DEMAGOGIA (E MITOLOGIA) FISCALE

Il borghese insegue l’ideale chimerico della distribuzione uniforme delle imposte con zelo tanto maggiore, quanto più tale distribuzione gli sfugge in pratica dalle mani. I rapporti di distribuzione che poggiano direttamente sulla produzione borghese, i rapporti fra salario e profitto, profitto e interesse, rendita fondiaria e profitto, possono essere modificati dalle imposte al massimo in punti secondari, inessenziali, ma non possono mai essere minacciati nel loro fondamento. Tutte le indagini e i dibattiti sull’imposta presuppongono la stabilità eterna di questi rapporti borghesi. […] La diminuzione, la più equa distribuzione ecc. della imposta, è la banale riforma borghese (Marx-Engels).

La criminalizzazione dell’evasione fiscale ultimamente sta toccando punte che rasentano il parossismo, e spesso la demagogia più triviale e menzognera. Quanto a populismo giudiziario, come sempre i manettari cinquestellati e il direttore del Fatto Quotidiano sbaragliano la concorrenza: «In galera! In galera!» Mi piacerebbe avere di che evadere solo per fare un dispetto a questi pessimi ed escrementizi personaggi. Purtroppo il contante non mi assiste. A proposito di contante! Qualche giorno fa ho ascoltato la simpaticissima Laura Boldrini fare in televisione l’apologia del denaro elettronico versus il denaro contante, il nuovo sterco del Demonio: «Perché lo Stato deve sapere chi spende e come spende! Chi non ha nulla da nascondere non deve temere la tracciabilità fiscale». Parlare di «Stato di polizia fiscale», come fa la “destra”, è ancora poco, è fin troppo riduttivo. Peraltro, alla “destra” piace solo lo Stato di polizia contro immigrati e “irregolari” d’ogni specie. L’elettore può insomma scegliere quale Stato di polizia (di “sinistra” o di “destra”?) meglio soddisfa le sue idee e le sue aspirazioni.

Ma insomma, il contante è di “destra” o di “sinistra”? E la moneta elettronica? Chi desidera una risposta potrebbe magari organizzare una bella seduta spiritica e girare la fondamentale domanda allo spettro del grande Gaber. Intanto segnalo che l’ultimo feticcio progressista sembra essere l’elemosina elettronica: e così anche la pia coscienza è sistemata e messa al passo con le esigenze del moderno capitalismo!

Sulla natura politica dell’evasione fiscale l’ex ministro Vincenzo Visco ha le idee chiarissime: «Evadere le tasse è chiaramente di destra». È probabile che il cittadino onesto di “destra” non condivida questo sommario giudizio che attesta l’arrogante superiorità morale dei sinistresi, i quali si sono sempre distinti per zelo statalista e moralista. Lo chiamano “amore per il bene comune”, confermando quanto ebbe a dire una volta l’evasore fiscale di Treviri: l’ideologia dominante è l’ideologia della classe dominante. Parlare di “bene comune” nel seno della vigente società è bestemmiare contro la verità e la stessa possibilità dell’emancipazione generale degli individui attraverso il superamento degli attuali disumani rapporti sociali. È dura lottare contro l’ideologia benecomunista che ci invita a essere cittadini onesti e rispettosi («anche della natura!»), ma si tratta del minimo sindacale per un pensiero che non vuole arrendersi all’odiosa quanto menzognera “filosofia” del male minore. Ma non perdiamo il filo!

