IL POTERE IN TASCA (IV)

Impigliati.

Impigliati.

Appunti di studio sulla teoria marxiana del denaro

Stirner prende il motto borghese: il tuo valore
è pari al denaro che hai, e lo capovolge così: tu
hai altrettanto denaro quanto è il tuo valore;
con ciò non cambia niente, ma è introdotta
l’apparenza del potere personale ed è espressa
la triviale illusione borghese secondo cui se uno
non ha denaro è colpa sua» (K. Marx).

«Il denaro, questa proprietà puramente sociale, priva di ogni carattere individuale. […] Nella potenza del denaro, nell’indipendenza assunta dal mezzo generale di scambio tanto nei confronti della società quanto nei confronti degli individui, si manifesta con la massima chiarezza l’indipendenza assunta dai rapporti di produzione e di scambio» (1). La creatura si impone sul suo creatore, il quale la riproduce sempre di nuovo, in una maledetta coazione a ripetere che forse non sbaglieremmo a definire, mutuando il ragno di Stoccarda, astuzia del Dominio. Infatti, creiamo tutti i giorni le condizioni della cattiva (disumana) società semplicemente riproducendo le condizioni più elementari della nostra esistenza. Come lo stolto guarda il dito, e non la luna che esso gli indica, così il “critico” dello «sterco del Demonio» guarda il denaro, e non il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che lo presuppone e lo pone in essere con una puntualità che toglie il fiato. Analogo discorso deve farsi per il “critico” del consumismo e dei cosiddetti «bisogni artificiali indotti», la cui mancanza di autentica capacità critica spesso lo espone al rischio di dare voce a ridicole posizioni passatiste («Si stava meglio quando si stava peggio!») e schiettamente conservatrici: «Ma dove andremo a finire di questo passo?» Per sopprimere il denaro, e con esso l’odiosa pratica del prestito in vista dell’interesse che tanto disturba la coscienza dei moralisti laici e religiosi, occorre sopprimere il modo di produzione basato sul valore di scambio, e dunque anche il lavoro salariato. Insomma, per superare la forma-denaro occorre superare l’odierna formazione storico-sociale: da questo circolo concettuale e reale non si scappa. Non si può scappare. Riformare la sfera della distribuzione della ricchezza sociale senza intaccare in profondità il rapporto sociale che informa la produzione di questa stessa ricchezza mi appare una chimera (peraltro vecchia almeno quanto la critica marxiana del proudhonismo), una mostruosità concettuale ancora più irrealistica di quanto non appaia la mia utopia. È questo, in sintesi, il filo rosso concettuale che lega gli appunti di studio sul denaro che sottopongo alla – spero indulgente – attenzione del lettore con una serie di post.

Come abbiamo visto nei precedenti post, il denaro e la merce, che nel moderno Capitalismo si presuppongono reciprocamente con assoluta necessità (insieme al lavoro pagato con il salario), non nascono sugli alberi, non sono cioè prodotti naturali ma creazioni della prassi sociale umana che hanno un preciso fondamento in una peculiare organizzazione della società, in un determinato modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale. Adesso si tratta di vedere il rapporto che stringe intimamente e indissolubilmente la merce al denaro, ed entrambi al lavoro salariato.

Il fatto che una particolare (sul piano storico) relazione sociale fra uomini che producono e scambiano “beni e servizi” non si dia immediatamente alla nostra coscienza per quel che è (un rapporto di dominio e di sfruttamento), ma ci appaia piuttosto in guisa di un rapporto socialmente “neutro” mediato da cose (merci, denaro, tecnologia), ebbene ciò si spiega con quel «feticismo» (della merce, del denaro, della tecnologia) che va trattato non come un mero difetto di coscienza, ma alla stregua di una realtà che è a tutti gli effetti strutturale in senso forte, un po’ come un oggetto “duro e pesante”, anche se la sua durezza e la sua gravità ineriscono a un dominio che non ha nulla a che fare con la natura. Questo dominio – qui inteso come campo di esistenza degli individui – è il peculiare campo d’indagine del «nuovo materialismo» inaugurato da Marx.

Scrive Domenico Tambasco: «Nel continuo ed incessante processo di estrazione di valore della merce-lavoro imposto dalle dottrine gestionali neoliberiste, un ruolo fondamentale rivestono le tecniche di “espulsione” dei soggetti che, considerati inadatti al processo di feroce selezione del sistema o giunti all’ultimo anello della catena di transazioni organizzativo-produttive, sono brutalmente allontanati dal “sistema” (spesso con il sigillo della legge), scarnificati di ogni umanità». È precisamente contro il genere di posizione politico-dottrinaria appena citata, la quale fa del fisiologico processo di sfruttamento capitalistico delle capacità lavorate degli individui una questione gestionale riconducibile essenzialmente a precise scelte politico-ideologiche (vedi le famigerate dottrine neoliberiste) che è rivolta la punta della mia critica. Come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo (tout court, senza alcun’altra inutile specificazione) «Il lavoro-merce è una tremenda verità» (Miseria della filosofia), ed è questa «tremenda verità» che scarnifica di ogni umanità non solo i senza riserve che per vivere sono costretti a vendersi in cambio di salario (riproducendo così sempre di nuovo la propria maligna condizione), ma l’intera prassi sociale, la totalità della fitta rete relazionale che ci avvolge, e che avvolge l’intero pianeta. Parlare del lavoro (salariato) come di un «bene comune» significa fare l’apologia dello status quo sociale. All’avviso di chi scrive il lavoro (salariato) non va né “benecomunizzato” (magari con il paterno supporto del Leviatano) né “umanizzato” (quale ingenua illusione!), ma semplicemente superato – abolito. E qui veniamo al trittico (lavoro-merce-denaro) che spiega le modeste righe che presento al lettore.

***

Concludevo la precedente “puntata” chiedendomi cosa hanno in comune due prodotti del lavoro affatto diversi, ad esempio il ferro e la plastica, così da rendere possibile un loro reciproco scambio secondo un preciso rapporto quantitativo, nella fattispecie un quintale di ferro contro cento quintali di plastica. Oppure dieci chili di pane con un litro di vino. Ricordo che i rapporti quantitativi qui usati sono del tutto immaginari e valgono solo come esempi, ossia a titolo puramente indicativo e solo per centrare il concetto che intendo di volta in volta sviscerare.

Presi in se stessi, ossia sotto il rispetto della qualità (del valore o “funzione d’uso”), i prodotti oggetto di transazione qui evocati non sembrano poter giustificare una relazione del tipo a = b. La logica formale ci autorizza a dire semplicemente che il possessore di ferro A ha bisogno di plastica e che il possessore di plastica B ha bisogno di ferro, e che sulla scorta di questi bisogni essi scambiano. E questo è tutto. Bene! Ma sotto quali rapporti quantitativi A e B si scambiano il prodotto del loro lavoro? C’è forse una terza persona – o una terza cosa – chiamata a stabilire la giusta quantità di ferro e di plastica (o di pane e vino) da mettere in relazione affinché la transazione possa avere un esito positivo? Mistero! Eppure la prassi economica ci dice che mettere in relazione una determinata quantità di ferro con una determinata quantità di plastica ha una precisa e stringente logica economica. Si tratta appunto di capire cosa (o chi) rende possibile, ossia economicamente razionale (sensato), lo scambio tra due beni affatto diversi fra loro. Qual è dunque quella sostanza che può annullare tanto la differenza fra unità di misura (chili e litri) quanto la differenza fra valori d’uso (ferro e plastica, pane e vino)? Sto forse alludendo a una sorta di convertitore universale delle quantità e delle qualità? Il mistero si infittisce, il caso si ingrossa.

Chiediamo lumi al solito Marx: «Già Aristotele aveva intuito che ciò che rendeva possibile 5 letti = 1 casa doveva essere qualcosa di estraneo alla vera natura delle cose» (2). «Già Aristotele»: nientemeno! In effetti, il genio sa sempre ben teorizzare sulle cose osservate con attenzione, con scrupolo e cura, e soprattutto con un penetrante sguardo filosofico; e così, osserva oggi e osserva domani, il pensiero che si sforza di andare oltre «l’ingannevole apparenza delle cose» comprende, o quantomeno intuisce, la causalità che si cela nel caotico – e il più delle volte apparentemente casuale – fluire dei fatti umani. Aristotele «vede che il rapporto di valore al quale è inerente l’espressione di valore [5 letti valgono 1 casa, hanno lo stesso valore di una casa] implica, a sua volta, che la casa venga posta come qualitativamente eguale al letto, e vede che queste cose, differenti quanto ai sensi, non sarebbero riferibili l’una all’altra come grandezze commensurabili se nell’essenza non partecipassero di tale eguaglianza. Egli dice: “Lo scambio non può esserci senza l’eguaglianza, e l’eguaglianza non può esserci senza la commensurabilità”. Ma qui si ferma, e rinuncia all’ulteriore analisi della forma di valore» (3). Giunto a un passo dalla soluzione, avendo impostato correttamente il problema, il grande filosofo si lascia imbrigliare dal suo stesso rigore logico: «Ma è in verità impossibile che cose tanto diverse siano commensurabili»: due cose poste a confronto come possono essere, al contempo, qualitativamente diverse (letti, case) e qualitativamente uguali, ossia tali da rendere possibile l’assurda formula (attestata tuttavia dalla prassi sociale!) 5 letti = 1 casa? Giustamente Marx osserva che la geniale analisi aristotelica intorno allo scambio di prodotti del lavoro «si arena per la mancanza del concetto di valore. Che cos’è quell’uguale?». Naturalmente il limite concettuale di Aristotele si spiega in primo luogo con i limiti dell’economia mercantile del suo tempo, che pure era notevolmente sviluppata rispetto alle economie allora esistenti nel mondo civilizzato. Cerchiamo di rispondere alla domanda marxiana: «Che cos’è quell’uguale?».

Scriveva Georg Simmel: «Si dice che uno strumento di misura debba essere della stessa specie dell’oggetto misurato: una misura di lunghezza dev’essere lunga, una misura di peso dev’essere pesante, una misura di volume [liquidi, gas] dev’essere estesa nello spazio. Una misura di valori deve quindi avere un valore» (4). Come ricordava lo stesso Simmel, gli indigeni della Nuova Guinea usavano «come moneta delle conchiglie infilate su una corda, che chiamavano dewarra. Questa moneta viene utilizzata per l’acquisto misurandone la lunghezza, per esempio a braccia; per ogni pesce si dà una lunghezza in dewarra corrispondente alla lunghezza del pesce». Qui la ricerca dello strumento di misura più adeguato allo scambio di prodotti è oltremodo evidente, e assume delle forme che ci appaiono francamente ingenue. Ma quel tentativo che dall’alto della nostra Civiltà capitalistica deve necessariamente apparirci ingenuo e rozzo ci suggerisce tuttavia dei concetti che non sono affatto banali e che rivelano una struttura di pensiero, quella appunto degli indigeni della Nuova Guinea, tutt’altro che poco sofisticato e involuto.

Simmel parlava quindi di valore: si tratta forse del già considerato valore d’uso? Naturalmente no, anche perché se così fosse la logica aristotelica (ma anche quella marxiana!) andrebbe in frantumi, e chi scrive non desidera affatto quest’esito infausto, anche per difendere un pilastro della Civiltà occidentale. Alludo ad Aristotele, naturalmente. Mi vedo insomma costretto a dimostrare la razionalità della formula 5 letti = 1 casa. Più facile a dirsi!

A questo punto propongo al lettore un salto logico e storico; morto il vecchiaccio di Treviri nulla ci vieta di compierlo, questo salto, liberi peraltro dalla paura che i fulmini castigatori della divinità possano colpirci: atei siamo! Se Dio vuole… L’importante è comunque procedere con cautela, per non commettere troppi errori, e sempre fedeli alla massima aurea socratica circa la coscienza di essere ignoranti su quasi tutto, soprattutto sulle questioni essenziali della vita. E da questa granitica certezza – o excusatio non petita? Vallo a capire! – avanziamo timidamente.

