ORGIE FISCALI, DERIVE DEMAGOGICHE E OPPIO SOCIALE

Commentando su Facebook l’indignata rivolta fiscale antivaticana che impazza sul Web, mi permettevo i seguenti commenti in appoggio alle tesi sostenute da mrz nel suo articolo Le tasse della Chiesa e gli atei dispettosi su The Pensive Image:

“Peraltro non si attacca il Vaticano in quanto potente Agenzia politico-ideologica al servizio del Dominio, come ne esistono tante altre (a cominciare dalla Suprema Agenzia, lo Stato, ovviamente), ma nella sua veste di «Casta Simoniaca». Fino a che cura «i poveri e gli infermi», ossia nella misura in cui legittima e radica sempre di nuovo la sua funzione sociale ultrareazionaria, la Chiesa può anche andare bene, soprattutto considerando la sua non esigua «base progressista»; ma come soggetto economico, come impresa capitalistica, le si contesta un’inammissibile furberia fiscale. All’Indignato fiscale non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che mentre offre al governo manovre economiche “alternative”, in quel preciso momento egli sancisce la sua impotenza politica, sociale, etica. Pensare di saperla più lunga di chi ci domina, è da sempre un’illusione esiziale.”

“D’altra parte, criticare l’Indignato Fiscale è come sparare a un cieco che crede di avere tra le mani un fucile, mentre prende la mira armato di un… mestolo. A quel punto che fai, t’incazzi? O corrobori il tuo discorso critico con puntuali, quanto inutili, dettagli tecnici? No, ti scappa da ridere. Semplicemente. E ridi a crepapelle anche quando vedi l’anticlericale alla Radicale che grida alla «casta simoniaca»: nel nome del Fisco ti espello! Che sia vera l’idea secondo la quale una risata li seppellirà? A occhio mi sembra un’ipotesi un po’ troppo ottimistica. Ma, come dice il Pastore Tedesco (Indignato, hai visto quanto oro esibisce l’abito del Supremo Mediatore: e la Patria muore di fame!), «bisogna non smettere mai di aver fede».”

Savonarola

“Mi sembra di averlo già detto: quando l’Indignato Fiscale entra nel merito della manovra economica, pensando di saperla più lunga «di quegli incompetenti e disonesti che ci governano», solo per questo egli si espone col sorriso sulle labbra a prenderlo lì dove sempre più spesso batte il sole. L’Incazzato Sociale, invece, avanza rivendicazioni d’ogni genere, senza suggerire al Padrone soluzioni di sorta. D’altra parte egli non discrimina tra Agenzie politico-ideologiche religiose e analoghe Agenzie laiche (comprese quelle «progressiste» tipo ARCI, e quelle scientifiche). Dal suo punto di vista irresponsabile e disfattista non si tratta di esigere sacrifici universali «per il Bene Comune», a partire dai «ricchi» e dagli appartenenti alla «casta» politico-religiosa, ovviamente; quanto piuttosto di mettere in discussione, sul piano teorico e politico, gli stessi concetti di Sacrificio e di Bene Comune. L’Incazzato Sociale lascia volentieri all’Indignato Fiscale la risibile illusione della manovra economica “alternativa”, magari «dal basso e anticasta». Meglio se «equosolidale» e «ecosostenibile».”

San Sebastiano, Antonello da Messina

A quanto pare a un amico marxista di FB questi commenti sono sembrati «oggettivamente» proni, non tanto – meglio: non solo – alla Casta Vaticana, quanto alla stessa ideologia religiosa. Ecco cosa mi scrive il marxista indignato: «Ma la lotta contro la religione non è parte integrante del progetto anticapitalista? Non ha forse detto Marx che la religione è l’oppio dei popoli? Come fai a non vedere che il movimento antivaticano, pur con i suoi limiti piccolo-borghesi, rappresenta un oggettivo passo in avanti in direzione di una ripresa della coscienza di classe?» In altri termini, mi si rimprovera una scarsa capacità dialettica. L’accusa è sanguinosa!

Dall’indignazione fiscale all’indignazione ideologica: la faccenda si fa interessante. Vediamo di rispondere alla dura requisitoria dell’amico.

Nella misura in cui la religione si dà come un insieme di credenze, di valori e di comportamenti che, per un verso, deprimono l’autonoma capacità di iniziativa politico-sociale delle classi subalterne, mentre per altro verso concorrono al mantenimento e al rafforzamento del Dominio sociale vigente, è ovvio che il minimo sindacale del pensiero critico va nel senso della battaglia antireligiosa. Ma, e questo è per me un punto dirimente, quella battaglia antiideologica non assume per il sottoscritto una connotazione particolare, una peculiare urgenza rispetto alla più complessiva critica dell’ideologia borghese tout court, qualsiasi ne sia la fenomenologia contingente (religiosa, laica, atea, scientifica, persino «marxista»!)

