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Capire la genesi della ricchezza sociale per capire la crisi economica

A quattro anni dal suo ingresso in scena, la crisi economica internazionale non sembra proprio intenzionata a togliere il disturbo. Anzi, col passare del tempo sembra averci preso gusto, a impazzare sulla scena sociale, e mese dopo mese non smette di sorprenderci con le sue inquietanti performance. Nata ufficialmente – e apparentemente – come crisi finanziaria, essa ha ben presto mostrato il suo aspetto industriale, e da ultimo ama vestire i panni del Debito Sovrano, sempre sul punto di trascinarci nel baratro del default.

Capire come nasce il nostro simbolico pane quotidiano significa individuare le cause essenziali dall’attuale crisi economico-sociale, in modo da mettere un valido strumento di lotta teorica e politica nelle mani di chi non vuole capitolare dinanzi alle sirene del «Bene Comune» e del populismo demagogico alla ricerca di capri espiatori: la Casta, gli Speculatori, i Banchieri, i Tedeschi, i Tecnocrati, il «Liberismo Selvaggio».

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Brossura, pp. 308, formato 15 x 23, copertina a colori.
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INNOCENTI EVASIONI… A chi giova il Grande Fratello Fiscale?

Com’è verde la mia tasca!

«Pagare tutti per pagare meno» è da sempre il mantra del cittadino onesto e ben disposto verso il Bene Comune, pregevole categoria sociologica verso la quale sono, come sa chi bazzica dalle mie parti, “antropologicamente” renitente. Diciamo che sono un cittadino diversamente onesto… D’altra parte, sul piano fiscale ho davvero poco da temere, per mancanza di materia prima pecuniaria; per cui non è il volgare interesse materiale – ahimè! – che mi fa parlare contro il Regime Fiscale passato, presente e futuro.

Quel mantra è soprattutto popolare presso il «popolo di sinistra», avvezzo al culto del Leviatano sin dalla nascita, grazie ai sacerdoti dello Statalismo di osservanza «comunista», e poi «postcomunista». «Ricorda Compagno che lo Stato siamo noi!» Non c’è dubbio: «lo Stato siamo noi» nel senso preciso che siamo noi a finanziarlo, attraverso tasse e balzelli di vario, e molte volte persino grottesco, tipo. Non solo lo Stato rappresenta gli interessi generali della classe dominante (prerogativa che a volte lo pone contro gli interessi che fanno capo a singoli gruppi e a singole fazioni di quella classe: proprio la scottante questione fiscale genera questa “dialettica” intercapitalistica); ma come se non bastasse il potere materiale, ideologico e morale dei dominanti fa sì che i dominati assumano il loro punto di vista sullo Stato. Alludo all’ideologia pattizia secondo la quale lo Stato democratico sarebbe uno strumento socialmente neutro posto al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza sociale: come Dio, il Sovrano tratta il ricco e il povero  alla stessa stregua.

Terrorismo fiscale. A chi giova?

E l’onesto cittadino aderisce con piacere a questa «religione civile», non per un difetto di intelligenza, ma in grazia di una grave indigenza sul piano della Coscienza. Così, invece di “indignarsi” dinanzi alle terroristiche campagne televisive anti evasione fiscale («L’evasore non è un tipo furbo, ma un ladro!», «Chi evade le tasse ruba anche te: digli di smettere! Anzi: denuncialo!»), il buon uomo applaude rumorosamente, forse perché ha qualche peccatuccio fiscale da farsi perdonare… «Oggi non ho chiesto al panettiere lo scontrino fiscale per quelle due pagnotte: Dio come mi sento ladro!» Mutuando una vecchia canzone di Vasco Rossi do un consiglio al cittadino onesto alle prese con il senso di colpa fiscale: fottitene dell’etica della responsabilità, ha fatto più vittime Kant del petrolio! L’etica della responsabilità rappresenta il manganello del Sovrano che ci minaccia da dentro, dagli abissi della «Legge Morale», e che ci obbliga a essere complici di una realtà che ci nega sempre di nuovo libertà e umanità.  Sennonché, il Leviatano è sempre affamato, e bisogna sfamarlo!

M’indigno!

L’ex Cavaliere Nero di Arcore soleva dire che se la pressione fiscale supera una «certa soglia naturale», il contribuente si sente moralmente legittimato ad evadere il fisco. Per questa ovvietà risaputa da sempre e in ogni parte del mondo, il Gran Puttaniere riceveva puntualmente le reprimende dei fiscalmente corretti: «Qui si istiga al ladrocinio!» Eppure la teoria economica e, soprattutto, la prassi parlano il rozzo linguaggio dello Statista meneghino. Per la teoria, basta leggere Giulio Einaudi, tanto per non scomodare personaggi di più alto lignaggio scientifico; per la prassi, basta chiedere agli artigiani, ai lavoratori autonomi, alle piccole e medie imprese, e via di seguito. Appena la Guardia di Finanza ed Equitalia si muovono, centinaia di partite iva vanno in malora. Che la pressione fiscale ha raggiunto in Italia livelli assai critici, lo riconoscono tutti, anche perché la magagna è vecchia quanto la Repubblica «nata dalla resistenza». Il «miracolo economico» postbellico in una non trascurabile misura è stato reso possibile anche dalla vasta area (industriale e commerciale) di evasione ed elusione fiscale verso la quale lo Stato mostrava una certa paternalistica comprensione. Bassi salari e «lavoro nero» hanno fatto la fortuna del capitalismo italiano negli anni Sessanta e successivamente, come nel caso dei distretti industriali del Nordest. La stessa agricoltura italiana è riuscita a mantenersi competitiva in certi settori solo grazie all’evasione fiscale e al lavoro nero, anche nell’accezione “razziale” del concetto. Quando Craxi, negli anni Ottanta, decise di far pesare anche «l’economia sommersa» nel calcolo del PIL, si scoprì che il Bel Paese stava davanti all’Inghilterra nella classifica dei Paesi più industrializzati del mondo: dopo il Mundial madrileno, un’altra gran bella soddisfazione per i colori nazionali!

Insomma, per la scalcinata struttura capitalistica italiana, l’evasione fiscale non è stata, e non è, un’aberrazione, ma uno dei modi in cui l’Azienda Italia ha fatto fronte alla competizione sistemica con ben più organizzati ed efficienti capitalismi. Ma due anime agitano da sempre il Leviatano tricolore: una brama ficcare le orribili zampe del mostro in ogni tasca e in ogni forziere, alla ricerca di risorse con le quali finanziare un Welfare sempre più costoso e insostenibile, nonché una macchina burocratica sempre più obesa e inefficiente; l’altra, più “filosofica”, è ben cosciente che tirare troppo la corda fiscale equivale a strozzare migliaia di «soggetti economici» che fanno “muovere” il PIL e danno occupazione, ancorché «nera» o non del tutto in linea con i parametri della legalità. La crisi del debito pubblico costringe l’anima riflessiva al silenzio, anche perché la politica deve in qualche modo saziare il «bisogno di equità» della gente sempre più torchiata dallo Stato. La classe dominante sa come alimentare l’invidia sociale dei nullatenenti e individuare il capro espiatorio da sacrificargli sull’altare del «Bene Comune». Va bene i sacrifici, purché siano equi!

Lei è fiscale, s’informi!

