CUBA. ENNESIMO ANNUNCIO DI UNA “GRANDE RIFORMA ECONOMICA”

Cuba. Annuncio dell’ennesima “riforma economica” da parte del regime. Ogni volta che l’isola caraibica si trova a un passo dal baratro, ecco spuntare all’orizzonte la prospettiva di una «più coraggiosa apertura» di Cuba al capitalismo privato. L’ultima “grande riforma” risale a 13 anni fa, e venne lanciata dall’ex presidente Raúl Castro. Risultato? La crisi che abbiamo dinanzi. Non è facile ristrutturare radicalmente un’economia senza mettere in discussione vecchi e assai radicati interessi, rendite di posizione e, soprattutto, la struttura del regime politico vigente. E infatti l’opposizione al regime cubano pensa che l’ennesimo annuncio “riformista” non sia che un segnale lanciato dall’Avana soprattutto agli Stati Uniti, per catturarne la benevolenza. «Per José Daniel Ferrer, leader dell’Unpacu, la principale associazione di resistenza dal basso al castrismo, oggi appoggiata da un numero crescente di contadini, è indubbio che “l’intenzione è quella di far innamorare il neopresidente degli Stati Uniti Joe Biden con una presunta apertura economica interna, ma l’unico obiettivo è che gli Usa eliminino le sanzioni e aprano il flusso delle rimesse, dei voli e dei viaggiatori, che poi è la formula che piace ai comunisti: farsi mantenere al potere dai soldi del capitalismo» (Il Giornale). Chi associa Cuba al comunismo, o anche a qualcosa di lontanamente assimilabile a una società non capitalista, ha in testa un concetto di “comunismo” e di “anticapitalismo”che personalmente trovo di una comicità (diciamo così) davvero irresistibile. Sulla natura nazionale-borghese della mitica Rivoluzione cubana rimando a qualche mio post dedicato al tema (*).

Per La Stampa, «La nuova Revolución [sic! ] non guarda più al Che, ormai un monumento per i turisti, il modello è la Cina di Xi Jinping»; dal fatiscente e sgangherato capitalismo con caratteristiche cubane al capitalismo ultra organizzato e tecnologizzato con caratteristiche cinesi? Sarebbe davvero una miracolosa transizione!

Ma di “modello cinese” (e vietnamita) per Cuba si parlò già nel 2012: «Nei piani di Raúl Castro la transizione a Cuba seguirà il modello di Pechino e Hanoi: apertura al capitalismo ma non alla democrazia. La Cina sta abbracciando il capitalismo e da anni invita Cuba a fare lo stesso – addirittura lamentandosi privatamente della lentezza con cui il regime dell’isola caraibica introduce i cambiamenti. La cooperazione cinese è da anni improntata anche alla creazione di capacità industriali e di un tessuto imprenditoriale a L’Avana. Pechino è da qualche anno il secondo partner commerciale di L’Avana, dopo il Venezuela di Hugo Chávez. L’espansione dell’economia di mercato è da sempre una priorità della politica estera statunitense; come non gioirne se si verifica a pochi chilometri dalle coste della Florida? La Cina non farebbe per Cuba quanto fece a suo tempo l’Unione Sovietica. Per Pechino una relativa stabilità nei rapporti con gli Usa è più importante della solidarietà dettata da ormai sbiadite affinità ideologiche; dal canto suo L’Avana dovrebbe aver imparato subito dopo il collasso dell’Urss quanto sia rischiosa la dipendenza economica da un solo partner. Per quanto gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese possano collaborare però, ci saranno aree e temi nei quali – pur non arrivando necessariamente a un confronto armato – resteranno rivali» (Limes, 11/07/2012). Dopo undici anni, siamo ancora a parlare di una “via cinese al capitalismo” per Cuba. La transizione di Cuba verso un capitalismo più moderno e prospero è davvero lenta, fin troppo lenta.

L’arretrata società cubana è tormentata da una lunga e grave crisi economica, aggravata dalle sanzioni imposte dall’ex presidente americano Donald Trump e, ancor più recentemente, dalla pandemia. «Dopo anni di stagnazione, nel 2020 l’economia cubana ha conosciuto una contrazione dell’11 per cento (il peggior calo in quasi tre decenni) e la popolazione ha dovuto fare i conti con scarsità di beni di base e file interminabili per ottenerli. Ad oggi, il cosiddetto settore “non statale”, con l’esclusione dell’agricoltura tenuta in piedi da centinaia di migliaia di fattorie, è composto principalmente da piccole cooperative attive nel turismo, nell’artigianato e nel trasporto locale. Secondo la ministra Feito, citata da Granma, l’organo di stampa del Partito comunista [rido!], si tratta di circa 600 mila lavoratori, ossia il 13 per cento della popolazione attiva. La nuova riforma dovrebbe aprire ai privati quasi tutti i settori dell’economia: “Soltanto 124 rimarranno parzialmente o del tutto controllati dallo Stato”, ha riferito ancora la ministra Feito, senza però specificare quali» (La Stampa). Di certo c’è che l’umore della popolazione cubana si fa di giorno in giorno sempre più nero. Nell’ultimo mese l’inflazione ha dimezzato il potere d’acquisto del 90 per cento dei cubani, ossia di tutti quelli che non possono spendere in dollari. Il peso cubano è una valuta nazionale sempre più leggera, mentre il velleitario CUC (convertibile in perfetta parità con il dollaro) creato negli anni Novanta è stato eliminato.  «Il CUC seppellirà l’egemonia del dollaro», aveva detto allora il mitico Fidel, subito festeggiato dai castristi di mezzo mondo – i quali ancora oggi associano Cuba alla Revolución, costringendo in tal modo il modestissimo personaggio che scrive a immaginarsi un genio della scienza sociale: tutto è relativo! Per fortuna di solito mi confronto con persone che mettono in riga il mio principio di realtà, riconducendomi alla modesta dimensione intellettuale che mi compete: mannaggia!

