LA FABBRICA DELLA PAURA

Che Salvini sia un eccellente “imprenditore della paura”, nessuno può negarlo. La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Foglio parlano del leader della Lega Sovranista come di una «vergogna dell’Italia»; non essendo io un patriota, ma un convinto disfattista degli italici interessi e dell’italico prestigio nazionale, non provo alcuna vergogna, né sorpresa, ma piuttosto un’irriducibile ripugnanza di classe nei confronti del demagogo di turno che avanza nei sondaggi elettorali. I quotidiani progressisti europei ne parlano invece come di una «vergogna europea»: non essendo io un europeista, nemmeno del genere di Negri, Žižek e Varoufakis, ma un internazionalista anticapitalista, quella vergogna non mi tocca neanche un poco. Piuttosto, nella mia qualità di proletario provo vergogna quando vedo i miei “colleghi” di classe accettare il terreno della lotta tra i miserabili, anziché quello della solidarietà di classe, della lotta di classe, della rivoluzione sociale. In realtà, più che vergogna provo sentimenti di rabbia, di impotenza e di frustrazione nel vedere l’attuale inesistenza del proletariato come «classe per sé, e non per il Capitale». Nei momenti di arretramento politico-sociale, Marx si aspettava dal proletariato, «classe storicamente rivoluzionaria», non inutili quanto odiose esaltazioni ideologiche, ma la più cruda e spietata delle autocritiche. Scriveva Max Horkheimer nel 1937: «L’intellettuale che con un atteggiamento di inutile venerazione si limita a proclamare la potenza creativa del proletariato, accontentandosi di adeguarglisi e di trasfigurarlo, trascura il fatto che ogni elusione dello sforzo teorico che gli risparmia un temporaneo contrasto a cui potrebbe portare il suo pensiero, rende queste masse più cieche e più deboli» (Teoria critica). Io non sono né un intellettuale né un populista, e quindi posso concedermi il lusso, diciamo così, dell’autocritica volta a comprendere le cause, vicine e lontane, della nostra attuale cattivissima situazione. Nostra come proletari, come nullatenenti, come dominati, come sfruttati.

Qualche giorno fa il leader che sussurra alla ruspa ha dichiarato: «La sinistra sostiene la globalizzazione, o glebalizzazione, come dice il filosofo Diego Fusaro; noi no. Per questo vogliamo arrestare il flusso dei migranti che piace ai filantropi alla Soros perché sradica la nostra identità nazionale e culturale e alle multinazionali che operano in Italia perché abbassa i salari dei lavoratori italiani. Prima i lavoratori italiani!». La patriota Meloni è ancora lì che applaude entusiasta l’ex camerata di coalizione: «Bravo, bene, bis!». Come sappiamo, negli Stati Uniti Trump fa, mutatis mutandis, lo stesso discorso “populista”: «Prima il lavoro americano».

Ora, è vero che la globalizzazione capitalistica del XXI secolo mette i lavoratori di tutto il mondo in reciproca, diretta e spietata concorrenza come non era mai accaduto dai tempi di Marx in poi, con il disastroso risultato sulle loro esistenze che stiamo osservando soprattutto in Occidente, il quale un tempo offriva ai lavoratori migliori condizioni di lavoro e di vita, soprattutto strappate con decenni di lotte operaie; ma la “ricetta” che offre l’anticapitalista non parla di chiusura nazionale, di identità nazionale e politica, di freno alla globalizzazione, di «prima gli italiani», di «aiutiamoli a casa loro»: «diamogli una canna da pesca a casa loro, non pesce fritto a casa nostra!». L’anticapitalista nemmeno si pone il problema circa la compatibilità economico-sociale di un’immigrazione “di massa”, se essa sia utile o dannosa per l’economia del Paese, la quale sta molto a cuore anche a non pochi personaggi che pure si dichiarano “anticapitalisti”, ma che in realtà sono solo degli statalisti più o meno riverniciati. Come ho già detto, quella “ricetta” parla invece di solidarietà di classe, di unione di classe, di lotta di classe, ecc. «Proletari di tutto il mondo, unitevi!», urlava il comunista di Treviri scomodato dall’insulso filosofo di regime, che tanto piace a Salvini, per pura spocchia intellettuale e per paraculismo politico-ideologico, un paraculismo che egli peraltro può usare solo nell’ambito dei nostalgici del “comunismo novecentesco” – cioè dello stalinismo nelle sue diverse declinazioni nazionali. L’intellettuale, soprattutto quello made in Italy, crede che basti citare qualche nome “sovversivo”, per accreditarsi come “rivoluzionario” presso la massa che a stento sa leggere e scrivere.

Salvini è un ottimo imprenditore della paura, dicevo, ma personalmente trovo politicamente più interessante puntare i riflettori della critica sulla fabbrica della paura. Perché signori progressisti è abbastanza facile sparare contro l’ultimo demagogo che calca la scena, in attesa di lasciare il posto al prossimo, magari ancora più “populista” e fascista del precedente – chi si ricorda più del “fascista” Marco Minniti? Ebbene, signori “buonisti”, il problema è solo il cattivista del giorno che vende paura, rabbia e pregiudizi un tanto al chilo (sui neri, sui rom, sugli omosessuali, su ogni specie di “diversità” e di “devianza”), o anche, e direi soprattutto, la società che crea sempre di nuovo il mercato politico-elettorale della paura, della rabbia e dei pregiudizi? Di più: non è forse questa società che crea soprattutto nelle classi subalterne sentimenti di paura, di angoscia, di rabbia, di frustrazione, di invidia sociale e quant’altro? I fascisti (o come vogliamo diversamente chiamarli nel XXI secolo), i razzisti e i demagoghi prosperano su un terreno lungamente arato e fertilizzato dalla prassi sociale nel contesto di differenti regimi politico-istituzionali: dalla cosiddetta Prima Repubblica a quella attuale – Terza, Quarta, ho perso il conto!

«Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato, ed è per questo che non esistono metodi assolutamente sicuri per la seduzione di massa: il metodo varia con la disponibilità alla seduzione» (M. Horkheimer, T. W. Adorno). Il problema teorico più importante è quindi capire che cosa rende possibile «la disponibilità alla seduzione» che osserviamo nelle masse, sforzo che non solo non contraddice l’azione pratica contro le politiche e le ideologie del nuovo governo, ma piuttosto la rafforza e la mette nelle condizioni di indebolire il regime politico-istituzionale nel suo complesso. Che alla fase democratica (o come altrimenti vogliamo chiamarla) del regime possa seguire quella fascista (negli anni Settanta si parlò di «fascistizzazione della democrazia» e di «democrazia fascista»), è cosa che non mi sorprende affatto, tutt’altro. L’alternarsi della carota e del bastone come metodo di gestione delle contraddizioni sociali nelle diverse fasi del processo sociale capitalistico e nelle differenti configurazioni geopolitiche della contesa interimperialistica è qualcosa che non può certo spiazzare il pensiero critico-rivoluzionario.

Qualche mese fa il già citato filosofo del regime pentaleghista dichiarava: «Quando Salvini mi applaude mi chiedo cosa ho detto di sbagliato». Chi segue Fusaro per farsi due risate e prendere di mira non un personaggio di successo (beato lui!), ma una precisa posizione politica (ultrareazionaria, c’è bisogno di dirlo?), sa benissimo che Salvini non può che gongolare quando ascolta le invettive fusariane contro il «capitalismo finanziario». Come ho ricordato altre volte, già negli anni Novanta, prima che nascesse il Movimento Noglobal, Umberto Bossi inveiva contro la globalizzazione, soprattutto contro la «colonizzazione cinese» dei distretti industriali e commerciali del Nord’Est: «La Cina deve rimanere fuori dal WTO, perché pratica un micidiale dumping industriale e mercantile. Il nostro modello sociale non può competere con quello cinese. Tra qualche anno le nostre aziende saranno costrette a chiudere o a delocalizzare nei Paesi dell’Europa orientale». Oggi Salvini si scaglia contro le navi che portano in Italia non solo «carne umana» ma anche il riso prodotto in Asia: «Prima gli agricoltori italiani!». Mentre nell’area capitalisticamente più avanzata del Paese i consensi politico-elettorali della Lega si impennavano, perché il Senatur sapeva ben cavalcare le contraddizioni sociali nazionali (divario crescente Nord-Sud) e quelle che derivavano dalla competizione capitalistica mondiale, i sinistrorsi si limitavano a denunciare il razzismo (vu cumprà fora dai ball!) e l’antimeridionalismo dei leghisti: «i meridionali rubano, scroccano e puzzano! Che poi è quello che molti tedeschi pensano di tutti gli italiani. Le simpatie che i leghisti oggi suscitano anche nel Mezzogiorno possono stupire solo chi si arresta alla schiuma ideologica e fraseologica che sempre accompagna i processi sociali. Ma ritorniamo al filosofo più amato dal regime. Un caso tutt’altro che paradossale.

Per capire fino a che punto Fusaro sia in sintonia con le ideologie più reazionarie prodotte da questa società escrementizia, è sufficiente leggere l’intervista apparsa su Le figaro domenica scorsa, il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: «L’uomo che sussurra a Di Maio e Salvini». Niente di nuovo intendiamoci, ma vale la pena ogni tanto raccontare qualche barzelletta e ricordare con chi abbiamo a che fare. «Nel nostro tempo, quello del capitalismo finanziario, la vecchia dicotomia destra-sinistra è stata sostituita dalla nuova dicotomia alto-basso, padrone-schiavo (Hegel). Sopra, il padrone ha il suo posto, vuole un mercato più deregolamentato, più globalizzato, più liberalizzato. Sotto il servo “nazionalsocialista” (Gramsci) vuole meno commercio libero e più stato nazionale, meno globalizzazione e difesa dei salari, meno Unione Europea e più stabilità esistenziale e professionale. Il 4 marzo in Italia non c’è stata la vittoria della destra, né della sinistra: il basso vince, il servo. Ed è rappresentato dal M5S e dalla Lega, le parti che il padrone globale e i suoi intellettuali diffamano come “populisti, vale a dire i vicini del popolo e non l’aristocrazia finanziaria (Marx). Salvini e Di Maio stanno guardando alla Russia, e questa è una buona cosa. La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione. La vecchia borghesia e la vecchia classe operaia, un tempo nemici, sono oggi oppressi e insicuri, e formano una nuova plebe povera e priva di diritti, in balia dei predatori finanziari e dell’usura bancaria. È il nuovo precariato. La classe dominante è questa volta l’aristocrazia finanziaria, una classe cosmopolita di banchieri e delocalizzatori, signori di grandi affari e del dumping. Marx lo dice molto bene nel terzo libro del Capitale: il capitalismo supera la sua fase borghese e accede a quella finanziaria, basata sulla rendita finanziaria e sui furti della burocrazia. Questo è il nostro destino». Nazionalismo, sovranismo, “nazionalsocialismo” (Gramsci o Hitler?), statalismo, collaborazionismo di classe, corporativismo, difesa dei «ceti produttivi» contro «gli speculatori della grande finanza»: l’armamentario ideologico caro a fascisti, nazisti e stalinisti c’è tutto. Certo, manca l’invettiva aperta contro gli ebrei, ossia contro gli speculatori finanziari e i cosmopoliti per eccellenza, ma i tempi cambiano: fasciostalinismo, certo, ma mutatis mutandis.

Ora, è da decenni che i leghisti predicano la collaborazione tra i «ceti produttivi», ieri vessati da «Roma ladrona», oggi saccheggiati e impoveriti dalla globalizzazione. Ma anche il PCI, ai suoi tempi, predicava l’alleanza tra i «ceti produttivi» contro la rendita finanziaria rappresentata politicamente dalla DC. E non pochi leader democristiani santificavano, esattamente come i “comunisti”, il duro ma sano lavoro (salariato, cioè sfruttato) contro lo sterco del Demonio: siamo in Italia, se Dio vuole… Una volta (Elogio della ghigliottina, 1922) Piero Gobetti parlò del Fascismo come «autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi»; ebbene Fusaro è, sotto questo aspetto, solo l’ultimo arrivato.

A proposito di autobiografia nazionale, scriveva Luca Ricolfi qualche anno fa: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). Oggi sono soprattutto i pentastellati attivi sul fronte dell’assistenzialismo, cosa che dovrà fare i conti con le condizioni economiche del Paese e con gli interessi sociali difesi dai leghisti. Con l’ormai mitico reddito di cittadinanza le camaleontiche creature di Grillo & Casaleggio vorrebbero crearsi una solida e permanente area di consenso sociale, un po’ come face ai bei tempi la Democrazia Cristiana attraverso le mille forme di clientelismo rese possibili da una congiuntura economica favorevole, e, mutatis mutandis, come fa il regime venezuelano usando la rendita petrolifera. Solo che i pentastellati, sempre più impauriti dall’attivismo leghista che potrebbe cannibalizzarli nello spazio di poche elezioni, non possono contare né su una congiuntura economica favorevole, né su qualche forma di rendita. Certo, possono sempre far leva sul debito pubblico, ma la cosa non appare di facile approccio. «Per il 2018 i giochi sono fatti, da qui a fine anno ci muoveremo solo su interventi strutturali che non hanno costi. Il nostro vincolo sono i mercati», ha dichiarato il Ministro delle Finanze Tria. «Il nostro vincolo sono i mercati»: questa l’avevo già sentita…

«È la Germania che ci vuole affamare! Spezzeremo le reni a Berlino!». Il sovranista italico deve solo sperare che il prossimo Cancelliere tedesco non sia un sovranista: «Germany First!». «I sovranisti sono vittime di una contraddizione. Si dichiarano solidali l’un con l’altro: i sovranisti francesi con quelli americani, italiani, inglesi, eccetera. Si ascolti, ad esempio, cosa dice quel piazzista del sovranismo che è Steve Bannon (ex sodale di Donald Trump). In realtà, nel caso che molti di loro (ancor più di quelli già oggi al potere) si trovassero simultaneamente alla guida dei rispettivi Paesi, sarebbe la loro stessa ideologia a spingerli l’uno contro l’altro» (A. Panebianco, Il Corriere della Sera).

Per il noto filosofo che sussurra al regime «La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione». Evidentemente al Nostro nazionalsocialista (Gramsci) piace l’imperialismo del rublo – e forse anche la cinesizzazione del mondo, «conosciuta anche come globalizzazione». D’altra parte ai “nazionalsocialisti” (Gramsci o Hitler?) è sempre piaciuta la figura del leader virile, forte, carismatico, con la schiena dritta, devoto ai sacri interessi del Popolo, della Nazione Proletaria; un leader schietto e contrario alle ipocrisie del politicamente corretto tipico del personale politico liberale e progressista. Insomma, un leader tipo Salvini.

«Alexandr Dugin è in Italia. Il filosofo russo, le cui idee sono considerate ispiratrici delle politiche di Vladimir Putin, sta girando da nord a sud tutto lo stivale per realizzare una serie d incontri: due pubblici e molti in forma privata. Quelli pubblici sono stati ampiamente pubblicizzati: il primo a Milano in occasione di una conferenza che lo hanno visto affiancato da altri relatori quali il filosofo Diego Fusaro e il responsabile culturale di Casapound Adriano Scianca; il secondo a Roma presso la sede di Casapound dove parlerà insieme ai vertici del movimento fascista, all’editore di destra Maurizio Murelli e a Giulietto Chiesa» (Huffington Post). Ecco, ora la barzelletta è completa! Ma c’è – solo – da ridere?

 

QUANDO IL CAPITALISMO SUPERA LA FANTASIA

Il Capitale recupera a suo vantaggio quello che la politica butta in mare sempre a vantaggio del Capitale. Una grande lezione, se solo fossimo in grado di comprenderla.

Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché vorrei essere bravo come voi a sfruttare anche la sofferenza.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché anch’io voglio galleggiare sul mare di cinismo che mi affoga.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, e prendetevi pure la mia pelle, e fatene ciò che volete.

CUCINARE LENIN IN SALSA SOVRANISTA. SIGNORI, LA CIOFECA È SERVITA!

lenin-cat1Contrapporre Lenin, anche solo in guisa di mostruosa mummia crudelmente esposta nel noto mausoleo moscovita, alle «sinistre» in generale e alla Presidente della Camera Laura Boldrini in particolare è una bizzarra idea che poteva maturare solo nella dialettica testa di un autentico “marxista”, ancorché sedicente “ultimo”. Alludo forse al filosofo più telegenico d’Italia, nonché appunto «ultimo marxiano», come da rubrica, Diego Fusaro? Ovviamente! Leggiamo dunque una perla storico-dialettica di rara bellezza uscita dal suo fecondo cervello: «Nel tempo del sovrano disinteresse per la condizione del lavoro e per i diritti sociali, la sinistra pare essersi reinventata come sinistra arcobaleno dei diritti civili [rispetto a questa cianfrusaglia piccolo-borghese il Virile Vladimir Putin è cosa assai più seria!] e dell’Europa senza se e senza ma. Ma siamo davvero sicuri che l’idea degli Stati Uniti d’Europa sia emancipativa, progressiva e di sinistra? Proviamo a chiederlo a un autore che certo di destra non era e che sarebbe pure difficile liquidare come nazionalista o in odore di fascismo [excusatio non petita, accusatio manifesta?]. Alludo a Lenin, l’eroe della Rivoluzione bolscevica e del comunismo storico novecentesco» (1). Segue citazione leniniana tratta da un celebre (presso i cultori della materia, si capisce) scritto dell’agosto 1915: Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (2). Ora, accostare l’uomo di Simbirsk alle «sinistre» (da Varoufakis a Laura Boldrini, da Lafontaine a Fassina, da Corbyn a… Fusaro), anche solo in forma strumentale, ossia per criticarne gli esponenti più illustri, ha un solo atomo di senso? A mio avviso ciò può avere un solo senso: quello di metterci nelle condizioni di comprendere l’idea di “sinistra” che hanno in testa Fusaro e gli intellettuali “marxisti” di analogo (pessimo!) conio politico-ideologico. Ma nel momento in cui perfino un Alfredo Reichlin può impunemente scrivere sul giornale fondato da Matteo Renzi (L’Unità) i passi che seguono: «Ebbene sì, Enrico Berlinguer era comunista. Ma c’è di peggio. C’è gente come me che non solo era comunista, lo è ancora»; se le cose stanno così, nessuno, nemmeno Vladimir Il’ic in persona, può impedire al personaggio non di rado preso di mira su questo modesto blog le corbellerie storico-politiche che ama propinare sul mercato delle ideologie.  Ma sì, arruoliamo pure l’internazionalista Lenin nella campagna antieuropeista a difesa dello Stato nazionale (borghese)!

