SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Un contributo alla critica del regime democratico.

hong-kong-559507Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).

Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.

Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.

In effetti, è almeno dalla fine del XIX secolo, dall’epoca in cui apparve definitivo il passaggio dalla vecchia struttura concorrenziale del Capitalismo (quella, per intenderci, che tanto piaceva a Schumpeter) a quella nuova (basata sui grandi gruppi monopolistici industriali, commerciali e finanziari) che la «crisi della democrazia» riempie libri e riviste specializzate. La stessa «società di massa» ha costretto politologi e filosofi della politica a ridefinire il concetto di democrazia, a declinarlo in termini del tutto nuovi, per certi versi contraddittori, in modo da renderla quantomeno pensabile nell’epoca dei partiti di massa, dei sindacati di massa, delle altre organizzazioni (private, statali e parastatali) rigorosamente “di massa”, dei mezzi di comunicazione di massa – mass media.

Si è pure parlato di un brusco passaggio dalla «democrazia elitaria» di stampo liberale a quella appunto «di massa», caratterizzata dalla sempre più occhiuta ingerenza dello Stato anche nella sfera “privata” dei cittadini (anche questo concetto ha subito col passare del tempo una straordinaria evoluzione, finendo per incrociare il concetto di “sfera pubblica”) e da un crescente spostamento di potere reale dalle funzioni legislative del Parlamento a quelle esecutive che fanno capo al governo.

La Grande Guerra rese evidente agli occhi delle “larghe masse” che la tanto celebrata democrazia non solo non aveva mantenuto le promesse di graduale ma sicuro riscatto sociale, ma come essa non avesse impedito all’umanità di precipitare, prima col sorriso sulle labbra e poi con il volto sconvolto dall’orrore, nell’abisso dell’inferno bellico.

La Prima guerra mondiale e la società che da essa venne fuori diedero insomma un nuovo e assai ricco materiale di riflessione ai cultori della materia, e soprattutto chiusero definitivamente ogni discorso sulla natura storicamente progressiva della democrazia borghese, la quale quasi spontaneamente si trasformò di fatto (e in alcuni casi anche di diritto) in un regime autoritario nonché, in alcuni importanti Paesi, totalitario. Sotto questo aspetto, l’esempio tedesco degli anni Venti e Trenta del secolo scorso (massacro dei comunisti e distruzione delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato a opera della democrazia, successiva ascesa del Socialnazionalismo) è semplicemente paradigmatico. Anche il caso italiano (dal «biennio rosso» alla «marcia su Roma») fa, come si dice, epoca: il regime democratico fiaccò la volontà di ribellione e di resistenza del proletariato italiano, secondo gli auspici di Giolitti, e il Fascismo completò l’opera controrivoluzionaria, annientando le organizzazioni proletarie e dando nuovo slancio alla riscossa di tutti gli strati sociali del Paese interessati a mettere la classe operaia e i contadini salariati nella condizione di non nuocere.

Solo un pensiero incapace di cogliere i processi sociali nella loro essenza e nella loro complessa dialettica può vedere nel Fascismo un corpo estraneo rispetto alla democrazia liberale che l’ha preceduto (e per molti aspetti generato con parto spontanea), e nel Nazismo (sterminio degli ebrei compreso) una maligna degenerazione della civiltà borghese. Anche Hitler compì un errore per certi versi analogo, che lo portò alla catastrofe: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino […] La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (Minima Moralia, Einaudi, 1994). Della ragione capitalistica, se posso aggiungere. Una potente ragione che il Führer del Terzo Reich che sarebbe dovuto essere Millenario non riuscì a cogliere dietro la «cultura degenerata» (o incultura) degli Stati Uniti, da egli considerati un Paese troppo avvezzo alla impotente e stucchevole prassi democratica e alle delizie della «vita borghese», per poter reggere il confronto con una Nazione virile fatta di sudditi abituati a lavorare duramente e a obbedire disciplinatamente.

kevin-mullin-immortala-300999In realtà, ciò che il pensiero borghese coglie come «crisi» (della politica, della democrazia, della sovranità nazionale, della cultura, della struttura psichica, etica e morale degli individui) altro non è che le continue accelerazioni del processo di espansione del dominio capitalistico, che generano scossoni e a volte veri e propri terremoti in grado di incrinare il vecchio status quo politico-istituzionale di un Paese, o contemporaneamente di più Paesi. Di più: la natura «rivoluzionaria» (nel senso marxiano ripreso anche da Schumpeter con il concetto di distruzione creatrice) del Capitalismo rende la «crisi» della cosiddetta sovrastruttura un fatto permanente e strutturale, fenomeno che si osserva meglio nei Paesi capitalisticamente più dinamici del pianeta (vedi Stati Uniti). In questi Paesi la «crisi» è un dato della realtà così naturale, da risultare praticamente invisibile, salvo apparire in tutta la sua pregnanza quando fa capolino la crisi economica. In Paesi relativamente meno dinamici sul piano economico e politicamente più rigidi (è il caso dell’Italia e, in parte, della Francia), i mutamenti nella sovrastruttura resi a un certo punto necessari e non più dilazionabili dalle trasformazioni tecnologiche e sociali assumono un carattere più dirompente, assumendo appunto il classico aspetto della «crisi».

Quando riflettiamo intorno alla «sovrastruttura» politico-istituzionale di un Paese, non dovremmo mai dimenticare la «struttura» sociale sopra la quale essa riposa. Intendo riferirmi più precisamente alla struttura classista della società, la quale presuppone e pone sempre di nuovo peculiari rapporti sociali di dominio e sfruttamento. «Un vero Stato e un vero governo dello Stato si determinano solo quando sussiste una differenza di classe, quando, cioè, divengono massime la ricchezza e la povertà» (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia). Per Hegel la dimensione classista della società è un fatto insuperabile, contro il quale sarebbe vano e stupido insorgere; Marx, sviluppando criticamente la concezione storico-dialettica dello stesso Ragno di Stoccarda, giunse invece a un’opposta conclusione, ossia che fosse possibile, oltre che auspicabile, il superamento di quella disumana dimensione, tesi che postulava la possibilità/necessità dell’estinzione dello Stato e della stessa politica in quanto espressione dei conflitti di classe. Com’è noto, Marx individuò nel proletariato la sola classe «che non può emancipare se stessa senza emancipare tutte le rimanenti sfere della società» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

Ecco perché la domanda centrale della storia del pensiero politico: «Qual è il governo migliore, quello degli uomini o quello delle leggi?» coglie, magari solo intuitivamente o senza volerlo, il cuore del problema. La mia risposta è che dove regna l’Uomo non può regnare la Legge. E viceversa.

La peculiarità storica dei rapporti sociali, i quali costituiscono la reale struttura portante dell’edificio sociale, ha prodotto forme molto diverse di democrazia (quella classica di Atene e quella borghese, ed esempio), diverse al punto da rendere improponibile ogni comparazione fra le due forme. Ecco perché mi appare infecondo approcciare il tema in oggetto nei termini che seguono: «L’unico modo di intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole, primarie o fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure.” (N. Bobbio, Il futuro della democrazia).

Come scrisse Marx nella Critica al programma di Gotha (1875), un testo, sia detto di passaggio, fondamentale per chi desidera cogliere la differenza abissale che corre fra il pensiero marxiano e il “marxismo” che si affermò nel movimento operaio internazionale, «Il diritto non può essere mai superiore alla configurazione economica e allo sviluppo, da essa condizionato, della società». Ecco perché faccio sempre riferimento non a un astratto diritto, ma al diritto borghese e, ancor più precisamente, al diritto borghese nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico. Con tutto quello che ne segue a proposito di democrazia.

Democratica, autoritaria o dittatoriale che sia, la forma politico-istituzionale del XXI secolo ha ovunque come suo fondamento e presupposto oggettivo (materiale nel senso del marxiano «materialismo nuovo») il dominio dei rapporti sociali capitalistici su scala planetaria. Democratico, autoritario o dittatoriale che sia, il regime politico-istituzionale di un Paese non è che l’espressione di quel Dominio: esso ne è, necessariamente, il cane da guardia, il suo più potente strumento di conservazione ed espansione.

Tutto questo si dà naturalmente sopra le teste del personale politico, prescinde completamente dalla sua buona o cattiva volontà. In perfetta buonafede, il politico agisce in vista di quel «bene comune» dietro il quale si cela la realtà classista appena abbozzata; una realtà fatta di dominati e dominanti, di sfruttati e sfruttatori.

Come ogni altra forma politico-istituzionale, il regime democratico è chiamato a governare la prassi sociale di un Paese all’epoca della sussunzione totalitaria della natura e degli individui sotto gli interessi del Capitale. Più che concentrarsi sui veri o presunti pericoli di «involuzione/deriva autoritaria», chi aspira al pensiero critico-radicale dovrebbe piuttosto puntare i riflettori sulla natura totalitaria di quegli interessi.

Oggi il potere reale (sociale, ossia economico, politico, ideologico, culturale, psicologico) non può che stare nelle mani delle classi dominanti, e questo a prescindere dai soggetti politici che pro tempore sono chiamati a gestire lo Stato nelle sue diverse articolazioni politico-istituzionali.

Nella sua forma ideologica la democrazia è il governo del popolo; nella sua essenza sociale la democrazia equivale a dittatura delle classi dominanti, e questo già ai suoi albori storici, quando le decisioni della città erano influenzate fortemente dai ceti più ricchi, senza parlare dell’esclusione degli schiavi da ogni forma di prassi politica.

Lo stesso concetto di popolo (il «Terzo Stato» della Rivoluzione francese del 1789) presuppone l’esistenza delle classi. Come scrivevano Bouchez e Roux nella loro Storia parlamentare della Rivoluzione Francese (1834), i proclamatori dei diritti umani sacri e inviolabili si opposero risolutamente alla libertà di coalizione riguardante i proletari: «Certo a tutti i cittadini deve essere riconosciuto il diritto di riunirsi», sostenne un amico del popolo all’Assemblea costituente del 1791, «ma non si deve permettere che i cittadini di determinate professioni si riuniscano allo scopo di tutelare i loro presunti interessi comini». A mio avviso qui non si deve leggere solo o essenzialmente un dato di ipocrisia borghese scientemente fabbricato. In effetti, solo con il tempo, attraverso sanguinose esperienze, la democrazia radicale capirà che le organizzazioni del cosiddetto Quarto Stato avevano poco a che fare con le vecchie gilde corporative.

Concetti come popolo e cittadino non realizzavano l’hegeliana notte che rendeva invisibili le contraddizioni sociali e l’antagonismo sociale fra possidenti e nullatenenti. La proclamazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge ben presto mostrerà la sua natura di parte (di classe, insomma borghese), gettando nello sconforto gli intellettuali che in buona fede avevano creduto possibile la realizzazione della Patria degli uomini là dove continuava a imperare la divisione di classe. La stessa esperienza del Terrore giacobino si può almeno in parte spiegare come il vano tentativo messo in opera dall’ala più estrema del Terzo Stato di piegare con la volontà (che si fa violenza passando all’atto, per dirla freudianamente) una realtà irriducibile al progetto illuminista della trasformazione integrale degli individui*. Senza umanizzare l’intero spazio sociale, la pretesa di costruire l’uomo nuovo deve necessariamente generare disastri. D’altra parte, più che di creare il mitico “uomo nuovo” si tratta di rendere possibile la vita agli uomini.