Prendiamo in considerazione, sempre in ossequio al bevitore Tedesco e sempre col beneficio d’inventario, la formula 10 litri di vino x = 30 litri di birra y. Se ci rechiamo in un supermercato (ecco il salto mortale!), scopriamo che 10 litri di vino della qualità (o della marca) x costano 10 euro e che il costo di 30 litri di birra della qualità y è lo stesso: 10 euro. Se esprimiamo la formula presa in considerazione sopra in termini di prezzo, ci troviamo a riflettere sulla seguente tautologia: 10 euro = 10 euro. Che ci dice questa tautologia? Ci dice forse che nella transazione i nostri scambisti (Marx li chiama «soggetti di scambio») si regolano tenendo in considerazione i prezzi delle merci in gioco? Prima di rispondere facciamo un bel salto in avanti e osserviamo che il prezzo non è che l’espressione ideale monetaria del valore di scambio. Ideale perché il prezzo appiccicato alle merci (10 euro) non necessariamente si materializzerà in una reale esistenza monetaria: perché ciò accada, la merce deve compiere il marxiano «salto mortale», deve cioè realizzare il proprio valore di scambio attraverso la relazione M – D (vendita). Nella vendita l’idea di 10 euro (il prezzo, appunto) si trasforma in 10 euro in carne ed ossa. Monetizzare o realizzare un prezzo (e ciò che lo presuppone: un valore) sono due modi di esprimere lo stesso fenomeno, il quale rappresenta il fondamentale – vitale – punto di caduta dell’intero processo produttivo. A differenza del valore d’uso, il cui presupposto è radicato negli insopprimibili bisogni umani (nutrirsi, vestirsi, ripararsi, fabbricare strumenti, conoscere, creare forme d’arte, ecc.), il valore di scambio ha un’esistenza puramente economica connessa alla modalità dello scambio dei prodotti del lavoro, che poi è un altro modo di evocare i rapporti sociali dominanti in una data epoca storica. Come vedremo in seguito, insiste uno stretto e dialettico rapporto tra valore d’uso e valore di scambio. Ho introdotto il concetto di prezzo senza aver prima chiarito il concetto di valore di scambio che ne sta alla base: mi scuso con il lettore!

Detto tutto questo, introdotti diversi nuovi concetti e prestato il fianco a una sfilza di frecce critiche (illogicità, anacronismo, mancanza di rigore scientifico, ecc.), mi tocca ritornare al punto di partenza. Avanti e indietro! (5) Chiudiamo per un momento il supermercato, anche in ossequio alle “rivoluzionarie” teorizzazioni del guru a cinque stelle Gianroberto Casaleggio (nel suo mondo ideale, capitalistico esattamente quanto quello reale, «gli ipermercati sono stati rasi al suolo ovunque»), e riapriamo il baratto.

Già sappiamo che nel baratto il denaro, almeno nella forma in cui lo conosciamo noi, non svolge alcuna funzione. E questo ci riporta alla rognosa domanda: che cosa garantisce che un quintale di ferro ha lo stesso valore (economico) di cento quintali di plastica? Se escludiamo dalla transazione la forma-prezzo che, come abbiamo visto, rende evidente la misura dei valori in campo, i nostri scambisti A e B su quale unità di misura possono contare per non truffarsi reciprocamente scambiando a con b e b con a? A una misura che presuppone l’esistenza di qualcosa che accomuna non solo a e b ma tutti i prodotti del lavoro: si tratta appunto del lavoro umano. Non vedo altre risposte in grado di spiegare fondatamente (ossia dal punto di vista economico) lo scambio quantitativamente determinato (un quintale di ferro contro cento quintali di plastica, o dieci chili di pane contro un litro di vino) di prodotti qualitativamente diversi (ferro e plastica, pane e vino).

Portiamo a casa questa fondamentale acquisizione: ferro e plastica, pane e vino possono venir messi in una relazione di scambio in quanto essi hanno in comune il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Polifemo, «il mostro dal pensiero illegale» (Omero) che non conosceva la civiltà del lavoro umano, non conosceva né pane né vino, e viveva dentro una grotta provvista di un giaciglio alquanto primitivo. Il che ci riporta ad Aristotele. Anche i letti e la casa di Aristotele avevano in comune il lavoro? Non c’è dubbio, e questo rendeva possibile l’assurdo, eppure praticato, scambio osservato con un certo sbigottimento dal filosofo greco. Ma com’è possibile fare del lavoro uno strumento di misura in grado di stabilire con una certa precisione quantità discrete di prodotti (cinque letti, una casa, un quintale di ferro, un litro di vino) che possono essere scambiati fra loro?

In effetti, non si tratta del lavoro colto nella sua concreta e immediata determinazione (falegnameria, edilizia, metallurgia, ecc.), ma piuttosto del tempo di lavoro. La sostanza del lavoro (l’attività che trasforma la materia) crea i valori d’uso, ossia i corpi dei beni destinati a soddisfare bisogni sociali e individuali; il fluire del tempo di lavoro crea invece il valore di scambio, cioè a dire l’anima economica di quei beni che adesso conviene chiamare merci proprio in considerazione di quel doppio valore. Come vedremo, nel Capitalismo l’immateriale domina sul materiale, l’anima sul corpo, la metafisica sul materialismo, il valore di scambio sul valore d’uso. In una sola parola: le – legittime ancorché disumane – necessità del Capitale dominano sui bisogni umani, i quali diventano per il Moloch mere occasioni di profitto. Ancora una fuga “filosofica” in avanti! Ritorno subito sui miei passi.

Il lavoro non è una cosa, ma un’attività peculiarmente umana che si svolge nel tempo e nello spazio: già sappiamo che i letti, la casa, il ferro, la plastica, il pane e il vino hanno in comune il fluire del tempo di lavoro che li ha creati: lo scorrere di ore, di giorni, di settimane ecc. Solo l’orologio può “acchiappare” quella impalpabile sostanza comune. «Poiché il lavoro è movimento, il tempo di lavoro è la sua misura naturale» (6). La sostanza comune a tutti i prodotti del lavoro e che, proprio per questo, li rende reciprocamente scambiabili in base a precisi rapporti quantitativi è dunque il lavoro umano. E, si badi bene, non si tratta solo del lavoro vivente, operante hic et nunc, del lavoro che interviene per dare forma (assemblando, mescolando, tagliando e così via) alle cose già prodotte, ma anche del lavoro per così dire passato (o «morto») che è servito a produrre ogni singolo oggetto dell’opera complessiva. Per fare un tavolo occorrono chiodi, legno, colla: ognuno di questi oggetti incorpora lavoro umano passato che il lavoro presente richiama in vita per realizzare un nuovo prodotto: il tavolo, appunto. Senza il lavoro messo in atto oggi dal falegname, il lavoro che ieri è servito a produrre chiodi, legno e colla rimarrebbe sordo all’antico a santissimo ordine: Lazzaro, alzati e cammina! Sulla differenza tra lavoro vivo (in atto) e lavoro morto (passato) l’economia politica “classica” ha pasticciato non poco.

Naturalmente c’è voluto del tempo per capire e affinare l’osservazione, ma alla fine i «soggetti di scambio» hanno imparato come scambiarsi reciprocamente i prodotti su una base di oggettiva equità – o equivalenza. Alla fine, regolare lo scambio dei prodotti in base al tempo di lavoro «cristallizzato» in essi è diventato una pratica così comune e quotidiana da apparire agli stessi “scambisti” qualcosa di naturale, e perciò non degna di riflessioni più o meno filosofiche. Forse essi si regolavano secondo il tempo di lavoro senza averne piena coscienza: non lo sapevano ma lo facevano. In effetti, l’abitudine, il retaggio, il rifarsi a ciò che il processo sociale ha creato nel tempo (ad esempio una precisa scala di valori afferenti ai prodotti più importanti e d’uso comune), tutto ciò molto spesso non permette di rintracciare il momento genetico di molte creazioni del pensiero e delle mani dell’uomo – sempre posta la fondatezza di una simile distinzione. Scriveva Engels: «Ma, in questo scambio regolato col metro della quantità di lavoro, come calcolare quest’ultima, sia pure in modo indiretto, relativo, per i prodotti che richiedono un lavoro lungo, interrotto da intervalli irregolari, di rendimento incerto, ad es. il grano, il bestiame? […] Che non si sia impiegato troppo tempo per stabilire con una certa approssimazione la grandezza relativa del valore di questi prodotti, lo dimostra il fatto che la merce per la quale questa determinazione appare più difficile, a causa del lungo tempo di produzione richiesto da ogni singola unità, il bestiame, fu la prima merce-denaro quasi universalmente riconosciuta. […]  Il progresso più importante e più radicale si ebbe con il passaggio alla moneta metallica, la cui conseguenza fu tuttavia da allora in poi che la determinazione del valore mediante il tempo di lavoro non apparve più visibilmente alla superficie dello scambio delle merci. […] Il denaro cominciò a rappresentare nella concezione popolare il valore assoluto» (7). Ecco introdotto di soppiatto il concetto di denaro come equivalente generale dei valori, di misura dei valori «cristallizzati» in tutte le merci.

I prodotti ritenuti socialmente più importanti tendevano a fungere da denaro nei punti di contatto tra le diverse comunità destinati allo scambio dei prodotti eccedenti; in questi punti di frontiera si formavano mercati più o meno sui generis e stabili.  «Lo scambio di merci comincia dove finiscono le comunità, ai loro punti di contatto con comunità estranee o con membri di comunità estranee. Ma, una volta le cose divenute merci nella vita esterna della comunità, esse diventano tali per reazione anche nella vita interna a essa. In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio è completamente casuale. […] La continua ripetizione dello scambio fa di quest’ultimo un processo sociale regolare. Quindi nel corso del tempo per lo meno una parte dei prodotti del lavoro dev’essere prodotta con l’intenzione di farne scambio. Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione fra l’utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio. Il loro valore d’uso si separa dal loro valore di scambio. Dall’altra parte il rapporto quantitativo secondo il quale esse vengono scambiate diventa dipendente dalla loro produzione. L’abitudine le fissa come grandezze di valore» (8).

Adesso avviciniamoci a tempi a noi più consoni e vicini, al tempo in cui l’intera società «si presenta come una immane raccolta di merci», secondo la celebre, e soprattutto sempre più vera, definizione marxiana. Ma cos’è esattamente una merce? Tentiamo una prima approssimazione alla risposta più adeguata. Il prodotto realizzato non in vista del consumo immediato del produttore o dei suoi familiari, ma in vista della sua alienazione a un terzo in cambio di un altro prodotto di equivalente valore o di denaro (secondo un preciso rapporto quantitativo fissato nel suo prezzo) assume la forma di merce. Per il produttore il frutto del proprio lavoro ha un valore puramente quantitativo e strumentale, un valore che facciamo bene a definire economico, mentre per colui che lo acquista ciò che conta è in primo luogo il valore d’uso di questo bene mercificato. Già a questo elementare livello analitico possiamo rintracciare una tensione, concettuale e reale, immanente al concetto di merce, al suo essere, al contempo e senza soluzione di continuità, valore d’uso e valore di scambio. Notiamo anche che mentre il valore d’uso per così dire basta a se stesso (non ha alcun bisogno del valore di scambio) e corrisponde esattamente e completamente al prodotto del lavoro umano e ai bisogni umani (il panettiere sforna pane per sfamare il bisogno di pane), la stessa cosa non si può dire per il valore di scambio, il quale in nessun caso può rendersi del tutto autonomo dal corpo delle merci (cioè dal valore di scambio), che ne rappresenta piuttosto l’indispensabile sostrato “naturale”. Solo nel denaro immateriale (ossia del denaro nella sua forma simbolica di mezzo di circolazione e di mezzo di pagamento) il valore di scambio trova il modo di emanciparsi dal triviale corpo della merce (vedi, ad esempio, la merce-oro), compiendo quell’autonomizzazione dalla totalità del processo capitalistico di produzione e distribuzione della ricchezza sociale che è una tendenza immanente al concetto stesso di capitale e che possiamo osservare in tutte le sfere della vigente economia: ogni singolo momento della prassi economica (produzione, commercio, finanza) tende a rendersi autonomo dalla totalità di cui fa parte e senza la quale non esisterebbe neppure. Anche nel caso del denaro immateriale si tratta sempre di un’esistenza precaria, problematica, come dimostra, per citare un solo esempio, la corsa all’oro e agli altri tangibili «beni rifugio» che osserviamo in tempi di crisi economica, quando la metafisica speculativa (moltiplicare valori puramente virtuali, e altre analoghe chimere) deve cedere il passo al crasso materialismo del valore-lavoro.