«Cuba non fa parte della Banca Mondiale né del Fondo Monetario Internazionale, per cui non ha accesso ad alcun finanziamento. Con un probabile avvicinamento, gli Stati Uniti potrebbero presentarsi come un “consigliere” in materia finanziaria. E le attività economiche private potrebbero accedere a fondi americani per operare e crescere sull’isola. Ma saranno vere le intenzioni del regime castrista? Secondo il Financial Times, John Kavulich, presidente del Consiglio economico e commerciale Usa-Cuba, se Cuba promuove la liberalizzazione del tasso di cambio ed espande il settore privato, ciò creerebbe incentivi per Washington a impegnarsi: “La chiave è che l’amministrazione Biden deve credere che l’amministrazione Díaz-Canel sia seriamente intenzionata a ristrutturare l’economia. L’unico modo per dimostrare serietà è sopportare i sacrifici della trasformazione”» (Formiche.net). Si tratta anche di vedere la postura che la Russia e la Cina assumeranno nei confronti di un seppur piccolo riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti. Di certo possiamo dire che, “trasformazione” o meno, sono tanti e gravosi i sacrifici che i senza riserve di Cuba stanno sopportando.

«Secondo Harold Cárdenas Lema, professore universitario, analista e fondatore del blog La joven Cuba, però si è rotto “il contratto sociale” per cui “la gran maggioranza della popolazione cubana chiudeva gli occhi di fronte alla repressione dell’opposizione e del dissenso ritenuti annessionisti o nel libro paga degli Usa”» (Il Manifesto, 12/12/2020). D’altra parte il regime è stato chiaro circa il trattamento che verrà riservato agli oppositori politici e sociali che minacciano di scendere in strada: «All’interno della Rivoluzione tutto, contro la Rivoluzione niente». Abbasso la “Rivoluzione”! Viva la Rivoluzione!

(*) Riflessioni sulla rivoluzione cubana; Fidel Castro; Sul fallimento del “laboratorio politico-sociale” latinoamericano.
Per quanto riguarda Ernesto “Che” Guevara, al di là della sua fraseologia pseudo-rivoluzionaria che tanto ammaliò i “marxisti” europei della sua epoca (e purtroppo anche di quella successiva, fino ai nostri giorni), egli a mio avviso va collocato interamente dentro l’esperienza ultrareazionaria del cosiddetto “socialismo reale”, ossia del reale capitalismo vigente in Unione Sovietica, in Cina e negli altri Paesi “socialisti”. Questo senza nulla togliere al suo ruolo nella rivoluzione nazionale-borghese cubana. La sua ideologia piccolo-borghese risalta soprattutto nella strategia guerrigliera che egli propose a tutti i Paesi dell’America Latina, anche a quelli forniti di un proletariato urbano e di un contadiname salariato interessati, almeno potenzialmente, a una lotta di classe autenticamente anticapitalista – la sola che si possa definire antimperialista in senso proletario, non nazionale-borghese. «Ecco la prima impressione del Che in visita in Urss: “Anche io, arrivando in Unione Sovietica, mi sono sorpreso perché una delle cose che si nota di più è l’enorme libertà che c’è (…) l’enorme libertà di pensiero, l’enorme libertà che ha ciascuno di svilupparsi secondo le proprie capacità ed il proprio temperamento.” (E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi 1969, pag. 946). Queste parole furono pronunciate nel 1961, cinque anni dopo la repressione della rivoluzione operaia ungherese da parte delle truppe di Mosca. E sulla strategia di sviluppo del socialismo, parlando ancora dell’Urss, si può notare quanta confusione era presente nelle idee del rivoluzionario argentino: “Mi ascolti bene, ogni rivoluzione, lo voglia o no, le piaccia o no, sconta una fase inevitabile di stalinismo, perché deve difendersi dall’accerchiamento capitalista.” (K. S. Karol, La guerriglia al potere, Mondadori 1970, pag.53). Lo stalinismo qui viene trattato come una malattia dell’infanzia. In realtà è stato un processo di controrivoluzione politica [e sociale, aggiungo io] portato avanti da una casta, la burocrazia di cui Stalin era appunto il rappresentante, che non si esaurì affatto con la morte di quest’ultimo. Comportò l’eliminazione fisica di tutta la vecchia guardia bolscevica, quella della rivoluzione d’Ottobre» (R. Sarti, Note sul pensiero del Che). A mio avviso lo stalinismo fu, nell’essenza, l’espressione di una controrivoluzione capitalistica che si spiega anche, se non soprattutto, alla luce del contesto internazionale dell’epoca; l’esistenza di una «casta burocratica» posta al servizio del capitalismo e dell’imperialismo con caratteristiche “sovietiche” si spiega alla luce di quella controrivoluzione antiproletaria, e non viceversa. Ma questo è un altro discorso.

