MAKE AMERICA BREAKING BAD

«Io dubito che sarei qui se non fosse per i social media, sarò onesto» (D. Trump, 22 ottobre 2017).
«Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata» (Mark Zuckerberg). Lei non sa chi sono io! Io sono il Presidente degli Stati Uniti, nientedimeno! «Shut up!»
La Comunità che ci apparecchiano i capitalisti del Web è sempre più intransigente circa ciò che può essere definita comunicazione politicamente corretta. E allora un maligno sospetto mi viene, pensando ai miei post pubblicati su Facebook e rilanciati su Twitter…

Ho appena finito di leggere un articolo molto interessante che Raffaele Alberto Ventura scrisse nel 2016 per dar conto del “fenomeno-Trump” con un approccio inteso ad andare oltre le comode interpretazioni che su di esso allora circolavano nel cosiddetto mainstream politico e giornalistico, diviso in tifosi e avversari del “populismo”. I concetti chiave che informano l’artico sono sostanzialmente due, intimamente legati tra loro: declassamento sociale e povertà relativa. «La minaccia del declassamento ti spinge a fare cose davvero pericolose».

Che titolo possiamo dare al grottesco spettacolo andato in scena lo scorso 6 gennaio a Washington? Tentato colpo di Stato? Rivolta? Rivoluzione («Siamo rivoluzionari», ha proclamato un barbuto assalitore di Capitol Hill, noto “suprematista” bianco)? Populismo? Fascismo? Isteria e idiozia di massa? Teppismo? Volgare carnevalata? Colpo di coda finale? Trumpismo (magari a riassumere tutti gli altri)? Ognuno può scegliere il titolo che più gli aggrada, tanto più che oggigiorno parole e concetti si guardano in cagnesco evitando di frequentarsi – e più spesso di quanto si creda, anche alle nostre spalle, ai nostri danni. Certo è, che ripensando ai fatti americani
dell’Epifania a me vengono in testa due concetti: crisi del sistema sociale americano e miseria sociale/esistenziale; si tratta, come si vede, di due concetti che si danno la mano, che rinviano a una stessa cosa. Ma di questo scriverò, forse, un’altra volta.

Nel suo editoriale di oggi Stefano Feltri ha colto, a mio avviso, un aspetto fondamentale della vicenda americana di questi giorni, sebbene egli la osservi da una prospettiva che mi è completamente estranea e ostile. Scrive Feltri: «Zuckerberg ha dimostrato di poter imbavagliare un presidente degli Stati Uniti in carica, forse nella speranza di ottenere favori da quello entrante, forse per il bene della democrazia, o per un’esibizione muscolare di forza. Poco importa: anche il peggiore dei presidenti, quale è senza dubbio Trump, ha alle spalle milioni di elettori. Zuckerberg risponde soltanto a sé stesso, visto che è amministratore delegato di Facebook ma anche primo azionista. Mentre Zuckerberg cerca facili applausi contro Trump, cambia in modo unilaterale le regole della privacy di WhatsApp, mettendo i dati del servizio di messaggistica a disposizione di Facebook. Esattamente quello che aveva promesso di non fare quando, nel 2016, aveva chiesto l’autorizzazione alla fusione. Zuckerberg è un pericolo per la democrazia assai maggiore di Jack Angeli, lo sciamano con le corna che ha assaltato il Congresso, e anche del suo mandante, cioè Trump» (Domani). Ma a sua volta, cosa incarna (di cosa è «rappresentante personificato», avrebbe detto lo sciamano di Treviri) Zuckerberg? Del Capitale, si capisce! Del Capitale nelle sue diverse forme, a partire da quelle che afferiscono alla vasta costellazione tecnoscientifica che permette al democratico e progressista padrone di Facebook di intascare grassi e facili profitti.

Dinanzi alla potenza del Capitale, il Presidente degli Stati Uniti, probabilmente l’uomo più potente esistente oggi sulla faccia della Terra, o quantomeno ritenuto tale, ha fatto la miserrima figura di un utente internettiano qualunque. La valigetta con i codici dei missili nucleari evocata da Nancy Pelosi evidentemente non ha impaurito nessuno, e la Borsa di New York ha festeggiato da par suo l’uscita di scena della vecchia Amministrazione mentre la «feccia trumpiana» assaltava il Campidoglio, il tempio della democrazia (capitalistica/imperialista) venerato da tutti i sinceri democratici del pianeta. E di fatti, a Pechino, a Mosca, a Teheran e a Istanbul si sprecavano le «maligne battute» sulla fragile e caotica democrazia americana che non riesce a difendere nemmeno i suoi più prestigiosi santuari: «Si venga a lezione da noi, anziché pretendere di darci lezioni di efficienza istituzionale e di democrazia!» Hong Kong insegna, appunto.

Lucio Caracciolo suggerisce cautela ai nemici, più o meno dichiarati, dell’Impero Americano: «Non si può escludere che per ricompattare la nazione e rinsaldare il primato nel mondo alcuni poteri americani siano pronti a scatenare una guerra, possibilmente breve e vittoriosa, che punisca almeno uno fra i tre supernemici [Cina, Russia, Iran]. Di sicuro l’imprevedibilità degli Stati Uniti destabilizza il sistema delle cosiddette relazioni internazionali, già in entropia. […] Fra qualche anno, forse, scopriremo negli attuali soci [Germania e Francia, in primis] in via di emancipazione dal controllo americano una lancinante nostalgia per i tempi in cui dovevano tacere, ubbidire e godersi la vita sotto l’ombrello a stelle e strisce» (La Stampa). Federico Rampini esprime concetti simili: «Nella nuova guerra fredda Usa-Cina, gli europei sono convinti di potersi ritagliare una posizione intermedia, scegliendo di volta in volta da che parte stare, in base ai propri interessi geo-economici e strategici. Non accettano che la riscoperta solidarietà occidentale sia un pretesto per subordinarli alle priorità di Washington, neanche sotto un nuovo presidente atlantista e multilateralista. Pensano perfino di poter insegnare a Biden la giusta via per estrarre concessioni da Xi. A loro volta, gli europei non dovranno scandalizzarsi se l’agenda Biden sarà segnata dal nazionalismo economico. Meno rozza nei modi, rispetto all’agenda Trump, ma non del tutto diversa» (La Repubblica).

Insomma, anche con la nuova Amministrazione i tempi non cessano di essere “interessanti”, e lo stesso Sleepy Joe sembra già un po’ più arzillo. Diciamo.

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LA LOTTA MONDIALE ALLA PANDEMIA COME MOMENTO NON SECONDARIO DELLA CONTESA INTERIMPERIALISTA

A testimoniare della natura squisitamente sociale – e per nulla naturale – della crisi sanitaria mondiale di questi mesi, giunge anche la ritorsione del Presidente Trump nei confronti dell’Organizzazione Mondiale della sanità, accusata non solo di grave negligenza e pressappochismo in tutta la questione epidemica, ma di essersi mossa di fatto in piena sintonia con gli interessi cinesi, cosa che l’avrebbe portata addirittura a «insabbiare informazioni e dati sulla diffusione dell’epidemia» (*). Bisogna dire che la decisione di Trump non giunge inattesa, dal momento che essa «è stata annunciata da giorni e sostenuta persino dai media americani anche più progressisti» (Notizie Geopolitiche). Scrive Enrico Oliari: «Il sospetto della Casa Bianca e non solo è che l’asse tra i cinesi e l’Oms sia consolidato, anche perché nel 2017 l’etiope Ghebreyesus fu eletto con i voti di quasi tutti i paesi africani, gli stessi in cui Pechino detta legge attraverso il neoimperialismo coloniale. Di certo la polemica torna utile allo stesso presidente nella logica dello scarica barile, dal momento che i suoi ordini e i contrordini sulla gestione dell’epidemia negli Usa si stanno traducendo nei dati di oggi: 600mila contagiati e 25mila morti» (Notizie Geopolitiche).

Per il Corriere della Sera «L’Oms si è mossa in ritardo e, pur lanciando allarmi, per molto tempo ha evitato di sollecitare interventi radicali dichiarando la pandemia soltanto dopo un mese. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è andato a Pechino ad omaggiare Xi Jinping per la sua presunta trasparenza anche se la Cina ha nascosto a lungo le reali dimensioni dell’epidemia: ed è verosimile che l’organizzazione si sia comportata in questo modo perché marcata stretta dalla Cina». Come si vede, anche qui viene avanti il rapporto che la Cina ha stretto con il direttore dell’OMS e, più in generale, le conseguenze sul piano geopolitico della dinamica e capitalisticamente aggressiva presenza dell’imperialismo cinese in Africa – e non solo

In un’intervista a Repubblica, l’ambasciatore della Cina in Italia Li Junhua ha dichiarato che «La Cina è pronta a fare da guardiano all’ordine mondiale e da riparatrice dell’economia globale»: è chiaro che questa chiara strategia non può non inquietare l’imperialismo americano, il quale evidentemente capisce che l’ordine mondiale che la Cina intende difendere inizia a penalizzarlo in modo sempre più serio e su diversi fronti.

Da più parti in Occidente si sostiene che la Cina stia approfittando della crisi epidemica per espandersi economicamente, politicamente e ideologicamente in quei Paesi europei fiaccati dalla crisi epidemica. La particolare struttura politico-istituzionale della Cina avrebbe permesso a questo Paese di mostrare una grande resilienza sistemica e un’eccezionale capacità di reazione, e ciò l’avrebbe messo nelle condizioni di avvantaggiarsi delle altrui debolezze. Come sempre nelle guerre, alla fine c’è chi perde e chi vince. Naturalmente le classi subalterne di tutti i Paesi, sia che appartengano al novero dei vinti che a quello dei vincitori, da questa guerra escono sempre e puntualmente come perdenti, ma questo è un altro (forse) discorso. Ha ragione chi teme il rafforzamento dell’imperialismo cinese anche grazie all’epidemia in corso? Non c’è dubbio. Ma non si tratta, ovviamente, di cattiveria, ma della natura del capitalismo/imperialismo mondiale. Di solito le nazioni si scandalizzano per l’altrui attivismo imperialista, mentre il loro proprio imperialismo non lo vedono neanche: «Il nostro Paese desidera per il mondo pace, armonia, prosperità e uguaglianza tra le nazioni». Come no! Perché dunque scandalizzarsi della pratica imperialista della Cina? Chi si scandalizza mostra di difendere interessi che fanno capo ad altri imperialismi: ad esempio a quello americano, o a quello europeo – che ancora fatica a trovare una “sintesi” nell’Unione Europea.

«Il coronavirus è l’ultima arma del nuovo imperialismo cinese?», domanda Luca Forestieri di Rolling Stone alla sinologa Giada Messetti. «Finita la pandemia», continua Forestieri, «l’equilibrio di forze potrebbe cambiare e la Cina di Xi Jinping potrebbe soffiare agli Stati Uniti il primato di maggiore economia mondiale». Che ne pensa di questo scenario l’autrice di Nella testa del dragone (Mondadori, febbraio 2020)? La via della seta e la via della sanità hanno a che fare con le mire egemoniche dell’imperialismo cinese? Ecco la risposta della sinologa: «È un modus operandi esattamente com’è stato quello degli USA dopo la seconda guerra mondiale: avere un controllo geopolitico di alcune parti del mondo da parte della Cina. Anche gli USA non hanno dato i soldi all’Europa [dopo la Seconda guerra mondiale] per benevolenza. E così la Cina: ha un surplus pazzesco e cerca nuovi mercati in cui vendere le merci. […] È il soft power cinese che si sostituisce a quello americano. Una volta erano gli americani che aiutavano. Adesso sono i Cinesi che si stanno raccontando all’esterno come coloro in grado di fornire aiuti e assistenza. Tanto che in Cina si parla già di “Via della Seta sanitaria”». È la contesa interimperialistica, e tu non puoi farci niente, sciocco occidentale! A proposito: si scrive «modus operandi», si legge prassi imperialista.

«Più capitalista o più socialista. Come sarà la Cina del futuro?», chiede ancora Luca Forestieri, il quale evidentemente non ha letto i miei fondamentali scritti (faccio dell’ironia!) sulla Cina, a Giada Messetti. «Non so rispondere, ma penso che la Cina diventerà sempre di più un modello a cui noi guarderemo. Il capitalismo cinese è un mix tra socialismo e capitalismo perché sono riusciti a rendere cinese il capitalismo occidentale». Ma non sarebbe stato più corretto e semplice rispondere che quello cinese non è che un capitalismo “con caratteristiche cinesi”? Un «mix tra socialismo e capitalismo» è una formula che sarebbe molto piaciuta a Marx: anche qui, faccio della facile ironia. Come ho scritto non so quante volte commentando le risibili (qui invece faccio dell’eufemismo) tesi dei tifosi occidentali del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “sovrastruttura” politico-istituzionale della Cina è (è sempre stata, da Mao a Xi Jinping, con la mediazione di Deng Xiaoping) perfettamente adeguata alla sua “struttura” economica-sociale, la quale è capitalistica al 100 per cento. «Ma il Partito che dà sostanza al regime autoritario cinese si chiama comunista!». Ecco, appunto, si chiama

Naturalmente i sostenitori dell’imperialismo occidentale hanno tutto l’interesse ad accreditare la natura “comunista” del regime cinese, in modo da celare gli interessi imperialistici che difendono dietro una cortina di lotta ideologica (secondo il ben noto e rodato schema dello scontro fra le civiltà), e da poter dimostrare ai lavoratori occidentali quanto poco appetibile sia un “regime comunista”, il quale quanto a sfruttamento della forza lavoro e a oppressione politica («In Cina gli operai se li sognano i sindacati liberi e indipendenti!) vince la gara con i regimi democratici occidentali.

Ancora la sinologa Messetti: «L’Occidente ha sfruttato la Cina per avere profitti più alti perché avevano bisogno di manodopera a basso costo. La Cina l’ha fatto, ma quando ha acquisito le competenze, ha detto “Ok, noi ora vogliamo diventare la potenza tecnologica più avanzata del mondo”. Non è rimasta passiva, ma ha girato le cose a suo vantaggio. E ora è arrivato il suo momento. La Cina se ne frega della cultura occidentale, fa come dice lei perché crede che il suo metodo sia superiore al nostro. Ed è la prima volta che l’Occidente si ritrova in questa situazione dopo secoli in cui si è sentito superiore rispetto agli altri». Non c’è che dire, l’imperialismo occidentale ha trovato pane imperialistico per i suo denti – e sempre posto che abbia un senso mettere l’Europa e gli Stati Uniti in un solo fascio, mentre in realtà molte e profonde le faglie di scontro sistemico tra le due sponde dell’Atlantico, e questo ancora una volta porta acqua al mulino del Celeste Imperialismo.