«Quando una merce si scambia con un’altra merce, si scambiano eguali quantità di lavoro», scriveva Marx; che proseguiva come segue: «Quando invece si scambia contro lavoro, si scambiano ineguali quantità di lavoro; e la produzione capitalistica si basa sull’ineguaglianza di questo scambio» (9). Su questa dialettica, che sta alla base della marxiana teoria del valore (lo scambio ineguale tra Capitale e Lavoro salariato), ritorneremo dopo. Intanto possiamo fissare questo fondamentale concetto: il lavoro umano dà valore (economico) ai prodotti del lavoro. Attenzione: qui ho parlato di valore, non di valore di scambio; ho insomma introdotto di fatto la distinzione tra il primo (il valore colto nella sua essenza sociale, nella sua forma assoluta, come concetto in grado di spiegare il concreto dispiegarsi del valore) e il secondo (il valore colto nella sua determinazione concreta e relativa). Il valore di scambio è, sempre per scopiazzare Marx, la «forma fenomenica» del valore, il valore come si esprime nella forma-prezzo. La filiera genetica del valore si dà in questi termini: tempo di lavorovalorevalore di scambioprezzo.

Scrive Marx: «Il valore implica una sostanza comune, e la riduzione di tutte le differenze e proporzioni, a differenze e proporzioni puramente quantitative». (10) Il lavoro umano come sostanza di valore è un concetto che Marx ha ereditato dai fecondi pensatori che hanno calcato la scena del processo storico. «Uno dei primi economisti che, dopo William Petty, abbia penetrato la natura del valore, il celebre Franklin, dice: “Non essendo il commercio in generale altro che lo scambio di lavoro con lavoro, il valore di tutte le cose è esattissimamente stimato in lavoro”. Franklin non è consapevole del fatto che, stimando il valore di tutte le cose “in lavoro”, fa astrazione dalla differenza dei lavori scambiati – e così li riduce a lavoro umano uguale. Tuttavia lo dice, anche senza saperlo» (11). Come già sappiamo, la prassi sociale umana considerata nel suo complesso e nel suo dinamismo storico presenta la realtà di azioni che gli uomini compiono senza averne la minima coscienza. Benjamin Franklin, scriveva sempre Marx, è «il primo che consapevolmente, con chiarezza quasi banale, ha ridotto il valore di scambio a tempo di lavoro. […] Egli sostiene la necessità di cercare per i valori una misura diversa dai metalli preziosi. Questa misura sarebbe il lavoro. […] “Poiché – dice Franklin – il commercio non è altro che scambio di lavoro contro altro lavoro, il criterio più esatto per misurare il valore delle cose è basato sul lavoro”» (12). Dalla riflessione sui metalli preziosi che in fondo si limitano a esprimere il valore (economico) del prodotto, si passa a considerare il lavoro come fonte del valore di quel prodotto: si tratta di una vera e propria “rivoluzione copernicana”.

La mentalità economica comune ragiona ancora oggi in questo modo: un prodotto del lavoro ha un valore perché ha un prezzo, mentre le cose stanno esattamente al contrario: una merce ha un prezzo perché ha un valore, e questo valore è dato appunto dal lavoro incorporato nella merce. Noi cioè tendiamo a fare coincidere immediatamente i concetti di valore e di prezzo, a farne due modi diversi di riferirsi immediatamente alla stessa cosa. Niente di più sbagliato, e non si tratta di sottigliezze dottrinarie, ma della stessa sostanza del problema; problema che può essere risolto soltanto introducendo la mediazione tra valore e prezzo, ossia concependo il prezzo come una forma sviluppata – dispiegata – del valore.

Ritorniamo a Marx; qualche pagina prima egli aveva scritto: «La riduzione della merce a lavoro in duplice forma, del valore d’uso a lavoro reale, ossia attività produttiva rivolta a uno scopo, e del valore di scambio a tempo di lavoro, ossia lavoro sociale uguale, è il risultato critico a cui è giunta, in più di centocinquanta anni di ricerche, l’economia politica classica, che comincia in Inghilterra con William Petty e in Francia con Boisguillebert, e finisce in Inghilterra con Ricardo e in Francia con Sismondi» (13). Marx pone quindi in relazione il valore d’uso della merce con il lavoro reale, ossia con il lavoro concreto (falegnameria, metallurgia, sartoria, edilizia, ecc.), e il valore di scambio con il tempo di lavoro, cioè a dire con il lavoro astrattamente sociale. Il lavoro concreto ha, per così dire, un corpo: lo puoi toccare e vedere; il lavoro astrattamente sociale è invece una sostanza incorporea, impalpabile come l’anima, non si può né afferrarlo né misurarlo con i tradizionali strumenti offerti dalla scienza della natura. La sua gravità afferisce a una costellazione di concetti che rifuggono da ogni sforzo di riduzione quantitativa. Come vedremo, il peso specifico della merce non ha… peso.

Secondo Aristotele (ancora lui!) la formula «5 letti = 1 casa non si distingue da 5 letti = tanto e tanto denaro»; con ciò, osserva Marx, egli «enuncia chiaramente che la forma di denaro della merce è soltanto la figura ulteriormente sviluppata della forma semplice di valore, cioè l’espressione del valore di una merce in qualsiasi altra merce a scelta» (14). Questa geniale intuizione rimase del tutto estranea, ad esempio, a Proudhon, teorico di molte «acciarpature monetarie» puntualmente ridicolizzate dal nostro Tedesco.

Porre in una precisa relazione quantitativa differenti lavori significa ridurre le peculiari attività lavorative che creano specifici valori d’uso (letti e case, ferro e plastica, vino e birra) a una sola informe (o astratta) sostanza di lavoro, a un quantum di lavoro semplice, a una quantità discreta di generica energia lavorativa, per civettare indegnamente con la fisica moderna. Chiedo venia! In questo quadro, un lavoro altamente specializzato, che presuppone da parte del produttore vaste conoscenze tecniche e scientifiche, si differenzia da un lavoro a basso contenuto di capacità e di conoscenze tecniche solo dal punto di vista quantitativo: rispetto al secondo il primo ha un maggior valore di scambio (un prezzo più alto, un salario più alto). Alla fine, il tutto si riduce a quanto costa una capacità lavorativa, non importa se essa appartiene a un tecnico molto qualificato (a un “quasi scienziato”!) o all’ultimo degli operai (15). Un lavoratore altamente qualificato vale x quanti di lavoro semplice, espressi nel suo salario, un manovale invece y quanti di lavoro semplice, espressi sempre in un salario, che è l’espressione più adeguata della moderna schiavitù. Quanti salari di operai poco specializzati contiene il salario di un operaio altamente specializzato? Ecco come si presenta la “problematica” del lavoro «dopo essere stato ridotto a lavoro umano senza ulteriore qualificazione».

La capacità lavorativa ridotta a merce: «L’esperienza insegna che questa riduzione avviene costantemente [soprattutto alle spalle dei diretti interessati!]. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complesso di tutti, ma il suo valore la equipara al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantità di lavoro semplice» (16). Il concetto di lavoro semplice ha permesso a Marx di superare le gravi contraddizioni che segnano la teoria del valore di Smith e Ricardo, contraddizioni che verranno ereditate anche da Proudhon, il quale confondeva nel modo più ottuso il valore del lavoro con il valore basato sul tempo di lavoro. Mentre ad esempio in Smith si poteva osservare una feconda contraddizione, dal momento che egli «prende a misura del valore talvolta il tempo di lavoro necessario alla produzione di una merce, talvolta il valore del lavoro» (Marx), in Proudhon l’errore fatale si fisserà in una posizione che gli impedirà di capire la natura del Capitale colto nelle sue diverse forme: merce, denaro, salario, macchinario. «La moneta non è una cosa, è un rapporto sociale»: questo fondamentale concetto rimarrà completamente estraneo alla concezione proudhoniana dell’economia borghese, e le sue «acciarpature» dottrinarie e pratiche intorno alla moneta sono lì a testimoniarlo. Contro Proudhon, che poneva «come punto di partenza il valore costituito per costituire un nuovo mondo sociale a mezzo di questo valore», Marx afferma che «il valore misurato in base al tempo di lavoro è fatalmente la formula della schiavitù moderna dell’operaio» (17). Il tempo libero, non il tempo di lavoro, è la misura adeguata a un’umanità che si è lasciata alle spalle la maligna dimensione del dominio di classe.

Concludo questa “puntata” con una bellissima pagina marxiana che sintetizza bene la contrapposizione tra il tempo di lavoro come misura del valore (Capitalismo) e il tempo come «libero sviluppo delle individualità» (Comunità umana): «Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. […] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro. Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. […] Il tempo di lavoro come misura della ricchezza pone la ricchezza stessa come fondata sulla povertà, ovvero tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro, e l’individuo viene degradato perciò a mero operaio » (18). Dalla disumana legge del valore alla “legge” dei bisogni (umani e umanizzati): è, questo, un tema che cercherò di affrontare nel prossimo futuro.

Continua.

(1) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, p. 409, Opere Marx-Engels, V, Editori Riuniti, 1972.
(2) K. Marx, Scritti inediti di economia politica, p. 105, Editori Riuniti, 1963. Secondo Marx Aristotele fu il «grande indagatore che ha analizzato per la prima volta la forma di valore, come tante altre forme di pensiero, forme di società e forme naturali» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 91, Editori Riuniti, 1980).
(3) K. Marx, Il Capitale, I, p. 91.
(4) G. Simmel, Filosofia del denaro, 1900, seconda versione ampliata del 1907, p. 198, UTET, 1984.
(5) scrivevo nella precedente “puntata”: «Avverto il lettore che userò il “metodo”, non so dire quanto efficace e “scientificamente” corretto, dell’andare avanti e indietro, sempre di nuovo. Tra poco si capirà – si spera! – il significato di questo “originale” modo di approcciare e sviscerare il problema, il quale si è in pratica imposto da sé, “oggettivamente”, mentre cercavo di dare una forma minimamente intelligibile ai caotici appunti di studio che stanno alla base di questo scritto senza  tuttavia impegnarmi in un più lungo e laborioso lavoro di revisione. Il lettore avrà modo di verificare la bontà di questa autentica economia di pensiero – e qui è proprio il caso di dirlo, in tutti i sensi!
(6) K. Marx, p. 143, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse), I, p. 143, Einaudi, 1983.
(7) F. Engels, Considerazioni supplementari al Libro terzo del (7) K. Marx, Il Capitale, 1894, Il Capitale, III, pp. 38-39, Editori Riuniti, 1980.
(8) K. Marx, Il Capitale, I, pp. 120-121.
(9) K. Marx, Storia delle teorie economiche,  III,  p. 188, Einaudi, 1958.
(10) K. Marx, Lineamenti, II, p. 596, La nuova Italia, 1978.
(11) K. Marx, Il Capitale, I, p. 83.
(12) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, pp. 70-71, Fratelli Melita, 1981.
(13) Ibidem, pp. 65-66.
(14) K. Marx, Il Capitale, I, p. 91.
(15) Della serie “Vita vissuta”: sulle navi il personale adibito alla conduzione e al controllo del propulsore principale e di ogni altro dispositivo tecnico è così preparato anche dal punto di vista delle conoscenze scientifiche, che non raramente esso affetta pose “scientifiche” e un atteggiamento di spocchiosa superiorità professionale nei confronti della cosiddetta “bassa forza”, per usare un vecchio termine del gergo marinaresco, ossia dei colleghi meno qualificati. Parlare con certi operai super qualificati di “quanti di lavoro semplice” sarebbe come bestemmiare in presenza dei preti. Essi sono “quanti di lavoro semplice”, ma non lo sanno. Ed è meglio non dirglielo…
(16) K. Marx, Il Capitale, I, p. 76. «Le stesse qualità superiori di lavoro vengono stimate in lavoro semplice. Ciò diventa immediatamente evidente quando si rifletta sul fatto che per esempio l’oro della California è il prodotto del lavoro semplice. Tuttavia con esso si paga ogni genere di lavoro. La differenza qualitativa è dunque soppressa» (K. Marx, Lineamenti, II, pp. 595-596).
(17) K. Marx, Miseria della filosofia, Opere Marx-Engels, VI, p. 126, Editori Riuniti, 1973.
(18) K. Marx, Lineamenti, II, pp. 401-402-405.

IL POTERE IN TASCA (III)

new-drachma-goldcoreAppunti di studio sulla teoria marxiana del denaro

Il capitalista sa che tutte le merci, per quanto
possano avere aspetto miserabile o per quanto
possano avere cattivo odore, sono in fede e
in verità denaro (1).

