GIANFRANCO LA GRASSA E LA QUINTA COLONNA SINISTRORSA

egizGli articoli di Gianfranco La Grassa dedicati alla crisi delle cosiddette «primavere arabe» sono interessanti non tanto, o non solo, per l’analisi geopolitica dello scenario regionale (dal Medio Oriente al Maghreb) e planetario che sorregge la sua riflessione “post-comunista” del mondo, analisi che in parte condivido (salvo che per le sue implicazioni squisitamente politiche); quanto per le critiche alla «sinistra», anche a quella più «radicale», che vi si trovano. Si tratta forse di un regolamento di conti tra ex compagni di strada? Leggendo questi articoli la domanda sorge, come si dice, spontanea.

Ecco, ad esempio, cosa scrive La Grassa a proposito dell’ultimo «colpo di Stato militare» nel Paese delle piramidi, il quale, tra l’altro, avrebbe incontrato la «chiara soddisfazione israeliana»: «È ora che lo si chiami con il suo nome e non con la finzione di un semplice aiutino dato al popolo, finzione tipica anche di ipocriti e infami “fu” antimperialisti, che non lo sono in realtà mai stati; erano degli imbroglioni pagati da “chi sa chi” (ma ora si capisce chi era!) per andare in giro nel mondo a predicare un terzomondismo fallimentare e dunque connivente nei fatti con il paese che imponeva il proprio predominio (gli Usa)» (Prudenza, please!, Conflitti e strategie, 21 agosto 2013).

Il cosiddetto antimperialismo e il terzomondismo d’accatto del “bel tempo che fu” (quando l’Imperialismo Russo marciava sotto la bandiera rossa) come strumenti politico-ideologici al servizio dell’Imperialismo americano? I «fu antimperialisti» e i terzomondisti fallimentari prezzolati da Washington? La mia tesi è che gli uni e gli altri fossero piuttosto al servizio delle potenze concorrenti degli Stati Uniti: Unione Sovietica, Cina, India e «Sud del mondo» in generale. Il limite teorico e politico più grave dell’antiamericanismo e del terzomondismo è stato sempre quello di aver trascurato, o comunque grandemente sottovalutato, la tensione sistemica (economica, politica, geopolitica, ideologica) che si è andata accumulando, a partire dal secondo dopoguerra, nel campo imperialistico dominato dagli americani; questa tensione, molto forte sul terreno della competizione squisitamente capitalistica (ossia della contesa economica, tecnologica, scientifica), è stata appiattita, e di fatto cancellata, in ossequio alla – falsa, astorica, adialettica – teoria del padrone assoluto alle prese con meri «servi sciocchi». La riunificazione tedesca, basata in larga misura sulla potenza capitalistica della Germania, sulla sua superiorità sistemica nei confronti dei “paesi fratelli” europei, ha dimostrato nel modo più clamoroso quanto fallace fosse quella teoria.

La dialettica interimperialistica Nord-Nord, di gran lunga più interessante sul piano analitico e certamente più significativa dal punto di vista della lotta di classe anticapitalistica, è stata sacrificata sull’altare della dottrina stalinista-maoista del «nemico principale», individuato nell’Occidente in generale e negli Stati Uniti in particolare.

imagesCome si fa a non sghignazzare, ad esempio, pensando che in Italia c’è ancora gente che confida in un personaggio come Hamdin Sabbahi, leader del Fronte di salvezza nazionale che appoggia “da sinistra” l’attuale regime militare, il quale ha rilasciato la dichiarazione che segue: «Invitiamo Vladimir Putin a venire al Cairo, lo acclameremo, come ha fatto Nasser con l’Unione sovietica» (Il Manifesto, 21 agosto 2013)? Ci mancava pure il ritorno di Nasser! Si sa, a volte ritornano… Si annuncia un nuovo “socialismo” con caratteristiche egiziane? È proprio vero: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Mi correggo: come macchietta, nel caso degli italici nasseriani.

Ma ritorniamo, per concludere questa breve riflessione, a La Grassa, interessato, a quanto pare, a sostenere un assetto multipolare del mondo: «Stiamo però attenti a quei fottuti che, fingendosi anti-americani, anti-israeliani, anti-imperialisti, in realtà si schierano con una delle strategie Usa, cioè con uno dei “centri strategici” di quel paese, tutti miranti allo stesso scopo anti-multipolare con mezzi e manovre diversi. Per questo va sempre usato il plurale: strategie, non strategia. Negli Usa andranno appoggiati soltanto quei centri che, infine, accettassero la visione multipolare». Ne ricavo l’idea che il Nostro bastona i «fottuti» di cui sopra in ragione di un autentico antiamericanismo, o quantomeno in vista di un radicale ridimensionamento dell’imperialismo americano.

brown-egyptDal mio punto di vista, che non si radica sul terreno della geopolitica ma su quello dell’anticapitalismo conseguente (ossia rivoluzionario), un mondo «multipolare» appare orribile esattamente come un mondo «monopolare». D’altra parte, lo stesso Grassa, aderendo alla dottrina del realismo geopolitico, non ci tiene affatto a vendere l’auspicato mondo «multipolare» nella confezione arcobaleno che tanto piace ai pacifisti: «Non cominciamo però ad illudere nessuno: simile prospettiva non assicurerà certamente una pace perpetua. La pace sarà sempre ballerina, incerta, ondeggiante; per il semplice motivo che sarà assicurata soltanto da un equilibrio delle forze, dal guardarsi sempre “le spalle”, dal prevedere i tradimenti e i tentativi di aggressione per vie traverse (anche usando le solite quinte colonne, infami rinnegati e traditori del tipo di quelli che oggi in Italia stanno a “sinistra”, perfino in quella che si dice radicale, anticapitalista, per la “giustizia” e il “bene dei popoli”)». Non avendo mai avuto nulla a che spartire (anzi!) con i sinistri che tanto irritano La Grassa, non mi sento minimamente toccato dalle sue simpatiche invettive, le quali peraltro non toccano il cuore del problema, ossia la reale natura della “sinistra”, inclusa «quella che si dice radicale». Probabilmente La Grassa non ha saputo fare i conti come si deve con lo stalinismo. È un’ipotesi, si capisce.

Concludo davvero con questa interessante citazione, che mi permette di autocitarmi: «I cosiddetti “popoli” – che poi sono in genere delle élites che si inseriscono in una lotta sociale, facendo leva sui sedicenti oppressi per liberarsi dei vecchi detentori del potere e impadronirsene loro, a loro uso e consumo – saranno sempre al seguito di qualcuno dei gruppi attualmente in “pole position” nei diversi paesi (“che contano”)». Mettete a confronto questa tesi con quella, assai più modesta, da me elaborata in Egitto e dintorni il 7 luglio: «Come ho scritto altrove, solo chi è impigliato nella rete dell’ideologia dominante (borghese) può usare col sorriso sulle labbra, come se si trattasse della cosa più bella del mondo, il concetto di “popolo”, il quale, in Egitto e ovunque, cela una realtà sociale fatta di classi, semi-classi, ceti e di tante stratificazioni sociali comunque irriducibili a quel concetto. In Egitto come in ogni altra parte del mondo il “popolo” è una parolina magica evocata dai “sicofanti” per far scomparire la divisione classista della società e il rapporto sociale di dominio e sfruttamento che informa l’attività “umana” in tutto il pianeta. Soprattutto nel XXI secolo il “popolo” è una truffa tentata ai danni dei dominati». Non mi stupirei se La Grassa condividesse questa mia “ortodossia veteromarxista”.