Per Vittorio Emanuele Parsi (Il Messaggero) la frenata economica di Cina e Stati Uniti provocata dalla pandemia potrebbe rivelarsi «la vera chance per l’Europa», la quale potrebbe approfittare della momentanea debolezza di quei due Paesi per acquistare autonomia e capacità di iniziativa geopolitica. Secondo Francesco Bechis, l’attivismo cinese in Europa si spiega anche con una serie di problemi che la Cina si trova a dover affrontare: «Ora che gli Stati Uniti di Donald Trump hanno iniziato a rispondere con i fatti e a venire in soccorso degli alleati europei, la “coronavirus diplomacy” cinese nel Vecchio Continente è entrata in una nuova, più aggressiva fase della campagna diplomatica per stringere rapporti (e contratti) con i partner del Vecchio Continente nel guado dell’emergenza sanitaria. Due le ragioni che spiegano una così brusca accelerazione. La prima: la crisi economica. Oggi mantenere un accesso privilegiato al mercato europeo non è un optional, è questione di vita o di morte per l’economia cinese. La caduta a picco del Pil, che, scrive Reuters, gli analisti stimano in un -6,5% sull’anno precedente da gennaio a marzo, -9,9% su base trimestrale, preoccupa non poco le feluche cinesi. Per trovare un precedente bisogna risalire al 1992. Se si pensa che nel primo trimestre del 2019 il Pil cinese è cresciuto del 6% si ha una dimensione del baratro. La seconda: non tutto fila liscio nella campagna cinese in Europa a suon di aiuti internazionali, mascherine, equipaggiamento medico. Negli ultimi giorni, il piano di Xi Jinping ha iniziato a mostrare le prime crepe» (Formiche.net). Staremo a vedere. Naturalmente Bechis, essendo un sostenitore del “mondo libero e democratico”, si augura che la controffensiva americana abbia pieno successo. Personalmente tifo invece per la catastrofe del Capitalismo/Imperialismo mondiale preso in blocco, nella sua disumana ed escrementizia totalità, ma questi sono dettagli che forse ai lettori non interessano.

Il noto scienziato sociale Alessandro Di Battista non ha invece alcun dubbio su dove punti l’ago della bilancia nella lotta per il potere mondiale: «La Cina vincerà la Terza guerra mondiale senza sparare un solo colpo. Noi abbiamo carte da giocare in Europa, come il rapporto con la Cina» (Il Fatto Quotidiano). Alla luce della sapienza geopolitica del “leader di riserva” dei pentastellati, dire che «La Cina è vicina», come si diceva una volta, suona del tutto anacronistico: la Cina è già qui e non se ne andrà più, per la felicità dei tifosi del “modello cinese”.

Scrive Jacob L. Shapiro: «Stati Uniti e Cina sono i due pilastri dell’economia globale. Insieme, assommano il 40% del pil mondiale. Eppure, la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus non ha avvicinato i due paesi. Anzi, li ha ulteriormente allontanati. In questo momento le relazioni bilaterali sono ai minimi dagli anni della guerra in Vietnam, quando Pechino inviò centinaia di migliaia di soldati nel Vietnam del Nord per supportare i vietcong. Il mondo già ne soffre, ma è molto probabile che abbia a soffrirne ancora di più» (Limes). Il futuro non promette nulla di buono? Niente sarà più come prima, è d’altra parte il mantra del momento: non so a chi legge, ma a me quel mantra suona oltremodo sinistro. La “nuova normalità” si annuncia ancora più brutta di quella vecchia, su ogni aspetto della vita individuale e sociale. Ora, e per non dar libero corso al mio antipatico pessimismo, non si vede perché «la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus» avrebbe dovuto avvicinare i due Paesi che oggi si contendono il primato mondiale in ogni ambito della contesa imperialistica: in quello economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, militare, ideologico. La stessa lotta alla pandemia si è presto e necessariamente trasformata in una continuazione della guerra mondiale sistemica con altri mezzi, in un suo importante, e per molti analisti geopolitici perfino decisivo, momento di quella guerra. Per Le Monde, la pandemia forza tendenze già presenti sulla scena geopolitica da molto tempo e segna il definitivo tramonto dell’Occidente, la cui egemonia sistemica (economica, politica, culturale) sul mondo passa decisamente nelle mani dell’Oriente più estremo: dalla Cina alla Corea del Sud – che non a caso hanno offerto al mondo i due modelli ritenuti più di successo nella lotta al Covid-19. Avremo modo di verificare la solidità di questa tesi, la quale peraltro riprende la ben nota “profezia” di Oswald Spengler esposta nel suo famoso libro pubblicato nell’estate del 1918 – nel pieno della Spagnola.

«Il virus – osserva Shapiro – colpisce gli esseri umani indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso, dalla nazionalità. Il virus non guarda se il suo ospite è americano, cinese, spagnolo o sudafricano. Il dolore di perdere i propri cari, la paura di lasciare casa, la necessaria ma innaturale necessità di isolarci dalle nostre comunità, l’incertezza economica sono divenute esperienze universali nelle ultime settimane. Per il Covid-19, siamo tutti uguali». Com’è ingenuo, signor Shapiro! Per il virus un “ospite vale l’altro”, ma la malattia che esso innesca impatta non su un’astratta umanità, ma su una Società-Mondo che mostra di essere radicalmente ostile agli uomini in generale, e alle classi subalterne in particolare. Senza contare poi, che è stata la distruzione degli ecosistemi prodotta dal capitalismo a gettare il famigerato virus nella mischia sociale, per tacere delle altre cause squisitamente sociali che ne hanno determinato la diffusione planetaria e la sua pericolosità per la salute umana. Ma su questo aspetto rimando ai miei precedenti post dedicati alla “problematica”.

(*) REVISIONI CON CARATTERISTICHE CINESI

«Coronavirus, la Cina ha rivisto, a sorpresa, i conti dell’epidemia, conti che fin dall’inizio hanno sollevato perplessità in Occidente: la città di Wuhan, il focolaio del Covid-19, ha annunciato i numeri di contagi e decessi aumentandoli, rispettivamente, di 325 unità a 50.333 e di 1.290 unità a 3.869 totali. Il quartier generale municipale impegnato nella prevenzione e controllo del virus ha spiegato in una nota, secondo i media locali, che la “revisione è conforme a leggi e regolamenti, e al principio di essere responsabili verso la storia, le persone e i defunti”» (Il Messaggero). «Non c’è mai stato un insabbiamento delle informazioni sull’epidemia di Covid-19 in Cina, il governo di Pechino non consente operazioni del genere. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian» (La Presse). Quasi quasi ci credo. Quasi. Però no, meglio di no. Non vorrei attirare su di me l’ira dello spettro del dottor Li Wenliang, e la rabbia dei “giornalisti di strada” di Wuhan che il Partito-Regime ha silenziato “solo” perché hanno denunciato le sue menzogne sulla crisi sanitaria. Piuttosto è lecito attendersi ulteriori “revisioni”, e perfino qualche “autocritica”. Chissà!

L’IMPERIALISMO AMERICANO TRA REALTÀ E “NARRAZIONE”

L’ultima monografia di Limes dedicata agli Stati Uniti (America contro tutti) è a mio avviso molto interessante soprattutto perché cerca di fare piazza pulita dei tanti luoghi comuni che negli ultimi anni si sono addensati intorno alla cosiddetta America di Trump, in particolare, e più in generale intorno al presente e al prossimo futuro degli Stati Uniti, considerati da molti analisti geopolitici e da molti politici di tutto il mondo come una Potenza mondiale ormai condannata a un declino sistemico pressoché inarrestabile e inevitabile. Come si dice in questi casi, le cose sono più complesse di come appaiono alla luce delle “narrazioni” messe in campo non solo dai nemici degli Stati Uniti, ma dagli stessi politici americani, sempre pronti a cavalcare “lo spirito del tempo” soprattutto in chiave elettoralistica. E in quel Paese “lo spirito del tempo” ormai dal 2008 parla il linguaggio “isolazionista”.

La “narrazione” spesso, anzi quasi sempre, è più forte della realtà, e sicuramente la prima è agli occhi della mitica “opinione pubblica” molto più suggestiva della seconda; ed esattamente sulla scorta di questo “disdicevole” dato di fatto che i politici, soprattutto quelli basati in Occidente, fin troppo frequentemente prendono decisioni del tutto sbagliate, soprattutto sul terreno della politica estera: è un po’ questa la “filosofia” che ispira America contro tutti – Limes, 12/2019.

Scrive Dario Fabbri: «Per capire il momento della superpotenza occorre trascurare la retorica nazionalista di Trump. Gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo. E i rischi, domestici ed esterni, che tale aggressività comporta». A mio avviso la fase «compiutamente imperiale» della Potenza americana cade interamente all’interno del concetto “classico” di imperialismo, non è che l’imperialismo americano come si manifesta nel XXI secolo. Probabilmente il termine Impero (imperiale) in certe orecchie suona meglio, politicamente parlando, rispetto a quello di Imperialismo, più connotato del primo anche dal punto di vista ideologico. Ma non è qui il luogo per approfondire l’importante questione. Riprendiamo dunque la citazione: «L’America è imperiale, inquieta, contro tutti. L’inaggirabile cogenza della condizione egemonica, unita alla fatica percepita dalla cittadinanza, l’ha resa tanto universalistica quanto aggressiva nei confronti di clientes e nemici. Anziché regredire allo stato di nazione promesso da Trump, negli ultimi tre anni ha puntellato il proprio ruolo, cresciuto in freddezza, esposizione globale, solipsismo. A dispetto di una vulgata che la vuole in ritirata, ha aumentato il contingente militare dispiegato in ogni continente, l’attività di compratore sistemico, il numero di immigrati che accoglie sul proprio territorio. Ha continuato ad accollare agli altri il suo benessere attraverso il mostruoso debito pubblico, a usare carsicamente la retorica umanitaria per occultare la politica estera, a controllare le rotte marittime del pianeta. Per fissità dell’architettura imperiale, nata spontaneamente, impossibile da estinguere col solo arbitrio. Contro la volontà della popolazione che, provata dal mantenimento della primazia, vorrebbe tornare nazione. Stretta tra l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino e la voglia di distacco, in questa fase la superpotenza considera il caos uno strumento della sua azione, almeno finché non ne lambisce gli interessi strategici. Promuove il non interventismo che ne riduce la fatica, pretende che i satelliti spendano di più per accedere al suo sistema. Finendo per considerare ogni interlocutore come un nemico. Per cui risulta simultaneamente in lotta con Cina e Russia, Germania e Giappone, Turchia e Iran, Gran Bretagna e Australia, Canada e Corea del Sud, Venezuela e Messico, perfino Italia. Attraverso il contenimento, le azioni dimostrative, i dazi, le sanzioni».

Limes, 12/2019

Secondo Fabbri (*) l’America di Trump è «la medesima che aveva promesso Obama, sebbene con una narrazione molto diversa da quella trumpiana. Partendo da questo punto abbiamo provato ad indagare lo stato di salute dell’impero. Sintetizzando e semplificando, ci troviamo di fronte a una classica fatica imperiale di un Paese che si trova a essere in una certa fase storica superpotenza contro la propria volontà, inevitabilmente, e che vive con fastidio crescente il proprio ruolo di gendarme del mondo. Bisogna partire dal presupposto che solo rarissimamente un singolo uomo è in grado di mutare la traiettoria di un Paese, e questo vale anche per Trump.

Non dobbiamo dimenticare che esistono quelle strutture che Franco chiama lo Stato profondo, che non è nient’altro che gli apparati dello Stato federale, cioè vari ministeri che gestiscono l’impero nella sua dimensione globale. Trump può sempre dire che sono i cattivoni dello Stato profondo che non rispettano la volontà popolare, che contraddicono lo spirito del tempo che vuole che gli americani presenti ai quattro angoli del pianeta ritornino tutti a casa. Come diceva Lucio Caracciolo poco fa, ciò che sostenevano Trump e Obama durante la campagna presidenziale del 2016 conta pochissimo, appunto perché il singolo soggetto non ha le capacità di cambiare la traiettoria di una collettività». In un post del 2016 (Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”) ho messo in luce i non pochi punti di continuità tra la politica estera praticata dal Nobel per la Pace (della serie: quando la fantasia fa impallidire l’immaginazione!) Obama e quella annunciata dal rissoso Trump.

Riprendo la citazione: «In questi ultimi tre anni leggendo i media si ha avuta l’impressione che la politica estera ed economica degli Stati Uniti sia cambiata di 360 gradi; l’impressione cioè che siano diventati essenzialmente chiusi, isolazionisti, nazionalisti, serrati nei confronti dell’immigrazione, protezionisti, dediti al disimpegno e al ritiro in tutti i quadranti del pianeta. C’è qualcosa che non torna in questa narrazione. Perché gli Stati Uniti sono così arrabbiati, se stanno ottenendo esattamente quello che Trump diceva e dice di volere, ossia tornarsene a casa e costringere gli altri Paesi a pagare di più l’accesso al loro sistema? Bisogna distinguere tra realtà e narrazione. Obama e Trump hanno promesso agli americani di tornarsene a casa, di chiudersi e di far pagare agli altri sia il fardello militare quanto quello commerciale perché questo gli americani volevano sentirsi dire, niente di più niente di meno. Ma indagando scopriamo che lo smantellamento dell’impero globale non c’è stato, che in questi anni l’impero americano si è confermato nella sua interezza e che anzi ha esteso la sua presenza nel globo, invece di tornarsene a casa. Gli Stati Uniti sono meno protezionisti di tre anni fa, così come  sono meno chiusi verso l’esterno, verso  l’immigrazione rispetto a tre anni fa. Tutti i dati confermano questa analisi. Se dovessimo spiegare in breve il perché di tutto questo, diremmo con una formula che dall’impero non ci si può dimettere. Dimettersi da impero diventa impossibile nel momento in cui lo si è; se gli americani decidessero di ritirarsi in convento gli altri li verrebbero a cercare, come accadrebbe al grande fuorilegge che decidesse di passare ad una vita puramente legale dopo aver sparso tanta violenza nella sua carriera. Nessun impero può abbandonare la traiettoria che ha più o meno volontariamente intrapreso. Non c’è verso, e le ragioni concrete di questa impossibilità sono legate all’atteggiamento sentimentale degli americani, anche di quelli che propendono per un ritorno a casa, per un abbandono degli interessi globali: essi non vorrebbero mai abbandonare lo status di numero uno del pianeta, per usare un’espressione molto americana».

Gli Stati Uniti sono condannati a essere una superpotenza; essi sono un impero globale loro malgrado: questa tesi può avere un qualche senso solo a patto che la si illumini con il concetto di interesse: per perseguire i suoi interessi sistemici (economici, finanziari, tecno-scientifici, militari, ideologici, ecc.) l’imperialismo americano è ovviamente “costretto” a difendere, consolidare ed espandere con tutti i mezzi necessari le sue posizioni conquistate nell’arco di oltre un secolo. Non solo non ci si può dimettere dal potere mondiale, ma soprattutto non si ha alcun interesse a farlo. Il limite fondamentale del pensiero geopolitico è quello di non prendere in considerazione il concetto e la realtà del dominio di classe, il concetto e la realtà del rapporto sociale capitalistico, e quindi esso ragiona sempre in termini di nazioni considerate come soggetti socialmente e politicamente omogenei al loro interno. Il punto di vista geopolitico non vede classi sociali e interessi di classe, ma Nazioni, Stati e Popoli, tutti concetti che occultano la natura classista delle Nazioni, degli Stati e dei Popoli. Chi decide la politica estera di un Paese è la classe dominante di quel Paese, oppure la sua frazione che contingentemente si impone sulle altre orientando, con le buone o con le cattive (o con un mix di entrambe), le scelte dello Stato. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitario.