Se vuole essere davvero radicale, il pensiero critico (non so se esso corrisponda a ciò che l’amico chiama «marxismo»: di primo acchito tendo a escluderlo) non deve mai dimenticare che prima di dare corpo a un’ideologia, con tanto di Sistema dottrinario e di apparato istituzionale, il bisogno religioso è innanzitutto un bisogno sociale, la cui genesi ancora oggi va ricercata nell’intima struttura della società che sempre di nuovo promuove prassi ostili all’umano, ossia a tutto ciò che odora di umanità. Per questo Il Pastore Tedesco, nonché teologo di prima grandezza, mostra di saperla assai più lunga sulle cose del Mondo del suo critico ateo e anticlericale, il quale ancora oggi fa della religione un fatto di beata ignoranza: proprio la sua Scienza, la sua Tecnica e il suo Progresso alimentano come nessun’altra cosa il bisogno sociale dell’irrazionale, il quale appare assai più conforme a razionalizzare una prassi che trasuda disumana irrazionalità da tutti i pori del corpo sociale. Chi consiglia di tassare il Vaticano per finanziare la ricerca scientifica commette il più odioso dei peccati sull’altare dell’apologia capitalistica.

Opium

E qui veniamo al marxiano «oppio dei popoli», un concetto indegnamente volgarizzato e svilito soprattutto dagli epigoni. Leggiamo (come si dice nella Santa Messa): «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1843-44). Perle ai marxisti, pardon: ai porci, non c’è che dire.

La lancia critica di Marx è dunque rivolta innanzitutto contro la miseria sociale (in un’accezione tutt’altro che economicistica) che crea sempre di nuovo il bisogno di oppio, ossia di una sostanza che lenisce il dolore e che promette la Liberazione dal Male. Notate l’abisso concettuale che separa il pensiero critico-radicale dall’ateismo?

Sul piano strettamente politico, ribadisco che dare consigli al Padrone (allo Stato, al governo, alla Confindustria, ai partiti, ai sindacati, alla Chiesa), o credere di poterlo usare per colpire questa o quell’altra «Casta» («la crisi la paghino i politici, ma anche il Vaticano, ma anche i Super Ricchi, ma anche i calciatori, gli evasori, i corrotti, i…») equivale a sottoscrivere la propria impotenza politica, sociale, etica. Concordo con l’Incazzato Sociale, il quale suggerisce all’Indignato Fiscale di tenersi ben lontano dai tavoli governativi dove si entra nel merito delle cose da fare per superare la crisi: una volta assunto il punto di vista del «Bene Comune» egli corre il rischio di diventare persino più realista del re.

Los indignados

L’INDIGNATO, IL DEMAGOGO E L’INCAZZATO CRITICO

Personalmente non m’indigno mai dinanzi a qualsivoglia malefatta, semplicemente perché ho capito che sulla base della società disumana (la nostra) tutto il male è possibile. Compreso lo sterminio industriale degli individui nei campi di concentramento e nei campeggi estivi. Chi s’indigna davanti ad Auschwitz e Utoya è vittima delle proprie illusioni.

Una volta un tizio scrisse che l’ideologia dominante in una data epoca storica è l’ideologia che fa capo alla classe dominante. Il significato più stringente – e più difficile da digerire – di questa perentoria tesi è che, normalmente, il modo di pensare, di vedere le cose e di agire delle classi subalterne non si discosta, per l’essenziale, dal modo in cui le classi dominanti concepiscono, razionalizzano e rappresentano la realtà.

Solo l’irruzione della «Coscienza di Classe», se mi si passa un antico – ma tutt’altro che logoro – concetto critico, nel seno degli strati sociali che vivono di lavoro salariato può spezzare l’incantesimo ideologico che tiene tutti gli individui strettamente legati al carro della conservazione sociale. Fin qui la teoria.

Cerchiamo di “calare”, con la brevità e la superficialità richiesta dai tempi (il tuffo in acqua urge!), la teoria nella calda prassi dei nostri giorni, ad esempio a proposito dell’ideologia dell’indignazione, nelle sue variopinte e modaiole declinazioni concettuali (che grosse parole!): anticasta, questione morale, antipolitica e via discorrendo.