EGITTO (MA ANCHE SIRIA E LIBANO): PIOVE SANGUE SU QUELLO GIÀ VERSATO

piramidi-egittoLeggo dal blog Invisible Arabs: «Questa rivoluzione non è più tale, oggi. O forse è quel tipo di rivoluzione che prevede il sangue, tanto sangue: la rivoluzione sanguinosa di cui criticava l’assenza un giornalista francese a un fine intellettuale egiziano, due anni fa, in una conversazione tra pochi intimi. Perché, diceva, ogni rivoluzione passa attraverso un lavacro di sangue. Credevo non avesse ragione, e che la sua critica fosse originata dal suo essere francese, cresciuto nel mito di un’altra rivoluzione. E ora mi devo ricredere» (Umm al Dunya, prego per te, 14 agosto 2013). Come ho scritto nei precedenti post dedicati alle cosiddette “primavere arabe”, la “rivoluzione” egiziana (o tunisina) non è mai stata tale, almeno che non si voglia assecondare la moda per cui qualsiasi movimento sociale, soprattutto se sporco di sangue, è ipso facto “rivoluzionario”.

Diciamo subito che non è la quantità di sangue versato, né la quantità delle masse in movimento, che fanno di un evento sociale caratterizzato da lotte di strada una rivoluzione*. D’altra parte, in Egitto la sola rivoluzione che la storia, non chi scrive, ha messo all’ordine del giorno è quella anticapitalista, perché con tutti i limiti e le contraddizioni, peraltro comuni a tutte le società che insistono nella turbolenta area che va dal Medio Oriente al Maghreb,  quella egiziana è da tempo una società capitalista. Lo era, beninteso, anche quando qualche leader egiziano straparlava di «socialismo arabo», civettando con gli stalinisti e i maoisti occidentali.

Detto di passata, il Capitalismo di Stato in salsa araba, spacciato appunto per socialismo con caratteristiche egiziane, se ha promosso un certo sviluppo economico del Paese e una sua relativa indipendenza nazionale in epoca postcoloniale, ha d’altra parte generato una serie di magagne sistemiche, di natura sia economica sia politica, che alla fine ne hanno di molto rallentato l’ulteriore processo di modernizzazione.  Questa dialettica sociale, che naturalmente dev’essere vista da una prospettiva geopolitica di ampio respiro, in qualche modo segna la dinamica sociale di tutte le nazioni che insistono nel quadrante geopolitico di riferimento. In quasi tutti questi paesi l’esercito ha svolto un’importante funzione sociale (la cui natura borghese è fuori discussione) che però, a un certo punto, nel nuovo scenario mondiale creato dall’ultima ondata di globalizzazione capitalistica, ha presentato i conti in termini di arretratezza sistemica. Questa situazione ha messo all’ordine del giorno, ormai almeno da vent’anni, la transizione dal vecchio modello di sviluppo capitalistico a uno nuovo in grado di affrontare con successo le nuove sfide sistemiche. In gioco non c’è solo la stabilità sociale del Paese, ma le sue ambizioni di potenza regionale in un’area particolarmente densa di nazioni che aspirano alla leadership politica, economica, militare e ideologica regionale. Si comprende bene come il fronte interno e quello esterno siano intimamente intrecciati.

EGITTO~1Nel Paese delle piramidi stiamo dunque assistendo al dispiegarsi di fenomeni sociali che in gran parte si spiegano sulla base delle contraddittorie tendenze riconducibili a precisi interessi di classe, da conservare o da promuovere, che fanno capo a una «società civile» che, per quanto relativamente arretrata se valutata con gli standard occidentali, può ben definirsi borghese. Nell’analisi dei processi sociali non bisogna farsi sviare dalla coloritura politico-ideologica, nella fattispecie in gran parte riconducibile alla tensione inter-religiosa o allo scontro tra forze religiose e forze laiche, che gli interessi materiali cui facevo cenno assumono.

Naturalmente le tendenze sociali che spingono nella direzione del cambiamento urtano contro la resistenza degli strati sociali e dei gruppi di potere che hanno interesse al mantenimento dello status quo, o quantomeno a negoziare da posizione di forza la ristrutturazione del sistema, rendendola “più sostenibile” attraverso una serie di compromessi. Non è un caso che la crisi egiziana e la crisi siriana esplodono quando i primi risultati delle «riforme strutturali» varate dai regimi del Cairo e di Damasco intorno al 2004 hanno reso evidente come la transizione sistemica reclamasse le sue vittime, al vertice della piramide sociale come nei suoi gradini più bassi, cosa che peraltro spiega il sostegno di massa di cui godono i gruppi borghesi interessati a frenare le tendenze “modernizzatrici”.

In Egitto questi gruppi si sono finora dimostrati in grado di intercettare e mobilitare il crescente disagio sociale del proletariato urbano, del sottoproletariato e dei contadini poveri, ossia degli strati sociali che più degli altri hanno subito i colpi dall’ondata “riformista” che, sotto l’egida della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ha interessato il Paese.

Scrive Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente: «Il compromesso raggiunto da Morsi con i nuovi “giovani ufficiali” guidati da el-Sisi, che portò alla deposizione del Maresciallo Tantawi e al consolidamento del potere di Morsi, nell’agosto 2012, sancì un nuovo equilibrio: Morsi si sottraeva al controllo dei militari, a cui però veniva garantita la conservazione di quella larga area di potere economico, sociale e di privilegio cui erano assuefatti. L’errore di Morsi è stato quello di considerare il compromesso raggiunto come consolidato e definitivo, mentre per l’esercito esso era un punto d’equilibrio da sottoporre a verifica e condizionato» (Apprendisti stregoni e sepolcri imbiancati, L’Huffington Post, 17 agosto 2013).

Il ruolo politico-istituzionale dell’esercito egiziano è radicato in una funzione economica ancora molto forte, che genera consenso negli strati sociali occupati nelle imprese industriali e commerciali gestite più o meno direttamente dall’esercito.  Scriveva Roberta Zunini sul Fatto Quotidiano del 5 luglio scorso: «Una cosa è certa: l’esercito pesa enormemente sull’economia egiziana fin dall’inizio dell’Ottocento quando furono aperte numerose fabbriche militari per la produzione di uniformi e armi. Da allora la spa militare non ha mai dovuto fronteggiare momenti di crisi. Nemmeno durante questo anno e mezzo di collasso finanziario del Paese dovuto alla transizione dall’era Mubarak a quella della Fratellanza musulmana. L’esercito egiziano controllerebbe circa il 30% dell’economia. Le imprese di proprietà dei militari realizzano la maggior parte dei beni di consumo: dai computer ai televisori, dai frigoriferi alle lavastoviglie. Dominano settori essenziali come l’alimentare producendo e vendendo, nei propri supermercati, olio, pane, carne. Sono entrate in partnership con compagnie automobilistiche come la Jeep per realizzare Cherokee e Wrangler. Hanno partecipazioni nelle compagnie energetiche e nell’industria alberghiera. Le società controllate dai quadri dell’esercito fanno lauti affari anche e soprattutto nel campo delle costruzioni dove i soldati hanno diritto di lavorare da quando stanno per andare in pensione. È cosa loro il nuovo complesso dell’Università del Cairo, la costruzione delle principali arterie stradali e la maggior parte degli alberghi sul Mar Rosso […] In questo ultimo anno scosso da un’inflazione alle stelle, nei negozi gestiti dall’esercito i beni di sua proprietà, come l’acqua minerale Safi, la più popolare del Paese, la carne e il pane sono stati venduti a metà prezzo rispetto alle catene private. Il ministero della produzione militare impiega inoltre da solo circa 40mila lavoratori civili».