Il refrain è lo stesso dagli anni Settanta del secolo scorso: Pagare tutti le tasse per pagare tutti meno tasse.  Quando ero bambino, il mantra antievasione era soprattutto sulle labbra di “comunisti” e sindacalisti, i quali lo usavano anche per giustificare la loro escrementizia politica di collaborazione con i «padroni onesti, quelli che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo». I bassi salari degli operai venivano spiegati anche tirando in ballo gli evasori fiscali, i quali contribuivano a far rimanere alta la pressione fiscale sul “padronato onesto” che poi si rifletteva sulle buste paga, sempre più leggere perché vittime dell’iniquo drenaggio fiscale. Stessa cosa per quanto riguarda le pensioni. Di qui, per “comunisti” e sindacalisti, la necessità di un’alleanza tra i «ceti produttivi onesti» del Paese per battere la Democrazia Cristiana, il partito, dicevano i moralizzatori del tempo, al servizio del clientelismo, degli evasori fiscali e del malaffare, mafia compresa. Com’è noto, il Pci in Parlamento sostenne tutte le leggi governative che prevedevano l’allargamento della spesa pubblica improduttiva, perché i voti facevano e fanno gola a tutti i partiti, a cominciare da quelli cosiddetti di massa – o interclassisti che dir si voglia. Ciò che distingueva il Pci dalla DC era un sovrappiù di odiosa e del tutto infondata propaganda moralistico-demagogica intesa a presentare il partito che fu di Togliatti e di Berlinguer come il partito degli onesti e dei lavoratori. Ma non dico altro per non commuovere i nostalgici della cosiddetta Prima Repubblica, i cui riti “barocchi” peraltro sono ritornati in auge proprio in questi giorni.

L’ex Premier Mario Monti una volte disse che «l’evasore mette le mani nelle tasche degli Italiani onesti, aumentando il loro carico fiscale». Qualche anno più tardi Matteo Renzi sostenne che il suo governo aveva al primo punto «la lotta all’evasione: se paghiamo tutti, paghiamo meno». Al di là di ogni considerazione politica che chi scrive potrebbe fare sulla questione qui considerata, c’è del vero in quella convinzione? È vero che aumentando il gettito fiscale automaticamente lo Stato si pone nelle condizioni di ridurre il carico fiscale? Nemmeno per idea! In ogni caso sarà sempre il governo in carica a decidere dove allocare le maggiori entrate fiscali: ridurre la pressione fiscale per famiglie e imprese o aumentare le spese militari? Investire in spesa pubblica produttiva o allargare la spesa pubblica clientelare?

La famosa “evidenza scientifica” ci dice, ad esempio, che in presenza di un forte recupero di evasione fiscale, che dura ormai da molti anni (il trend è in crescita almeno dal 2006), la pressione fiscale non solo non è diminuita, ma è cresciuta, così come si è espansa la spesa pubblica finanziata in debito. Scriveva Luciano Capone qualche anno fa: «C’è una convinzione diffusa nella classe dirigente italiana, quella che l’elevata pressione fiscale dipenda dall’evasione fiscale. Il corollario di questo assunto è che l’unico modo per abbassare le tasse sia ridurre l’evasione: pagare tutti per pagare meno. […] L’idea di fondo è che i contribuenti onesti sono costretti a sobbarcarsi anche la quota di quelli che fanno i portoghesi; se questi ultimi pagassero la loro parte, gli altri pagherebbero meno. È una visione che ha una logica, ma purtroppo è falsa. Diciamo “purtroppo” perché se fosse vera in questi anni avremmo assistito a una riduzione della pressione fiscale reale, o per essere più precisi a una riduzione delle aliquote con una pressione fiscale costante ma più equamente distribuita. Invece è successo il contrario: l’evasione è diminuita, mentre la spesa pubblica e la pressione fiscale sono aumentate. Quando si discute di questi temi è necessario farlo con i numeri alla mano. […] Mentre si indicava pubblicamente il perfido evasore come origine di ogni male, il recupero dell’evasione fiscale andava a riempire il bidone bucato della spesa pubblica, aumentata di 6 punti di pil dal 2000 al 2013, da 9.600 euro a 13 mila euro pro capite. Pagare tutti per pagare di più, questo è quello che è successo. La realtà indica una cosa abbastanza intuitiva, che le tasse dipendono dalle spese e non dall’evasione: se la spesa è fuori controllo, la lotta all’evasione finirà per aumentarla. Se i governi avessero messo lo stesso impegno nella spending review, la lotta all’evasione sarebbe stata più efficace e l’economia ne avrebbe giovato, anche perché la repressione fiscale non fa altro che alimentare l’evasione» (Il Foglio). Già, la mitica – e famigerata – spending review che dovrebbe snellire, razionalizzare e moralizzare il settore della Pubblica Amministrazione, la quale secondo Luca Ricolfi è «forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica»; il problema, sempre secondo Ricolfi, è che le persone interessate al mantenimento dello status quo «votano» (1).

