RIVOLUZIONE ETICA…

Interessante intervista di Mattia Feltri a Giuseppe De Rita, il sociologo – cattolico, come egli tiene sempre a precisare – italiano più ascoltato dai politici nostrani. Con la fine di Berlusconi, dice oggi il presidente del Censis a La Stampa, declina il «soggettivismo etico» nato in Italia alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi nei successivi decenni a spese dell’etica comunitaria, la quale ha sempre avuto nella Chiesa e nei grandi partiti di massa (PCI e DC, in primis) la sua fonte più generosa e naturale. A suo tempo Don Milani non mancò di denunciare l’inquietante «svolta etica», ma rimase pressoché inascoltato.

Con il «soggettivismo etico» trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (Cosa resta del Padre?).

Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi», non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo». A giudicare dall’elogio del cattostalinismo della cosiddetta Prima Repubblica che segue, la critica coglie perfettamente il bersaglio (beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Recalcati): «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio).

Che quel che resta di Massimo Recalcati sia Giuseppe De Rita? Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante .

IL COLPO DI STATO SESSUALE È MEGLIO

«Il progressista Claudio Sardo, direttore dell’Unità (io preferivo la direttora di prima, per ragioni di basso berlusconismo, si capisce: m’acchiappava assai!), oggi ha scritto che «persino in Madagascar ci ridono dietro». A causa dell’impresentabile Silvio, ovviamente. A questo punto le cose sono due: o dichiariamo guerra a quel Paese, peraltro geopoliticamente ben piazzato e ricco di materie prime (buttale via, di questi tempi!), ovvero facciamo fuori il forte trombatore di Arcore.

Com’è noto, il fasciostalinista Asor Rosa propose a suo tempo il colpo di Stato basato sui carabinieri e la guardia di finanza; gli indignati di viola vestiti hanno poi aggiunto la Buon Costume (esiste ancora?), e Barbara Spinelli l’Esorcista (vedi il suo articolo di oggi pubblicato su Repubblica, organo del Partito Capitalistico Antiberlusconiano). Lo sporcaccione che si spaccia per difensore dei valori cristiani usava il crocifisso in modo non convenzionale: «cosa deve accadere d’altro affinché la Chiesa proclami il suo NO!»?

Per la miliardesima volta l’opposizione (dall’ex fascista Fini a Nichi Narrazione Vendola, passando per il salumiere Bersani) ha chiesto le «immediate dimissioni» del Premier che così tanto male ci rappresenta nel vasto mondo (io, ad esempio, non vado più in Brasile, non tanto per mancanza di moneta e di lavoro, ma per vergogna: pensa te!), e l’implementazione di un «governo di Unità Nazionale», o di «Solidarietà Nazionale», ovvero di «Salvezza del Bene Comune», insomma: del purché Silvio vada a farsi fottere. Praticamente un’istigazione a delinquere di stampo sessuale!

E qui ci avviciniamo alla soluzione che propongo io, modestamente, beninteso: da domani spedirgli a casa camionate di donne che usano guadagnarsi il pane lavorando il pene. Quanto potrà reggere il cuore del vecchio Satrapo?

Dite che sarebbe una morte troppo piacevole? Ma nella vita non si può avere tutto! Invito al pragmatismo: è Machiavelli che ce lo chiede. Un proiettile in testa potrebbe farlo diventare un eroe, una vittima del mondo crudele: ci manca solo questo!

Lo spettro di Marx invece insinua proditoriamente questo veleno dialettico: «ma se ci sono così tante donne disposte a fare “il mestiere più antico del mondo” (vedi anche il Vecchio Testamento), la colpa è del “porco” di turno, o di una società che ha nel denaro il suo equivalente Universale, la sua Potenza Astratta – ma quanto potente! – in grado di comprare tutto, a iniziare dagli uomini? Questo vostro cosiddetto Cavaliere Nero, non dice forse la verità intorno a questa società escrementizia? Egli è l’eccezione, o non piuttosto la regola rivelata ed esibita?»