L’onesto contribuente crede davvero che l’Evasore sia il suo nemico mortale (a pari merito con lo Speculatore e il Banchiere), e collabora attivamente con il Leviatano al giro di vite nella sua macchina che tutto controlla e sanziona. È il caso dell’introduzione del denaro elettronico per le transazioni superiori ai mille euro. È stato osservato che nei Paesi più sviluppati il denaro cartaceo non circola quasi più, è roba sorpassata, buona per l’elemosina ai barboni, o per comprare un gelato ai bimbi. Certo, chi aspira a un capitalismo più moderno e fiscalmente irreprensibile ha ragione da vendere nel farlo notare. In effetti, oggi la lotta all’evasione fiscale ha tre target: 1. calmare la rabbia della gente tartassata, la quale ha bisogno di credere che tutti pagheranno la crisi (soprattutto «i ricchi»), e che domani, regolati i conti con gli evasori, il peso fiscale che grava sui «contribuenti onesti» inizierà a diminuire; 2. drenare risorse da destinare alla famelica macchina statale e 3. contribuire alla ristrutturazione del capitalismo italiano, la cui concorrenzialità sconta limiti molteplici e di vecchia data. Uno di questi limiti è rappresentato dalla stessa macchina statale, la cui struttura elefantiaca e le cui funzioni burocratiche da tempo non favoriscono i settori più produttivi, innovativi e dinamici del Paese, ma anzi ne frenano la spinta concorrenziale. Più che la lotta all’evasione fiscale, il vero problema è la lotta alla spesa pubblica improduttiva, la quale incide assai negativamente sul meccanismo di ripartizione del plusvalore smunto ai lavoratori.

Scriveva Ashoka commentando le «considerazioni finali» di Mario Draghi del giugno 2010: «Facciamo bene attenzione a ciò che ha appena detto Draghi. La manovra serve a ridurre la crescita della spesa pubblica a “solo” l’1% mentre nei dieci anni precedenti questa è invece cresciuta in media del 4,6%. Non solo ma sempre nello stesso periodo, in cui i governi in carica hanno propagandato la favola di un disimpegno dello Stato dalla vita dei cittadini, di sacrifici da fare per contenere la spesa pubblica nei parametri, giudicati eccessivi, imposti dal trattato di Maastricht, della privatizzazione di servizi prima forniti dallo Stato, di tagli e sforbiciate a sanità, istruzione e ricerca, bene proprio in quest’ultimo decennio il peso dello Stato nell’economia è aumentato di 6 punti in rapporto al PIL. Che cosa vuol dire? Che mentre ci raccontavano la favoletta del “pagare tutti per pagare meno” il conto da pagare continuava a salire inesorabilmente, come un parassita che lentamente divora il suo ospite» (Pagare tutti per pagare meno?,  dal sito Usemlab, economia e mercati, 5 giugno 2010). Il «parassita» ha i mesi contati?

Il Quarto Reich Tedesco è democratico, non nazista.

Mario Monti ha quindi ragione quando dice che i sacrifici bisogna farli per il bene del Paese, e non per che ce li chiede l’Europa (leggi: la Germania). Semmai, il bastone tedesco deve servirci da sprone: dobbiamo diventare un po’ tedeschi per meglio fare gli interessi dell’Azienda Italia. «Non ci conveniva diventare tutti Lombardi venti anni fa?», domanda con qualche ragione il leghista. Ecco perché sbaglia completamente l’analisi della situazione chi vede nel Governo Monti non più che un servo sciocco della BCE e del Sistema Finanziario Mondiale. Si pecca in superficialità e ingenuità.

Del fisco me ne infischio!

Per come la vedo io, lavoratori e classe media tartassata sbagliano di grosso se si lasciano coinvolgere nella patriottica gara a chi è più fiscalmente onesto: si tratta, all’opposto, di battersi contro il torchio del Capitale e del Leviatano, almeno con la stessa coscienza e determinazione che l’uno e l’altro esibiscono nell’opera di sfruttamento e di scuoiamento dell’onesto cittadino.

Ribellarsi all’oppressione padronale e fiscale non è giusto, è necessario! La richiesta di «maggiore equità» nella somministrazione dei sacrifici è finalizzata, per un verso a spezzare la già fragile capacità di resistenza delle classi subalterne, e per altro verso a mobilitarle nella lotta intercapitalistica (ad esempio, quella che vede gli «onesti» capitalisti industriali contrapporsi agli interessi degli «avidi e irresponsabili» speculatori). È la stessa «logica dei sacrifici» che va respinta al mittente, senza peraltro avventurarsi in scivolose «contromanovre finanziarie» che fin troppo facilmente prestano il fianco alle strumentalizzazioni di questa o quella fazione capitalistica, di questo o quel partito «responsabile e onesto». La strada che mena ai sacrifici  duri ma «equi e solidali» è asfaltata con tante buone intenzioni.

Leggere il mondo a testa in giù!

Nel suo ultimo saggio Sabino Cassese mette in luce la robusta continuità politico-istituzionale e sociale tra le diverse vicende storiche del Paese: tra la situazione postunitaria e quella preunitaria, tra il fascismo e lo Stato liberale, tra la Repubblica Democratica e il fascismo, tra la cosiddetta «Seconda Repubblica» e la «Prima». Egli lamenta una statualità debole, perché troppo invischiata in una prassi compromissoria che ha fatto dell’elusione, dell’evasione e della deroga al Diritto e all’etica il suo tratto distintivo. «In Italia è la società che domina lo Stato. Lo Stato è assente» (L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, 2011). Nient’affetto: ovunque nel mondo il Sociale domina sul Politico, il quale non può fare a meno di esprimere, in una forma più o meno adeguata, la situazione reale della «società civile», ossia la struttura di classe di un Paese e i conflitti sociali che in esso prendono corpo – a cominciare da quelli che nascono nello stesso seno delle classi dominanti intorno alla spartizione del bottino e alla direzione politico-ideologica dello Stato. Ciò che Cassese, sulla scorta di un astratto modello giuridico, sociale ed etico, registra come «statualità debole», in realtà è stato il modo in cui le classi dominanti e i gruppi politici dirigenti di questo Paese hanno cercato di esercitare e amministrare il loro potere a partire da rendite di posizione assai consolidate e radicate nel «Paese profondo», rispetto alle quali neanche alcuni settori delle classi subalterne sono, per così dire, innocenti: basti pensare ai lavoratori impiegati nello Stato, nel parastato e nelle grandi imprese assistite dal denaro pubblico. Quanto robuste e difficili da smantellare siano queste rendite parassitarie, lo testimonia la prima «manovra» montiana, la quale ha eluso l’enorme questione del costo dello Stato e del Welfare.

Ma le esigenze dell’accumulazione capitalistica spingono sempre più fortemente nella direzione di una radicale e drammatica ristrutturazione della società italiana, e il Diktat tedesco dà grande forza a questo «programma riformista». Quando la pannelliana Rita Bernardini, esponente di punta del solo partito che in Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di una «radicale» ristrutturazione della società italiana (in campo economico, politico, istituzionale, ecc.) afferma che «La più grande equità è quella di non far fallire il Paese» (La Stampa, 8 dicembre 2011), esprime esattamente la verità dal punto di vista del Paese, ossia delle classi dominanti. Manca ancora, e sempre più tragicamente, la verità elaborata a partire dal punto di vista delle classi subalterne.

STATALISTI, NON COMUNISTI!

«Una parte della borghesia cerca di portar rimedio ai mali sociali, per mettere in sicurezza l’esistenza della società borghese» (Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista).

L’articolo di Sergio Cesarotto (Liberisti, non riformisti) comparso oggi sul Manifesto è davvero sfizioso, soprattutto perché offre un’ennesima testimonianza di cosa è stato, e di cos’è nella sua fase residuale e, speriamo, finale, il cosiddetto «comunismo italiano».

Cesarotto prende le distanze dalla «destra liberista del PD», la quale cerca di impadronirsi del partito di Bersani sulla scia del «governo di responsabilità nazionale» di Monti, e rampogna severamente coloro che in quel partito hanno l’impudenza di scomodare il termine «riformista» per alludere a politiche che nulla avrebbero a che fare con quella parola «gloriosa del movimento operaio internazionale», «marxismo» compreso. Personaggi alla Ichino, al centro della polemica che si è accesa nel PD intorno alla sua natura politica (trattasi di partito «riformista»? o «liberista?» ovvero «liberalsocialista?»), sono, secondo il Nostro, «liberisti, non riformisti».