Limes, 12/2019

Anche per Colin Dueck Redazione Limes«La politica estera dell’istrionico inquilino della Casa Bianca è meno originale di quanto sembri. The Donald è un attore razionale. Il modo in cui l’amministrazione Trump pensa il mondo non può che essere di notevole interesse per gli osservatori stranieri. Per comprenderlo è prima fondamentale chiarire i ruoli e le prospettive dei numerosi attori coinvolti a Washington nella gestione dei dossier internazionali. Le decisioni prese da Donald Trump non sono casuali, per quanto a molti possa sembrare così. Derivano, almeno parzialmente, da specifiche interpretazioni elaborate nel corso dei decenni. Il fatto che il presidente diffonda le proprie posizioni soprattutto tramite interviste in radio – e non in contesti convenzionali come i paludati think tank washingtoniani – viene interpretato dagli analisti più dogmatici come la prova che il presidente non abbia alcuna visione del mondo. Formidabile errore».

Ultimamente la visione del mondo del Presidente americano sembra essersi allargata fino a contemplare lo spazio: «Il presidente Donald Trump ha firmato la legge che istituisce le forze spaziali, sesta branca delle forze armate statunitensi accanto ad esercito (Army), marina (Navy), aeronautica (Air Force), Marine e Guardia Costiera. Annunciata nel 2018, la nuova armata spaziale americana è da considerarsi ufficialmente istituita con la firma da parte del presidente del budget militare annuale da 738 miliardi di dollari. “La nostra resilienza basata sulle capacità spaziali è cresciuta enormemente ed oggi lo spazio è diventato un campo di battaglia per il suo dominio”, ha osservato il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper. “Mantenere il predominio americano nello spazio è ora la missione delle forze spaziali degli Stati Uniti”, ha aggiunto» (La Repubblica). Imperialismo spaziale! Le annunciate missioni esplorative sulla Luna e su Marte si collocano in questo scenario di sfida totale.

Federico Petronisi si è occupato «della dimensione militare dell’impero americano»: «Se avete dei dubbi se per caso l’America sia o no un impero, andate a vedere il suo schieramento militare all’estero e scoprirete che esattamente come nella dimensione finanziaria non è mai esistito un debito così alto, una potenza così indebitata, nella storia non è mai esistito un impero mondiale così esteso dal punto di vista militare, non è mai esistita una Rete di basi militari così estesa. Le installazioni militari all’estero – almeno ottocento, forse molte più – sono l’impronta della postura imperiale. La scelta di impiantarsi nel mondo deriva dalle lezioni della seconda guerra mondiale. Il contenimento dell’Eurasia è la priorità. Ma chi comanda davvero? […] Compongono una rete immensa e innumerata, ai quattro angoli del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalle sabbie arabiche ai ghiacci groenlandesi, dai verdi colli di Baviera e Palatinato al ceruleo atollo di Wake. Sono indeterminate come indeterminato è il limite geografico del primato a stelle e strisce – coincidente con il mondo stesso, in attesa del cosmo. Ripropongono il mito della frontiera, catapultata in Eurasia dopo aver soggiogato Nordamerica e Oceano Pacifico. […] Soprattutto, le basi sono l’espressione più manifesta della natura imperiale del primato degli Stati Uniti. Sottrarre terreni alla sovranità altrui, stanziare militari in paesi stranieri, controllare proprietà o averle nella propria disponibilità mette a nudo lo squilibrio dei rapporti di forza tra Numero Uno e resto del mondo. Investe la sfera del comando, essenza stessa dell’impero. […] Infine, le basi investono le funzioni più salienti del mantenimento del primato statunitense: contenimento e deterrenza dei nemici, sedazione dei potenziali avversari, rassicurazione dei soci, intervento rapido in caso di crisi, controllo degli stretti e dei mari, creazione di una rete di comunicazione planetaria».

Per Petroni non è possibile fare un esatto conteggio delle basi e delle istallazioni militari americane all’estero per tre motivi: il primo motivo ha un’ovvia natura strategica, in quanto la profonda ambiguità circa il numero e la dislocazione geografica delle basi militari americane serve a non dare troppe informazioni ai nemici, i quali se «sapessero dove e come sono presenti gli americani nel mondo si difenderebbero meglio e attaccherebbe meglio la potenza americana in caso di guerra». Il secondo motivo chiama in causa quei Paesi che ospitano le basi o un qualche tipo di istallazione militare statunitense ma che cercano di occultare o comunque minimizzare la cosa agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, magari avvezza alla demagogica propaganda antiamericana: è il classico caso dell’Arabia Saudita – non a caso la patria di Bin Laden. C’è poi da considerare la riluttanza che una parte non piccola degli americani coltiva nei confronti della «proiezione imperiale» del loro Paese, che se da una parte titilla l’orgoglio nazionale, dall’altra è vissuta da molti cittadini statunitensi come una permanente fonte di problemi e di costi. «L’impero comporta un fardello che non tutti gli americani sono disposti a sopportare».

La mappa che vien fuori dalla presenza militare statunitense nel mondo(*) «rappresenta plasticamente la strategia geopolitica degli Stati Uniti. Collegando le principali installazioni militari ci siamo resi conto che queste formavano effettivamente uno strumento assai utile per capire che cosa ci stanno a fare gli Stati Uniti nel mondo; la loro strategia è immutata dalla seconda guerra mondiale, e prevede di impedire che in Eurasia sorga un rivale o una coalizione di rivali che posso mettere a repentaglio l’egemonia mondiale americana. Pensateci bene: Seconda guerra mondiale, sfida a nipponici e tedeschi; Guerra Fredda, impedire ai sovietici di conquistare la Germania e l’Europa occidentale; la fase attuale prevede proprio di impedire a Cina, Russia e in misura minore anche all’Iran di costruirsi delle sfere di influenza dalle quali escludere l’America, sottraendole così il controllo dei mari che è la dimensione più pura del potere globale americano – anche perché il novanta per cento delle merci che acquistiamo e ci scambiamo viaggiano sul mare. Questa linea, dicevo, illustra plasticamente la strategia degli Stati Uniti perché ci fa vedere dove l’America si difende in posizione avanzata per contenere i propri rivali. La sua presenza militare in Europa serve sia a mantenere in una condizione imbelle la Germania, che è l’ossessione strategica degli Stati Uniti da un secolo a questa parte, e l’Europa tutta; sia, ovviamente, a impedire una per quanto improbabile avanzata russa e a tenere la pressione sulla Russia». Discorso analogo vale per la loro presenza in Medioriente, con l’Iran che recita il ruolo di nemico strategico principale da tenere sotto costante assedio. Alla Cina «bisogna tassativamente impedirle di uscire dai propri asfittici confini nazionali, e che la stessa Cina percepisce come opprimenti, e infatti essa sta lavorando per costruirsi una sfera di influenza a partire dal Mar Cinese Meridionale per andare molto oltre».

La conclusione: «Quindi vedete subito che gli Stati Uniti non si stanno affatto ritirando, perché da settant’anni a questa parte, anzi più di settanta o ottant’anni a questa parte, la loro sicurezza non si gioca più nel Golfo del Messico, sulle coste atlantiche o sulle coste del Pacifico ma si gioca a casa degli altri, e questo destino non se lo sono assegnato loro stessi, sarebbero rimasti volentieri dentro i loro confini nazionali». Qui vale il commento fatto sopra: non si tratta affatto del destino, o della mera oggettività dei processi storici: si tratta soprattutto di giganteschi interessi, si tratta del potere sistemico della classe dominante statunitense.

(*) Qui cito dalla presentazione della rivista di Limes che ha avuto luogo a Roma il 20 gennaio scorso e che è scaricabile da Radio radicale.

CONTRO L’IMPERIALISMO ITALIANO! CONTRO L’IMPERIALISMO EUROPEO! CONTRO L’IMPERIALISMO STATUNITENSE! CONTRO IL SISTEMA IMPERIALISTA MONDIALE!

«Si chiama “Soleimani martire” la risposta dell’Iran all’uccisione con un drone, ordinata da Donald Trump, del noto generale comandante della Brigata al-Quds dei Pasdaran» (Notizie Geopolitiche). Ci sarà modo di parlarne nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore; qui mi limito a registrare la possibile micidiale saldatura delle due crisi in corso nel cosiddetto Medio Oriente allargato: quella irachena/iraniana e quella libica. Di seguito “socializzo” alcune riflessioni abbozzate nei giorni scorsi.

In Iraq, in Libia, in Libano e altrove i militari italiani non rischiano la pelle a causa dell’altrui bellicismo, ma semplicemente perché l’Italia, nel suo “piccolo”, è parte organica del Sistema Imperialista Mondiale. La presenza militare e civile (tipo ospedali da campo, ecc.) del nostro Paese in diversi teatri “caldi” della mappa geopolitica risponde alle sue necessità di media potenza, e questo vale soprattutto per quanto accade in Libia in queste ore. Lo sbandierato “pacifismo” italiano ed europeo è solo fumo propagandistico venduto all’opinione pubblica dai governi di Roma e degli altri Paesi dell’Unione Europea in attesa che la situazione diventi più chiara così che si possa vedere il cavallo su cui è più opportuno puntare. Ed è esattamente questa politica “opportunista” che più irrita gli “alleati” americani, i quali non ne possono più del peloso e ipocrita “pacifismo” europeo.

Maurizio Molinari ha sintetizzato nei termini che seguono i noti fatti occorsi a Bagdad lo scorso 2 gennaio: «L’eliminazione di Qassem Soleimani da parte dei droni del Pentagono è un tassello della sfida strategica che vede la regione del Grande Medio Oriente – dal Maghreb all’Afghanistan – contesa fra quattro potenze portatrici di interessi rivali: l’Iran di Ali Khamenei, la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, la Russia di Vladimir Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump. È uno scenario che contrappone leader, armamenti, risorse ed alleati in un mosaico di conflitti di dimensioni e intensità variabili ma con una costante: la determinazione di ognuno dei quattro rivali ad imporsi sugli altri. Nell’evidente assenza di protagonisti europei per le lacerazioni interne all’Ue e l’incapacità di chi tenta di agire da solo – come la Francia in Maghreb – di ottenere risultati capaci di essere durevoli» (La Stampa). In effetti, l’assalto di massa attuato il 31 dicembre dalle milizie sciite-irachene Katib Hezbollah contro l’ambasciata americana di Baghdad è uno di quelle azioni che l’imperialismo Usa non può subire senza un’adeguata risposta. Quello che ha sorpreso gli analisti è piuttosto il livello della risposta confezionata da Washington, che appare ai più fin troppo sproporzionata, oltre che gravida di importanti conseguenze di vario genere. I giorni a venire ci diranno se quella sorprendente risposta, che di certo ha sorpreso lo stesso Soleimani (il quale pure vantava una fama di raffinato stratega) nonché l’intelligence iraniana e irachena, registra un salto di qualità nella strategia di “contenimento” elaborata dagli americani. In ogni caso i nemici degli Stati Uniti hanno commesso un grave errore di sottovalutazione, tanto più in considerazione del fatto che la strategia del caos controllato che Washington sta seguendo ai tempi di Trump dovrebbe indurre i suoi avversari a un supplemento di cautela.

Scriveva Nopasdaran del 10 ottobre 2019: «Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente. Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intendeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decine e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen. Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano. […] L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana». Come si vede, quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi è uno spettacolo tutt’altro che inatteso.

Negli anni scorsi gli “alleati” europei degli Stati Uniti lamentavano il progressivo ritiro dell’imperialismo americano dai centri nevralgici dell’agone geopolitico, disimpegno che secondo loro stava favorendo l’iniziativa politico-militare della Russia, dell’Iran, della Turchia e dell’Arabia Saudita; l’isolazionismo americano indebolisce l’intero Occidente, piagnucolavano francesi, tedeschi e italiani. In realtà gli americani non si sono mai ritirati dall’area mediorientale, ma hanno piuttosto “rimodulato” e ristrutturato la loro presenza in quella regione, aggiornandola ai nuovi scenari internazionali e regionali, e soprattutto calibrandola più di prima sugli esclusivi interessi di Washington. Come e più che ai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003, gli Stati Uniti hanno bisogno di sapere su quali Paesi europei possono contare nella loro strategia di contenimento/indebolimento nei confronti della Cina, della Russia e dell’Iran.

Non c’è dubbio che l’eliminazione del Generale Soleimani risponde anche a un calcolo di politica interna americana, ma sarebbe oltremodo ridicolo ricondurre quell’operazione a esigenze puramente propagandistiche (elettorali: è la democrazia capitalistica, bellezza!) ed elusive, come sostengono i leader democratici, i quali strumentalmente accusano Trump di aver calpestato il diritto internazionale: l’uccisione di Soleimani si configurerebbe infatti non come un legittimo atto di guerra, ma come una vera e propria azione terroristica. Un’analoga stucchevole quanto ipocrita polemica divampò ai tempi dell’eliminazione di Osama Ben Laden nel 2011; «Giustizia è stata fatta», disse allora il pacifista e progressista Obama, suscitando l’indignazione di chi predica la “guerra giusta”, nel senso di “politicamente corretta”. «Ancora una volta appare vero che la storia del diritto internazionale è una storia del concetto di guerra» (Carl Schmitt). Della guerra imperialistica, per l’esattezza.

In ogni caso il “fattore interno” gioca assai più in Paesi come l’Iran e l’Iraq, attraversati da fortissime tensioni sociali che Teheran e Bagdad stanno cercando di incanalare nel tradizionale alveo nazionalista e “antimperialista”. Nel breve termine la crisi provocata dall’evaporazione di Soleimani avrà come effetto, peraltro abbastanza scontato, quello di cementare il “popolo” attorno alla bandiera della dignità nazionale e di mettere la sordina ai movimenti di protesta che nelle scorse settimane hanno creato più di un problema a quei due Paesi; ma già nel medio periodo le previsioni si complicano, anche perché a quanto pare in Iran e in Iraq non tutti hanno pianto la scomparsa del «Che Guevara del Medio Oriente»…

Scrive Daniele Ranieri: «Il generale iraniano Qassem Soleimani voleva nominare il primo ministro dell’Iraq, faceva uccidere soldati iracheni nelle loro basi (bombardate dalle sue milizie) e faceva rapire e uccidere manifestanti iracheni di vent’anni. E questo soltanto nei suoi ultimi tre mesi di attività. Era la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» (Il Foglio). Tutto giusto. Ma «la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» si attaglia benissimo anche ai responsabili della sua eliminazione. Di solito non uso brindare quando un macellaio uccide un altro macellaio. Grido “Evviva!” solo quando le classi subalterne e tutti i maltrattati da questa disumana società (mondiale) trovano la forza e il coraggio di lottare contro i macellai di ogni nazione,di ogni colore, di ogni religione, di ogni ideologia.

Leggo da qualche parte la seguente incredibile frase: «Soleimani [va] inteso come sineddoche dei mille Soleimani del mondo che si oppongono all’imperialismo occidentale». Ci sarebbe di che sghignazzare, se non stessimo parlando di cose serie e dolorosissime, come l’oppressione, lo sfruttamento e la morte che i «Soleimani del mondo» infliggono alle classi subalterne.