E no, Carlo: sai quanto io ti stimi, e via di seguito; ma con queste sottigliezze sociologiche oggettivamente difendi l’indifendibile!
Meglio il colpo di Stato sessuale, datemi retta amici. Per esperimenti e per una messa a punto della patriottica iniziativa, si può contare ovviamente sul sottoscritto, il quale si dichiara disposto a sacrificarsi per il Bene Comune. Quando il gioco si fa duro

L’ETICA AL TEMPO DELLA SOCIETÀ DISUMANA

– «Che cosa pensa delle polemiche intorno ai costumi sessuali di Berlusconi?

– Al presidente del Consiglio chiedo di fare una politica che ritenga giusta. Non mi interessa con chi va a letto.

– Neanche se il nome del premier viene accostato a quello di ragazze minorenni?

– Quarant’anni fa si era minorenni a 18 anni. Io ho baciato il mio primo uomo, un ballerino bello come il sole, a 18 anni. Guardi quella Ruby, le sembra una ragazzina? E poi io non sono moralista a comando»

(intervista ad Angelo Pezzana, attivista, politico, scrittore, fondatore nel 1971 del Fuori!, il primo movimento di liberazione degli omosessuali in Italia, Diva, 22 Febbraio 2011).

Di qui le poche righe “etiche” che seguono:

Le confessioni di un poco di buono

Il mio limite confinava sempre col suo limite. Il mio era un limite che bramava l’infinito, ma che sapeva aspettare. «Mettimi nelle condizioni di capire fin dove la mia mano può arrivare – le dicevo sempre –, e io non scavalcherò mai da solo quel punto. Se vorrai, ti indicherò tutte le strade che portano nel giardino delle delizie, ma non le calpesterò mai da solo, per non precipitarmi in un fuoco eterno. Insieme, sempre insieme conosceremo il piacere di andare oltre, un passo avanti in direzione della felicità».

Così le dicevo. Lei sorrideva sempre e mi incoraggiava, con un entusiasmo che a volte mi metteva paura. Chi conduceva il gioco? Ma un giorno qualcuno ascoltò le mie prudenti parole, e oggi mi trovo dietro le sbarre, abbandonato da tutti, sol perché la società ha voluto prescrivere un’età al nostro amore. Oggi non è possibile, domani chissà. Dove la Legge mette la sua maligna coda, la felicità avvizzisce come una pianta strappata alla terra.

Una volta Gaber disse: «Non ho paura del Berlusconi che è fuori di me, ma del Berlusconi che è dentro di me». Con ciò stesso egli dimostrava di saperla assai più lunga, intorno alle cose del mondo, di quanto non smettono di testimoniare i suoi amici progressisti d’un tempo, ammalati di moralismo perché incapaci di un’esistenza veramente etica. Personalmente non ho paura né del Berlusconi che, col pisello eternamente imbizzarrito (almeno così lo immaginano i berluscofobi) scorrazza fuori di me, e, infatti, la mia ruvida ascia critica aspira a ben altro che alla testa del capro espiatorio di turno, ancorché «porco» e «ricco sfondato»; né al Mostro – altro che Berlusconi! – che abita dentro di me, perché sto imparando a giocare a carte scoperte col pozzo senza fondo delle mie pulsioni. Non c’è richiesta di godimento a cui non dia ascolto, magari per invitarla ad attendere il suo turno. Oggi no, domani chissà…

Nella società disumana etico è l’atteggiamento di chi, avendo appreso l’arte di dare del tu alle proprie indicibili inclinazioni – anche a quelle “penalmente rilevanti”, soprattutto a quelle! –, si prende cura dell’altro per non precipitare se stesso in un godimento che annienta. Ciò che separa l’ammalato di moralismo dal maniaco sessuale, è una sottilissima lastra di civile responsabilità che può evaporare come neve al sole da un momento all’altro. Chi nega a se stesso l’esistenza del “male” che alberga in ciascuno di noi si espone al pericolo di esserne sorpreso alle spalle. È un attimo.

IL PUTTANAIO È IN REDAZIONE

Via la mano brutale, infame moralista!
Te stesso frusta, non quel puttaniere!
Tu bruci dalla voglia di far con la ragazza
ciò per cui punisci il vecchio porco.

Mai come in questi squallidi giorni di girotondi moralistici intorno al capro espiatorio delle secolari magagne “umane”, ho apprezzato l’odio viscerale che Karl Kraus nutriva per la «stampa borghese».

