lista di generali in diversi posti chiave dello Stato venezuelano, ma chi conosce la realtà delle attuali forze armate in Venezuela sa che non c’è alcuna dittatura militare. L’esercito adesso è attivo in ogni missione sociale governativa, esercito come ente sociale che si è unito al popolo in quella che si chiama unità civico-militare. Un esercito differente da quello che conosciamo in America Latina, composto da gente di ogni classe, non di casta, che segue un indirizzo umanista» (da Il Pane e le rose). Molto commovente e, soprattutto, convincente. Diciamo… Anche da questa presa di posizione in difesa del caudillo di Caracas si comprende quanto capillare sia in Venezuela la presenza dei militari.

La scorsa settimana il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, buon ultimo e certamente leccandosi i metaforici baffi, che «il Venezuela è un disastro»: difficile dargli torto. «Quando nel 2006 ero venuto a seguire le elezioni vinte da Chavez contro Rosales, nelle “favelas” di Caracas la logica [del regime] reggeva ancora, grazie al boom del greggio che consentiva di finanziare l’assistenzialismo, la corruzione, e pure la sopravvivenza del castrismo a Cuba, anche se nel frattempo la struttura produttiva del Venezuela veniva lentamente smantellata. Col prezzo del petrolio crollato da oltre 100 dollari al barile a meno di 30, però, l’ illusione è finita. Oggi un ingegnere, se va bene, guadagna cento dollari al mese, e se ha figli fatica a garantire loro il pane. Ammesso che lo trovi, perché persino i generi alimentari di base vengono importati dal Messico o dai paesi vicini. Al supermercato si fanno i turni, nel senso che puoi andare a fare la spesa solo nei giorni in cui il numero finale della tua tessera sociale corrisponde con quello autorizzato a mettersi in fila. L’inflazione è al 150%, ma alcuni la stimano oltre l’800%» (P. Mastrolilli, La Stampa, 29 aprile 2017). Il piano di nazionalizzazioni voluto da Chávez (e venduto al mondo come «transizione al socialismo») ha fallito tutti i suoi obiettivi, mettendo in ginocchio la già fragile struttura industriale venezuelana. La violenza, “comune” e politica, impazza nel Paese, facendo del Venezuela uno dei luoghi più pericolosi del pianeta, probabilmente insieme al Brasile, anch’esso sprofondato in una grave crisi sistemica: economica, politica, istituzionale, sociale. Si parla di 80 persone uccise ogni giorno dalla delinquenza venezuelana: una vera e propria guerra incivile di vaste proporzioni, espressione di un degrado sociale davvero impressionante.

La Russia di Putin sta cercando di puntellare finanziariamente il regime di Caracas, ma può farlo solo entro precisi limiti, perché anche Mosca deve fronteggiare la crisi sociale derivata dal crollo del prezzo del petrolio. Su questo punto rimando al post Oro nero bollente. La Cina come al solito agisce con prudenza e discrezione, ma simile al ragno è pronta a papparsi la preda che finisce dentro la sua tela finanziaria.

Ovviamente il regime di Caracas attribuisce la catastrofica situazione del Paese all’azione antipatriottica della destra volta a implementare «il piano destabilizzante ordito dall’imperialismo statunitense, con la finalità di imporre, attraverso la forza e il ricatto, un governo al servizio della sua egemonia nel continente, smontando i processi di liberazione nazionale iniziati in America Latina agli inizi di questo secolo, sovvertendo i cambiamenti progressisti che hanno permesso ai lavoratori e lavoratrici e al popolo in generale, di stabilire diritti e conquiste sociali negati storicamente da governi che rispondevano, assolutamente, agli interessi della grande borghesia associata in condizioni di subordinazione all’imperialismo nordamericano». Ho appena citato un documento redatto da un sedicente Partito Comunista del Venezuela, il quale chiama «il Grande Polo Patriottico alla più ampia unità d’azione antimperialista». Lo spauracchio del nemico esterno che minaccia la sacra indipendenza della patria mostra ancora la sua maligna efficacia nell’opera tesa a compattare le classi subalterne a difesa dello status quo.