Il noto comico Diego Fusaro, sempre più invasato e delirante nel suo primatismo nazionale, se n’è uscito con la barzelletta che segue: «L’Iran non è uno Stato totalitario, canaglia, pericoloso per la pace nel mondo. Tale è, invece, la civiltà dell’hamburger, che semina guerra per il mondo ed esporta democrazia missilistica, imperialismo etico e bombardamenti umanitari. Lo stesso Soleimani, ucciso vigliaccamente, con vigliacca approvazione dello stesso nostrano Salvini, non era un terrorista, ma un eroico patriota. Lottava contro il terrorismo dell’Isis e in nome dell’Iran sovrano e libero dal neobarbarico colonialismo di Washington. Che Allah l’abbia in gloria. Quanto a me, io non legittimo la guerra di resistenza dei popoli oppressi dall’imperialismo Usa: la esalto. L’aggredito ha sempre il diritto di difendersi, in tutti i modi. La sola guerra legittima è quella di difesa dall’invasore. Se vi sarà la guerra, occorrerà stare, senza se e senza ma, con l’Iran e non con gli Usa, come dicono i vili sovranisti nostrani, che sono solo codardi avvezzi a servire il padrone a stelle e strisce. La speranza è che la Russia di Putin sostenga l’Iran e che ugualmente agiscano altre potenze non allineate, in primis la Cina. Lo scopriremo presto». Il comico che si atteggia a filosofo dichiara dunque guerra all’imperialismo americano e si schiera, «senza se e senza ma», con chi ne ostacola le neobarbariche scorribande. Sarebbe del tutto inutile ricordare al fine dialettico che i nemici di Washington sono imperialisti esattamente come lo sono gli odiati Stati Uniti d’America, cuore pulsante della demoniaca (lo dice anche Allah!) «civiltà dell’hamburger» – e la Coca Cola dove la mettiamo?

Il fatto è che il cosiddetto “Campo Antimperialista” conosce un solo Imperialismo: quello occidentale egemonizzato dagli Stati Uniti. In questo modo tale “Campo” non fa che muoversi lungo il solco tracciato a suo tempo dallo stalinismo, il quale chiamava le “larghe masse popolari” di tutto il mondo a schierarsi dalla parte della “Patria socialista”, la quale era ostacolata dal perfido Occidente guidato dagli americani nella sua umanissima missione di pace, di progresso e di libertà. Per giustificare “teoricamente” la loro ultraborghese (e quindi ultrareazionaria) posizione di sostegno ai nemici degli Stati Uniti, gli esponenti “campisti” cercano di fare entrare l’attuale conflitto interimperialistico nello schema delle lotte anticoloniali sostenute in un’altra epoca storica da Marx, Engels, Lenin, Trotsky e da tutti i comunisti degni di quella qualifica – e quindi non sto parlando dei “comunisti” con caratteristiche “sovietiche”. Ricondurre l’iniziativa delle potenze regionali (vedi ad esempio l’Iran) nell’alveo della «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» significa esibire una concezione del processo sociale capitalistico che non solo non ha nulla a che fare con la teoria e con la prassi dell’emancipazione delle classi subalterne (e dell’intera umanità), ma rappresenta piuttosto l’opposto di una teoria e di una politica orientate in senso anticapitalistico. Il solo parlare di «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» a proposito di Paesi come l’Iran significa non aver maturato, non dico una concezione materialistica della storia (da taluni non è lecito pretendere la comprensione delle più elementari nozioni di quella concezione), ma una visione del processo sociale in grado quantomeno di mantenersi all’altezza dei fatti concreti. Invece i campisti non conoscono altro ragionamento che non sia ideologico all’ennesima potenza: è il reale processo sociale che deve entrare negli schemini “dottrinari” da loro fissati in astratto, riscaldando la vecchia e rancida sbobba “antimperialista” cucinata ai tempi di Stalin – e poi di Mao.

Detto altrimenti, personalmente considero il cosiddetto “Campo Antimperialista” come un’entità politico-ideologica organicamente interna alla dinamica della competizione interimperialistica, e il suo richiamarsi, del tutto abusivamente e ridicolmente (la prima volta come tragedia, la seconda come macchietta) ai “testi sacri” del marxismo, lo fanno apparire ai miei occhi particolarmente odioso, anche perché so bene che qualche giovane desideroso di lottare contro questa società escrementizia potrebbe farsi catturare dalla fraseologia “antimperialista” (in realtà solo antioccidentale) degli amici della Cina, della Russia, del Venezuela, della Siria, dell’Iran e degli altri Paesi “antimperialisti”.

Come si arriva a mettere in uno stesso sacco tutti i protagonisti del Sistema Imperialista Mondiale? Partendo dalla definizione di quel Sistema: si tratta dell’insieme delle grandi, medie e piccole Potenze (Stati, nazioni) che competono tra loro su tutti i fronti della guerra capitalistica: sul fronte economico come su quello geopolitico, su quello diplomatico come su quello militare, su quello tecnoscientifico come su quello ideologico. Si tratta appunto di una guerra sistemica, di un conflitto cioè che ha per obiettivo l’acquisizione del massimo potere possibile. Si tratta dunque di un Sistema tanto compatto, violento e disumano, quanto dinamico, contraddittorio e conflittuale al suo interno. Ogni suggestione “superimperialista” è qui bandita e ridicolizzata.

Le prime vittime del Sistema Imperialista Mondiale sono naturalmente le classi subalterne del pianeta, le cui esistenze sono sacrificate sull’altare del Moloch capitalistico, il cui concetto ingloba anche lo Stato (a prescindere dal suo contingente assetto politico-istituzionale: democratico, autoritario, totalitario) posto a difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. A chi per vivere è costretto a vendersi sul mercato del lavoro, a «vendere se stesso e la propria umanità» (K. Marx), la società chiede il massimo di energia (fisica e intellettuale) e di dedizione in ogni fase della guerra sistemica: quando si combatte producendo merci (materiali e immateriali) e quando si combatte producendo morti, feriti, dolore e distruzione – ovviamente nel nome degli «interessi superiori» della Patria, della Libertà, della Pace, dei Diritti Umani, della Democrazia e chi più ne ha, più ne metta, a proprio piacimento. Per irretire le classi subalterne e legarle al carro della conservazione sociale, le classi dominanti da sempre ricorrono a un potentissimo veleno ideologico chiamato nazionalismo. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Ancora oggi l’orgoglio nazionale è il più potente strumento politico-ideologico su cui le classi dominanti possono contare per imbrigliare, deviare e strumentalizzare il “disagio sociale” che accompagna la vita dei subalterni, e questo è ancora più vero nei momenti di più acuta crisi sociale. Ecco perché per l’anticapitalista la critica più radicale del nazionalismo, comunque “declinato” e giustificato, non rappresenta affatto un mero dato identitario da sbandierare per affermare la propria irriducibile diversità, ma essa si configura piuttosto come un essenziale asset politico.

È possibile applicare la griglia concettuale qui appena abbozzata all’odierno conflitto mediorientale? A mio avviso sì, e comunque è esattamente dalla prospettiva che essa delinea che approccio l’analisi puntuale di quel conflitto, la quale per molti aspetti è perfettamente sovrapponibile a quella elaborata da diversi analisti geopolitici e si avvantaggia della loro superiore competenza specifica. Più in dettaglio, concordo con gli analisti che considerano quasi obbligata la risposta che gli Stati Uniti stanno dando alla forte spinta espansionistica dell’Iran in tutta l’area mediorientale – e non solo: la sua proiezione in alcune regioni dell’Africa è già più che un’ipotesi. E per adesso metto un punto.

CONTRO GLI OPPOSTI IMPERIALISMI!

«Negli Stati Uniti Donald Trump ha firmato la legge che autorizza a sanzionare la Cina in caso di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e che richiede al Dipartimento di Stato una revisione annuale dello status speciale in materia commerciale conferito all’ex colonia britannica. Sono entrambe misure estremamente significative. Si tratta ovviamente di un uso strategico dei diritti umani: gli americani attingono selettivamente alla propria narrazione di protezione umanitaria quando in ballo ci sono questioni strategiche urgenti, come una rivolta in seno al principale rivale. Gli Stati Uniti intendono sfruttare il più possibile questo momento di difficoltà della Repubblica Popolare – dal Xinjiang a Hong Kong, dal rallentamento economico alle rivelazioni sullo spionaggio – per ingolfarne l’ascesa» (F. Petroni, Limes).

Uso strategico e selettivo dei “diritti umani”; ovvero, la continuazione della guerra sistemica (o imperialista) con mezzi politico-ideologici.

«La reazione cinese non si è fatta aspettare. Pechino convoca l’ambasciatore Usa e lo esorta a non applicare la legge. Quindi ribadisce che la questione dell’ex colonia britannica è “un affare interno” alla Cina. Lo si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese emesso nella mattina di oggi, ora locale. “Avvertiamo gli Stati Uniti a non agire arbitrariamente, o altrimenti la Cina contrattaccherà, e gli Usa dovranno sostenere tutte le relative conseguenze”. La Cina – si legge in una nota emessa nella mattina di oggi dal ministero degli Esteri – accusa gli Stati Uniti di “sinistre intenzioni di natura egemonica» (F. Santelli, La Repubblica).

Da Marx in poi, gli anticapitalisti rivendicano e praticano l’ingerenza di classe, la quale infrange la sovranità nazionale di qualsiasi Paese, se ne infischia bellamente dei confini nazionali difesi dallo Stato. I proletari non hanno patria, diceva sempre quello, e chi gliela vuole dare, con le buone (magari chiamandola “Unione Europea”) o con le cattive (magari in vista di una patria molto più grande e potente: vedi lo scontro Pechino-Hong Kong), lo fa per legarlo mani, piedi e – soprattutto – cervello al carro del Dominio. I proletari non hanno patria, mentre avrebbero un mondo da guadagnare. Avrebbero, appunto. La logica della «non ingerenza negli affari interni di un Paese» è la tipica logica degli Stati nazionali, macchine al servizio delle classi dominanti. Una logica, peraltro, che vale soprattutto quando c’è di mezzo il proprio Paese, mentre essa è più “elastica” quando si tratta del Paese avversario.

Quanto alle «sinistre intenzioni di natura egemonica», di certo il Celeste Imperialismo cinese non è secondo a nessuno.

SOVRANO È IL CAPITALE. TUTTO IL RESTO È ILLUSIONE E MENZOGNA

La crisi valutaria che si è abbattuta sulla Turchia, dopo una lunga e malcelata gestazione che ha le sue cause immediate in fattori di varia natura (economica, geopolitica, politica), ha inaspettatamente riacceso il dibattito sulla politica – e soprattutto sulla retorica – sovranista che fino a qualche giorno prima sembrava aver esaurito la sua “spinta propulsiva” dopo aver imperversato per molti mesi sulle pagine dei quotidiani e sui “social”. Scriveva ieri Giuseppe Turani: «Il crollo della lira turca, meno 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Europa e la Bce di Mario Draghi)» (La Nazione). «”La crisi turca è una lezione per chi ha ancora dubbi se l’Euro sia o no positivo: lo è”: così il ministro degli Esteri Enzo Moavero spiega al Foglio perché la crisi finanziaria della Turchia è una grande lezione per gli anti euro». Chissà con quali sentimenti la coppia sovranista più bella del mondo che regge le sorti del governo italiano ha incassato le chiare parole di Moavero.

La rovinosa caduta della lira turca ha dunque ringalluzzito il partito antisovranista uscito alquanto ammaccato dalle ultime elezioni politiche; non solo, ma sembra aver conquistato alla sua causa personaggi che in precedenza avevano dato un certo credito al governo “sovranista e populista” di Salvini e Di Maio. Quando c’è di mezzo la lira, sebbene turca, gli animi di coloro che sono molto sensibili ai destini della propria pecunia (e chi non lo è, avendola?) si accendono, costringendoli sovente a riflessioni più realistiche intorno al pessimo mondo in cui ci tocca vivere. È il caso di Alessandro Sallusti, protagonista ieri di un duro attacco a quello che non ha esitato a definire «inganno sovranista».

A mio parere vale la pena di riportare qualche passo del suo articolo: «Si dice che stiamo andando verso un sistema sovranista, anzi che già abbiamo un governo sovranista. “Padroni in casa nostra”, “Prima gli italiani”, “Dell’Europa me ne frego”: sono alcuni degli slogan che hanno fatto la fortuna della Lega e dei Cinquestelle. E dire che abbiamo fatto tanto, anche delle guerre, per cacciare i sovrani e sostituire le monarchie con le repubbliche unite tra di loro attraverso istituzioni politiche ed economiche sovrannazionali. Ora qualcuno vuole tornare indietro, ne ha facoltà e per certi versi la cosa affascina anche noi. Del resto chi non vorrebbe essere “padrone a casa propria”. Ma la domanda, mi rendo conto un po’ noiosa in questo torrido agosto, che dovremmo porci è la seguente: padroni di che cosa? “Di tutto”, sarebbe la risposta più ovvia e diretta. Ma è questa una risposta ottocentesca, buona per gli allocchi in campagna elettorale. Pensateci. Ieri è successa una certa cosa in Turchia e nel giro di pochi secondi la nostra economia e le nostre finanze sono crollate. Cosa c’entriamo noi con la Turchia – che non fa neppure parte dell’Europa – piuttosto che con i dazi che Trump mette alla Cina? Apparentemente nulla, ma in realtà molto e l’essere “padroni in casa nostra” non ci ha messo al riparo da danni enormi, né mai potrà farlo. Le banche italiane sono sovrannazionali, non per l’azionariato ma perché hanno nei loro bilanci beni (azioni e titoli) sovrannazionali. Le nostre aziende più eccellenti, grandi e piccole, sono sovrannazionali perché l’ottanta per cento del loro fatturato lo fanno all’estero e uno starnuto a Mosca o a Pechino può fare loro più male, o bene, di una nuova tassa, in più o in meno, decisa a Roma. Possiamo essere noi “sovrani” di questi diabolici e ineluttabili meccanismi? Proprio no, non è possibile, neppure se Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sgolassero a urlarlo da qui all’eternità. E ancora. Possiamo essere “sovrani” sulla rete Internet che veicola oggi in tempo reale l’80% dell’informazione, vera o falsa che sia? Possiamo esserlo sull’imporre alle donne italiane le regole della maternità quando appena fuori dai nostri confini è ammesso qualsiasi tipo di fecondazione? Possono i “sovranisti” fermare la tecnologia che tutto permette a tutti? La risposta è sempre la stessa: no. Usciamo quindi dall’inganno sovranista. La questione non è essere favorevoli o contrari, semplicemente parliamo di una cosa irrealizzabile, fuori dal tempo. Io mi accontenterei di essere sovrano a casa mia, nel senso della mia famiglia. Ma anche lì ho non pochi problemi (e Salvini penso altrettanto)» (Il Giornale).