Dove si respira «l’aria di Sodoma», scriveva agli inizi del XX secolo il citato «scrittore, giornalista, aforista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco», si ode «l’orrendo grido Edizione Straordinaria!» Come dargli torto?

E ancora: «L’inferno dell’epoca moderna è imbrattato di inchiostro di stampa» (La muraglia cinese, 1907). Già allora il giudice e il giornalista lavoravano di conserva per triturare «i viziosi» nella macchina della calunnia chiamata lavatrice etica.

Ci sono fior di giornalisti (come Enrico Mentana) che, mentre stigmatizzano tutti i giorni questo mediatico rimestare nella popò, confezionano poi i loro assai profittevoli prodotti editoriali praticamente con la sola sostanza escrementizia di cui sopra. È facile parlar male della cacca… degli altri!

A questi giornalisti del guano dedico i seguenti passi di Kraus:

«Quanto la ragazza facile è moralmente superiore all’articolista della rubrica economica, altrettanto lo è la mezzana al direttore del giornale. Lei non ha mai dato a intendere come costui di tener alti gli ideali … Scherzi a parte: per me la pubblicazione delle inserzioni erotiche è il fine di gran lunga più meritorio tra quanti vengono perseguiti dalla stampa … Non mi sta a cuore l’eliminazione delle massaggiatrici ma la chiara separazione del mercato dell’amore dalle corrotte redazioni dei giornali» (K. Kraus, La stampa come mezzana, 1903).

Altri tempi!

L’ESORCISMO DEGLI ETICAMENTE CORRETTI

Leggo da un volantino che mi ha dato un antiberlusconiano con tanto di sciarpa e cappellino viola d’ordinanza: «Italia reagisci!!! Liberiamoci di LUI e dei suoi amici!!! Riprendiamoci la dignità, la legalità, il decoro, la credibilità internazionale!!» Schietti valori ultrareazionari, non c’è che dire; ma non è di questo livello “politico” che intendo parlare. Voglio scivolare più in profondità, fino a precipitare nell’inferno esistenziale degli eticamente corretti: nientemeno!

Una volta Lacan disse che «La struttura della parola è che il soggetto riceve il messaggio dell’altro in forma inversa». Ogni volta che leggo queste parole mi viene in mente Regan, la ragazzina indemoniata dell’Esorcista. Ricordate come rispondeva la piccola invasata alle incalzanti domande di Padre Karras? Per capire il significato delle sue inintelligibili parole, occorreva mandare al contrario il nastro magnetico che aveva catturato la voce del Demonio.

E se il fervore etico, ormai giunto a livelli insopportabilmente parossistici, degli AntiCav non fosse che un grido d’aiuto («help me», gridava la pelle di Regan) lanciato da gente che si sente attratta fatalmente da comportamenti che giudica indegni per cittadini ligi alla Legalità, al Decoro e all’Onestà? E se, manganellando (oggi solo eticamente, domani chissà) «LUI», i Nostri intendessero – più o meno inconsciamente – esorcizzare il male che sentono di coltivare nelle loro anime belle (si fa per dire)? «Presto, presto, inchiodatemi al Bene: anch’io mi sento un po’ Berlusconi!» Vade retro, Silvio!

È solo un’ipotesi, beninteso. Ma non la liquiderei con una battuta eticamente corretta, del tipo: «Ecco un altro puttaniere!» A proposito di esorcismo… Intanto ieri un poverino ha dato della sgualdrina a mia sorella, rea di camminare in strada con vestiti troppo peccaminosi. È la cifra dei tempi?

L’ODIOSA VERITÀ DEL CAVALIERE NERO

Una seria, «intellettualmente onesta» (non pretendo altro!) analisi politologica, sociologica e, last but non least, psicologica del «fenomeno berlusconiano» è, a mio avviso, in grado di suggerirci delle spiegazioni non banali e non moralistiche al cospicuo e diffuso odio che si addensa ormai da un quindicennio intorno alla figura del Cavaliere Nero di Arcore.