Il concetto di potere del popolo oggi non ha insomma alcun fondamento reale (se non quello ideologico/mistificante che sto cercando di denunciare in queste pagine), mentre in parte lo ha avuto in altre epoche storiche, ad esempio nell’epoca rivoluzionaria dell’ascesa al potere della borghesia, quando persino Napoleone poteva legittimamente dire di essere a capo di un’Armata popolare che mirava a fare, manu militari,  tabula rasa in tutta Europa dei vecchi privilegi monarchici e aristocratici – salvo poi proclamarsi Imperatore dei francesi.

Fare l’apologia del cosiddetto popolo sovrano equivale, eo ipso, a fare l’apologia del Dominio che ci inchioda nella disumana dimensione del Moloch capitalistico.

L’art. 49 della Costituzione italiana recita: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». I limiti di questa “libertà” sono dunque fissati con estrema precisione: essi corrono lungo i solchi tracciati dagli interessi nazionali, i quali necessariamente corrispondono agli interessi delle classi dominanti, o comunque agli interessi di quelle frazioni di esse momentaneamente più forti.  La Nazione moderna è storicamente lo spazio geosociale creato dalla borghesia, e non a caso il nazionalismo (o patriottismo nella fase ascendente della borghesia rivoluzionaria) sostituì la religione come cemento ideologico per tenere unito il popolo. Con piena legittimità lo Stato italiano ricusa il «diritto di associarsi liberamente» a quei soggetti politici che concorrono con metodo rivoluzionario a contrastare la politica nazionale.

Detto en passant, la natura borghese della Costituzione Italiana è rivelata nel modo più chiaro, oserei dire sfacciato, proprio da quell’Art. 1 a cui molti politici, filosofi della politica e giuristi attribuiscono un significato se non proprio socialista, certamente assai prossimo a questo concetto, almeno nella sua concezione triviale. Infatti, che altro sarebbe il lavoro che fonda la Repubblica Italiana se non il lavoro salariato che inchioda i nullatenenti al carro del Capitale? Come non esiste una democrazia in generale, uno Stato in generale, un Imperialismo in generale e via discorrendo, allo stesso modo, e anzi in maniere più pertinente, non esiste il lavoro astrattamente considerato ma una forma storicamente determinata di lavoro. In generale si può solo dire che nelle società divise in classi chi produce la ricchezza sociale è uno sfruttato, schiavo, servo o moderno lavoratore salariato che sia.

Per Emma Baglioni, «Ciò che va sotto il nome di crisi della rappresentanza ha il suo senso pregnante nella rinuncia della democrazia a costituirsi come “politica dell’uomo per l’uomo”» (La crisi del concetto di democrazia, Treccani.it, gennaio 2008). Ma proprio la democrazia, e in generale ogni forma di politica, presuppone la negazione dell’uomo in quanto uomo, il quale non è nemmeno concepibile nel seno di comunità segnate dalla divisione in classi degli individui. Ho sviluppato questi concetti in L’Angelo Nero sfida il Dominio e in Eutanasia del Dominio, e a questi scritti rimando.

Ancora la Baglioni: «D’altra parte la crisi della democrazia è, per se stessa, non solo crisi del potere (krátos) e delle istituzioni, delle loro procedure, dei loro equilibri, ma anche crisi dei cittadini (démos) sempre più dimentichi della responsabilità di soggetti politici, sempre più passivi portatori di emozioni irriflesse, pronti a seguire chi sa eccitarle e cavalcarle» (La crisi del concetto di democrazia). Qui siamo dinanzi alla classica ideologia borghese che presenta la democrazia come il migliore dei mondi concepibili. Ora, come dimostra la prassi quotidiana ormai da qualche secolo, non solo il potere politico, qualunque sia la sua configurazione istituzionale, è saldamente nelle mani delle classi dominanti, ma il Potere Sociale, che è un concetto assai più decisivo e che comunque incorpora il politico, fa capo direttamente e mediatamente alla prassi economica, la quale è dominata dalla ricerca del massimo profitto. Già Marx parlava del capitale come di una potenza sociale estranea e ostile agli individui, che pure la producono sempre di nuovo, producendo e distribuendo la ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica. Nemmeno i singoli detentori di capitale (i «funzionari del capitale», insomma i capitalisti) controllano il meccanismo economico che pure genera i loro profitti. Se questo era vero ai tempi dell’antidemocratico Marx, a suo tempo fustigatore dei socialisti piccolo borghesi ammalati di democraticismo (la democrazia come feticcio), figuriamoci oggi, all’epoca del dominio totalitario (sempre nella pregnante e radicale accezione del concetto che ho cercato di mettere in luce) e mondiale del Capitale.

Oggi il libero arbitrio si dà interamente dentro la società strutturata fin nei minimi dettagli dai rapporti sociali capitalistici. È dentro la dimensione dominata dal discorso del Capitale, per dirla con Lacan, che esercitiamo la nostra libertà di scelta sul mercato della vita: mercato delle merci, delle idee (politiche, religiose, filosofiche, ecc.), delle relazioni affettive e via di seguito. Parlare «dei cittadini» nei termini di «soggetti politici responsabili» significa dunque fare dell’ideologia, ossia negare una realtà che fa degli individui degli oggetti sociali sussunti da una prassi che per l’essenziale essi non controllano e che piuttosto li controlla.

Posto tutto questo, ha senso parlare di responsabilità personale? Comunque sia, la ricerca del significato e dei limiti di questa responsabilità non può prescindere dal quadro di radicale disumanità e illibertà (due modi di alludere alla stessa cosa) qui solo abbozzato. Questo, naturalmente, se non si vuole fare dell’ideologia e dell’apologia dello status quo sociale.

Non controllando il mondo che lo circonda, nonostante sia un suo prodotto, il non-ancora-uomo non ha potere nemmeno su se stesso, come ha messo in luce anche la psicoanalisi. Per questo, come osservò Adorno, «La massima “Sii ciò che sei”», usatissima in pubblicità (che fa del singolo consumatore il centro del mondo, che dico: dell’Universo!), «diventa una beffa»: essa suona infatti come una cinica apologia dell’impotenza sociale degli individui. Lotta contro ciò che sei! Lotta contro ciò che il Dominio ti fa essere. Chi, al pari di chi scrive, si sforza di conquistare un punto di vista autenticamente critico-radicale sulle cose del mondo non può chiudere gli occhi dinanzi a questa vera e propria tragedia dei nostri tempi. Scriveva Max Horkheimer (Sociologia e filosofia): «La società, la quale è diventata alla fine proprio la mostruosità che Hobbes ha descritto al suo inizio, scoraggia il pensiero che cerca di coglierla come intero». Dobbiamo farci coraggio.

Una breve divagazione intorno al concetto di coscienza di classe.

La coscienza di essere sfruttati dal Capitale non è sufficiente, da sola, a fare dei lavoratori una classe rivoluzionaria. Infatti, si può benissimo dare, e nei fatti essa si dà come regola, la circostanza per cui i lavoratori considerino il proprio sfruttamento come rispondente a una legge metastorica che assegna ad alcuni individui la funzione dello sfruttato e ad altri quella dello sfruttatore. «Da che mondo è mondo esistono sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, governati e governanti, pecore e lupi, gazzelle e leoni. È inutile e infantile opporsi a questo destino ultra millenario». Quante volte abbiamo ascoltato questo sermone realistico proferito da chi vive nei bassifondi della scala sociale! Mio padre, un muratore bruciato dal sole, azzannato dal freddo e brutalizzato dal Capitale me lo ripeteva sempre.

Semmai, si criticano le esasperazioni, le “degenerazioni” e gli eccessi di una simile Legge, che sono vissuti come ingiustizia, mentre il fatto in sé stesso viene collocato appunto in una tetragona dimensione atemporale e naturale. Appena qualcuno fa cadere nel discorso il fatidico «Da che mondo è mondo», la mia mano corre istintivamente alla pistola.

Alla coscienza dello sfruttamento deve affiancarsi qualcos’altro. La ricerca – la definizione – di questo qualcosa mi appare molto affascinante, oltre che decisiva sul terreno della prassi.

maltempo-york-295073Una volta Arthur Schopenhauer scrisse che «Dove c’è colpa ci deve anche essere responsabilità» (La libertà del volere umano). Ebbene, la Colpa che a mio avviso fa luce (non sto dicendo che annulla ma che relativizza, contestualizza, spiega) su ogni altra colpa che ha come protagonista il singolo individuo deve essere individuata nella struttura classista della società. «Se infatti un’azione cattiva proviene dalla natura, cioè dall’innata qualità dell’uomo, la colpa è evidentemente dell’autore di questa natura. Per questo si è inventata la libertà del volere». Inutile dire che l’autore del Mondo come volontà e rappresentazione alludeva all’Artefice Massimo di tutte le cose, a Dio. «Pertanto», concludeva Schopenhauer, «l’uomo rimarrebbe innocente in ogni caso… mentre lo si fa responsabile». Aggiungo: di tutto.

Scriveva Arthur Rosenberg a proposito della «democrazia proletaria» che si realizzò ad Atena ai tempi di Pericle, di Sofocle e di Nicia: «È significativo che Atene, proprio dopo la presa del potere da parte del proletariato [461 a.C.], si sia contemporaneamente lanciata in due vere e proprie guerre di rapina: una contro i persiani per la conquista dell’Egitto, l’altra nella stessa Grecia per annientare due concorrenti commerciali come le repubbliche di Egina e di Corinto» (Democrazia e lotta di classe nell’antichità). Questo equivale forse a dire che è nella “natura umana” fare il Male?  Credo proprio di no. Significa piuttosto, e mi scuso per la ripetizione, che il Male è radicato nella struttura classista della società, che allora non venne sostanzialmente intaccata dalle riforme sociali. Infatti, «La politica estera imperialista intrapresa dall’Atene democratica fu a tutto vantaggio degli interessi degli imprenditori». Attraverso la guerra di rapina i nullatenenti ateniesi (teti) cercarono di partecipare nelle migliori condizioni alla spartizione del bottino. Le distinzioni di classe scomparvero solo sul piano formale e «il potere della maggioranza più povera», come definì Rosenberg la democrazia ai tempi di Pericle e degli altri democratici radicali, si rivelò alla fine incapace di vero Potere. Non solo, ma lo stesso proletariato ateniese partecipò con entusiasmo e raddoppiata violenza allo sfruttamento esercitato da Atene ai danni delle altre città. «Ciò che si propone di prosperare sotto il dominio, rischia di riprodurre il dominio stesso» (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).

Nonostante la loro formale uguaglianza di diritti, le classi subalterne anche in democrazia risultano di fatto completamente esclusi tanto dall’attività politica dirimente ai fini dell’effettivo governo del Paese, quanto dall’amministrazione della cosiddetta giustizia – o, più correttamente, della giustizia nella sua attuale configurazione borghese. Per un verso, la prassi elettorale si risolve, soprattutto per i nullatenenti salariati, in una “scelta” dell’albero a cui impiccarsi (albero di “destra”, di “centro” e di “sinistra”); e per altro verso, questa stessa prassi attesta la completa subalternità politico-ideologica di chi per vivere è costretto a vendere la propria capacità lavorativa. Se davvero il proletaria potesse impadronirsi del potere attraverso le elezioni, possiamo star certi che queste ultime verrebbero immediatamente soppresse come la più “eversiva” delle attività concepibili in regime democratico. È perché la prassi elettorale esprime l’ideologia dominante, in tutte le sue svariate coloriture apprezzabili nel mercato politico (e quello italiano è, sotto questo aspetto, particolarmente ricco e “frastagliato”), che essa si presta assai bene come strumento politico-ideologico di gestione delle contraddizioni e tensioni sociali. Finché è possibile usare la carota, la classe dominante non ha alcun interesse a mettere in campo quelle procedure di repressione e di controllo sociale che meglio si prestano a gestire il conflitto sociale in condizioni di acuta crisi del sistema capitalistico. Un mix di carota e di bastone: è questa la normalità della prassi democratica.