Si osserva da molte parti che «la gente» sprizza indignazione da tutti i pori, soprattutto nei confronti di un personale politico accusato di corruzione, d’incapacità e di scarsa dedizione al Bene Comune: dalla Spagna alla Grecia, dall’Italia all’Irlanda, sui media e nei convegni metropolitani organizzati dall’opinione pubblica indignata, non si parla d’altro. Insomma, il disagio sociale che «la gente» avverte «nel corpo e nell’anima» da solo non la spinge oltre la richiesta di governanti «più onesti e capaci». Già sento l’obiezione dell’indignato di professione e del demagogo che gli tiene bordone: «E ti sembra poco? Qui siamo dinanzi a una vera e propria rivoluzione!» Già, la Primavera degli Indignati… Attenti che non arrivi imprevisto l’inverno, pardon: l’inferno. Signori, non mi sembra affatto poco, mi sembra il peggio che possa capitare «alla gente».

Infatti, è sulla scorta di questa supina accettazione della propria condizione sociale che «la gente» ridotta al rango di gregge indignato si presta a servire gli interessi di potere del demagogo di turno, il quale si spende in «una propaganda esclusivamente lusingatrice delle aspirazioni delle masse, allo scopo di mantenere o conquistare il potere» (dal mio Vocabolario). Ecco perché «le masse», nella misura in cui esprimono il punto di vista della classe dominante (o solo di una delle sue fazioni in lotta per la spartizione del bottino), non vanno lusingate, né servite ma piuttosto criticate.

Le concessioni demagogiche al punto di vista delle masse equivalgono a una concessione agli interessi di coloro che quelle masse sfruttano scientificamente sul piano economico e politico, in tempo di cosiddetta pace come in tempo di guerra. dichiarata.

Che il nodoso bastone del dominio sia onesto o meno; che sia più o meno capace di risolvere i problemi del Paese (ossia della classe dominante: altro che Bene Comune! Semmai, Pene Comuni…), esso rimane pur sempre lo strumento che non smette di ricordarci che la salvezza sta nel gregge, mentre la pecorella smarrita merita il bacio del lupo cattivo.

Ecco perché ho sempre pensato che solo l’autonoma iniziativa politica delle classi subalterne può evitare loro il destino di gregge, vissuto e concepito alla stregua di una bronzea Legge di natura, la quale non può venir rovesciata senza correre il rischio di rovesciare il mondo. Eppure andrebbe fatto proprio questo: rovesciare il nostro mondo, magari avendo cura di schiacciare la testa del demagogo che ingrassa sui problemi «della gente».

A mio avviso, il giusto atteggiamento nei confronti delle magagne sociali non è l’indignazione, ma, e mi scuso per la definizione poco scientifica, l’incazzatura critica. Personalmente non m’indigno mai dinanzi a qualsivoglia malefatta, semplicemente perché ho capito che sulla base della società disumana (la nostra) tutto il male è possibile. Compreso lo sterminio industriale degli individui nei campi di concentramento e nei campeggi estivi. Chi s’indigna davanti ad Auschwitz e Utoya è vittima delle proprie illusioni.

 

MORTO UN CAPRO (ESPIATORIO) SE NE FA UN ALTRO!

Alcuni miei amici hanno accolto il «miracoloso» risultato elettorale di Milano con un evviva! degno di altre cause. Capiamoci: questo entusiasmo non è dovuto al morbo antiberlusconiano, del quale essi non sono affetti, ma dalla loro speranza che andando a sgualdrine Berlusconi possano pure togliersi dalle balle i suoi sempre più ridicoli e rancorosi avversari. Venendo meno la causa, essi pensano, deve necessariamente venire meno l’effetto.

Non fatevi soverchie illusioni, amici! Chi oggi ha eletto a Male Assoluto il Cavaliere Nero di Arcore, domani troverà, o magari s’inventerà un altro capro espiatorio, per mezzo del quale razionalizzare la sua abissale indigenza esistenziale (nell’accezione più profonda e sociale del concetto).

Negli anni Cinquanta il Nemico dei «progressisti» ebbe il volto smagrito di Alcide De Gasperi, nei due decenni successivi il volto di Moro (poi beatificato nella Chiesa di Botteghe Oscure) e di Andreotti, successivamente fu il turno di Craxi e Forlani e, dulcis in fundo, agli inizi degli anni Novanta toccò a quel bel tomo di Silvio incarnare il ruolo del Diavolo che rende intellegibili le magagne che assillano le italiche genti. Non c’é scampo, per chi è roso dal verme della facile, ancorché impotente, indignazione. Quando la coscienza latita, è sempre il tempo del capro espiatorio.