islamisti-egittoChi oggi deplora il ruolo dell’esercito, magari dopo averlo sostenuto quando si trattò di sbarazzarsi di Morsi, deve fare i conti con questa realtà strutturale che trova un preciso riscontro politico-istituzionale al vertice del potere egiziano e nelle sue sanguinose convulsioni. A mio avviso sbaglia anche chi vede nella gigantesca polveriera araba solo la mano dell’imperialismo occidentale, a cominciare ovviamente dal «Grande Satana» e dal suo «perfido» alleato mediorientale, Israele. Un antiamericanismo e un terzomondismo sempre più sclerotizzati per un verso non consentono di valutare adeguatamente le contraddizioni e gli interessi radicati nei singoli paesi sconvolti dalla guerra civile e nell’area geopolitica in questione (basti pensare al ruolo che l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar stanno giocando nel decorso della crisi in Egitto e in Siria), e per altro verso, spingono le «masse diseredate» del Sud e del Nord a schierarsi con una delle fazioni (lealisti versus ribelli, laici versus religiosi, statalisti versus liberisti, filo-arabi versus filo-occidentali, ecc.) coinvolte nel bagno di sangue.

Scrivevo il 7 luglio a proposito di Samir Amin, sostenitore di «un’alleanza tra l’Egitto e paesi come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’India, il Brasile e la Nuova Turchia»: «È anche contro questa logica di collaborazione “tattica” tra masse diseredate e borghesia “progressista e antimperialista”, uno schema ideologico qualificabile come reazionario già negli anni Settanta del secolo scorso e che oggi puzza di rancido lontano un miglio, che bisogna lottare, a Sud come a Nord – si tratta della “triade Stati Uniti/Europa/Giappone” (Samir). Inutile dire che chi scrive non ha nulla a che fare con la “sinistra radicale” evocata da Samir, la quale si orienta ancora sulla base della vecchia bussola maoista centrata sulla pseudo-dialettica “nemico principale/nemico secondario”. A mio modesto avviso le classi dominate del pianeta devono fronteggiare un solo nemico di classe: il dominio capitalistico colto in tutte le sue molteplici “declinazioni” sociali – comprese le forme che cadono sotto l’occhio indagatore del geopolitico. Nel XXI secolo non si dà autentica lotta all’Imperialismo senza un’assoluta e tetragona autonomia di classe. Tutto il resto è contesa interimperialistica».

Conference on youth unemployment in Europe in BerlinA proposito di contesa interimperialistica: «E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina» (L. Caracciolo, Il rebus arabo, La Repubblica,  5 luglio 2013). Gli Stati Uniti devono sempre più fare i conti con gli interessi dei loro alleati nella regione, la quale appare assai più fluida e contraddittoria che ai “bei tempi” della guerra fredda, quando il mondo bipolare rendeva possibile strategie di dominio e di controllo abbastanza facili da applicare e prevedibili sul piano analitico. Per quanto riguarda l’Europa, un titolo di un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung del 30 luglio dedicato alla crisi egiziana rende bene la situazione circa la politica estera dell’Unione: Catherine Ashton, mediatrice utile ma non decisiva. Utile ma non decisiva! In realtà non esiste una politica estera dell’Unione, ma tante politiche estere quanti sono i paesi dell’Unione, almeno di quelli più importanti. Anche l’Italietta in quello scottante quadrante geopolitico ha qualche carta da giocare autonomamente, magari per prevenire una nuova sortita anglo-francese. Della serie: fratelli coltelli!

«È vero che l’Ue accorda generosi aiuti finanziari all’Egitto (5 miliardi di euro in crediti e aiuti solo per il 2012-2013), ma tradizionalmente non se ne serve come leva nelle trattative politiche. Il denaro serve da sostegno alla protezione dei diritti umani, della democrazia, dell’istruzione e al progresso del paese» (Frankfurter Allgemeine Zeitung). Quanto è “umano” l’Imperialismo europeo! Quasi mi commuovo. Quasi. Anziché commuoversi, è forse meglio predisporsi a rispondere alla nuova «guerra umanitaria» che già si prepara a pochi chilometri dalla Sicilia.

imagesDal suo mitico blog Grillo tuona: «Per l’Occidente la democrazia è un concetto relativo, che si applica caso per caso, quando gli conviene. Per i militari egiziani non si applica» (Egitto, massacri e democrazia). Diciamo piuttosto che la democrazia è, in politica interna come in politica estera, un eccezionale strumento di controllo, di dominio e di propaganda politico-ideologica che non esclude affatto l’uso della violenza. Proprio la secolare prassi sociale occidentale ci ammaestra in questo senso. «La polveriera Egitto», continua lo statista di Genova, «rischia di travolgere ogni equilibrio in Medio
Oriente e in tutto il Mediterraneo mentre l’Italia fa da comparsa. Il ruolo che le riesce meglio». Qui insiste il vecchio pregiudizio ideologico, di matrice fascio- stalinista, dell’Italia «serva sciocca» di qualcuno, di solito degli Stati Uniti. Eppure da sempre il Bel Paese ha cercato di ritagliarsi un ruolo geopolitico autonomo, naturalmente nei limiti posti alla sua politica estera dalla sua reale forza sistemica e dall’alleanza imperialistica cui esso è parte, nell’area balcanica e nel quadrante che va dal Medio Oriente alla Libia. Ma, si sa, si può fare di meglio e di più. «Italiani!»

* «Rivoluzionario è il processo sociale che mette in discussione non un regime politico, ossia la mera forma politico-istituzionale di un dominio sociale, bensì questo stesso dominio, i peculiari rapporti sociali che lo rendono possibile. Come dimostra, ad esempio, la transizione italiana dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda carneficina mondiale, i regimi passano, il dominio capitalistico continua. Salvo, appunto, l’irruzione sulla scena storica del processo sociale chiamato Rivoluzione, un evento che, marxianamente, presuppone il farsi “classe per sé” delle cosiddette masse, ossia la metamorfosi dell’oggetto (materia prima vivente) del Capitale in soggetto politico-sociale autonomo, in cosciente produttore di nuova storia. Già lo stesso parlare di “masse”, anziché di classe nell’accezione qualitativa appena accennata, contraddice il concetto di rivoluzione sociale anticapitalista. Per questo, per fare altri due noti esempi, la cosiddetta rivoluzione komeinista del ’79 non fu una rivoluzione (sebbene probabilmente ce ne fossero i cosiddetti presupposti materiali), né fu rivoluzionario il crollo del cosiddetto “socialismo reale” dopo il fatidico ‘89» (dal post Egitto e dintorni).