Chi parla di «vera democrazia», contrapponendola alla «democrazia reale», con chiara allusione al cosiddetto «socialismo reale», a mio avviso non comprende l’essenza del processo storico passato e presente. Invece di rivendicare la «vera democrazia», chi si batte per l’emancipazione degli individui dovrebbe lottare per il superamento della società divisa in classi, cosa che postula la rivoluzione sociale anticapitalistica.

Va da sé che gli ideologi delle classi dominanti non smettono di bollare come utopistica, e di denunciare come «foriera di folli e violente avventure rivoluzionarie», la tesi anticapitalistica appena svolta. Ma è il loro mestiere, devono farlo, e certo non sarò io a stigmatizzarne il legittimo impegno al servizio dello status quo.

Il mio impegno è un altro, questo: cercar di convincere le persone che la struttura classista della società in generale, e della società capitalistica in particolare non ha nulla di naturale, ma che essa è il prodotto di una genesi storica che chiunque è in grado di capire, se davvero ha interesse e desiderio di capirla.

All’obiezione, “classica”, secondo la quale l’esperienza del cosiddetto «socialismo reale» confuta la mia tesi, rispondo che 1) il mondo non ha ancora conosciuto nessun tipo di socialismo (soprattutto quello “reale”, che fu in realtà un Capitalismo di Stato), e che 2) la sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (che ebbe nello stalinismo la sua maligna fenomenologia) prova solo che la vittoria delle rivoluzioni non è assicurata in anticipo o decisa per decreto, umano o divino che sia. A mio avviso, questa tesi vale tanto più se si riflette sull’eccezionalità storica di quella esperienza: un proletariato socialmente assai minoritario si organizzò per qualche tempo in potere autonomo (sovietico, ossia basata sui soviet) in un Paese capitalisticamente molto arretrato. Di qui, l’estrema debolezza di quel potere, che si palesò in tutta la sua drammatica misura quando il proletariato occidentale rifluì su una posizione di attesa, e poi di rinuncia. Su questo aspetto rimando al mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre.

«La novità sconvolgente per un marxista critico è che la dimensione “rivoluzionaria” è passata dall’altra parte. È il capitale che viaggia con ritmi rivoluzionari, tali da determinare istantaneamente dei cambiamenti radicali. Chi sta dall’altra parte non può che praticare forme di gradualismo! Negli anni ’30 si poteva ancora scommettere sul crollo: dalla testa di Giove sarebbe scaturita la Minerva del nuovo ordine, senza danni evidenti, anzi, con grandi vantaggi per le masse. Ma oggi più che mai, nell’interdipendenza globale, con i processi di urbanizzazione così spinti, un crollo del capitalismo non lascerebbe sopravvivere alle proprie macerie quasi nulla. Non solo perché non c’è un modello alternativo di società; ma perché questa società è così implicata coi suoi meccanismi, dai quali siamo diventati così dipendenti, che non saremmo in grado di sopravvivere senza» (La crisi del capitalismo e la mancanza di alternative, Il Corsaro, 23 febbraio 2012). Così scriveva Marco Revelli due anni fa, quando sulla scia del suo maestro Norberto Bobbio sceglieva di appoggiare, ovviamente in odio all’ex Cavaliere Nero di Arcore, il «male minore»: «Io oggi considero Monti il male minore». Evidente l’ex Premier col loden era chiamato a svolgere una funzione katéchontica in vista di tempi più propizi alla nota Palingenesi sociale. Come diceva Kant, il caos è peggiore persino di un ordine cattivo. Faccio dell’ironia, è chiaro.

Dopo aver sostenuto per decenni, magari con qualche “riserva critica”, lo stalinismo in tutte le sue versioni nazionali (dal titoismo al maoismo, dall’oxhismo al castrismo); dopo aver cianciato per decenni di terze e quarte vie tutte rigorosamente di stampo statalista, oggi i “marxisti critici” scoprono che alle viste «non c’è un modello alternativo di società»; non solo, ma hanno capito, a beneficio dell’intera umanità (soprattutto a beneficio dei lavoratori, si capisce), «che non saremmo in grado di sopravvivere senza questa società». Personalmente ricuso di concedere anche un solo atomo di credibilità a personaggi di tal fatta.

* «Quindi in Francia il regime del Terrore doveva soltanto servire, con i suoi possenti colpi di maglio, a far sparire come per incanto dal suolo francese le rovine feudali. La borghesia, timida e riguardosa, non sarebbe venuta a capo per decenni di questo lavoro. L’azione cruenta del popolo le preparò dunque soltanto la strada» (K. Marx, La critica moraleggiante e la morale criticante). Si tratta, per così dire, dell’astuzia del processo storico-sociale.

ANCORA DUE PAROLE SULLA DEMOCRAZIA CHE LANGUE

Alcuni lettori hanno interpretato il mio post Il sepolcro – democratico – imbiancato come una manifestazione di indifferentismo politico per ciò che concerne il processo di decadimento della democrazia nel nostro Paese e nei paesi occidentali. Questa velata critica mi permette di chiarire il mio pensiero in merito a un tema che nei prossimi anni è destinato a precisarsi in tutta la sua ampiezza e durezza. Detto che, in generale, nulla della prassi sociale umana (o disumana) mi lascia indifferente, occorre considerare quanto segue.
La lotta contro il peggioramento dell’oppressione sociale in tutte le sue molteplici manifestazioni (economiche, politiche, “civili”, psicologiche ecc.), non può certo lasciarmi indifferente, ed anzi ciò che scrivo vuole fortemente militare a favore di essa. Ma vuole farlo da un punto di vista radicale, per introdurvi la consapevolezza che per un verso rimanere su quel terreno, alla fine, non può evitare il peggioramento delle cose che si desidera scongiurare; e per altro verso che si dà la possibilità di sradicare le cause stesse di quell’oppressione, passando dalla difensiva all’attacco. Non è affatto un luogo comune dire che, in situazioni eccezionali, la miglior difesa è l’attacco, e la stessa Rivoluzione d’Ottobre si spiega in parte come tentativo, da parte degli strati sociali urbani e rurali, di mettere al riparo le conquiste democratico-borghesi dall’imminente pericolo incarnato dal generale Kornilov.
Ma il salto mortale storico mi serve solo per evocare un incubo (la rivoluzione sociale, nientemeno!) e per dire che nel XXI secolo non c’è alcuna conquista democratico-borghese da mettere al riparo. Sempre più chiaramente, infatti, si svela il contenuto sociale – classista – della democrazia, la quale è solo una delle forme politico-istituzionali che può assumere il dominio totalitario delle necessità economiche. Ritenere che la democrazia, per quanto «imperfetta» e ingannevole, sia la forma di organizzazione politico-istituzionale più favorevole allo sviluppo del «movimento antagonista», è un’illusione smentita dalla storia lontana e recente. Molti socialdemocratici tedeschi, alla fine del XIX secolo, finiranno per rimpiangere i tempi delle leggi eccezionali antisocialiste, quando al proletariato più radicale appariva almeno chiaro e riconoscibile il volto del Nemico, in seguito trasfigurato nel «gioco democratico». Contro le aspettative di Engels e le teorizzazioni di Kautsky, la democrazia si dimostrerà invece lo strumento politico-ideologico che, attraverso la sempre più oculata alternanza della carota e del bastone, meglio serve le esigenze dello status quo.
Nell’esercizio del Potere – nell’accezione non meramente politologica del concetto – la democrazia si offre come la forma più razionale ed economica, e solo obtorto collo le classi dominanti vi rinunciano a favore di forme più dispendiose dal punto di vista del controllo sociale. Prendere queste parole come un augurio di «avventure totalitarie», secondo il falso principio che solo dal peggio può venire il meglio (la “rivoluzione”), è non solo sbagliato ma sciocco. Il tanto peggio, tanto meglio da sempre sorride solo alle classi dominanti. Intendo semplicemente dire che in qualsiasi circostanza l’elemento soggettivo (la «coscienza di classe») fa la differenza.
È all’interno di questa precisa costellazione concettuale che a mio avviso va “calata” la lotta alla progressiva «fascistizzazione» della società sotto l’incalzare della crisi economica, e per questa via colpire al cuore le illusioni intorno al «ripristino» della democrazia o alla costruzione della «vera democrazia», magari «dal basso» e sempre fatto salvo il rapporto sociale capitalistico che ci nega libertà e umanità.
Insomma, bisogna svelare il carattere ingannevole dell’alternativa tra peggio e meno peggio, «fascistizzazione» e «democrazia reale», perché dirimente è solo l’aut-aut tra l’attualità del dominio e la possibilità della liberazione. Lungi dal postulare un atteggiamento attendista o indifferentista in ogni sfera del conflitto sociale, il punto di vista critico-radicale qui sommariamente abbozzato invita il pensiero a predisporsi in posizione di battaglia anche a partire da piccole questioni, perfino da bagatelle, perché come diceva il filosofo nella particolarità più insignificante batte forte il cuore dell’universalità. Figuriamoci quindi se mi può essere indifferente la lotta contro le manifestazioni politiche dell’oppressione sociale. Per me si tratta piuttosto di evitare l’astuzia del dominio, vale a dire di non rafforzare il Potere sociale nello stesso momento in cui se ne combatte – male, sulla scorta di infondati presupposti politici – la fenomenologia.
Oggi siamo imprigionati in tutto ciò che esiste. Ma in tutto ciò che esiste si nasconde la verità che può liberarci. Prima sul piano della “teoria”, poi su quello della “prassi”. Come attingere quella verità dal fondo limaccioso della società sta al centro della mia riflessione teorica e politica, anche a proposito della scottante, e scivolosissima, «questione democratica».

ANALISI LOGICA DELLA SITUAZIONE

A quattro anni dalla sua entrata in scena, la crisi economica internazionale non sembra proprio intenzionata a togliere il disturbo. Anzi, col passare del tempo sembra averci preso gusto, a impazzare sulla scena sociale, e mese dopo mese non smette di sorprenderci con le sue inquietanti performance. Nata ufficialmente – e apparentemente – come crisi finanziaria, essa ha ben presto mostrato il suo aspetto industriale, e da ultimo ama vestire i panni del Debito Sovrano, sempre sul punto di trascinarci nel baratro del default. Considerata la sua dimensione sociale, la sua profondità strutturale e la sua durata, la crisi economica doveva necessariamente investire la sfera politico-istituzionale dei diversi Paesi, mettendo a dura prova vecchie categorie, quali l’autonomia del politico, la democrazia, lo Stato-Nazione.

Un altro keynesiano che piange sulla democrazia versata…

Chi ha in pugno lo scettro del Sovrano, la Politica o i «Mercati»? In Europa comanda «il Popolo», attraverso i suoi rappresentanti democraticamente eletti, ovvero, nell’ordine, la Germania «prussianizzata», la Banca Centrale Europea, i soliti – e fantasmagorici – «Mercati», la Tecnocrazia? Regge ancora il concetto e la prassi dello Stato-Nazione nel mondo globalizzato del XXI secolo, sempre più rigato da interessi e da potenze (economiche, politiche, sistemiche) sovranazionali?