Qualche dato. Secondo l’Istat la pressione fiscale dei primi tre mesi dell’anno in corso risulta essere del 38%, in aumento dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. In realtà «la pressione fiscale effettiva sull’economia regolare è invece intorno al 60% del Pil, la più alta del mondo sviluppato» (Luca Ricolfi); nel calcolo bisogna infatti tenere presente la cosiddetta economia sommersa, la quale ingrassa il Pil senza dare alcun contributo in termini fiscali. La cosiddetta «economia non osservabile» (economia sommersa ed economia illegale) “fattura” non meno di 211 miliardi di euro. L’evasione fiscale ammonta a circa 109 miliardi di euro l’anno. Proprio ieri l’Istat ha comunicato quanto segue: «A fine 2018 il debito pubblico era pari a 2.380 miliardi di euro, pari al 134,8% del Pil. Rispetto al 2017 il rapporto tra il debito delle Amministrazioni pubbliche e il Pil è aumentato di 0,7 punti percentuali». Secondo la “mitica” Cgia di Mestre gli sprechi, in termini di inefficienza e di burocrazia, della Pubblica Amministrazione si possono quantificare in 200 miliardi di euro all’anno. Sempre secondo la Cgia, in 20 anni, tra il 1997 e il 2017, le entrate tributarie nel nostro Paese sono aumentate di 198,5 miliardi di euro, salendo a 502,6 miliardi. In termini percentuali, si è registrato un boom di oltre il 65%, che al netto della stessa inflazione nel periodo si traduce in un aumento reale del 22,5%. Secondo calcoli dell’OCSE, il gettito fiscale tra il 1980 e il 2017 è cresciuto del 670%, pari a una media annua del 5,3%. Nello stesso periodo, la spesa pubblica è aumentata del 5% all’anno, praticamente poco meno e sempre più del Pil nominale, cresciuto solo del 4% all’anno.

«Colpiremo con mano pesante solo i grandi evasori fiscali, che vogliamo sbattere in galera, non l’evasione per necessità»: così strilla la propaganda della “componente populista” del governo. Ma chi sono questi «grandi evasori»? Davvero la loro pratica evasiva e/o elusiva è decisiva nella formazione del gettito fiscale che lo Stato non riesce a incassare? Ad esempio, lo sanno tutti che le micro, piccole e medie imprese rappresentano «l’ossatura dell’economia italiana» (2). Lo sanno tutti che è solo evadendo, in toto o in parte, le tasse che una massa di lavoratori “autonomi” e di piccoli addetti al commercio riescono a portare a casa uno straccio di introito. E allora? Forse bisognerebbe prendere sul serio la massima di Totò: È la somma che fa il totale! Probabilmente non ha torto chi sostiene che la grande evasione fiscale è fatta dalla piccola evasione praticata dal “popolo delle partite Iva”.

Ciò che si può dire senza allontanarsi troppo dalla verità è che alla luce dell’attuale sistema fiscale, dell’attuale struttura della spesa pubblica, dell’attuale struttura capitalistica italiana e del vigente sistema politico-istituzionale, fare pagare le tasse a tutti per pagare tutti meno tasse è una tesi semplicemente falsa, oltre che demagogica in sommo grado. Poste le attuali condizioni “sistemiche”, quella tesi si risolve in una tassazione per tutti al più alto livello possibile, secondo il ben noto principio del tassa e spendi. Jean Baptiste Colbert, Ministro delle Finanze del Re Sole, diceva che «l’arte del tassare consiste nello strappare ad un’anatra il massimo numero di penne con il minimo di sibili». Aumentando il numero di anatre probabilmente si incrementa soltanto la quantità di penne da strappare, e il chiasso demagogico sulle tasse evase e sull’impellente e non più derogabile  necessità di mettere le  “manette agli evasori” (sai la novità: è uno slogan vecchio almeno di venti anni!) servirà a silenziare le anatre finite nella rete del Leviatano.