Per Pierangelo Dacrema, il nemico giurato dell’economia monetaria nonché teorico dell’«economia del dono» che abbiamo incontrato nella precedente puntata, «Il denaro è solo velocità, nulla di più. Qualsiasi definizione che tenti di spiegarlo al di là di questo dato rischia di essere verbosa, oltre che di perdersi in aspetti del tutto secondari della moneta». Dalla teoria del valore alla teoria della velocità? George Orwell aveva dunque ragione quando osservava che «Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo»? A giudicare dalla tesi, peraltro tutt’altro che originale, appena esposta direi proprio di sì, e in ogni caso personalmente preferisco di gran lunga correre il rischio di essere verboso e di perdermi «in aspetti del tutto secondari della moneta» che accontentarmi di sintetiche definizioni che, a parere sindacabile di chi scrive, non definiscono  un bel nulla, e men che meno un peso massimo delle categorie economiche com’è indubbiamente il denaro. Ma riprendiamo l’interessante citazione bruscamente interrotta a causa di un trabocco di volontà polemica: «È con il denaro che ottengo immediatamente le sigarette dal tabaccaio, è con il denaro che modifico in un attimo le mie intenzioni di uomo [diciamo pure di consumatore]. […] Dire che il denaro è uno strumento di trasmissione del valore non aggiunge nulla al quadro [il valore? Quisquilie, pinzillacchere, robetta insomma]. Il punto centrale rimane la velocità. Si può immaginare che sarei comunque entrato in possesso di ciò che desideravo senza denaro, in virtù di qualche baratto o di chissà quali promesse [o minacce, perché no?]. Ma in ogni caso si presume che l’operazione sarebbe stata più lenta e farraginosa [in effetti, come scriveva Marx nel Capitalismo contano solo gli «acquirenti in grado di pagare», altrimenti detti, appunto, «consumatori»]. Né serve ricordare che il denaro è il mezzo principale di quantificazione del valore, e che si tratta perciò dell’elemento in forza del quale disponiamo dello strumento dei prezzi e della loro applicabilità sul piano pratico. Anche in tema di quantificazione, infatti, la variabile cruciale non cessa di essere la velocità [e perché mai? Mistero!]. Attenzione! Il denaro non è lo scambio, né potrà mai averne la forza concettuale e la potenza fattuale. Scambio e denaro continueranno a essere distinti, a esercitare la loro autonomia. Comunque lo si guardi, del denaro resta la nuda velocità» (2). Più leggo i riformatori (di “destra” o di “sinistra”) del capitalismo, e più mi convinco che la sindrome di Proudhon è sempre in agguato, anche perché è la stessa fenomenologia dell’economia fondata sullo sfruttamento del “capitale umano” che genera quel tipo di sindrome, la quale nell’essenza non si è di molto modificata dai tempi in cui il noto filosofo della miseria donava al mondo le sue «acciarpature monetarie». Adesso tocca al cane morto di Treviri subire la bastonatura critica, sempre per mano di Dacrema. Eccola!

«Marx ha sopravvalutato una parola, il capitale, dandole la dignità di un concetto, e ha sottovalutato un concetto, il lavoro, riducendolo a una parola. Quanti inconvenienti ne siano sorti è noto a tutti». Ogni riferimento alla lotta di classe qui è puramente voluto. Ovviamente contro Marx Dacrema fa pure valere i «Risultati fallimentari del marxismo applicato» nei Paesi del cosiddetto «Socialismo reale», i quali, come non mi stanco di ripetere fino alla noia (soprattutto a uso di nuovi lettori, mi auguro!), di reale avevano solo il Capitalismo (più o meno di Stato), un regime politico particolarmente oppressivo, l’Imperialismo (spacciato per “internazionalismo proletario”: e non pochi abboccavano!) e, dulcis in fundo, la negazione più brutale e volgare di quanto Marx ha scritto, detto e fatto nel corso della sua tribolata esistenza. «In realtà, l’unico nemico è il denaro, essendo il capitalista soltanto un uomo e il capitalismo nulla di più di una sovrastruttura culturale [sento che il mio granitico “materialismo storico” vacilla al cospetto di cotanta profondità economico-filosofica!]. Perché è un esercizio pericoloso quello che porta alla santificazione [sic!] degli sfruttati e all’esecrazione degli sfruttatori [risic! Occhio che adesso si ride]. Anche il più umile e il più onesto [!] dei lavoratori cederebbe alle lusinghe del denaro [ma va?]. Non basta la coscienza di classe a placare l’appetito scatenato del denaro [su questo, come si dice, non ci piove!]. Di fronte al quale gli uomini sono uguali, tutti ugualmente colpevoli, cioè tutti ugualmente innocenti [diciamo pure tutti in qualche modo posti al servizio del Moloch: Sua Maestà il Capitale]. È vano lanciare strali contro il capitalismo [d’accordissimo!]. […] Del capitalismo non è protagonista negativo il capitale, bensì il denaro. Dell’imperialismo economico non è generico fondamento il capitalismo, bensì il denaro» (pp. 70-73). Ora, ha un pur minimamente senso storico e sociale volere il capitale ma non il denaro? volere il Capitalismo ma non l’«imperialismo economico»? Rimango perplesso, diciamo.

Adesso arriva la Profezia lanciata contro lo sterco del Demonio: «Addio, denaro. La tua morte è inevitabile [come no!]. Nuovi valori e più moderne forme di contabilizzazione della ricchezza ci attendono» (p. 228). Speriamo! Tuttavia, vagliando i presupposti concettuali appena sviscerati mi viene il sospetto che l’auspicata «economia del dono» non sia che un altro modo di chiamare il Capitalismo. Comunque sia, più che per «moderne forme di contabilizzazione della ricchezza» chi scrive si batte (che parola grossa!) per la fuoriuscita dell’umanità dalla dimensione capitalistica della ricchezza, la quale trova nel denaro “solo” la sua più autentica e potente espressione. «L’unico nemico» non è il denaro, né è la brama di denaro che ossessiona necessariamente tutti: il nostro nemico si chiama rapporto sociale capitalistico – o Nessuno, per dirla con il noto racconto omerico.

«Il lavoro è il concetto centrale», scrive sempre Dacrema: come non essere d’accordo su questo punto? Ma subito il sospetto incalza: di che lavoro stiamo parlando? Marx, ad esempio, parla del lavoro salariato, ossia della capacità lavorativa che rappresenta il valore d’uso della merce-lavoratore, il cui valore di scambio è espresso nel prezzo di quella bio-merce davvero speciale, ossia nel salario. Per Dacrema le cose non stanno affatto così: per lui il lavoro ha una dimensione metastorica e metasociale (non è forse lavoro anche quello di chi sfrutta i lavoratori salariati?), e semmai chi rovina tanto i capitalisti quanto gli operai sono i cattivoni della finanza, veri sanguisuga che prosperano sulla pelle della buona e onesta società civile. Siamo all’ultrareazionaria ideologia dell’alleanza fra i «ceti produttivi», così cara al cattocomunismo dei vecchi tempi? Non c’è dubbio, e sempre con la clausola – di stile, il più delle volte – mutatis mutandis.

A distanza di quasi un secolo e mezzo dalla morte di Marx, il più modesto degli epigoni si vede costretto a sentirsi un genio del pensiero sociale al cospetto di chi vuole riformare radicalmente la sfera della circolazione (delle merci, del denaro, dei capitali, della ricchezza) conservando la produzione capitalistica. L’importante è non morire proudhoniani!

Tuttavia, il fatto stesso che in un libro dedicato al denaro l’autore senta il bisogno di parlare di lavoro e di criticare la teoria marxiana del plusvalore, pur non avendola compresa nei suoi termini essenziali, ebbene ciò conferma che non si può riflettere seriamente sul denaro senza quantomeno evocarne la filiera genetica: lavoro salariatovalorevalore di scambiodenaro. Avremo modo di riparlare di questa “strana” filiera. Questa incursione nel futuro degli appunti di studio qui sottoposti alla cortese attenzione del lettore mi permette di anticipare la fondamentale considerazione che segue.  La marxiana teoria della moneta è a tutti gli effetti parte organica della teoria generale del plusvalore elaborata da Marx come critica dell’economia politica; essa è una teoria particolare che può essere compresa solo alla luce della teoria generale dello sfruttamento della capacità lavorativa attraverso lo scambio ineguale Capitale-Lavoro. (Anche da ciò si capisce come sia del tutto infondato parlare del comunista tedesco nei termini di un continuatore, più o meno originale, dell’economia classica). Insomma, è impossibile parlare del denaro in termini marxiani senza in qualche modo riscrivere sinteticamente l’intero Capitale.

«Con metodo cartesiano», incalza Dacrema, «distinguiamo la res cogitans dalla res extensa, il pensiero, tipico degli uomini, dalla materia, ciò con cui essi sono tenuti a dialogare. […] Il metodo del denaro ha prevalso sul ragionamento cartesiano» (p. 221). Le cose stanno altrimenti, anche al netto del noto dualismo filosofico cartesiano: è il metodo del Capitale che ha prevalso su ogni aspetto della nostra vita, anche se noi facciamo tutti i giorni i conti con la sua più appariscente e potente incarnazione, con la sua più estrema e tagliente manifestazione. Il problema non è, in radice, il denaro ma ciò che storicamente e socialmente lo presuppone e lo crea sempre di nuovo a immagine e somiglianza della vigente società capitalistica. Se non vuoi il denaro, non devi innanzitutto volere la prassi sociale, oggi dalle dimensioni planetarie, che con assoluta necessità ne fa una tremenda Potenza. «Il sistema» non «è fondato sul denaro», come pensa Dacrema, ma sullo sfruttamento delle capacità lavorative da parte del Capitale. Anche se l’illusione monetaria ci suggerisce il contrario, il gigantesco e sempre più stratosferici edificio della finanza (trilioni di miliardi di capitale più o meno fittizio che alimenta quotidianamente il circuito finanziario, anche quello più speculativo) si regge sulla ristretta base del lavoro capitalisticamente produttivo, ossia sul lavoro dei salariati sfruttati in ogni angolo del pianeta. La «coscienza di classe», almeno per come la concepisco io, non serve a «placare l’appetito scatenato del denaro»: non siamo mica dei cattocomunisti, e le sempre più stucchevoli prediche pauperiste è meglio lasciarle nella bocca del Santissimo Padre, peraltro tutti i giorni alle prese con le insidie del Demonio; il punto di vista umano, per esprimermi a modo mio, “serve” per un verso a mettere i nullatenenti e gli umanamente sensibili d’ogni estrazione sociale nelle condizioni di capire per un verso che il Capitalismo non può che essere disumano, sempre più disumano e disumanizzante, sotto ogni rispetto e a prescindere dalla buona o dalla cattiva volontà degli individui (capitalisti compresi), e per altro verso che una comunità semplicemente umana (e quindi libera dal Capitale in ogni sua espressione: lavoro salariato, merce, denaro, ecc.) è – materialisticamente parlando – più possibile ora che ai tempi di Marx. Il fatto che a causa di diverse ragioni che adesso sarebbe eccessivo discutere, tale prospettiva appaia assurda, più che utopistica, ciò realizza la condizione tragica (la tragedia dei nostri tempi) che provo a tematizzare in questo modesto Blog.

Secondo Georg Simmel «il denaro risulta essere l’espressione adeguata del rapporto dell’uomo col mondo» (3). Condivido in pieno questa tesi, e mi limito a completarla come segue: del mondo capitalistico in particolare e del mondo che conosce il dominio e lo sfruttamento in generale, guardando cioè la cosa da una prospettiva storica che abbraccia lo sviluppo delle società classiste. Riscrivo dunque come segue quella tesi: il denaro risulta essere l’espressione adeguata del rapporto dell’uomo «che non è ancora un essere umano» (4) col mondo del Dominio. Per mutuare indegnamente Voltaire, si tratta di bruciare (magari dando fuoco  alla cartamoneta!) i nostri attuali rapporti sociali disumani e di crearne di nuovi, interamente umani. Tutto il resto è pia – e il più delle volte reazionaria – illusione.

Chi crea merci, crea – almeno in potenza – denaro. E, com’è ovvio, a sua volta la creazione di denaro spinge in avanti la produzione industriale e ogni altra attività economica: basti pensare al credito offerto alle industrie e al credito offerto al consumo da parte delle diverse istituzioni finanziarie. Creazione di merci e creazione di denaro realizzano quel circolo virtuoso che imprenditori, economisti, uomini politici e opinione pubblica guardano con tanta simpatia durante le fasi di prosperità economica, salvo parlarne nei termini di un demoniaco circolo vizioso quando sull’economia cala l’ombra della recessione (5). Ecco perché il dibattito intorno agli “eccessi” e agli “errori” del sistema economico che puntualmente si apre nel circolo politico-mediatico a ogni sussulto del ciclo economico è da considerarsi, perlopiù, alla stregua di una patetica farsa, una robaccia da scaraventare senz’altro nella pattumiera.