FIDEL CASTRO

fidel_castroRicordando la figura storica di Fidel Castro, l’Onorevole Fabrizio Cicchitto, presidente della Commissione Esteri della Camera, ha dichiarato: «È morto colui che prima è stato un grande protagonista della Liberazione del suo popolo dalla dittatura di Fulgenzio Batista e dalla totale subalternità agli Usa, e che dopo è diventato a sua volta un dittatore che ha legato Cuba ad un rapporto di subalternità con la Russia». Sotto quest’ultimo aspetto, appaiono significative le dichiarazioni rilasciate a caldo dall’ultimo leader dell’Unione Sovietica (Michail Gorbačëv: «Rimarrà nella nostra memoria come un politico e un uomo straordinario, e come nostro amico») e dall’attuale Capo della Russia Vladimir Putin, il leader più amato dai sovranisti nostrani: «La Cuba libera e indipendente che creò insieme ai suoi alleati è diventata un membro influente della comunità internazionale e un esempio ispiratore per molti popoli e paesi».

In un post del 23 marzo 2012, che invito a leggere alla luce della morte del mitico Comandante, cercavo di spiegare il risvolto storico-sociale dei fatti ricordati da Cicchitto, approcciando la questione da una prospettiva “di classe” che niente concedeva – e concede – alla mitologia, sempre più ridicola e decrepita, del Grande Patriota “socialista”, del campione dell’antimperialismo (leggi: antiamericanismo): «Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica», scrive oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Come non essere d’accordo? Il mito resiste ancora, a giudicare dalle contumelie scagliate contro Roberto Saviano, che pure è tenuto in gran considerazione negli ambienti di “sinistra”, reo di aver  dichiarato quanto segue: «Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno». Chi tocca il mito muore? D’altra parte occorre considerare che a “sinistra” il Mito è ormai una merce piuttosto rara.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea avverte «un immenso dolore» per la scomparsa del líder máximo: «Ha saputo guidare la lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista e l’ha saputa trasformare in una rivoluzione socialista». La mia tesi è che «la lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista», che son ben lontano dal sottovalutare sul piano del processo storico-sociale, non superò mai i confini di una lotta nazionale-borghese. Ma su questo punto rinvio al post Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”. «La storia a cui ho appartenuto se ne va. La morte di Castro è struggente. E dolorosa, per uno della mia generazione politica: è la fine di un’epoca». Così Fausto Bertinotti. Si tratta di capire a quale «epoca» egli allude. Si tratta forse dell’epoca del cosiddetto “Comunismo Novecentesco”, ossia della più grande menzogna del XX secolo (vedi stalinismo, maoismo, castrismo, ecc.)? Magari!

Scrive Niccolò Locatelli su Limes: «L’Unione Sovietica e successivamente il Venezuela (al tempo di Hugo Chávez) hanno sussidiato L’Avana, permettendole di offrire ai cittadini uno Stato sociale per alcuni aspetti superiore alla media regionale e all’avanguardia – e garantendo la sopravvivenza dell’ultima dittatura dell’America Latina». Considerato il forte legame – economico, politico e ideologico – tra Cuba e Venezuela propongo al lettore di leggere anche un mio post dedicato a Hugo Chávez: Ricordando el Patriota di Caracas.

IL NERO E IL NERO

raobaSe una strategia volta al regime change non funziona, e se la cosa è testimoniata da una lunga pratica, non è forse il caso di sostituirla al più presto con un’altra strategia anche solo in teoria migliore, ossia più intelligente e più in sintonia con l’epoca, di quella fallimentare sperimentata lungamente nel passato? È la domanda, abbastanza suggestiva (nel senso che suggerisce la risposta), che oggi il pragmatico  Sergio Romano rivolge ai suoi lettori dalle colonne del Corriere della Sera. La risposta è quella che ognuno può immaginare senza dar fondo alla propria fantasia “geopolitica”: certo che sì!