Ma cosa scriveva nel pieno della Grande Guerra il capo bolscevico a proposito dell’ultrareazionaria parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa? Leggiamo qualche passo tratto dall’articolo citato sopra: «Gli Stati uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. […] In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico né delle singole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi economica nell’industria, e della guerra nella politica. Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa per conservare, tutti insieme, le colonie usurpate, contro il Giappone e l’America che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che nell’ultimo cinquantennio si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale incomincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d’America, l’Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. […] Gli Stati uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla spartizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici» (313-314). Per Lenin, dunque, il progetto “europeista” si collocava interamente nella dimensione degli interessi del Capitalismo europeo giunto nella sua fase imperialista: conservare le colonie, difendere lo status quo politico-istituzionale del Vecchio Continente, schiacciare il proletariato rivoluzionario, rafforzarsi nei confronti degli imperialismi concorrenti: Stati Uniti d’America e Giappone, in primis.

Osservo en passant che in una nota scritta alla fine dell’agosto 1915 Lenin puntualizza nuovamente come «la parola d’ordine reazionaria» degli Stati Uniti d’Europa significasse «un’alleanza temporanea delle grandi potenze d’Europa per una più efficace oppressione delle colonie e per la rapina del Giappone e dell’America, che si sviluppano più rapidamente» (3). Ora, volendo ragionare al modo di tante mosche cocchiere “antimperialiste” che ancora oggi si basano sul famigerato principio maoista del Nemico Principale, dovremmo concludere che allora Lenin sostenesse politicamente, in chiave tattica, l’imperialismo nippo-americano («Nemico secondario») contro l’Europa («Nemico principale»). Cosa che naturalmente farebbe scompisciare dal ridere anche la mummia di Lenin.

Ovviamente il rivoluzionario russo non era così teoricamente sciocco e politicamente così sprovveduto da pensare che la rivoluzione sociale proletaria potesse avere immediatamente una dimensione mondiale; proprio a causa dell’ineguale sviluppo capitalistico, «una legge assoluta del capitalismo» che detta i tempi – e impone il ritmo – al processo sociale considerato nella sua dimensione planetaria rende impossibile «il trionfo del socialismo» in tutti i Paesi, o quantomeno nei più importanti Paesi del mondo, “in simultanea”, e nemmeno nel corso di un breve arco di tempo. Certo, se poi la cosa dovesse realizzarsi nessun comunista griderebbe allo scandalo, questo è sicuro! Ma è sempre meglio attrezzarsi per il peggio, come testimonia peraltro la stessa esperienza rivoluzionaria europea di inizio Novecento culminata nell’Ottobre Rosso – poi, con lo stalinismo, diventato Russo, anzi: Grande-Russo.

Qualche mese fa un lettere di un mio post sulla Cuba castrista mi domandava (fra l’altro): «Dunque per te la rivoluzione o è mondiale o non è?». Ecco la mia risposta:

Anche per me la rivoluzione sociale anticapitalistica non può prescindere dall’ambito nazionale, necessariamente, perché la dimensione nazionale è un dato di fatto. La simultaneità della presa del potere su scala planetaria è un’ipotesi affascinante e bellissima, ma credo abbastanza utopistica. Penso anche che se la dimensione nazionale di una rivoluzione riuscita non viene superata quanto prima (e solo la prassi può stabilire la misura di questo tempo) la «costruzione del socialismo in un solo Paese» sia non un’utopia, ma un’idea ultrareazionaria buona solo a mistificare la realtà della sconfitta. Ogni riferimento alla controrivoluzione stalinista è del tutto voluto. La natura proletaria e socialista del Grande Azzardo leniniano non consistette, a mio avviso, nelle misure economico-sociali prese dai bolscevichi dopo l’Ottobre, quasi tutte rubricabili come provvedimenti da economia di guerra (questo fu in pratica il “Comunismo di guerra” sul terreno economico-organizzativo, come confesserà lo stesso Lenin nel 1921, in sede di bilancio critico) (4), ma nella dimensione internazionale di quella rivoluzione, nel porsi essa come avanguardia di un processo sociale rivoluzionario di respiro mondiale, o quantomeno europeo. La Russia come anello debole della catena imperialistica; la Rivoluzione Russa come scintilla che incendia il mondo: su queste basi Lenin architettò nel corso di molti anni e implementò con geniale tempestività il Grande Azzardo. Com’è noto, il mondo non prese fuoco. Ma ciò, sempre a mio avviso, non depone contro la Grande Scommessa; dimostra piuttosto che la rivoluzione sociale è un’equazione con moltissime incognite (5).

Lo scritto di Lenin sugli stati Uniti d’Europa è stato spesse volte chiamato in causa dagli stalinisti, e dallo stesso Stalin nel dicembre del 1924, se ricordo bene, per dimostrare – contro Trotskij (6) – come la tesi del Socialismo in un solo Paese fosse stata elaborata, o quantomeno evocata, per la prima volta da Lenin, il quale scriveva: «È possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati» (7). Ora, qualsiasi cosa avesse in testa Lenin nel 1915 a proposito dell’organizzazione della produzione socialista in un solo Paese (e certamente allora egli non stava pensando alla capitalisticamente arretrata Russia, ma semmai alla Germania e all’Inghilterra), rimane il fatto che alla fine della Guerra Civile il comunista russo sosterrà la vitale necessità di una dolorosa «ritirata strategica», da sostanziarsi soprattutto in una Nuova Politica Economica che mettesse il proletariato russo nelle condizioni materiali, oserei dire fisiologiche, di resistere al potere in alleanza con i contadini poveri, in attesa di un nuovo ciclo rivoluzionario in Europa e nel mondo. La Rivoluzione d’Ottobre può essere valutata correttamente solo da un punto di vista internazionale.  La scommessa, al limite dell’impossibile, non andò a buon fine, e al posto della rivoluzione mondiale chiamata a soccorrere l’affamata, isolata e accerchiata Russia dei Soviet sarebbe arrivata la marea controrivoluzionaria che porta il nome di Stalin. Ma questa è un’altra storia – il cui maligno retaggio però continua a intossicare non poche teste.

Se, per mera (assurda?) ipotesi, qualche marxista, o perfino lo stesso Marx (che però non era, com’è noto, un marxista, esattamente come chi scrive!), prima del 1917 avesse coltivato l’idea del «Socialismo in un solo Paese», la prassi, la prova regina del materialismo storico, ha definitivamente tolto ogni pur debole fondamento a quell’idea sbagliata sul terreno della teoria critico-rivoluzionaria. La prassi controrivoluzionaria ha confermato in pieno la teoria rivoluzionaria.

Il materialista storico-dialettico Fusaro mette nella testa di Vladimir (si parla di Il’ic Ul’janov, non di Putin!) il concetto di nazione che lui ha nella sua testolina di intellettuale borghese, e così fa del comunista russo un sostenitore, uno sponsor di «un impiego emancipativo del concetto di nazione, non regressivo e reazionario». In primo luogo, se Lenin non avesse concepito (già un secolo fa!) la nazione, almeno la nazione come si configurava storicamente e socialmente nei Paesi capitalisticamente avanzati del suo tempo (ma anche nella Russia zarista, per la sua funzione storica di avamposto controrivoluzionario), nei termini di un concetto regressivo e reazionario, un concetto contrario alla lotta di emancipazione delle classi subalterne e dell’intera umanità, egli non avrebbe certo definito come imperialista, da ogni lato del fronte, la natura della Grande Guerra. Lenin oppose alla reazionaria parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa l’internazionalismo proletario, non un «concetto di nazione non regressivo e reazionario». Scriveva sempre Lenin: «L’Italia democratica e rivoluzionaria, cioè l’Italia della rivoluzione borghese che si liberava dal giogo austriaco, l’Italia del tempo di Garibaldi, si trasforma definitivamente davanti ai nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che depreda la Turchia e l’Austria, nell’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria» (8).  Ecco come ragiona un autentico materialista storico: sul piano del progresso storico l’Imperialismo, in Italia e negli altri Paesi capitalisticamente sviluppati d’Europa e del mondo, attesta definitivamente, una volta per tutte, l’esaurimento della spinta propulsiva dell’epoca borghese, e ciò implica necessariamente che niente di storicamente progressivo (non diciamo di rivoluzionario) può più dare la borghesia nazionale nell’epoca del dominio totalitario (o globale) del Capitale sugli uomini e sulla natura. Altro che Nazione proletaria! Altro che Secondo Risorgimento! Altro che Nazionalismo di classe! Altro che Socialismo nazionale! Altro che… Benito Mussolini! Analogo discorso si può fare per la Seconda guerra mondiale.

In risposta al libro di T. Barboni Internazionalismo o nazionalismo di classe? (1915), Lenin scrisse che i veri socialisti «devono servirsi di ogni lotta allo scopo di smascherare e abbattere ogni governo, e in prima linea il proprio governo per mezzo dell’azione rivoluzionaria del proletariato internazionalmente solidale. Non c’è via di mezzo; in altre parole: il tentativo di prendere una posizione intermedia significa in realtà un passaggio camuffato dalla parte della borghesia imperialista» (9). Com’è noto, la mosca cocchiera (o «transfuga del partito operaio» secondo il Lenin del 1915) che si affermerà in guisa di Duce degli italiani all’inizio degli anni venti, alla fine del 1914 bollò la posizione internazionalista qui sintetizzata da Lenin (e sostenuta dall’estrema sinistra del PSI) come il frutto di un socialismo parolaio che non sapeva fare i conti con la storia, e che quindi era condannato al più impotente dei settarismi. Contro la «barbarie teutonica» l’ex massimalista di Predappio difendeva «un impiego emancipativo del concetto di nazione, non regressivo e reazionario».

In secondo luogo, la dimensione nazionale a cui alludeva Lenin nello scritto sull’Europa era quella segnata dalla rivoluzione proletaria vittoriosa, non la dimensione caratterizzata dal dominio capitalistico. Quando parla di nazione e di Stato nazionale Fusaro rimane sempre nel vago, usa formule ambigue (10) prese a prestito quasi sempre da Gramsci: non si capisce se sta parlando dello Stato nazione borghese, o dello Stato di nuovo conio che sorge in quanto «dittatura rivoluzionaria del proletariato», secondo la nota formulazione marxiana. Scrive Fusaro: «Come dirà Gramsci, nei Quaderni del carcere, la prospettiva deve certo essere internazionalista (l’emancipazione dell’umanità), ma il punto di partenza dev’essere nazionale». Su questo punto io cito l’internazionalista di Treviri: «Lassalle aveva considerato il movimento operaio dal più angusto punto di vista nazionale, in contrasto con il Manifesto comunista e con tutto il socialismo precedente. Lo si segue in questo e proprio dopo l’attività dell’Internazionale! Si comprende da sé che per poter, in genere, combattere, la classe operaia deve necessariamente organizzarsi nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il teatro immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma per la sua “forma”. Ma l’ambito dell’odierno Stato nazionale, per esempio del Reich tedesco, si trova a sua volta, economicamente, nell’ambito del mercato mondiale, e politicamente “nell’ambito del sistema degli Stati”. […] L’intero programma , malgrado tutte le chiacchiere democratiche, è appestato completamente dalla fede del suddito, proprio della setta di Lassalle, verso lo Stato o, cosa non certo migliore, dalla fede democratica nei miracoli, oppure è piuttosto un compromesso tra queste due specie di fede nei miracoli, ugualmente lontane dal socialismo» (11). Avete capito adesso chi è il vero teorico dei socialsovranisti, da Stalin in poi? State forse pensando allo statalista Lassalle? Allora pensate bene! Il fatto che la stragrande maggioranza delle persone, di “destra” come di “sinistra”, associa il “socialismo” con il Capitalismo di Stato ci dà la misura del successo politico di Lassalle, camuffato con la barba del mangia crauti tedesco (12).

«Io non sto con i buoni. Io sto con i cattivi. Io non sto con gli Stati Uniti di Obama ma con la Russia di Putin, e anche l’Europa dovrebbe stare con il “cattivo” Putin. Il mondo ha bisogno di una Russia geopoliticamente forte e militarmente autonoma. L’Europa dovrebbe guardare alla Russia per contenere l’imperialismo americano, per appoggiare i Paesi che vi si oppongono, per frenare il dilagare dell’economia capitalistica di stampo americano. Ma l’Europa oggi non esiste nemmeno geograficamente; esiste solo l’euro» (13). Geopoliticamente parlando l’Europa non esiste: che peccato! Ma un momento: questo significa che degli Stati Uniti d’Europa cattivi, geopoliticamente forti e militarmente autonomi, ossia di stampo rigorosamente antiamericano, andrebbero bene a Fusaro? Giuro, non l’ho ancora capito! Per una mia congenita indigenza dialettica, probabilmente.

In effetti, l’intellettuale che dalla gabbia televisiva recita il ruolo del “rivoluzionario” duro e puro per una platea assetata di sangue “castale” e neoliberista sembra avere occhi solo per un imperialismo (quello statunitense/Occidentale), solo per un’economia sfruttatrice (quella di stampo anglosassone), solo per una cultura omologata e omologante (quella statunitense/Occidentale). Evidentemente egli ritiene più “umani” e “progressivi” l’imperialismo, il capitalismo e la cultura dei Paesi concorrenti degli Stati Uniti. Insomma, qui ci troviamo dinanzi al solito antiamericanismo camuffato da antimperialismo che sa fare politica e geopolitica, che è in grado di fare i conti con la realtà qual è, e non come taluni dottrinari vorrebbero che fosse. Peccato che sia una capacità politica messa interamente al servizio dell’imperialismo che contende agli Stati Uniti il dominio, o quantomeno l’egemonia sull’intero pianeta. L’operazione politica di non pochi putinisti di “sinistra” (perché ci sono anche quelli di “destra”) è oltremodo chiara: mettere l’internazionalista Lenin al servizio dell’imperialismo russo, assetato di rivincita dopo i disastri dell’Unione Sovietica. Cucinare Lenin in salsa putiniana: la ciofeca è servita!

«La vera prospettiva internazionale è quella che non annulla le specificità universali sotto il segno del capitale e della sua uniformazione planetaria: è, invece, quella che unifica mantenendo le specificità nazionali e culturali, facendo sì che i popoli siano fratelli e democratici, liberi e solidali. Per queste ragioni, oggi più che mai, con Lenin bisogna ripetere senza tema di smentita che “la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è sbagliata”» (14). Almeno fino a quando essa non sarà lanciata contro gli Stati Uniti d’America: sbaglio? Che significa, poi, mantenere le «specificità nazionali e culturali»: di quali nazioni e di quale cultura si sta parlando? «Che i popoli siano fratelli e democratici, liberi e solidali»: qui poi siamo in piena retorica veterostalinista! Quando un Tizio dice di voler stare con la Russia di Putin (o con l’America di Obama, con la Germania della Merkel, con la Cina di Xi Jinping, con il Venezuela chavista, e così via), e magari difende le ragioni del noto macellaio di Damasco, e poi, come se niente fosse, mi parla di “socialismo”, di “libertà” e di “umanità”, beh io non posso fare a meno di tirare fuori la metaforica pistola: come diceva il compagno Totò, anche il mio limite ha una pazienza!

«Lenin», ci spiega ancora Fusaro, «sta dicendo che la lotta contro l’internazionalismo deve essere lotta all’interno dello Stato nazionale: non per santificare lo Stato nazionale, bensì per fare sì che da singoli Stati nazionali liberati dal capitale si passi gradualmente a un’universalizzazione del socialismo, mediante la lotta di questi Stati contro il regime del classismo planetario». Ecco, questo lo dice appunto Lenin, sempre al netto delle ambiguità fusariane intorno allo Stato nazionale. Ecco cosa invece dice Fusaro in quanto Fusaro: «È il culmine del dominio usurocratico del capitale, che con il debito impone la schiavitù e nuove radicali forme di classismo, delle quali la Grecia è un laboratorio a cielo aperto. È il sistema che distrugge il pur residuale [sic!] primato del politico sull’economico, primato garantito dalla forma Stato [borghese, aggiungo io per mera pignoleria]. Seguitando con Lenin [ci risiamo!], gli Stati Uniti d’Europa si sono realizzati, appunto, da Maastricht a Lisbona, “come accordo fra i capitalisti europei” con il tacito accordo di schiacciare non solo “il socialismo in Europa”, ma anche le residue forme di democrazia esistenti nel quadro del vecchio e certo perfettibile [all’infinito!] Stato sovrano nazionale» (borghese). Non è che citando Marx e Lenin nel contesto di una riflessione centrata sulla difesa dello Stato nazionale (borghese, lo Stato nazionale del XXI secolo, epoca del tardo imperialismo), questa riflessione diventa, chissà per quale strana magia, meno ultrareazionaria. Questo modo di fare può forse impressionare qualche intellettuale sinistrorso ossessionato dal «pensiero unico neoliberista» ma non certo chi si sforza – almeno ci tenta!  – di elaborare un’autentica posizione anticapitalistica, di praticare l’autonomia di classe come sa, tutte le volte che può, nei modi che la contingenza rende possibile.

A proposito, con «il socialismo in Europa» che sarebbe stato schiacciato dagli Stati Uniti d’Europa «da Maastricht a Lisbona» si allude forse al cosiddetto «Socialismo reale» di marca russa? Lo so, la domanda suona fortemente retorica, visto che Fusaro è fra i non pochi (compresi molti geopolitici occidentali) che rimpiangono il precedente assetto imperialistico del mondo chiamato Guerra Fredda (15).