Sistemato, si fa per dire, un nemico del denaro passiamo adesso a considerare le riflessioni di un apologeta del denaro. Il tutto, beninteso, come introduzione al vero e proprio merito della questione.

Gli-adulatori-638x425Nell’aprile del 2007, alla vigilia della crisi finanziaria internazionale che, com’è noto, ebbe come suo epicentro gli Stati Uniti d’America, Carlo Lottieri si chiedeva: «Ma da dove proviene il denaro? Qual è la sua vera natura? Che funzione svolge? A lungo occupati a demonizzare la libertà di mercato e con essa il profitto, ipnotizzati dalle politiche di piano e da ogni forma di collettivismo, gli occidentali sembrano spesso aver perduto la capacità stessa di comprendere il denaro. Impegnati a imbrigliarlo e manipolarlo, a imputargli ogni nequizia e a vedere in esso la sorgente irrazionale di un dinamismo fuori controllo, abbiamo così finito per impedirci di avere con esso un rapporto fecondo. Mentre è importante ricordare che il denaro è un’invenzione umana, la quale non accompagna da sempre la vita dell’uomo. Al contrario, esso è uno dei momenti cruciali della costruzione della civiltà: un po’ come la scrittura o lo sviluppo della scienza» (6). Viene da chiedersi se l’autore avrebbe svolto il tema allo stesso modo qualora avesse scritto l’articolo in questione solo qualche mese dopo, nel momento in cui le «bolle di sapone di capitale monetario nominale» (Marx) iniziarono a scoppiare. Per rendersi conto dell’alto – e completamente falso – concetto che Lottieri ha del denaro è sufficiente leggere i passi che chiudono l’articolo: «Il denaro è un sofisticato artificio che tanto contribuisce a fare umano l’uomo. Cerchiamo di averne cura». La tesi di chi scrive è, invece, esattamente opposta: il denaro è l’espressione più adeguata della vigente società che nega sempre di nuovo tutto ciò che ha a che fare con una vita autenticamente umana. Attenzione: espressione, non causa! Soprattutto il denaro, prim’ancora di essere «un sofisticato artificio», è in primo luogo l’espressione sintetica di peculiari rapporti sociali. Non si insisterà mai a sufficienza su questo punto.

«Già nel diciassettesimo secolo», prosegue Lottieri, «John Locke (7) ebbe a rilevare come solo grazie all’introduzione della moneta sia diventata possibile un’occupazione illimitata delle terre vergini. Perché ci sia vera ricchezza, insomma, c’è bisogno dell’oro, perché è solo grazie alla moneta che i ricchi diventano davvero tali: e con piena legittimità. Mancando il denaro, chi avesse preteso di appropriarsi di molti ettari di campi anonimi non avrebbe avuto alcuna possibilità di lavorarli e, soprattutto, non sarebbe stato in grado di accumulare i frutti ottenuti. Nel Secondo trattato sul governo Locke evoca proprio la frutta di innumerevoli alberi, destinata a marcire inutilmente qualora – mancante il denaro – un solo individuo fosse proprietario di sterminate aree. Ma grazie all’avvento di un’economia monetaria diventa possibile assumere lavoratori al proprio servizio e anche trasformare in risorse durature i beni deperibili maturati nei campi. In questo senso, per sua natura e fin dall’inizio, il denaro è Capitale: qualcosa destinato a durare, a produrre risultati che permangono, a moltiplicare la nostra capacità d’incidere sul mondo». Nel racconto apologetico e ideologico («a testa in giù»!) di Lottieri la civiltà borghese inizia con «l’invenzione del denaro»; il secolare svolgimento storico-sociale che ha reso possibile l’apparizione e poi la diffusione in forma stabile dell’economia monetaria è semplicemente cancellato, non per motivi di sintesi ma a causa di un grave vizio concettuale, caratteristico di chi appunto capovolge il rapporto di causa ed effetto e vede all’opera solo la libera volontà di individui perfettamente razionali – cioè borghesi. Il Capitalismo come sistema di idee e di valori etici: su questo punto Dacrema e Lottieri concordano.

Ecco adesso l’avvento della moderna civiltà borghese considerata da un punto di vista critico-radicale: «Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l’operaio salariato quanto il capitalista, è stata la servitù del lavoratore. La sua continuazione è consistita in un cambiamento di forma di tale asservimento, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. […] Nella storia dell’accumulazione originaria fanno epoca dal punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono di leva alla classe dei capitalisti in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege. L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo. […] Quel che chiedeva il sistema capitalistico era una condizione servile della massa del popolo; la trasformazione di questa in mercenari, e la trasformazione dei suoi mezzi di lavoro in capitale» (8). In effetti «la cosiddetta accumulazione originaria» raccontata dal comunista di Treviri non assomiglia neanche un po’ a un idillio; essa suggerisce piuttosto l’idea di un inferno precipitato sulla Terra, di una sanguinosa guerra sociale dichiarata e condotta dai nuovi ceti sociali in ascesa contro le vecchie classi dominanti e contro le classi dominate in ogni tempo perché sprovviste di qualsivoglia potere economico.

Il punto di partenza dello svolgimento storico-sociale che portò alla moderna società borghese non è rappresentato dal denaro, dalla sua rivoluzionaria immissione in un ambiente economico altrimenti destinato a rimanere inchiodato a secolari prassi e tradizioni, ma dall’allontanamento violento dei produttori immediati (contadini e artigiani, in primis) dalla proprietà dei presupposti oggettivi della loro produzione e, dunque, dalla proprietà del loro prodotto: questa doppia proprietà, che realizza i nuovi rapporti sociali borghesi, si concentra nelle mani dei capitalisti.  Il lavoro salariato è l’attività lavorativa che si trova in una condizione di totale separazione tanto dai presupposti oggettivi della creazione della ricchezza sociale (mezzi di produzione, materie prime, ecc.) quanto dai risultati di questa produzione, ossia dal prodotto del lavoro: si tratta di una condizione sociale di pura alienazione, di puro asservimento nei confronti del Capitale.

La funzione di capitale del denaro è insomma un risultato storico, e non una qualità immanente al concetto di denaro, come forse crede Lottieri. Partire dal capitale, cioè a dire dall’ultima e più sviluppata forma del denaro, significa mettersi nelle condizioni di non comprenderne l’essenza storica e sociale, nonché l’intima dialettica che fa del denaro il Moloch che conosciamo. Naturalmente tutto questo discorso ha un senso solo per chi è in grado di apprezzare nel suo corretto significato la distinzione tra le diverse funzioni del denaro colto appunto nella sua dinamica storico-sociale: misura ideale del valore, mezzo di circolazione, mezzo di pagamento, moneta creditizia, moneta nazionale, moneta mondiale, capitale. Stabilire sul piano storico un rapporto di identità tra denaro e capitale, come se ci si trovasse dinanzi a due diversi nomi per la stessa cosa, significa commettere un errore teorico davvero… capitale!

Come si è già capito, contrariamente all’apologeta del denaro io penso, ed è una delle poche certezze che sento di poter difendere con assoluta convinzione, che dove è presente il denaro (e tutto ciò che lo presuppone) deve necessariamente mancare la presenza «dell’uomo in quanto uomo». Se vuoi l’uomo (non l’uomo perfetto, ma l’uomo senza alcun’altra aggettivazione), non puoi volere allo stesso tempo il denaro. Ma il denaro, come si diceva prima, non è una cosa (una tecnologia, uno strumento), e nemmeno una mera convenzione: il denaro è, in radice, «Un rapporto sociale di produzione [che] si manifesta dunque nella forma di un oggetto che esiste al di fuori degli individui, così come le determinate relazioni che essi hanno contratto nel processo di produzione della loro vita sociale si presentano come proprietà specifiche di una cosa, e questo è un rovesciamento, una mistificazione non immaginaria, bensì prosaicamente reale, che caratterizza tutte le forme sociali del lavoro produttore di valore di scambio. Solo che nel denaro il fenomeno appare in modo più vistoso che nella merce» (9). Quando un rapporto sociale prende l’aspetto di una cosa («prodotto dell’alienazione generale») che ci domina dall’esterno come una potenza sovraumana («I denari solo fanno i miracoli. Ahi, noialtri poveretti!»), l’essenza ontologica dell’uomo nel suo più alto e autentico concetto è negata in radice: su questo punto sono disposto a sfidare financo l’esistenzialismo di Heidegger! Mi sono lasciato prendere la mano. Mi scuso.

Inutile dire che Lottieri è lontano anni luce dalla mia concezione, come si vede benissimo dai passi che seguono: «Contrariamente a quello che credeva Karl Marx, il denaro è però ben lungi dall’essere “anonimo”. Non è una forza cieca, ma è invece un mezzo in mani umane. È soprattutto un servitore fedele, perché in definitiva è accumulabile solo grazie ad un progetto che ne posticipa il consumo (il risparmio) e diventa in grado di investire il mondo solo in virtù di un’iniziativa che immagina l’avvenire e specula intorno ad esso (l’investimento). La forza del denaro è nel suo incamerare lavoro: essere una potenza pura, ma sempre pronta a farsi attuale, costruendo fabbriche e cattedrali, fino a portare i sogni dal cielo in terra». Così Lottieri, il poeta del denaro.

Per Lottieri il presupposto della circolazione delle merci è il denaro; come abbiamo visto, e come vedremo meglio in seguito, per Marx il «presupposto della circolazione monetaria è la circolazione delle merci» (10): mentre per il Tedesco il denaro è il risultato della prassi sociale che rende possibile la creazione e la circolazione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, per l’Italiano è il denaro che crea in origine questa prassi, e che poi la rende possibile sempre di nuovo. L’ingenuità e l’indigenza storica di una simile concezione si può apprezzare anche dai passi che seguono: «Uno dei più acuti teorici liberali, Benjamin Constant, ha opposto nettamente le logiche del denaro (e della pace) a quelle dello stato (e della guerra). Nel suo saggio sullo spirito di conquista e sull’usurpazione, del 1814, egli sottolinea come quando si cede denaro per avere un bene ciò che si afferma è il diritto stesso, che trionfa sulla forza. Così, quando si pone mano al portafoglio si cerca in fondo “di ottenere per mutuo accordo ciò che non si spera più di conquistare grazie alla violenza”. La pacificazione che accompagna l’avvento del denaro è tutt’uno con l’irrompere di un’economia finanziaria che finisce per intersecare e meticciare le differenti società, togliendo spazio alle pretese di controllo avanzate dal ceto politico-burocratico». Dopo una simile lettura, se chi scrive fosse un militante antiglobal e un nemico del «Capitalismo selvaggio/neoliberista/finanziario/debitocratico», e non un anticapitalista nudo e crudo, come si dice dalle mie parti, già avrebbe la pelle piena di pustole sovraniste, identitarie e politiciste («come la mettiamo con il primato della Politica?»). A prescindere da ogni altra considerazione, si comprende bene come all’autore sfugga completamente il rapporto causale che lega lo sviluppo del Capitale finanziario, che già alla fine del XIX secolo finisce per dominare tutte le sfere della prassi economica capitalistica, e la politica imperialista degli Stati chiamati a supportare le gigantesche esigenze dell’accumulazione capitalistica giunta a un alto grado di “maturazione”. Lottieri non comprende la natura eminentemente economica del moderno Imperialismo («Fase suprema del capitalismo»), cosa che invece apparve sufficientemente chiara, ad esempio, a John Atkinson Hobson, che pure scrisse il suo classico saggio oltre un secolo fa: «Fu chiaramente questa improvvisa domanda di mercati esteri per le merci e per gli investimenti la responsabile dell’adozione dell’imperialismo come politica e come pratica. […] Essi [gli imprenditori] avevano bisogno dell’imperialismo perché volevano usare le risorse nazionali del loro paese per trovare un utilizzo conveniente per il loro capitale che altrimenti sarebbe risultato superfluo. […] È ammesso da tutti gli uomini d’affari che la crescita della capacità produttiva nei loro paesi eccede l’aumento dei consumi che si possono vendere ad un prezzo profittevole, che esiste  più capitale di quanto può trovare un investimento remunerativo. È questa situazione che rappresenta la radice economica dell’imperialismo» (11).