Scriveva Emil Ludwig nei suoi Colloqui con Mussolini (1932): «Sempre, quando per i tedeschi va male, devono esserne colpevoli gli ebrei. Ora, per loro, va particolarmente male». E il Capo del Fascismo, nonché futura vittima sacrificale, commentò: «Ah, certo, il capro espiatorio!» Gli italiani, che non possiedono la tragica serietà storica dei tedeschi, sono più inclini alla farsa anche in tema di agnelli da sgozzare – non sempre in modo solo figurato – sull’altare della Patria in pericolo.

Sono pessimista? Non credo. Sono realista? Ma via! Amo la verità? Questo sì, anche se spesso non riesco a scorgerla. E la verità, come diceva un Tizio finito mummificato, «è rivoluzionaria», ma in questo peculiare senso: chi vuole remare contro la società dei Moratti e dei Pisapia (avete capito bene: la società basata sullo sfruttamento del lavoro «fisico» e «intellettuale», come recita l’Art. 1 della SS Costituzione) deve avere lo sguardo ben fisso sul mondo, anche quando esso grida il suo forte NO! a ogni possibilità di cambiamento. E non alludo certo alle prossime scadenze elettorali…

ABBOCCA SEMPRE ALL’AMO!

Benvenuti a Miserabilandia

Siccome non professo la religione antiberlusconiana, e anzi mostro di disprezzarla con tutte le forze in quanto insulsa robaccia, presso diversi miei interlocutori “progressisti” passo per un «berlusconiano», almeno «oggettivamente». E chi se ne frega! Certo, per chi ha eletto il primo ministro del Bel Paese a sentina di tutti i mali l’accusa di «berlusconismo» suona come la più sanguinosa, non potrebbe essere più infamante; ma alle mie sicule e non progressiste orecchie ha più pregnanza l’accusa di cornuto. Cornuto no!

Presi dalla loro cieca – e ridicola – ideologia, ma anche da una robusta invidia sociale, nonché da frustrazioni di vario genere, ultimamente i “progressisti” sono scivolati così in basso, da far impallidire il più retrivo dei moralisti bigotti. Al confronto, il Pastore Tedesco mi appare di gran lunga più simpatico, e almeno le sue ultrareazionarie encicliche si fanno leggere con un certo interesse. Anche quando rappresenta la quintessenza della conservazione sociale un pensiero può stimolare almeno una critica feconda, non banale. Al gossip mediatico, soprattutto se di «sinistra», preferisco dunque di gran lunga la «teologia sociale» della checca (si può dire? è politicamente corretto?) assisa al Sacro Soglio Romano. Vivaddio! Persino un intellettuale solitamente intelligente come Slavoj Žižek ha scritto che «Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici (bella scoperta!), ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano» (Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica, da carta.org., 25 giugno 2009). Bella analogia, non c’è che dire. E bella – si fa sempre per dire – analisi: «Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria (perché c’è un potenziale di liberazione nell’islam), significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila». Ma con quali occhi guarda la società italiana il signor Slavoj Žižek ? Anche il teorico del politicamente scorretto ha dunque inforcato gli occhiali del progressismo internazionale? Che peccato!

In effetti, io non ce l’ho – solo o in particolar modo – col Cavaliere Nero, che peraltro trovo divertente alla stregua di un comico più o meno involontario (lascio agli italici patrioti la vergogna che a loro procurano le spassosissime gaffe del premier italiano nei consessi internazionali: son disfattista!); la mia bestia nera è la società capitalistica italiana, europea, mondiale, universale, interstellare… Insomma, è la società borghese tout court. A mio non progressista avviso, il male assoluto non è Berlusconi, né il «berlusconismo», bensì la società mondiale basata sul capitale, sul denaro, sulla merce, sul lavoro salariato – modi diversi di chiamare la stessa sostanza sociale disumana.

Mentre per i cosiddetti progressisti «l’altro mondo possibile» è un’Italia libera dal truce Cavaliere «fascista, mafioso, piduista, ladro-craxiano, corruttore e corrotto, velinista, puttaniere, volgare, pedofilo» («ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra!»), la mia utopia è la libera comunità degli uomini in quanto uomini, l’associazione di uomini umani liberi da qualsivoglia dominio di classe. Quisquilie, mi rendo conto. Anzi, pinzillacchere. Vuoi mettere l’odio contro il nano e calvo Berlusconi! Si sa, i “progressisti” sono indigenti e stitici persino quando odiano e quando amano, come aveva fatto in tempo a capire il buon Giorgio Gaber – Ombretta Colli lo aveva capito assai prima di lui. A furia di odiare un nano, sono diventati nani anche costoro. Altro che Brunetta! Ma in realtà nani lo sono sempre stati; diciamo allora che al peggio non c’è davvero limite.