Un onesto Riformista, senza se e senza ma.

Il riformismo dei bei tempi, scrive Cesarotto, era un programma di governo basato su «riforme di struttura», mentre la «destra liberista» che ama presentarsi come «riformista» ha come suo obiettivo specifico il superamento dello Stato Sociale e la distruzione dell’architettura dei diritti conquistati dai lavoratori nei decenni che ci stanno alle spalle. Ichino, a ragione, obietterebbe che quest’ultimo programma configura delle «riforme di struttura».

«Qui giace Palmiro Togliatti, impiegato modello di rivoluzioni parastatali» (Indro Montanelli).

In effetti, le mitiche «riforme di struttura» vaneggiate prima dall’ala «riformista» della socialdemocrazia alla fine del XIX secolo, e poi dai cosiddetti «comunisti» fedeli a Mosca nel secondo dopoguerra, avrebbero dovuto trasformare «dall’interno» e pacificamente il capitalismo, fino a farlo capovolgere in socialismo: oplà! Se consideriamo che tanto i socialisti quanto gli stalinisti concepivano il «Socialismo» nei termini di un capitalismo di Stato più o meno «ortodosso», si comprende bene la qualità politica e sociale di quelle «riforme». Sotto quest’aspetto, ad esempio, si può senz’altro dire che Mussolini, incalzato dalla crisi del ’29, attuò non poche «riforme di struttura», e che il suo programma «anticapitalistico» di Salò va preso molto sul serio proprio alla luce del suo retaggio socialista e dell’esperienza della Russia di Stalin che egli non smise mai di lodare. «Fare come in Russia!» aveva avuto un preciso significato nel 1917, quando anche in Italia si stava formando un nucleo di veri comunisti, e il significato diametralmente opposto nel 1943, ai tempi della Repubblica Sociale Italiana e dello Stalinismo Internazionale.  Ma questo i «comunisti» che pregavano col viso rivolto verso Mosca (e poi anche verso Pechino) non potevano certo capirlo. È in questo «equivoco teorico» che bisogna inquadrare l’articolo di Cesarotto.

D’altra parte, ricordo benissimo che Il Manifesto stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale, perché in fin dei conti il vecchio MSI conservava «un’anima sociale» che mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore. Dopo il Partito che fu di Berlinguer, anche il Partito che fu di Almirante si era convertito alla nuova religione «neoliberista»: che tempi! Con ciò il cosiddetto «Quotidiano Comunista» mostrava il suo stretto legame con la «gloriosa» tradizione del «movimento comunista italiano», da Togliatti a Berlinguer.

Il Manifesto preferito dal Nostromo.

Il riformismo, di «sinistra» o di «destra», è, al contempo, una prassi sociale e un’ideologia, con la quale la classe dominante esercita il suo controllo sulle classi subalterne. In Italia c’è stata poca prassi riformista, e molta ideologia riformista, e questo soprattutto a causa della struttura sociale del Paese (pensiamo solo alla secolare «questione meridionale», con le sue “ricadute” sociali e politiche di ampio spettro). Oggi le «riforme di struttura» segnano la differenza tra la ripresa e l’ulteriore decadenza del capitalismo italiano. Gli italici riformisti fanno dunque bene a tifare per Giavazzi, Ichino, Monti e Marchionne. Per quanto riguarda quelli del Manifesto, essi sono «statalisti, non comunisti».

LA FILOSOFIA DI BIFO E QUELLA DEL CAPITALE

carnaval è melhor

Due cose condivido dell’articolo di Franco Berardi, in arte Bifo, comparso sul Blog di MicroMega il 21 Novembre (Nessuna sconfitta per Berlusconi): l’idea che la linea politica di Berlusconi non è stata affatto sconfitta, come i gonzi dell’Antiberlusconismo più ottuso sono indotti a credere dai loro capi («Il nuovo Presidente del Consiglio, ancor prima di avere ottenuto la fiducia, dichiara le sue intenzioni in un articolo scritto per il Corriere della sera. In questo articolo parla di “due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne”. Le due azioni socialmente più violente e devastanti dell’era Berlusconi sono così assunte come linea direttrice del nuovo governo»); e che il Carnevale è da preferirsi, e di gran lunga, alla Quaresima – «Un Ministro del nuovo governo, il cattolico Mario Riccardi, ha sintetizzato il nuovo stile dicendo che “dopo il Carnevale viene finalmente la Quaresima”. Contento lui». Naturalmente per Carnevale non alludo allo stile «lascivo» e casinaro del presunto Sultano di Arcore, ma alla nota festa popolare che sembra avere nel Brasile il suo «luogo naturale».

Occupy Wall Street: il Movimento che piace alla gente che piace

Per il resto Bifo argomenta tesi che più volte ho preso di mira su questo Blog; tesi peraltro largamente condivise a «Sinistra» come a «Destra», fino a costituire un vero e proprio mantra della crisi recitato soprattutto nel movimento che piace alla gente che piace: quello che ha in Zuccotti Park la sua più celebre location. In primis, la tesi regina che individua praticamente nel solo Sistema Finanziario la causa della «situazione catastrofica in cui si trova l’Unione europea». A mio avviso il circolo vizioso della crisi economica che ha investito i paesi di più vecchia tradizione capitalistica ha il suo centro motore nel processo di accumulazione «primario» (industriale): solo quando il suo ritmo ha rallentato, a causa di un sempre più declinante saggio del profitto, la stratosferica dimensione del castello speculativo ha iniziato a costituire un problema per l’economia internazionale nel suo complesso. Prima, invece, anche le più ardite e chimeriche attività finanziarie hanno concorso ad ampliare e a sostenere la cosiddetta «economia reale», soprattutto attraverso il finanziamento del consumo, industriale e privato.

Abbattere ogni limite che gli si para dinanzi è l’imperativo categorico a cui necessariamente deve rispondere il capitalismo (sans phrase, senza altre aggettivazioni che tendono a depistare il pensiero che va alla ricerca delle cause radicali dell’attuale crisi). Pensare al sostegno dell’economia «reale» attraverso il finanziamento del consumo nei termini di un doping economico, significa non aver compreso la dialettica interna all’accumulazione capitalistica, rispetto alla quale tutti i fattori della produzione, del finanziamento e del consumo devono essere costantemente in eccesso, affinché il cavallo possa correre indisturbato nella verde prateria del Profitto.

IL CAPITALE CHE RIDE

L’eccesso è la condizione normale dell’economia capitalistica, a differenza dei modi di produzione che l’hanno preceduta, i quali soffrivano di una costante penuria di mezzi materiali (uomini, materie prime, tecnologie) e finanziari. Gli individui stanno meglio adesso, nel mondo dell’eccesso, della perenne esuberanza dei «fattori produttivi» e della bulimia consumistica, o quando «si stava peggio», nel mondo della penuria? La mia risposta è che nelle società classiste il peggio è sempre, e non cessa di peggiorare, se così posso esprimermi. E siccome anche il Male non è privo di un’intima dialettica, oggi si dà la possibilità materiale di superare in avanti – non indietro, in direzione di chimeriche «decrescite» – la vigente società capitalistica mondiale.

È la stessa natura selvaggia e smisurata dell’accumulazione capitalistica che, a un certo punto, ne genera prima il rallentamento, poi lo stallo, e infine, se le ragioni della sua sofferenza sono «strutturali» (ossia interne all’onesto processo di valorizzazione del capitale mediante lo sfruttamento della capacità lavorativa), l’avvitamento nella spirale della crisi. A questo punto tanto il Sistema Finanziario, quanto il Welfare mostrano la loro necessaria dipendenza dall’accumulazione capitalistica. Di qui ciò che Bifo chiama, stigmatizzandola in quanto catastrofica follia, «la filosofia della classe finanziaria europea» (della quale Monti non sarebbe che un servo sciocco), ossia il credere «che il nemico principale è l’inflazione, che la riduzione dei salari aiuta la crescita, e che la crescita infinita è l’alfa e l’omega».