Perché presso una parte dell’opinione pubblica – quella orientata “a sinistra”, per lo più – Berlusconi risulta così irritante, al limite dell’idiosincrasia? Tra i molti motivi che si possono addurre, il seguente non mi sembra quello meno significativo: perché egli dice la verità. Sì, il Cavaliere Nero di Arcore sprizza verità da tutti i pori; verità – e non tutta, non può e non sa – intorno a questa società, verità sull’italica politica e sulla «condizione umana» in generale, donne comprese, ovviamente. Verità sul potere disumano del denaro: vedere i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx. E ho detto tutto! «La verità ti fa male, lo so», diceva una canzonetta della mia infanzia.

Una volta Rino Formica, una delle poche “teste lucide” della classe dirigente della «Prima Repubblica», disse che «la politica è sangue e merda»; il Cavaliere Nero di Arcore ha aggiunto a questo binomio il sesso e il denaro, due articoli peraltro non sconosciuti alla politica nazionale e mondiale d’ogni epoca. Ma, ed ecco il torto del Nostro, egli non ne fa mistero, e anzi se ne vanta, alla stregua di un parvenu qualsiasi e di un qualsiasi avventore di bettole e postriboli. Silvio dice la verità intorno a questa società di cacca, e la dice da Primo Ministro del Paese: che scandalo! Che figuraccia facciamo all’estero! Cazzi degli amanti della Cara Patria, non certo di chi scrive. All’estero ridono di noi? E chi se ne frega! Tanto più in considerazione del fatto che le classi dominate non se la passano certo meglio nei Paesi amministrati da integerrimi uomini di Stato.

Ma Silvio ha portato il denaro al potere! Nient’affatto: il denaro è sempre stato al potere, anzi: è il potere. Il denaro come espressione di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Sì, parlo del capitalismo, il regime economico che i progressisti vorrebbero correggere con robuste – e dolorosissime – iniezioni di etica e di «responsabilità sociale», come Sacra Costituzione vuole. Sul fascino del denaro e sul potere «fantasmagorico» che esso conferisce a chi – beato lui! – lo possiede sono state riempite intere biblioteche. Parlo del totalitarismo sempre più stringente e invadente degli interessi economici che annichilisce ogni pur minima istanza umana: altro che «fascismo berlusconiano»!

Però Silvio ha fatto del popolo un pubblico televisivo! Come se la televisione l’avesse inventata lui! Come se questa tecnologia non facesse parte dello sviluppo di una società che massifica gli individui, riducendoli a meri lavoratori-utenti-consumatori, a passivi spettatori di uno show chiamato dominio (altro che Truman Show). Non la televisione, ma lo sviluppo della società basata sul profitto e sulla merce ha fatto di ognuno di noi un atomo sociale, un «individuo civile socialmente adattato» (Freud) privo delle essenziali qualità umane, prime fra tutte quelle che afferiscono la libertà, ossia la capacità di tenere in pugno la propria esistenza.

Certo, la televisione come perfetta tecnologia e perfetta metafora di questa società, la società del Capitale, non di Berlusconi. Il puttanaio non è solo nelle numerose e lussuose (che invidia, nevvero?) residenze del Cavaliere Nero, ma è anche e soprattutto nella società, anzi: è la società, lungo i cui marciapiedi ognuno offre la propria mercanzia: una prestazione professionale, una capacità lavorativa, un’intelligenza, una sensazionale scoperta scientifica, un oggetto. Nel seno (è proprio il caso di dirlo!) di questo immane puttanaio a cielo aperto, come si fa a chiedere a delle ragazze – o ragazzi: sono per le pari opportunità! – di non usare la mercanzia che insiste lì dove sempre più spesso batte il sole? Mi chiamo fuori da questa gigantesca ipocrisia sociale che per darsi un contegno deve sempre più spesso allearsi con la Santa Inquisizione. Il percolato moralistico degli eticamente corretti ormai emana un lezzo, rispetto al quale persino i miasmi dell’immondezzaio napoletano appaiono come dolci brezze marine.

Giustifico la prostituzione? No, condanno senza appello la società borghese tout court, la quale rimarrebbe disumana anche se al posto del Cavaliere Nero di Arcore ci fossi io, con tanto di potere assoluto (quello che vorrebbe Silvio, almeno per ripulire la Campania una volta per tutte, cribbio!), perché non ne faccio una questione di personale politico (d’altra parte, anche al sottoscritto piacciono le belle donne, sia oltremodo chiaro!), ma di rapporti sociali. Ho detto sociali, non sessuali.