Dai tempi di Constant il denaro (e tutto ciò che lo rende necessario e vitale) ne ha percorsa di strada!

denaro-390x233Nel precedente post ho aggrovigliato intorno al mio oggetto di riflessione (il denaro) fin troppi nodi concettuali; si tratta adesso, non dico di venire a capo dell’intera matassa, ma almeno di incominciare a sciogliere alcuni di quei nodi, quantomeno quelli più importanti fra i tanti finiti nel pettine. Avverto il lettore che userò il “metodo”, non so dire quanto efficace e “scientificamente” corretto, dell’andare avanti e indietro, sempre di nuovo. Tra poco si capirà – si spera! – il significato di questo “originale” modo di approcciare e sviscerare il problema, il quale si è in pratica imposto da sé, “oggettivamente”, mentre cercavo di dare una forma minimamente intelligibile ai caotici appunti di studio che stanno alla base di questo scritto senza  tuttavia impegnarmi in un più lungo e laborioso lavoro di revisione. Il lettore avrà modo di verificare la bontà di questa autentica economia di pensiero – e qui è proprio il caso di dirlo, in tutti i sensi! Basta cincischiare con questioni “metodologiche” e veniamo al merito della questione!

Consideriamo la forma Ma – Mb, scambio di merce (a) contro merce (b): si tratta del ben noto baratto, una vecchia e gloriosa prassi economica che trova nuovi sostenitori tutte le volte che il demoniaco denaro sembra mandare a scatafascio l’intero edificio economico: «Basta con l’economia monetaria! Il denaro è impazzito! Ritorniamo al vecchio e caro baratto!». La prassi economica, qui genericamente considerata, ci presenta come perfettamente razionale una semplice equazione che presa in sé non supererebbe l’esame della logica formale: 1 chilogrammo di prodotto X = 1 metro di prodotto Y. Ha un significato porre l’eguaglianza tra due oggetti di genere diverso?

Com’è noto nell’economia del baratto è possibile scambiare fra loro prodotti del lavoro (e questa locuzione non appaia banale né casuale al lettore) aventi un diverso valore d’uso: ad esempio un tavolo di legno con del formaggio. Tuttavia il presupposto economico (razionale) di questa transazione non sta nel valore d’uso degli oggetti scambiati, ma piuttosto nelle quantità di prodotto scambiato. Le quantità dei prodotti scambiati (ad esempio: un tot di grano contro un tot di zucchero, un tot di vino contro un tot di seta) nell’economia che fa a meno del denaro non sono mai, in linea generale (e sempre al netto della stupidità di alcuni e della furbizia di altri), arbitrarie, ma ubbidiscono invece a precise regole, senza le quali gli scambi sarebbero impossibili, o si risolverebbero appunto in truffe o in furti, con tanto di morti e feriti: non si scherza con i prodotti del lavoro! Invece la storia dell’economia ci dice che, salvo le immancabili eccezioni (e gli imbecilli di cui sopra), le transazioni non mediate dal denaro si sono svolte per un lungo tempo con regolarità e con la piena soddisfazione di tutti gli “scambisti”. La stretta di mano, la pacca sulla spalla e la bicchierata tra “amici” dopo un affare concluso sono gesti che hanno fatto giustamente epoca nella storia dell’economia non monetaria.

Che cosa rendeva dunque possibile scambiare, ad esempio (ovviamente qui si tratta di un esempio del tutto campato in aria), cento chili di farina con settanta litri di vino? Cosa garantiva agli scambisti che proprio quelle, e non altre, erano le giuste quantità di prodotto da mettere in reciproca relazione?  Ha una logica dire che un quintale di ferro è uguale a cento quintali di plastica? Intanto osserviamo che quando diciamo «è uguale» in realtà intendiamo dire ha lo stesso valore. Ebbene, di che valore si tratta? Che cosa hanno in comune il ferro e la plastica?

Continua (è probabile).

(1) K. Marx, Il Capitale, I, p. 187, Editori Riuniti, 1980.
(2) P. Dacrema, La morte del denaro, pp. 11-13, Christan Marinotti, 2003.
(3) G. Simmel, Filosofia del denaro, 1900, seconda versione ampliata del 1907, p. 194, UTET, 1984.
(4) K. Marx, La Questione ebraica, 1843, p. 73, Newton, 1975.
(5) «Non li abbiamo mica costretti noi ad accumulare mutui su mutui per la casa, la macchina e la barca, si giustificavano nel 2008 i maghi di Wall Street» (D. Giglioli, Tutti ai piedi del dio Denaro, Il Corriere della Sera, 11 settembre 2012). In Italia «Valgono 348 miliardi di euro i prestiti bancari non rimborsati da famiglie e imprese. […]I finanziamenti non rimborsati dalle imprese sono pari a oltre 288 miliardi, quelli dalle famiglie a quasi 60 miliardi» (Agi, 10 novembre 2015).
(6) C. Lottieri, Il denaro è una virtù. Apologia dello sterco del demonio, Il Foglio, 6 aprile 2007.
(7) «John Locke, il quale sosteneva la nuova borghesia in tutte le sue forme, gli industriali contro la classe operaia e i poveri, i commercianti contro gli usurai di vecchio stile, l’aristocrazia finanziaria contro i debitori di Stato, e che in una sua opera dimostrò perfino che l’intelligenza umana normale è quella della borghesia» (K. Marx, Per la critica dell’economia politica, 1859, p. 94,  Newton Compton editori, 1981).
(8) K. Marx, Il Capitale, I, pp. 779-784.
(9) K. Marx, Per la critica…,  p. 62.
(10) Ibidem, p. 123. «La circolazione essuda continuamente denaro» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 145).
(11) J. A. Hobson, L’imperialismo, 1902, pp. 109-111, Newton,1996. «Per il vecchio capitalismo [… ] era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo […] è diventata caratteristica l’esportazione di capitale» (Lenin, L’imperialismo, 1916, Opere, XXII, p. 241, ER, 1966).

DENARO-DENARO-DENARO: FETICISMO AL CUBO

«È chiaro che la critica superficiale che vuole la merce ma combatte il denaro, si rivolga adesso con la sua sapienza riformatrice contro il capitale produttore d’interesse, e senza affrontare la produzione capitalistica reale attacchi soltanto uno dei suoi risultati. Questa polemica contro il capitale produttore di interesse al giorno d’oggi si dà arie di “socialismo”» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III).

L’economia verde mi fa venire l’orticaria! Preferisco il verde del Dollaro.

Leggo dal Blog di Sbilanciamoci: «È necessario riflettere che la finanziarizzazione dell’economia non è solo una evoluzione del capitalismo ma la modificazione della sua natura. Il processo è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D), attraverso il quale il capitale, con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro, accumulava ricchezza, a quella odierna denaro-denaro-denaro (D-D-D), che senza la “mediazione” della produzione di merci (e servizi), permette di accumulare ricchezza (in poche mani)» (Denaro-denaro-denaro: il ciclo della finanziarizzazione). Qui si nota un salto di qualità dalla Chimera vanamente ricercata in ogni tempo dai possessori di capitali, ossia il denaro che crea denaro, alla sua teorizzazione da parte della Scienza Sociale Progressista. Il sogno è infine diventato una solida realtà! In effetti, questa vulgata intorno alla cosiddetta finanziarizzazione dell’economia è diffusissima anche a «destra». Intendiamoci, sbagliata non è tanto quella locuzione, la quale peraltro registra un fenomeno vecchio ormai di oltre un secolo nei paesi a capitalismo sviluppato; quanto il concetto che lo sottende.

Siccome lor signori hanno voluto scomodare la semplice simbologia matematica di Marx, tocca ricordare che per il comunista di Treviri la formula D-M-D ha un contenuto assolutamente «tautologico», al contrario della formula M-D-M, la quale esprime la circolazione delle merci, e ai cui estremi opposti si collocano due merci aventi uguali valori di scambio (rappresentati da D) ma diversi valori d’uso. Nessuno scambia un computer X per avere in cambio lo stesso identico computer! In questa formula è quindi il principio qualitativo a rendere razionale la transazione. Per avere un senso, la formula che mostra ai suoi poli opposti il denaro, deve essere riscritta in questi termini: D-M-D’. Infatti, «Una somma di denaro si può distinguere da un’altra forma di denaro soltanto mediante la sua grandezza» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 183, Editori Riuniti, 1980). Il discorso appare di una evidenza lapalissiana. E invece no! Intanto notiamo che qui è il principio quantitativo che dà senso alla formula, perché mentre è del tutto comprensibile scambiare, attraverso la mediazione del denaro, un’automobile con un’altra merce avente lo stesso valore di scambio (perché nel capitalismo nessuno è fesso, come aveva capito Adam Smith), altrettanto non lo è a proposito della formula che mette in relazione due somme di denaro: nessuno dà 10 X per avere indietro 10 X! Se non subentrasse il principio quantitativo quella formula sarebbe, appunto, tautologica. Nella misura in cui le due formule considerate rappresentano movimenti di valori, ha un senso scrivere M-D-M, perché il valore iniziale cristallizzato in M si conserva nel passaggio D-M (ecco perché Marx non scrive M-M’: egli vuole mettere a confronto grandezze di valore, non qualità intrinseche alle merci), mentre non lo ha scrivere D-D, e ne ha molto, anzi moltissimo scrivere D- D’.

Leggiamo in termini marxiani la formula D-M-D’: investo il capitale D in merci M (mezzi di produzione e capacità lavorativa, «lavoro morto» e «lavoro vivo») per avere indietro dal processo produttivo D + ΔD, ossia il mio capitale anticipato arricchito di un incremento di valore espresso sempre in denaro*. «Chiamo plusvalore questo incremento, ossia questa eccedenza sul valore originario» (ivi, p. 184). Com’è noto, per Marx questa eccedenza, che costituisce la sola ragion d’essere dell’economia capitalistica, non va spiegata «con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro», secondo la vulgata del pensiero economico post classico ripreso da Sbilanciamoci, ma con l’uso della capacità lavorativa nel processo produttivo, il quale è essenzialmente un processo di conservazione di valore (D) e di valorizzazione (ΔD). Il Demonio dell’«accumulazione della ricchezza» non mette la sua coda nel processo di distribuzione della ricchezza sociale, come hanno creduto e continuano a credere tutti i «socialisti piccolo-borghesi» da Proudhon in giù, ma nel vivo e onesto processo produttivo che sforna ogni ben di Dio. Nella formula D-M-D’ la merce M non si limita a mediare i termini D- D’, come invece accade con il denaro D nella formula M-D-M (nella circolazione delle merci nessuno porta a casa più valore di quanto ne avesse all’inizio dello scambio); ma soprattutto essa cela nel suo seno la scandalosa e indicibile realtà di un rapporto sociale, in forza del quale il «lavoro morto» vampirizza il «lavoro vivo», pacificamente, senza infrangere alcuna norma legale e morale. Il profitto non ha nulla a che fare con una «distribuzione non equa» della ricchezza sociale, secondo il secolare mantra progressista, mentre molto ne ha col rapporto sociale di dominio e di sfruttamento di cui sopra.

Giungiamo così al feticismo dell’autore dell’articolo citato, il quale in M ha visto solo «una cosa triviale», forse in regola con il materialismo della scienza borghese, la quale pesa e misura i «corpi tangibili», ma certamente in difetto agli occhi del «materialismo storico», il quale è del tutto disinteressato riguardo alla bruta materia, mentre ha molto interesse per tutto ciò che sfugge alla bilancia e al microscopio dello scienziato della natura. Come l’Anima non la puoi misurare alla stregua di un albero, analogamente non puoi penetrare il mistero della merce M senza uno sforzo metafisico. Com’è noto, il feticismo consiste nel ricercare il valore intrinseco della cosa nella sua nuda materialità. Nel “pezzo” intitolato La Cosa ha il Diavolo in corpo! ho cercato do mostrare come il carattere feticistico della merce prende corpo a partire dall’oggettiva difficoltà di risalire al plusvalore in quanto forma di valore del pluslavoro, ossia del tempo di lavoro che al lavoratore non viene pagato, non a cagione di un inganno o di una insopportabile soverchieria, ma in grazia di peculiari rapporti sociali che normalmente giungono ad effetto senza bisogno né di inganni né di coazione immediata.