EGITTO E DINTORNI. Un contributo alla definizione del concetto di Rivoluzione.

resizerL’ipotesi illusoria non fa le veci della verità (Il Corano).
Che cos’è la verità? (Ponzio Pilato).

Colpo di Stato o non colpo di Stato? Ma è poi questo il problema?  Analisti politici e luminari della scienza politica si arrovellano e si accapigliano nel tentativo di trovare un adeguato titolo al dramma sociale andato in scena in Egitto nei giorni scorsi, e che ha avuto come epilogo la caduta dell’ex premier Morsi in diretta televisiva mondiale. Un dramma che peraltro è lungi dall’esaurirsi, come testimoniano i sanguinosi scontri di ieri. In linea generale condivido la tesi “realista ” sostenuta da Sergio Romano, il quale ci suggerisce di non applicare ovunque nel mondo gli schemi interpretativi forgiati in Occidente. «Fino a che punto è stato democratico, secondo i nostri standard, il regime inaugurato dai Fratelli Musulmani dopo la caduta di Mubarak? Basta, poi, una tornata elettorale a trasformare un Paese che ha conosciuto decenni di potere autoritario e di tutela militare in una democrazia di stampo occidentale?»

Anche Lucio Caracciolo critica il mainstream democratico occidentale da posizioni “realiste”: «Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista. Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla. Questa regola, sperimentata nel 1991-92 in Algeria, è confermata oggi in Egitto» (La Repubblica, 5 luglio 2013). La sindrome algerina, che evoca un lungo e sanguinoso periodo di marasma sociale caratterizzato da quotidiani attentati terroristici di “matrice islamica”, è uno spettro che inquieta tutti gli analisti occidentali di geopolitica, e per la verità non solo loro.

Tuttavia, qui siamo ancora alla superficie del problema, alla sua interpretazione politologica, che comunque ha una sua notevole pregnanza perché allude ad altro. Per tentare di afferrare almeno un bandolo “strutturale” dell’intricata matassa bisogna andare sotto il pelo dell’acqua, lasciarsi cioè alle spalle la schiuma politico-ideologica che, per così dire, la intorbidisce. Sia chiaro: anche in profondità l’acqua è alquanto fetida. Tuttavia, da lì è possibile capire qualcosa di essenziale, e così evitare a se stessi il non invidiabile destino di chi, ad esempio, inneggia alla “rivoluzione!” a ogni peto del processo sociale.

A scanso di antipatici equivoci chiarisco subito che con “peto” non sto alludendo alle attuali vicende egiziane, le quali in ogni caso non hanno nulla a che vedere con la rivoluzione, almeno per come la intendo io.

islamisti-egittoScrive Marco Hamam:«Se quello di ieri è stato un golpe militare, che cos’è allora una rivoluzione? Abbiamo assistito a manifestazioni pacifiche e ordinate di folle oceaniche stimate dai 13 ai 30 milioni. Se sommiamo i manifestanti nei quattro giorni di fila arriveremo a cifre che sfiorano il centinaio di milioni di persone, un numero molto superiore a quello totale degli aventi diritto al voto […] Se, etimologicamente, e spesso costituzionalmente, nelle democrazie il potere appartiene al popolo, il popolo ha il diritto di esercitarlo, a maggior ragione se pacificamente, anche se al di fuori del consueto percorso istituzionale» (Limes, 5 luglio 2013). Come ho scritto altrove, solo chi è impigliato nella rete dell’ideologia dominante (borghese) può usare col sorriso sulle labbra, come se si trattasse della cosa più bella del mondo, il concetto di «popolo», il quale, in Egitto e ovunque, cela una realtà sociale fatta di classi, semi-classi, ceti e di tante stratificazioni sociali comunque irriducibili a quel concetto. In Egitto come in ogni altra parte del mondo il «popolo» è una parolina magica evocata dai “sicofanti” per far scomparire la divisione classista della società e il rapporto sociale di dominio e sfruttamento che informa l’attività “umana” in tutto il pianeta. Soprattutto nel XXI secolo il «popolo» è una truffa tentata ai danni dei dominati.

La rivoluzione non è innanzitutto un fatto di quantità (la quantità di gente che scende in strada, la quantità di violenza, o di non-violenza, che essa dispiega, e via di seguito), ma di qualità. Rivoluzionario è il processo sociale che mette in discussione non un regime politico, ossia la mera forma politico-istituzionale di un dominio sociale, bensì questo stesso dominio, i peculiari rapporti sociali che lo rendono possibile. Come dimostra, ad esempio, la transizione italiana dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda carneficina mondiale, i regimi passano, il dominio capitalistico continua. Salvo, appunto, l’irruzione sulla scena storica del processo sociale chiamato Rivoluzione, un evento che, marxianamente, presuppone il farsi «classe per sé» delle cosiddette masse, ossia la metamorfosi dell’oggetto (materia prima vivente) del Capitale in soggetto politico-sociale autonomo, in cosciente produttore di nuova storia. Per questo, per fare altri due noti esempi, la cosiddetta rivoluzione komeinista del ’79 non fu una rivoluzione (sebbene probabilmente ce ne fossero i presupposti materiali), né fu rivoluzionario il crollo del cosiddetto «socialismo reale» dopo il fatidico ‘89.

In Egitto come ovunque nel mondo la sola rivoluzione sociale autentica, ossia fedele al suo proprio concetto e adeguata alla vigente epoca storica, è quella anticapitalistica. Posso vantare pochissime certezze, anche sul terreno politico, e una di queste certezze l’ho appena esternata.

So bene che il mio criterio di valutazione può sembrare fin troppo severo, tanto più nell’epoca in cui il marketing non si vergogna di attribuire proprietà “rivoluzionarie”, e a volte persino miracolose, anche a una nuova marca di dentifricio – per non parlare delle “rivoluzioni”, più o meno “civili”, di certi manettari. Ma tant’è!

Naturalmente ciò non significa, per me, squalificare tutte le espressioni di antagonismo sociale non rubricabili come “rivoluzionarie”, anche perché la rivoluzione ha molto a che fare, almeno potenzialmente, con tutte le forme di antagonismo e di disagio sociale. Si tratta piuttosto di acquisire la capacità di illuminare l’hegeliana notte buia che rende nere tutte le vacche. Un problema che solo gli ingenui e gli ottimisti ad oltranza, entrambi facili prede del ragno borghese, possono considerare alla stregua di un lusso dottrinario.

Al contrario, solo acquisendo la capacità di cui sopra è possibile valorizzare al meglio in chiave rivoluzionaria la più piccola delle contraddizioni sociali, ogni più piccolo spiraglio che si apre all’iniziativa antagonista dei dominati e degli oppressi, ogni più insignificante peto del processo sociale. La logica parolaia del massimalismo non mi è mai piaciuta. Bisogna portare la dialettica particolare-universale sul terreno della radicalità rivoluzionaria.

Se poi si vuole appiccicare l’etichetta Rivoluzione a ogni forma di cambiamento radicale, naturalmente si è liberi di farlo, e dopotutto lo stesso Marx definì rivoluzionario lo stesso Capitalismo perché esso non può sopravvivere senza mutare continuamente la «struttura» della società borghese, con ciò che ne segue sul piano della corrispondente «sovrastruttura» (dalla politica alle forme ideologiche, dalla cultura alla psicologia delle masse). Il periodico rivoluzionamento della base tecnologica e organizzativa dell’economia fondata sul profitto è peraltro la causa di ultima istanza di molti processi sociali che si offrono allo studio di politologi, sociologi, psicoanalisti, eccetera.