Tanto più, osserva sempre l’ex ambasciatore, che «Se la politica di Obama favorirà i viaggi e gli scambi, i cubani della Florida potrebbero avere, all’interno della società cubana, il ruolo di provvidenziale quinta colonna». Ma c’è di più, molto di più: «Per molti anni l’embargo è stato l’arma di cui i Castro potevano servirsi per mobilitare il patriottismo latino-americano contro l’arroganza dell’impero del Nord. Oggi, per merito di Obama, quell’arma è spuntata». Invasione economica e culturale (nel gergo geopolitico si chiama soft power) più indebolimento politico ideologico del regime castrista: e il gioco, dice Romano, è subito fatto. Solo degli sciocchi potrebbero opporsi a una siffatta geniale strategia. Qui il Nostro sembra sottovalutare i cospicui interessi economico-finanziari e politici di chi per decenni ha lucrato sulla precedente strategia americana di “contenimento”.

Non bisogna tuttavia dimenticare il convitato di pietra che sta al centro del ragionamento fin qui stilizzato: la Cina. La presenza del Celeste Capitalismo in America Latina è un fatto che certo non lascia indifferente gli USA.

Quando Cuba faceva parte dell’«Impero del Male» centrato sull’Unione Sovietica il «contenimento militare» e la politica dell’embargo e delle sanzioni economiche potevano soddisfare gli interessi imperialistici degli Stati Uniti in quello che è sempre stato il suo cortile di casa. Finita la Guerra Fredda, crollata miseramente la Superpotenza rivale, mutato, anzi sconvolto il quadro della competizione capitalistica globale con l’ascesa della Cina ai vertici dell’Imperialismo mondiale, si è dunque resa necessaria da parte degli USA l’implementazione di una nuova strategia, il cui obiettivo è sempre lo stesso: conquistare, mantenere e rafforzare l’egemonia sistemica, se non un vero e proprio dominio, su tutto l’emisfero occidentale chiamato America. Todos somos americanos, come continua a ripetere il Presidente Obama.  Mutatis mutandis, lo stesso schema interpretativo può essere esteso alle relazioni USA-Iran dopo il noto e sempre più controverso accordo sul nucleare iraniano.

Naturalmente non è affatto detto che la nuova strategia imposta agli Stati Uniti dai tempi si affermerà nel breve periodo e senza incontrare contrasti, tutt’altro, e basta seguire i media americani per capire quanto sia immangiabile la minestra geopolitica cucinata in questi anni da Obama presso una parte consistente della cosiddetta opinione pubblica e dell’establishment del Paese. Ma nessun pasto è gratis in regime capitalistico, nemmeno ai piani alti del Sistema.

A differenza dell’Imperialismo Russo (da Stalin a Putin), quello cinese fonda la sua capacità di espansione e di radicamento non sulla potenza politico-militare, bensì sulla potenza economica – industriale e finanziaria, ma in prospettiva anche tecnologica e scientifica. Come ho altre volte sostenuto, è proprio nel cosiddetto soft power che bisogna individuare il cuore pulsante del moderno Imperialismo: a suo tempo Hitler non lo capì e pensò bene di dichiarare guerra agli Stati Uniti, seguito a ruota del noto statista di Predappio.

Fin quando si è trattato di mostrare i muscoli, Washington ha sempre avuto facile gioco (vedi lo Scudo Spaziale di Reagan, ad esempio, o le guerre dei Bush), mentre i grattacapi sono insorti quando la potenza americana ha dovuto fare i conti con strategie competitive che si beffavano bellamente di quei muscoli: sto alludendo agli “amici” europei (tedeschi in primis) e giapponesi. Anzi, quegli amici si giovavano, e in parte si giovano ancora, del logorio materiale e “morale” connesso a quella virile esibizione. Contenere la capacità espansiva della Cina con la strategia usata ai bei (lineari, prevedibili fino alla noia) tempi della Guerra Fredda per Washington è qualcosa di impensabile.

«È evidente a tutti», scrive Mimmo Candido sul Corriere della Sera, «che un tempo si era consumato, e che la storia dell’isola – pur bloccata sempre dalle rigidità ufficiali che la Guerra fredda aveva dimenticato nelle acque del Caribe – scivolava ormai inesorabilmente verso un tempo nuovo, dove il “dovere rivoluzionario” era una sovrastruttura che valeva nelle manifestazioni liturgiche del regime ma non inglobava più i sentimenti reali di gran parte della società, se non di tutta la società». La società cubana è stata vittima della Guerra Fredda, e non bisogna dimenticare che il regime castrista si è schierato al fianco di uno dei due maggiori protagonisti di quella Guerra, che agli occhi di chi scrive aveva anche il torto di chiamarsi “comunista”. Quel regime avrebbe potuto fare altre scelte per difendersi dalle mire imperialistiche a stelle e strisce? Non saprei dire. La scienza del poi è poco istruttiva per chi intende capire il processo sociale colto nella sua dimensione mondiale. Ciò che però mi sento di affermare con una certa convinzione è che allora il novero delle scelte si restringeva al campo capitalista, anche a causa della natura borghese della tanto mitizzata rivoluzione cubana. A piangere le conseguenze di quel confronto interimperialistico sono stati i nullatenenti cubani, sacrificati anche sull’altera della difesa di una patria che col socialismo non aveva nulla a che spartire, nemmeno alla lontanissima, se così si può dire.