Ritorniamo al metafisico di Treviri e all’irrazionale formula D- D’: «Di tutte queste forme, il feticcio più completo è il capitale produttore di interesse. Qui abbiamo il punto di partenza originario del capitale – il denaro – e la formula D-M-D ridotta ai suoi estremi D-D. Denaro che crea più denaro. È la formula originaria e generale del capitale ridotta a un completo non senso … Nel capitale produttore di interesse il feticcio è completo, in questa forma esso non porta più alcuna traccia della sua origine. Il rapporto sociale è completo come rapporto della cosa (denaro, merce) con se stesso» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 474-475, Einaudi, 1958). Per Marx la formula D- D’ è «puramente vuota di senso, incomprensibile, mistificata», perché cela la fonte di tutti i tipi di profitto (industriale, commerciale, finanziario) e di tutte le rendite: il plusvalore smunto alla capacità lavorativa nel processo di valorizzazione primario (industriale) del Capitale, cancellando ipso facto la realtà dello sfruttamento degli individui (quelli che per vivere sono costretti a vendere il proprio corpo) per opera di altri individui (i possessori di capitali, beati loro!).

Che dire, dunque, della formula D-D-D proposta dall’autore? Si tratta di un feticismo al cubo? Egli sostiene, indirettamente, che mentre le cose economiche andavano come le aveva descritte Marx ai suoi tempi, oggi, con la «finanziarizzazione dell’economia», il capitalismo avrebbe mutato natura: saremmo passati «dalla proposizione denaro-merce-denaro», «a quella odierna denaro-denaro-denaro». Ma come possiamo fidarci di uno che non ha capito la natura del «vecchio» capitalismo, e che mostra di essere invischiato nel feticismo della merce fino al collo?

«Il PIL ammonta a 74.000 miliardi; le Borse valgono 50.000 miliardi; le Obbligazioni ammontano a 95.000 miliardi; mentre gli “altri” strumenti finanziaria ammontano a 466.000 miliardi. Risulta così che la produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari. Quanto uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola». Queste cifre che ipnotizzano molti cervelli scientifici smentiscono il «vecchio» capitalismo, o non ne sono piuttosto un’accecante conferma? Certo, se uno pensa che la ricchezza dei capitalisti nel «vecchio» capitalismo originasse da una «distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro», e non da un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, non può certo capire il capitalismo nel suo incessante processo di cambiamento. Il circolo virtuoso – per le classi dominanti, si capisce – dell’accumulazione capitalistica ha storicamente generato il Sistema Finanziario, superando i precedenti sistemi creditizi basati sulla banca e sulla Borsa vecchio stile (Marx ha descritto bene questo passaggio, e l’ha soprattutto capito nel suo reale significato storico-sociale, come dimostra soprattutto il terzo libro del Capitale), e il circolo vizioso immanente alla stessa accumulazione lo ha espanso fino agli attuali mostruosi e vertiginosi (e molti, come si vede, ne soffrono!) livelli.

Nato per supportare il Capitale industriale, e come una sua immediata emanazione, il Capitale finanziario si è col tempo autonomizzato, perché – come peraltro scriveva il «vecchio» Marx – è nella natura del denaro, in quanto «merce universale», «merce par excellence» che con tutto può scambiarsi e che tutti bramano, la tendenza a emanciparsi dalla sua rozza essenza, ossia dal suo essere, « in ultima analisi», espressione del lavoro sociale. Al Capitale sta stretta questa sua umile origine, sulla quale tuttavia è costretto a riflettere ogni volta che il castello della ricchezza ottenuta attraverso la semplice moltiplicazione di identici valori mostra il suo miserabile fondamento «lavoristico».

L’oggettivo feticismo che caratterizza la dinamica capitalistica (prima che nell’idea il feticismo è nella cosa stessa) genera spontaneamente due chimere (la Cornucopia e la Robotica): quella della valorizzazione del denaro attraverso il denaro (D- D’), ossia «forcludendo» la faticosa prassi della produzione, e quella relativa alla totale robotizzazione del processo produttivo, ossia la valorizzazione del Capitale a mezzo Capitale «costante», con l’esclusione della capacità lavorativa vivente (la Robotica).

Il lavoro morto in marcia contro il lavoro vivo.

Ricordate la Foxconn, l’azienda che occupa quasi un milione di persone e dove l’anno scorso si era verificata un’ondata di suicidi a causa delle disumane condizioni di lavoro? Ebbene, la Foxconn è stufa di tutte le noie che arrecano gli operai in carne ed ossa, con le loro pretese di essere pagati, fare pipì, suicidarsi eccetera, e ha pensato di sostituire i lavoratori con un milione di robot. Ma probabilmente riuscirà a sfruttare anch’essi talmente a sangue, che dovrà assumere un esercito di Susan Calvin» (Debora Billi, Cina, arriva la recessione e cominciano i guai, dal Blog Crisis? What Crisis?, 25 novembre 2011). Peccato che «sfruttare» i robot equivale a spillare sangue da una rapa: impossibile! «Ma allora, perché il capitalismo produce la costosissima tecnologia robotica?» Per generare ciò che Marx chiamava «plusvalore relativo», ossia più valore estorto alla capacità lavorativa a parità di orario di lavoro, ovvero con una giornata lavorativa più corta. La tecnologia svalorizza la capacità produttiva e, al contempo, la rende più produttiva (non di merci, ma di plusvalore). La fabbrica mandata avanti solamente da robot è un’”Utopia” capitalistica che rinvia, come già detto, alla maledizione di questo peculiare modo di produzione: la base di tutti i profitti e di tutte le rendite è il lavoro vivo onestamente impiegato per produrre ogni sorta di ben di Dio. Amen!

Proprio la costosissima tecnologia robotica rinvia alla dialettica circolo virtuoso-circolo vizioso cui accennavo sopra: l’alta composizione organica del capitale (ossia il rapporto tra mezzi tecnici e capacità lavorativa, tra «Capitale morto» e «Capitale vivo») genera molto plusvalore, ma innesca nell’accumulazione un meccanismo di autosviluppo (perché la concorrenza diventa sempre più agguerrita e dispendiosa) per supportare il quale, a un certo punto, il saggio del profitto diventa pericolosamente anoressico, non in assoluto, ma in rapporto all’obesità del Capitale investito nella produzione. Di qui, per un verso la necessità del Capitale «reale» a cercare i mezzi finanziari necessari all’investimento produttivo, e a promuovere ogni genere di finanziamento del consumo (esigenza che trova nel Sistema Finanziario e nello Stato orecchie assai sensibili); e per altro verso, la tendenza dello stesso Capitale «reale» a cercare «scorciatoie speculative» che lo mettano in contatto con profitti più facili e pingui. Naturalmente il Sistema Finanziario è il mercato d’elezione per questo tipo di appetito.

Franklin Roosevelt firma la dichiarazione di guerra contro il Giappone. Il sogno preferito di Paul Franklin Roosevelt firma la dichiarazione di guerra contro il Giappone. Il sogno preferito di Paul Krugman.Leggo sempre dal Blog di Sbilanciamoci: «La riconversione economica globale che oggi s’impone al fine di assicurare un futuro non tragico alla civiltà umana somiglia per dimensioni all’impresa della ricostruzione dell’economia mondiale dopo il 1945. Le relative lezioni, perciò, possono essere molto utili. Già l’esperienza del New Deal e la sua feconda internazionalizzazione (durante il decennio che va dal costruttivo boicottaggio americano degli stanchi rituali della conferenza economica mondiale di Londra nel 1933 agli accordi di Bretton Woods del 1944) affermò la nozione che ogni regola circa il denaro dovesse servire le esigenze di ciò che allora si intendeva per sviluppo con decisa priorità rispetto alle attese dei singoli detentori di attivi o comunque di posizioni di controllo sui flussi di capitale nella situazione data. Durante la seconda guerra mondiale, l’amministrazione Roosevelt fece ancora di più sulla strada della relativizzazione della funzione del denaro e del suo ridimensionamento» (Memoria e ragione dicono: mettere in dubbio il debito, relativizzare il denaro, 21/11/2011).

Memoria e coscienza dicono che la ricostruzione post bellica si spiega con la natura sociale della seconda guerra mondiale, la quale permise al capitalismo del pianeta di superare definitivamente la lunga congiuntura depressiva iniziata nel ’29. Non a caso Paul Krugman oggi invoca l’invasione aliena, per contrastare la quale «l’inflazione e il deficit del bilancio passerebbero in secondo piano, e questa crisi finirebbe in 18 mesi» (intervista a Fareed Zakaria GPS, CNN, 16 ottobre 2011). Perché poi scomodare gli alieni, quando ci sono tanti tedeschi, cinesi e giapponesi a disposizione? I progressisti sanno nascondere meglio di chiunque altro la verità dietro i “paradossi”. Non cogliere il profondo nesso che lega la Grande Crisi alla Guerra Mondiale e alla Ricostruzione, significa non aver capito la radice storica e sociale del capitalismo, «vecchio» e «nuovo».

*«Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall’ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: “Solo il denaro è merce!” Come il cervo mugghia in cerca di acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l’unica ricchezza» (K. Marx, Il Capitale, I, p.170). Il denaro è la sola poesia che commuove il Capitale. Per non parlare di tutti noi (salvo i pii toccati dalle ali di Francesco, si capisce)! Il Denaro, vero Assoluto di questa disumana società, non va «relativizzato» ma soppresso senz’altro, attraverso il superamento dei rapporti sociali che in esso si esprimono nel modo più adeguato e naturale.

LA COSA HA IL DIAVOLO IN CORPO! Alcune riflessioni intorno al carattere di feticcio della merce.

L’occultista trae le estreme conseguenze dal carattere
di feticcio della merce: il lavoro minacciosamente
oggettivato lo investe e lo aggredisce, dagli oggetti,
con una miriade di ceffi demoniaci.

T. W. Adorno, Minima moralia

In diversi “pezzi” dedicati alla crisi economica, o, più precisamente, alla critica delle concezioni teoriche e politiche che hanno avuto modo di manifestarsi a proposito dell’attuale crisi economica, ho accennato al carattere feticistico di queste stesse concezioni. (Rimando solo all’ultimo “pezzo” Chimere riformiste intorno alla crisi economica). Qui di seguito cercherò di approfondire, sebbene in modo breve, rapsodico e asistematico, una questione che, a mio avviso, è incardinata al cuore della teoria critico-radicale della società capitalistica. Qui ricordo solamente che per Marx, dalla cui opera ricavo il fondamentale concetto di feticismo della merce, la critica delle categorie economiche scolpite sul marmo dalla Scienza Economica è innanzitutto la critica della società borghese tout court. Infatti, nel pensiero marxiano la dualistica distinzione tra «struttura» e «sovrastruttura» è bandita a favore del punto di vista della totalità, il quale conosce una sola «struttura»: la società colta nella sua vivente, compatta, complessa e contraddittoria unità.

1. La Cosa ha il Diavolo in corpo!


Ho letto per la prima volta i formidabili passi marxiani sul «Carattere di feticcio della merce e il suo arcano» poco più che adolescente. Non essendo mai stato un tipo dotato di una particolare intelligenza, va da se che allora non compresi praticamente niente di quello che avevo sotto gli occhi, sebbene intuivo che la musica scritta sullo spartito doveva avere un suono bellissimo e una straordinaria potenza evocativa.
E difatti rimasi profondamente colpito dagli enigmatici passi marxiani, tant’è che la mia fervida immaginazione post adolescenziale, sempre alla ricerca di immagini da associare ai concetti, non perse tempo a riferirli a un film che pochi anni prima mi aveva piacevolmente sconvolto: L’Esorcista!

L’associazione Dominio-Demonio allora mi apparve puramente formale, richiamata più che altro da alcune coincidenze per così dire estetiche; solo in seguito, in grazia di un background teorico appena appena meno indigente, compresi tutta la portata dottrinaria e politica di quell’analogia, tutto il suo fondamento storico e sociale.