Per il resto, non sono un feticista delle parole, e posso dunque tranquillamente chiamare Pippo il concetto di Rivoluzione sociale che ho nella testa, e così d’altra parte mi regolo a proposito di altri fondamentali concetti che hanno subito il vile trattamento inflazionistico da parte di molti “marxisti”: vedi, ad esempio, alla voce comunismo.

Scrive sempre Hamam: «Il fatto ironico è che nel 2011 le dinamiche furono simili: i militari presero in mano le redini del paese dopo estenuanti, gigantesche manifestazioni che forzarono l’ex presidente Mubarak a rassegnare le dimissioni. Eppure molti di quelli che oggi gridano al colpo di Stato, tra cui la stessa amministrazione americana, chiamarono quel fatto “la più grande rivoluzione degli ultimi tempi” […] Siamo sul terreno, nudo e crudo, della geopolitica: se il tuo leader mi sta antipatico e tu lo cacci (facendomi anche un piacere), è rivoluzione; se il tuo leader mi sta simpatico (e magari l’ho aiutato a vincere) e tu lo mandi via, allora è un golpe». Qui la freccia critica di Hamam coglie il bersaglio. «Ma alla fine – conclude – è veramente una semplice questione di punti di vista?» In un certo senso sì. Per quanto mi riguarda si tratta naturalmente di un punto di vista di classe, non geopolitico, e difatti a me stanno “antipatici” tutti i protagonisti politici della vicenda (con annesse relazioni internazionali), i quali sono a diverso titolo rappresentanti e amministratori di un potere sociale ostile a tutto ciò che odora, anche alla lontana, di umano. Applico lo stesso criterio classista alla vicenda siriana, la cui dinamica per molti aspetti è analoga a quella che stiamo osservando in Egitto.

Ecco adesso, per concludere, un saggio di tardo-terzomondismo, che riporto non per spirito polemico, ma unicamente per chiarire il ragionamento fin qui svolto: «È troppo presto per dirlo, ma è incomprensibile ostinarsi a ignorare che sarà la cristallizzazione rapida della sinistra radicale, ansiosa di andare ben oltre la semplice rivendicazione di elezioni corrette, che permetterà una ripresa delle lotte per un cambiamento degno di questo nome. È compito di questa sinistra radicale elaborare una strategia di democratizzazione della società di portata ben più ampia di quella elettorale, ossia quello di associare la democratizzazione al progresso sociale. Un obiettivo che implica, ovviamente, l’abbandono del modello di sviluppo attuale e la messa in atto di una politica internazionale indipendente e decisamente antimperialista. Non saranno certo i monopoli imperialisti e i loro servi internazionali (Banca mondiale, FMI, OMC e l’Unione europea) che aiuteranno i paesi del sud a uscire dal loro miserabile degrado» (Samir Amin, Le rivoluzioni arabe due anni dopo, Marx XXI, 7 maggio 2013).

È anche contro questa logica di collaborazione “tattica” tra «masse diseredate» e borghesia «progressista e antimperialista», uno schema ideologico qualificabile come reazionario già negli anni Settanta del secolo scorso e che oggi puzza di rancido lontano un miglio, che bisogna lottare, a Sud come a Nord – si tratta della «triade Stati Uniti/Europa/Giappone» (Samir). Inutile dire che chi scrive non ha nulla a che fare con la «sinistra radicale» evocata da Samir, la quale si orienta ancora sulla base della vecchia bussola maoista centrata sulla “dialettica” «nemico principale/nemico secondario». A mio modesto avviso le classi dominate del pianeta devono fronteggiare un solo nemico di classe: il dominio capitalistico colto in tutte le sue molteplici “declinazioni” sociali – comprese le forme che cadono sotto l’occhio indagatore del geopolitico.

Chi parla di «progresso sociale» senza mettere in questione il rapporto sociale capitalistico, ossia il Capitalismo tout court, invita le classi dominate del “Sud” e del “Nord” a scegliere l’albero a cui impiccarsi.

Nel XXI secolo non si dà autentica lotta all’Imperialismo senza un’assoluta e tetragona autonomia di classe. Tutto il resto è contesa interimperialistica.

MA CHE POPOLO D’EGITTO!

11638171_smallPubblico due miei brevi “pezzi” postati su Facebook ieri (Egitto!) e oggi come contributo alla riflessione intorno ai fatti egiziani. Rinvio anche a:
SI FA PRESTO A DIRE “RIVOLUZIONE”!
TEORIA E PRASSI DELLA «RIVOLUZIONE».
A proposito della «Primavera Araba»

MA CHE POPOLO D’EGITTO!

Chi oggi dice ai militari egiziani: «Bravi, avete fatto quel che andava fatto, ma adesso, per favore, restituite il potere al popolo», mostra, nascosta dietro un imbarazzante quanto sottilissimo velo di ingenuità, tutta la sua indigenza politica e analitica. Solo chi non conosce la storia dell’Egitto moderno può guardare con simpatia all’esercito, strumento di sfruttamento economico diretto (vedi il ruolo che esso ha giocato e continua a giocare nell’economia egiziana, come d’altra parte in quasi tutte le economie dei Paesi un tempo «in via di sviluppo», Cina compresa), di violenta repressione del conflitto sociale, di capillare controllo sociale e di promozione delle ambizioni di potenza della nazione nella delicata area geopolitica di sua “competenza”.

L’esercito è parte in causa nella guerra tra fazioni borghesi (nell’accezione storico-sociale, e non banalmente sociologica, della locuzione) che accompagna ormai da molti anni il lento processo di “modernizzazione” della società egiziana.

E solo chi è impigliato nella rete dell’ideologia dominante (borghese) può usare il concetto di «popolo», il quale, in Egitto e altrove, cela una realtà sociale fatta di classi, semi-classi, ceti e di tante stratificazioni sociali comunque irriducibili a quel concetto. In Egitto come in ogni altra parte del mondo il «popolo» è una parolina magica evocata dai “sicofanti” per far scomparire la divisione classista della società e il rapporto sociale di dominio e sfruttamento che informa l’attività “umana” in tutto il pianeta. Soprattutto nel XXI secolo il «popolo» è una truffa tentata ai danni dei dominati.

Personalmente mi auguro una rapida emancipazione dal velenoso spirito patriottico e “populista” delle «masse diseredate», in Egitto e dappertutto.

11638176_smallEGITTO!

Riflettendo alla radio sul «colpo di Stato popolare-militare» che è andato in scena (è proprio il caso di dirlo) in Egitto, ieri sera Carlo Panella ha ripreso, invertendolo, il noto aforisma marxiano: «la prima volta come farsa, la seconda come tragedia». Panella, che si vende ai media come esperto di cose mediorientali, paventa per l’Egitto un bagno di sangue al cui confronto gli incidenti che hanno segnato la prima “rivoluzione” egiziana, quella che pensionò (sempre con l’aiutino del papà-esercito)  Mubarak, appaiono ben poca cosa, un gioco da ragazzi. Scrive oggi Panella: «I sedici morti della notte di martedì nei cortili dell’Università di al Azhar e nel quartiere popolare del sud del Cairo di Giza segnano una “svolta storica” nel mondo arabo. Sono ben più che i nuovi caduti del rivolgimento iniziato nel gennaio del 2011: sono le prime vittime del jihad tra piazza araba e piazza araba. Sono l’immediata, diretta conseguenza dell’irresponsabile appello al “martirio” della sua piazza lanciato lunedì da Mohamed el Beltagui, segretario generale del partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani: “Il martirio per prevenire questo golpe è quello che possiamo offrire ai precedenti martiri della rivoluzione!”» (Il Foglio, 4 luglio 2013).