Ecco perché il «rosso» oggi evocato dal Manifesto (Il rosso e il nero, come recita il titolo dell’editoriale che apre il cosiddetto «giornale comunista») mi suona odiosamente retorico, oltre che prevedibile e di una banalità che sconfina nell’insulsaggine.

IL SOL DELL’Avvenire

Nella repressione di giornalisti e di dissidenti politici e religiosi in atto in Cina e a Cuba Fulvio Scaglione sente puzza di «socialismo reale». «Non siamo tornati ai gulag del socialismo reale, e la Cuba e la Cina di oggi non sono più quelle di ieri. Ma episodi come questi, tra l’altro non isolati bensì ricorrenti, non possono essere nemmeno sottovalutati. È palese in molti Paesi la pretesa di entrare nella modernità a colpi di riforme solo economiche. L’esempio della Cina è più che chiaro. Ma anche dall’assai più modesta Cuba si levano squilli di tromba» (Ostinati contro la storia, Avvenire, 6 ottobre 2012).

Il giornalista del quotidiano cattolico “sente” «odore di socialismo reale» là dove il mio naso ha sempre “sentito” il nauseabondo puzzo del reale Capitalismo, ancorché di Stato e spacciato per Socialismo, per la gioia di tutte le classi dominanti del pianeta, le quali hanno potuto dire agli sfruttati e agli oppressi d’ogni latitudine che al Sol dell’Avvenire è da preferirsi di gran lunga quello che passa il convento capitalistico. Giusta la massina “modificata” di Churchill: il Capitalismo fa certamente schifo, nessuno può negarlo; ma in fatto di schifezze il Socialismo lo batte alla grande! Sennonché, come non mi stanco di ripetere (ma repetita iuvant?), il famigerato «Socialismo reale» non ha mai avuto nulla a che fare con il Socialismo, né con quello “reale” né con quello immaginario.

Paesi come la Russia di Stalin, la Cina di Mao e la Cuba di Fidel Castro sono entrati nella «modernità», ossia nella dimensione capitalistica, seguendo un percorso tracciato dalla loro storia e dal processo sociale mondiale segnato dal Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica. Il rigurgito anacronistico del «socialismo reale» in Cina e a Cuba lamentato da Scaglione segnala la perdurante vitalità, nonostante evidenti acciacchi, del sistema politico-ideologico-istituzionale nato in quei Paesi oltre mezzo secolo fa sotto il segno della rivincita nazionale e della riforma sociale – borghese, al netto delle bandire rosse sventolate, degli slogan “proletari” gridati e dei pugni chiusi agitati contro i «nemici del popolo e del Socialismo». Nessuno oggi può dire quando quel vecchio sistema esalerà l’ultimo respiro e quale nuovo sistema lo rimpiazzerà. (Pare che persino la Corea del Nord, la patria del “Socialismo Atomico”, si stia aprendo a una timida riforma economica: ma che sia timida, mi raccomando!).

Da sempre mi batto per affermare la tesi secondo la quale il cosiddetto Libro Nero del Comunismo non è che un capitolo particolarmente escrementizio del Libro Nero del Capitalismo, nelle cui pagine i «diritti umani», difesi dall’Avvenire in quanto «principi decisivi per il progresso e il benessere dei popoli», fanno capo a un’ideologia che cela la reale assenza di umanità in tutto il pianeta, oggi interamente sussunto sotto il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento Capitale-Lavoro salariato. L’esistenza di questo rapporto sociale nega in radice la stessa possibilità di un’esistenza autenticamente umana, tanto in regime di democrazia quanto in regime di dittatura.

La stessa strage di cristiani in molti Paesi africani non è estranea alla logica capitalistica del profitto, che si manifesta nella lotta per la spartizione del plusvalore, dei mercati, delle materie prime e delle… anime. Come in Cina e a Cuba il ridicolo armamentario ideologico “socialista” veicola una politica interna repressiva e conservatrice,  e una politica estera aggressiva, analogamente in quei Paesi la lotta religiosa cela uno scontro sociale assai profano, la cui posta in gioco è il potere: economico, politico, ideologico.

Non difendo la tesi del «Socialismo reale» come reale Capitalismo (più o meno di Stato) perché ne sono particolarmente affezionato, ma perché sostengo la possibilità, intonsa e sempre più attuale, della Comunità umanizzata, come possiamo concepirla a partire dalla Società-Mondo del XXI secolo. Inutile dire che in questo sforzo ho sempre trovato gli apologeti – dichiarati e camuffati – del «Socialismo reale» in guisa di arcigni avversari. Più che «odore di muffa», come scrive l’Avvenire, questi personaggi emanano un lezzo che sarebbe indelicato chiamare per nome e cognome. Ma ci siamo capiti lo stesso, nevvero?

VINCERE FACILE…

Castrismo di andata e ritorno...