Non c’è il minimo dubbio. Per rimanere sul solo terreno “macroeconomico”, la cosiddetta filiera internazionale del valore è così lunga e complessa da rendere oltremodo difficile, se non praticamente impossibile, stabilire la nazionalità delle merci che compriamo, e ciò vale soprattutto per le merci più complesse la cui produzione è semplicemente inconcepibile fuori della divisione internazionale del lavoro – “manuale” e “intellettuale”.

Parlare poi di “sovranità” politica ed economica a proposito di un Paese di media/piccola potenza capitalistica come l’Italia è semplicemente ridicolo, e a saperlo benissimo sono in primo luogo quei “sovranisti-populisti” che cavalcano con destrezza il disagio sociale delle classi subalterne per conquistarne il consenso politico-elettorale e sfiancarle lasciandole libere di sfogarsi sul terreno dei capri espiatori (gli immigrati, Soros, i poteri forti, Bruxelles, Berlino, ecc.) e della guerra fra miserabili.

In questo momento è soprattutto il partito di Grillo & Casaleggio a essere molto interessato a spingere il pedale del “populismo socialmente orientato” perché intende crearsi un’ampia e durevole base di consenso clientelare-elettorale a cui attingere. Più che il modello “Prima Repubblica”, la cosa evoca ai miei occhi il modello chávista, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare: a cominciare dal fatto che il clientelismo “bolivariano” può contare sulla rendita petrolifera, mentre quello italiano può contare sulla fiscalità generale, come sa bene lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: «Roma ladrona, la Lega non perdona!».

Oggi sovrano assoluto delle nostre vite è solo il Capitale, e il successo delle ideologie sovraniste e identitarie si spiega proprio con il dominio planetario e sempre più capillare degli interessi economici, i quali hanno il potere di piegare alla disumana logica del profitto tutto ciò che esiste tra terra e cielo. Le stesse guerre commerciali basate su politiche protezioniste confermano la natura planetaria e totalitaria dei vigenti rapporti sociali, i quali costringono i Paesi che più degli altri subiscono i contraccolpi negativi della globalizzazione (disoccupazione, precarizzazione del lavoro, distruzione della classe media) a tentare di praticare politiche economiche “sovraniste” e “populiste”, nel tentativo di ribaltare la situazione che oggi li vede perdenti sul terreno della competizione capitalistica totale – o globale. Il cosiddetto sovranismo è l’espressione di una forte debolezza sistemica, e lo conferma anche il fatto che l’uomo forte di Ankara oggi si scaglia contro gli Stati Uniti minacciando di abbandonarli per vendersi ai potenti di turno, ai cinesi in primis. Ma anche gli odiati russi vanno bene allo scopo: «Mosca è felice di poterci vendere i sofisticatissimi sistemi d’arma russi!» Auguri!

Scriveva sempre ieri Bruno Vespa: «Saremmo ovviamente tutti felici di avere al più presto date di pensionamento più eque, reddito di cittadinanza e tasse più basse. Ma la globalizzazione toglie sovranità». Impostato così il problema, la globalizzazione appare forse come un fenomeno che ci colpisce dall’esterno, mentre il nostro Paese ne fa parte a pieno titolo, e necessariamente, e chi ne fa le spesse sono come sempre i nullatenenti, i quali sono chiamati a inchinarsi al cattivo Moloch chiamato Globalizzazione. «Noi vorremmo, ma non possiamo!». Se non si comprende che è la sovranità del Capitale, che regge le sorti di tutti i Paesi e di tutti gli individui, a rendere non solo possibile ma senz’altro inevitabile la globalizzazione sistemica (economica, scientifica, tecnologica, culturale, “antropologica”), facilmente ci si espone alla falsa alternativa venduta sul mercato delle ideologie tra globalismo e sovranismo, europeismo e nazionalismo. Due facce della stessa escrementizia medaglia.

ASPETTANDO I MISSILI…


Tieniti pronta Russia, i missili
arriveranno (Donald Trump).

Come diceva quello, la situazione è assai confusa, ma in compenso non è – mi si consenta una piccola variante – eccellente, tutt’altro, almeno se considerata dal punto di vista di chi è costretto a subire un processo sociale mondiale fondato su interessi che nulla a che fare hanno con il benessere, la libertà e la felicità degli individui. E difatti la sola certezza che mi sento di poter esternare in questo momento, mentre in tutto il mondo si parla di guerra economica (vedi la controversia sui dazi) e di guerra militare (vedi la Siria), riguarda l’irriducibile e irriformabile natura disumana di questa società mondiale, una società che trasuda violenza, odio e precarietà esistenziale da tutti i suoi pori. Ieri ho scritto un post sulla crisi siriana per dire la mia sulla vicenda, e che solo adesso ho la possibilità di pubblicare. Ciò che però adesso m’importa dire, per quel che vale, è che al di là delle analisi più o meno puntuali e intelligenti (e quindi non sto parlando delle mie “analisi”!) intese a penetrare nella complessità e contraddittorietà delle questioni geopolitiche, politiche, militari e quant’altro, ciò che davvero ha senso è conquistare questo semplice concetto: dal punto di vista umano e delle classi subalterne non esiste una sola ragione valida per schierarsi con questa o quella Potenza, con questa o quella Nazione (soprattutto con la propria!), con questa o quella fazione capitalistica, con questo o quel partito, di governo o di opposizione. Oggi, come sempre, in gioco ci sono solo interessi di potere (economico, politico, militare ecc.), e dal mio punto di vista quegli interessi non valgono un solo capello – uno solo dico! – cresciuto sulla testa di un solo individuo.

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Ultim’ora! Mentre scrivo aerei militari da ricognizione degli Stati Uniti sono decollati dalla base americana di Sigonella per raggiungere la regione Mediorientale. Il Premier turco ha dichiarato che, «gas o non gas, Assad se ne deve andare per consentire una soluzione politica della crisi. Assad ha massacrato un milione di civili siriani, e ciò non è accettabile». È invece accettabile il massacro dei curdi da parte della Turchia. Mi viene in mente la favola raccontata da Platone (Fedro): «Un lupo, vedendo un pastore che mangiava carne di pecora, disse: “solleveresti un gran clamore se lo facessi io”». Non so chi legge, ma io vedo in azione solo lupi affamati di bottino. E mi scuso con i lupi in carne ed ossa per l’odiosa analogia! Intanto Israele minaccia il regime siriano: «Cancelleremo la Siria dalle carte geografiche se permetterà all’Iran di attaccarci». Dalla Casa Bianca trapela quanto segue: «Gli Stati Uniti stanno ancora valutando ciò che è avvenuto a Douma. Niente è ancora stato deciso ma il Pentagono ha offerto al Presidente una serie di opzioni militari». Come colpire duramente, molto più che in passato, Bashar al Assad senza scontrarsi direttamente con l’esercito russo? Pare che al Pentagono non sia stata ancora trovata la soluzione a un problema che, com’è facile capire, non è di poco momento. Le “destre unite” del nostro Paese si dichiarano indisponibili a votare un intervento militare italiano contro la Siria e contro la Russia; «Il senatore di Forza Italia, Paolo Romani, esorta il centrodestra ad “alzare la voce sull’assurda minaccia di rappresaglia rispetto al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria e chieda al governo di dissociarsi da tali inopportune eventuali azioni. Non è possibile – prosegue – immaginare che Assad nel momento in cui i ribelli jihadisti di Duma si stanno per arrendere abbia utilizzato armi chimiche che avrebbero scatenato la reazione internazionale. Oltre a essere inutile sarebbe un’idea stupida. Auspico, pertanto, che il governo si dissoci”» (il Giornale.it). Forse nemmeno su Contropiano si leggono difese così accorate e puntuali del regime di Damasco!

Il Premier Gentiloni, non ancora scaduto, dice che l’uso dei gas contro la popolazione da parte del regime di Damasco va certamente condannato e duramente sanzionato dal diritto internazionale, e che tuttavia «dobbiamo lavorare per la pace»: che sant’uomo! Il Partito Democratico accusa Matteo Salvini e «l’ammucchiata di destra» di voler portare l’Italia fuori dal tradizionale quadro di alleanze internazionali: sarà il compagno Salvini a guidare il “Nuovo Movimento per la Pace”? Certo è che per la Mummia Sicula ospitata al Quirinale la crisi siriana è un forte argomento da far valere nelle prossime consultazioni politiche con i partiti in vista della formazione del nuovo governo.

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Come spiegare l’improvvisa accelerazione della crisi siriana? Ciò che mi sento di dire con una certa sicurezza è che l’ipotizzato uso di gas da parte del macellaio di Damasco non c’entra niente.

Per gli Stati Uniti si tratta di rintuzzare l’espansione geopolitica della Russia in un’area strategicamente importante come rimane indubbiamente il Medio Oriente; una Russia che, come dimostra il suo attivismo in Europa (vedi la crisi ucraina ma non solo), non vuole retrocedere dal rango di potenza mondiale conquistato nella sua precedenza configurazione politico-istituzionale – naturalmente alludo all’Unione Sovietica, crollata miseramente alla fine degli anni Ottanta inizio anni Novanta. In questa legittima aspirazione il Paese oggi condotto con mano ferma da Vladimir Putin, un faro politico-ideologico per il fronte sovranista europeo (ieri Salvini ha dichiarato che non si fanno le guerre sulla base di un presunto uso di armi chimiche), è spalleggiato dalla Cina, ossia dalla potenza che contende agli americani il primato assoluto nella competizione capitalistica mondiale. Le merci e i capitali Made in Cina ormai dilagano dappertutto e ciò non può non irritare Washington, che difatti sta reagendo all’ascesa imperialistica di quel Paese mettendo in atto una serie di misure economiche e politiche il cui impatto potremo valutare nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Oggi colpire la Russia significa per gli Usa colpire anche la Cina, e viceversa. Con ciò non voglio affatto dire che gli interessi della Russia coincidono perfettamente e strategicamente con quelli della Cina; qui è il breve/medio periodo che importa prendere in considerazione.

Detto questo, non possiamo d’altra parte dimenticare che solo qualche settimana fa Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero presto abbandonato la regione siriana presidiata dal loro esercito (oltre duemila soldati), abbandonando così i curdi al loro triste destino, come peraltro sta dimostrando la campagna turca di sistematico annientamento dei curdi chiamata cinicamente ramoscello di ulivo. Certamente l’annunciato disimpegno americano ha irritato non poco l’Arabia Saudita, impegnata in un duro confronto con l’Iran nello Yemen, e Israele, la quale teme più di ogni altra cosa che Trump possa rinverdire la politica di appeasement con il regime iraniano di obamiana memoria. Non sono insomma da escludersi pressioni su Washington da parte degli alleati regionali, impauriti dalla prospettiva di perdere il sostegno militare statunitense.

Per Israele si tratta di reagire a una sfida esistenziale che ha nell’Iran la sua punta più affilata; com’è noto, Teheran si serve degli Hezbollah libanesi e dei palestinesi di Hamas, attivi nella striscia di Gaza, per controllare, colpire e logorare il regime israeliano, il cui “pacifismo” si sta peraltro esercitando in questi giorni anche sui palestinesi inermi. Come dimostra la “guerra dimenticata” nello Yemen, l’Iran è senz’altro la potenza regionale in ascesa nel quadrante Mediorientale, a spese soprattutto dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Turchia e, appunto, di Israele.

Secondo molti analisti basati in Medio Oriente, Mosca avrebbe consentito l’uso da parte dell’esercito regolare siriano di cloro o di agenti chimici ancora più potenti per accelerare la resa dei “ribelli” ancora presenti a Douma. Si tratta di «gruppi islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita quali i qaedisti di Jabat Fatah al-Sham e soprattutto di Jaish al-Islam (“Esercito dell’Islam”), i quali hanno respinto gli accordi dei giorni scorsi, accettati da altri gruppi, di essere accompagnati con le loro famiglie in autobus nella provincia di Idlib, com’è stato per i combattenti della battaglia di Aleppo, ed anzi, hanno continuato a bombardare Damasco con i mortai» (Notizie Geopolitiche). È comunque un fatto che i “ribelli” di Douma hanno accettato di trasferirsi con le loro famiglie nel Nord del Paese: «Gradualmente la Siria mostra un nuovo assetto, certamente seguito all’incontro del 4 aprile ad Ankara tra il presidente russo Vladimir Putin, quello iraniano Hassan Rohai e quello turco Recep Tayyp Erdogan: a nord e per tutta la provincia di Idlib vi sarebbero gli oppositori con le popolazioni turcomanne, mentre i curdi sono respinti dall’esercito turco a est e il resto del paese sarebbe sotto il controllo di Damasco». Come sempre, è la violenza degli eserciti che disegna sul terreno le mappe geopolitiche, e le classi subalterne non possono far altro che subire gli interessi delle Potenze, grandi o piccole che siano, e i loro mutevoli rapporti di forza.

Non possono far altro, beninteso, fin quando esse rimarranno inchiodate politicamente, ideologicamente e psicologicamente al carro del Dominio. La tragedia planetaria che viviamo non ha nulla a che fare con il destino cinico e baro, ed è spiegabile perfettamente in termini di interessi e di violenza di classe.

Leggo da qualche parte: «L’attacco chimico di Ghūṭa è un episodio occorso la mattina del 21 agosto 2013 durante la guerra civile siriana in cui alcune aree controllate dai ribelli nei sobborghi orientali e meridionali di Damasco, sono state colpite da missili superficie-superficie contenenti l’agente chimico sarin. Ribelli e governo siriano si accusano a vicenda di aver perpetrato l’attacco». È quindi dall’estate del 2013 che in Siria i diversi contendenti di una guerra sempre più feroce e internazionale usano “agenti chimici” per annientarsi a vicenda, senza mostrare alcun interesse per l’impatto che le armi “non convenzionali” hanno sui civili. In sette anni di guerra si contano circa 85 attacchi con armi chimiche. Del resto, le armi cosiddette convenzionali non sono affatto meno terribili di quelle dichiarate illegali dal diritto internazionale, che poi altro non è se non il diritto dei più forti di stabilire le regole del gioco. Un “gioco” che, come anche i bambini ormai sanno, ha il nome di contesa per il potere sistemico: economico, politico, militare, ideologico, psicologico. Con o senza l’uso di armi chimiche di qualche tipo, in Siria sono morti oltre quattrocentomila civili, e dunque perché indignarsi solo quando i media ci mostrano le conseguenze sulla popolazione civile di quelle armi?

A proposito di Diritto Internazionale, in un post del 2015 dedicato alle Barrel Bombs usate dal famigerato perito chimico di Damasco (parlo di Assad, ovviamente), mi chiedevo retoricamente: «Non sarà che all’Onu non si muove foglia che l’Imperialismo (a cominciare dalle Potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea a trazione tedesca) non voglia?». Leninianamente parlando definivo l’Onu come «un covo di briganti». «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica». Così scriveva tre anni fa Lucio Caracciolo su Limes, in un articolo che auspicava «una nuova Yalta», la sola che potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che “sgoverna” il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica».

Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra, direttamente o per “procura”, con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Mikhail Gorbaciov, l’ex statista odiato dai nostalgici dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda, si è detto «enormemente angosciato» per i recenti sviluppi negativi nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, e dopo aver evocato la crisi dei missili a Cuba del 1962, ha caldeggiato un immediato incontro “pacificatore” tra Putin e Trump.  Intanto il Presidente americano si diverte a “bullizzare” il Presidente russo: «La Russia minaccia di abbattere tutti i missili sparati verso la Siria. Tieniti pronta Russia, perché stanno per arrivare, belli, nuovi e “intelligenti”! Non dovreste essere alleati di un animale assassino che uccide la sua gente con il gas e si diverte! Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo». E se si trattasse di una ragione chiamata Potere Mondiale? Avanzo una mera ipotesi, sia chiaro.

Insomma, osservo con disgusto estremo l’ennesima ipocrisia politico-diplomatica-mediatica intorno all’ennesimo massacro di civili siriani ottenuto con l’uso di gas. Da parte di chi? Da parte dell’«animale assassino» di Damasco, che si regge in piedi solo grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran, e che in passato ha fatto largo uso delle citate Barrel Bombs, o dei suoi oppositori interni, appoggiati (con alterne vicende) dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Turchia e dall’Arabia Saudita? Alle mie orecchie questa domanda suona del tutto priva di senso, sotto tutti i punti di vista. Non solo la guerra non è, in generale e notoriamente, un “pranzo di gale” e i nemici si combattono fra loro usando tutti i mezzi a loro disposizione, spessissimo prendendo scientemente di mira i civili per conseguire nel modo più rapido e “economico” possibile obiettivi strategici di grande importanza (lo abbiamo visto su una scala gigantesca in Europa e poi in Giappone nel corso del Secondo Macello Mondiale definito dai vincitori “Guerra di Liberazione”); ma in questa guerra c’è in gioco solo il Potere sistemico cui ho accennato sopra, e non un solo “valore” che sorrida alla vita delle classi subalterne. Non uno.

«I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità». Così ha scritto l’altro ieri Carlo Formenti, esponente di punta di Potere al popolo, sempre a proposito della “sporca guerra” siriana. Sottoscrivo! Ma un momento! Qualcosa non mi torna: e il regime siriano, dove lo mettiamo? E la Russia di Vladimir Putin? E l’Iran di Hassan Rohani? E la Turchia di Recep Tayyip Erdogan? Senza contare la Francia di Emmanuel Macron che sta cercando in tutti i modi di incunearsi fra le contraddizioni degli “alleati” della Siria per acciuffare qualcosa in termini di posizionamento geopolitico nella delicatissima regione Mediorientale. Per come la vedo io, terroristi e nemici dell’umanità sono tutti i carnefici in campo, comprese le forze che si contrappongono militarmente al regime di Assad solo per sostituirlo con un regime altrettanto reazionario. Inutile dire che si tratta di un terrorismo messo al servizio di enormi interessi economici, strategici, militari, politici. Certamente, il concetto di imperialismo sintetizza benissimo la questione.

Per taluni sedicenti antimperialisti esiste un solo imperialismo, quello americano-israeliano (sai la novità: è dai tempi di Stalin che la cosa va avanti!), mentre gli imperialisti concorrenti vanno in qualche modo sostenuti per rafforzare la lotta delle classi subalterne contro l’imperialismo. Che geniale astuzia dialettica! Ma non si tratta di “contraddizioni in seno al popolo”; non si tratta di “compagni che sbagliano”: si tratta piuttosto di personaggi orientati politicamente da un punto di vista ultrareazionario, ossia filo-capitalistico e filo-imperialista. Questi personaggi hanno sposato la causa del capitalismo (vedi il Venezuela di Maduro, ad esempio) e dell’imperialismo di certi Paesi (vedi Russia, Cina, Iran*) perché sono attratti da regimi forti e autoritari (purché ostili agli Usa e a Israele), meglio se fondati su un capitalismo di stampo statalista, che poi essi vendono al mondo e a se stessi, in tutta buona fede, come «Socialismo del XXI secolo». Purtroppo è il solo “socialismo” che questi sinistri personaggi conoscono e comprendono. Molte volte ho avuto modo di polemizzare con qualcuno di loro; c’è chi crede in buona fede di partecipare alla “lotta di classe concreta” come si dà nel XXI secolo, mentre in realtà si muove sul terreno della geopolitica, ossia dello scontro interimperialistico, e così si schiera con una fazione del Sistema Mondiale del Terrore in odio all’altra.

* Il fascio-stalinista Diego Fusaro, sempre più ridicola caricatura di se stesso, è arrivato a definire l’Iran «uno Stato eroicamente resistente al mondialismo imperialistico, e che, come tale, già da tempo è stato designato come bersaglio privilegiato da parte della monarchia del dollaro e delle sue colonie asservite (Italia in primis, ovviamente). […] La Sinistra del Costume, dal canto suo, anziché resistere e opporsi a queste pratiche in nome della leniniana lotta contro l’imperialismo, le legittima in nome dei diritti umani con bombardamento etico incorporato e della democrazia missilistica d’asporto. Dov’è finita, in effetti, la sinistra? Perché non lotta contro l’imperialismo, come fece Lenin? Perché non difende gli Stati resistenti al mondialismo capitalistico e anzi si adopera perché vengano invasi militarmente?». Lenin arruolato, si spera suo malgrado, nello scontro interimperialistico e nelle risibili beghe tra i diversi spezzoni della sempre più confusa, miserabile ed evanescente (speriamo!) sinistra italiana. Sinistra Sovranista e Populista, la quale assimila Lenin al virile Putin, ad Assad, a Rohani e ad altri “eroi dell’imperialismo” di simile escrementizio conio, versus «Sinistra dei Costumi», che ha sposato i valori della «Destra del Danaro»  e che «confonde l’internazionalismo con l’europeismo e il cosmopolitismo», che lotta «contro il burka e per la minigonna»: una bella partita, non c’è dubbio. Il fatto che la lettura che «l’ultimo marxista» (strasic!) Diego Fusaro fa del mondo sia perfettamente sovrapponibile a quella di Massimo Fini, ciò non solo non è paradossale o sorprendente, almeno per chi non si lascia abbacinare dalla fraseologia pseudomarxista del primo, ma è perfettamente coerente con la “concezione del mondo” (ultrareazionaria) dei due personaggi. Se mi occupo, sempre più controvoglia, di queste ridicole e miserabili cose è solo perché spero (mi illudo?) di poter convincere anche un solo militante della “sinistra”, più o meno estrema/radicale, che da quella parte c’è solo conservazione sociale, esattamente come a destra.

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SI SURRISCALDA LA GUERRA COMMERCIALE INTERNAZIONALE. E NON SOLO QUELLA

I fatti sono noti: su input del Dipartimento del Commercio e sulla premessa strategicamente importante (e non campata in aria) che l’acciaio e l’alluminio sono parte importante della sicurezza nazionale, Donald Trump ha annunciato qualche giorno fa una serie di misure economiche intese a colpire i Paesi che esportano acciaio e alluminio negli Stati Uniti. Ma la lista delle merci sottoposte alla nuova politica protezionista dell’Amministrazione Usa potrebbe allungarsi, e con essa la lista dei Paesi potenzialmente investiti da quella politica. Com’è noto, è soprattutto l’acciaio Made in China che sta in cima ai pensieri della Casa Bianca, e questo ben prima che si insediasse l’attuale Presidenza. Per quanto riguarda l’alluminio, i dazi colpirebbero soprattutto l’importazione da Cina, Russia, Vietnam e Venezuela, mentre per l’acciaio, oltre la Cina, i Paesi coinvolti sono quelli dell’Unione Europea, il Canada e il Giappone. «Se la Casa Bianca dovesse optare per dazi generalizzati nei confronti di tutti i paesi, il rischio è di problemi commerciali e diplomatici con i suoi maggiori alleati, fra i quali l’Europa, il Giappone e il Canada. I pericoli per Trump sono quindi molti, considerato che le economie del G20 hanno già detto un secco “no” alla minaccia di dazi sull’acciaio, avvertendo che imporli rischia di innescare una pericolosissima guerra commerciale» (La Stampa, 17/02/18).

Il fronte liberista è guidato ancora una volta da Cina e Germania, ossia dai due capitalismi oggi più interessati a mantenere nel mercato mondiale la politica delle “porte aperte”, una strategia che denota una notevole potenza di fuoco economica da parte di chi la pratica. Il Ministro degli Esteri tedesco, Gabriel, ha tenuto a precisare che «a differenza di quanto accade in altri Paesi, le aziende della Germania e del resto d’Europa non utilizzano misure di dumping per ottenere vantaggi competitivi iniqui», e che tuttavia «questo colpo radicale da parte di Washington colpirà principalmente proprio le nostre esportazioni e il nostro mercato del lavoro». In altri termini, il problema del «dumping iniquo» (vedi Cina, India ecc.) è solo un pretesto, mentre ciò che gli americani temono è soprattutto il vantaggio competitivo tedesco, europeo e giapponese che ha il suo fondamento in una maggiore produttività del lavoro e in una più avanzata struttura tecnologica delle imprese. «Se tutti i Paesi seguono l’esempio degli Stati Uniti, questo avrà senza dubbio un grave impatto sul commercio internazionale», ha dichiarato Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri Cinese. E non solo sul commercio internazionale, è da prevedersi. «Tra le reazioni più forti che sono arrivate prontamente dalla comunità internazionale, si mette in evidenza la rabbia dell’industria dell’acciaio cinese. “Questa è una misura di protezionismo stupida, che invece di rafforzare tenderà solo a indebolire gli Stati Uniti”, è sbottato Li Xinchuang, vice presidente dell’associazione China Iron & Steel Assocation» (Finanza.com). Ma gli americani non si sono lasciati commuovere dalle buone intenzioni cinesi: «Continueremo a proteggere i lavoratori americani», ha detto Sara Sanders, portavoce della Casa Bianca.

Occorre comunque dire che la discussione sui dazi è molto “vivace” all’interno dell’Amministrazione, perché nessuno dello staff trumpiano, a cominciare naturalmente dal Boss che ama fare lo sbruffone davanti ai media, può disconoscere la gravità delle misure minacciate tenendo conto di un mix di obiettivi economici, geopolitici, politici e propagandistici da centrare. Alla fine probabilmente la Casa Bianca adotterà un programma protezionistico di mediazione tra “falchi” e “colombe”, secondo il tradizionale cliché. Di nuovo a Washington c’è che il Presidente in persona questa volta ama presentarsi non in guisa di mediatore, ma come il capo dei “falchi”, anzi come il più “falco” fra i tanti “falchi” che svolazzano intorno al Potere Americano. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, il mese scorso ha detto che le importazioni di alluminio «minacciano di mettere in difficoltà la nostra sicurezza nazionale perché solo una compagnia americana produce attualmente alluminio di alta qualità che serve per gli aerei militari». E con l’acciaio di alta qualità si fabbricano anche navi militari e tutto quel ben di Dio che il Capitale produce per la sicurezza non solo degli Stati Uniti, notoriamente faro di libertà e di democrazia, ma dei loro alleati e della “pace” nel mondo. Mai la “pace” nel mondo ha avuto tanto bisogno della produzione di armi come in questi tempi imprevedibili!

Intanto l’Unione Europea minaccia immediate ritorsioni: «L’Europa annuncia contromisure su prodotti come Harley Davidson, Bourbon o Levi’s, citati esplicitamente da Jean-Claude Juncker. Aziende come Electrolux sospendono gli investimenti negli Usa. E su entrambe le sponde dell’Atlantico le Borse iniziano a tremare» (La Stampa, 02/03/18). Il virile Putin, forse per ricordarci che dalle guerre commerciali alle guerre vere e proprie il passo non è poi così abissale come sembrava solo qualche anno fa, ha annunciato il “varo” di un nuovo missile balistico intercontinentale, il Rs-28 Sarmat, che con la sua propulsione nucleare potrebbe volare «all’infinito» e attaccare eludendo i sistemi difensivi nazionali in qualsiasi parte del pianeta, «sia passando dal Polo Nord che dal Polo Sud». «Putin tuttavia ha anche affermato che la Russia “non minaccia e non intende aggredire nessuno” ed anzi auspica una collaborazione “equa e paritaria” sia con gli Usa che con l’Ue» (Notizie Geopolitiche). Come sempre e come dappertutto, la colpa è sempre degli altri. Ma sulla nuova corsa agli armamenti che in questo frangente storico riguarda soprattutto gli Usa, la Russia e la Cina ritornerò in futuro. Forse.

Sul Sole 24 Ore il Professor G. B. Navaretti, Ordinario di Economia politica all’Università Statale di Milano, la butta in “filosofia”: «come un atto di ottuso solipsismo. Il solipsismo, dal dizionario “atteggiamento filosofico secondo il quale il soggetto pensante non può affermare che la propria individuale esistenza in quanto ogni altra realtà si risolve nel suo pensiero”, ben definisce l’incapacità di Trump di valutare le conseguenze delle sue azioni. Sia sul proprio paese che sul resto del mondo». E se invece l’iniziativa trumpiana fosse l’espressione di reali contraddizioni economiche e sociali che si sviluppano non solo negli Stati Uniti ma nell’intero capitalistico mondo? È un’ipotesi che non andrebbe scartata, mi pare.