Vedremo come andranno le cose. Tuttavia è possibile dire fin da ora che la contesa politico-religiosa non costituisce affatto il cuore del problema, il quale pulsa piuttosto, come sempre, nei processi sociali che lavorano, per così dire, il tessuto sistemico di un Paese, colto nel suo necessario rapporto con il resto del mondo. Dimensione sociale e dimensione geopolitica vanno infatti sempre tenute insieme, soprattutto quando si analizza la realtà di un Paese storicamente così significativo e strategicamente assai importante (decisivo nell’area mediorientale e nel mondo arabo) com’è indubbiamente l’Egitto. Ho trovato interessanti, per la comprensione di ciò che sta accadendo in quel Paese, tre articoli pubblicati da Limes, che mi sono permesso di sintetizzare per metterli a disposizione di chi ne fosse interessato.

Egitto, assalto e saccheggio alla sede dei fratelli musulmaniDopo il golpe, l’Egitto può ancora salvarsi
di Alessandro Accorsi – 4 luglio 2013

Mohamed Morsi non è più il presidente egiziano.È stato deposto dai militari con un golpe, anche se molti si rifiutano di chiamarlo così.

I manifestanti si rifiutano perché, effettivamente, il colpo di Stato non sarebbe stato possibile senza le enormi sollevazioni popolari che hanno portato 30 milioni di egiziani in strada. Si rifiutano, anche se quello che è successo non si può chiamare propriamente rivoluzione e non sarebbe stata parimenti possibile senza i carri armati in strada a evitare scene da guerra civile.

Alle forze armate non conviene riprendere il potere anche perché, finalmente, sono tornati ai livelli di prestigio persi dopo l’esperienza di governo dello Scaf. Il potere logora chi ce l’ha in Egitto, quindi meglio una “democrazia controllata” di un governo militare.

Si rifiutano di chiamarlo golpe – pur denunciando l’intervento dei militari – anche gli Stati Uniti, che da un lato si sono resi conto di aver scommesso sul cavallo sbagliato, dall’altro chiedono un ritorno immediato del potere ai civili. Chiamarlo golpe, inoltre, comporterebbe la sospensione da parte del Congresso degli aiuti militari e civili necessari per far ripartire l’economia e, soprattutto, garantire la stabilità del comunque instabile confine con Israele.

Gli Usa sono stati gli ultimissimi alleati dei Fratelli Musulmani, difendendo fino a poche ore prima dello scadere dell’ultimatum dei militari la legittimità del presidente Morsi. Dopo aver appoggiato Mubarak e le dittature militari nella regione e in giro per il mondo, Obama aveva scommesso sull’Islam politico e sulla possibilità di spingere i Fratelli a moderarsi e democratizzarsi. L’ha fatto, però, appoggiandosi ai falchi del movimento.

11638175_smallLa vera storia della rivoluzione egiziana
di Sam Tadros – 4 febbraio 2011

L’esercito egiziano è immensamente popolare, grazie alla mitologia della politica: è in tutti i gangli del regime, ma la popolazione lo vede come ad esso alieno. Lo considera pulito (non come il governo, corrotto), efficiente (costruiscono i ponti in fretta), e soprattutto sono gli eroi che hanno sconfitto Israele nel 1973 (inutile discutere al riguardo con un egiziano). Quando i carri armati e le truppe sono apparsi per strada la gente ha pensato che l’esercito stesse dalla loro parte, qualsiasi cosa ciò significasse. Il presidente continuava a rimandare la propria dichiarazione: il popolo si stava preparando all’annuncio delle dimissioni di Mubarak.

Dal 1952 il regime egiziano si basa su una coalizione fra esercito e burocrati che risponde al modello di Stato autoritario di O’Donnell. L’esercito controlla l’economia e il potere reale: ex-generali sono a capo di aziende statali e ricoprono posizioni amministrative di alto livello. L’esercito stesso ha un enorme braccio economico tramite il quale controlla dalle imprese di costruzioni ai supermercati. Le cose hanno iniziato a cambiare verso la fine degli anni Novanta.

Tutti sanno che Gamal Mubarak, il figlio del presidente, stava studiando per succedergli. In realtà Hosni non è mai stato entusiasta di questo scenario, vuoi perché  aveva intuito le ridotte capacità del figlio, vuoi perché  l’esercito non sembrava troppo convinto della successione. La moglie di Hosni invece era totalmente dalla parte del figlio. Gamal piano piano saliva i gradini dell’Ndp, trascinando su due gruppi della coalizione al potere: i tecnocrati dell’economia con studi in Occidente e fiducia nel Washington Consensus e la crescente business community. Insieme stavano cambiando l’economia egiziana e il partito.

I tecnocrati stavano facendo miracoli: l’economia sotto il governo Nazif mostrava picchi di crescita clamorosi. La moneta era deprezzata, affluivano investimenti dall’estero, aumentavano le esportazioni. Persino la crisi mondiale non si faceva sentire più di tanto. Il problema drammatico era che nessuno si prendeva la briga di spiegare e difendere questa politica economica (che stava portando il paese verso un sistema capitalistico vero e proprio) all’opinione pubblica egiziana.

Tale processo di ristrutturazione dell’economia colpiva la popolazione, abituata a dipendere per tutti i suoi bisogni dal governo e intontita dalla stanca retorica socialista. Non conta molto che il paese stesse crescendo: la gente non se ne rendeva conto. Non che i benefici non arrivassero a tutti, ma ci si era abituati allo Stato che faceva da balia, e non si capiva perché  non dovesse più essere così.

Gli uomini d’affari hanno approfittato dei miglioramenti economici, e iniziato ad avere aspirazioni politiche. Hanno avuto il seggio parlamentare che dava loro l’immunità, ma con Gamal hanno fiutato qualcosa di più grande. Questi voleva rimodellare l’Ndp come un vero partito più che come una massa di organizzazioni che operavano dentro lo Stato. I businessmen come Ahmed Ezz (il magnate dell’acciaio) grazie a Gamal hanno preso il controllo del partito, e con esso del potere.

All’esercito Gamal e i suoi compari non sono mai piaciuti. Lui non ha mai fatto il militare, e i suoi amici stavano mettendo in discussione il potere delle forze armate nell’economia (con le riforme liberali dei tecnocrati) e nella politica (ora che il partito diventava un’organizzazione seria). All’improvviso per fare carriera in Egitto non serviva più la leva ma una tessera di partito.