Il Santissimo Padre va a Cuba a dire che «il marxismo» si è rivelato una strada senza via d’uscita? E cosa fanno i “marxisti”? Obiettano al Pastore Tedesco che anche il Capitalismo ha mostrato più d’una magagna, e che «i comunisti mangiano i bambini» per evitare che finiscano nelle luride mani dei preti pedofili. E poi, di che s’impiccia quel «servo dell’Imperialismo occidentale»? Insomma, l’ultrareazionario mito della «Rivoluzione Cubana», che per oltre mezzo secolo ha vestito il ripugnante regime castrista (uno stalinismo in salsa tropicale), non sembra mostrare crepe presso una non piccola fetta del «popolo de sinistra».

Sia Lode al Capitale!

Mario monti, da consumato politico e da espertissimo Scienziato del marketing, dice agli astanti della «scuola centrale del Partito Comunista Cinese» che «la crisi economica è anche una crisi del sistema capitalistico», e che dopo il «crollo del Comunismo nell’89» il Capitalismo ha voluto stravincere, lasciando fin troppo liberi i suoi spiriti animali. Come hanno reagito i “marxisti” nostrani dinanzi a questa eccellente lezione di realpolitik? Hanno forse affermato che nell’89 non è crollato un solo atomo di Comunismo, per il semplice fatto che il Comunismo non ha mai avuto a che fare né con la Russia, né con la Cina né con altri paesi del vasto mondo? Hanno forse scritto che la balla speculativa del «Socialismo Reale» nascondeva un Capitalismo di Stato a fortissima vocazione imperialista, e che in Cina domina un Capitalismo “Nero”, non “Rosso”, ossia un’«economia di mercato» che esprime una dittatura politica stalinista (o fascista)? Niente di tutto questo! Ancora una volta essi hanno ribadito lo squallido concetto secondo cui se il “Comunismo” è moribondo, o magari passato a peggior vita, anche il Capitalismo non sta poi messo così bene come vogliono darci a intendere i vampiri della speculazione finanziaria e i sacerdoti del «liberismo selvaggio». «Persino Monti è stato costretto a riconoscerlo!»

Ateismo d’accatto!

Per i Ratzinger e i Monti avere la meglio su questi “marxisti” è fin troppo facile. Capite perché è meglio non definirsi scomodando il nome dell’avvinazzato di Treviri?

Vedi anche: Cina. Ora per allora e Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”.

RIFLESSIONI SULLA “RIVOLUZIONE CUBANA”

Un’amica mi scrive: «In due (o tre) parole mi spiegheresti la tua distanza con l’esperienza cubana?» Di qui, quanto segue.

La rivoluzione cubana culminata nel dicembre del 1958 fu a tutti gli effetti una rivoluzione democratico-borghese, assai simile alle rivoluzioni che nel secondo dopoguerra agitarono il mondo. Se vogliamo essere pignoli, o semplicemente più precisi, dobbiamo dire che essa si caratterizzò come rivoluzione semicoloniale, ed esattamente come la prima e più importante rivoluzione di quel tipo dalla fine della Seconda guerra mondiale. I paesi semicoloniali si caratterizzavano, rispetto a quelli coloniali, per la loro formale dipendenza politica, mentre la loro dipendenza economica – e dunque la loro reale sudditanza politica – nei confronti della potenza imperialistica di riferimento (nel nostro caso gli Stati Uniti) era pressoché assoluta.

«Cuba è, teoricamente, uno stato sovrano. Praticamente, la vita economica e politica dell’isola è dominata da New York e Washington. Questo metodo di controllo evita i costi della colonizzazione mentre lascia libero gli interessi americani. La proprietà di Cuba è pressoché nelle mani della National city Bank. I suoi amministratori controllano la Consolidated Railways e le immense proprietà zuccheriere della Cuba Company, come pure molte altre società cubane … la vita politica cubana è diretta dal rappresentante del dipartimento di stato. La dominazione americana sull’isola è completa» (S. Nearing, J. Freeman, La diplomazia del dollaro, p. 260, Dedalo Libri, 1975). Lungi dall’essere una forma di grado inferiore di dominazione imperialistica, rispetto a quella centrata sul tradizionale possesso coloniale (India, Cina, ecc.), la forma di dominazione semicoloniale esprime piuttosto un più elevato grado di sfruttamento imperialistico, in cui la sistematica rapina delle risorse di un Paese viene condotta con metodi molto efficienti e razionali, e con una copertura politico-ideologico assai raffinata.

Il movimento partigiano comandato da Fidel Castro, che aveva nei contadini poveri la sua base sociale – con qualche aggancio metropolitano che non ne cambiava i sostanziali connotati politici e sociali –, ebbe quindi come suo obiettivo fondamentale la liberazione del Paese dal diretto sfruttamento della potenza imperialistica, ciò che naturalmente postulava lo sviluppo capitalistico dell’isola caraibica. La scoperta castrista del “socialismo” arriverà dopo, quando il nuovo regime sarà costretto a dire sì al «fraterno aiuto» dei russi.