In ogni caso, a pagare davvero il giro di vite fiscale che si annuncia saranno come sempre gli strati sociali più poveri, sia in termini di rincari delle merci e dei servizi di cui essi hanno bisogno, sia in termini di opportunità di lavoro, del lavoro che c’è (o non c’è): in nero, in bianco, in giallo. Molti sono i colori del lavoro salariato, condanna per chi per vivere è costretto a vendere sul mercato capacità fisiche e intellettuali. Mutatis mutandis, analogo discorso può farsi sui provvedimenti intesi ad avviare la cosiddetta “transizione ecologica” e a educare i cittadini a uno stile di vita più sano e più sobrio: sic! Purtroppo i lavoratori facilmente cadono nella trappola demagogica di chi fa leva sul loro disagio sociale per reclutarli nella campagna contro l’evasione fiscale: «Non dovete farvi trattare da fessi, voi che le tasse non potete evaderle!» È difficile trasformare in coscienza di classe il disagio e l’invidia sociale.

Arthur Laffer, l’economista che ispirò Ronald Reagan, sosteneva che la bestia statale va affamata, in modo da consentire ai governi di praticare una politica fiscale orientata a una generale riduzione delle tasse: pagare meno per pagare tutti. Per Paolo Bracolini, «I soldi recuperati dal fisco alimentano solo lo stomaco smisurato dello Stato e della partitocrazia» (3). Per chi scrive il Leviatano non va affamato; esso andrebbe piuttosto archiviato, per così dire, semplicemente. «Dietro l’abolizione della tassazione si nasconde l’abolizione dello Stato. L’abolizione dello Stato ha significato, per i comunisti, solo come conseguenza necessaria dell’abolizione delle classi, con la quale scompare automaticamente la necessità della potenza organizzata di una classe sulle altre» (4).«Vasto e impegnativo programma», lo ammetto; ma non ho la minima intenzione di suggerire al Moloch alcun tipo di riforma fiscale, soprattutto se “rivoluzionaria”.

 

(1) «Più acquisti, più stipendi pubblici, più pensioni, più sussidi, più rendite finanziarie, (titoli di Stato): in breve, più parassitismo. Questo meccanismo ha permesso agli italiani di vivere per vent’anni [1972-1992] al di sopra dei propri mezzi. La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata da L. Ricolfi a Linkiesta del 15 settembre 2011).
(2) «Le loro attività si concentrano nei settori dei servizi, dell’edilizia , e se Ferrari, Gucci e Versace rappresentano il savoir-faire e la raffinatezza italiana per il grande pubblico, spesso anonime Pmi sono alla base del loro successo e soprattutto sono un punto di riferimento per le famiglie italiane. Le piccole e medie imprese, qui definite come imprese attive con un giro d’affari inferiore a 50 milioni di euro, impiegano l’82% dei lavoratori in Italia (ben oltre la media Ue) e rappresentano il 92% delle imprese attive (dai calcoli sono escluse imprese dormienti con fatturato a zero nell’ultimo anno). Sono numeri che fanno delle PMI un tratto saliente dell’economia italiana e riflettono tradizioni e imprenditorialità diffuse nei territori. Secondo le ultime stime di Prometeia, nel 2017 si contavano circa 5,3 milioni di PMI che davano occupazione a oltre 15 milioni di persone e generavano un fatturato complessivo di 2.000 miliardi di euro. Inoltre, vale la pena di notare come le Pmi abbiano un ruolo fondamentale nell’economia di alcuni territori. Per le regioni meridionali ad esempio le Pmi rappresentano l’83% della produzione, rispetto a un contributo medio nazionale del 57%. Anche il peso in termini di occupazione supera ampiamente quello medio italiano arrivando al 95%. L’impatto economico delle Pmi non può peraltro essere valutato considerando semplicemente il loro coinvolgimento diretto, ma va letto in chiave di filiera. Anche le Pmi italiane fanno ormai parte di catene del valore complesse e globali, contribuendo alla formazione dei loro vantaggi competitivi attraverso soluzioni flessibili e diversificate. Infine, non va dimenticato che il contributo delle Pmi si estende oltre l’aspetto economico e occupa un posto di rilievo nella vita culturale e sociale italiana» (Il Sole 24 Ore).
(3) P. Bracolini, La Repubblica dei mandarini, Marsilio, 2014.
(4) Marx-Engels, recensione a Le socialisme et l’impost di Emile de Girardin pubblicata sulla Neue Rheinische Zeitung Politisch-ökonomische Revue, Aprile 1850.