Egitto, assalto e saccheggio alla sede dei fratelli musulmaniEgitto: una rivoluzione a spese dell’economia
di Giovanni Mafodda – 18 febbraio  13

L’economia egiziana, pesantemente toccata dall’inizio della rivolta, ha iniziato a vedere momenti particolarmente difficili dal 2011, ben prima dell’elezione di Mohammed Morsi a presidente. Le previsioni di crescita per quest’anno non superano il 2%. La disoccupazione giovanile è al 25%, cifra che spaventa in un paese dove solo 3 cittadini su dieci sono sopra i trenta anni. Declino del turismo, blocco degli investimenti, inflazione crescente, forte indebitamento e deficit statale alto, caratterizzano, per il resto, un’economia che appare oltre ogni possibilità di autonomo recupero. Le uniche fonti di valuta estera a non aver subito i contraccolpi della rivolta anti Mubarak di due anni fa derivano dagli introiti dei transiti navali nel Canale di Suez e dalle rimesse degli emigranti.

Lo scorso novembre, l’Egitto aveva raggiunto un accordo preliminare con il Fondo monetario internazionale per un finanziamento di 4,8 miliardi di dollari, a un tasso di poco superiore all’1%, il più basso sul mercato della finanza internazionale, nell’ambito di un programma che prevede un cambio sostanziale del tanto deprecato sistema dei sussidi e una nuova, impopolare, impostazione in tema fiscale. Il presidente Morsi è stato però costretto a un precipitoso dietro front, dopo la fortissima reazione della popolazione alle previste misure di incremento degli introiti fiscali mediante l’imposizione di nuove tasse su acqua, carburante e consumi elettrici, nonché su alcuni beni di largo consumo come sigarette, bevande e liquori. Tutte misure pubblicizzate come altamente progressive, ma in realtà largamente penalizzanti per le classi media e meno agiata. “Come stringere la cinghia attorno a pance che già hanno fame”, è stato osservato.

Le riserve in valuta estera sono scese da 36 miliardi di dollari registrati prima della destituzione di Mubarak – a 15 miliardi e vanno assottigliandosi sempre di più, a un ritmo di circa un miliardo di dollari al mese. Una condizione che la stessa banca centrale egiziana ha definito “minima e a un livello critico”.

Com’è opinione generale nello stesso governo, la priorità numero uno per Morsi è mettere mano alla disastrata condizione fiscale del paese, che presenta un doppio deficit di bilancia dei pagamenti e di budget statale, e prossimo a una crisi di bilancio che sarebbe devastante. Servono circa 23 miliardi di dollari per tamponare il deficit previsto per l’anno fiscale 2012/2013. La stessa cifra fu necessaria anche per finanziare il deficit del bilancio precedente, il primo post-rivoluzionario, appianato poi con i proventi della raccolta di risparmio interno e delle riserve finanziarie in valuta. Non fu semplice neanche allora, ma lo stato finanziario del paese risulta oggi molto più indebolito ed il compito è sicuramente più gravoso.

Con un accordo siglato al Cairo dal presidente Morsi e da Catherine Ashton, capo delle relazioni esterne dell’UE, a novembre Bruxelles ha promesso all’Egitto un pacchetto di aiuti per un totale di 5 miliardi di euro per i prossimi due anni. La Banca europea degli investimenti e la Banca europea di ricostruzione e sviluppo garantiranno 2 miliardi di euro ciascuna, mentre 1 miliardo è previsto arrivare dai paesi appartenenti all’UE.nel maggio del 2011, le trattative per un prestito di 3,2 miliardi di dollari da parte del Fmi furono interrotte anche a causa dell’opposizione salafita all’interno dell’ora disciolto parlamento. Quest’ultima sosteneva che il prestito fosse contro la Sharia in quanto i previsti tassi di interesse erano da considerarsi come usura, posizione tutt’altro che unanimemente accettata all’interno dello stesso partito salafita al-Nour.

Ma il clima da “due passi avanti e uno indietro” che si continua a respirare dalle parti del Cairo circa l’accordo con il Fmi, più che un problema di natura religiosa, riguarda in definitiva il ristrettissimo spazio di manovra che il governo ha davanti a sé per attuare un consistente piano di risanamento dei conti pubblici. Destinato a produrre ulteriori, dolorose ristrettezze per una popolazione ormai abituata a rispondere con le barricate. “A meno che non riesca a tirare fuori dalla manica con rapidità un paio di grassi conigli, è difficile possa trovare il supporto che gli serve”, ha commentato Elijah Zarwan, rappresentante al Cairo del Consiglio europeo per le relazioni estere, la difficile posizione del presidente Morsi.

IL PROFITTO È GRANDE, E L’IMPERIALISMO È IL SUO PROFETA!

Sic transit gloria mundi

Il pensiero più vero, sull’uccisione del sanguinario e macchiettistico Re dei Re dell’Africa, lo ha espresso il suo ex solidale geopolitico Silvio Berlusconi: l’imperialismo, sotto forma di sacro interesse nazionale, deve continuare, come lo show della nota battuta. Gheddafi è morto? Avanti il prossimo leader, meglio se «democraticamente eletto». Non raramente al Sultano di Arcore capita di dire la verità sul cattivo mondo che ci ospita, semplicemente perché l’odioso politicamente corretto che impazza nella leadership politica nazionale e mondiale nella sua «rozza» mente non trova molto appigli. Come all’ubriaco, a Berlusconi capita di dire verità scomode per la «convivenza civile» e il bon ton politico-istituzionale.

Egli è dietro a ogni magagna...

Filippo Ceccarelli, sulla Repubblica Delle Manette di oggi, fa finta di indignarsi: «Ma come, fino a ieri erano pappa e ciccia, e adesso il Cavaliere se ne esce con il gergo teologico: Sic transit gloria mundi! Ma che vuol dire?» Significa che la realpolitik che sorregge gli interessi nazionali (vedi alla voce Profitti e Petrolio) non guarda in faccia a nessuno. D’altra parte, lo stesso Ceccarelli ricorda come dal 1969, anno della “mitica” cosiddetta «Rivoluzione Verde» che spodestò il monarca libico Idris El-Senussi, tutti gli statisti e i più grandi imprenditori (uno su tutti: Gianni agnelli) del Bel Paese hanno fatto affari con l’ex colonnello di Tripoli. Ovviamente, aggiungo.

La cosa più ipocrita e politicamente corretta è uscita fuori dalla rinsecchita bocca di Emma Bonino: la leader Radicale si di dice rammaricata perché «il dittatore libico non meritava la bella morte in battagliai, ma il giudizio equo e non vendicativo di una Corte di Giustizia Internazionale». Ne deduco che la morte causata dai bombardamenti aerei democraticamente stabiliti dagli Alleati venuti in soccorso alla «Rivoluzione Popolare» (dalle mie parti si dice: «Cornuto chi ci crede!») sono da giudicarsi equi e non vendicativi. Come sempre, la verità sta dalla parte dei vincenti.

Il Fascio Quotidiano ha titolato: «Così muore un dittatore». Qualche allusione alla situazione italiana? Intanto il Pacifismo nostrano e internazionale ha mostrato ancora una volta la sua completa sudditanza politica nei confronti della politica dei partiti e degli Stati. Non c’è dubbio che se al posto del progressista-abbronzato Obama ci fosse stato un repubblicano bianco e «liberista selvaggio»; e se il Mostro di Arcore non fosse stato “amico” del defunto Rais di tripoli, qualche oceanica manifestazione contro «l’intervento imperialista in Libia» l’avremmo vista. Pazienza! Confidiamo nelle prossime elezioni politiche in Italia e nella non lontana tornata presidenziale negli Stati uniti. Cornuto chi ci crede – con rispetto parlando, sia chiaro.