Ho scritto sfruttamento diretto perché nessun Paese che non abbia la dimensione sistemica della grande potenza, può sottrarsi dallo sfruttamento indiretto dell’Imperialismo, nell’accezione economico-sociale di questo concetto. Lo sfruttamento di un Paese relativamente arretrato sul piano economico da parte di un Paese relativamente più avanzato è, infatti, il pane quotidiano del Capitalismo colto nella sua dimensione mondiale, che poi è la dimensione naturale, quasi ovvia, di questa formazione storico-sociale. Dico questo per richiamare l’attenzione sull’infondatezza di certi principi “sovranisti”: persino gli Stati Uniti hanno lamentato il loro sfruttamento da parte del Giappone (anni Ottanta), come oggi lamentano quello cinese. Lenin parlava di «legge dello sviluppo ineguale del Capitalismo».

Alla fine del ’58 gli stati uniti abbandonano il dittatore-fantoccio Fulgencio Batista al suo inglorioso destino, e il movimento castrista ha facile gioco nei confronti di un esercito in rotta e privo di qualsiasi sostegno popolare. Castro nomina presidente Manuel Urrutia, un ex magistrato, e dichiara di non volere rompere le relazioni con Washington. Gli americani riconoscono immediatamente il nuovo regime cubano, provocando con ciò stesso le dimissioni dell’ambasciatore Earl Smith, fortemente compromesso col vecchio regime. Ancora nell’aprile del 1959, in visita a Washington, Castro ribadisce le sue «amichevoli» intenzioni nei confronti dell’ingombrante vicino di casa, la cui leadership si era peraltro divisa circa la linea da seguire nei confronti della nuova Cuba. Come al solito, «falchi» e «colombe» si disputavano la palma del miglior servitore dell’Imperialismo a stelle e strisce. Rimane il fatto che Eisenhower non volle ricevere il leader cubano. I timori americani per i cospicui capitali investiti nell’isola erano molto forti, e a giusta ragione.

Infatti, la riforma agraria e la nazionalizzazione delle attività economiche, due misure volte a velocizzare il processo di accumulazione capitalistica a partire dalla struttura sociale cubana (l’agricoltura era dominata dalla monocultura, che penalizzava fortemente il Paese caraibico nello scambio tra prodotti agricoli e prodotti industriali sul mercato mondiale), entravano in conflitto con gli interessi degli Stati Uniti, per i motivi esposti nella precedente citazione.

Detto di passaggio, quelle due misure economiche non solo non esorbitano dal quadro sociale capitalistico, ma anzi lo confermano e lo sviluppano nel contesto di un pianeta affollato di aggressivi capitalismi avidi di materie prime e di forza-lavoro a basso prezzo. Non a caso praticamente tutti i paesi giunti in ritardo all’appuntamento con il Capitalismo hanno dovuto adottare un modello di sviluppo per l’essenziale simile a quello appena abbozzato. E quasi tutti l’hanno spacciato per una variante nazionale di «socialismo»: «socialismo cinese», «socialismo arabo», «socialismo latinoamericano», e via di seguito. È il lascito dello stalinismo, che fu appunto l’espressione di un Capitalismo di Stato (imperialista) in guisa “comunista”. La maligna radice ideologica di tutti i «socialismi reali» è lì.

La banca nazionale, diretta – con poca perizia, per usare un eufemismo – da Ernesto Guevara, e l’Istituto per la Riforma Agraria, diretto da Antonio Nuñez Jimenez, si mettono alla testa del processo di trasformazione economico-sociale del Paese, intaccando fortemente gli interessi degli agrari e degli americani, che infatti smettono le maniere buone e iniziano a pianificare risposte sempre più aggressive. Nel 1960 gli Stati Uniti acquistano solo una minima parte della quantità di zucchero già contrattata con l’Avana, mettendo in crisi l’economia cubana, centrata appunto sulla produzione ed esportazione dell’«oro bianco».

È a questo punto che l’Unione Sovietica gioca la sua carta imperialista, offrendosi di acquistare 5 milioni di tonnellate di zucchero in cinque anni – peraltro a un prezzo favorevole ai sovietici – e concedendo all’Avana un prestito di 100 milioni di dollari. Nel marzo di quell’anno iniziano le confische delle imprese americane basate a Cuba, e gli americani, per ritorsione, bloccano l’importazione dello zucchero cubano. L’8 maggio Cuba ristabilisce le relazioni diplomatiche con l’URSS, provocando ulteriori misure ritorsive da parte americana – il 3 luglio il congresso americano decreta la totale soppressione delle importazioni di zucchero cubano. Abbastanza rapidamente Cuba entra stabilmente nell’orbita del blocco sovietico, fatto ratificato a dicembre dall’approvazione da parte di Guevara della dichiarazione moscovita sulla «questione cubana». Gli USA rompono le relazioni diplomatiche con Cuba.