A parere di chi scrive, chi continua a parlare genericamente di «Mercati» svela tutta la sua abissale incomprensione del meccanismo economico-sociale chiamato capitalismo. I «Mercati», di qualsivoglia natura essi siano, non sono mere tecnologie economiche al servizio dell’umanità, salvo «errori», «aberrazioni» e «abusi», sempre possibili nel mondo concreto: (l’imperfezione umanizza la tecnica, si dice); essi sono soprattutto la fenomenologia di peculiari rapporti sociali radicati nel processo di formazione e di distribuzione della ricchezza.

CHE PAURA!

Chi, invece, versa calde lacrime sulla democrazia (o sulla politica tout court) «sospesa» o «commissariata» dai cosiddetti poteri forti nazionali e transnazionali, mostra la sua ingenuità e le sue illusioni rispetto a un regime sociale che da sempre è stato dominato dai funzionari (economici, politici, ideologici, spirituali, ecc.) del Capitale. Quest’ultimo, a sua volta, non è un demoniaco complotto finanziario, non è la Spectre né lo Stato Imperialista delle Multinazionali, ideologico concetto tornato di moda presso alcuni vecchi tromboni nostalgici dell’estremismo «Rosso» (in realtà solo Rozzo!) degli anni Settanta; esso è, in radice, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, qualcosa di immateriale che viene prima del denaro e delle merci, e che rende possibile l’esistenza dell’uno e delle altre. In questo peculiare senso Marx scrisse che «il capitale è una potenza sociale, non è una potenza personale».

A differenza di quanto sostengono i tifosi del capitalismo di Stato e del dirigismo vetero o post keynesiano, l’attuale crisi economica non sancisce il fallimento delle «politiche neoliberiste» sponsorizzate dalla «bieca destra reazionaria»; la crisi è infatti immanente al concetto stesso di Capitale, e la prassi capitalistica degli ultimi due secoli conferma questa fondamentale nozione. Espansione e contrazione, creazione e distruzione di valori («capitale umano» compreso): è così che la bestia respira, e per vederla rantolare ci vuole ben altro che un crollo dei suoi meccanismi puramente economici.

Nel momento in cui lo strapotere degli interessi economici (cristallizzati nella forma-denaro e nella forma-merce) annichilisce qualsiasi barlume di umanità e di autonomia degli individui, i quali esercitano il loro cosiddetto «libero arbitrio» dentro i confini di uno spazio esistenziale che somiglia a una prigione; in questo contesto la democrazia mostra la sua reale dimensione storica e sociale, la sua natura di forma politico-ideologica del dominio sociale vigente. Con o senza democrazia gli individui in generale, e le classi subalterne in particolare, non hanno alcun potere reale, e la loro «libertà politica» si estrinseca nella periodica e sempre più rituale “scelta” del personale politico che deve amministrarli, condurli, controllarli e, se del caso, reprimerli.

È soprattutto in tempi di crisi economica acuta, quando le potenze sociali si scaricano con particolare brutalità sulle classi che vivono di salari e sul ceto medio declassato e impoverito, che gli individui intuiscono di non aver mai contato niente per ciò che concerne l’essenziale nella vita di un Paese, di essere stati solo dei numeri, dei codici fiscali, delle risorse economiche («capitale umano») da sfruttare o da scartare, secondo la «congiuntura economica». Le illusioni coltivate ingenuamente e ostinatamente nel corso di una vita mostrano tutta la loro vacuità, ed evaporano come gocce di acqua gettate sul fuoco. Ed è precisamente a questo punto che la crisi economico-sociale si apre alla possibilità di eventi radicali, fecondi di nuova storia. Altro che passaggio dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica»!

Certo, si tratta di vedere il senso, la direzione e la natura di quegli eventi; ma si tratta anche, e per chi scrive soprattutto, di avere voce in capitolo su quel senso, su quella direzione, su quella natura. Ciò che scrivo su questo Blog non ha altro significato se non quello di dare forza a questa eccezionale possibilità, a prescindere da quanto distante sia oggi l’Avvento dell’Evento, se mi è permesso civettare con la teologia. Anche perché solo pensarla, questa possibilità, rappresenta ai nostri tempi quasi un miracolo. Ciò che comunque è certo, è che i corifei della democrazia e i teorici del «conflitto sociale» come esercizio della «vera democrazia» avvelenano sempre di nuovo i pozzi dell’iniziativa autonoma delle classi subalterne e di chiunque avverta in qualche modo il disagio di vivere nella Civiltà a misura di Capitale.

Evidentemente depresso dalla crisi economica internazionale, nel suo intervento alla tavola rotonda organizzata la scorsa settimana da Altra Mente e dall’Associazione Rosa Luxemburg (povera Rosina!) per discutere sul «perché la Sinistra europea ha perso», un “post comunista” si è lasciato scappare il seguente lamento: «Il comunismo ha perso. Se adesso perde anche il capitalismo, cosa ci resta?» Ai nipoti, più o meno “critici”, di Stalin, Mao, Togliatti e Berlinguer consiglio una bella eutanasia di gruppo (che costa pure meno: in tempi di crisi…); agli altri ho da comunicare una bella notizia: il Comunismo, in quanto comunità umana, non ha perso semplicemente perché non ha mai giocato. Per dirla con l’ex Cavaliere Nero di Arcore, il Comunismo non è mai sceso in campo.

A Natale puoi regalarti questa eccezionale verità storica comprando Lo Scoglio e il mare. Come dice la nota canzoncina che allieta i cuori dei consumatori (e i profitti delle aziende), A Natale si può capire di più, a Natale puoi, se vuoi!

 

L’APOTEOSI POLITICA DEL COSIDDETTO GOVERNO TECNICO

La frusta semplice, senza fronzoli che piace ai politicamente ed eticamente corretti.

Il liberale e pragmatico The Indipendent ieri scriveva che il Governo tecnico di Monti «non è democratico ma è necessario». Necessario ad affrontare la grave crisi finanziaria che travaglia il Bel Paese, si capisce. Il governo tecnocratico, per un verso surroga l’impotenza della politica, inetta a implementare la necessaria cura lacrime e sangue; e per altro verso riflette i diktat del direttorio franco-tedesco, motore dell’Unione Europea. Niente di più falso, a mio avviso, a partire dal presunto «direttorio Merkezy»: la Germania si serve della Francia per dare una copertura politica «europeista» a una guerra sistemica che per adesso la vede vincente su tutti i fronti, come ai bei tempi della Blitzkrieg; e la Francia cerca di controllare come può la potenza tedesca, sperando anche di ricavarne qualche beneficio, come ai tempi di Vichy. È un matrimonio di interessi sempre più esposto alla tragica prospettiva del divorzio. Per quanto riguarda la sospensione della politica e della democrazia in grazia della «surroga tecnocratica», siamo all’ipocrisia più spudorata, e al solito feticismo della democrazia, foriero d’innumerevoli e pericolose illusioni. Si guarda la frusta (semplice, senza fronzoli, alla Monti) ma non si vede il Sovrano che la impugna.

Sempre più sorda, sempre più grigia…

La finzione è la peculiare funzione della democrazia rappresentativa nell’epoca del totalitario dominio delle esigenze economiche. Almeno da mezzo secolo politologi e giuristi dibattono intorno alla funzione parlamentare nei pesi capitalisticamente avanzati, costatandone l’eclissi. Il Parlamento non è che un «votificio», la cui funzione meramente rappresentativa e decorativa sempre più spesso, peraltro, intralcia l’azione politica in un mondo «sempre più veloce e competitivo». Già Marx, sulla scorta delle precedenti riflessioni critiche intorno all’impotenza reale dell’uomo nella società regolata dal Dio Denaro (vedi Rousseau e Balzac), scriveva che con la democrazia rappresentativa le classi subalterne avevano il non invidiabile privilegio di scegliersi, ogni tot anni, la corda a cui impiccarsi. Acqua passata, si dirà. E a ragione. Difatti, il capitalismo che Marx aveva di fronte impallidisce, sembra un gioco da ragazzi, se confrontato con quello mondiale e strapotente del XXI secolo. Che il potere politico sia nelle mani del «Popolo Sovrano» è una tesi menzognera che conserva la sua secolare efficacia ideologica, nonostante l’abbagliante evidenza della sua falsità. D’altra parte, dinanzi a una luce troppo abbagliante si fa prima a chiudere gli occhi, per legittima difesa…

Carl Schmidt sosteneva che lo Stato d’eccezione genera nuovo Diritto e ristabilisce il primato del politico sul sociale. Egli si faceva molte illusioni liberali intorno alla società del XX secolo, la cui dimensione totalizzante e totalitaria lasciava davvero pochi margini per simili nette distinzioni concettuali. Non parliamo poi della Società-Mondo dei nostri tempi, nel cui caldo seno abbiamo la fortuna di vivere e prosperare!

La più surreale delle ambiguità politiche («il governo del Presidente») è chiamata dunque a colmare un apparente vuoto, il quale invece, a ben guardare, è un assoluto pieno. È il pieno del Dominio Sociale, la cui astuzia è pari solo alla sua sempre più ottusa disumanità. Nessuno è così sciocco da non capire che il cosiddetto «governo dei tecnici» rappresenta la continuazione della politica – compresa quella tentata con alterne fortune dal trio «riformista» Craxi, Bossi, Berlusconi – con altri mezzi. La commedia degli equivoci e degli inganni che Miserabilandia manda in scena, o in onda, consente al politicume nostrano – di «Destra», di «Centro» e di «Sinistra» – di far scorrere il sangue dei sacrifici senza sporcarsi le mani. Anche Il Manifesto oggi si interroga amleticamente se conviene ancora una volta «baciare il rospo», come toccò in sorte al celebre – e cosiddetto – «quotidiano comunista» ai tempi del governo Dini. Un rospo tira l’altro! Lo stesso Monti, con la sua sorniona ironia, l’ha detto chiaramente ai leader che sostengono il suo governo: «Lo so che vi vergognate di dire alle vostre basi che state governando insieme al Partito che solo un giorno prima avevate demonizzato». Già, il governo Berlusconi-Bersani-Casini-Di Pietro: chi lo avrebbe detto!

Il capro espiatorio da additare alle masse fustigate a sangue e l’alibi della prossima crisi di governo sono già bell’e confezionati: «Il governo dei tecnici ha sospeso e commissariato la politica!» La Lega è già in campagna elettorale, insieme a Giuliano Ferrara: «Solo il Popolo Sovrano può legittimare il governo della Nazione!» Comunque vada a finire, duri un giorno, un mese o un anno, il «governo di impegno nazionale» celebra, al di là della sua «forte caratura tecnica» (il salumiere Bersani dixit), l’apoteosi dell’italico genio politico, assai avvezzo a «rivoluzioni fasciste»,«rivoluzioni giudiziarie», «governi balneari», «convergenze parallele», «compromessi storici» e via di seguito, con altre mille formule politiche, l’una più bizzarra dell’altra, le quali hanno consentito alle classi dominanti di questo Paese di garantire la continuità dello status quo con il massimo di economia di forze e il massimo di consenso sociale.