Tu chiamale se vuoi, illusioni...

Ma le cose, dal punto di vista dello status quo sociale nazionale e internazionale, cioè a dire dal punto di vista della «formica» Germania che non vuole finanziare il debito sovrano delle «cicale» tipo Grecia e Italia (non a caso la Lega Nord è nata nell’area più capitalisticamente avanzata e dinamica del Bel Paese); e dal punto di vista del capitale industriale assetato di plusvalore e azzoppato dalla spesa pubblica improduttiva, danno ragione a quella «filosofia». «La loro filosofia di tagli, privatizzazioni e spostamento delle risorse pubbliche verso il sistema bancario» è la «filosofia» del Capitale in questa critica fase storica.

Brueghel il Vecchio, La battaglia tra il Carnevale e la Quaresima

A ragione (la ragione del Sistema Paese, ossia del capitalismo italiano) Mario Monti ha lodato – salvo una sempre possibile ritirata diplomatica a uso e consumo della maggioranza bulgara che lo sostiene – Mariastella Gelmini e Sergio Marchionne: «Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili». Ma ancora non basta: bisogna osare di più nella necessaria opera di «macelleria sociale», per il «Bene Comune», si capisce.

CHIMERE RIFORMISTE INTORNO ALLA CRISI ECONOMICA

La lettura del saggio Come uscire dalla crisi e vivere meglio (autori vari, a cura di Andrew Watt, Andreas Botsch e Roberta Carlini, Edizioni dell’Asino, 2010) mi offre l’occasione di ribadire e precisare meglio (almeno si spera!) alcuni miei concetti intorno all’attuale crisi economica e alla natura sociale del capitalismo mondiale del XXI secolo. Non sono che glosse marginali che offro al lettore come contributo per una lettura critica dell’attuale momento storico. Il riformismo presuppone un capitalismo riformabile nelle sue «strutture portanti». Ancora nel XXI secolo il pensiero critico-radicale si vede costretto a confrontarsi con questa gigantesca balla speculativa. Ci vuole davvero molta pazienza!

Almeno un merito bisogna pur riconoscerlo al libro Come uscire dalla crisi e vivere meglio: quello di proclamare apertamente che secondo i suoi autori si tratta di riformare il capitalismo, e non di partorire un’ennesima chimera sociale, magari chiamata «socialismo». Detto questo, il testo non è, a mio modesto giudizio, che una collezione di luogocomunismi progressisti, più o meno statalisti, più o meno decrescisti. Analisi e ricette trite e ritrite offerte al lettore alla stregua di assolute e «rivoluzionarie» originalità. La modestia dottrinaria del «think tank» che ha collaborata alla stesura del libro appare in tutta la sua imbarazzante dimensione dai passi che seguono: «I libri di testo ci dicono che la funzione strategica del sistema finanziario è quella di indirizzare i capitali verso le attività più produttive … Se i profitti e i compensi nel settore finanziario crescono e continuano a crescere, questa è una prova a priori di inefficienza, non di efficienza» (Helene Schuberth, Per una finanza al servizio della società, in Come uscire…, p. 68). I libri «maledetti» insegnano invece che il sistema finanziario, nato nella sfera dell’accumulazione capitalistica come eccezionale strumento di concentrazione di capitali, si è col tempo in parte autonomizzato dal sistema industriale che pure lo ha generato. Questo non in virtù di chissà quale magagna antropologica («l’avidità insita nell’uomo!»), o in grazia di qualche errore di calcolo degli imprenditori (inseguire la chimera di «fare denaro a mezzo di denaro»), ma a cagione dei cambiamenti intervenuti nella stessa struttura industriale, nonché nel processo economico allargato in generale.

«Se i profitti e i compensi nel settore finanziario crescono e continuano a crescere» ciò non attesta affatto l’inefficienza del sistema economico capitalistico, ma, per un verso, ne conferma la natura sociale disumana (è infatti la ricerca del massimo profitto, e non il «Bene Comune», il motore di tutte le attività economiche); e per altro verso segnala un’increspatura in quella che nel moderno sistema capitalistico è diventata una tendenza storica. Alludo alla caduta tendenziale del saggio di profitto nella cosiddetta «economia reale». La concorrenza tra le grandi imprese industriali genera una rincorsa ai miglioramenti tecnologici e organizzativi che se rendono più produttivo il lavoro, innesca al contempo sempre più frequentemente una sofferenza nel saggio del profitto, schiacciato da una sempre più alta composizione organica del capitale (si tratta del rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione, scienza incorporata, e il capitale investito in capacità lavorativa). In termini marxiani, cresce la massa del profitto (a causa dell’aumentata produttività del lavoro per singolo «addetto»), e contemporaneamente si restringe, sempre in modo relativo e tendenziale (il solo assoluto che il capitalismo conosce è la ricerca del massimo profitto), il «margine di profitto», ossia il rendimento del capitale industriale complessivamente investito in una data produzione. La produttività del lavoro tende in date circostanze a non remunerare più nella giusta proporzione il capitale investito proprio per conseguire l’obiettivo della massima produttività.

Il circolo virtuoso dell’accumulazione capitalistica tende dunque sempre più spesso a farsi vizioso: di qui l’emigrazione di aliquote sempre più importanti di capitali verso la sfera finanziaria, la quale promette profitti più grassi e più facili. La stessa competizione industriale, basata su tecnologie sempre più sofisticate e costose, e che si dipana in un agone di respiro mondiale (di qui il sorgere e lo spadroneggiare delle multinazionali), nella misura in cui necessita di capitali sempre più ingenti, espande e rafforza il sistema finanziario, il quale da ancella dell’«economia reale» si è trasformato, alla fine del XIX secolo, in una funzione che sfrutta lo stesso capitalista industriale – come ebbe modo di rilevare già Marx dal suo osservatorio sociale privilegiato: la metropoli londinese. Detto questo, occorre osservare che sulla base del capitalismo del XXI secolo non ha alcun fondamento teorico ed empirico separare la «sfera industriale» da quella finanziaria, a causa dell’inestricabile e necessario intreccio che si è realizzato – e che deve realizzarsi sempre di nuovo – tra le due «sfere». Analogamente non ha alcun senso tracciare una differenza «ontologica», o etica, tra Finanza Buona e pratiche finanziarie speculative, e quindi cattive. Cattivo (disumano) è il capitalismo tout court!

Ad esempio, espandendo le funzioni creditizie, anche attraverso le prassi cosiddette speculative, il sistema finanziario dà modo alle industrie di poter contare su un’enorme domanda capace di pagare, la sola domanda che, come ricordava il solito Marx, interessa al capitale: il bisogno che non ha questa capacità semplicemente non esiste. Necessariamente. «”In un modello di bassi salari come quello Usa, il sostegno al consumo può venire solo dal credito”, dice un ex banchiere centrale europeo» (La Grande Crisi, p. 34, Il Sole 24 Ore Editore, 2008). Nel 1999, ossia nel momento in cui il ciclo espansivo iniziato agli inizi degli anni ’90 sembrò declinare, Bill Clinton firmò il Gramm-Leach-Bliley Act, considerato universalmente la più radicale riforma bancaria statunitense dalla depressione in poi. Si trattava di facilitare l’accesso al credito da parte di imprese e famiglie. L’anno successivo il Commodity Futures Modernization Act, che deregolamentava il trading dei cosiddetti derivati, completò il quadro legislativo teso a sostenere il consumo produttivo (industriale) e familiare. Sono anni nei quali nel Bel Paese ci si spertica, a «sinistra» come a «destra», in giubili nei confronti del Nuovo Verbo Economico declinato negli Stati Uniti. Il futuro «colbertista» Tremonti fu in quegli anni uno dei massi sacerdoti italioti della Santa Deregulation. Insieme a D’Alema.