C’è da dire che Guevara, convinto stalinista dal 1955 (dopo aver nutrito robuste simpatie peroniste, peraltro mai sconfessate e anzi sempre rivendicate), aveva caldeggiato un avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fin dai tempi del suo primo incontro con Castro in Messico, posizione che lo mise subito in urto con il Movimento 26 Luglio, nelle cui file si contavano pochissimi “comunisti”. Lo stesso Partito – cosiddetto – Comunista Cubano non aveva alcun seguito popolare nell’isola caraibica, avendo esso in precedenza sostenuto il regime di Batista.

Significativamente, Guevara inizierà a prendere le distanze da Mosca (ma non dallo stalinismo: tutt’altro!) dopo la “crisi dei missili” del 1962, quando poté verificare fino a che punto i sovietici erano disposti a fare di Cuba l’avanguardia atomica del «blocco comunista». Il popolo cubano, disse risentito il Che, «è l’esempio spaventoso di un popolo che è preparato ad immolarsi attraverso le armi atomiche affinché le sue ceneri servano a cementare le nuove società, e che, quando si è concluso un accordo sul ritiro dei razzi atomici senza che lo si sia consultato, non emette un sospiro di sollievo, non accoglie la tregua con riconoscenza» (dalla biografia del Che di Pierre Kalfon, 1968). Agghiacciante, si dirà. Non c’è dubbio. Agghiacciante e in perfetta armonia con il nucleo centrale del pensiero pseudo rivoluzionario di Guevara. Inutile, forse, precisare che quando parlava di «nuove società» egli  aveva in testa la Russia di Stalin (e di Krusciov, almeno fino al 1962), la Cina di Mao, la Corea del Nord di Kim Il Sung e altre perle del «socialismo reale».

Con l’ingresso di Cuba nel «campo socialista», ossia nella sfera di influenza dell’Imperialismo sovietico, viene a perdersi anche la carica radicale-borghese dell’esperienza castrista, che si consuma interamente all’interno del conflitto tra le due superpotenze protagoniste della «guerra fredda». Avrebbe potuto scegliere altrimenti il regime di Castro, ossia di rimanere equidistante dalle due superpotenze? Questa domanda non ha alcun senso, perché la storia è fatta di rapporti di forza, e di “scelte” obtorto collo. Soprattutto quando si tratta di paesi strutturalmente deboli e inseriti in un «cortile di casa» assai inquietante. Il punto non è questo. Ciò che a mio avviso va compreso è che non bisogna chiedere a delle concrete esperienze storiche quello che esse non possono dare, sulla base della loro reale dimensione storico-sociale – nella fattispecie borghese al cento per cento. Coltivare illusioni sulla base di aspettative infondate è l’errore in assoluto più grave, per chi vuole conquistare un punto di vista davvero critico e radicale.

Per questo il mito della «rivoluzione cubana» – o cinese –, intesa come «una nuova via al socialismo», non fu un grande acquisto per i giovani che negli anni Sessanta e Settanta intesero rompere con il mito della «Russia Sovietica», ormai troppo consunto dai fatti. Surrogare la propria impotenza politica e sociale (da quando tempo l’Occidente non conosce un movimento sociale autenticamente rivoluzionario?) con modelli esotici non è stato un buon affare. A parer mio, beninteso.

UN ALTRO “SOCIALISMO” ANDATO A PUTTANE. E NON È UN MODO DI DIRE

Se ti diranno che ovunque il “socialismo” muore, fatti una risata e raddoppia il tuo buon umore. Non si è mai visto sulla faccia della Terra fiorire una pianta che non sia stata piantata. Fatti una risata, fatti una risata!

Adesso che il barbuto dittatore dell’Avana ha sanzionato ufficialmente la fine dell’«esperienza socialista» a Cuba, almeno per ciò che concerne l’economia, alcuni diranno: «il socialismo, al contrario del capitalismo, è una pianta che non attecchisce in nessun clima»; altri, magari versando qualche nostalgica lacrima, diranno che «anche a Cuba la Rivoluzione è stata tradita!» Oppure: «alla fine, il demoniaco Imperialismo Americano è riuscito a soffocare il Socialismo cubano». Corbellerie di “destra” e di “sinistra”.

In effetti, i fratellini di Cuba hanno dovuto prendere atto che il Capitalismo di Stato caraibico, entrato in una crisi irreversibile con la fine dell’Unione Sovietica che lo foraggiava (ruolo poi in parte assunto dalla dittatura petrolifera di Chávez), era da tempo un cadavere in putrefazione. Adesso il modello economico di Cuba è la Cina: liberalismo economico e autoritarismo politico – con un ruolo più forte giocato dall’apparato militare. Non si può vivere a lungo di turismo sessuale (già, le cubane si vendono bene sul mercato mondiale!), di traffico “illegale” di droga e di tabacco. Cuba può davvero diventare una perla capitalistica caraibica, e non è detto che non lo diventi prestissimo.

All’appello ora mi sembra manchi solo la Corea del Nord. Osso duro, per via del suo ricatto nucleare alle potenze mondiali. Ma è solo una questione di tempo...