Dopo il Cavaliere Nero, L’Università Nera: La Bocconi

Siccome chiudere gli occhi dinanzi alla cattiva realtà non basta a scongiurare il pericolo di rimanere impressionati dal fulmine che invita a spalancarli, molti preferirebbero cavarseli, così da razionalizzare meglio la propria impotenza ed evitare di dover prendere decisioni non previste dalle procedure standard del Dominio sociale. Ragionare davvero con la propria testa può diventare troppo faticoso, doloroso e rischioso. Dire che il «governo dei tecnici» cela il diktat di non meglio specificati «Poteri Forti» (ora anche La Bocconi è diventata un luogo demoniaco!), quando la realtà ci grida in faccia la nostra impotenza sociale sotto ogni forma di governo e di ordinamento politico, tanto più se democratico, ha molto a che fare con la tentazione di cavarsi gli occhi.

A proposito, Professor Monti: io non m’impegno, sia chiaro!

IMPOTENTI TAMBURINI DELLE POTENZE SOCIALI

Dedico i passi di Adorno che seguono ai feticisti della democrazia, ovunque essi militino nel vasto e arabesco panorama politico del Bel Paese (o Miserabilandia che dir si voglia); in particolare a coloro che, a «Destra» come a «Sinistra», ancora nel XXI secolo e contro ogni più cinica evidenza, si illudono che il politico debba e possa avere, nella società fondata sul calcolo economico, preminenza sull’Economico, e sbraitano contro i «Mercati» e i «Poteri Forti» che hanno usurpato la Sovranità Nazionale dell’italica Patria. Peraltro proprio all’apice dell’orgasmo celebrativo Unitarista!

«La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non che il tamburino … La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994).

Non fatevi sviare dall’analogia, che appare fin troppo distante, sotto ogni rispetto, tra l’epoca del Führer e quella dell’Ex Cavaliere Nero di Arcore: al di là delle apparenze e mutato quel che c’è da cambiare, quei passi parlano di noi, dei nostri critici tempi. Se, per ipotesi, il mondo improvvisamente impazzisse, e tuttavia non trovasse la forza materiale e spirituale di rovesciare se stesso; e se, per la solita bizzarra astuzia del dominio, il più formidabile dei Nostromi – e quindi non sto parlando di me! – venisse a trovarsi al vertice del Potere Politico, credete davvero che il suo destino potrebbe essere diverso? E credete che il Gran Nostromo potrebbe recitare una parte diversa da quella di tamburino delle Potenze Sociali che l’hanno scaraventato, più o meno democraticamente, al potere? Non fatevi illusioni!

Il baffino non fa un Führer…

Per quanto riguarda l’attuale situazione italiana non ho che da rinviare il cortese lettore a Spettri di Berlinguer. Infatti, dove c’è aria di austerità e di sacrifici aleggia lo Spettro del sardo Enrico.

L’ALTERNATIVA DEL DOMINIO. Come sodomizzare democraticamente i lavoratori.

Oggi Il Manifesto pone questa falsa alternativa: «Sovranità popolare o della finanza?» Il quotidiano luogocomunista fa naturalmente riferimento all’inattesa e «tragica» decisione (peraltro ancora tutta da vagliare e confermare) di Papandreu di sottoporre a referendum il piano di salvataggio che la Germania e la BCE hanno imposto alla Grecia.

La svolta politica annunciata dallo statista progressista greco per un verso rispecchia in modo esemplare la grave spaccatura che si è realizzata nel seno della classe dominante non solo del suo Paese, ma di tutti i Paesi dell’Unione a moneta unica (è soprattutto il caso della Germania, “europeista” per necessità); e per altro verso risponde al tentativo della classe dirigente greca di dare una più larga base di consenso sociale a scelte politiche che in ogni caso, default o meno, fuoriuscita della Grecia dall’UE o meno, si annunciano pregne di lacrime e sangue.

Come mi è capitato di scrivere altre volte, nella Società-Mondo del XXI secolo la Sovranità non sta nella Finanza, concepita come sterco del Demonio e capro espiatorio dell’attuale crisi economico-sociale (come peraltro avvenne dopo il Grande Crollo del ’29); né in non meglio specificati «mercati»: essa insiste negli interessi sempre più totalitari e stringenti dell’economia capitalistica tout court, concepita nella sua irriducibile totalità finanziaria-industriale. Con tutto ciò che necessariamente ne consegue sul piano della politica, delle istituzioni nazionali e sovranazionali e dei rapporti interimperialistici. Il resto è ideologia.

Chi non vuole collaborare alla salvezza del cosiddetto «Bene Comune», il quale in questa società corrisponde al bene della classe dominante, deve guardarsi da ogni discorso populista, demagogico, soprattutto quando viene rivestito con parole democraticamente corrette. Mai come in tempi di crisi economico-sociale la democrazia mostra la sua vera natura di forma politico-istituzionale-ideologica al servizio del dominio sociale. Senza poi dimenticare che la democrazia è capacissima di alternare carota e manganello. Checché ne pensi la buonanima di Carl Schmidt

Nel momento in cui in Grecia si alimenta, in chiave demagogica e antitedesca, il ricordo dell’occupazione nazifascista del Paese, forse non è fuori luogo ricordare come i plebisciti popolari abbiano punteggiato la sanguinosa storia del secolo breve. I lavoratori europei non devono morire né per Danzica, né per Atene né per il Capitale.

MISERIA DELLA «DEMOCRAZIA PARTECIPATA» E DEI «BENI COMUNI»

Nel suo editoriale comparso oggi sul quotidiano statalista Il Manifesto, Guglielmo Ragozzino ha spiegato le «ragioni di fondo» della proditoria aggressione speculativa che nei giorni scorsi ha messo sotto schiaffo le sorti economiche del Paese. Attraverso la speculazione finanziaria il mondo che fa capo al solito capitalismo liberista-selvaggio, sordo a ogni imperativo etico, avrebbe voluto colpire nientemeno che «l’Italia della democrazia partecipata e dei Beni Comuni».

Insomma, sarebbe lo «straordinario» risultato politico e sociale dell’ultima tornata referendaria che, secondo Ragozzino, il bieco mondo della Finanza Speculativa ha inteso castigare. Esso, infatti, non può tollerare la «democrazia dal basso» che decide di sottrarre alla vampiresca logica del profitto la gestione dei servizi pubblici locali. Ecco perché, conclude il Nostro statalpartecipativo, bisogna creare un movimento che difenda «l’Italia dei Beni Comuni delle città», così duramente attaccata dalla finanziaria approntata dal Ministro Tremonti, ieri colbertiano, oggi «servo sciocco dei poteri forti» nazionali e sovranazionali. Della serie: lunga vita allo statalismo (parassitario) «dal basso».

Ovviamente si tratta di pura risciacquatura ideologica, peraltro smentita proprio in questi giorni da quanto avviene nel vasto mondo: dagli Stati Uniti del progressista Obama alla Grecia del socialista Papandreou, passando per la Spagna di Zapatero, il Portogallo, l’Irlanda, e via di seguito. Cercasi disperatamente il profitto: da sempre è questo il mantra del Capitale. Se poi esso può evitare di passare attraverso la poco remunerativa attività produttrice di «beni e servizi», è ancora meglio. Il Capitale è laico…

Assodato che la speculazione finanziaria ha la stessa dimensione etica di qualsiasi altra attività economica (compresa quella gestita dai capitalisti Equi e Solidali, eticamente ed ecologicamente corretti), è proprio l’obesità del debito pubblico italiano, costruito in decenni di consociativismo cattostatalista (Trimurti Sindacale compresa), che rende particolarmente instabile il quadro strutturale del Bel Paese. E, si sa, dove insiste l’instabilità sistemica, lo speculatore prospera. Beato lui!

Non mi rimane che chiudere queste afose riflessioni ripetendo quanto ebbe modo di farfugliare l’altro giorno il noto Disfattista, e cioè che bisogna mandare a quel paese – sempre quello – i teorici dei Beni Comuni, della Democrazia Partecipata e dei Sacrifici (sdoganati, giusto per irritare il Colon di chi scrive, come «Sobrietà»), e cercare di sollecitare, sempre nei limiti del possibile, la nascita di un movimento di opposizione sociale che resista a ogni forma di politica dei sacrifici. C’è bisogno di arrabbiati con la testa sulle spalle, non di indignati accecati di collera giustizialista.

Il Nostromo e il Dissuasore

LO STATO DI DIRITTO NON GUARDA IN FACCIA NESSUNO! PER QUESTO AVREBBE BISOGNO DEL TRATTAMENTO EUTANASICO…

Cosa mi dice la vicenda che ha visto Strauss-Kahn, l’ex presidente di una tra le più importanti istituzioni mondiali, precipitare da un giorno all’altro nel baratro della catastrofe etica e politica? Molte cose. Tra le tante, ne voglio illuminare solo due.

In primo luogo lo squallido affaire mi dice che ancora una volta la Prima Potenza Mondiale del pianeta ha impartito una severa lezione agli altri paesi occidentali, dimostrando che là dove vige la piena libertà capitalistica (al netto delle tutt’altro che rare tentazioni protezionistiche!), il Potere Sovrano si prende la libertà di colpire con inusitata durezza chi mostra di non rigar diritto, come impone il regolo di Policleto – non a caso tanto tenuto in considerazione da J. Bodin, il teorico dell’assolutismo del XVI secolo. Chi sbaglia paga, senza alcun riguardo per le condizioni sociali e il prestigio del reo.

Chi associa questa prassi “egualitaria” al concetto di Giustizia, deve tenere in considerazione il fatto che questa Giustizia è radicata nel dominio sociale capitalistico, il quale stabilisce le regole del gioco in ogni sfera della prassi sociale. Strauss-Kahn è finito in manette per conto di quel dominio, che lo ha trattato come un suo funzionario andato a male (o a puttane, fate voi), non certo per conto di quell’astratta Giustizia che esiste solo nelle teste degli apologetici sostenitori dello Stato di Diritto.

Chi, invece, ha trovato gradevole il film televisivo che ha visto come suo protagonista assoluto l’ex potente di turno rotolato miseramente nella polvere come un disgraziato qualsiasi, dovrebbe piuttosto chiedersi quanto più inumanamente può atteggiarsi lo Stato di Diritto nei confronti di chi può permettersi solo l’avvocato d’ufficio. Da sempre l’invidia sociale è alleata del dominio.

Infine, chi vede nell’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale solo una funzione non più funzionante, e non l’ennesimo povero cristo finito sulla croce a causa di una società che crea magagne a tutti i livelli e in ogni anfratto, mostra non tanto una scarsa “umanità”, ma piuttosto una grave indigenza di coscienza in merito alla radicalità del male che colpisce tutti gli individui – dimostrando la stessa cecità della Giustizia.

In secondo luogo, questa vicenda mostra fino a che punto gli eticamente corretti possano essere selettivi in materia di garantismo: per il quotidiano francese Libération Berlusconi è un puttaniere praticamente a prescindere, mentre per l’ex candidato della sinistra alle prossime elezioni presidenziali non fa mancare un supplemento di dubbio: non è possibile scorgere dietro il sospettato stupro la manina di Sarcozy? A dimostrazione che Miserabilandia non è affatto una questione di esclusiva pertinenza italiota.

LO STATO È SEMPRE DI DIRITTO

Nell’odierna «commovente» cerimonia di commemorazione delle vittime del terrorismo, il Presidente della Repubblica ha tenuto a precisare, con inaspettata veemenza (segno di una presidenziale coda di paglia?), che il terrorismo in Italia è stato battuto nel pieno rispetto dello Stato di Diritto, ossia senza ricorrere alla legislazione speciale.