«Quello che mi piace di Tsipras, diversamente da una certa sinistra nostrana, è la capacità d’intrecciare la lotta classica contro il capitale transnazionale finanziario per l’emancipazione a una lotta per la sovranità nazionale democratica» (16). Così parlava il nostro filosofo il 26 agosto scorso, cioè prima che il leader greco portasse a compimento il suo “tradimento” accettando (per pavidità? per opportunismo? per realpolitik?) gli ignobili diktat dei famigerati “poteri forti” transnazionali. In buona sostanza, per Fusaro Lenin e il Tsipras dell’ Oxi stanno, mutatis mutandis, sullo stesso terreno politico: quello della “vera sinistra”; i due personaggi condividerebbero, sempre mutatis mutandis,  la stessa prospettiva strategica: la rivoluzione sociale anticapitalistica in vista della comunità senza classi. Naturalmente nell’ambiente mediatico, culturale e politico che abitualmente frequenta il Nostro a nessuno verrà mai in mente di chiedergli: «Scusi, ma lei sostiene queste cose per scherzare, per farci ridere, per prenderci in giro oppure crede davvero in quel che dice?». Ci crede, ci crede, eccome se ci crede! Un’altra perla fusariana: «Sempre citando Lenin, in forma variata, oggigiorno solo lo Stato può essere rivoluzione, perché è il solo capace, potenzialmente, di imporre politiche di sviluppo e distributive senza dover chiedere il permesso alla Finanza internazionale». Più che «in forma variata», Fusaro cita Lenin in forma avariata. Infatti, lo Stato di cui egli parla è lo Stato attuale, lo Stato come Leviatano posto a difesa dei vigenti rapporti sociali; ciò che per lui rappresenta, almeno «oggigiorno», la «rivoluzione» è il Capitalismo di Stato (o «socialismo nazionale», socialnazionalismo, come si chiamava una volta). Mi stupisco? Mi indigno? Trasecolo? Mi arrabbio? Ma nemmeno un poco! È una vita che faccio i conti con stalinisti e statalisti d’ogni risma e colore.

Quando gli intellettuali “marxisti” cianciano di “rivoluzione”, di “lotta di classe”, di “comunità umana”, di “anticapitalismo” e quant’altro, per capire l’autentico significato del loro discorso bisogna fare la dovuta tara alle parole che usano, le quali normalmente celano una sostanza che chiamare escrementizia è ancora poco. Un ultimo esempio: «Credo nel primato della politica e dello Stato [borghese!] sull’economia. Un ritorno a una valuta nazionale sia in Grecia come in Italia sarebbe un modo per riaffermare il potere sovrano dello Stato» [borghese]. Solo dei raffinati dialettici possono afferrare la sostanza “internazionalista” e “umanista” in un discorso che prima facie appare grettamente e odiosamente nazionalista.

«Il sacro dogma degli Stati Uniti d’Europa», lamenta Fusaro, «da qualche tempo è diventato la nuova bandiera delle sinistre, un cliché indiscutibile, sottratto a ogni agire comunicativo habermasiano e a ogni dialogo socratico: di più, chi osi anche solo metterlo in discussione sarà puntualmente silenziato e diffamato con le categorie di reazionario e nazionalista» (17). Personalmente credo che si possa dare tranquillamente, e con un certo fondamento “scientifico”, del reazionario nazionalista al filosofo ingabbiato anche senza conoscere né l’«agire comunicativo habermasiano», qualunque significato si voglia attribuire a questa sofisticata  locuzione, né il dialogo socratico. Lo dico sapendo peraltro che con me il simpatico “ultimo marxiano” non corre il rischio né di essere silenziato né di essere diffamato: purtroppo non sono un assiduo frequentatore di talk show televisivi. Mannaggia!

(1) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.
(2) Lenin, Opere, XXI, p. 311, Editori Riuniti, 1966.
(3) Lenin, Opere, XXI, p. 315.
(4) Nell’ottobre del ’21, presentando al Partito La Nuova Politica Economica, Lenin ammise con la consueta franchezza la grande illusione nella quale i bolscevichi vissero durante tutto il periodo precedente: «In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste. […] Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così» (Lenin, La Nuova Politica Economica e i compiti dei centri di educazione politica, Opere, XXXIII, p. 48, opere, 1967). Scriveva  sempre Lenin in un opuscolo del 1918 (Sull’economia russa contemporanea ): «Nessun comunista, credo, ha più contestato che l’espressione “Repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei Soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici» (i passi saranno ripresi dallo stesso autore nell’importante discorso Sull’imposta in natura, 1921,  p. 310, Opere, XXXII, 1967).
Come ricorderà Lukács nel 1967, nella Postilla all’edizione italiana del suo saggio su Lenin del 1924, «Già prima dell’ottobre 1917 Lenin previde giustamente che nella Russia economicamente arretrata era indispensabile una forma di transizione del tipo della futura NEP. Tuttavia la guerra civile e gli interventi imposero ai soviet di ricorrere al cosiddetto “comunismo di guerra”. Lenin si piegò alla necessità dei fatti, senza però rinunciare alla sua convinzione teorica. Egli attuò al meglio tutto il “comunismo di guerra” che la situazione imponeva, ma, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, senza riconoscere neppure per un istante nel comunismo di guerra la vera forma di transizione al socialismo; era fermamente deciso a tornare alla linea teoricamente giusta della NEP, appena la guerra civile e gli interventi [militari] fossero finiti. In entrambi i casi non si comportò né da empirista né da dogmatico, ma da teorico della prassi, da realizzatore della teoria» (G. Lukács, Lenin, Unità e coerenza del suo pensiero, p. 124, Einaudi, 1967).
(5) Nel caso di specie, la più grande incognita fu rappresentata dai contadini. «Non per niente i radicali russi chiamavano il contadino la sfinge della storia russa» (L. Trotskij, La rivoluzione permanente, 1929, p. 77, Einaudi, 1975 ). Sul ruolo ambivalente (contraddittorio) giocato nella Rivoluzione d’Ottobre dai contadini rinvio al mio studio Lo scoglio e il mare.
(6) «È utile ricordare qui la distinzione trotskiana tra Stato operaio e società socialista. Lo Stato operaio sorge non appena il potere politico è stato strappato alle vecchie classi dominanti, emerge dalla stessa vittoria della rivoluzione. la società socialista è lo stadio conclusivo di un processo, ed è appunto questo stadio che non può essere raggiunto se non infrangendo il quadro angusto degli Stati nazionali. E dalla proposizione teorica derivano implicazioni politiche concrete. Dall’affermazione della possibilità della costruzione del socialismo in un paese solo e, più tardi, dalla presunzione che l’obiettivo fosse stato raggiunto, discendeva che compito essenziale di tutto il movimento operaio e dell’Internazionale era la difesa dello Stato sovietico. Dalla tesi trotskiana discendeva, invece, che compito primario era lo sviluppo della rivoluzione su scala mondiale e che a questo fine la difesa degli interessi dello Stato sovietico doveva essere subordinata. A Trotskij l’utopia risibile di una rivoluzione contemporanea su scala mondiale o continentale non gli può essere in alcun modo attribuita» (L. Maitan, Introduzione a La rivoluzione permanente di Trotskij, pp. XIX-XX). In compenso, si può accusarlo di intelligenza con il Capitalismo mondiale, con l’imperialismo, con il fascismo, con il nazismo (salvo Patto Ribbentrop-Molotov, si capisce), e magari poi spettinargli i capelli con un bel colpo di piccozza, giusto per estirpare definitivamente dalla sua testa traditrice la mala pianta del… trotskismo.
(7) Lenin, Sulla parola d’ordine…, p. 314.
(8) Lenin, Imperialismo e socialismo in Italia, 1915, Opere, XXI, p. 327.
(9) Ibidem, p. 331.
(10) Del genere: «Il concetto di comunità umana deve esprimersi non attraverso l’internazionalismo [e questo è chiarissimo!], ma attraverso comunità locali specifiche» (e questo è meno chiaro, diciamo). Più che marxismo, più o meno (a)variato, qui parlerei di supercazzolismo comunitarista.
(11) K. Marx, Critica al programma di Gotha, 1875, pp. 45-56, Savelli, 1975.
(12) Scriveva E. Franceschini qualche giorno fa su Repubblica: «Nelle librerie d’Inghilterra c’è una nicchia che all’improvviso vende benissimo: quella specializzate in opere di Marx, saggi sull’anarchia, testi sulla storia del movimento operaio. Il Times lo descrive come un’esplosione di interesse per i libri di sinistra, collegando il fenomeno alla “Corbynmania”: il fervore per un progressismo più radicale e per i suoi valori tradizionali, alimentato dalla recente elezione di Jeremy Corbyn, per trent’anni inascoltata primula rossa del suo partito, a nuovo leader del Labour, a cui ha imposto una sterzata rispetto al riformismo di Tony Blair e anche alla linea dei suoi successori Gordon Brown e Ed Miliband. […] Nuovi clienti, in particolare giovani, richiedono autori che erano stati a lungo messi da parte; e le presentazioni di libri su questi argomenti registrano di colpo il tutto esaurito. […] Un simile revival potrebbe rendere orgoglioso Karl Marx [come no!], che a Londra morì e vi è sepolto. Ma proprio attorno alla sua tomba è scoppiata in questi giorni una polemica, riportava ieri l’edizione europea del Wall Street Journal. Il piccolo cimitero di Highgate dove giace il padre del comunismo è privato, non pubblico; e i gestori fanno pagare 4 sterline (circa 5 euro e mezzo) d’ingresso ai visitatori che vanno a scattare foto o deporre fiori sulla lapide con la scritta “proletari di tutto il mondo unitevi”. I responsabili sostengono che quei soldi servono a coprire le spese per tenere in ordine il cimitero, ma qualche associazione di sinistra contesta la procedura come un modo indebito di fare soldi sul marxismo [presto, datemi un martello!]. Sarebbe piaciuto al nemico del capitalismo, ironizza il quotidiano di Wall Street, un simile commercio sul suo sepolcro?». Ma la domanda che, anche qui, deve porsi chiunque abbia un minimo di sale in zucca è un’altra, questa: che cavolo ci azzecca l’ultrareazionario (e ultra scialbo) Corbyn con il comunista di Treviri? Che senso ha leggere Marx, o un altro rivoluzionario (anche borghese: un Robespierre, ad esempio), alla luce della “teoria” e della prassi di un Corbyn? Può avere un solo significato, quello di addomesticare lo Spettro, di ridurlo in guisa di vecchio leone da zoo: spelacchiato, sdentato, fiaccato dalla noia, incapace di ruggire mentre in compenso sbadiglia per tutto il giorno. Meglio, molto meglio, l’oblio!  Associare in qualche modo Marx al nuovo leader laburista inglese la dice lunga sul cattivo mondo in cui viviamo; un mondo totalmente incapace non solo di “fare” la rivoluzione sociale ma anche semplicemente di pensarla. E così all’ubriacone tedesco possiamo fargli recitare come se nulla fosse la parte del nonno degli ultrareazionari chiamati progressisti (o “socialisti”, o financo “marxisti”). Si, datemi un martello! «Che cosa ne vuoi fare?». Beh, per iniziare potrei distruggere il Santo Sepolcro di Londra, e poi magari fare una capatina a Mosca… Iconoclasta, sono!
(13) D. Fusaro, da La Gabbia, 16 settembre 2015.
(14) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.
(15) «La Russia in Siria ci riporta alla Guerra Fredda, per fortuna. Dalla dissoluzione dell’Urss, l’Onu e la cosiddetta comunità internazionale hanno sostenuto interventi “umanitari” contro i governi legittimi, con risultati disastrosi. La mossa di Putin può anticipare un sano ritorno al multilateralismo e alla tutela dello Stato sovrano» (C. Moffa, Limes, 26 ottobre 2015). Sì, compagni e amici, visto che oggi non possiamo fare la rivoluzione sociale mondiale simultanea, non ci rimane che lottare affinché il mondo abbia non un solo poliziotto, ma molti poliziotti; non un solo padrone, ma molti padroni. È la politica del “male minore” in vista di “equilibri sociali più avanzati”.
(16) Intervista di A. De Alberi a D. Fusaro, Lettera 43, 26 agosto 2015.
(17) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.

GIOCHI DI POTERE SULLA PELLE DEI MIGRANTI

bambini-paure-692395Gran gioco tattico della Cancelliera di Ferro, non c’è che dire. Un intelligente gioco che potrebbe avere conseguenze strategiche di grande respiro ancora tutte da verificare, com’è ovvio, ma anche semplicemente da immaginare. Ma è ancora presto per azzardare previsioni: limitiamoci allora alla stretta attualità, e soprattutto teniamoci alla larga dalla facile «compassione per gli ultimi», così irritante soprattutto nell’Anno della Misericordia.

L’imperialismo compassionevole di Angela Merkel ha spiazzato più di un leader politico del Vecchio Continente. L’accoglienza selettiva dei profughi (è benvenuto in Germania solo chi fugge dalle guerre) deliberata da Berlino in un sol colpo ha posto la Cancelliera nelle invidiabili condizioni di poter conquistare i cuori e le menti dei reietti del pianeta, i quali vedono appunto nella Germania la nuova Terra promessa. Dalla Germania “lo straniero” non fugge più, come ai tempi di Hitler, ma all’opposto egli associa a quel Paese i concetti di salvezza, di speranza, di benessere. «Germania! Germania! Germania!»: è il grido dei disperati ammassati in Italia, in Grecia, in Ungheria e altrove. Un capolavoro politico-ideologico! Questo, si badi bene, non esclude affatto che l’attuale governo tedesco non debba pagare dei costi politici, anche salati, sul fronte interno; d’altra parte gli umori dell’opinione pubblica internazionale di questi tempi sono molto volatili, un po’ come le borse. I giorni a venire probabilmente ci diranno qualcosa anche in tal senso.Senza muovere dal suolo patrio un solo soldato teutonico, la Germania bisognosa di “capitale umano” giovane e qualificato (1) si è dunque proiettata al centro della scena geopolitica internazionale, costringendo i colleghi europei di maggior peso politico (Cameron e Hollande) a rincorrerla sullo scottante terreno dei flussi migratori, una patata bollente in termini di consenso elettorale e di gestione delle tensioni sociali. Ma la mossa tedesca ha colto di sorpresa anche e soprattutto i Paesi del fronte del rifiuto, la cui capacità sistemica (economica, culturale, sociale in senso ampio) di integrazione dei migranti è ovviamente assai più modesta. «È facile essere compassionevoli con un Capitalismo così forte», avranno pensato a Varsavia e a Budapest. Di qui la pronta solidarietà accordata da Grillo e da Salvini, che rivaleggiano con i sovranisti europei più arrabbiati quanto a tedescofobia, ai Paesi interessati dallo «sciame migratorio».

«”Il diritto all’asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti in Germania”. Lo ha detto la cancelliera Angela Merkel in un’intervista pubblicata oggi. “In quanto paese forte, economicamente sano abbiamo la forza di fare quanto è necessario”, ha aggiunto» (ANSA, 5 settembre 2015). Un messaggio indirizzato soprattutto ai tedeschi recalcitranti. Comunque sia, la Germania ha preso l’iniziativa su una questione di grande impatto sociale e di grande significato geopolitico, cosa che sta costringendo i partner europei a mettersi rapidamente in riga, qualche modo, con le buone o con le cattive (leggi sanzioni economiche), oppure a manifestare chiaramente il loro dissenso, cosa che potrebbe avere gravi conseguenze sull’intero progetto europeo. Avere smosso le acque e rotto degli equilibri nel contesto di un dossier così importante e delicato com’è indubbiamente quello dei flussi migratori è di per sé un fatto politicamente importante, le cui conseguenze di breve, medio e lungo periodo sono appunto tutte da verificare e da interpretare. Qui registro solo il rapido contropiede di Berlino e gli affanni delle altre capitali europee.

«Se non sapremo governare questa nuova onda di paura, l’Europa libera e unita che sognavamo alla fine dello scorso secolo si muterà in un grande ghetto»: ha scritto così Lucio Caracciolo su Repubblica del primo settembre. Il giorno prima Angelina aveva espresso lo stesso concetto: «Se non riusciremo a far fronte con intelligenza e solidarietà alla crisi migratoria di questi giorni l’Europa che volevamo rimarrà solo un sogno». Cimentandosi nell’ennesima recriminazione sulla «deriva germanica dell’Unione Europea», qualche giorno fa Giuseppe Cucchi scriveva che «Non è certamente questa l’Europa per cui ci siamo tutti battuti con visione, amore e speranza per tanti decenni!» (Limes, 31 agosto 2015). Analoghi concetti si trovano nei piagnistei europeisti di politici e intellettuali progressisti del Vecchio Continente: «Il sogno europeo è stato tradito, è stato piegato alla logica degli interessi nazionali, è stato sostituito dalla realpolitik che fa capo a leader che non hanno né visione strategica né cultura politica, e che, soprattutto, hanno dimenticato le dure lezioni della storia» (2): questo è il lacrimevole leitmotiv europeista. Non pochi critici della Merkel ai tempi della Tragedia Greca oggi gridano degli Evviva! all’indirizzo della Cancelliera, la quale avrebbe rianimato «il sogno di un’Europa libera, solidale, aperta». Certi personaggi hanno in testa gli Sati Uniti d’Europa, un gigante imperialista (o capitalista: trattasi dello stesso concetto) capace di rivaleggiare con gli Stati Uniti d’America, con la Russia e con la Cina e parlano di “Sogno”! D’altra parte, chi sono io per fare dell’ironia sulle legittime, ancorché “problematiche”, aspettative di una parte della classe dominante del Vecchio Continente?

In forte crisi di autostima, mi sono visto costretto al solito rimedio: leggere qualche famoso “marxista” contemporaneo. La scelta è caduta stavolta su Diego Fusaro(purtroppo non è la prima volta: spero sia l’ultima!: «Credo nel primato della politica e dello Stato sull’economia»: e qui è ben sintetizzato il concetto di “materialismo storico”, diciamo. «Un ritorno a una valuta nazionale sia in Grecia come in Italia sarebbe un modo per riaffermare il potere sovrano dello Stato». Confermo l’impressione del lettore: l’«allievo di Marx e di Hegel, ma anche di Gramsci» sta parlando dello Stato borghese, dello Stato imperialista del XXI secolo (3). Riprendo la citazione: «L’internazionalismo è l’altra faccia della globalizzazione capitalistica. […] Diversamente dai tempi di Marx in cui il capitalismo andava a braccetto con lo Stato-Nazione, oggi è proprio il capitalismo che supporta, per i propri interessi, l’idea di uno Stato sovranazionale» (Lettera 43, 26 agosto 2015). Ma non è stato l’internazionalista di Treviri a sottolineare (già negli anni Cinquanta del XIX secolo!) la dimensione mondiale del Capitale, con tutto quel che, materialisticamente parlando, ne segue sul piano politico? (Ma anche, ovviamente, sul piano dei flussi migratori generati dall’ineguale sviluppo capitalistico e dalle guerre più o meno “regionali”, come quelle che stanno ridisegnando la mappa geopolitica del Nord Africa e del Medio Oriente, una mappa vecchia di un secolo disegnata dalle Potenze del tempo con le armi e con il righello).

europe_is_dead_miguel_villalba_snchez_elchicotriste_1Ritemprata la mia abbacchiata autostima, posso concludere dicendo che la vera tragedia dei migranti non è quella di non avere una patria (4), ma di avere per patria il Capitalismo (quello avanzatissimo del “Nord” e quello relativamente più arretrato del “Sud”), esattamente come tutti i cittadini di questo disumano mondo.