«I proletari non hanno patria», diceva il comunista di Treviri; e lo dico anch’io, nella mia pochezza politico-dottrinaria, s’intende. Ma un conto è dirlo… Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totalitario e globale del Capitale sull’uomo e sulla natura la carta nazionalistico-patriottica si rivela, per le classi dominanti, vincente, ovunque. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere πύξ κάì λάξ [a pugni e calci, con le unghie e coi denti] tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Le classi dominanti sanno bene come solleticare il miserabile orgoglio nazionale dei «poveri diavoli», e lo fanno puntualmente tutte le volte che se ne presenti l’occasione per oliare il meccanismo del controllo sociale. Ecco perché ciò che un tempo si chiamava internazionalismo proletario rimane non un astratto principio da sbandierare per esibire una – ridicola – purezza ideologica, salvo poi contraddirlo nella prassi (magari con la scusa che “fare politica” significa scendere a compromessi con la realtà e perle “dialettiche” di simile conio), bensì un’imprescindibile investimento politico.

Si può essere contro il regime cosiddetto chávista senza per questo sostenere, neanche un po’, chi gli si oppone rimanendo sullo stesso terreno di classe? Per me la risposta è di un’ovvietà disarmante: certo che si può! Anzi, dal mio punto di vista si deve. Quando parlo di «terreno di classe», usando una vecchia espressione che tuttavia riesce ancora a toccare la sostanza della realtà sociale del XXI secolo, intendo ovviamente riferirmi alla natura capitalistico-borghese del regime venezuelano e degli oppositori politici che da anni cercano di prenderne il posto, anche correndo il rischio di pagare un prezzo assai salato in termini di sangue versato. Nell’ultimo mese si parla di 32 manifestanti antichávisti uccisi: «Nel paese continuano ad operare i “colectivos”, bande di estremisti che sostengono il regime e che attaccano i manifestanti dell’opposizione arrivando a sparare al volto» (Notizie Geopolitiche). Lo squadrismo con caratteristiche “bolivariane” non scherza! L’esercito, la polizia e la milizia paramilitare “socialista” (o “patriottica”) naturalmente non fanno mancare il loro prezioso contributo repressivo sul terreno della lotta contro il neoliberismo e l’imperialismo.

Beninteso faccio dell’ironia; vorrei che i lettori cogliessero il mio intento denigratorio nei riguardi della “Rivoluzione Bolivariana”, o “Socialismo del XXI secolo” che dir si voglia, la cui natura sociale, politica e ideologica è organica alla tradizione “populista” o “caudillista” dell’America Latina. «Cos’hanno in comune le storie politiche dei Paesi del Sud America? Qual è, se c’è, il tratto distintivo della via latino-americana all’esercizio del potere? La risposta è semplice: la presenza, più o meno costante, della figura del capo invincibile, del condottiero semi-divino, della guida di un intero popolo verso la terra promessa. E non è un caso se proprio a queste latitudini è stata coniata la parola che riunisce tutti questi concetti in uno solo: caudillismo. Gli esempi si sprecano: Hugo Chavez, Evo Morales, Daniel Ortega in Nicaragua, per molti versi anche Rafael Correa in Ecuador. E prima di loro, Juan Domingo Peron in Argentina, Alvaro Obregon, Lazaro Cardenas e Porfirio Diaz in Messico, Getulio Vargas in Brasile, Augusto Pinochet in Cile, Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana, Manuel Noriega a Panama, Alberto Fujimori in Perù, Fulgencio Batista e Fidel Castro a Cuba sono i primi di una lista che arriva a contare tranquillamente una cinquantina di nomi. In terra latina, deve esserci qualcosa di così particolare che, anche in tempi storici in cui è praticamente impossibile instaurare sistemi politici fondati sul più completo assolutismo, l’arrivo in questo o quel Paese di un nuovo caudillo è sempre una possibilità concreta. Hugo Chavez, il pilastro del Venezuela della rinascita bolivariana, è caudillo in tutto e per tutto, in modo addirittura caricaturale» (A. Giberti, Lettra43). Per chi scrive il fenomeno “caudillista”, che ha nella propaganda dal forte contenuto demagogico il suo tratto distintivo (caratteristica eccellente quando si tratta di controllare masse costantemente in subbuglio), va ricondotto ai suoi reali – e marxiani – termini strutturali, in senso sociale (stratificazione delle classi, composizione economica della sfera produttiva: agricoltura, industria leggera, industria pesante, ecc.), storico (ritardo capitalistico dei Paesi sudamericani) e geopolitico (l’egemonia imperialistica statunitense sull’intero Continente Americano), termini che naturalmente si trovano in intima relazione tra loro, e che qui non è il caso di indagare più a fondo.