SCONTRO DI TITANI INTORNO AL BENE COMUNE

Ieri Valentino ha Parlato con il Saggio Eugenio, il quale domenica, dal pulpito della sua chiesa repubblicana degli onesti e degli austeri, ha dettato la linea politica a mezzo mondo. Solo l’imperialismo fiscale della Germania è stato risparmiato dall’uomo con la barba. Forse perché lo spread tra le sue velleità politiche e la reale dinamica sociale si manifesta nella sua abissale dimensione non appena il suo Verbo varca i confini del Bel Paese. Il che la dice lunga sullo stato della Nazione. Ma queste sono considerazioni che un disfattista del mio calibro affida con piacere ai benecomunisti.

Ritorniamo piuttosto a Parlato, e al suo serrato dialogo con Scalfari, le cui rampogne all’indirizzo della Camusso non sono andate giù a gran parte del «popolo di sinistra», già in grave ambascia per via del solito «bocca a bocca» col rospo di turno. «Non mi convince neppure l’affermazione che la flessibilità sia un bene: dipende da chi è costretto a piegare la schiena, a flettersi. E in queste nostre società che, quando non sono finanziarie, sono capitalistiche, di solito a flettersi sono i lavoratori (Professor Scalfari, ma l’eguaglianza dov’è?, Il Manifesto, 01 02 2012). Veniamo così a sapere da un “comunista” tutto d’un pezzo che nel XXI secolo corre una non lieve differenza fra «società finanziarie» e «società capitalistiche». Certo, lascia intendere il Nostro, entrambe le società sono diversamente deprecabili, per così dire; tuttavia non solo la differenza esiste, ma essa torna a vantaggio delle «società capitalistiche», le quali non hanno ancora perso il contatto con quel «lavoro reale» che, sebbene faticoso e gravato da non poche magagne esistenziali, conserva qualcosa di umano.

Con ciò Parlato non fa che adeguarsi alla nuova moda progressista del Finanzcapitalismo, insulsa ideologia che mette in un’assurda contrapposizione la cosiddetta «economia reale» con l’economia finanziarizzata, la quale, a quanto pare, avrebbe scoperto il segreto della mitica cornucopia. Questa lettura rovesciata del mondo non solo è del tutto infondata sul piano del secolare processo sociale capitalistico, ma si offre come formidabile strumento di lotta politica nello scontro tra le diverse fazioni della classe dominante. Lunedì scorso, nella trasmissione che Gad Lerner conduce su La7 (L’Infedele), era davvero spassoso sentir parlare personaggi come Asor Rosa, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, un economista «riformista» come Michele Salvati, un’attrice antiberlusconiana «senza se e senza ma» come Lella Costa e altri “rivoluzionari” dello stesso inusitato calibro contro il «capitalismo finanziario». «Dobbiamo abbattere il Capitalismo Finanziario!» E il povero Lenin ha dovuto sorbirsi la comica antifinanzcapitalista appeso a una scenografia dello studio televisivo. Nel finanzcapitalismo non si ha più rispetto nemmeno per le anime dei morti!

Ci sono o ci fanno? Non ci dormo la notte!

