APPENA SFORNATO: L’Angelo Nero sfida il Dominio

Brossura, pp. 224, formato 12 x 18, copertina a colori.
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A questo saggio non si può certo rimproverare né un difetto di tempestività né la mancanza di respiro (storico, sociologico, politico) nel modo in cui approccia temi che sembravano essere usciti definitivamente dal nostro orizzonte di Civiltà, e che sono invece tornati prepotentemente alla ribalta. La crisi sociale sistemica nella quale ci troviamo immersi ha generato una serie di “ritorni” che hanno spiazzato non poco la politica e la scienza sociale. Ritorno dello Stato-Nazione, ritorno dei confini nazionali, ritorno dell’imperialismo europeo, ritorno del misticismo, ritorno della “rivoluzione”: come si amalgama tutto ciò con l’epoca della globalizzazione? Si avverte il bisogno di trovare nel caotico dipanarsi degli eventi che rigano la Società-Mondo del XXI secolo un filo conduttore che non annulli la complessità del tutto, ma che la renda almeno intellegibile e, soprattutto, permeabile alla critica. Questo saggio ha l’ambizione di toccare da una prospettiva radicalmente critica questioni – afferenti i significati di Politica, Diritto, Violenza, Nemico, Democrazia, Libertà, Civiltà – in realtà mai archiviate dalla nostra società.

LA GIUSTIZIA SOVRANA PUÒ TOCCARE CAINO. ECCOME!

L’ambigua formula fare giustizia – o giustiziare – sembra essere stata coniata apposta per trarre in inganno le vittime della Giustizia (cit. tratta da L’Angelo Nero sfida il Continuum del Dominio).

A diversi commentatori politici progressisti non è proprio andata giù la virile frase obamiana «Giustizia è stata fatta». Se l’avesse profferita un Repubblicano Reazionario (magari bianco e petroliere!), la cosa poteva anche spiegarsi, ma in bocca a un Presidente Democratico come Obama… Che scandalo! Anche perché sembra che le informazioni che hanno permesso di individuare il bunker dell’ex Signore del Male siano state estorte dalla Cia ad alcuni ospiti del lager di Guantanamo attraverso la tortura.

Insomma, per questi critici di Obama il Giustiziere, la liquidazione fisica di Osama ha significato la liquidazione dello Stato di Diritto, con annessi «Diritti Umani»: «Bell’esempio abbiamo dato alle giovani democrazie arabe sorte dalla Rivoluzione di Primavera!»
La mia tesi, che sviluppo nell’Angelo Nero di prossima pubblicazione, è che il Potere di torturare e giustiziare il Nemico non solo non contraddice lo Stato di Diritto e il concetto – non ideologico ma storico e sociale – di Giustizia, ma piuttosto lo conferma al massimo grado.

Da L’ANGELO NERO sfida il Continuum del Dominio

Assai opportunamente Jacques Derrida ha posto i riflettori sul termine tedesco Gewalt, un concetto «così difficilmente traducibile», che significa «”violenza” ma anche “forza legittima”, violenza autorizzata, potere legale, come quando si parla di Staatsgewalt, il potere di Stato». Con ciò balza agli occhi quanto il linguaggio della filosofia occidentale più profonda esprima bene l’inestricabile legame che da sempre unisce la violenza al potere.
Apparirà allora meno azzardata e bizzarra l’dea, sostenuta in questo libro, secondo la quale l’espansione dei diritti (dai diritti cosiddetti «umani» a quelli sociali e civili) genera necessariamente l’espansione del Diritto, ossia del dominio sociale nella sua complessa e violenta totalità.

Il concetto di fondamento mistico delle leggi Derrida lo ricava da Montaigne: «Ora, le leggi mantengono il loro credito non perché sono giuste, ma perché sono leggi. È il fondamento mistico della loro autorità; non ne hanno altri… Chiunque obbedisca loro perché sono giuste, non obbedisce loro giustamente come deve» . La legge è ingiusta? Proprio per questo la rispetto! Qui Tertulliano docet. Porsi il problema della giustizia della Norma significa minarne in radice l’autorità, allo stesso modo in cui l’ateismo vuole provare l’esistenza di Dio sul piano dell’evidenza scientifica. La sola evidenza che soddisfa il vero credente è la sua cieca fiducia nell’esistenza dell’Istanza Suprema, del Supremo Sovrano. Amen!

Per Montaigne il discorso intorno alla giustizia delle leggi non è che una superfetazione, una finzione che permette ai potenti di indolcire l’amara pillola del dominio, un po’ come le donne, per mezzo del trucco, «si abbelliscono di una bellezza falsa e presa a prestito». La Scienza del Diritto come cosmesi chiamata a ricoprire con una mano di giustizia il brutto, duro e violento volto della Legge: non male!

La Legge si legittima da sé; la sua autorità e la sua legittimità promanano spontaneamente – naturalmente – dal suo status sociale, non dal suo essere più o meno giusta. Anche in considerazione del contenuto fortemente relativistico del concetto di giustizia, la cui natura problematica non a caso attirò l’interesse degli illuministi del XVIII secolo (De Sade compreso).

Per Derrida «Il diritto non è la giustizia». A me sembra più corretto dire del diritto che esso è la giustizia che le classi dominanti impongono all’intera società. L’ambigua formula fare giustizia – o giustiziare – sembra essere stata coniata apposta per trarre in inganno le vittime della Giustizia. Le stesse classi dominate accettano, in linea di principio, come naturale un ordine sociale che prevede la divisione classista delle funzioni, e ne contestano, vivendoli come «ingiusti», solo gli «eccessi». Esse non comprendono come la regola stia proprio nell’eccezione, come in essa si radichi la vera natura del dominio sociale, come l’«ingiustizia» sia il vero volto della Giustizia.