Insomma, imputare l’odierna crisi economica al fallimento del «capitalismo finanziario» è quantomeno riduttivo, e quasi sempre politicamente tendenzioso. Infatti, alla ricerca di capri espiatori da sacrificare alle masse frustrate sull’altare di politiche «lacrime e sangue», le classi dominanti dipingono come buona e giusta l’«economia reale», e come cattiva e immorale l’economia finanziaria. Anche nel ’29 andò così: l’apparenza delle cose fa sì che il sistema finanziario appaia come l’inizio e la fine del Male.

Per quanto mi riguarda, preferisco parlare di capitalismo, capitalismo tout court, senza alcun’altra specificazione e aggettivazione, proprio per rimarcane il carattere necessariamente unitario e contraddittorio, per evidenziare l’intima connessione che insiste tra tutti i suoi momenti (produzione, commercializzazione, finanza, speculazione finanziaria, e via di seguito). Inutile dire che sul piano politico come su quello etico chi scrive non ha alcuna preferenza per nessuno di questi «momenti».

«Tutto ciò che possiamo fare è limitare tali rischi mediante un ridimensionamento delle attività delle banche. È questa l’idea sottostante alla cosiddetta “banca minima” che fu il principio essenziale del Glass-Steagall Act, introdotto negli Stati Uniti all’indomani della Grande depressione, e di simili provvedimenti legislativi in diversi paesi europei» (Paul De Grauwe, Il futuro delle banche, in Come uscire…, p. 34). Con quali risultati? Avete già capito: risibili. E «dialettici», come nel caso del Glass-Steagall Act: «I legislatori del New Deal che nel 1932 avevano creato il famoso Glass-Steagall Act non avevano previsto una crepa. Per assicurare maggiore stabilità al sistema finanziario, avevano creato normative separate per le banche commerciali e le banche d’investimento … La conseguenza ultima di questa situazione è stata che le finanziarie hanno soppiantato gradualmente le banche nel settore dei servizi finanziari. Inoltre, i soggetti debitori – imprese non finanziarie, industriali o commerciali – hanno cominciato sempre più a operare in prima persona, scavalcando le banche e rivolgendosi direttamente al mercato con le proprie promesse di pagamento» (S. Strange, Denaro impazzito, p. 56, Edizioni di Comunità, 1999). La dialettica sociale insegna che nella misura in cui esiste un bisogno reale, di qualsiasi genere esso sia, deve necessariamente prendere corpo la funzione (lo strumento) idoneo a soddisfarlo. Ricordiamoci il grande contributo che i banchi misericordiosi ispirati dal Pio Francesco d’Assisi diedero allo sviluppo di una più moderna funzione creditizia. La prassi sociale, come ben sapevano Adam Smith e Friedrich Hegel, conosce più di un’astuzia.

Da sempre mettere in qualche modo le braghe al capitale, soprattutto a quello finanziario, è stata la chimera inseguita dal pensiero statalista d’ogni tendenza politica. Il desiderio degli statalisti si è puntualmente rivelato non più che una pia illusione, peraltro quanto mai reazionaria sul piano politico-sociale nella misura in cui ha evocato – e continua a evocare – il Leviatano come il Sovrano che deve sorvegliare e punire i detentori di capitali ostili al fantomatico «Bene Comune». Del resto, il benecomunismo dei nostri giorni è il degno erede dello statalismo fascio-stalinista dell’altro ieri e del «cattocomunismo» di ieri. Si perde magari il pelo politico (troppi muri sono caduti sulla testa, nevvero?), ma non il vizio ideologico di considerare lo Stato, questo mostro a sangue freddo, un’entità sotto ogni rispetto superiore a confronto del «privato», sentina di tutti i vizi.

Pensare che si possa comandare al capitale il percorso che esso deve imboccare per rendere virtuoso il processo economico (ossia per alimentare sempre di nuovo la prassi che sfrutta la capacità lavorativa in vista del profitto), significa non aver capito nulla intorno alla natura storico-sociale del capitalismo. Il capitale va dove lo porta la ricerca del massimo e più immediato profitto, non dove lo porta il cuore o il bisogno sociale astrattamente considerato. Esso è estremamente selettivo, e lo è necessariamente. Ogni altra considerazione è da giudicarsi ideologica, ossia frutto di un pensiero che non parte dai dati reali della prassi sociale, i quali comunque non stanno alla superficie, ma nel profondo della struttura sociale; ma che muove da presupposti puramente ideali. Ad esempio, considerare il denaro (e analogo discorso vale per il mercato) una mera tecnologia economica, uno strumento neutro sul piano sociale, e non invece l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, significa appunto fare dell’ideologia.

Un esempio a suo modo esemplare di ideologia: «Con l’innovazione finanziaria è cambiata la funzione delle banche: prima trasformavano i rischi, adesso li espandono a tutta la collettività. Ma la finanza è un bene pubblico e in questa direzione va riformata: nel futuro sistema bancario gli istituti di credito dovranno svolgere un servizio pubblico in condizioni di trasparenza, senza commistioni con tecniche e strumenti tipici del “sistema bancario ombra”» (Helene Schuberth, Per una finanza al servizio della società, p. 62). Qui peraltro si rende evidente, alle spalle della stessa consulente della Banca nazionale d’Austria, come per bene pubblico si debba intendere il bene del Capitale. Buoni propositi di analogo tenore si leggono nella vastissima letteratura economica scritta dopo ogni crisi, finanziaria o «reale», almeno dalla fine del XIX secolo in poi. Con quali risultati è a tutti noto. La coazione a ripetere dei disastri economici non ci parla di una società che non è capace di imparare dagli errori, nonostante la straordinaria potenza della sua dotazione scientifica; né ci suggerisce di indagare in qualche magagna antropologica dei suoi associati: essa rimanda piuttosto alla radice di questa società, la quale vive letteralmente di valori di scambio, ossia di meri contenitori di profitti. Per questo scrivere che «Sarebbe necessario ricostruire tutto l’edificio su fondamenta nuove, basate sul sostegno allo sviluppo dell’economia reale» (Vincenzo Comito, Come cambiare il sistema finanziario, in Come uscire…, p.17), significa davvero avere la testa tra le nuvole, significa non capire che la madre di tutte le magagne si annida proprio nella mitica «economia reale».

Infatti, solo sulla sua base può prendere corpo il mostruoso sistema finanziario che conosciamo, «sistema bancario ombra» compreso. L’insaziabile fame di profitti che ossessiona il Capitale ha generato il sistema finanziario, una speculazione finanziaria sempre più spinta e, dulcis in fundo, l’Imperialismo moderno, la cui genesi storica è da ricercarsi proprio in quella esportazione di capitali che rappresenta al meglio la natura aggressiva della società che ha il profitto come misura d’ogni cosa.

La «Legge del valore» non regola solo la produzione delle merci e la proporzione in cui viene distribuito il lavoro sociale (com’è noto il capitale investe nei settori industriali più promettenti sul terreno della redditività); essa determina in modo più o meno diretto anche l’investimento di capitali in quelle sfere dell’economia che non hanno un rapporto diretto, e spesso nemmeno mediato, con la cosiddetta «economia reale». Il fatto che il capitale cerchi fortuna fuori della sfera che genera il fondamento di ogni tipo di profitto e di rendita (alludo, naturalmente, al plusvalore «smunto» ai salariati occupati nell’eticamente corretta «economia reale»), non contraddice quella «Legge» ma semmai la conferma in pieno, mettendo bene in luce come per il Capitale, a iniziare da quello industriale benedetto da politicanti, sindacalisti ed economisti progressisti, il solo valore che conta è quello «di scambio». I bisogni degli individui oggi sono mere opportunità di profitto.