Per certi versi concordo con questa tesi, ma sulla base di un ragionamento affatto diverso. Infatti, io sostengo che le cosiddette «leggi eccezionali» varate in Italia – ma anche in Germania – negli anni Settanta del secolo scorso dal governo di «Solidarietà Nazionale», con l’approvazione quasi unanime del Parlamento, non solo non rappresentarono una «sospensione» dello Stato di Diritto, ma piuttosto realizzarono un suo ulteriore rafforzamento. Questo semplicemente perché la sospensione del Diritto equivale alla sospensione dello Stato tout court. Lo Stato è sempre di Diritto.

Al contrario di quanto pensano gli Scienziati della Politica e del Diritto, ciò che conferisce legittimità alle leggi, «normali» o «eccezionali» che siano, è la prassi del Dominio, con le sue complesse e mutevoli esigenze di controllo sociale, e non certo il morto formalismo di una Carta Costituzionale chiamata a ratificare il mitico «Patto Sociale».

La stessa violenza connaturata al Potere Sovrano rappresenta il respiro del Diritto: essa si espande e si contrare sempre di nuovo per assicurare nelle diverse circostanze la migliore ossigenazione al Corpo Sociale. Chi nutre delle illusioni intorno alle cosiddette «garanzie democratiche» farebbe invece meglio a non prenderle troppo sul serio, magari solo per non offrire al Moloch facili pretesti di aggressione.

DIRITTO GESUITICO E DIRITTO DI FATTO A CONFRONTO

Serve una bussola per orientarsi nel mare agitato della «Riforma Epocale» in materia di Giustizia annunciata dal Cavaliere Nero di Arcore? Ecco il mio piccolo contributo, nient’altro che un primo approccio alla questione.

Il fatto – la vita, la prassi sociale – è la vera fonte del Diritto. Per questo non ha alcun senso mettere in rigida opposizione i due concetti, come invece fa la dottrina ideologica del Diritto, soprattutto nella sua versione “progressista”. L’Italia è un esempio a suo modo paradigmatico di questo assunto: la sua ormai cronica arretratezza politico-istituzionale costringe, infatti, da almeno mezzo secolo la sua classe dirigente a fare cose che essa non può dire senza passare per «eversiva» (la citazione progressista è qui puntuale, anzi stereotipata: il sovversivismo delle classi dominanti di gramsciana memoria), o comunque senza attirarsi gli alti strali dei politicamente corretti.

Un esempio lontano nel tempo ma attualissimo nella sua essenza sociale: il famigerato «caso P2» (1981), con riferimento alla Loggia Segreta («coperta», nell’esoterica fraseologia della Fratellanza Massonica) organizzata negli anni Settanta da Licio Gelli. Esso si inscrive nel quadro di una esigenza reale, ossia la necessità per coloro che hanno potere (economico, politico, militare, mediatico, ecc.) di organizzare gruppi di pressione per meglio difendere e promuovere i loro interessi. Mentre in Paesi strutturalmente più avanzati (Stati Uniti e Inghilterra, in primis) l’attività lobbistica, non solo non è vietata, ma è anzi legalmente riconosciuta e tutelata, in Italia l’ipocrisia politica la esecra, ma ovviamente non può eliminarne la necessità, e quindi la sua pratica «coperta». Di qui, il proliferare di gruppi di pressione di vario genere che si prendono con il fatto ciò che un Diritto gesuitico gli vieta. Ma la prassi genera nuovo Diritto, se si vuole Diritto di Fatto, e il cerchio si chiude intorno al collo degli ideologi, la cui funzione conservatrice può certamente rallentare la trasformazione del fatto in Diritto pieno e rotondo, per così dire, ma non può impedirlo indefinitamente.

Il famigerato Piano di Rinascita democratica caldeggiato dal Venerabile Gelli, passato alla cronaca e poi alla leggenda metropolitana del Bel Paese alla stregua di un Piano Autoritario, ad uso e consumo dell’opinione pubblica “progressista” (allora in larga parte tifosa di regimi notoriamente democratici come quelli basati nella Russia e nella Cina «socialiste»), in realtà sosteneva una timida riforma costituzionale, politica e sociale del Paese, la stessa di cui si parla da mezzo secolo in dotti convegni e in impotenti Bicamerali.

Un altro esempio: la forma di governo. Da almeno tre lustri la classe dirigente (politica, economica, culturale) del Paese si dice convinta della necessità, «ormai non più derogabile», di un governo più forte, all’altezza «delle nuove sfide», meno ostaggio del Parlamento (peraltro già ridotto ai minimi termini, come giustamente e pateticamente lamentano i feticisti della democrazia parlamentare). Ma toccare la Sacra Carta non si può, è tabù, perché troppi interessi (politici, economici, sindacali, ecc.) si sono cristallizzati alla sua ombra. Siccome la necessità di un esecutivo adeguato ad un Paese che vuole rimanere al vertice del sistema mondiale non solo non è venuta meno, ma si rafforza mese dopo mese (soprattutto in periodi di crisi internazionale, come quella che stiamo attraversando), l’italica creatività si è inventata una forma di governo la cui legittimità istituzionale si fonda solo su una non meglio definita «Costituzione Reale».

Facciamo finta di avere un Primo Ministro eletto direttamente dai cittadini, e quindi politicamente forte, salvo verificarne la debolezza quando la finzione sorretta dalla prassi cerca una legittimità nella «Costituzione Formale». Allora ci si ricorda che in realtà il Primo Ministro italiano è nominato dal Presidente della Repubblica su indicazione dei partiti, e quindi sottoposto al «gioco partitocratico». Altro che «Seconda Repubblica»!

Esempi come i due che ho proposto all’attenzione del paziente lettore se ne possono trovare in gran copia nella realtà italiana; essi esprimono il conflitto sempre più arroventato tra il Diritto gesuitico degli ideologi, attaccati come patelle allo scoglio di un assetto politico-istituzionale-sociale ormai largamente superato (basti pensare alla crisi del vecchio assistenzialismo statalista: non c’è più trippa per gatti: lasciate che i topi finiscano in bocca ai più poveri!), e il Diritto che emana dalla prassi sociale, la quale non può entrare senza farsi male dentro panni che le stanno troppo stretti.

Ecco, io invito a leggere sotto questa luce anche l’odierno dibattito aperto dalla «riforma epocale» in materia di giustizia annunciata dal Cavaliere Nero di Arcore qualche giorno fa. Con questo voglio forse insinuare che il Premier ha ragione quando dice che chi si oppone alla sua «riforma epocale» è un conservatore? Non lo insinuo affatto, lo sostengo senz’altro. Volete una controprova facile facile? Eccola: La Repubblica, Il Manifesto, Liberazione, Il Fatto, Il Secolo d’Italia non sono forse i quotidiani che orientano il movimento di opposizione a ogni tentativo di riforma costituzionale? CVD!

Conservatori naturalmente dal punto di vista dei Sacri bisogni del Paese, rispetto ai quali sono completamente sordo. Patria, Pil, Prestigio Nazionale, Costituzione, Tricolore: non me ne può calere di meno, se non sul piano della critica negativa (altrimenti detta, a buon Diritto, disfattista). Dal mio punto di vista, e come non smetto di ricordare, Innovatori (i berlusconiani) e Conservatori (gli antiberlusconiani) camminano gli uni contro gli altri armati sullo stesso ignobile terreno di Miserabilandia. Che ci azzecco io col «teatrino della politica»?!

STRAPOTENZA DELLO STATO DI DIRITTO, IMPOTENZA DELL’INDIVIDUO

La breve riflessione che segue mi è stata suggerita, tra l’altro, dalle polemiche che si sono sviluppate all’indomani della scomparsa di Mario Monicelli. Ancora caldo il cadavere del grande regista italiano, mi è toccato assistere allo spettacolo davvero vomitevole offerto dai soliti «sciacalli etici», di “destra” e di “sinistra”, i quali vi si sono fiondati contro nel macabro tentativo di sbranarne l’anima. Come spesso accade, gli sciacalli sinistrorsi hanno sbaragliato la concorrenza, lasciandosi andare ad un luogocomunismo francamente ripugnante, oltre che ridicolo. Ma ciò che più mi ha disgustato sono stati coloro che hanno approfittato dell’ultimo «scatto in avanti» del vegliardo per perorare la causa dell’eutanasia e del «suicidio assistito». La morte passata dalla mutua. Lo Stato di diritto, essi dicono, deve prendersi cura della nascita (magari ingravidando le donne che non vogliono avere rapporti intimi con gli uomini), della vita e della morte di ogni cittadino. Insomma, lo Stato di Diritto come Padre Padrone Universale. Mi chiedo quale spazio di manovra esistenziale conservi ancora l’individuo.

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Si dice che la legge burocratizzi tutto quel che tocca. Penso che sia vero e invito a riflettere sulle cause immediate e lontane di questa verità che mi appare alla stregua di un’evidenza solare. Ma ciò che a me appare oltremodo evidente può benissimo non esserlo per gli altri, e per questo “socializzo” questa riflessione, in modo che gli altri possano confermare o confutare il mio punto di vista.

Il fatto che nel quadro dell’attuale regime sociale i cosiddetti diritti (politici, sindacali, civili, ecc.) debbano necessariamente incontrare la prassi legislativa dello Stato, è cosa che risulta incomprensibile solo al pensiero anarchico. Il punto è che ai teorici dei diritti per tutti e per tutto sfugge completamente la maligna dialettica per cui l’espansione dei diritti deve necessariamente implicare l’espansione del dominio sociale. Infatti, lungi dall’essere la camera di compensazione degli interessi e dei bisogni che si confrontano e si scontrano nella società civile, nonché il massimo garante del «patto sociale», lo Stato rappresenta in realtà la suprema espressione degli interessi generali e vitali delle classi dominanti.

Un bisogno sociale di qualsiasi genere riconosciuto dallo Stato e trasformato in un diritto, ci dice che esso non rappresenta, o non rappresenta più, un problema per lo status quo, e se e quando lo diventasse, o ridiventasse (pensiamo, ad esempio, ai diritti sindacali), esso sarebbe certamente negato in quanto diritto e, se le circostanze lo imponessero, violentemente rintuzzato. Peraltro con piena legalità, la quale scaturisce direttamente dai rapporti sociali dominanti in una data epoca storica. La stessa complessità della moderna società capitalistica ha fatto sì che i bisogni socialmente compatibili venissero inseriti in una maglia sempre più fitta di diritti d’ogni tipo.

L’espansione dell’area dei diritti non ci parla, quindi, di uno Stato «sempre più libero e democratico», ma piuttosto di un dominio sociale sempre più forte, capillare, invadente e dispotico, e in grazia di ciò i teorici acritici dei diritti universali (diritto al matrimonio omosessuale, diritto all’eutanasia e al suicidio assistito, diritto alla procreazione assistita senza limiti di tempo e di condizioni sanitarie, diritto allo “sballo”, diritto a mangiare con le mani anziché con coltello e forchetta, ecc.) sono, forse loro malgrado, gli apologeti più zelanti della cattiva (disumana) società. Essi vedono un avanzamento del progresso e della civiltà, in un processo che fondamentalmente si risolve in un ulteriore doloroso restringimento del già angusto e negletto spazio umano.