STRAPOTENZA DELLO STATO DI DIRITTO, IMPOTENZA DELL’INDIVIDUO

La breve riflessione che segue mi è stata suggerita, tra l’altro, dalle polemiche che si sono sviluppate all’indomani della scomparsa di Mario Monicelli. Ancora caldo il cadavere del grande regista italiano, mi è toccato assistere allo spettacolo davvero vomitevole offerto dai soliti «sciacalli etici», di “destra” e di “sinistra”, i quali vi si sono fiondati contro nel macabro tentativo di sbranarne l’anima. Come spesso accade, gli sciacalli sinistrorsi hanno sbaragliato la concorrenza, lasciandosi andare ad un luogocomunismo francamente ripugnante, oltre che ridicolo. Ma ciò che più mi ha disgustato sono stati coloro che hanno approfittato dell’ultimo «scatto in avanti» del vegliardo per perorare la causa dell’eutanasia e del «suicidio assistito». La morte passata dalla mutua. Lo Stato di diritto, essi dicono, deve prendersi cura della nascita (magari ingravidando le donne che non vogliono avere rapporti intimi con gli uomini), della vita e della morte di ogni cittadino. Insomma, lo Stato di Diritto come Padre Padrone Universale. Mi chiedo quale spazio di manovra esistenziale conservi ancora l’individuo.

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Si dice che la legge burocratizzi tutto quel che tocca. Penso che sia vero e invito a riflettere sulle cause immediate e lontane di questa verità che mi appare alla stregua di un’evidenza solare. Ma ciò che a me appare oltremodo evidente può benissimo non esserlo per gli altri, e per questo “socializzo” questa riflessione, in modo che gli altri possano confermare o confutare il mio punto di vista.

Il fatto che nel quadro dell’attuale regime sociale i cosiddetti diritti (politici, sindacali, civili, ecc.) debbano necessariamente incontrare la prassi legislativa dello Stato, è cosa che risulta incomprensibile solo al pensiero anarchico. Il punto è che ai teorici dei diritti per tutti e per tutto sfugge completamente la maligna dialettica per cui l’espansione dei diritti deve necessariamente implicare l’espansione del dominio sociale. Infatti, lungi dall’essere la camera di compensazione degli interessi e dei bisogni che si confrontano e si scontrano nella società civile, nonché il massimo garante del «patto sociale», lo Stato rappresenta in realtà la suprema espressione degli interessi generali e vitali delle classi dominanti.

Un bisogno sociale di qualsiasi genere riconosciuto dallo Stato e trasformato in un diritto, ci dice che esso non rappresenta, o non rappresenta più, un problema per lo status quo, e se e quando lo diventasse, o ridiventasse (pensiamo, ad esempio, ai diritti sindacali), esso sarebbe certamente negato in quanto diritto e, se le circostanze lo imponessero, violentemente rintuzzato. Peraltro con piena legalità, la quale scaturisce direttamente dai rapporti sociali dominanti in una data epoca storica. La stessa complessità della moderna società capitalistica ha fatto sì che i bisogni socialmente compatibili venissero inseriti in una maglia sempre più fitta di diritti d’ogni tipo.

L’espansione dell’area dei diritti non ci parla, quindi, di uno Stato «sempre più libero e democratico», ma piuttosto di un dominio sociale sempre più forte, capillare, invadente e dispotico, e in grazia di ciò i teorici acritici dei diritti universali (diritto al matrimonio omosessuale, diritto all’eutanasia e al suicidio assistito, diritto alla procreazione assistita senza limiti di tempo e di condizioni sanitarie, diritto allo “sballo”, diritto a mangiare con le mani anziché con coltello e forchetta, ecc.) sono, forse loro malgrado, gli apologeti più zelanti della cattiva (disumana) società. Essi vedono un avanzamento del progresso e della civiltà, in un processo che fondamentalmente si risolve in un ulteriore doloroso restringimento del già angusto e negletto spazio umano.

Che le cose stiano così, lo suggerisce, tra l’altro, il senso di vuoto esistenziale che si diffonde proprio nelle società più progredite dal punto di vista del «benessere» e dei «diritti umani e civili»; parlo di quella «malattia dell’anima» che cerchiamo di fronteggiare con medicine più o meno “alternative”, sedute psicoanalitiche, religioni a basso impatto teologico (spiritualità sì, ma senza esagerare troppo!), e quant’altro offre una società che sembra poter offrire – a pagamento, beninteso – un rimedio per ogni disfunzione che essa crea. Ogni magagna crea un business: che forza questo capitalismo! L’attivismo teologico del Pastore Tedesco si spiega con questa epocale e micidiale crisi di senso, ed è per questo che ogni sua interpretazione in chiave scientista e laicista non ne coglie né il significato sociale né il “risvolto” politico. Per chi scrive non si tratta certo di coltivare impotenti e ridicole nostalgie passatiste (del tipo: «non ci sono più i froci di una volta, i quali almeno suscitavano scandalo e sputavano sul matrimonio borghese, mentre i gay di oggi fanno “tendenza” e si propongono di salvare l’istituzione matrimoniale dal suo agognato naufragio!»); si tratta piuttosto di riflettere seriamente intorno alla qualità, alla natura tutt’altro che pacifica (in tutti i sensi) del nostro cosiddetto progresso civile, il quale negherà sempre – e necessariamente – alla radice il solo “diritto” che davvero importa: quello di diventare uomini.