Ma veniamo ai passi marxiani: «… Il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare» (K. Marx, Il capitale, I, p. 103, Editori Riuniti, 1980). Possibile? La Cosa ha dunque il Diavolo in corpo! È quel che allora balenò nella mia dura testa di legno, ancorché ancora ricoperta da una più che lussureggiante capigliatura e particolarmente sensibile a ogni sorta di eccitante suggestione intellettuale. In che senso Marx mi parla di «capricci teologici», di «cosa sensibilmente sovrasensibile», di «carattere mistico della merce?» di «forma fantasmagorica»? Assai precocemente mi ero liberato dall’ingombrante presenza di Dio, e adesso proprio Marx mi costringeva a misurarmi con arcani che avevano un forte sapore teologico. Senza contare la straordinaria metafora del morto (il «capitale costante», ossia le macchine e le materie prime) che vampirizza il vivo («il capitale variabile», vale a dire la viva e operante capacità lavorativa): altri titoli di film dell’Horror, un genere cinematografico che ho sempre amato (capite adesso?) mi ronzavano in testa: La notte dei morti viventi, o Dracula il vampiro, ad esempio. Che ci fanno spettri, vampiri, zombie, demoni e ogni sorta di mostruose presenze all’interno di un discorso così limpidamente scientifico?

L’ipotesi di un delirio alcolico da parte dell’ubriacone di Treviri non la presi nemmeno in considerazione, semplicemente perché allora alcuni particolari scabrosi della sua vita privata mi erano ignoti. Sfornito di più sofisticati strumenti interpretativi, e voglioso di arrivare in fretta alla fine del mitico libro, lasciai cadere la cosa, la quale mi suggeriva l’idea di un lampo che con troppa rapidità appare e scompare, senza lasciare il tempo all’occhio di catturare l’essenziale nella scena troppo brevemente illuminata. Tic-tac: luce-buio. Buio pesto!
Ritornai a riflettere sulla scottante questione diversi anni dopo, sotto l’egida di un testo che rappresentò molto per la mia formazione teorica: Storia e Coscienza di classe di Lukács. In particolare alludo al saggio intitolato La reificazione e la coscienza del proletariato (1920), dal quale cito i passi che seguono: «Non a caso entrambe le grandi opere della maturità di Marx che si accingono a presentare la società capitalistica iniziano con l’analisi della merce. Infatti, non esiste problema che non rimandi in ultima analisi a questa questione e la cui soluzione non debba essere ricercata in quella dell’enigma della struttura della merce … L’essenza della struttura di merce consiste nel fatto che un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’”oggettualità spettrale” che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparentemente conclusa e razionale, ogni traccia della propria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini … Questo trasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato e disumanizzante del rapporto di merce» (G. Lukács, Storia e Coscienza di classe, pp. 107-108, 1988).

Qui il comunista ungherese si limitava a ripetere il Marx del Capitale connettendolo, del tutto legittimamente, al Marx dei Manoscritti Parigini del 1844. Tuttavia, dopo un lungo periodo di oblio del «Marx giovane» nella riflessione teorica degli epigoni, l’operazione lukácsiana appariva originalissima, e facilmente prestava il fianco alla critica del «marxismo ortodosso», che difatti puntualmente arrivò, tanto dal versante socialdemocratico, quanto da quello «comunista». La sua opera del 1922 fu bollata come «eretica» perché troppo impregnata di «umanesimo» e di «idealismo», secondo il giudizio che ne diede Zinoviev nel 1924 per conto dell’Internazionale Comunista. Segno evidente, questo, della pessima qualità teorica del «materialismo dialettico» che era penetrato nel reparto d’avanguardia del proletariato internazionale, con tutto quello che ciò necessariamente implicava sul terreno dell’iniziativa politica.

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REALTÁ E LEGGENDA DELLA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E DEL DEBITO SOVRANO

Il processo di finanziarizzazione dell’economia capitalistica è un fenomeno sociale tutt’altro che nuovo, e basta riandare col pensiero ai “classici” libri di J. A. Hobson (L’Imperialismo, 1902) di R. Hilferding (Il capitale finanziario, 1910) e di Lenin (L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916), solo per citare pochi esempi, per capirlo. «L’inizio del secolo XX – scriveva Lenin – segna il punto critico del passaggio dall’antico al nuovo capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario» (L’Imperialismo, p. 227, Opere, XXII).

Lo stesso Marx colse il momento genetico del processo che trasformò le banche da modeste imprese di mediazione in potenti, e poi dispotiche (sul versante interno e internazionale, nella «sfera economica» come in quella politica) detentrici del capitale finanziario. Personalmente giudico molto importante proprio lo studio di quel momento iniziale perché da esso vengono fuori molti spunti di riflessione che aiutano a comprendere meglio la reale natura e dimensione della finanziarizzazione dell’economia quale si dispiega nei nostri critici tempi.

Da questo studio (che qui compendio in modo assai sintetico, solo per invogliare il lettore a cimentarvisi in prima persona) emerge in primo luogo l’intima connessione tra lo sviluppo del potere finanziario e il processo di crescita quantitativa e qualitativa di quella che, con linguaggio oltremodo ambiguo, gli economisti chiamano oggi «economia reale» – e, come diceva il Filosofo, tutto ciò che è reale è razionale: l’esatto opposto di quanto capita nell’economia capitalistica considerata nella sua irriducibile totalità.

Telaio jacquard - inizi XIX secolo

La dialettica dell’accumulazione capitalistica storicamente considerata ha visto il capitale usuraio e commerciale costituire la base finanziaria e organizzativa per il decollo del moderno capitalismo industriale, e quest’ultimo, in una fase piuttosto avanzata del suo sviluppo, porre le premesse di una rinascita, e quasi di una rivincita, delle «sfere» economiche non direttamente compromesse con la produzione di merci, diventata a un certo punto (in Inghilterra intorno al XVIII secolo) la leva di gran lunga più potente nella prassi economica.

Per un verso, l’accresciuta produttività del lavoro, resa possibile da un continuo rinnovamento della base tecnologica delle imprese e dall’implementazione di soluzioni organizzative nell’uso della forza-lavoro sempre più razionali (scientifiche), permise l’emancipazione di aliquote sempre crescenti di capitale dall’ambito immediatamente produttivo. Non bisogna dimenticare che produttività del lavoro equivale a produttività di plusvalore (incamerato dai più disparati detentori di capitali sotto forma di profitto, rendite, e quant’altro), che poi è il solo obiettivo che legittimamente sta a cuore ai capitalisti. D’altra parte, questo stesso processo di maturazione capitalistica innescò un tendenziale e relativo declino nel saggio del profitto, fenomeno che Smith e Ricardo non mancarono di cogliere, sebbene non ne comprendessero la reale natura. Questo fenomeno apparentemente inspiegabile diede un nuovo impulso all’emigrazione di capitali da una branca industriale all’altra, da una «sfera economica» all’altra, da un Paese all’altro, alla ricerca del miglior saggio del profitto. Va’ dove ti porta il profitto!

Per altro verso, proprio l’accresciuta dimensione quantitativa e qualitativa dell’«economia reale» abbisognava di una massa sempre più ingente di capitali da gettare nella fornace dell’accumulazione, esigenza vitale che a un certo punto fu possibile soddisfare solo ricorrendo alla «sfera finanziaria», capitali speculativi e financo «criminali» compresi. Il processo di concentrazione e di centralizzazione del capitale marcia con cadenza di risonanza nella «sfera produttiva» e nella «sfera finanziaria», con simbiotica relazione. (La cadenza di risonanza è quella che, ad esempio, fa crollare i ponti. Metafora crollista, dunque? Certamente. A patto che si ricordi che i ponti crollati sono rimpiazzati subito da ponti più stabili, ancorché non vaccinati contro la sciagura, la quale è sempre in agguato).

La finanziarizzazione dell’economia nella moderna società borghese prende corpo e si sviluppa quindi a partire dal processo che «smunge plusvalore» (Marx) nelle imprese industriali (agricoltura compresa, ovviamente) sparse ovunque sulla faccia del Pianeta, e non a caso nell’Imperialismo di Hobson si trovano perle come questa: «Sembra che gli investitori e gli imprenditori occidentali abbiano trovato in Cina una miniera di forza lavoro di gran lunga più ricca di ogni deposito d’oro o di altro minerale che possa aver guidato l’impresa imperiale in Africa e altrove … di tutte le ‘razze inferiori’ quella cinese è la più adattabile a scopi di sfruttamento economico dato che ha la maggior eccedenza di prodotto del lavoro in proporzione al costo di mantenimento della forza lavoro» (L’Imperialismo, pp. 253-257, Newton). Mutatis mutandis (pochissimo, per la verità), qui si parla più del 2011 che del 1902.

Come spesso ripeto, la radice storico-sociale della finanziarizzazione dell’economia viene allo scoperto soprattutto a causa di una forte scossa tellurica nella «congiuntura», ossia quando si inceppa il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, il quale rende possibile sempre di nuovo l’espandersi del colossale edificio finanziario e la stessa sostenibilità finanziaria degli Stati. Allora si scopre che «fare soldi con soldi» non significa affatto creare effettiva ricchezza sociale, ma spartirsi una succulenta pietanza cucinata dai salariati nell’«economia reale», e speculare sulla sua base di valore, moltiplicando sempre più parossisticamente valori (sotto forma di sofisticati «prodotti finanziari») scritti solo sulla memoria dei computer – e nel cuore dei possessori di titoli vari.

Come scriveva Marx, nel «sistema creditizio tutto si raddoppia e si triplica divenendo una mera chimera» (Il Capitale, III, p. 1234, Newton). L’alta produttività del lavoro, e la complessa articolazione sociale che questa stessa produttività rende possibile (più cresce la torta, più numerosi si fanno i commensali che se la contendono), celano, al contempo, il fondamento materiale della «mera chimera» e il rapporto sociale fondamentale che, come s’usa dire, «regge tutta la baracca». La manna non cade dal cielo della Finanza, più o meno «reale», «onesta», «eticamente sostenibile» e luogocomunismi dello stesso vile conio. Né essa cresce spontaneamente sul terreno della cosiddetta «fabbrica sociale», attraverso lo sfruttamento del General Intellect, il quale creerebbe «valore» semplicemente digitando su una tastiera di computer.

Nel XXI secolo la valorizzazione capitalistica passa ancora attraverso lo sfruttamento della capacità lavorativa dei salariati impiegati nel processo produttivo di merci, e ciò costituisce la più grande maledizione del capitalismo, la cui motivazione essenziale (realizzare profitti) non riesce proprio a emanciparsi dall’antiquata e faticosa dimensione industriale. Non perché gli uomini devono pur mangiare, coprirsi, viaggiare, ecc., ma perché la base del profitto (e della ricchezza sociale espressa nel Denaro: questa strapotente divinità!) rimane il rozzo plusvalore.

La stessa questione del debito Sovrano, con annesso discorso sul Welfare, è fondamentalmente un problema connesso profondamente con l’accumulazione capitalistica. L’allargamento e il restringimento della base finanziaria del cosiddetto «Sato Sociale» non  sono, non possono esserlo,  variabili indipendenti, magari rimesse al capriccio di furbi politici o di cinici ideologi. Quella che i progressisti di tutto il mondo chiamano «controrivoluzione liberista di Reagan e della Thatcher» non fu che una risposta del capitalismo e dell’imperialismo angloamericani a un grave stato di sofferenza nell’«economia reale» dei rispettivi Paesi, dovuto in gran parte alla cristallizzazione di strutture sociali parassitarie che rendevano impossibili le necessarie «riforme strutturali», rese urgenti soprattutto dall’agguerrita concorrenza globale del capitale giapponese. Più che fare cadere il «socialismo reale», la «guerra stellare» di Reagan servì in primo luogo a mobilitare capitale pubblico e privato al servizio del settore industriale più avanzato del Paese, in modo da schiodare l’economia americana dalla palude nella quale si trovava impantanata da oltre un decennio.

Nel capitalismo nessun pasto è gratuito, e checché ne pensino e dicano i feticisti dello Stato Sociale (che poi è Stato capitalistico tout court) il Welfare ha il suo limite insuperabile nell’accumulazione capitalistica, colta nella sua dimensione planetaria. L’aumento di produttività del lavoro (che “libera” lavoro), la crescita nella «prospettiva di vita» (quanti vecchi, in Occidente!) e l’ingresso nell’arena della competizione economica di Paesi come Cina, India, Brasile, ecc., stanno mettendo sotto pressione il vecchio sistema assistenziale in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. «Riformarlo» è tanto necessario (per il «Bene Comune», beninteso) quanto arduo. I problemi sociali connessi con questa realtà altamente contraddittoria possono venir rimandati, e il Bel Paese eccelle nella politica del posticipo; ma i nodi presto o tardi vengono al pettine. Solo se maturiamo una corretta visione del processo sociale colto nella sua totalità possiamo sperare di elaborare una corretta risposta politica alle esigenze del Dominio, le quali mettono sotto schiaffo individui, imprese, governi, Stati. Altro che «diktat dei mercati»!