Parlavo poco sopra di «ovvietà disarmante» circa la natura sociale (ultrareazionaria) del chávismo; la cosa appare però meno ovvia, meno scontata, agli occhi del sinistrismo mondiale che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso individuò nel tenente colonnello Hugo Chávez il suo Nuovo Messia del «socialismo dal volto umano», dopo i rovesci patiti sul fronte del “socialismo reale”. In realtà Chávez fu l’ennesimo “uomo della provvidenza” chiamato dal processo sociale a controllare/imbrigliare/incanalare le forti tensioni sociali e politiche generate dalla crisi economica. Scrive Pedro Castro, docente all’Universidad Autónoma Metropolitana di Città del Messico e studioso di caudillismo: «Nel nostro continente destra o sinistra da questo punto di vista è sempre stata la stessa cosa. Sono le condizioni, oggettive e soggettive di un Paese, che determinano il caudillismo. In America latina la povertà economica (condizione oggettiva) ha sempre prodotto delle speranze altissime. Le masse si aspettano molto e quando riconoscono qualcuno che potrebbe risolvere loro il problema gli si concedono totalmente». Crisi sociale, povertà e assenza di coscienza di classe: sono le condizioni “oggettive” e “soggettive” che rendono possibile il successo dell’uomo della provvidenza.

Come sempre, è stato il sinistrismo italiota a vincere la medaglia d’oro nella gara apologetica del «Nuovo Socialismo» o «Socialismo del XXI secolo». Alcune perle italo-cháviste chiariranno il concetto.

«Se la scelta è tra la democrazia, imperfetta, europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro, scelgo quest’ultima, in nome della solidarietà con i più deboli e dello sforzo, che vedo qui all’opera, di costruire una società più giusta, anche se spesso non più ricca» (G. Vattimo, La Stampa, 25 luglio 2005). Il noto filosofo qui ci regala un saggio di “socialismo” concepito come miseria generalizzata: miseria della filosofia, ci verrebbe da dire scopiazzando il noto ubriacone tedesco. Il “simpatico” Gianni Minà, chávista della prima ora, fu attratto soprattutto dal «militarismo progressista» messo in campo dal compagno Chávez, il quale offriva almeno alle masse diseredate «l’illusione di poter fare una politica sconveniente agli Stati Uniti e alle multinazionali dell’energia» (Il Manifesto, 13 maggio 2002). Alla prova dei fatti il «militarismo progressista» di marca chávista si sta dimostrando all’altezza della situazione: la sua efficacia repressiva è degna di ammirazione – da parte dei chávisti italiani (vedi Il manifesto), beninteso.

«Ho una profonda simpatia per quel laboratorio chiamato “rivoluzione bolivariana”, un’esperienza che ha fatto invecchiare la stella di Cuba, perché Chávez, questa è la profonda verità, riesce dove Fidel ha fallito» (N. Vendola, Corriere della sera, dicembre 2012). Chissà come avranno reagito i castristi fondamentalisti dinanzi alla dichiarazione del noto narratore. In un’intervista rilasciata al quotidiano argentino Página 12, l’allora leader di Sinistra, Ecologia e Libertà, si disse «invidioso dell’America Latina e delle sue rivoluzioni: quelle guidate dal presidente venezuelano Hugo Chávez, dal il presidente boliviano Evo Morales e dagli altri leader di sinistra». Sono invidie che lascio volentieri ai chávisti con caratteristiche italiote.