E poi, via, la «rivoluzione sociale» non è mica dietro l’angolo, e qualche soddisfazioncella su questa Terra ce la dobbiamo pure prendere! In attesa del Paradiso in Terra, bisogna cercare di strappare «al sistema» almeno il minor male possibile, magari come momento tattico in vista di più «avanzati equilibri sociali». Altro che «punto di vista umano»! Negli anni Venti del secolo scorso molti comunisti e socialisti, stanchi di «attese messianiche» e desiderosi di pigliarsela subito e rudemente con qualche «potente» (un sindacalista, un «borghese», un intellettuale, un ebreo) si intrupparono nella «Rivoluzione Fascista»: accecati da un cieco «odio di classe» essi scaricarono la loro tensione ideale, politica e psicologica in un movimento politico che prometteva molte soddisfazioncelle a chi voleva «rompere col vecchiume». Per questo, ancor prima di armare le mani, bisogna armare le teste di coloro che avvertono un certo «disagio sociale», affinché essi non vengano bruciati nella lotta tra opposte fazioni borghesi (nazionali e internazionali). Un governo Bertinotti, o Bersani, o Fini – questo nuovo campione del progressismo italiota – sarebbe dunque un «male minore»? Bisogna davvero essere “progressisti” per pensarla in questa indigente maniera. L’ideologia del male minore, o del meglio possibile, non riesce a celare la cattiva condizione umana che la riproduce sempre di nuovo alla stregua di un nuovo oppio dei popoli. Io che non sono un progressista, e che mi sforzo di guardare la società dalla prospettiva che coglie la possibilità della liberazione nell’attualità del dominio, vedo tutti i competitori politici in campo agitarsi su un solo, comune terreno: la società basata sullo sfruttamento scientifico degli uomini e della natura. Da questa – bizzarra? – prospettiva il mondo di chi fischia e di chi applaude l’Ahmadinejad di Arcore appare come una Miserabilandia.

Ma allora, qual è il significato non banale – cioè non “progressista” – della «guerra civile virtuale» che ormai dalla “mitica” (e naturalmente per molti famigerata) «discesa in campo» del capitalista di Arcore non sembra poter conoscere alcuna tregua, nonostante il lavoro di pontieri, pompieri e colombe di diversa collocazione politico-istituzionale? Veramente si confrontano, come ci sentiamo ripetere tutti i santi giorni dai massmedia e dai militanti delle opposte miserie, il «partito della democrazia e della legalità» e il «partito del populismo e dell’illegalità»? Naturalmente no, al netto del fatto che entrambi i partiti, dal punto di vista umano, sono quanto di più reazionario e rivoltante si possa trovare nel peraltro vomitevole panorama politico internazionale. Scrive Piero Ostellino:

«La politica, parafrasando Marx, sta implodendo sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secondariamente per il controllo delle telecomunicazioni che riguardano anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto fra il “partito del rigore” e il “partito della spesa pubblica” e, su quello sociale, fra il “Paese produttivo” e il “Paese parassitario”. È in corso una guerra per la redistribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe dire che ci troviamo di fronte all’accelerazione del processo di modernizzazione del Paese. Nella guerra fra capitalismi e nel confronto sulla spesa pubblica, la parte più impegnata politicamente della magistratura – la sola isola ideologica rimasta – rischia di recitare il ruolo della mosca cocchiera e la politica di finire in una posizione di totale subalternità» (Il Corriere della Sera, 30 novembre 2009).

La contesa borghese intorno al potere economico e politico: ecco a quale guerra stanno partecipando le opposte tifoserie politiche; alcuni sono ben consapevoli della posta in palio, altri sono animati da chissà quali illusioni, tutti comunque sono invitati a recitare il tristo e impotente ruolo di massa di manovra al servizio delle classi dominanti di questo Paese. Il buon Ostellino, da onesto e liberale cittadino qual è, teme «le conseguenze devastanti per la nostra stessa democrazia» della guerra politica, sociale, mediatica e giudiziaria; io, che non aspiro certo al rango di difensore della democrazia e della legalità, temo piuttosto il perdurare della situazione sociale che devasta giorno dopo giorno l’esistenza degli strati sociali subalterni e di tutti gli individui umanamente sensibili di Miserabilandia.


Slavoj Žižek

Slavoj Žižek – Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.

Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].

Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più.

È il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.

E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.