In questa sentina chiamata società Berlusconi, sordo ai buoni consigli dei suoi amici più intelligenti e navigati (come Giuliano Ferrara), gioca a carte scoperte, e questo non piace ai politicamente corretti, semplicemente perché il loro feticismo è appiccicato con lo sputo a una realtà che li sconfessa ogni giorno che Silvio, pardon: che Diomanda in terra. Per questo essi hanno bisogno del manganello mediatico-giudiziario: per inchiodare in primo luogo se stessi a quelle sempre più miserande illusioni.



ABBOCCA SEMPRE ALL’AMO!

Benvenuti a Miserabilandia

Siccome non professo la religione antiberlusconiana, e anzi mostro di disprezzarla con tutte le forze in quanto insulsa robaccia, presso diversi miei interlocutori “progressisti” passo per un «berlusconiano», almeno «oggettivamente». E chi se ne frega! Certo, per chi ha eletto il primo ministro del Bel Paese a sentina di tutti i mali l’accusa di «berlusconismo» suona come la più sanguinosa, non potrebbe essere più infamante; ma alle mie sicule e non progressiste orecchie ha più pregnanza l’accusa di cornuto. Cornuto no!

Presi dalla loro cieca – e ridicola – ideologia, ma anche da una robusta invidia sociale, nonché da frustrazioni di vario genere, ultimamente i “progressisti” sono scivolati così in basso, da far impallidire il più retrivo dei moralisti bigotti. Al confronto, il Pastore Tedesco mi appare di gran lunga più simpatico, e almeno le sue ultrareazionarie encicliche si fanno leggere con un certo interesse. Anche quando rappresenta la quintessenza della conservazione sociale un pensiero può stimolare almeno una critica feconda, non banale. Al gossip mediatico, soprattutto se di «sinistra», preferisco dunque di gran lunga la «teologia sociale» della checca (si può dire? è politicamente corretto?) assisa al Sacro Soglio Romano. Vivaddio! Persino un intellettuale solitamente intelligente come Slavoj Žižek ha scritto che «Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici (bella scoperta!), ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano» (Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica, da carta.org., 25 giugno 2009). Bella analogia, non c’è che dire. E bella – si fa sempre per dire – analisi: «Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria (perché c’è un potenziale di liberazione nell’islam), significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila». Ma con quali occhi guarda la società italiana il signor Slavoj Žižek ? Anche il teorico del politicamente scorretto ha dunque inforcato gli occhiali del progressismo internazionale? Che peccato!

In effetti, io non ce l’ho – solo o in particolar modo – col Cavaliere Nero, che peraltro trovo divertente alla stregua di un comico più o meno involontario (lascio agli italici patrioti la vergogna che a loro procurano le spassosissime gaffe del premier italiano nei consessi internazionali: son disfattista!); la mia bestia nera è la società capitalistica italiana, europea, mondiale, universale, interstellare… Insomma, è la società borghese tout court. A mio non progressista avviso, il male assoluto non è Berlusconi, né il «berlusconismo», bensì la società mondiale basata sul capitale, sul denaro, sulla merce, sul lavoro salariato – modi diversi di chiamare la stessa sostanza sociale disumana.

Mentre per i cosiddetti progressisti «l’altro mondo possibile» è un’Italia libera dal truce Cavaliere «fascista, mafioso, piduista, ladro-craxiano, corruttore e corrotto, velinista, puttaniere, volgare, pedofilo» («ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra!»), la mia utopia è la libera comunità degli uomini in quanto uomini, l’associazione di uomini umani liberi da qualsivoglia dominio di classe. Quisquilie, mi rendo conto. Anzi, pinzillacchere. Vuoi mettere l’odio contro il nano e calvo Berlusconi! Si sa, i “progressisti” sono indigenti e stitici persino quando odiano e quando amano, come aveva fatto in tempo a capire il buon Giorgio Gaber – Ombretta Colli lo aveva capito assai prima di lui. A furia di odiare un nano, sono diventati nani anche costoro. Altro che Brunetta! Ma in realtà nani lo sono sempre stati; diciamo allora che al peggio non c’è davvero limite.