La testa di chi raccomanda una stringente regolamentazione dei mercati finanziari è completamente immersa nell’ideologia, e la realtà non si fa certo scrupolo di smentirne sempre di nuovo le illusioni. Gli anni Trenta del secolo scorso hanno dato l’impressione che la politica si fosse infine ripresa lo spazio di iniziativa autonoma che l’economia le aveva sottratto, riducendola a sua ancella. In Italia e in Germania nacquero addirittura movimenti politici che non disprezzavano la prosa anticapitalistica. Com’è noto, Mussolini e Hitler amavano affettare pose «antiborghesi», con grande seguito popolare, peraltro.

Dopo l’ubriacatura del «liberismo selvaggio» (o laissez faire che dir si voglia) che aveva portato l’Occidente a infilarsi nel primo massacro mondiale e nella catastrofe economica del ’29, sembrava che il politico si fosse finalmente imposto sull’economico, dettandone le regole. Appunto, sembrava. La politica dirigista degli anni Trenta, culminata necessariamente nella Seconda Guerra mondiale (questa necessità oggi non è più negata da nessun serio economista in circolazione), al netto dei suoi disastrosi errori di valutazione, si mise completamente al servizio del Capitale, tentando empiricamente di implementare quelle misure economiche che parevano idonee a riattivarne il processo di accumulazione. «Si può ricordare, al riguardo, anche l’avvertimento di Keynes di non intaccare i salari nominali, ma di operare piuttosto, attraverso il salario reale, un necessario abbassamento del reddito degli operai … nella misura in cui la revisione keynesiana rimanda al di là della teoria classica, essa non rinvia a un futuro migliore, ma a un futuro fosco» (F. Pollock, La revisione keynesiana del liberismo economico, 1936, in Teoria e prassi dell’economia di piano, p. 198, De Donato, 1973). Fino a che punto fosco oggi lo sappiamo.

Mentre alcuni ritengono che un’«economia mista» che favorisca il settore pubblico rispetto a quello privato, possa fare aumentare rapidamente il PIL, altri sostengono esattamente il contrario. Entrambi i punti di vista non prendono in considerazione il solo fattore che conta ai fini dell’accumulazione capitalistica: la redditività dell’investimento. In assenza di questo dato dirimente del problema non c’è dirigismo statale che possa comandare all’accumulazione di alzarsi e di camminare.

Da oltre un decennio si parla, con accenti sempre più miracolistici, della Tobin tax, e naturalmente anche nel libro in questione vi compare come l’ultima parola del progressismo mondiale. Vediamo cosa ne pensava l’economista Susan Strange, universalmente considerata un’autorità in materia di finanza e di economia politica internazionale (morta nel 1998): «L’obiettivo dovrebbe essere quello di scoraggiare quelle transazioni speculative rese possibili dagli scambi di futures, senza deprimere gli investimenti esteri diretti di natura produttiva … Un dubbio che si pone è se chi vuole realizzare un profitto speculativo possa davvero essere trattenuto da una tassa del 5 per cento» (Denaro impazzitolo, p. 260). No, non può esserlo. Dal canto suo, un altro guro dell’economia mondiale, George Soros, da almeno un decennio auspica la creazione di una Banca Centrale Internazionale che agisca da vero e proprio prestatore d’ultima istanza per imprese e Paesi, sorvolando sulle implicazioni politiche di portata mondiale che una simile istituzione finanziaria necessariamente avrebbe. Lo vediamo in questi giorni a proposito della moneta comune europea e della crisi del debito sovrano nell’area del Marco, pardon dell’Euro… «È superfluo dire che le prospettive di istituire una banca centrale internazionale sono piuttosto remote, quantomeno nelle attuali condizioni politiche!» (G. Gilpin, Le insidie del capitalismo globale, p. 154, Università Bocconi Editore, 2001). Già, è superfluo.
Come ho cercato di chiarire, la chimerica illusione di poter far soldi con i soldi, senza sporcarsi le mani nell’onesto sfruttamento della capacità lavorativa, ha un solidissimo fondamento reale, non è affatto «campata in aria». Anzi, l’«apparenza ingannevole delle cose» sembra darle più di una ragione. Poi giunge la crisi e il gigantesco castello di carta si mostra per ciò che è sempre stato: una fittizia moltiplicazione di valori altrettanto fittizi, salvo quelli, davvero esigui in confronto ai valori derivati, generati nell’«economia reale». Anche la speculazione finanziaria si comprende nella sua effettiva genesi e nel suo intimo significato solo a partire dall’accumulazione capitalistica «reale», mentre chi la mette in relazione alla sola accumulazione monetaria ne coglie solo la dinamica di superficie.

Sulla base del modo di produzione capitalistico, il quale ha nel denaro «la merce universale, la merce “par excellence”», in quanto essa esprime immediatamente e violentemente il carattere sociale del lavoro; su questa base contraddittoria ed eterea (il lavoro sociale vale in quanto creatura astratta) l’autonomizzazione del capitale monetario è un fatto necessario, ancorché gravido di conseguenze non sempre gradevoli per gli stessi capitalisti e per la società in generale. «Fin quando il carattere sociale del lavoro si presenta come l’esistenza monetaria della merce, e quindi come una cosa estranea alla effettiva produzione, le crisi monetarie sono ineluttabili, a prescindere dalle crisi effettive o come aggravante di esse» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 1262, Newton, 2005). La crisi che si trascina ormai da quasi cinque anni nei paesi di più vecchia tradizione capitalistica ha esattamente questa natura bivalente: essa è stata generata a partire dal Sistema Finanziario, ma come sintomo di una difficoltà registrabile a livello dell’accumulazione capitalistica «primaria» (industriale).

La «componente finanziaria» della crisi ne ha poi ulteriormente ispessito la «componente reale», realizzando quel circolo vizioso caratteristico delle Grandi Crisi. Ad ogni modo, la chiave d’interpretazione e di soluzione del problema si trova, a mio avviso, nel processo di accumulazione «primario»: solo quando l’investimento produttivo (di plusvalore) incrocerà nuovamente il sentiero della redditività, il ciclo economico potrà superare l’attuale grave congiuntura, la quale necessariamente deve mettere sotto pressione anche il cosiddetto Welfare. Che quest’ultimo non abbia un immediato rapporto con il processo che produce la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica, è cosa che possono sostenere solo i ciucci della Scienza Economica. Nel capitalismo nessun pasto è gratis e la manna non cade dal cielo. Per questo la lotta contro la spesa pubblica improduttiva, contro le rendite finanziarie e contro tutti i ceti «parassitari» che a diverso titolo spillano plusvalore a detrimento dell’accumulazione capitalistica, si accende come non mai nei momenti di acuta crisi economica. Questa lotta per spartirsi una torta diventata improvvisamente troppo esigua non può non avere un suo puntuale riscontro nella politica interna e internazionale. Anche i proponenti di «finanziarie alternative, eque e solidali, nonché ecosostenibili» sono parte organica di questa lotta per il potere economico e politico (in una sola parola: sociale).

«La crisi ha ridotto il sistema finanziario a un campo di rovine. Pressoché nessuno dei fondamenti teorici e dei meccanismi di funzionamento del sistema ha retto alla prova. Sarebbe necessario ricostruire tutto l’edificio su fondamenta nuove, basate sul sostegno allo sviluppo dell’economia reale, nonché su una maggiore equità nell’allocazione delle risorse a livello territoriale, di dimensioni di impresa, di classi sociali. In assenza di una tale opera di rinnovamento, anche l’eventuale ripresa dell’economia reale non potrà poggiare che su basi precarie» (Vincenzo Comito, Come cambiare il sistema finanziario). Ma il capitalismo è «precario» per definizione! La sua mostruosa vitalità impone a tutti di vivere pericolosamente. A parte ogni altra considerazione sul solito piagnisteo equosolidale sulla demoniaca finanza.

Il riformismo presuppone un capitalismo riformabile nelle sue «strutture portanti». Ancora nel XXI secolo il pensiero critico-radicale si vede costretto a confrontarsi con questa gigantesca balla speculativa. Ci vuole davvero molta pazienza!

BANCAROTTINCULO

C'è grossa crisi, e si vede!