DOPO LA PRIMAVERA (ARABA) VIENE L’AUTUNNO?

Qualcuno può illuminare la mia opaca, ancorché esigua, intelligenza? Ecco in quale labirinto concettuale essa erra senza niuna possibilità di uscirne: se nella primavera di quest’anno le masse arabe sono state protagoniste (almeno stando ai mass media) di una «Rivoluzione», in Tunisia, Egitto e altrove, oggi a cosa assistiamo in quelle contrade africane? Alla «Controrivoluzione»?

Ad esempio, i continui massacri di cristiani copti in Egitto, si configurano come momenti più o meno contraddittori del «processo rivoluzionario», ovvero come sintomi inequivocabili della imminente «Controrivoluzione»?

E soprattutto: perché l’intellettuale «di sinistra» sente il bisogno di inventarsi almeno una «Rivoluzione» (alla quale puntualmente segue una «Controrivoluzione»), in un luogo qualsiasi del vasto mondo, almeno ogni due, tre anni? Al quarto, è già in astinenza: «Moltitudine delle mie brame, chi è il più rivoluzionario del Reame?»

Scriveva Bernard-Henry LÉVY: «Il motore di questa rivoluzione non è stato evidentemente il proletariato. Né sono stati i nuovi o i vecchi poveri. No. Sono gli internauti. Coloro che utilizzano Twitter, Facebook, e Youtube … Rivoluzione nella rivoluzione. Ieri si usava prendere d’assalto la televisione. L’altro ieri, i Palazzi d’Inverno. Oggi è giunto il tempo di una e-rivoluzione, la prima del genere, a cui la gioventù tunisina dà dignità. Anche per questo, per aver portato a tal punto di eccellenza una nuova forma di resistenza, le diciamo grazie» (La lezione in cinque punti della rivoluzione tunisina, Corriere della Sera, 20 Gennaio 2011). E intanto la «gioventù rivoluzionaria» tunisina non smette di sognare l’Europa, e non pochi «rivoluzionari», armati naturalmente di telefonini, sfidano lo Stretto di Sicilia per giungere sulle sponde del Vecchio Continente.

La verità è che la sola rivoluzione oggi possibile in tutto il Mondo Arabo è quella promossa dal processo sociale capitalistico, il quale spinge le classi sociali di quell’area meno compromesse con lo status quo a spezzare i vincoli materiali, politici e ideologici che ne frenano il pieno dispiegamento. Oggi le masse arabe, gioventù internettizzata compresa, sono oggetti della storia, non soggetti, e non è abbellendo la realtà che si può comprenderla. Nell’ambito di questo processo oggettivo si svilupperanno nuclei di resistenza operaia e proletaria? Nasceranno pensieri autenticamente rivoluzionari? Sperarlo non costa niente. Capovolgere la realtà è politicamente delittuoso.

«I poderosi movimenti popolari che sconvolgono il Mondo Arabo, sono abbastanza potenti da abbattere il tiranno di turno, ma del tutto disarmati di fronte alle forze organizzate che finiranno per incanalarne l’energia e dirigerla verso i propri obiettivi … Anche da questo punto di vista la tecnica non offre chance di rovesciamento automatico dei rapporti di forza fra élite e classi subalterne, ma favorisce, tutt’al più, l’ascesa di élite alternative» (Carlo Formenti, Felici e sfruttati, p. 148, Egea, 2011).


Mi sa tanto che alle classi subalterne del Pianeta toccherà ancora in sorte la fatica di dare l’assalto al metaforico Palazzo d’Inverno. «Che trivialità! Ma allora, Steve Jobs è morto invano?» Se ne faranno una ragione, le Moltitudini…

SI FA PRESTO A DIRE RIVOLUZIONE!

Tunisia, Algeria, Egitto: ma davvero stiamo assistendo a delle rivoluzioni in diretta televisiva? Davvero le mitiche masse arabe diseredate, a pochi chilometri dalle nostre coste meridionali, stanno impartendo una dura lezione di Rivoluzione al sonnecchiante e obeso proletariato occidentale? Insomma, ha ragione il bifolco manettaro dell’Italia dei Valori, quando suggerisce ai giovani, ai disoccupati e a chi non ne può più del Nero Cavaliere, di «fare come in Egitto»? Calma e gesso. Già i consigli populisti-giustizialisti dei manettari di casa nostra dovrebbero metterci sulla buona strada, nella ricerca di una risposta non banale a quelle domande. Non farò un’analisi della situazione sociale dei Paesi nordafricani oggi in ebollizione; cercherò piuttosto di afferrare e tirare un solo filo politico della questione, a mio avviso di notevole interesse, anche teorico. Per le analisi sociali e geopolitiche accurate c’è sempre tempo.
Avendo da sempre criticato la concezione feticista – ideologica – delle parole, non starò qui ad impiccarmi su un termine (rivoluzione), peraltro quanto mai abusato e inflazionato dal marketing politico e pubblicitario (scusate la distinzione…). Ma al suo concetto però sì! Ebbene, se con rivoluzione vogliamo intendere un processo sociale alla fine del quale la vecchia classe dominante viene spazzata via dal potere (economico, politico, ideologico, sociale tout court) dalla classe prima dominata, la quale costruisce una nuova società (non solo un nuovo governo), certamente quello che sta accadendo in Africa settentrionale e che rischia di terremotare il Medio Oriente non entra nei “parametri” appena citati. Non solo la posta in gioco in quei Paesi non è il potere sociale, ma i movimenti di protesta che li attraversano di fatto tendono a rafforzare le fazioni della classe dominante che hanno interesse a cambiare regime politico, chi per rallentare il processo di modernizzazione, chi invece per accelerarlo.
Non basta che le moltitudini affamate e oppresse scendano in strada, e che usino anche le forme più violente della lotta politica, per poter – per così dire – scomodare il concetto (non la parola) di rivoluzione. Infatti, non di rado le fazioni della classe dominante si combattono a suon di “rivoluzioni”. In Cina gli imperatori promuovevano Celesti Rivoluzioni per regolare i conti con le dinastie nemiche. «Sparare sul quartier generale!», diceva l’Imperatore Mao ai tempi della cosiddetta «Rivoluzione Culturale Proletaria». La stessa «rivoluzione komeinista» di fine anni Settanta ci dice fino a che punto la rabbia delle classi dominate può venir usata per scopi ultrareazionari.
Il quid che ormai da moltissimo tempo manca ai movimenti sociali, in Occidente come in Oriente, a Nord come a Sud del mondo, è ciò che con antica – ma non per questo meno vera – fraseologia possiamo chiamare «soggettività politica», ossia la coscienza delle classi dominate di poter coltivare interessi diametralmente opposti da quelli «generali del Paese», i quali fanno capo, in modo più o meno diretto e mediato, alle classi dominanti.
È possibile la rivoluzione (nel significato radicale appena delineato) nella società mondiale del XXI secolo? E’ su questa domanda che, a mio avviso, vale la pena di spendere qualche riflessione, magari dopo aver spento la televisione che ci mostra la povera gente dare il sangue per i salvatori della patria di turno.