(1) «L’invecchiamento della popolazione e le conseguenti preoccupazioni riguardo alla carenza di manodopera qualificata hanno portato i dirigenti tedeschi a riconoscere i vantaggi di un’immigrazione crescente: rinunciare alle conoscenze, alle competenze e al bagaglio formativo degli immigrati vorrebbe dire sprecare delle risorse. Contrariamente a quanto avveniva durante gli anni del miracolo economico, la Germania è ora disposta a investire e a integrare. Non vuole solo ricevere, ma anche dare e non solo denaro, ma anche indumenti o un tetto sotto cui dormire. È pronta a mostrarsi umana e solidale, a offrire ai nuovi arrivati conforto e senso di appartenenza» (Der Spiegel, 25 luglio 2015). Le vie che menano alla “solidarietà umana” sono infinite!
(2) Si dimentica, ad esempio, quanto ebbe a scrivere «Churchill all’inizio della sua Storia della Seconda Guerra Mondiale, allorché enunciava in poche righe il fatto che “il XXesimo secolo è stato caratterizzato da periodiche esplosioni della ricorrente vitalità teutonica” prima di dedicare alcuni volumi al racconto di come siano stati necessari sei terribili anni per riportare nell’alveo della ragione la più recente di tali esplosioni» (G. Cucchi).
(3) D’altra parte, lo “Stato proletario” che ha in testa il maestro di dialettica di cui si parla ha le miserabili/mostruose sembianze dello Stato capitalistico formato “socialismo reale”. E ho detto tutto! «Matteo Salvini è quello che da un lato dice di voler uscire dall’euro e al tempo stesso assicura gli imprenditori che non vuole farlo»: no, decisamente il leghista con la ruspa non è un marxista, al contrario del Nostro sovranista senza se e senza ma. Mah!
(4) «La nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni» (A. Gussoni, L’Espresso, 6 luglio 2015).

I TRISTI SACERDOTI DEL PRINCIPIO D’ORDINE

kozlov-evgenij-600425L’altro ieri un “amico su Facebook” ha sottoposto alla mia attenzione questo video, da lui ironicamente definito «La durevole passione di Diego Fusaro». Ecco il mio commento:

Con colpevole ritardo ho guardato l’interessante video. La passione di Fusaro sarà pure durevole ma personalmente non mi appassiona neanche un poco, e quando l’ho preso di mira, l’ho fatto strumentalmente, ossia per criticare una posizione, non certo una persona.

Interessante mi sembra soprattutto il punto di caduta politico del discorso antigender fusariano: la contrarietà al «Nuovo Ordine Mondiale» (declinato ovviamente nei ben noti termini fusariani) che renderebbe appunto possibile la nefasta «ideologia del gender». Questa contrarietà postula, com’è noto a chi segue il simpatico filosofo, l’alleanza “tattica” di chi contesta il «pensiero unico mondiale» (leggi: americano/Occidentale) con le Potenze imperialistiche che si confrontano con i gendarmi del famigerato NOM, a cominciare dalla Cina del Celeste compagno Xi Jinping e dalla Russia del virile (e qui l’attributo acquista una precisa pregnanza politico-filosofica, diciamo) Vladimir Putin*. Certo, come dice il Nostro «Putin non è Lenin» (ma va?), e tuttavia… Vedi qui (magari solo dal minuto 30 in poi).

È la particolare – ma tutt’altro che originale – concezione politica del filosofo che dà alla sua riflessione “anticapitalista” una radicale impronta ultrareazionaria, con una marcata tendenza passatista, sul piano sociale (continua espansione e rafforzamento del dominio capitalistico) come su quello internazionale (competizione interimperialistica). Per questo altre volte ho parlato di lui nei termini di un vecchio anzitempo. Vecchio nel senso di un pensiero che non riesce a vedere altra salvezza se non nel passato: «Si stava meglio quando si stava peggio!» (ad esempio, quando nelle economie occidentali c’era un più alto saggio di dirigismo e statalismo, o quando l’Unione Sovietica sfidava il primato americano anche nello spazio: cari vecchi tempi!). Di qui, il tentativo, peraltro del tutto illusorio, di frenare processi e tendenze (magari affettando seriose pose “catecontiche”), quando si tratta piuttosto di oltrepassare con uno scatto in avanti la dimensione del Dominio. Il fatto che oggi la cosa appaia, e sia nei fatti, oltremodo difficile (e già faccio delle inaudite concessioni all’ottimismo della disperazione), ebbene ciò non autorizza alcuna scappatoia “tatticista”, anche dal punto di vista esistenziale.

Auspicare l’affermazione, hic et nunc, senza mettere in questione almeno sul piano concettuale lo status quo sociale, di un principio d’ordine che possa dare un senso e una razionalità alla vita degli individui atomizzati e mercificati, significa invocare soluzioni autoritarie (non importa se di stampo “post fascista” o “post stalinista”) in grado di rispondere alla crescente disumanizzazione della totalità sociale. La sola etica non ostile all’umano che mi appare adeguata alla tragedia dei nostri giorni (potenza incontrastata del Capitale, impotenza dei dominati tale da annichilire ogni speranza di emancipazione universale) è quella radicata nella convinzione che il cosiddetto male minore, ricercato in ogni aspetto della prassi sociale, non solo sia irrealistico, illusorio, ma che prepari piuttosto il male maggiore, perché nella società che non conosce l’uomo il peggio è non solo possibile ma altamente probabile.

Ogni riferimento ai tristi sacerdoti del Principio d’Ordine (sociale, spirituale, psicologico, sessuale, antropologico) è qui del tutto voluto.

Insomma, a mio modesto avviso attraverso un linguaggio filosofico da “primo della classe” Fusaro veicola posizioni e concetti reazionari all’ennesima potenza. Anche io sono vittima del «pensiero unico politicamente corretto e della fabbrica dei consensi»? Non posso escluderlo, almeno in linea di principio. Per finire, due contributi sul tema, sperando di tornarci sopra quanto prima e così entrare nel merito della scabrosa questione.

imagesI1ZRSXB81) Dall’Osservatore Romano (29 gennaio 2013):

«L’ideologia del gender rappresenta “un nuovo colonialismo dell’Occidente sul resto del mondo”. È questo il dato allarmante più significativo presente nel quarto rapporto dell’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân sulla dottrina sociale della Chiesa, presentato sabato 26 nel capoluogo friulano dal suo presidente, l’arcivescovo-vescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi. Infatti, nel corso di un solo anno, il 2011 — arco temporale a cui si riferisce lo studio — “è emerso in tutta la sua forza sovversiva il fenomeno della colonizzazione della natura umana”, ossia quell’insieme di enormi pressioni internazionali affinché i Governi cambino la loro tradizionale legislazione sulla procreazione, sulla famiglia e sulla vita. Sotto scacco sono soprattutto i Paesi dell’America latina. In particolare, viene citato il caso emblematico dell’Argentina, dove come ha evidenziato monsignor Crepaldi, nel breve giro di dodici mesi “quel grande Paese di tradizione cristiana ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla identità di genere che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’utero in affitto che ha denaturalizzato la genitorialità”. L’ideologia del genere, viene sottolineato, “si è diffusa, senza incontrare una vera opposizione, nei Paesi avanzati e ormai viene anche insegnata nei manuali scolastici delle scuole pubbliche senza che questo faccia sorgere grandi contestazioni”. Il dato nuovo è che “viene ora esportata con sistematicità nei Paesi emergenti e poveri”. Si tratta di “una ideologia sottile e pervasiva, che si appella ai “diritti individuali”, di cui l’Occidente ha fatto il proprio dogma, e a una presunta uguaglianza tra individui asessuati, ossia astratti, per condurre una decostruzione dell’intero impianto sociale”».

2. Andrea Zhok, Scenari (Mimesis), 8 novembre 2014:

«Caro Diego, visto che ci conosciamo consentimi di darti del tu. Il tuo talento nel generare tesi paradossali è sempre rimarchevole e perciò ti ringrazio per il contributo. D’istinto mi verrebbe da dire semplicemente che dissento da ciò che dici, ma non vorrei mai ritrovarmi a mia insaputa nel campo acritico del “pensiero unico politicamente corretto e della fabbrica dei consensi” [anche lui!], dunque mi trovo costretto a riassumere, nei limiti del mio comprendonio, ciò che affermi e a svolgere alcune semplici critiche.

Le tesi che sostieni sono sostanzialmente queste quattro:» (segue qui).

putin-salvini-le-pen-615828* Aggiunta il 25 novembre.

A proposito del virile Piccolo Padre Russo, ecco cosa confessa oggi l’eurodeputato leghista Lorenzo Fontana a Francesco Merlo (La Repubblica):

«L’Imperium russo rispetta le identità e le differenze mentre il Dominium americano le cancella perché le omologa. Capisco la suggestione che fa ridere pure me e farebbe inorridire mio padre se fosse ancora in vita. Tuttavia la Russia di Putin non sarà la Grande Madre, ma è la sola potenza che si oppone alla mondializzazione, alla sparizione delle patrie, allo strapotere degli Stati Uniti. Putin è il nostro leader nella battaglia contro la globalizzazione e l’egemonia americana. È l’idea forte che non è più tempo di destra contro sinistra ma che il nuovo antagonismo è tra Identità e Omologazione, tra Patria e Mondo. E poi anche noi della Lega siamo un po’ machi».

Questi passi mi ricordano qualcuno. Ma al momento non ricordo chi!

IL MURO DI DENTRO

graffiti-in-rubble-teethAnche a proposito delle recenti celebrazioni “murarie” il filosofo più mediatico del momento, Diego Fusaro, conferma la grettezza della sua concezione del mondo, la sua natura di vecchio anzitempo. Scrive infatti il “nostro”: «L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle. E però… ». E però… Qui alligna la nota sindrome del Si stava meglio quando si stava peggio, che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale: fermate il mondo, voglio scendere! Come se ciò fosse possibile, senza uno sconvolgimento sociale rivoluzionario.

Solo un diversamente intelligente potrebbe negare le magagne del «socialismo reale», e certamente Fusaro è un intellettuale molto intelligente; «e però…». «Dal punto di vista di chi scrive, peggio del mondo diviso dal Muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo: ossia il nostro mondo del trionfo incontrastato del nesso di forza capitalistico, del lavoro flessibile e precario e della rimozione coatta dei diritti sociali». Insomma, nel mondo di prima, le cui contraddizioni e i cui limiti nessuno si sogna di negare (ma va?), il capitalismo almeno incontrava una qualche resistenza nel «socialismo reale»: quale bizzarria del pensiero, signor filosofo! Mi scuso per l’eufemismo.

Il filosofo in oggetto non è ancora riuscito ad afferrare il bandolo della matassa chiamata «socialismo reale», la cui natura sociale mai andò oltre un capitalismo di Stato che per sopravvivere aveva bisogno di chiudere un occhio, spesso entrambi, sulla cosiddetta economia informale, che a volte contemplava persino il baratto. Un capitalismo tutto orientato alle necessità imperialistiche dell’Unione Sovietica: di qui lo sviluppo di un’industria “pesante” che penalizzò grandemente l’industria “leggera” dei beni di consumo e l’agricoltura – con l’ex granaio d’Europa costretto a importare granaglie dagli odiati Stati Uniti.

Sulla scia del suo maestro Costanzo Preve Fusaro continua a parlare, a proposito della fine dello stalinismo russo e internazionale, di morte del «comunismo storico novecentesco», accreditando così come “comunque comunista” una storia tutta interna e omogenea al capitalismo/imperialismo mondiale, una storia non solo non comunista ma anticomunista all’ennesima potenza, semplicemente perché lo stalinismo riuscì alla fine a gettare nel discredito le stesse parole che un tempo evocavano la necessità e la possibilità dell’emancipazione universale: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Le classi dominanti del pianeta hanno avuto fin troppo facile gioco nell’istigare alla cinica ironia i dominati: «Bella emancipazione, non c’è che dire!».

graffiti-environment-teeth«La polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro non ha determinato il trionfo della libertà per i milioni di schiavi del dispotismo comunista»: ma quale «sistemi socialisti»! ma quale «alternativa possibile»! ma quale «dispotismo comunista»! Anche il ricordo di Luciana Castellina (Il Manifesto, 9 novembre 2014) si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda: «Non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello praticabile». «Il solo modello praticabile»? «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto il mio filosofo di riferimento.

Come ho scritto in un precedente post, «Schiacciata fra “socialismo reale” e “democrazia reale”, la stessa speranza di emancipazione universale è evaporata, inverando quella fine della storia tanto cara agli apologeti della società borghese».

La posizione fusariana di «condanna di un mondo – il nostro – che, se mai è possibile, è anche peggiore di quello dei tempi del cuius regio eius oeconomia» e di critica «della religione neoliberista» non è dunque credibile, almeno ai miei occhi, e appare come ideologia passatista, un punto di vista che orienta il pensiero non in direzione di un anticapitalismo radicale rivolto al futuro, bensì in direzione di condizioni sociali ormai superate e che comunque non hanno nulla da dire all’emancipazione degli individui: tutt’altro! Di qui, tutto quel gran chiacchierare intorno alla «religione neoliberista», mentre si tratta di attaccare teoricamente e politicamente il capitalismo tout court, il rapporto sociale capitalistico in quanto tale (al di là delle false opposizioni pubblico-privato, liberismo-statalismo, ecc.), il Capitale come spirito del mondo, per mutuare il Filosofo – quello di Stoccarda, intendo.

Scrive giustamente Fusaro: «Giova ricordarlo, a beneficio degli smemorati e degli ideologi di professione: nel 1989 non ha vinto la libertà». Mi permetto di aggiungere, a beneficio di chi odia la società fondata sulla ricerca del massimo profitto e cerca di immaginare una società alternativa, una comunità fondata sui bisogni, sulle aspirazioni e sui sogni dell’uomo in quanto uomo: nel 1989 non ha perso il comunismo, o semplicemente il «socialismo reale», ma una struttura sociale e geopolitica (il cosiddetto Patto di Varsavia) capitalistica al 1000 per 1000.

Sul famigerato Muro nei giorni scorsi si sono confrontati in realtà due punti di vista mainstream: quello di chi ha celebrato la sconfitta del “comunismo” e il trionfo della “libertà”, e quello di chi ha voluto ricordare ai vincenti che se il “comunismo reale” è morto il “capitalismo reale” non sta poi così bene. Che miseria! Da entrambi i lati del Muro.

DIEGO FUSARO, VALENTINA NAPPI E L’ACEFALO PRINCIPIO DEL GODIMENTO

valentinaChe filosofi siete se vi vergognate della
vostra vita sessuale? Così cercate la verità?
(Valentina Nappi).

La cosa stessa brama l’intima penetrazione
del pensiero non pago dell’apparenza.
Confessare la verità, magari fra risa, pianti
e grida di dolore e di gioia, le dà il massimo
dei godimenti possibili in questo ingannevole mondo.
«Presto, presto, mettetemi a nudo!», grida la cosa.
(Sebastiano Isaia).

Nella sua epica polemica con Valentina Nappi (questa meravigliosa «merce seducente», questa «pura macchina di piacere senza dignità» verso la quale chi scrive deve confessare un’indicibile attrazione… intellettuale), il filosofo di successo Diego Fusaro inveisce contro gli «utili idioti al servizio di sua Maestà Le Capital». Non da oggi ritengo che lo stesso pensatore che passa (vai a capire poi il perché) come un brillante rinnovatore del “marxismo novecentesco” vada senz’altro rubricato a sua volta come utile idiota, nonché «vecchio anzitempo», come ho scritto in passato su qualche post dedicato alle sue posizioni politiche ultrareazionarie: fasciostaliniste, sovraniste e servili nei confronti degli Stati che entrano in rotta di collisione con l’imperialismo americano – e solo per questo ritenuti degni di ammirazione: vedi la Siria del macellaio e perito chimico Assad.

La risposta “definitiva” di Fusaro (La signorina Nappi e le orge del capitale) alla scollacciatissima «signorina Nappi» me ne dà ampia conferma.

La sua difesa dell’alta cultura borghese («Goethe e Mozart, Hegel e lo stesso Marx»), ultima trincea dalla quale esperire feconde pratiche catecontiche in attesa di tempi migliori, non appare infatti credibile, almeno ai miei occhi; essa si mostra in tutta la sua miserabile pregnanza soprattutto quando Fusaro afferma di voler frenare la «marcia trionfale del capitale», quando si tratta invece di superare il Capitalismo tout court; di voler conservare quel simulacro di sovranità nazionale che barcolla sempre più paurosamente sotto i colpi del rapporto sociale capitalistico (la cui dimensione geosociale “naturale” è il mondo, come aveva già capito il pornosofo di Treviri), quando si tratta per le classi subalterne di tutto il pianeta di riconoscersi come soggetti capaci di rivoluzione sociale: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!»; di voler uscire dall’euro (e ripristinare la liretta?), quando si tratta di uscire fuori dalla maligna (e non c’è esorcista che tenga, caro Francesco*) dimensione capitalistica.

Una dimensione che fa di ogni cosa, a cominciare dai corpi degli individui (non si parla forse di “capitale umano”?), un’occasione di profitto, una risorsa economica da sfruttare al 100 per cento, e anche oltre, come accade appunto per la bio-merce chiamata uomo/donna, una miniera praticamente inesauribile di occasioni di profitto.