Che le cose stiano così, lo suggerisce, tra l’altro, il senso di vuoto esistenziale che si diffonde proprio nelle società più progredite dal punto di vista del «benessere» e dei «diritti umani e civili»; parlo di quella «malattia dell’anima» che cerchiamo di fronteggiare con medicine più o meno “alternative”, sedute psicoanalitiche, religioni a basso impatto teologico (spiritualità sì, ma senza esagerare troppo!), e quant’altro offre una società che sembra poter offrire – a pagamento, beninteso – un rimedio per ogni disfunzione che essa crea. Ogni magagna crea un business: che forza questo capitalismo! L’attivismo teologico del Pastore Tedesco si spiega con questa epocale e micidiale crisi di senso, ed è per questo che ogni sua interpretazione in chiave scientista e laicista non ne coglie né il significato sociale né il “risvolto” politico. Per chi scrive non si tratta certo di coltivare impotenti e ridicole nostalgie passatiste (del tipo: «non ci sono più i froci di una volta, i quali almeno suscitavano scandalo e sputavano sul matrimonio borghese, mentre i gay di oggi fanno “tendenza” e si propongono di salvare l’istituzione matrimoniale dal suo agognato naufragio!»); si tratta piuttosto di riflettere seriamente intorno alla qualità, alla natura tutt’altro che pacifica (in tutti i sensi) del nostro cosiddetto progresso civile, il quale negherà sempre – e necessariamente – alla radice il solo “diritto” che davvero importa: quello di diventare uomini.

L’AVVENIRE DI TROPPE ILLUSIONI


La straordinaria forza di questa società risiede anche nel fatto che, grazie alla mostruosa forza produttiva delle sue industrie, essa ha dato praticamente a tutti, anche agli ultimi, qualcosa da perdere, non importa quanto consistente dal punto di vista economico, e quanto «artificiale» sul piano dei bisogni sia questo qualcosa. Qualcosa è sempre meglio che niente! Si tratta di vedere fino a che punto può durare questa potente illusione. Qualcosa da perdere e nessun mondo da conquistare: la «questione operaia» oggi si trova impigliata in questa tragica situazione. Come venirne fuori?

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Per reagire con una certa efficacia all’ennesimo attacco che le classi dominanti e il loro Stato stanno portando alle nostre condizioni di vita e di lavoro, dobbiamo sbarazzarci urgentemente di alcune illusioni che ci condannano all’impotenza. Queste illusioni sono tanto più robuste e difficili da smantellare, in quanto hanno avuto modo di radicarsi in profondità nelle nostre teste nel corso di molti decenni, e perciò siamo ben coscienti di iniziare un discorso tutt’altro che facile da digerire. Ma in questi agitati tempi nulla è facile, e ce ne accorgiamo giorno dopo giorno. Chi cerca scorciatoie e facili soluzioni, è condannato in partenza all’insuccesso. Perciò, mentre lottiamo o mentre speriamo di poterlo fare al più presto, cerchiamo anche di capire in quale situazione il capitale ci ha cacciato con la consueta brutalità, appena mitigata dall’ipocrita ideologia del bene comune, che ci sussurra all’orecchio che «siamo tutti sulla stessa barca».

È vero, siamo tutti sulla stessa barca, ma a remare non sono certo le classi dominanti; non sono certo esse che rischiano di annegare nel mare in tempesta della crisi economica e a pagare il prezzo salatissimo delle inevitabili ristrutturazioni aziendali. Chi ci vende l’illusione del bene comune merita di venir vomitato per la salute della nostra mente. Soprattutto nei momenti critici i lavoratori hanno bisogno di lucidità, quella lucidità che le classi dominanti, anche manovrando con scientifica precisione tutti i mass-media, cercano di vanificare creando un clima di scontro fazioso tra opposte – e ugualmente ributtanti – tifoserie politiche (del genere berlusconiani Versus antiberlusconiani). Le pagine che seguono intendono offrire un contributo alla discussione tra coloro che si stanno ponendo seriamente il problema di come reagire a questa situazione.

Qui parliamo in modo diretto della società italiana, ma è chiaro che senza un riferimento allo spazio sociale assai più vasto che si chiama mondo ogni riflessione intorno alla nostra condizione di lavoratori italiani ha poco senso. Ormai appare sempre più chiaro come sia davvero impossibile isolare le questioni nazionali e persino locali da quel contesto più generale, e quest’ultima crisi economica è venuta a gridarci in faccia che tutto il pianeta giace sotto un unico cielo: quello capitalistico. La vera e propria invasione dei nostri mercati da parte delle merci, dei capitali e dei lavoratori cinesi non è che la manifestazione più eclatante della nuova situazione maturata nei decenni che ci stanno alle spalle. Un altro sintomo assai eloquente dei nuovi tempi è la politica dei sacrifici adottata contemporaneamente in Grecia, in Spagna, in Irlanda e in Inghilterra: ovunque la ricetta è tagliare la spesa pubblica improduttiva (per il capitale), tagliare i salari, aumentare la produttività del lavoro, innalzare l’età pensionistica.

Alla ricerca sempre più ossessiva di profitti, il capitale mondiale ha finito per abbattere ogni confine e ogni limite, sfruttando come non mai le risorse naturali e le risorse umane. L’idea che esistano soluzioni ai nostri problemi che prescindano da ciò che succede nel mondo, appartiene anch’essa al novero delle illusioni. Abbiamo visto come la Fiat ha posto il problema di Pomigliano: «o accettate questa minestra, oppure investiamo in Polonia, in Serbia, in Brasile, in India, insomma lì dove la forza lavoro costa di meno e sgobba di più. I capitali sono nostri e noi decidiamo le condizioni della produzione. Vogliamo essere padroni a casa nostra!». La Fiat ha solo rotto il ghiaccio, indicato una strada, ponendosi come sempre all’avanguardia del movimento capitalistico italiano. Quel che manca è il movimento operaio! Giustamente è stato obiettato a Marchionne, il quale aveva invitato i lavoratori ad abbandonare le vecchie idee incentrate sulla «lotta di classe», che in realtà la lotta di classe oggi la fanno i capitalisti contro i lavoratori, i quali si limitano a subirla. Ebbene occorre che i lavoratori diano un significato non banale a quest’obiezione, prendendo l’iniziativa, uscendo fuori della passività che li rende oggetti passivi di una ristrutturazione del sistema capitalistico che si annuncia di portata epocale.

La globalizzazione capitalistica rende oggi possibile un facile, rapido e poco costoso trasferimento delle produzioni e dei servizi da un posto all’altro del pianeta, e questo ci rende ricattabili come mai prima. D’altra parte, ogni nostro ripiegamento di carattere europeistico, nazionalistico o localistico non farebbe che accelerare e rendere ancora più dura la nostra disfatta, anche qualora dovessimo nell’immediato ottenerne qualche beneficio, cosa peraltro quantomeno dubbia. Se non vediamo negli immigrati altro che gentaglia che è venuta da chissà dove a «rubarci il lavoro», schiavi che si accontentano di un salario ridicolo, e che perciò ci costringono ad accettare a nostra volta salari sempre più bassi e condizioni di lavoro sempre più dure, ci mettiamo su una china che ci porta dritti a una guerra tra poveri che non può avere che un vincitore: il capitale.

Esposti alla seduzione del razzismo e dello sciovinismo sono soprattutto i lavoratori delle piccole e medie imprese, i precari e i disoccupati, ossia coloro che si trovano più esposti alle ingiurie della crisi e della globalizzazione, e che rischiano di precipitare sul lastrico senza poter contare sul «paracadute sociale» (cassa integrazione, prepensionamenti, ecc.) cui i lavoratori delle grandi aziende possono ancora ricorrere. Non sarà affatto facile far passare tra la massa dei lavoratori il massaggio che, in quanto salariati e dominati, si è davvero tutti sulla stessa barca, a prescindere dal colore della nostra pelle, dalla nostra nazionalità, cultura, religione e quant’altro. Eppure, prima capiamo questo fatto, e prima e meglio possiamo attrezzarci per la lunga lotta di resistenza che ci attende. I tragici fatti di Rosarno ci dicono a cosa può portare una rabbia priva di coscienza e di organizzazione.

Coscienza e organizzazione: è questa la sola alternativa alla marea razzista, sciovinista e localista che sale in primo luogo – e necessariamente – tra i ceti più bassi della società, mentre certamente non lo è l’ideologia «multiculturale» e «multirazziale» dei buoni di spirito, la quale dappertutto ha fatto fallimento – persino negli Stati Uniti d’America! Il capitale non ci valuta in base al colore della nostra pelle o al Dio in cui crediamo: per esso siamo solo una fonte di profitti, che conserva un valore fino a quando dà profitti. Cerchiamo almeno di imparare la lezione che il capitale c’impartisce tutti i giorni nelle fabbriche e sui mercati.

Coscienza e organizzazione: è la sola strada praticabile per resistere con efficacia alla sfida che il capitale nazionale e internazionale ci ha lanciato. Non offriamo una vecchia ricetta per affrontare nuovi problemi, visto che, al di là delle apparenze, ai lavoratori sono mancati da decenni proprio quei due requisiti che ne potrebbero fare un soggetto sociale degno di questo nome. Il punto è: quale coscienza e quale organizzazione. La consapevolezza della nostra attuale impotenza non deve deprimerci ulteriormente, ma deve anzi rappresentare il punto in cui è possibile invertire la tendenza. La realtà è brutta, e promette di diventarlo ancora di più, ma è necessario guardarla in faccia, se vogliamo incominciare a venirne fuori, magari all’inizio goffamente e tra mille contraddizioni, ma non importa: non si diventa subito adulti. Meglio sbagliare nel tentativo di sollevarci e metterci sulle gambe, che continuare a strisciare illudendoci che altri (sindacalisti, politici, demagoghi televisivi, populisti, ecc.) possano fare ciò che solo noi possiamo fare.

Il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha dichiarato alla stampa che, di questo passo, «rischiamo di diventare una Repubblica democratica fondata sullo sfruttamento del lavoro». Rischiamo? Ma l’Italia è una Repubblica democratica fondata sullo sfruttamento del lavoro, e lo è ormai da oltre sessant’anni, sotto l’egida di quella Costituzione che all’articolo 1 sancisce il dominio del capitale sul lavoro nel modo più chiaro possibile, e che per Landini e soci rappresenta il faro che illumina il cammino dei lavoratori… verso il baratro! Lavoro, in questa società, significa lavoro salariato, e quindi lavoro venduto dagli operai ai capitalisti, che lo acquistano per ricavarne dei profitti. Tutte le Repubbliche di questo mondo, da quella «Democratica» italiana a quella «Popolare» cinese, sono fondate sullo sfruttamento del lavoro, e pensare che possa esistere oggi un lavoro («materiale» o «immateriale», manuale o intellettuale) che non sia, dall’inizio alla fine, sottomesso agli interessi del capitale (pubblico o privato) è una pia illusione. Il lavoro non è un «bene comune», come ci dicono i progressisti di “destra” e di “sinistra” (vai poi a capire chi è di “destra” e chi di “sinistra”!), ma il bene più prezioso del capitale, il quale ci concede graziosamente di vivere come salariati fino a quando non diventiamo «eccedenti», «obsoleti», «improduttivi», «costosi». Quando questo accade, e periodicamente deve accadere, ci accorgiamo che valore ha il cosiddetto «capitale umano»: zero. Il «capitale umano» è semplicemente capitale, il quale non ha nulla di umano

I lavoratori delle medie e piccole imprese tutto questo lo hanno sempre sperimentato sulla loro pelle, perché al contrario dei lavoratori delle grandi imprese, assai infiltrate dal capitalismo di Stato e assoggettate al più rigido monopolio sindacale, essi non hanno potuto beneficiare delle tutele sancite dallo Statuto dei Lavoratori, e solo in minima parte hanno goduto del cosiddetto Stato Sociale, peraltro finanziato attraverso un drenaggio fiscale sempre più pesante e insostenibile. E’ questo il prezzo che la democrazia basata sullo sfruttamento del lavoro ha pagato per mantenere saldo nelle sue mani il controllo dei lavoratori, divisi in «aristocrazia operaia» e in proletariato salariato sempre in bilico tra occupazione, precarietà e disoccupazione. Che oggi anche molti «lavoratori intellettuali» vivano questa situazione, è davvero il segno dei tempi, e anch’essi farebbero bene a scrollarsi di dosso tante illusioni circa il loro status sociale.