«Hugo Chavez è la spiegazione del perché, in tutta l’America Latina, la parola socialismo ha ancora un profondo significato, mentre in Europa lo ha perduto quasi del tutto». Quando un personaggio che trasuda stalinismo da tutti i pori come Giulietto Chiesa straparla di «socialismo», non si può che sghignazzare. Ma continuiamo la citazione (Il Fatto quotidiano, 10 marzo 2013): «Finché visse fu invincibile. Parlò incessantemente con il suo popolo in quelle incredibili maratone televisive che milioni ascoltavano perché le sentivano sincere, ma che erano anche lezioni di storia patria, scuola di formazione culturale di massa, insegnamenti di autodifesa. Gli occidentali, istupiditi dalle loro televisioni, ironizzavano. Ma Chavez aveva capito meglio di loro i segreti della comunicazione. E poiché non voleva ingannare o istupidire, con la pubblicità e l’intrattenimento yankee, semplicemente parlava. Sapeva che c’era poco da ridere». Qui concordo: dinanzi alla sirena demagogica che riesce a ipnotizzare (e a ingannare e istupidire) “le masse”, c’era e c’è poco da ridere. Ma per Chiesa esiste solo l’inganno e l’istupidimento con caratteristiche yankee: tutto il resto (da Putin ad Assad) è “antimperialismo” e resistenza al “pensiero unico” – amerikano, si capisce.

Vogliamo parlare del noto post-post marxista Toni Negri? Anche lui a suo tempo mostrò di apprezzare l’esperimento sociale chávista, e il caudillo di Caracas ricambiò la stima invitandolo a Telesur, la televisione di regime, e citandolo spesso durante i suoi comizi televisivi. «Per me è molto interessante vedere come si sviluppa questo processo rivoluzionario, che dà il potere al popolo. […] Il nemico si può sconfiggere solo con la lotta di classe. Voi lo chiamate socialismo, io lo definirei comunismo» (Panorama, 2006). Come non apprezzare il rigore dottrinario di Negri…

Per Bertinotti il chavismo era «un movimento che cerca di dare al popolo dignità e un migliore futuro», e oggi Rifondazione Comunista (sic!) fa ricadere le responsabilità della crisi sociale, del caos e della violenza che imperversano in Venezuela «all’opposizione, espressione dell’oligarchia economica del Paese, per tentare di rovesciare il legittimo governo venezuelano e di fomentare lo scontro civile in Venezuela». I rifondatori se la prendono anche con «il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura». Forse la critica non mi riguarda, visto che personalmente parlo di regime e di dittatura (capitalistica) anche per ciò che riguarda la Repubblica nata dalla Resistenza. Così come si può essere contro il regime Repubblicano senza per questo essere a favore del regime Fascista, analogamente, e mutatis mutandis, si può benissimo essere contro il regime di Maduro senza per questo sostenete o simpatizzare per le ragioni dell’opposizione antichávista. Ma non spero certo di far comprendere il concetto di autonomia di classe ai simpatizzanti del regime chávista di ieri e di oggi: conosco i miei forti limiti teorici e politici!

Il limite politico e analitico più grave del vecchio terzomondismo, ereditato dal cosiddetto “Campo Antimperialista” dei nostri giorni, è stato quello di aver voluto individuare come «nemico principale» del proletariato mondiale un solo polo imperialista (quello occidentale a guida statunitense) e di aver trascurare quasi del tutto la dinamica del conflitto sociale in quei Paesi che in qualche modo cercavano di sottrarsi dall’influenza nordamericana. Quel conflitto sociale veniva in ogni caso ricondotto, per esserne di fatto sterilizzato, dentro la logica della «lotta antimperialista». Mutatis mutandis, è con gli occhi del terzomondismo che il “Campo Antimperialista” sta approcciando la crisi sociale venezuelana.

Per chi si batte per l’autonomia di classe in vista – diciamo così – della rivoluzione sociale anticapitalistica è davvero triste vedere le classi subalterne recitare il ruolo di impotente massa di manovra nelle mani di una delle fazioni (filogovernativi versus antigovernativi, “sinistra” versus “destra”, statalisti versus liberisti, democratici versus autoritari, globalismi versus sovranisti, ecc., ecc., ecc.) che si contendono il potere capitalistico. Un tragico spettacolo che abbiamo visto anche nel corso delle cosiddette Primavere Arabe. Ma non è che in Europa – Italia compresa – o negli Stati Uniti la musica sia diversa, tutt’altro.

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