Scriveva Ettore Gotti Tedeschi qualche anno fa: «Nel riflettere su cause, conseguenze e soluzioni di questa crisi economica, ritengo che non sia il capitalismo a dover avere i sensi di colpa bensì piuttosto il moralismo perduto. Ciò perché l’origine vera della crisi è di ordine morale. […] Essa risiede nel pensiero nichilista che ha confuso le ultime generazioni dissacrando l’uomo» (Il virus nichilista che contagia il capitalismo, Il Sole 24 ore, 13 febbraio 2010). Ma nichilista è innanzitutto il Capitalismo! Il Capitalismo tout court, senza altre inutili e ambigue definizioni che sortiscono l’esclusivo effetto di sviare l’attenzione dalla radicalità del male: il vigente rapporto sociale di dominio e sfruttamento. Hic Rhodus, hic salta! Tutto il resto è insulso moralismo, da Papa Francesco in giù. Ma sto divagando! O no?

imagesPLB5XUP7Lo ripeto, il pulpito “anticapitalista” di Fusaro non mi sembra quello dal quale poter scagliare frecce critiche né contro gli apologeti della «Destra del Denaro» né, tanto meno, contro la «”Sinistra del Costume” e i suoi utili idioti al servizio del re di Prussia che starnazzano dicendo che la famiglia è una forma borghese superata e che la precarietà è buona e giusta».

Corre un’abissale distanza fra chi (vedi ad esempio Theodor Adorno e Max Horkheimer) praticò la resistenza esistenziale (politica, concettuale, psicologica, umana) e persino il katechon ai tempi dello stalinismo e dell’americanismo trionfanti, e chi oggi affetta pose da intellettuale che la sa lunghissima intorno al discorso del Capitale (esattamente come Massimo Recalcati**), mentre trasuda reazione politico-ideologica da tutti i pori. La nostalgia di Fusaro del «capitalismo borghese», contrapposto al «capitalismo postborghese e finanziario» dei nostri pornografici giorni come solo i grandi pensatori dialettici possono fare, odora di muffa, anzi di putrefazione.

Sulle riflessioni politiche e filosofiche della «signorina Nappi» mi eserciterò un’altra volta, forse. Magari quando sarò riuscito a mettere a freno il mio pregiudizio positivo nei suoi confronti. Maledetto «acefalo principio del godimento»!

na1* «Papa Francesco, che alle tentazioni del demonio dedica spesso riferimenti ampi e espliciti nella sua predicazione, ha mandato un messaggio al congresso, in cui invita gli esorcisti, “in comunione con i propri vescovi”, a manifestare “l’amore e l’accoglienza della Chiesa verso quanti soffrono a causa dell’opera del maligno» (Il giornale, 29 ottobre 2014). L’espansionismo politico-ideologico della Chiesa progressista di Bergoglio non conosce tregua e penetra, come il coltello nel burro, in una società in crisi di valori (compresi quelli di scambio). Il 23 ottobre il Santissimo ha bacchettato il «populismo penale» dei manettari, ma anche scomunicato i corrotti che tradiscono il bene comune; il 27 ha poi proclamato la conciliabilità tra punto di vista creazionista e punto di vista evoluzionista, provocando il sarcasmo di Piergiorgio Odifreddi, il Papa dell’Ateismo che denuncia il goffo «e patetico tentativo da parte dei papi e della Chiesa di continuare ad arrampicarsi sugli specchi per conciliare Dio e la scienza». Per la verità si tratterebbe di riconciliare uomo in quanto uomo e società, ma questo è un altro discorso. Infine, Francesco ha ribadito di essere dalla parte dei poveri e delle loro lotte. Altro che “comunismo”!

** Scrivevo il 6 giugno di quest’anno (Sognando Berlinguer. Massimo Recalcati e i «falsi miti edonistici del capitalismo:

«”Da una parte c’era Deleuze che diceva che nel capitalismo c’è qualcosa di cui dobbiamo appropriarci: la politica dei flussi, la deterritorializzazione, i concatenamenti molteplici e infiniti del desiderio [ahi!]; dall’altra parte c’era Berlinguer che mostrava, direi oggi a ragione,  il rischio immanente a questo discorso, cioè la sua collusione fatale con la dimensione più dissipativa e irrazionale dell’iper edonismo del discorso del capitalista. È un fatto ai miei occhi chiaro: Berlinguer ha storicamente vinto su Deleuze. La sua questione morale è oggi ancora una alternativa etica al discorso del capitalista, mentre le macchine desideranti di Deleuze sono state fagocitate dal discorso del capitalista, hanno dato luogo a quella “mutazione antropologica”, per usare un’espressione di Pasolini, che ha trasformato l’uomo in una macchina impersonale di godimento” (M. Recalcati, Patria senza padri, p. 47, Minimun fax, 2013). Ora, non voglio diffondermi in un confronto tra Deleuze e Berlinguer, anche perché non sarei in grado di svolgerlo in modo appropriato; qui mi permetto solo di affermare, con la stessa sicumera di Recalcati, che a un Berlinguer anticapitalista, o quantomeno critico del “discorso del capitalista”, può credere giusto un indigente in fatto di coscienza critica. E purtroppo questo “tipo umano” abbonda. Eccome se abbonda!».
Su questi temi leggi La “rimozione” di Massimo Recalcati.

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MALEDETTO ASSE!

pin_roma_berlino_1Piergiorgio Odifreddi denuncia «il nuovo asse Roma-Berlino» che sarebbe venuto fuori dalle urne domenica sera. Una lettura, questa, comune a molti analisti politici basati soprattutto nel Belpaese. Va da sé che gli europeisti mainstream guardano a quel supposto Asse col sorriso sulle labbra, avendo essi investito molto sulla continuità della moneta unica, mentre i sovranisti duri e puri lo subiscono alla stregua di un colpo di legno ricevuto sulle loro patriottiche teste: ahi!

pin_2_dittatori_1gIl noto scienziato italiota, che se la prende anche con i lavoratori italiani «che si sono accontentati dei 30 denari rivalutati a 80 euro», stigmatizza la maledetta eccezione italiana che premierebbe i sogni di dominio della Perfida Germania: «I risultati delle elezioni europee sono in larga parte comprensibili e naturali. La Germania ha imposto negli anni all’Europa una politica che coincide con i propri interessi, e i tedeschi l’hanno ovviamente approvata. La Grecia e altre nazioni, vandalizzate da questa politica, hanno alzato la testa e l’hanno sonoramente rifiutata, da sinistra. Persino la Francia, che pure a lungo ha ballato un pas de deux con la Germania, ha premiato gli antieuropeisti, da destra. Lo stesso ha fatto l’Inghilterra, che invece aveva da sempre trascinato i piedi contro l’Europa, tenendone uno dentro e uno fuori.  L’unica eccezione a questo trend sembra essere l’Italia. La quale, dopo aver subìto in ginocchio i dettami europei, ha ieri premiato la politica vassallamente europeista e filotedesca imposta dal presidente Napolitano, e implementata dai governi Monti, Letta e Renzi. Le lancette della storia sono tornate indietro di ottant’anni, e si è riformato in Europa l’asse Roma-Berlino: si capisce ora tutto quel parlare di Hitler in campagna elettorale, che evidentemente tradiva la vera ispirazione e aspirazione a fare di nuovo dell’Italia il lacchè della Germania» (Repubblica.it,26 maggio 2014).

1938-manifesto-Asse-Roma-BerlinoL’Italia: da «serva sciocca» degli americani, come predicavano un tempo stalinisti (insomma, i cosiddetti “comunisti”) e missini, a «lacchè» dei tedeschi, secondo il mantra degli odierni sovranisti di “destra” e di “sinistra”? Inutile aspettarsi dal sovranista (soprattutto se avvezzo ai complessi calcoli matematici come nel caso di specie) un’interpretazione autenticamente critico-radicale dei fenomeni politici e sociali di respiro nazionale e mondiale. D’altra parte, la tesi marxiana secondo la quale l’ideologia dominante (la quale oggi si esprime, ad esempio, nella dialettica europeismo-sovranismo) in una data epoca storica è l’ideologia della classe dominante non ha la stessa “evidenza scientifica” di una formula matematica.

La maligna logica del Dominio sfugge dunque alla “stringente” logica del matematico sovranista, al quale oggi non rimane che la miserabile soddisfazione di sparare a zero sul «governo del golden boy Renzi e delle sue majorette» come un grillino qualsiasi. Miserabilandia non può fare a meno dei suoi arguti scienziati.

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Povera patria europea…

beppe-grillo-resole-332373Da Facebook

Mille di queste negatività!

Scrive Fausto Sorini, responsabile esteri del PdCI, nelle sue Prime considerazioni sul voto europeo:

«Per quanto riguarda l’Italia la lettura è più semplice, nella sua negatività: spicca il successo di Renzi, che vince alla grande la sua competizione con Grillo e con Berlusconi. La minoranza interna al PD ne esce massacrata. Le conseguenze di tutto ciò saranno molto negative per il Paese e per tutta la sinistra italiana» (Marx XXI).

Se fossi un teorico del tanto peggio tanto meglio esclamerei di cuore: «Mille di queste negatività!».

1938-manifesto-Asse-Roma-BerlinoI dolori del vecchio (anzitempo) sovranista

Ovvero: Alle armi! Alle armi!

 Un lettore del mio post di ieri (Maledetto Asse!) mi ha consigliato di fare un salto dalle parti del «fasciostalinista» (la definizione è sua!) Diego Fusaro. Mi ha pure linkato l’indirizzo del profilo Facebook del noto filosofo di successo.

Capite bene che non potevo esimermi dalla rognosa incombenza. Così, spinto più dalla curiosità intellettuale che dal desiderio di farmi qualche crassa risata (lo so, non sono molto credibile), sono andato a vedere. E ho fatto bene, perché il mio spirito di modesto proletario (che si è intestardito nel volersi misurare con le vette del pensiero filosofico mondiale: ieri presi di mira il socialnazionalismo del grande matematico nonché logico Odifreddi) se n’è giovato assai.

Consiglio di fare la stessa cosa a chiunque lamenti un calo nella propria autostima. Qui di seguito alcune perle scritte dal vecchio anzitempo Fusaro.

«Alcuni Italiani non si arrendono. Alcuni Italiani non accettano la vergognosa svendita del loro Paese alla potenza eurocratica. Alcuni Italiani non si vergognano di essere Italiani. Alcuni Italiani sono disposti a lottare contro il capitale e l’Unione Europea. Alcuni Italiani hanno ancora il senso della dignità e dell’orgoglio. Alcuni Italiani sono pronti a lottare fino in fondo contro l’odierna perdita di libertà che il Paese sta subendo. Sono felice di essere uno di questi Italiani».

«Il PD ha trionfato. Con esso, vince il vecchio, il “ristagno della storia” (Gramsci), il neoliberismo osceno che sta prosciugando le nostre esistenze, la vergognosa complicità di sinistra e capitale, il dominio straniero ed eurocratico. Abbiamo volontariamente (sottolineo: volontariamente!) consegnato le chiavi di casa alla troika e alla sua giunta militare di tipo economico. Qui vale, forse, il vecchio argomento di Platone: la democrazia è il governo dei più, e i più sono imbecilli. Dunque, la democrazia si rivela governo degli imbecilli. Del resto, gli stessi che cantano “bella ciao!” oggi hanno dato il Paese in mano all’invasore tedesco. Duemila anni fa circa, Giuda ha venduto Gesù per 30 denari. Oggi il popolo italiano ha venduto se stesso per 80 euro. L’Italia non è più uno Stato, il popolo non è più sovrano. L’Italia ha perso. “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia” (U. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis)».

Signori, non aspettatevi commenti da parte mia! Non oggi, almeno. Sono molto sensibile al dolore altrui. Checché!

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dario-beppe-grillo-245541Dario Fo e il popolo di cacca

Il giullare sinistrorso Dario Fo sugli italiani la pensa esattamente come Mussolini (e come Piergiorgio Odifreddi): un popolo di cacca, con rispetto parlando.

«Il premio Nobel Dario Fo, ingannato da un finto Gianroberto Casaleggio de La Zanzara su Radio 24, se la prende con gli italiani dopo la sconfitta elettorale del Movimento Cinque Stelle: “La cosa terribile è che il popolo italiano è autolesionista … una nazione di autolesionisti. Sanno benissimo che le cose hanno una soluzione, e però continuano ad ingoiare la merda. E’ così, non c’è niente da fare”».

«Il ‘finto’ Casaleggio: “Mi chiedo dove abbiamo sbagliato…”. E Fo: “No, no, no, è la struttura autolesionistica di questo popolo. Perché ormai basta. Ha votato per Berlusconi sapendo che è un figlio di p… Ha rivotato ancora ed ha rivotato ancora dopo esser stato fregato con Berlusconi. Questo qui ne ha fatte più di Bertoldo. E adesso questo qui. Quando parli con la gente dice “si, vero, vero, non ha fatto niente, ha detto soltanto delle balle, ha promesso, ma si sa benissimo..” e poi, cazzo, vai a votare in questa maniera…vabbe’…c’è proprio da farsi cadere le braccia”».

«Poi Fo continua, imbeccato da ‘Casaleggio’: “Ad ogni modo per quanto riguarda noi bisogna andare avanti così. Guai, guai, guai darci la colpa. E’ stupido darci la colpa. Dico, dimostri che sei generoso, che lasci i soldi che ti spettano, che se civile, fai le cose fino in fondo, che sei riuscito a creare una classe politica stupenda di ragazzi e ancora devi votare contro?”. Casaleggio: “Io comunque volevo ringraziarti”. E Fo: “No, no. Sono cosciente di aver fatto il meglio che si poteva fare. Non c’è niente da fare. E sarò sempre a vostra disposizione. Fino in fondo”» (da La Zanzara»).

L’intellettuale sinistrorso che affetta superiorità politica, etica e morale nei confronti del «popolo bue» (per intenderci, quello che ai “bei tempi” della cosiddetta Prima Repubblica votava DC) mi è sempre stato particolarmente antipatico. Forse perché quel suo servire onestamente e civilmente Miserabilandia con tanta moralistica puzza sotto il naso urta assai la mia suscettibilità di proletario con pretese rivoluzionarie.

Egli si mette a disposizione, sebbene “da sinistra”, di un regime sociale escrementizio (sì, quello santificato dalla Costituzione più bella della nostra galassia), e poi crede di poter dare tranquillamente della merda a chi non la pensa come lui. Non viene anche a voi il desiderio di mandarlo «fino in fondo» a quel metaforico posto?

 

 

NESSUNO TOCCHI SOCRATE! PARDON, FUSARO…

Socrate_1Leggo da qualche parte: «Diego Fusaro non va da Casapound. Per il saggista e ospite televisivo era previsto un incontro in via Napoleone III a Roma il 21 febbraio insieme ai fascisti del terzo millennio, per parlare di Marx». Fusaro spiega così la grave decisione: «L’incontro è stato reso impraticabile dagli insulti e dalle minacce, ma soprattutto da un fraintendimento politico ormai troppo diffuso, per cui, se accetti il dialogo, di fatto aderisci alle idee dei tuoi interlocutori. Ma così si uccide Socrate! Un filosofo deve dialogare con tutti, anche con chi la pensa diversamente, per fargli cambiare idea, per criticare le sue idee». Ora, siccome anch’io sul mio blog ho preso di mira diverse volte il bravo saggista nonché ospite televisivo, ci tengo a dissociarmi pubblicamente da chi lo ha così improvvidamente minacciato.

A differenza di Fusaro-Socrate, il sottoscritto non ha nulla a che fare con la gentaglia che l’ha preso di mira minacciandolo fisicamente. Basta leggere il mio commento alla notizia del suo incontro con i “ragazzi di CasaPound”, per capire quanto piacere mi facesse la cosa, semplicemente perché l’incontro veniva a suffragare una mia certa tesi: le posizioni socialnazionaliste del filosofo “marxista” sono nei tratti essenziali sovrapponibili a quelle dei suoi interlocutori destrorsi. Non il tradimento della fede antifascista gli ho dunque rimproverato (ripeto, il mio antifascismo è del tutto estraneo all’antifascismo sinistrorso di matrice stalinista di chi gli ha intimato di non andare dove Socrate lo portava), ma piuttosto l’indigenza più estrema in materia di pensiero critico, celata dietro un’invidiabile erudizione e a una notevole capacità comunicativa. Che Fusaro partecipi o meno all’incontro famigerato (per gli antifascisti di cui sopra), il mio giudizio sulla sua posizione politica non muta di un millimetro.

A mio avviso ciò che “sputtana” il filosofo del momento non è il suo voler parlare con tutti («Ho sempre parlato con tutti: con Rifondazione, col Pd, con Forza Italia»), ma piuttosto le sue posizioni politiche sul Sovranismo e sulla politica estera, posizioni che sono del tutto inconciliabili con gli «ideali di emancipazione umana» che egli dice di portare «avanti da sempre, gli stessi ideali per cui Marx ha lottato tutta la vita». Proprio gli stessi? Nutro qualche piccolo dubbio a tal proposito.

«I presunti “fascisti di merda” cercano il confronto. Gli amici comunisti promettono bastonate»: così scriveva Francesco Borgonovo il 14 febbraio su Libero. Ecco, ci tengo a chiarire che il mio punto di vista radicalmente critico sulle concezioni (non sulla persona) di Fusaro non ha nulla a che spartire né con i “fascisti di merda” (precisato anche che per me fascismo e democrazia non sono che strumenti di controllo e di oppressione al servizio dello stesso sistema di dominio, e come tali li avverso allo stesso modo*), né con gli «amici comunisti» amanti delle maniere sbrigative.

Sempre Borgonovo informava che «a CasaPound, il 21, la conferenza su Marx si terrà comunque. Sia che Fusaro decida di partecipare sia che, per non rischiare che il clima peggiori, decida di restare a casa. Sembra di essere negli anni di piombo. Com’è che diceva Marx? Ah, già: la storia si ripropone come farsa». O come macchietta? Inutile dire che per me il giovane filosofo «comunista nel senso di Marx» (altra piccola, diciamo pure piccolissima perplessità da parte di chi scrive) ha un ruolo di spicco nell’italica sceneggiata che si consuma all’ombra del simulacro che porta il nome (e solo quello) dell’ubriacone di Treviri.

444px-Aparicio_SocrateLeggo dal Corriere della Sera del 14 febbraio: «Ecco di cosa avrebbe parlato Fusaro a CasaPound: “Oggi più che mai è necessaria, di Marx, la tensione verso l’emancipazione dalla reificazione capitalistica e dalla violenza dell’economia globale; Marx insegna a lottare per una comunità di individui liberi, uguali e fratelli. Il comunismo novecentesco è morto, ma sopravvive il comunismo ideale eterno». A parte ogni altra considerazione (anche sul «comunismo ideale eterno», immangiabile brodaglia ideologica buona solo per il palato degli intellettuali sinistrorsi), c’è da dire che, almeno per come la penso io, il «comunismo novecentesco» di cui parla Fusaro altro non fu che un regime capitalistico contrabbandato appunto per comunismo e/o «socialismo reale».