Ma così non pare a Navaretti: «Altro problema del solipsismo è l’incapacità di distinguere gli amici dagli avversari. La questione dell’acciaio in occidente nasce dall’eccesso di capacità produttiva soprattutto in Cina. Unione Europea e Stati Uniti stanno sulla stessa barca e il loro obiettivo comune è di contenere insieme l’espansionismo cinese». Siamo proprio sicuri che gli interessi contingenti e, soprattutto, strategici di Unione Europea e Stati Uniti coincidono o comunque in qualche modo si armonizzano, e che in questa forma unitaria tendono a collidere con quelli della Cina? Anche qui mi permetto di dubitare, e basta guardare al passato, recente e lontano, per capire come l’antagonismo capitalistico basato sull’esportazione di merci e capitali abbia riguardato soprattutto l’Occidente e il Giappone, mentre solo dalla seconda metà degli anni Ottanta la Cina ha iniziato a pesare nella competizione per la spartizione di profitti, mercati, materie prime e forza-lavoro. Nel periodo chiamato della Guerra Fredda le controversie commerciali, finanziarie e monetarie tra gli Stati Uniti e i loro “alleati” politico-militari (Germania e Giappone, in primis) sono state messe in ombra dalla disputa ideologica e militare tra gli Usa e l’Unione Sovietica, ma messo al tappeto uno dei pilastri dell’assetto imperialistico venuto fuori dalla Seconda guerra mondiale, all’interno dell’Alleanza Atlantica è stato di fatto dichiarato un parziale “liberi tutti”, e così gli interessi specifici, non solo economici, dei diversi Paesi hanno avuto modo di mostrarsi con più forza anche agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Vediamo come conclude il nostro Scienziato economico: «Si dirà, Trump non è solipsista, guarda e con molta attenzione alla pancia dei propri elettori. Vero. Ma in un mondo così complesso mi pare un ennesimo gesto di straordinaria ottusità». A me pare invece ottuso concentrarsi sulla “pancia” degli elettori di Trump, piuttosto che sulla situazione sociale che quella “pancia” ha creato, ossia sulle contraddizioni e sui disagi che per essere gestiti hanno bisogno anche della propaganda “populista” basata sull’orgoglio nazionale e sulla chiusura nei confronti degli altri che «ci rubano il lavoro, le imprese, il welfare, il futuro». E questo è un tema che, come sappiamo, riguarda anche l’Europa e l’Italia. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ad esempio, sono subito saltati sul carro “protezionista e sovranista” di Trump: «Oggi la polemica sui giornali è contro Donald Trump. Lui difende l’industria americana, vuole salvare i posti di lavoro. Tutti lo attaccano; io invece voglio fare in Italia la stessa cosa, si possono mettere i dazi. È troppo comodo licenziare a Milano e aprire in Romania o in Cina per poi rivendere nei nostri supermercati. Se lo vuoi fare paghi di più. Ce ne sono già di dazi dell’Ue su alcuni prodotti ma ci sono tanti settori come la ceramica o il tessile, che non sono stati difesi dai governi italiani impegnati, male, per esempio sulle banche. Io da padre di due figli di 5 e 15 anni, vorrei che i miei figli non scappassero dall’Italia. Voglio rimettere al centro della politica italiana il lavoro: pagare 2 euro l’ora è schiavismo, non voglio ci siano gli schiavi, magari sostituiti o dai robot o dagli immigrati che fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare» (intervista de Il Mattino a M. Salvini). «Prima gli italiani!». Fuori i robot e gli immigrati! Soprattutto gli immigrati…

«Opposta l’opinione dell’alleato Silvio Berlusconi. Sui dazi voluti da Trump, ha detto a Rtl, “la signora Merkel ha preso una posizione netta, io la condivido assolutamente. La signora Merkel ha ricordato quel che il protezionismo e i dazi hanno significato nella storia”, ovvero “tutte le volte non hanno prodotto bene per l’economia e i cittadini ma il contrario. Credo che questa nuova idea di protezionismo non sia da approvare, non sia positiva per gli stessi Usa» (Il Mattino). Anche qui vedremo il “punto di equilibrio” che la destra italiana sarà in grado di trovare sulla politica economica in caso di successo elettorale. C’è comunque da dire che la linea protezionista è debole in Italia perché il Made in Italy ancora “tira” nei mercati internazionali, e un inasprimento della guerra commerciale mondiale potrebbe spiazzarlo e metterlo fuori gioco a favore dei competitori diretti più forti: Germania e Giappone. Il premier Gentiloni ha dichiarato: «Noi tuteliamo il lavoro. Si veda il caso Embraco proprio oggi. E se ci saranno guerre commerciali risponderà l’Italia, l’Europa. Ma attenzione perché abbiamo un’economia che vive e lavora di esportazioni. Un italiano che propone i dazi, lavora per lo straniero» (Ansa). Non passi lo straniero! Sì, ma come?

TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

I TEDESCHI NON SCHERZANO MAI!

«I tedeschi non scherzano mai»: così recita la lapidaria pubblicità di una nota casa automobilistica tedesca. Migliaia di saggi sul carattere nazionale tedesco sintetizzati in uno slogan: è la forza del marketing. E Trump, che ultimamente si è molto lamentato con i «cattivi tedeschi» per l’invasione del mercato americano per opera delle loro automobili, ne sa qualcosa. Scherzi a parte, come dobbiamo interpretare l’impegnativa dichiarazione rilasciata ieri da Angela Merkel in una grande birreria-tendone di Monaco di Baviera? Leggiamo: «I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani. […] Dobbiamo sapere che dobbiamo lottare noi stessi per il nostro futuro e il nostro destino di europei». Quando si tratta di scomodare l’impegnativo e “pesante” concetto di destino i tedeschi non scherzano mai. Gian Enrico Rusconi, che di cose tedesche si intende, ha scritto qualche anno fa che «Quando si parla della Germania, i toni drammatici sono d’obbligo». È quindi saggio non attribuire alle parole della Cancelliera di Ferro il significato di un mero esercizio retorico usato a fini elettoralistici, confidando nella scarsa simpatia che il Presidente degli Stati Uniti può “vantare” in Europa in generale e in Germania in particolare – la Russia è un discorso a parte.

Nella divergenza Merkel-Trump Emmanuel Macron ha probabilmente visto la ghiotta opportunità di ritagliarsi il comodo ruolo del mediatore, soprattutto nel contesto della nuova situazione creata dalla Brexit; ma egli deve muoversi con prudenza, deve fare molta attenzione perché potrebbe rimanere stritolato nella morsa di interessi, di contraddizioni e di conflitti di eccezionale portata, tali da poter produrre nuova storia, nuovi equilibri geopolitici. Probabilmente è finito il tempo in cui l’abilità manovriera dei leader politici europei (ad esempio di Francia e Italia) poteva supplire a una debolezza strutturale di fondo, e questo con il tacito consenso degli stessi tedeschi, disposti a chiudere un occhio su velleità che tutto sommato non intaccavano la realtà dei rapporti di forza. Tanto più dal momento che la Germania rifiutava di esporsi più di tanto sul piano squisitamente politico, e lasciava pragmaticamente che a parlare fosse la sua potenza economica: fatti, non parole! Ma oggi la «Potenza riluttante» è strattonata da tutte le parti; da tutte le parti le si chiede di assumersi le sue responsabilità, e c’è il rischio che, prima o poi, essa lo faccia davvero: è sempre pericoloso evocare il genio che dorme dentro la lampada!

Rappresentare i grandi convegni internazionali alla stregua di competizioni sportive alla fine delle quali il pubblico ha la possibilità di applaudire i vincenti e di fischiare i perdenti (alcuni quotidiani italiani hanno persino redatto pagelle di fine vertice, come si fa per le partite di calcio), è cosa che piace molto ai mass media di tutto il mondo, i quali devono pur campare. Ma di certo non è il modo più corretto di approcciare e raccontare i Summit come quello che si è appena concluso nella bellissima location di Taormina. In passato il formato G7 (iniziato ufficialmente come G6 nel 1975, diventato G8 alla fine degli anni Novanta con la presenza della Russia, espulsa dal gruppo dei “Grandi” nel 2014 per le note vicende in Ucraina) per un verso – e nei fatti – si limitava a fotografare lo stato dei rapporti di forza «fra i grandi del mondo libero», e per altro verso cercava di vendere all’opinione pubblica internazionale una narrazione tesa a rassicurarla circa le buone intenzioni dei governi riuniti annualmente per fare il punto della situazione: «È per il vostro bene che stiamo lavorando. Il mondo è in buone mani. Tutto è sotto controllo. Lavorate con zelo e pagate le tasse, dunque». Ed ecco le photo opportunity, ed ecco i chilometrici documenti finali, preparati con millimetrica precisione dai funzionari di fiducia dei Capi di Stato e di Governo (i mitici Sherpa), pieni di buone intenzioni su tutto: sulla futura prosperità dei cittadini, sulla sostenibilità sociale e ambientale dell’economia, sulla pace nel mondo, sulla tolleranza (culturale, religiosa, razziale, sessuale) e su molto altro ancora. L’arrosto dei fatti e il fumo della propaganda, il quale esigeva da parte dei protagonisti un contegno diplomatico inteso a smussare agli occhi dell’opinione pubblica punti di frizione e contraddizioni di vario genere. Alla fine di ogni G7, nella conferenza stampa di chiusura, ciascuno dei protagonisti poteva vantare davanti ai propri cittadini elettori il successo del convegno: «Specialmente il nostro Paese ne esce rafforzato». Come no!

Che fotografia ci consegna il G7 di Taormina? La novità, rispetto ai Summit precedenti, quantomeno a quelli degli ultimi venti anni, è che questa volta l’arrosto dei fatti ha fatto premio, come si dice, sul fumo della propaganda, e ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, visto il carattere poco incline agli insulsi canoni del politically correct del Presidente che oggi rappresenta gli interessi della prima potenza capitalistica del pianeta. Ma al di là dei dati personali, è sulla situazione strutturale del cosiddetto mondo libero che si debbono individuare le cause del «fallimento», come sostengono gli analisti più esperti di G7, del vertice di Taormina; «fallimento» che acquista un significato politico e geopolitico ancor più marcato se messo a confronto con l’indubbio successo che Trump ha avuto nella sua missione in Medio Oriente. Chi in Europa si aspettava un Presidente più accomodante, quantomeno per ragioni di garbo diplomatico, ha dovuto ricredersi. Il contenzioso economico e politico fra Stati Uniti e Unione Europea è diventato troppo grande, per essere facilmente nascosto agli occhi dell’opinione pubblica internazionale con qualche espediente diplomatico e per non avere conseguenze politiche di ampio respiro che per adesso personalmente non so prevedere né immaginare – se non sulla scorta di suggestioni che mi vengono da vecchie e poco rassicuranti immagini in bianco e nero. Di certo sono intellettualmente aperto a ogni tipo di conseguenza che sia radicata in una tendenza oggettiva, e oggi la tendenza oggettiva ci parla appunto di un conflitto sistemico tutto interno al cosiddetto «mondo libero».

L’esibita postura muscolare di Donald Trump nasconde in realtà la reale – ma relativa – debolezza economica (industriale, commerciale, finanziaria) degli Stati Uniti, cosa che peraltro non fa registrare un’assoluta novità, anzi. Come ho scritto altre volte, negli anni Ottanta gli USA adottarono una linea politica, commerciale e monetaria molto dura e aggressiva nei confronti della Germania e del Giappone, ossia dei due Paesi che nel secondo dopoguerra si erano assai rafforzati sul piano commerciale e finanziario a spese dell’alleato americano, alle prese con il più grande debito estero del mondo, con un debito pubblico sempre più grande e con una bilancia dei pagamenti costantemente negativa. Sulla The New York Review del maggio 1988 Felix Rohatyn, finanziere e autorevole analista economico e politico di orientamento democratico, scrisse che «Oltre 200 anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza gli Stati Uniti hanno perduto la loro posizione di potenza indipendente», e si apprestavano a diventare una «potenza economica di secondo rango». Anche allora la Casa Bianca minacciò di adottare contro l’asse liberista Tokyo-Bonn una politica ampiamente protezionista, confermando la tesi secondo la quale la politica delle porte aperte (possibilmente spalancate) è più congeniale ai forti, mentre la politica opposta segnala una situazione di sofferenza in chi la adotta o minaccia di adottarla. Oggi la politica “liberoscambista” corre soprattutto lungo l’asse Berlino-Pechino, e difatti la Germania di Merkel e la Cina di Xi Jinping sono costantemente nel mirino di Trump: «Prima dell’arrivo dei cinesi, l’acciaio americano andava bene». E qui è facile immaginare una standing ovation di chi alle ultime Presidenziali ha votato Trump e una risata da parte di chi fa l’apologia della nuova rivoluzione tecnologica basata sull’Intelligenza Artificiale. «Donald Trump si è abbattuto come un ciclone sul G7 dopo aver vestito i panni della diplomazia in Medio Oriente. [… ] La differenza di approccio riflette la genesi del movimento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca: per le famiglie del ceto medio bianco del Mid-West e degli Appalachi, flagellati dalle diseguaglianze, la priorità è solo e soprattutto un sistema economico “più giusto” ovvero radicalmente diverso dall’architettura degli accordi globali creata dalla fine della Guerra Fredda dai presidenti Clinton, Bush e Obama» (M. Molinari, La Stampa).  Tarda ancora ad abbattersi sulla Società-Mondo del XXI secolo il ciclone della lotta di classe orientata a distruggere l’attuale sistema economico, più o meno “giusto” (vedi le santissime parole del Compagno Papa Francesco) che sia. Ma di queste utopistiche cose scriverò un’altra volta. Forse.

«Durante la presidenza Obama si è cercato, senza successo, di stipulare Accordi Transatlantici e Accordi Transpacifici, quasi come se gli Stati Uniti volessero di nuovo protendersi a un dominio del mondo che rafforzasse il loro ruolo di esportatori della sicurezza. Quel tentativo è fallito, come è noto, e il nuovo presidente Trump ha più volte dichiarato che vuol sostituirlo con accordi bilaterali che, in effetti, sono la norma da molti anni su scala globale: una norma che è soprattutto frutto del pesante crollo ventennale del commercio mondiale, per il restringimento della domanda interna, per l’inizio della deflazione secolare, per l’instabilità delle relazioni internazionali e dei rapporti di potenza tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. Alcuni di questi Stati, similmente all’India, sono tanto esportatori di merci industriali, quanto di merci agricole, quanto di servizi al commercio virtuale attraverso le piattaforme di Google, Amazon ecc. Insomma, negli scambi mondiali, c’è un grande disordine sotto il cielo e la navicella liberista veleggia a fatica, come se fosse tra un mare di ghiaccio» (G. Sapelli, Il Messaggero). Insomma, Trump è più un sintomo che una causa.

Scriveva Guido Salerno Aletta alla vigilia del vertice di Taormina: «Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti» (Formiche). Scrive oggi Andrea Montanino su La Stampa: «Il 5 giugno 1947 è una data storica, perché veniva scritto il Piano Marshall e iniziavano le relazioni speciali tra Stati Uniti e Europa occidentale. A 70 anni esatti di distanza, le relazioni transatlantiche sono precipitate e sembra aprirsi una nuova era dopo le dichiarazioni di Angela Merkel e le decisioni del presidente Trump in merito al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.  […] Trump è in particolare infastidito dai 68 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Germania. Ma è un fatto che la Germania sia molto più competitiva degli Stati Uniti: secondo il Trade Performance Index sviluppato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio insieme alle Nazioni Unite, su 14 prodotti nei quali viene suddiviso il commercio mondiale, la Germania è al primo posto in otto per competitività, mentre gli Stati Uniti sono mediamente intorno alla trentesima posizione. I rapporti commerciali tra Germania e Stati Uniti sono poi alquanto articolati: ad esempio, il primo esportatore di automobili dagli Stati Uniti non è la Ford o la General Motors, ma la Bmw con le sue fabbriche della Carolina del Nord.  Attaccare la Germania può essere poi controproducente sul fronte degli investimenti: le aziende tedesche hanno investito negli Stati Uniti circa 255 miliardi di dollari, dando da lavorare a 670 mila persone (dati Bureau of Economic Analysis). Piuttosto che attrarre nuovi investimenti e creare occupazione, la politica di Trump verso la Germania potrebbe far mancare un partner prezioso per fare “l’America nuovamente grande”. Senza contare che il 44 per cento di tutti gli investimenti stranieri in America vengono dai 27 membri dell’Unione Europea». Diciamo pure, anche per irritare i sovranisti economici e politici di “destra” e di “sinistra”, che nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo una politica coerentemente protezionista è di problematica attuazione, diciamo così; sempre al netto della velenosissima propaganda sovranista rivolta ai «perdenti della globalizzazione». In ogni caso, la tendenza alla creazione di un polo imperialista europeo a guida tedesca (non vedo oggi altra leadership “sistemica” possibile) si è molto rafforzata. Almeno così mi sembra.