Per una vita ho lottato contro i falsi comunisti (stalinisti, maoisti e robaccia avariata di varia confezione); oggi mi tocca fare i conti con i luogocomunisti e i benecomunisti, peraltro in gran parte residui più o meno presentabili della «sinistra storica» di matrice gramsciano-togliattiana. Ossia, i falsi comunisti con altri mezzi. Ma cosa ho fatto di male al Padreterno per meritare un simile destino? Forse aveva ragione mia madre quando, notando che le «larghe masse» si tenevano rigorosamente lontane dal figlio, mi diceva: «Hai voluto la teoria critico-radicale? e adesso pedala!» Più facile a dirsi che a farsi, mammina!

Pedalo, e contro chi ho avuto la ventura di imbattermi ieri? Con il benecomunista («la moneta è un bene comune»: se questa non è istigazione a delinquere…) Andrea Fumagalli, teorico di punta del cosiddetto capitalismo cognitivo. «Di punta»? Non oso immaginare il livello teorico e politico delle retrovie. Questa volta però la mia critica può riposare: essa può infatti tranquillamente appoggiarsi al pezzo di mrz “Antagonismo in bancarotta”.

Parassitariamente rinvio ai miei scritti “economici” scaricabili dal Blog (soprattutto La Notte Buia e la Vacca Sacra e La Manna non cade dal Cielo!), e mi limito a copiaincollare alcuni brani tratti dalla Notte buia come risposta a quanto segue:

«Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia […] Ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione» (A. Fumagalli, Il diritto al default come contropotere finanziario, Il Manifesto on line, 01 09 011. «Contropotere finanziario»: ho letto bene? Sì! Meditate gente, meditate).


«Assicurare la continuità sociale del processo di valorizzazione del capitale è la fondamentale missione storica dello Stato capitalistico, che esso cerca di assolvere in competizione con le organizzazioni statuali degli altri Paesi. Infatti, la ripartizione del plusvalore è diventata da tempo una questione mondiale, secondo la più intima essenza del capitale, il quale per vivere deve necessariamente spezzare ogni limite (politico, geografico, razziale, sessuale, ideologico, etico, ecc.) che gli si frappone. In questo peculiare senso il Capitale si fa globale. Il moderno imperialismo ha qui la sua radice più forte. La crisi economica di questi giorni ricorda ai teorici del post imperialismo come il carattere internazionale delle transazioni economiche non esclude per nulla la vigenza di capitali basati nazionalmente, anzi li presuppone».

«Il limite del capitale non è quindi esterno (i limiti essoterici esso sa superarli benissimo), ma interno, e consiste nel fatto che solo il lavoro vivo consumato nel processo produttivo di beni materiali, che nel mercato diventano merci, è in grado di creare plusvalore, ossia valore ex novo che si aggiunge a quello già esistente. Il lavoro impiegato nella sfera della circolazione, benché produttivo di profitto per i singoli capitali che lo sfruttano, non produce plusvalore, ma permette a quei capitali di mettere le mani sul caldo latte smunto altrove, nelle fabbriche cinesi come nelle fattorie americane, nelle industrie giapponesi come nei distretti dell’Italia del Nord, e così via, su e giù per i verdi pascoli della valorizzazione capitalistica».

Cazzoconfusismo

«Lo sviluppo del cosiddetto «capitalismo cognitivo», al netto della tanta fuffa ideologica che gli hanno appiccicato i teorici del post-tutto, si inquadra perfettamente nella dialettica sociale appena abbozzata: lungi dal rivoluzionare la legge del valore esso ne è piuttosto un risultato necessario nel periodo della sottomissione reale del lavoro e della società al capitale. Pr un verso il processo economico capitalistico – che è processo di creazione e di accaparramento di valore e plusvalore – diventa sempre più scientifico, e per altro verso il capitale si impadronisce di tutte le sfere economiche ed esistenziali della società, facendo di essa una gigantesca occasione di profitti. Il fatto che i «lavoratori cognitivi» esterni alla fabbrica siano consumati produttivamente, in maniera diretta e indiretta, dal capitale industriale, non significa che essi producano plusvalore, ma che essi sono diventati indispensabili al processo produttivo alla stregua delle macchine, delle materie prime, del lavoro vivo, e via di seguito. Il loro compenso rappresenta per il capitale un costo che si scarica sul valore delle merci senza «figliare» quel magico plus che solo il lavoro vivo consumato dentro la fabbrica riesce a creare».

«A mio modesto avviso seguendo il filo rosso della legge del valore è possibile non smarrirsi nella complessa apparenza creata dal velo monetario e dal velo tecnologico. Marxianamente – o dialetticamente – qui apparenza non sta per irrealtà, ma ha il significato di una realtà che si mostra tra contraddizioni, paradossi e capovolgimenti d’ogni sorta, come se la società avesse il demonio in corpo».

«Il capitalismo ha certamente mutato radicalmente volto, fino a rendersi irriconoscibile rispetto alla sua metaforica foto scattata nel XIX secolo (non da Marx: egli non fu mai né un fotografo né un operatore cinematografico della realtà sociale, ma piuttosto un esploratore delle sue profondità); ma la sua più intima natura è la stessa analizzata, criticata e condannata – sul piano storico, politico e umano, ma non moralistico – dal comunista tedesco. Di più: questa natura si è piuttosto straordinariamente rafforzata ed espansa col tempo, rendendo tra l’altro possibile lo sviluppo delle teorie che stanno alla base del certificato di morte stilato in riferimento a un cadavere (la marxiana legge del valore) più vivo che mai. Questa tesi, che cercherò di argomentare nelle pagine che seguono, fa di me un ennesimo avvocato d’ufficio del vecchio barbuto di Treviri? Io non credo, anche perché Marx continua a difendersi bene da solo, almeno rispetto a chi si prende la briga di leggerlo di prima mano, e non si affida a letture di terza e di quarta mano, al sentito dire e al luogocomunismo che nel corso dei decenni si è accumulato intorno al Capitale, forse, dopo la Bibbia, il testo più citato e meno letto della storia».

«La recente crisi economica internazionale ha fatto giustizia di molte, più o meno insulse e volgari, teorie fabbricate intorno a un capitalismo che sembrava essersi finalmente emancipato dal suo maledetto limite storico: la manna del profitto (nelle sue sempre più diverse, e a volte perfino bizzarre, configurazioni) non cade dal cielo, non viene fuori dalla biblica moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma ha come sua ultima istanza il dannato processo produttivo di merci».

«L’attuale stucchevole disputa intorno alle «vere responsabilità della crisi», volta a scovare il solito capro espiatorio contro cui scaricare il malessere sociale (gli avidi giocatori d’azzardo della borsa, gli gnomi della finanza internazionale, sempre in odore di complotto giudaico-plutocratico, gli esosi e irresponsabili manager delle multinazionali, i politici che non hanno saputo esercitare il «controllo democratico» sugli spiriti animali del capitalismo, gli economisti che non hanno saputo prevedere l’arrivo della tempesta finanziaria, ecc.); la rivalutazione e la riconsacrazione del «caro e vecchio» lavoro (possibilmente duro, con tanto di onesto sudore della fronte) e della tanto bistrattata «economia reale», caduta in disgrazia ai tempi dell’ubriacatura speculativa e ora beatificata anche dal Santo Padre; tutto questo e altro ancora ci dice come il vecchio Marx ha ancora molto da dirci, almeno a quelli di noi che non bevono la storiella della buona «economia reale» contrapposta alla cattiva «economia finanziaria», né quella che mette al centro della scena la produzione di moneta a mezzo di moneta. Nel XXI secolo il segreto del denaro nella sua forma borghese rimane il lavoro astratto (sociale)». [da: La Notte Buia e la Vacca Sacra]

DEBITO PUBBLICO, PARASSITISMO SOCIALE E ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA

Quanto la riflessione intorno al processo di formazione della ricchezza sociale non sia un’oziosa prerogativa di cervelli speculativi, ma uno sforzo che merita invece di venir incoraggiato, lo dimostra, da ultimo, l’intervista di Massimo Gaggi al leader del Tea Party Mark Skoda (Il Corriere della Sera, 30 luglio 2011).