Insomma, il problema non è che il filosofo più amato dai sovranisti di tutte le tendenze politico-ideologiche vada a parlare con i “fascisti di merda” per narrargli le sue intellettualistiche riflessioni intorno alla «reificazione capitalistica» e alla «violenza dell’economia globale», quanto piuttosto che a tutti i suoi interlocutori egli propali la gigantesca menzogna storica sul «comunismo storico», il quale ancorché «morto» rappresenta ancora oggi un macigno posto tragicamente sopra la stessa idea di un’emancipazione anticapitalistica in vista di «una comunità di individui liberi, uguali e fratelli».

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Leggi: FASCISMO/DEMOCRAZIA

Leggi: FASCISMO/DEMOCRAZIA

* A causa di questa posizione, che considero il minimo sindacale per una concezione che si sforza di essere critico-radicale, io stesso sono stato accusato a più riprese di «oggettivo fiancheggiamento del fascismo» da molti “comunisti” (leggi stalinisti) duri e puri. Almeno in questo, non sono secondo a nessuno!

Vedi anche:
Le cattive analogie storiche dei post-stalinisti
Il Marx dei fasciostalinisti
Essere senza coscienza – di classe
Il katéchon “comunista” di Diego Fusaro
La resa incondizionata degli amici del macellaio di Damasco

IL MARX DEI FASCIOSTALINISTI

socsovrLeggo da qualche parte: «Il 21 febbraio Diego Fusaro, brillantissimo divulgatore filosofico di rigoroso stampo neomarxiano, sfida i benpensanti e va a discutere di attualità e inattualità di Marx con il responsabile culturale di CasaPound Italia». La notizia non mi sconvolge/indigna minimamente, né mi sorprende più di tanto. Diciamo anzi che essa conferma le mie settarie elucubrazioni intorno alla “sinistra” italiana in generale (quella che oggi si divide sul nome di Alexis Tsipras*), e a quella di stampo marcatamente socialnazionalista in particolare. Diego Fusaro sarà pure un «brillantissimo divulgatore filosofico», qualità che sono lungi dal contestargli, ma è sul suo impianto concettuale di «rigoroso stampo neomarxiano» che nutro qualche lievissimo dubbio, come attesta anche il mio post di ieri. Ma forse qui il «neo» sta per anti. D’altra parte, uno che, come il sottoscritto, declina ogni accostamento al nome di Marx, in ciò confortato dall’ubriacone di Treviri in persona, non può certo rilasciare patenti di marxismo (più o meno «neo» o «anti») ad alcuno. Mi si permetta però la civetteria piccolo borghese dell’autocitazione.

Scrivevo su un post (Le eccitanti ambizioni della sinistra sovranista) del 13 gennaio:

Definire il Sovranismo come la malattia senile del Nazionalismo mi sembra ancora troppo poco.

Che cosa vuole l’italica Sinistra Sovranista? È presto detto: ripristinare il funzionamento del motore del Capitalismo italiano, «da tempo inceppato», e scongiurare alla Patria quel destino di servaggio economico e politico cui esso sembra inesorabilmente avviato dopo il suo inserimento organico nello spazio politico-economico europeo egemonizzato dalla Germania.

Si dirà che la Destra Sovranista coltiva gli stessi obiettivi. E difatti è proprio così, e basta leggere, ad esempio, i documenti prodotti da CasaPound sulla necessità di difendere i «campioni nazionali» dell’industria tricolore dalla selvaggia ingordigia del «capitale straniero» (germanico e cinese, in primis) per averne piena contezza. Questo, fra l’altro, a ulteriore dimostrazione di quanto assimilabili a uno stesso ceppo ideologico (quello che ha nel Capitalismo di Stato e nella Nazione il suo riferimento materiale) siano lo stalinismo, di vecchio (quello che pregava con la faccia rivolta verso la Mecca del «socialismo reale») e di nuovo conio (quello che ha in Chávez il suo nuovo santino), e il fascismo, anche qui di vecchio (quello che sospirava nostalgicamente pensando alla Repubblica Sociale di Salò) e di nuovo conio (quello che guarda con simpatia alla Grecia di Alba Dorata).

Provoco? Nient’affatto! Mi limito a osservare la situazione del Bel Paese e del mondo da un punto di vista completamente estraneo e ostile tanto alla Sinistra Sovranista quanto alla sua degna e speculare controparte destrorsa. Si tratta del punto di vista che vede nello Stato nazionale, e in ogni forma di Stato (compreso l’ipotetico Stato sovranazionale europeo che tanto inquieta i Sovranisti d’ogni razza e colore), il Leviatano posto a guardia dei rapporti sociali capitalistici, non importa se orientati in direzione del Capitalismo di Stato, come sognano gli ultrareazionari di cui sopra, oppure in direzione del cosiddetto Capitalismo liberista-selvaggio, spauracchio di destri e sinistri.

images* Scrive oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera: «La sinistra massimalista ha bisogno del mito come l’ossigeno. Finita l’epoca in cui i modelli venivano direttamente dal comunismo al potere, smaltita la sbornia castrista, esaurita la fascinazione per un caudillo di estrema sinistra come Chávez, scomparso il subcomandante Marcos, oggi è il turno di un Che Guevara mite e di successo». È appunto il turno del giovane leader di Syriza Alexis Tsipras. Sull’eterna ricerca del mito da parte dei sinistrorsi italiani Battista ha ovviamente ragione, né tocca a lui precisare che il «comunismo al potere» in realtà non fu altro che un Capitalismo (più o meno “di Stato”) contrabbandato appunto come “comunismo”. Trattasi della balla speculativa più grande e ignobile che sia stata mai architettata contro l’umanità: un vero e proprio complotto contro la possibilità dell’emancipazione universale degli individui.

Bisogna anche dire che una parte della «sinistra massimalista», e precisamente quella di stampo Socialnazionalista che predica l’uscita dell’Italia dall’Unione europea e il ripristino della sovranità nazionale «a 360 gradi» (politica, economica, culturale), guarda come il fumo negli occhi al tentativo di Tsipras di rappattumare la disgregata e depressa sinistra europea. Il proclamato europeismo del giovane leader greco non può certo soddisfare i gusti dei sovranisti di sinistra. Chi segue il mio Blog sa che a mio avviso le due opzioni sinistrorse qui brevemente richiamate si collocano sullo stesso terreno di classe: quello borghese. Che avevate capito?

LE CATTIVE ANALOGIE STORICHE DEI POST-STALINISTI

guillottineIn linea generale le analogie storiche hanno un certo valore, perché permettono di chiarire a chi ne fa uso passaggi concettuali complessi in forma sintetica e suggestiva, realizzando un’apprezzabile economia di pensiero. Va da sé che l’analogia ha successo, coglie l’obiettivo, solo quando essa non solo appaia, ma sia effettivamente storicamente fondata. Viceversa, da strumento di verità si capovolge immediatamente in strumento ideologico al servizio della menzogna. È questo il caso di Alain Badiou e di Diego Fusaro.

Nel suo libro Il secolo, il filosofo francese Badiou ha scritto che dopo i noti e famigerati (beninteso solo per i “comunisti” di derivazione stalinista e maoista) eventi prodottisi nel 1989 la nostra epoca sta vivendo una «seconda restaurazione», in analogia con la Restaurazione che segnò l’Europa con la fine del lungo ciclo rivoluzionario apertosi con la Grande Rivoluzione del 1789. Badiou, dice Fusaro in un video postato su YouTube, realizza un fecondo accostamento, per analogia storica, tra lo scenario politico e filosofico che si schiuse dopo la fine della rivoluzione francese, segnato dal Congresso di Vienna e dalla vittoria delle potenze conservatrici e controrivoluzionarie, e lo scenario che si è aperto con il 1989. Come la prima restaurazione diede corpo alla criminalizzazione delle concezioni rivoluzionarie (borghesi) che avevano avuto nei giacobini la loro espressione politico-ideologica più avanzata e radicale, analogamente la «seconda restaurazione» post 1989 è segnata da una vera e propria demonizzazione della «passione utopica», criminalizzata come antidemocratica e tendenzialmente totalitaria: «Avete provato a cambiare il mondo, ne sono scaturite le peggiori sciagure sulla terra, non provateci mai più». Così, dice il filosofo made in Italy, ragiona l’ideologia dominante, la quale «si caratterizza esattamente per una sorta di desertificazione dell’immaginario che rende per ciò stesso impossibile le alternative rispetto al presente totalmente saturo della forma merce capitalistica». Non c’è dubbio.

Gran parte di ciò che oggi passa per critica, ad un esame appena più attento si rivela essere non più che una nota di tono diverso nella sinfonia apologetica che accompagna la nostra esistenza nel migliore dei mondi possibili. Ma questo, a mio avviso, vale anche per Badiou e per Fusaro, il quale afferma che «il capitalismo pienamente realizzato» dei nostri tempi «è tornato a trionfare incontrastato perché è venuto meno il colosso sovietico che per più di cinquant’anni lo aveva tenuto a freno, seppure in forma contraddittoria». Insomma, per i nostri due filosofi solo dopo il crollo del miserabile Muro si è affermata nel mondo occidentale la tendenza controrivoluzionaria e restauratrice che criminalizza gli «ideali utopici e rivoluzionari». Niente di più infondato, almeno per come la vedo io.

imagesDG0NK8NMSe vogliamo rimanere con qualche fondamento storico sul terreno analogico, possiamo parlare di «seconda restaurazione» non a proposito del 1989, che segnò il crollo, dopo una lunghissima agonia, di un regime capitalistico particolarmente rognoso (sto alludendo all’Unione Sovietica) e dell’alleanza imperialistica centrata sul suo dominio (alludo al Patto di Varsavia), ma piuttosto in riferimento alla fine degli anni Venti, quando apparve chiaro ai comunisti occidentali che si rifiutarono di aderire all’ideologia controrivoluzionaria elaborata da Bucharin e praticata da Stalin, che il «Nuovo Corso» moscovita costruiva una prospettiva capitalistica e Grande-Russa sulle ceneri dell’Ottobre Rosso di Lenin. Per non scadere nel ridicolo, o nella più ottusa e reazionaria delle ideologie, occorre far retrocedere la «seconda restaurazione» almeno di sessant’anni.

Associare per analogia storica i giacobini agli stalinisti potrebbe avere un senso solo se si collocano entrambi i soggetti sul terreno della società borghese in divenire, e sempre tenendo fermo un punto essenziale, soprattutto in termini politici, cioè a dire la natura controrivoluzionaria dal punto di vista proletario dello stalinismo. Gli stalinisti furono violentemente radicali sul terreno degli interessi della nascente Potenza Russa post-zarista, e questa radicalità capitalistica, spacciata per «un secondo Ottobre», si dispiegò a spese del proletariato interno e internazionale.

Com’è noto, Trotsky lesse la sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre nei termini di un «tradimento» o, in analogia con la Rivoluzione francese, di un «termidoro», ossia di una degenerazione politica del soggetto che aveva promosso la rivoluzione che non poteva cancellare le conquiste sociali di essa.  Obtorto collo, e attraverso mille imbarazzanti contraddizioni che alla fine ne avrebbero generato la fine attraverso una rivoluzione politica (politica, non più sociale), tale soggetto si vedeva costretto a muoversi nel profondo solco tracciato dalle «realizzazioni concrete» prodotte dalla Rivoluzione. Con ciò egli mostrò di non aver compreso la reale portata dei processi sociali, interni e internazionali, che alla fine spezzarono la radice stessa di quella esperienza storica, non lasciando sul terreno delle «realizzazioni concrete» nulla che valesse la pena di difendere e di rivendicare. Seguendo questa pista che lo conduceva direttamente alla capitolazione teorica e politica (cosa assai più grave della sconfitta politica, sempre recuperabile una volta che fossero mutate le circostanze), Trotsky giunge a considerare «il sistema di Stalin […] la forma burocraticamente deformata di autodifesa adottata da un socialismo in via di sviluppo» (L. Trotsky, Introduzione del 1935 a Terrorismo e Comunismo, Sugarco, 1977). Per chi scrive «il sistema di Stalin», con annessa burocrazia e relativa «cricca», fu invece la forma storicamente necessaria di un capitalismo in via di sviluppo.

stalin_gulagNon l’ideologia dominante dei nostri giorni, ma lo stalinismo internazionale (con le sue diverse varianti nazionali: maoismo, titoismo, togliattismo, chevarismo, ecc.) ha assestato il più drammatico e violento colpo alla prospettiva dell’emancipazione del proletariato e dell’intera umanità, semplicemente accreditandosi come soggettività comunista. Ovviamente le classi dominanti del pianeta hanno avuto tutto l’interesse ad assecondare questa colossale menzogna storica, politica, concettuale, sociale. Infatti, solo dalla prospettiva che da sempre mi sforzo di “socializzare” è possibile attaccare in radice la posizione che associa il comunismo al «socialismo reale», il quale non fu, in Russia e ovunque nel mondo, che un reale capitalismo-imperialismo ignobilmente celato dietro bandiere rosso-sangue. Ignobilmente e, aggiungo, assai ridicolmente, almeno all’avviso di chi aveva resistito ai richiami della trionfante sirena stalinista e aveva cercato di scrivere la storia del movimento operaio con l’amaro ma veritiero inchiostro degli sconfitti.

Evidentemente Fusaro, dall’alto della sua concezione dialettica del processo storico, prende per oro colato la tesi stalinista dei «due campi» che si sarebbero confrontati durante la cosiddetta guerra fredda: quello «capitalista», capeggiato dagli Stati Uniti, e quello «socialista», con al vertice Mosca – e poi Pechino per molti “comunisti dissidenti” occidentali. Un confronto interimperialistico declinato in termini di “lotta di classe”: io non potrei mai arrivare a tali cifre dialettiche, nemmeno se leggessi tutti i tomi di Badiou, di Žižek (la cui concezione “post-stalinista” dello stalinismo ho pure criticato in passato) e di Fusaro! E difatti son qui a ridacchiare come il peggiore dei servi dell’Imperialismo alle spalle dei credenti in Chávez, e a sparare a palle incatenate contro quei Socialnazionalisti che ritengono essere massimamente rivoluzionario, o quantomeno “storicamente progressivo”, appoggiare tutti i nemici imperialisti del Grande Satana d’Occidente.

Insomma, quando il buon filosofo italiano ciancia, sempre nel video di cui sopra, di «coscienza rivoluzionaria», e sostiene che bisogna reagire alla «logica illogica» del pensiero dominante riscoprendo «la prospettiva utopica nel senso più alto del termine, nel senso di Marx e di Bloch», egli ha ai miei occhi una credibilità pari allo zero assoluto, e peraltro in ciò sono oltremodo confortato dalle sue posizioni politiche ultrareazionarie – in economia, in politica interna e internazionale e via di seguito.

Vedi anche:

Il Marx dei fasciostalinisti
Essere senza coscienza – di classe
Il katéchon “comunista” di Diego Fusaro
La resa incondizionata degli amici del macellaio di Damasco

LE CAUSE PERSE DI SLAVOJ ŽIŽEK

1201-203834-chetempochefa-620x350Solo ieri ho avuto modo di vedere su YouTube la brillante performance di Slavoj Žižek a Che tempo che fa di domenica. Non avevo mai visto all’opera l’intellettuale sloveno e la curiosità andava perciò soddisfatta. Tanto più dopo che avevo letto un post stile rosico, ergo sum di Diego Fusaro pescato per caso sul web, grazie al quale peraltro sono venuto a conoscenza del fatto mediatico in questione.

Dico subito che le mie aspettative su Žižek come intrattenitore del pubblico colto non sono state deluse: trattasi di un comunicatore televisivo davvero bravo (certo, si tratta poi di vedere che cosa comunica), un ottimo e simpaticissimo showman, non c’è che dire. Un simpaticone, oltretutto. Almeno per chi scrive, si capisce. Il suo gesticolare ha qualcosa di ipnotico, e il suo fissare la camera a favore del pubblico televisivo, infischiandosene platealmente dell’interlocutore che ha dinnanzi, la dice lunga sulla sua padronanza del mezzo mediatico e sulla sua intenzione: «Cerco di far svegliare la gente» .

Per il resto, a cominciare dalle sue insulsaggini sul “comunismo”, ho avuto più che altro delle conferme.

«Cominciamo dal titolo», esordisce l’insipido Fabio Fazio (che forse legge un testo già confezionato): «Quali sono per lei le cause perse?». Žižek risponde immediatamente e senza alcuna esitazione: «Il comunismo». Risposta secca, quasi lapidaria. «Cosa intende per comunismo?», chiede il “bravo conduttore”, che ovviamente conosceva in anticipo la risposta. «Bella domanda, bellissima davvero», riprende il “marxista più pop del pianeta”, almeno secondo le definizioni che di lui danno i massmedia: «Naturalmente non ho nessun tipo di nostalgia per il comunismo del XX secolo. Sono il primo ad ammettere che l’intera esperienza sovietico-stalinista è terminata con un pazzesco fiasco economico e politico. Ma dico che è sbagliato mettere sullo stesso piano il fascismo e il comunismo. Non nel senso che il comunismo sia stato meglio, anzi ci sono stati più morti nei paesi comunisti che in quelli fascisti. Il comunismo è un grande progetto emancipativo che però è andato davvero malissimo. Allora perché dirsi ancora comunisti? Perché la società liberale occidentale non può risolvere i problemi che ci riguardano tutti: da quelli ecologici a quelli legati alla biotecnologia, alla proprietà intellettuale, ecc. La storia non è finita, come sosteneva Francis Fukuyama».