A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Gli analisti di geopolitica più accreditati del pianeta non hanno dubbi: le prime mosse militari di Trump hanno un forte, se non esclusivo, significato politico, tanto in chiave esterna (avvertimento ai cinesi, ai russi, ai siriani, agli jihadisti, ai nord-coreani, agli alleati orientali e occidentali), quanto in chiave interna: «Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra» (L. Caracciolo, L’Unità). Come capita spesso, e non solo negli Stati Uniti, mostrare i muscoli porta consenso al Comandante in capo: basti pensare che già dopo l’attacco con 59 missili alla base siriana di al-Shayrat l’indice di gradimento per il Presidente è passato dall’anoressico 34 per cento a un più dignitoso 42. Chissà quanto in alto sarà schizzato quell’indice dopo il propagandistico uso della Madre di tutte le bombe in Afghanistan! A tal proposito, e a dimostrazione che l’imperialismo americano bombarda secondo inappuntabili criteri di umanità e precauzione (altro che il macellaio/chimico di Damasco!), «il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha sottolineato che nell’azione “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime civili e danni collaterali”» (ANSA). Queste più che credibili assicurazioni fanno bene al cuore, nevvero?

Per Enrico Oliari il messaggio del Presidente può essere sintetizzato in questi termini: «con lui è “America first”. Anche fuori casa». Esatto. E questo naturalmente in perfetta continuità con la prassi politica (sfera militare inclusa) di quella che rimane la prima potenza imperialistica del pianeta. Sulla falsa alternativa isolazionismo/interventismo nella politica estera americana rimando ai miei post dedicati al tema.

Poteva il virile Putin non reagire alla maschia provocazione trumpista? Certo che no! «L’uso in Afghanistan della potentissima Moab da parte dell’esercito Usa deve aver indispettito i colleghi russi. RT Russia, infatti, sul suo account Twitter si è sentita di puntualizzare che la bomba non nucleare più potente – e molto più “maschia” – è a disposizione dell’arsenale russo. “La Madre di tutte le bombe non spaventa i russi, noi ne abbiamo una ancora più potente: gli americani avrebbero molta più paura del nostro “padre”. La super-bomba russa, precisa il Moscow Times, ha una potenza equivalente a 44 tonnellate di tritolo contro i “soli” 11 di quella Usa – e, a quanto pare, un raggio di distruzione maggiore» (ANSA). Si tratta insomma di una gara a chi possiede l’ordigno più grosso e potente; Madre di tutte le bombe contro Padre di tutte le bombe: qui anche la psicoanalisi freudiana avrebbe forse qualcosa di intelligente da dire, soprattutto a proposito di chi è attratto dalla virile postura dei Cari Leader mondiali dei nostri più che disgraziati tempi.

A proposito di Cari Leader mondiali, c’è da dire che in questi giorni è un vero spasso compulsare i siti sinistrorsi e destrorsi che al momento dell’elezione di Trump avevano brindato, forse un pochino in anticipo sui tempi, all’«alleanza populista» tra gli Stati Uniti e la Russia; oggi vi si nota un certo imbarazzo, per così dire, e certamente molta frustrazione. Secondo certi personaggi rigorosamente “antimperialisti”, il Presidente a stelle e strisce avrebbe infine ceduto alla pressione e ai ricatti dello «Stato profondo» americano, o dell’establishment, oppure dei «poteri forti» (poverino!), o della lobby pro-global (Unione Europea in testa, si capisce). Leggo da qualche parte: «Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora». Tradimento! Il blocco populista-sovranista si vede costretto a retrocedere dal superbo trumputinismo che avrebbe dovuto spezzare le reni al blocco globalista guidato dalla Cina e dall’Unione Europea, a un più modesto e tradizionale putinismo. Bisogna accontentarsi di quel che passa il convento dell’«antimperialismo oggettivo».

Sul versante politico opposto (ma sullo stesso terreno di classe!), Giuliano Ferrara soffre perché non riesce a riposizionarsi senza nulla concedere all’avversario: l’attivismo militare di Trump sarebbe più che legittimo politicamente e giustificato sul terreno della «battaglia culturale», soprattutto dopo il catastrofico disimpegno obamiano sul fronte della difesa dei sacri valori occidentali; ma tutto questo se alla Casa Bianca ci fosse un vero statista, magari intellettualmente modesto come George W. Bush, e non un inaffidabile miliardario newyorchese che insegue giorno per giorno il successo di immagine come una qualsiasi star hollywoodiana. Berlusconi ai suoi tempi, benché su una scala geopolitica molto più ridotta, faceva lo stesso, ma almeno non aveva alcuna arma fine di mondo da lanciare su qualche malcapitata popolazione del pianeta! Tempi duri per gli amici di Washington.

Da Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ci fa sapere che «si ha la sensazione che un conflitto potrebbe scoppiare da un momento all’altro» (che bella notizia!), ma che d’altra parte «il dialogo è la sola via»: tiro un sospiro di sollievo! Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra armata (quella sistemica non conosce soste) con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Anche Trump è per il “dialogo”, si capisce: «Ho una grande fiducia nel fatto che la Cina gestirà bene la situazione della Corea del Nord». Ma il Presidente, ligio al motto «fidarsi è bene, non fidarsi è meglio», ha già pronto un piano di riserva: «Se non è in grado di farlo, gli Usa, con i suoi alleati, lo faranno». Ecco! Dopo questa puntualizzazione mi sento ancora più tranquillo, diciamo.

Intanto il Caro Leader nordcoreano si appresta a celebrare da par suo la Festa del Sole dedicata all’Eterno Presidente Kim Il Sung, fondatore della dinastia stalinista-maoista che regna in Corea del Nord dal 1948. «Choe Ryong-hae, secondo alcuni analisti il secondo più potente ufficiale della Corea del Nord, ha detto che il Paese è pronto ad affrontare qualsiasi minaccia posta dagli Stati Uniti.  “Risponderemo a una guerra totale con una guerra totale, e a una guerra nucleare con il nostro stile di un attacco nucleare”» (ANSA). Esiste dunque uno stile nordcoreano di attacco nucleare? Non lo sapevo. Per fortuna il Caro – e lui si augura soprattutto Eterno – Senatore Antonio Razzi vola a Pyongyang e si offre come scudo umano: «Quello che voglio far capire a Donald, rispetto al mio viaggio nordcoreano, è che io sono per il dialogo perché “Dio ci ha dato la bocca per parlare e non ci ha dato le bombe da sganciare”. E allora, amico caro, io dico: se ci ha dato la bocca, parliamone» (Il Tempo). Ci sarebbe da ridere se si trattasse di un film comico, e invece da un momento all’altro potrebbe scoppiare, almeno a dar credito ai quotidiani italiani, la Terza guerra mondiale, quella “intera”, non quella “a pezzetti” di cui tanto parla il Santissimo Padre.

Secondo il già citato Lucio Caracciolo, il confronto Usa-Corea del Nord ha superato il perimetro dell’escalation puramente verbale: «Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente uno scenario d’interesse globale».

Ricordo che già nella primavera del 2013 si parlò della possibilità di uno scontro armato imminente in quell’area, come si evince da un mio post (Prove di apocalisse nucleare lungo il 38° parallelo) pubblicato quell’anno: «Per Pyongyang sembra alla fine essere arrivato il “tempo della battaglia finale”. Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei lavoratori (sic!) nordcoreano, ha dichiarato la scorsa domenica che in seguito alle manovre militari congiunte tra Washington e Seul la Corea del Nord considera l’armistizio del 1953 con la Corea del Sud “completamente nullo da oggi”. Se non si tratta di una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Le truppe ammassate lungo il famigerato 38° parallelo “aspettano solo l’ordine di attacco”. L’inevitabile redde rationem bussa dunque alle porte del Sudest Asiatico? D’atra parte, l’ex “Caro Leader” Kim Jong-il aveva dichiarato, qualche mese prima di raggiungere il Paradiso Comunista dell’Aldilà, che “a causa della sconsiderata politica bellica dei sud-coreani, non si tratta di guerra o pace nella regione coreana, ma di quando scoppierà la guerra”, e aveva aggiunto, giusto per tranquillizzare i fratellastri sud-coreani, i cugini cinesi e gli odiati giapponesi, che la guerra “condurrà al confronto nucleare e non sarà circoscritta alla penisola coreana”. Com’è noto, la sola fabbrica nordcoreana davvero produttiva è quella del terrore: poliziesco (verso l’interno) e nucleare (verso l’esterno); una fabbrica che ha consentito all’inquietante regime militare di Pyongyang di mantenersi a galla nonostante l’estremo degrado economico, morale e psicologico della popolazione del Paese. Pare che il giovane leader Kim Jong-un sia di fatto ostaggio della “casta militare”, la quale da sempre è stata ostile a qualsiasi “riforma economica”, anche timida e limitata ma quantomeno in grado di frenare l’emorragia di cittadini nordcoreani che fuggono con tutti i mezzi possibili verso la Corea del Sud e verso la Cina».

Quattro anni dopo ci risiamo! Che sia la volta buona? Scherzo! È il Sistema Mondiale del Terrore che invece non ha alcuna voglia di scherzare.

TRUMP E ALTRO. A PROPOSITO DI POST-VERITÁ

20161119_ldd001_0«Il presidente statunitense Donald Trump, ospite di una delle trasmissioni di punta dell’emittente Fox News, pressato dalle domande del conduttore, Bill O’Reilly, ha affermato di rispettare il suo omologo russo, Vladimir Putin. Quando il giornalista ha domandato al Tycoon come lui possa nutrire stima per il presidente russo, ex ufficiale del Kgb accusato di aver fatto uccidere numerosi oppositori politici, Trump ha risposto: “Putin un assassino? E noi? Pensa che siamo poi così innocenti?”, aggiungendo: “ci sono stati e continuano ad esserci un sacco di assassini anche negli Usa”» (Notizie Geopolitiche). Chi può sostenere il contrario, con qualche pur minima probabilità di successo, è pregato di farsi avanti.

In un editoriale il Wall Street Journal ha fatto dell’ironia sulla dichiarazione di Trump, sostenendo che «questo tipo di equivalenza morale metterebbe in difficoltà perfino Jane fonda in una manifestazione di estrema sinistra contro la guerra». Non stento a crederlo. È esattamente l’esibito politically incorrect trumpiano che disturba molto chi oggi negli Stati Uniti contesta il nuovo inquilino della Casa Bianca non, beninteso, nella sua qualità di massimo rappresentante politico-istituzionale degli interessi della classe dominante statunitense, o quantomeno di una sua parte (com’è noto, solo contro i lavoratori i padroni si coalizzano fra loro facilmente), nonché dei giganteschi interessi (economici, geopolitici, ecc.) che fanno capo alla prima potenza del pianeta, bensì perché il miliardario newyorchese appare ai loro educati occhi troppo brutale, volgare, cattivo, razzista, fascista e quant’altro. Quanto ridicoli, meschini e servi sciocchi mi appaiono tutti quegli intellettuali, tutti quegli artisti (più o meno pseudo), tutte quelle star della musica, del cinema e della televisione che oggi affettano pose di superiorità politico-antropologica nei confronti di Trump e del suo elettorato, e che si disperano perché il Paese a stelle e strisce non ha al comando il bastone da essi desiderato! «Il mio Presidente non è Donald Trump!». E chi se ne frega! Per questi servi sciocchi fa dunque una bella differenza cantare o recitare in onore di questo piuttosto che di quel padrone, pardon: Presidente; e ciò che ai miei occhi appare più odioso è che essi esprimono l’orientamento della cosiddetta opinione pubblica americana, diversamente collocata sul piano politico ma unita al cospetto dei sacri interessi nazionali.
I “sinistri” americani temono che con Trump il buon nome della super potenza statunitense possa appannarsi agli occhi del mondo. A questo proposito scriveva qualche giorno fa Giuseppe Cucchi su Limes: «L’approccio del primo presidente afro-americano e quello del magnate newyorkese all’apparenza non potrebbero essere più diversi. Eppure la priorità di entrambi è la stessa: conservare il primato statunitense». E fin qui c’ero arrivato pure io. La continuità del dominio sociale attraverso i cambiamenti che si registrano nella sfera politica è qualcosa che sfugge a chi non riesce ad andare oltre la schiuma del processo sociale.

In ogni caso, e in ossequio al detto che dal male può anche venire il bene (come dalla tragedia può anche scaturire la farsa), la “sinistra” americana è pronta a «pensare in grande», almeno a dar retta a Christopher D. Cook: «Le proteste e le esplosioni di dissenso sui social media prendono proporzioni enormi. Dobbiamo volgere tutto questo a nostro favore, costruire una ribellione coerente e compatta; una reazione, uno scossone da dare alla classe lavoratrice, e una coalizione intelligente fra le diverse anime costituenti, che mettano insieme la maggioranza progressista di questo Paese, e che portino ad un grande rifiuto del Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato, la vittoria in numerosi Stati, e la nascita di un movimento concreto, progressista e di larghe intese. […] Spingiamo il Partito Democratico verso una direzione indiscutibilmente più progressista, e sviluppiamo delle alternative indipendenti dal panorama elettorale corrente» (Progressive, 27 gennaio 2017). Che si stia verificando ciò che profetizzava Slavoj Žižek alla vigilia del voto “rivoluzionario” dell’8 novembre? «La vittoria di Trump», scriveva infatti l’intellettuale sloveno, «contiene in sé un grave rischio, non c’è dubbio, ma la sinistra sarà mobilitata solo dalla minaccia di una catastrofe. Né Clinton né Trump stanno “dalla parte degli oppressi”, per cui la vera scelta è astenersi dal voto o scegliere tra i due quello che, pur non valendo nulla, apre le maggiori possibilità che si inneschi una nuova dinamica politica che possa condurre alla massiccia radicalizzazione della sinistra». Dichiarazione oltremodo dialettica che si era meritata la pungente e non del tutto infondata (anzi!) ironia di Giuliano Ferrara: «Su Repubblica un testo delirante del delirante filosofo sloveno diceva ieri che ci si può astenere, ma se si vota la scelta è Trump, così la sinistra rivoluzionaria saprà che cosa fare per quattro anni almeno». Mi aspetto qualche sussulto anche da parte del “movimento pacifista”, latitante negli anni del premio Nobel Obama – e della coppia più bella del mondo Putin-Assad (*).

«L’equivalenza morale» tra la Russia di Putin e l’America di Trump denunciata dal WSJ piace invece molto ai sovranisti europei, a quelli di “destra” come a quelli di “sinistra”. A proposito di quest’ultima «equivalenza» politica, il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: «Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchone e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini». Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia!

Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, «un’ideologia anti-capitalista», allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità.

(*) «Amnesty International ha accusato il regime siriano di aver impiccato circa 13.000 persone in cinque anni, tra il 2011 e il 2015, in una prigione del governo vicino Damasco, denunciando una “politica di sterminio”. In un rapporto, in cui si riporta l’esito di interviste a 84 testimoni, tra cui guardie, prigionieri e giudici, Amnesty segnala che almeno una volta alla settimana tra il 2011 e il 2015 gruppi fino a 50 persone sono stati presi dalle loro celle per processi arbitrari, picchiati e poi impiccati “nella notte, in totale segretezza”. La maggior parte delle vittime sono civili, percepiti come oppositori del governo del presidente Bashar al Assad» (askanews, 7/02/2017).

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