A proposito di status sociale: nelle ultime manifestazioni organizzate dalla Fiom-CGIL, diverse persone indossavano una maglietta che riportava questa scritta: «orgoglio operaio!». Ma orgoglio di cosa? C’è davvero di essere orgogliosi di questo “status sociale”? O non è piuttosto, quella operaia, una condizione dalla quale occorre rifuggire prima possibile? Il problema è che non è così facile scappare dalle fabbriche! Nessuno può essere orgoglioso di una vita fondata su un salario, e se lo pensiamo è solo perché ci siamo abituati ad un’esistenza davvero miserabile, soprattutto se confrontata con la ricchezza sociale che produciamo come lavoratori. La condizione operaia è una maledizione che accettiamo in mancanza di alternative, ma cerchiamo almeno di non cadere nelle trappole ideologiche «operaiste» architettate da chi ha interesse al mantenimento dello status quo.

Se poi «orgoglio operaio» significa un’altra cosa, e cioè conquista della coscienza che bisogna reagire con la lotta all’attacco padronale e statale, allora non è certo alla Fiom che dobbiamo guardare. Infatti, se i dirigenti di CISL e UIL sono «mosche sul capitale», altrettanto lo sono quelli della CGIL, come testimonia la storia passata e recente. Soprattutto quando al governo ci sono i suoi partiti di riferimento, la CGIL si mostra più collaborativa e «responsabile» degli altri due sindacati collaborazionisti. Per quanto riguarda la responsabilità aziendale e nazionale quel sindacato non è mai stato secondo a nessuno.

Sempre nelle manifestazioni cui accennavamo sopra, altri militanti della Fiom sfoggiavano una maglietta color rosso vivo con impresso il volto di Sant’Enrico Berlinguer, ossia di colui che alla fine degli anni Settanta sostenne, insieme alla Democrazia Cristiana e al Partito Socialista, una durissima politica di sacrifici e di «austerità» (per i lavoratori, beninteso). «Le vecchie classi dominanti e il vecchio personale politico – scriveva Berlinguer nel 1977 – sanno ormai di non essere più in grado di imporre sacrifici alla classe operaia e ai lavoratori italiani: i sacrifici, oggi, ce li devono chiedere, e ce li chiedono». E il suo partito li accettò, i sacrifici, eccome! I Super Collaborazionisti Lama e Berlinguer: ecco chi sono gli eroi della Fiom! Oggi questa organizzazione mostra il muso duro nel tentativo di intercettare la tensione crescente nelle fabbriche, per controllarla e usarla anche a fini squisitamente politici, ossia per volgerla contro «il governo delle destre» e la «destra» del Partito Democratico (quella che ha espresso solidarietà alle «mosche» della CISL e della UIL, per intenderci). La Fiom è un residuato bellico dei «tempi d’oro» del PCI da Togliatti a Berlinguer. Un po’ come lo è, su un altro versante, Magistratura Democratica.

Possiamo essere certi che i dirigenti della CGIL ci chiederebbero di ingoiare una pillola ancora più amara, in nome degli «interessi superiori del Paese» e di una politica di governo «finalmente onesta e normale», se al governo ci fosse, non il Cavaliere Nero di Arcore, ma l’onesto Bersani, magari coadiuvato dal manettaro Di Pietro (volevamo scrivere «fascista», ma sarebbe stato un gratuito insulto ai fascisti “seri”) e dallo statalista di ferro Nichi Vendola – e, perché no?, con l’«appoggio esterno» degli onesti Casini e Fini. Ma venir sfruttati e governati da padroni e politici onesti e normali ci cambia forse la vita? Non ci hanno preso già abbastanza in giro i populisti e i moralisti di “destra” e di “sinistra”? Massimo D’Alema lo ha detto chiaro e tondo: via Berlusconi e avanti con un «governo tecnico» sul tipo dei governi Amato e Ciampi: la CGIL sta già preparando la vaselina…

Prima abbandoniamo l’illusione che possano esserci, per noi lavoratori, governi e sindacati amici, di “destra” o di “sinistra” che siano, e prima ci mettiamo sulla sola strada che può darci forza: l’autonoma organizzazione dei nostri interessi di lavoratori, di precari, di disoccupati, di individui sempre più stressati dal capitale e dallo Stato. Dobbiamo imparare a muoverci da soli, autonomamente; magari all’inizio cadremo, commetteremo degli errori, ma almeno proveremo a schiodarci di dosso l’impotenza sociale che ci lascia in balia degli eventi.

Bertinotti ha denunciato «il radicale rovesciamento tra la dichiarazione della Repubblica fondata sul lavoro e il modello odierno basato su bassi salari, flessibilità e precarizzazione»; la verità è che proprio in grazia di quella dichiarazione, che esprime un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, il capitale può oggi rivendicare condizioni sempre più pesanti per i lavoratori. Assistiamo non al ribaltamento, ma all’attuazione della Costituzione! Solo un passatista e statalista (più o meno “rifondato”) come l’ex Presidente della Camera può rimpiangere il tempo in cui il rapporto tra «democrazia e mercato» pendeva, a suo dire, a favore della prima, mentre oggi la bilancia penderebbe decisamente dalla parte del mercato. In realtà il primato assoluto è stato sempre dalla parte del capitale, pubblico e privato, anche nel corso dei «trent’anni gloriosi» seguiti alla promulgazione della Costituzione che egli rivendica come una mitica età dell’oro. D’altra parte, Bertinotti rimpiange persino «l’esistenza dell’URSS», perché almeno «teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro»: ecco un bell’esempio di “amico” dei lavoratori! Come dice il noto proverbio, dei nemici mi guardi Dio…

Nel suo ultimo libro l’ex capo di Rifondazione Statalista si chiede «Chi comanda qui?»; strano che proprio lui non lo sappia. Prendiamo per buona la sua imbarazzante ignoranza e glielo diciamo con tanta modestia operaia: comanda, ormai dall’Unità d’Italia, la classe che detiene nelle sue mani il capitale e il potere politico. A SkyTG24 egli ha detto «che oggi non siamo più un governo democratico, ma siamo un governo oligarchico, cioè in cui sono pochi a comandare»: ma proprio questa è la democrazia fondata sul lavoro (salariato)! Non è mai tardi per svegliarci dall’ipnosi democratica che, come elettori, ci rende strumenti impotenti nelle mani dei partiti politici e dei loro dirigenti, «onesti» o «malfattori» che siano.

Nemmeno il Contratto Nazionale di lavoro in sé dev’essere un feticcio, un articolo di fede per i lavoratori. Infatti, attraverso la stipula di contratti collettivi di lavoro aventi valore di legge e vincolanti per tutti i lavoratori appartenenti ad una data professione – siano essi sindacalizzati o meno – si è realizzato, di fatto, un maggior controllo sociale da parte dello Stato, il quale entra nelle controversie tra padroni e lavoratori sotto le mentite spoglie dell’arbitro «super partes». Più che una conquista dei lavoratori, il Contratto Nazionale di lavoro ha segnato un successo per le organizzazioni imprenditoriali, per i sindacati collaborazionisti e per lo Stato, in primo luogo perché ha tolto ai lavoratori di ogni singola fabbrica la gestione diretta dei loro interessi, abituandoli alla mortale prassi della delega. Delegare e scioperare a comando: questa è la prassi a cui hanno abituato i lavoratori.

Oggi che il vecchio modello contrattuale non è più funzionale ai nuovi processi produttivi e al nuovo scenario della competizione internazionale, la Confindustria preme affinché i sindacati ne prendano a loro volta atto, cosa che peraltro essi ufficiosamente già fanno, CGIL compresa. La struttura giuridica e il fondamento politico del vecchio Contratto Nazionale di lavoro, che per decenni ha garantito il monopolio sulla forza lavoro qualificata da parte del grande capitale e dei grandi sindacati (sul modello corporativo fascista), sono ormai diventati fin troppo obsoleti, come d’altra parte obsoleto è l’intero assetto politico-istituzionale del Paese.

Il contratto collettivo è soltanto un armistizio. Tutte le volte che ne hanno l’occasione i padroni stracciano i contratti collettivi per imporci condizioni a loro più favorevoli. Il rispetto religioso di questi contratti da parte dei sindacati ufficiali, ormai diventati degli organismi parastatali, si spiega con il loro interesse a non perdere un eccezionale strumento di potere politico, istituzionale ed economico. Dovrebbero essere i lavoratori a prendere l’iniziativa di rompere quei contratti tutte le volte che ciò sia nel loro esclusivo interesse.

Lo stesso sciopero generale, evocato ultimamente da Landini e blandito, con la solita prudente «responsabilità», dallo stesso Epifani, non è in sé un valido strumento di lotta, ma diventa tale solo se riempito di contenuti che danno forza all’iniziativa autonoma dei lavoratori. Lo sciopero generale di Landini e soci sembra invece avere il significato esattamente opposto: mobilitare la massa operaia ai fini di una battaglia politica intersindacale e interpartitica.

Se, oggi, difendendo il Contratto Nazionale intendiamo porre un argine all’attacco padronale, ebbene difendiamolo pure (chi può, chi lo ha, chi ci crede), ma con la consapevolezza che il nostro vero problema è come attrezzarci per resistere a quell’ attacco, e magari contrattaccare quanto prima. Se non acquistiamo questa coscienza, ogni nostra piccola vittoria non sarà che il preludio a sconfitte sempre più pesanti, sciopero dopo sciopero, arbitrato dopo arbitrato, compromesso dopo compromesso, contratto collettivo dopo contratto collettivo. E questo non in contraddizione con l’artico 1 della Santa Costituzione, ma in assoluta armonia con esso

Bisogna spezzare il circolo vizioso della delega, costituire in ogni posto di lavoro: fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, comitati d’iniziativa operaia (o come altrimenti vorremo chiamarli) nei quali le decisioni sono prese insieme dai lavoratori e da essi direttamente e autonomamente trasformate in azioni rivendicative. Occorre anche che questi comitati cerchino il contatto con i disoccupati, i precari e gli immigrati, per allargare e rafforzare la risposta dei lavoratori all’attacco padronale, e occorre anche favorire la nascita di comitati di discussione e di lotta tra i precari, i disoccupati e gli immigrati.

Insomma, si tratta di costruire rapporti di forza più favorevoli ai lavoratori di tutte le “tipologie”, perché i diritti sono un fatto di forza e come tali dobbiamo incominciare a considerarli, abbandonando le vecchie illusioni legalitarie e democratiche. E’ una strada difficile da imboccare, anche per chi scrive, ma è la sola che possiamo percorre orgogliosamente e con qualche probabilità di successo. Tutto il resto è sconfitta, materiale, politica, morale, in una sola parole: esistenziale.