Nonostante tutta la sua profondità filosofica e la sua maestria dialettica, Žižek continua dunque a non capire l’essenza capitalistica dello stalinismo, nonché del maoismo, del titoismo, del togliattismo e via continuando con le tantissime varianti nazionali dello stalinismo che il mondo ha avuto la sventura di conoscere nel secolo cosiddetto breve. Questo fa di lui un venditore di successo della merce chiamata “comunismo”: di qui l’invidia di un altro filosofo “hegelo-marxista”, Diego Fusaro, appunto, che naturalmente non rimprovera allo Sloveno il suo completo travisamento della storia del «socialismo reale», con relativo sputtanamento dell’autentico comunismo. Non può, visto che anche l’Italiano mastica la stessa putrida mercanzia politico-ideologica di matrice stalinista.

images«Oggi», scrive Fusaro contro gli intellettuali alla moda che, come Žižek, «rappresentano la glorificazione ideale del sistema dominante: una glorificazione ancora più efficace – perché dissimulata»; «oggi le sole idee veramente “pericolose”, cioè incompatibili con lo Zeitgeist postborghese e ultracapitalista, coincidono con il recupero integrale della sovranità nazionale (economica, politica, culturale, militare) come passaggio necessario per la creazione dell’universalismo dell’emancipazione (contro il criminale incubo eurocratico), con la deglobalizzazione pratica e con il riorientamento geopolitico contro la monarchia universale. Di tutto questo, naturalmente, nell’opera di Žižek non v’è traccia. Muovendosi entro i confini del politically correct fissati dal sistema, Žižek critica il presente con toni che, quanto più sembrano radicali, tanto più rinsaldano il potere nel suo autocelebrarsi come intrascendibile e democratico. Per quanto tempo ancora dovrà durare tutto questo?» (Slavoj Žižek pensatore pericoloso?). Una lite in famiglia? Sulle ultrareazionarie idee sovraniste e antiamericane del giovane filosofo italiano di successo rimando a diversi miei post *.

Ma ritorniamo alla nostra spassosissima intervista televisiva. Fazio: «Cosa pensa del riformismo?»

1201-203212-chetempochefa-620x350Žižek: «Non sono un riformista. O cambiamo o andiamo incontro al disastro. Se le cose vanno avanti così, fra venti o trent’anni ci aspetta un futuro tremendo. Ma non si tratta di cominciare con una grande rivoluzione, possiamo anche fare delle piccole ma continue lotte, combattendo con regolarità, così da scatenare ulteriori cambiamenti. Per questo penso che Obama ha fatto una buona cosa con la sua riforma sanitaria, che è stata un trauma tremendo per la destra repubblicana. Io dico a Obama: vai avanti così, devi andare avanti». Ma non aveva detto il nostro amico di non essere un riformista? E Obama non è forse il Presidente della prima potenza imperialista del pianeta? Misteri della dialettica! Ma probabilmente è chi scrive a non capire nulla di dialettica, in filosofia come in politica.

Fusaro, che sostiene le cause nient’affatto perse degli imperialismi concorrenti (quello cinese e quello russo, mi pare), non può certo condividere il “riformismo” di Žižek, che appare fin troppo tenero con l’odiato Satana a stelle e strisce.

A proposito di dialettica! «Parlare di cause perse non implica il riconoscimento di un fallimento?» chiede un sempre più estasiato Fazio, che mostra tutta la sua professionalità citando il libro reclamizzato: «Si tratta di continuare a fallire fallendo meglio». Un invito a nozze per il dialettico pop: «Mio Dio, siamo in Italia! Non ci sarebbe la cristianità senza la morte di Dio. Ogni causa ha il suo incipit attraverso un fallimento. Solamente attraverso un fallimento si scopre la causa delle cose. È un movimento dialettico necessario. La stessa cosa vale per il comunismo». Ma cosa sia il “comunismo” per Žižek è presto detto: «Nella Jugoslavia comunista [sic!] chi credeva sinceramente nel comunismo [leggi stalinismo in salsa balcanica] veniva licenziato, perché per essere parte del sistema bisogna essere cinici. Io sostengo di essere il più pericoloso dei dissidenti perché faccio lo stalinista ingenuo». Magari stalinista ingenuo ci può stare. È sulla pericolosità del suo pensiero per lo status quo mondiale che nutro qualche dubbio. In effetti, più di un dubbio. A conti fatti, mi sembra che solo quelle che sostengo io sono delle vere cause perse. E forse anche disperate. Forse.

Su Žižek: Slavoj Žižek e la sindrome della mosca cocchiera.

* Essere senza coscienza – di classe
Il katéchon “comunista” di Diego Fusaro
La resa incondizionata degli amici del macellaio di Damasco

ESSERE SENZA COSCIENZA – DI CLASSE

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Sul ridicolo tentativo di fare di Marx il teorico e il precursore dello stalinismo

 

Un lettore del mio post La resa incondizionata degli amici del macellaio di Damasco, dedicato alla presa di posizione pro-siriana di Diego Fusaro, così commentava sul blog: «Rimango allibito dalle dichiarazioni di Fusaro. Ho letto le introduzioni a qualche suo libro dedicato a Marx e ho apprezzato la sua chiarezza e capacità divulgativa. A quanto pare l’intelligenza formale è una cosa, quella lucida e rivoluzionaria, un’altra!» Ed ecco la mia “risposta”: «Personalmente ho sempre pensato che ciò che davvero conta sul terreno dell’analisi profonda del processo sociale capitalistico e della prassi anticapitalistica è la coscienza di classe, più che l’intelligenza, più o meno formale che sia, o l’erudizione. La storia e la contemporaneità offrono molti esempi di cervelli estremamente intelligenti e colti, al cospetto dei quali non posso che confessare tutta la mia invidiosa ammirazione, e che tuttavia su quello scottante e dirimente terreno mostrano un’indigenza teorica e politica a dir poco disarmante. A tal grado, che persino una pulce del mio calibro può affettare con qualche legittimità pose da gigante del pensiero. E ho detto tutto».

In questi giorni ho avuto modo di confermare e rafforzare questo impietoso giudizio, grazie alla lettura di qualche libro del simpatico filosofo e alla visione di una serie di suoi interventi pubblici (disponibili su YouTube). In effetti, il suo (pseudo) anticapitalismo non va oltre un rancido antiamericanismo di matrice tardo-stalinista e un sovranismo (economico e politico), che peraltro accomuna “estrema destra” ed “estrema “sinistra”, che si risolve in un aperto sostegno all’Imperialismo europeo, ritenuto evidentemente meno repellente  del Grande Satana americano, e nella nostalgia per la cosiddetta Prima Repubblica. Nostalgia canaglia!

Pur con i suoi limiti, argomenta Fusaro nel corso della presentazione di un suo libro (Cosenza, 9 aprile 2013), l’Europa garantiva alla società un Welfare di tutto rispetto, con diritti sociali inalienabili, scuola e sanità per tutti, frutto di 150 anni di lotte operaie. Adesso «l’euro sta di fatto togliendo di mezzo il capitalismo europeo. La moneta unica europea serve a sostituire il modello capitalistico europeo con il modello americano». Detto che «il comunismo non esiste più» (mentre una volta invece…), per Fusaro esistono nel mondo tre modelli di Capitalismo: quello europeo, che, come abbiamo visto, egli predilige in quanto sarebbe permeabile, almeno in linea di principio, alle istanze che provengono dal basso; quello americano, che invece il nostro disprezza con tutte le sue filosofiche forze perché esso fa del neoliberismo una religione del massimo profitto che non ammette la concorrenza di altre religioni; e, dulcis in fundo, quello cinese, «modello che mette insieme il volto più perverso del capitalismo con il volto più perverso del comunismo». E già da questo innaturale – e ridicolo – accostamento si evince il tipo di “comunismo” che il giovanotto ha nella filosofica testa, che poi è lo stesso “comunismo” che ha reso oltremodo repellente l’idea stessa di una Comunità netta di rapporti sociali capitalistici presso le classi dominate di tutto il mondo. «Se questo è il comunismo, tanto vale tenerci il capitalismo»: per questo impagabile servizio il Dominio capitalistico planetario ringrazia sentitamente lo stalinismo mondiale, anche nella sua versione postmoderna. […]

Ma ritorniamo al video di Fusaro: «In Italia il processo degenerativo che ha portato il Paese all’attuale crisi sistemica, con la perdita della Sovranità economica, «è iniziato nel ’92, con l’operazione mani pulite, che è stata un colpo di stato extraparlamentare di tipo giudiziario che ha aperto il primo ciclo di grandi privatizzazioni capitalistiche che ha visto protagoniste sia la destra, sia la sinistra. La vecchia e pur corrotta Prima Repubblica era dotata di un vero Welfare State». I cattostatalisti nostalgici della DC e del PCI non possono che gioire dinanzi  a questa “scandalosa” (in realtà solo penosa, tanto più se proferita da un giovane intellettuale con ambizioni critiche) considerazione. Il pensiero di Diego Fusaro è vecchio anzitempo, a dimostrazione che l’anagrafe non può dirci tutto su una persona.

La forza della classe operaia nei «formidabili» anni Settanta è un mito che i nostalgici del PCI e dell’area politica che si formò alla sua “sinistra” alla fine degli anni Sessanta non smettono di tramandare e di vendere sul mercato politico. A quanto pare con un certo successo.

Rifondatori dello statalismo come Bertinotti scrivono libri apologetici del tempo in cui il Capitalismo di Stato italiano (con annessi sindacati e partiti rigorosamente «di massa»)  gareggiava con il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica. «Formidabili quegli anni!»: certo, ma per chi? Sicuramente per gli statalisti che amavano sventolare bandiere rosse e bandiere bianco-crociate. Detto di passata, il retaggio della struttura capitalistica che tanto piaceva – e piace – ai fascio-stalinisti si fa ancora sentire ed è anzi sulle prime pagine dei quotidiani (vedi soprattutto gli articoli di Giuliano Ferrara, di Giavazzi, di Galli della Loggia e di Angelo Panebianco pubblicati nelle ultime settimane ). Ma non andiamo fuori tema!

1 m stakonHo finito di leggere Essere senza tempo (Bompiani, 2010) di Fusaro, un libro a suo modo interessante per diversi aspetti, a partire da quello inerente alla questione dei tempi nell’azione politica (la «cronopolitica»). Qui tiro solo un filo, quello collegato alla concezione del comunismo dell’autore e al suo giudizio sulla Rivoluzione d’Ottobre, la cui «spinta propulsiva» si sarebbe esaurita del tutto solo nel 1989, in seguito ai noti eventi che hanno sconvolto il mondo – e soprattutto gli stalinisti di mezzo mondo.

Fusaro cita qualche passo tratto dall’importante Prefazione alla seconda edizione russa (1882) del Manifesto: «Se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di partenza per una evoluzione comunista». Segue il commento dell’autore: «In questo modo, Marx finisce per generare uno squilibrio tra i due poli – l’aspettativa e l’esperienza – del concetto di accelerazione, che fino a quel momento si era sforzato di tenere congiunti. A prevalere era ora la dimensione dell’aspettativa, e in particolare la speranza che la rivoluzione mondiale potesse divampare nel Paese più arretrato “bruciando” le tappe del modo di produzione capitalistico: un mutamento di prospettiva che, forse, può essere spiegato in relazione al fatto che Marx aveva cominciato a nutrire seri dubbi sulla possibilità di un superamento della produzione capitalistica nelle aree sviluppate, in una progressiva perdita di fiducia nell’imminente crollo del capitalismo in Occidente» (p. 272). Di qui, sempre secondo l’autore, il crescente interesse di Marx per le forme economico-sociali precapitalistiche.

La tesi non è affatto nuova, ed è stata “declinata” in modi diversi nel corso del tempo. […]

Perché, allora, Marx si dedicò allo studio delle formazioni storico-sociali precapitalistiche? Ciò che interessava Marx non era tanto una scientifica ricostruzione del processo storico, l’elaborazione di un sistema di pensiero lineare e coerente in ogni suo dettaglio, quanto mettere in luce l’esistenza stessa di un processo storico, il quale fino all’epoca borghese appare contraddistinto dalla divisione classista del lavoro e dallo sfruttamento classista dei produttori. Se c’è stato un processo, se diverse forme economico-sociali si sono succedute l’una all’altra nel corso dei secoli (la sequenza cronologica di questa dinamica per Marx non è la cosa fondamentale), significa che la storia non è finita, come proclamarono i filosofi che incarnavano una certa epoca storica (un nome a caso: Hegel); significa invece che l’umanità può conoscere un ulteriore avanzamento. Questo per un verso. Per altro verso «Ciò che Marx cerca nei suoi riferimenti ai modi di produzione precapitalistici non è la verifica di una ipotesi evoluzionistica, ma piuttosto la verifica di una chiave di lettura adeguata, storicamente determinata, della dinamica dello sviluppo dell’economia capitalistica. In questa direzione Marx marca una prima fondamentale differenza storica tra il modo di produzione capitalistico e tutti i modi di produzione precapitalistici. La riflessione sui modi di produzione precapitalistici rivela l’esistenza di forme di organizzazioni ed istituti mercantili anche in epoche precedenti la società capitalistica. Tuttavia, Marx nota questa importante differenza: mentre nelle società precapitalistiche i rapporti mercantili e gli istituti ad essi connessi (merce, denaro, scambio, ecc. ecc.) hanno una funzione dissolvitrice, nell’economia e nella società capitalistica costituiscono l’elemento di coesione generale, il “cemento generale”» (1). Marx studia il passato precapitalistico delle società europee e i cospicui residui precapitalistici ancora presenti in diverse importanti società (India, Cina, Russia) per meglio comprendere le peculiarità del modo di produzione capitalistico, non certo per fondare un’astratta filosofia della storia, come egli scriverà nella nota lettera del 1877 alla redazione di Otečestvennye Zapiski (2) e a Vera Zasulič (3), né per scorgere possibili alternative al difficile percorso rivoluzionario che i comunisti europei del suo tempo avevano di fronte. Com’è noto, Marx individuò nel denaro, nelle transazioni economiche mediate da esso, il potere che disgregava, necessariamente e ineluttabilmente, le forme economiche precapitalistiche; il denaro, beninteso, come espressione del lavoro sociale e, soprattutto, di peculiari rapporti sociali.

Detto en passant, gli studi “precapitalistici” marxiani dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio quanto il Tedesco fosse distante da quel determinismo economico (vedi la dottrina degli stadi di sviluppo abbracciata con entusiasmo dal giovane marxismo russo in polemica con il populismo) che gli fu illegittimamente attribuito da critici non proprio obiettivi. Per questo non condivido quanto, ad esempio, sostiene Pier Paolo Poggi nel suo saggio sulla comune contadina russa, e cioè che «Marx contribuì, al di là delle sue intenzioni, a fissare il dogma di una successione obbligatoria di fasi storiche», pur riconoscendogli una capacità teorica ben più robusta dei suoi epigoni, soprattutto russi, nel confrontarsi con i problemi che emergevano dall’indagine di realtà sociali precapitalistiche. Come non condivido il tentativo di Poggi di associare Marx, che per tutta la vita aveva approfondito il concetto di feticismo (della merce, del denaro, della tecnica, della scienza) al «mito ottocentesco di una neutralità della scienza e della tecnica», salvo precisare che «sarebbe errato inserire con troppa disinvoltura Marx in tale contesto culturale» (4). Appunto.

Giudicare la qualità del materialismo marxiano sulla scorta di singoli passi estrapolati da questa o quella opera del comunista con la barba è a dir poco scorretto. E soprattutto è sbagliato proiettare su Marx l’ombra dei cosiddetti marxisti.

Come ho avuto modo di scrivere altre volte, al centro della concezione marxiana – non «marxista» – del processo storico non insiste il «determinismo economico», ma la necessità storica, concetto che molti epigoni digiuni di dialettica e dal respiro storico assai corto confonderanno con il primo. Poste una serie di premesse sociali (economiche, politiche, istituzionali, ideologiche, culturali, psicologiche), ad un certo punto l’ulteriore sviluppo di un’organizzazione sociale si dà con necessità, non con casualità, oppure sulla scorta di decisioni assunte liberamente e magari arbitrariamente da ceti, classi o da singoli individui. Ma qui rinvio alle lettere marxiane citate nelle note.

Non interessarsi della struttura sociale della Russia sarebbe stato, per Marx ed Engels, davvero impossibile, per il peso che quel Paese aveva avuto nella storia mondiale, e soprattutto per la funzione controrivoluzionaria che l’Impero zarista aveva da sempre svolto in Europa. Tanto più che erano gli stessi rivoluzionari russi, populisti e socialisti, a sollecitare ai due amici un giudizio intorno a una scottante e divisiva questione: il futuro della comune agricola russa, l’obščina, nel momento in cui la storia sembrava finalmente essersi messa in marcia anche in Russia. «È una vera gioia veder maturare in una crisi generale la situazione rivoluzionaria da tempo prevista!», scrisse il 30 marzo 1881 l’entusiasta Engels a Bebel dopo l’uccisione di Alessandro II ad opera dei populisti. Ogni sussulto politico-sociale in Russia non poteva non avere conseguenze in Europa occidentale, e ovviamente Marx ed Engels speravano che il crollo del Moloch russo potesse impattare violentemente soprattutto sull’equilibrio sociale europeo: si trattava di una “politica estera” che ruotava intorno alla prospettiva di una rivoluzione proletaria nel cuore della Metropoli del Capitalismo mondiale.

In linea di principio, Marx non escluse affatto, sebbene la considerasse estremamente problematica e sempre meno concreta, la possibilità che la proprietà comune del suolo potesse «appropriarsi le conquiste positive del sistema capitalistico senza passare per le sue forche caudine» (5); tuttavia, «discendendo dalla teoria alla realtà», prosegue Marx, «nessuno può dissimularsi che la comune russa si trova oggi di fronte a una cospirazione di forze ed interessi potenti» che la trascinavano viepiù nel circolo vizioso della disgregazione, assecondando e accelerando un processo di dissoluzione in corso ormai da tempo, sebbene nel modo contraddittorio ben noto a tutti gli studiosi dell’economia russa del tempo. Nei passi citati Marx fa valere, a mio avviso, il principio (o «legge») della necessità storico-sociale cui facevo cenno sopra.

Lo stesso «grande scienziato e critico russo» – sempre secondo le parole di Marx – Cernyševkij, che pure ebbe «la sua parte di responsabilità nella creazione del mito della comune agricola […], fu trai primi, sebbene a malincuore, a riconoscere che gli sviluppi dell’accelerazione capitalistica andavano ormai rapidamente disgregando quel venerabile istituto della tradizione storica nazionale» (6). Per Marx ed Engels solo dall’esterno poteva arrivare quella spinta in grado di togliere dal loro atavico «isolamento stagnante» le comuni agricole ancora presenti in Russia.