E poi, via, la «rivoluzione sociale» non è mica dietro l’angolo, e qualche soddisfazioncella su questa Terra ce la dobbiamo pure prendere! In attesa del Paradiso in Terra, bisogna cercare di strappare «al sistema» almeno il minor male possibile, magari come momento tattico in vista di più «avanzati equilibri sociali». Altro che «punto di vista umano»! Negli anni Venti del secolo scorso molti comunisti e socialisti, stanchi di «attese messianiche» e desiderosi di pigliarsela subito e rudemente con qualche «potente» (un sindacalista, un «borghese», un intellettuale, un ebreo) si intrupparono nella «Rivoluzione Fascista»: accecati da un cieco «odio di classe» essi scaricarono la loro tensione ideale, politica e psicologica in un movimento politico che prometteva molte soddisfazioncelle a chi voleva «rompere col vecchiume». Per questo, ancor prima di armare le mani, bisogna armare le teste di coloro che avvertono un certo «disagio sociale», affinché essi non vengano bruciati nella lotta tra opposte fazioni borghesi (nazionali e internazionali). Un governo Bertinotti, o Bersani, o Fini – questo nuovo campione del progressismo italiota – sarebbe dunque un «male minore»? Bisogna davvero essere “progressisti” per pensarla in questa indigente maniera. L’ideologia del male minore, o del meglio possibile, non riesce a celare la cattiva condizione umana che la riproduce sempre di nuovo alla stregua di un nuovo oppio dei popoli. Io che non sono un progressista, e che mi sforzo di guardare la società dalla prospettiva che coglie la possibilità della liberazione nell’attualità del dominio, vedo tutti i competitori politici in campo agitarsi su un solo, comune terreno: la società basata sullo sfruttamento scientifico degli uomini e della natura. Da questa – bizzarra? – prospettiva il mondo di chi fischia e di chi applaude l’Ahmadinejad di Arcore appare come una Miserabilandia.

Ma allora, qual è il significato non banale – cioè non “progressista” – della «guerra civile virtuale» che ormai dalla “mitica” (e naturalmente per molti famigerata) «discesa in campo» del capitalista di Arcore non sembra poter conoscere alcuna tregua, nonostante il lavoro di pontieri, pompieri e colombe di diversa collocazione politico-istituzionale? Veramente si confrontano, come ci sentiamo ripetere tutti i santi giorni dai massmedia e dai militanti delle opposte miserie, il «partito della democrazia e della legalità» e il «partito del populismo e dell’illegalità»? Naturalmente no, al netto del fatto che entrambi i partiti, dal punto di vista umano, sono quanto di più reazionario e rivoltante si possa trovare nel peraltro vomitevole panorama politico internazionale. Scrive Piero Ostellino:

«La politica, parafrasando Marx, sta implodendo sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secondariamente per il controllo delle telecomunicazioni che riguardano anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto fra il “partito del rigore” e il “partito della spesa pubblica” e, su quello sociale, fra il “Paese produttivo” e il “Paese parassitario”. È in corso una guerra per la redistribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe dire che ci troviamo di fronte all’accelerazione del processo di modernizzazione del Paese. Nella guerra fra capitalismi e nel confronto sulla spesa pubblica, la parte più impegnata politicamente della magistratura – la sola isola ideologica rimasta – rischia di recitare il ruolo della mosca cocchiera e la politica di finire in una posizione di totale subalternità» (Il Corriere della Sera, 30 novembre 2009).

La contesa borghese intorno al potere economico e politico: ecco a quale guerra stanno partecipando le opposte tifoserie politiche; alcuni sono ben consapevoli della posta in palio, altri sono animati da chissà quali illusioni, tutti comunque sono invitati a recitare il tristo e impotente ruolo di massa di manovra al servizio delle classi dominanti di questo Paese. Il buon Ostellino, da onesto e liberale cittadino qual è, teme «le conseguenze devastanti per la nostra stessa democrazia» della guerra politica, sociale, mediatica e giudiziaria; io, che non aspiro certo al rango di difensore della democrazia e della legalità, temo piuttosto il perdurare della situazione sociale che devasta giorno dopo giorno l’esistenza degli strati sociali subalterni e di tutti gli individui umanamente sensibili di Miserabilandia.


Slavoj Žižek

Slavoj Žižek – Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.

Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].

Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più.

È il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.

E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.