Lo scottante tema sul tappeto è noto: come risolvere, in tempi eccezionalmente rapidi, la crisi del gigantesco debito pubblico americano. Gaggi chiede al suo interlocutore di spiegargli le ragioni della tetragona chiusura della destra repubblicana nei confronti di ipotesi gradualistiche che scongiurino una macelleria sociale. Tanto più che, come sostengono i democratici e molti economisti, «tagliare subito la spesa pubblica con l’economia che sta già rallentando, rischia di toglierle altro carburante e precipitarla in una recessione. Gli incentivi all’economia varati da Obama non hanno forse ridotto la disoccupazione?»

Mark Skoda non si scompone: «Il Presidente ha speso migliaia di miliardi in stipendi per i dipendenti pubblici, come gli insegnanti; categorie protette e sindacalizzate, cha fanno lavori rispettabili, ma che non aggiungono nulla alla ricchezza di questo Paese». A questo punto forse Gaggi un po’ s’indigna (è di moda!): «Ma la ricchezza di un Paese non si fa solo con i numeri della produzione industriale!»

«Noi – risponde secco il politicamente scorretto targato USA – la vediamo in modo diverso. Semplificando al massimo, questo Paese è fatto di due categorie: da un lato ci sono gli espropriatori, dall’altro i creatori. Gli espropriatori sono quelli che a vario titolo vivono con i soldi dello Stato che escono dalle tasche dei cittadini che creano. Una volta il debito pubblico copriva tutte le contraddizioni. Oggi questo non è più possibile».

Capite quel è la posta in gioco? Nientemeno che la riduzione della spesa pubblica improduttiva, ossia l’attacco frontale agli strati sociali che, a diverso titolo, rientrano nella categoria dei parassiti. È, questa, una definizione «tecnica», non un giudizio di valore. Personalmente preferirei “cadere” nella categoria dei mangia a sbafo, tanto per chiarire da quale cattedra “etica” sentenzio. Sotto i riflettori della classe dominante, o almeno della sua parte più dinamica e interessata a una ristrutturazione sociale di ampio spettro, è il parassitismo sociale, magagna tipica del «capitalismo maturo» almeno da un secolo.

Adam Smith

Siamo, insomma, al classico dibattito intorno al lavoro produttivo e improduttivo. Il fatto è che in tempi di crisi economica appare come un dinosauro ancora vivente e vorace l’intima essenza del capitalismo, che poi al contempo ne realizza il vero limite storico, che le stesse crisi peraltro concorrono a spostare sempre di nuovo, in avanti, per consentire alla bestia nuove cavalcate espansive, prima di un suo nuovo arresto.

Si tratta di questo: la ricchezza sociale che permette all’intero organismo sociale di vivere ha una base relativamente ristretta, soprattutto se confrontata con la bulimia di profitto e di denaro che pervade l’intero corpo sociale. Infatti, solo la cosiddetta «economia reale», quella che sforna automobili, computer, telefonini, acqua minerale imbottigliata (ma è un Bene Pubblico?) e così via, è in grado di creare quella ricchezza sociale (la cui forma suprema astratta è il Denaro) al cui capezzolo tutti bramiamo attaccarci – al netto delle oscure magagne freudiane…

Non a caso un’aliquota davvero imbarazzante del debito sovrano statunitense è nelle mani della fabbrica del mondo, della Cina. La manna non cade dal Cielo, ma è smunta alla vacca che produce plusvalore, la madre di tutti i profitti e di tutte le rendite. Beninteso, quella vacca vive di salario, non di foraggio. La cornucopia in un punto del pianeta presuppone l’esistenza delle formiche laboriose in un altro punto del globo. Intanto la Cina intima a Obama di scongiurare a ogni costo l’incubo del default: è la cifra dei nostri imperialistici tempi.

La Cornucopia

Commentando il censimento del 1861 «per Inghilterra e Galles», Marx fece notare che su una popolazione che allora ammontava a poco più di venti milioni di anime, solo otto milioni erano impiegati in attività propriamente economiche, «compresi tutti i capitalisti che in qualche maniera entrano a far parte della produzione, del commercio, della finanza, ecc.», e di questi otto milioni una parte ancora più piccola, pari a 2.703.701, era impiegata produttivamente in agricoltura («compresi i pastori e i garzoni e le serve di fattoria domiciliati presso i fittavoli»), «in fabbriche di cotone, lana, lino, canapa, seta, nella produzione a macchina di calze e merletti, nelle miniere di carbone e di metallo, nelle officine metallurgiche (altiforni, laminatoi, ecc.) e in qualsiasi specie di manifattura del metallo». «In ultimo l’incredibile aumento della forza produttiva nelle sfere della grande industria e il collaterale aumento estensivo ed intensivo dello sfruttamento della forza lavoro in tutte le rimanenti sfere della produzione dà la possibilità di impiegare improduttivamente una porzione sempre più grande della classe operaia … Se a tutti coloro che sono occupati nelle fabbriche di tessuti uniamo gli operai delle miniere di carbone e di metallo … e tutti gli operai delle officine e delle manifatture metallurgiche ne avremo 1.039.605, (e) la somma ottenuta è minore del moderno personale di servizio (che era di 1.208.648). Che meraviglioso risultato dello sfruttamento capitalistico delle macchine!» (K. Marx, Il Capitale, I, pp. 329-330, Newton, 2005). Signori, si parla di noi, sia chiaro.

Scrive Carlo Formenti nel suo ultimo saggio: «Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che la mia fantasia in merito al “ritorno in vita” di Marx non ha lo scopo primario di dimostrare che il suo pensiero è più attuale di quello degli autori con cui mi sono confrontato criticamente su queste pagine [Toni Negri, in primis], anche se, per certi versi, ciò non è lontano dal vero. Il mio Marx redivivo avrebbe non pochi motivi di orgoglio nel constatare che certe sue categorie – come quelle di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, plusvalore relativo e plusvalore assoluto ecc. – svelano i meccanismi della nuova economia meglio di tutte le chiacchiere dei guri della Silicon Valley» (Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, p. 119, Egea, 2011). Non c’è dubbio(*).

Il Paese di Cuccagna. Pieter Bruegel, 1567

Come ridurre il peso del parassitismo sociale, in modo da supportare al meglio il processo di accumulazione che crea ricchezza e rende sostenibile lo stesso debito pubblico? Tutti i Paesi capitalisticamente avanzati si trovano davanti a questo problema di difficile soluzione, soprattutto a causa delle sue scottanti implicazioni politiche, istituzionali, «esistenziali», in una sola parola: sociali. Il nostro Paese, ad esempio, è almeno dalla seconda metà degli anni Settanta che si trascina dietro questo problema.E si vede. Di qui, l’appello delle cosiddette «parti sociali» (dalla Confindustria alla CGIL), comparso sul Sole 24 Ore la scorsa settimana, per un governo di Unità Nazionale che sappia incidere col bisturi nella struttura sociale del Bel Paese. I salariati del Bel Paese sono avvertiti.

(*) Sbaglia invece  Formenti, quando attribuisce a Marx «l’illusione che la contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione possa di per sé determinare il crollo del capitalismo» (p. 119). A mio avviso la concezione crollista dev’essere giustamente attribuita ai marxisti, non a Marx. Non a caso per lui la stessa crisi economica è concepita anche come un processo di risanamento del ciclo economico attraverso la svalorizzazione delle merci (a partire dalla capacità lavorativa) e la distruzione dei capitali «pletorici». Persino Lenin scrisse una volta che per il capitale non esistono crisi economiche prive di vie d’uscita. E stiamo parlando di Lenin!