Vediamo un po’ meglio come Marx ed Engels impostarono il problema: «Sorge dunque il problema: l’obščina, questa forma in gran parte già minata dell’antichissima proprietà del suolo, può passare direttamente alla forma comunistica superiore di possesso collettivo della terra, o dovrà prima attraversare lo stesso processo di disgregazione che costituisce lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile a tale problema è: se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico» (7). Notare la stretta correlazione stabilita tra rivoluzione russa (considerata evidentemente nel suo divenire, nel suo processo storico, e quindi qui non meglio specificata nella sua caratterizzazione sociale: borghese? contadina? proletaria?) e rivoluzione proletaria in Occidente.

Nel 1893 Engels avrà modo di ritornare sul punto: «Senza dubbio la comune rurale e, fino a un certo punto, l’artel’, conteneva germi che, in determinate condizioni, si sarebbero potuti sviluppare risparmiando alla Russia la necessità di conoscere i tormenti dell’ordine capitalistico. Io sottoscrivo senza riserve la lettera del nostro autore [Marx] intorno a Žukovskij. Ma, per lui come per me, la premessa a ciò necessaria era la spinta dall’esterno, il cambiamento del sistema economico nell’Europa occidentale, la distruzione del sistema capitalistico nelle sue terre di origine […] Se noi, in Occidente, fossimo stati più rapidi nella nostra evoluzione economica, se fossimo stati capaci di rovesciare l’ordine capitalistico dieci o vent’anni fa, forse la Russia avrebbe avuto il tempo di spezzare la tendenza ad evolvere, come noi, verso il capitalismo. Disgraziatamente da noi si cammina adagio […] Ma intanto, la comune di villaggio deperisce, e noi possiamo soltanto augurarci che il passaggio ad un sistema migliore qui da noi giunga abbastanza in fretta per salvare, almeno in qualche punto del vostro paese, istituzioni che in tali circostanze sarebbero chiamate a un grande avvenire. Ma i fatti sono fatti, e noi non dobbiamo dimenticare che queste possibilità si riducono di anno in anno» (8). Ancora nel 1893 Engels lega le residue speranze di una rivitalizzazione in chiave – anche – anticapitalistica dell’obščina a un mutamento rivoluzionario nell’Occidente capitalisticamente avanzato, e d’altra parte solo con lo stalinismo, con la teorizzazione del «socialismo in un solo Paese», una vera e propria idiozia in termini di materialismo storico, la visione rivoluzionaria di respiro mondiale di Marx ed Engels cadde in disgrazia.

Dal mio punto di osservazione le parole di Engels sono importanti soprattutto perché evocano la dialettica del processo sociale che spazzò via l’esperienza rivoluzionaria del proletariato russo: proprio la “lentezza” occidentale lamentata da Engels impedì che la Rivoluzione d’Ottobre si saldasse alla Rivoluzione proletaria in Germania, in Francia, in Italia e così via, determinando la rapida asfissia della natura proletaria del Grande Azzardo bolscevico.

Scrive Fusaro: «Anche alla luce di queste considerazioni e di questi sviluppi storici, la storia del successivo marxismo, e soprattutto del comunismo storico novecentesco, può essere intesa come una sequenza di tentativi di realizzare le possibilità intraviste da Marx in riferimento alla realtà russa. Dalla Cina alla Russia, passando per Cuba, il Novecento sarà costellato da un’infinita gamma di paesi arretrati passati improvvisamente al comunismo senza aver prima attraversato la fase capitalistica» (9). Ora, se fin qui ci siamo mossi sul terreno dell’opinabile, per così dire, con i passi citati siamo sprofondati nella più crassa delle balle speculative. Infatti, in nessuno dei Paesi citati da Fusaro si è mai realizzato un solo atomo di comunismo: in Russia lo stalinismo incarnò, come già detto, la totale sconfitta della natura proletaria dell’Ottobre Rosso, mentre al contempo esso fu un formidabile strumento di accumulazione capitalistica a ritmi accelerati, anche in vista del pieno ripristino della politica di Potenza moscovita lungo la tradizionale dorsale geopolitica della Russia prerivoluzionaria; la rivoluzione cinese guidata dal PCC di Mao fu fin dall’inizio un’importante rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini (10) e quella cubana diretta dal movimento castrista «fu a tutti gli effetti una rivoluzione democratico-borghese, assai simile alle rivoluzioni che nel secondo dopoguerra agitarono il mondo» (11). Naturalmente il nostro filosofo non la pensa così: «Nemmeno cinquant’anni dopo che Marx aveva formulato le sue profezie di una possibile rivoluzione a partire dalla realtà storiche più arretrate, Lenin prese sul serio le possibilità teoriche marxiane, in aperta rottura con le concezioni “ortodosse” del marxismo, e guidò la Russia da un assetto sociale, politico e produttivo di tipo feudale a una condizione comunista, o che per lo meno si pretendeva tale»  (12). Come ho cercato di argomentare nel mio studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (13), se non si inquadra la strategia rivoluzionaria leniniana nel contesto della più generale prospettiva rivoluzionaria internazionale non solo non si coglie la reale portata del Grande Azzardo tentato nei «dieci giorni che sconvolsero il mondo», ma si fa di Lenin (e sulla sua scia di Marx) un mero precursore dello stalinismo, che invece incarnò, come già detto, la sconfitta dell’ipotesi leniniana.

L’aspetto più paradossale (in realtà profondamente dialettico, e proprio per questo difficile da cogliere dai filosofi… “hegeliani”) della faccenda è che lo stesso Partito che aveva promosso la rivoluzione proletaria a un certo punto si trasformò radicalmente, fino a diventare, per un verso un formidabile strumento controrivoluzionario in chiave interna e internazionale (vedi la stalinizzazione dei partiti comunisti europei), e per altro verso un altrettanto formidabile strumento di sviluppo capitalistico in chiave di progresso storico borghese. In realtà non si trattò precisamente dello stesso Partito, se non dal punto di vista meramente formale. Ma, com’è noto, il pensiero che non ha profondità né dialettica rimane impigliato nella dura e opaca superficie dei fenomeni.

Nonostante l’arretratezza sociale che confermava l’analisi marxiana intorno all’origine asiatica (tartara) del dispotismo russo, per Lenin la Russia del XX secolo era pienamente integrata nel capitale internazionale, sebbene come suo «anello debole». Proprio questa condizione di debolezza predisponeva la Russia al ruolo di avanguardia («di segnale») della rivoluzione internazionale, secondo le stesse indicazioni di Marx ed Engels: è qui che si radica la fondamentale differenza tra il bolscevismo leniniano, che si concepiva come parte della socialdemocrazia rivoluzionaria europea, e il menscevismo plechanoviano, il cui piatto (adialettico) determinismo economico esprimeva in realtà una concezione radicale-borghese inidonea a guidare una rivoluzione proletaria anche nelle circostanze teoricamente più favorevoli a una rapida transizione dal Capitalismo al Socialismo.

Lo stesso «Comunismo di guerra» fu, al di là della pur fondamentale caratterizzazione politica, uno stato di assoluta necessità, fu un’economia di guerra rivoluzionaria per molti aspetti simile, dal punto di vista strutturale, all’economia di guerra attuata da tutti i Paesi coinvolti nella Prima guerra mondiale.

È anche vero che sulla base di questo stato di eccezione di natura rivoluzionaria presero corpo nel Partito bolscevico (ma anche nel movimento comunista occidentale, a dire il vero) delle illusioni «cronopolitiche», per dirla con Fusaro, come non mancò di riconoscere lo stesso capo bolscevico. Nell’ottobre del ’21, nel Rapporto al II congresso dei centri di educazione politica di tutta la Russia, Lenin ammise con la consueta franchezza la grande ed entusiasmante illusione nella quale i bolscevichi avevano vissuto durante tutto il periodo della guerra civile: «In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste […] Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così» (14).

Mi permetto di citarmi: «Se con la NEP di arretramento si doveva parlare rispetto al “comunismo di guerra”, tale arretramento andava riferito a questo “errore” di valutazione, a questa vera e propria illusione ottica (come sembra più corretto dire a chi quella storia cerca di capire post festum), e non certo a dati di fatto reali, a reali conquiste economiche che allora non ci furono perché non potevano esserci. Tra l’altro, la confessione leniniana getta luce sul carattere in gran parte oggettivo, necessario, della prassi bolscevica di quel periodo, inclusa l’elaborazione collettiva di una idea (il passaggio diretto al comunismo) che si fece strada come razionalizzazione e interpretazione di eventi materiali che in misura notevole esuberavano la capacità teorica e pratica del soggetto rivoluzionario che avrebbe dovuto controllarli, orientarli e prevederne, almeno per grandi linee, gli ulteriori sviluppi» (15).

Quando dunque Fusaro sostiene che «Lenin spinse sul pedale dell’accelerazione, nella convinzione che fosse necessario bruciare le tappe, saltando direttamente alla fase comunista», mostra a mio avviso di non aver capito l’essenza stessa dell’azione rivoluzionaria di Lenin, e su questa strada egli deve necessariamente precludersi la possibilità di comprendere la natura politico-sociale dello stalinismo. Che, infatti, egli travisa completamente e nel modo più ridicolo, come testimonia anche la seguente riflessione: pur abbandonando la prospettiva della Rivoluzione Russa come modello valido per tutti i Paesi, «ciò non di meno il comunismo staliniano teneva ferma l’esigenza di velocizzare il progresso industriale e tecnico entro i confini dell’Unione Sovietica» (16). In primo luogo il «comunismo staliniano» non fu mai un comunismo (magari solo «reale»), ma semmai ne fu l’esatto contrario; in secondo luogo, «il progresso industriale e tecnico» promosso dallo stalinismo si dipanò interamente sul terreno di un Capitalismo (più o meno di Stato) fortemente orientato a sostenere le ambizioni imperialistiche della moderna Russia, sempre in assoluta continuità con la tradizione Grande-Russa osteggiata fino al suo ultimo respiro da Lenin (17). L’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia (vedi la “collettivizzazione” forzata nella campagna russa, lo spostamento di intere popolazioni da una regione all’altra del vastissimo Paese, lo stacanovismo, ecc. ecc.) è una terribile pagina del Grande libro nero del Capitalismo mondiale.

Veniamo alla seconda e più colossale balla speculativa (e mi scuso per la moderazione): «La stessa Guerra Fredda, a ben vedere, si profilò allora anche come lotta “cronopolitica” contro il capitalismo occidentale per dimostrare che il comunismo era in grado di garantire una marcata accelerazione al progresso». Naturalmente la cosiddetta Guerra Fredda fu solo una contesa imperialistica tra le due Super Potenze che sconfissero le velleità imperialistiche non solo della Germania, del Giappone e dell’Italia, ma altresì dell’Inghilterra e della Francia, declassate al rango di medie potenze. Va da sé che se uno dà credito, magari solo per criticarlo, al «comunismo staliniano» non può che scrivere insulsaggini del conio che segue: «Fu questo lo scenario della “storia-mondo” quale resistette fino al 1989, l’anno in cui il sogno di Marx e dei progetti politici che a lui si erano variamente ispirati rimase sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino». Secondo il giovane filosofo di successo anche l’incolpevole Carletto sarebbe dunque finito sotto le macerie che ventiquattro anni fa colpirono le teste dei cattivi maestri di “marxismo” del nostro intellettuale. Ognuno può scegliere se ridere o se piangere.

il-protagonista-di-1984«La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore. Le esperienze rivoluzionarie sono l’esempio più significativo di questa passione futurologica: pensiamo alla Rivoluzione francese e a quella bolscevica, alla loro “passione futurologica”. Oggi invece, dal 1989, con il crollo del Muro di Berlino, il futuro come orizzonte progettuale si è estinto: non viviamo più in nome del futuro, ma in nome del presente stesso, che tende a farsi intrusivo, totale, onnipresente, eterno. La freccia del tempo storico pare essersi bloccata lungo il suo tragitto: la storia stessa, con il suo incessante fluire, sembra essersi improvvisamente congelata. Questa eternizzazione del presente si accompagna a una raggelante desertificazione dell’avvenire» (18). Essendo per un verso molto intelligente ed erudito, ma non possedendo d’altra parte un solo grammo di coscienza di classe, Fusaro non è in grado di mettere in relazione la grande menzogna del «socialismo in un solo Paese» con la «raggelante desertificazione dell’avvenire» che lamenta, che maldestramente egli associa unicamente al trionfo del cosiddetto «Capitalismo selvaggio» di matrice americana nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti) 1989. Suo malgrado egli alimenta il gelo che incatena la «freccia del tempo storico» in una disumana lastra di ghiaccio.

Battersi contro la più grande e terribile menzogna del XX secolo (il «comunismo staliniano»), contro la menzogna che ha sequestrato la stessa speranza in una possibile emancipazione universale, significa comunicare ai dominati e agli offesi dal Dominio che il futuro della liberazione è ancora tutto da praticare. Checché ne dicano certi critici dalla coda di paglia  del «comunismo storico novecentesco», il Comunismo non è fallito semplicemente perché esso non ha mai avuto modo di realizzarsi da nessuna parte. Ma per comprendere questa potente verità occorre soprattutto coscienza – di classe.

Il Lavoro completo si trova qui.

(1) V. Gioia, Sviluppo e crisi nel capitalismo monopolistico, pp 83-84, Dedalo, 1981.
(2) Alla fine del 1877 Marx scrisse alla redazione di Otečestvennye Zapiski, per rispondere all’articolo dell’economista russo G. Žukovskij, e in tal modo precisare il carattere storico, e non astrattamente filosofico, del capitolo dedicato alla «cosiddetta accumulazione originaria» che compare alla fine del primo libro (il solo che vide la luce Marx vivente) del Capitale.  Con ciò Marx intese anche dissociarsi dalle posizioni dello scrittore populista N. K. Michajlovskij, il quale «credette di dover prendere le difese di marx sulle colonne dell’ Otečestvennye Zapiski, cadendo però a sua volta in travisamenti del suo pensiero, soprattutto quanto al problema della “inevitabilità” in ogni ambiente storico del processo di disgregazione delle economie ancora basate sull’unità fra produttore e mezzi di produzione, che Il Capitale aveva descritto in rapporto ai paesi di capitalismo pieno» (K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, Note curate B. Maffi, nota 45, p. 294, Il Saggiatore, 1960).
(3) Il 16 febbraio 1881 la rivoluzionaria russa Vera Zasulič sollecita a Marx un’opinione circa il futuro delle tradizionali forme comunitarie agricole russe. Scrive Marx: «Come ultima fase della formazione primitiva della società, la comunità agricola è allo stesso tempo una fase di transizione verso la formazione secondaria, di transizione, cioè, fra la società fondata sulla proprietà comune e la società fondata sulla proprietà privata. La formazione secondaria comprende, beninteso, la serie delle società fondate sulla schiavitù e sulla servitù della gleba. Ma ciò significa forse che lo svolgimento storico della comunità agricola deve portare inevitabilmente a questo risultato? Certamente no. Il dualismo nel suo seno consente un’alternativa: o l’elemento proprietario in essa avrà il sopravvento sull’elemento collettivo, o accadrà il contrario. Tutto dipende dall’ambiente storico in cui essa si trova» (Dal terzo abbozzo della lettera di Marx a V. Zasulič del 16 febbraio 1881, in K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, p. 242, Il Saggiatore, 1960). «La “fatalità storica” di questo movimento è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale», si legge nella stesura definitiva dell’8 marzo 1881 (La lettera di Marx a Vera Zasulič si trova anche in Marx-Engels, Lettere sul Capitale, p. 165, Laterza, 1971).
(4) P. P. Poggi, L’ obščina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, pp. 15-17, Jaca Book, 1978.
(5) Dal terzo abbozzo della lettera di Marx a V. Zasulič del 16 febbraio 1881, in K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, p. 241.
(6) K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, Note, nota 47, p. 295.
(7) K. Marx, F. Engels, Prefazione all’edizione russa del 1882 del Manifesto del partito comunista, in India, Cina, Russia, p. 246.
(8) Lettera di Engels a Daniel’son del 24 febbraio 1893, in K. Marx, F. Engels, India, Cina, Russia, p. 268.
(9) D. Fusaro, Essere senza tempo, p. 273.
(10) Sulla rivoluzione cinese rinvio al mio lavoro Tutto sotto il cielo – del Capitalismo. Il PDF è scaricabile dal blog.
(11) S. Isaia, Riflessioni sulla “rivoluzione cubana”, post del 23 marzo 2012. «Se vogliamo essere pignoli, o semplicemente più precisi, dobbiamo dire che essa si caratterizzò come rivoluzione semicoloniale, ed esattamente come la prima e più importante rivoluzione di quel tipo dalla fine della Seconda guerra mondiale. I paesi semicoloniali si caratterizzavano, rispetto a quelli coloniali, per la loro formale dipendenza politica, mentre la loro dipendenza economica – e dunque la loro reale sudditanza politica – nei confronti della potenza imperialistica di riferimento (nel nostro caso gli Stati Uniti) era pressoché assoluta» (ivi).
(12) D. Fusaro, Essere senza tempo, 276.
(13) S. Isaia, Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924), p.116. Il PDF è scaricabile dal blog.
(14) Lenin, La Nuova Politica Economica, Opere, XXXIII, p. 46, Editori Riuniti, 1967.
(15) S. Isaia, Lo scoglio e il mare, p. 116.
(16) D. Fusaro, Essere senza tempo, p. 281.
(17) Nel fuoco dello scontro che vide Stalin, diventato da poco tempo Segretario generale del partito, opporsi ai fautori di una integrazione “morbida” delle tre repubbliche sovietiche autonome del Caucaso (Armenia, Georgia e Azerbajdžan) nell’ambito della Federazione Sovietica centrata su Mosca Lenin si schiera subito dalla parte dei “morbidi” contro l’atteggiamento “grande-russo” di Stalin, definito, soprattutto dai suoi compatrioti georgiani, “nazionalsocialista”. «Politicamente responsabile di tutta questa campagna, veramente nazionalista-grande-russa, bisogna considerare, naturalmente, Stalin e Dzerginski» (Lenin, Appunti del 31 dicembre 1922, Opere, XXXVI, p. 444, Editori Riuniti, 1969)». «Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione [ossia la necessità di una “grande prudenza, di un grande tatto e una grande capacità di compromesso”], quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe» (ivi, p. 442).
(18) D. Fusaro, Essere senza tempo nel “tic-tac” del capitalismo, da Sinistrainrete, 15 novembre 2012.