Un’eco della lotta interborghese naturalmente si trova anche nella critica di Parlato a Scalfari, sotto forma di perorazione della mitica patrimoniale. Se alla lotta all’evasione a «Cortina o nei locali della movida di Milano» non si accompagna «un’imposta patrimoniale», in modo «che anche i benestanti [paghino] qualcosa per temperare una crisi alla quale [hanno] contribuito», quella giusta lotta si risolve in una mera propaganda. Anche i ricchi piangano si conferma il massimo orizzonte “anticapitalistico” che un italico “comunista” riesce a concepire. In primo luogo i «benestanti» non hanno contribuito proprio a niente: la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale, e si dà alle spalle di tutti i «soggetti sociali»; in secondo luogo, posta la sua fattibilità politica e, soprattutto, la sua compatibilità con le esigenze dell’accumulazione capitalistica, non è affatto vero che la patrimoniale mitigherebbe i sacrifici delle classi subalterne, così come, in terzo luogo, è una colossale balla speculativa affermare che se tutti pagassero le tasse, tutti ne pagherebbero di meno. Semplicemente lo Stato drenerebbe più risorse, la cui gestione dipende, in ultima analisi, dai rapporti di forza che vengono a stabilirsi nel seno delle classi dominanti. Con le risorse supplementari strappate alla malvagia evasione fiscale il Leviatano può comprare biscotti per i bambini indigenti, se ritiene che una simile politica filantropica rafforza lo status quo; oppure può investirli nell’acquisto di sofisticati aerei di guerra. La dinamica del carico fiscale risponde a logiche radicate nella complessiva struttura sociale di questo Paese, e la stessa evasione fiscale non ne è che un’espressione. Credere e far credere alla gente che i cittadini possono «democraticamente» influenzare le scelte di fondo dello Stato, significa ingannare se stessi e gli altri. Di Parlato ci importa poco. Anzi nulla. È agli altri che pensiamo e parliamo, ad esempio commentando le parole dei giornalisti “comunisti”.

Ridiamogli quindi la parola: «Siamo realisti. Quello di Monti è un governo tecnico, ma niente affatto indipendente. C’è ancora una maggioranza parlamentare che, ove ci fosse un attacco ai ricchi, che in Italia ci sono e tanti, staccherebbe la spina». Insomma, al Nostro il governo dei tecnici potrebbe pure andar bene; è l’ipoteca berlusconiana che grava su di esso che non gli va giù. Il diversamente fascista Asor Rosa saprebbe come risolvere il problema: una bella squadraccia di poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, vigili del fuoco e quant’altro è possibile mobilitare, a sbarrare l’ingresso al Parlamento del «Partito dei Ricchi». Allora sì che si potrebbe varare una Patrimonialona! Naturalmente combinata con una rigorosa Tobin tax.

Non c’è proprio nulla di cui andare orgogliosi!

«Certo, con debito, globalizzazione e finanziarizzazione siamo in una situazione assai difficile e qualcuno deve pagare». È proprio questa logica del «qualcuno deve pagare» che le classi subalterne devono rifiutare, perché gira e rigira, al netto di misure demagogiche e populiste che hanno la sola funzione di oleare gli ingranaggi dei sacrifici, dal tavolo delle compatibilità economiche o delle finanziarie «alternative e progressiste» sono sempre i salariati ad alzarsi con le ossa rotte. Necessariamente. Se i lavoratori non conquistano il punto di vista del basta con i sacrifici (punto), e non escono fuori dalla logica del benecomunismo (il bene del Paese), come sempre saranno seviziati dalla crisi, le cui cause strutturali non sono «l’esplosione del debito e la finanziarizzazione», come credono Parlato e Scalfari, ma vanno ricercate nel modo di essere del Capitalismo sans phrase, ossia nella Civiltà basata sul massimo profitto. Naturalmente il decorso della crisi economica ha messo in luce tutte le contraddizioni strutturali del Sistema-Paese (gap Nord-Sud, spesa pubblica improduttiva, parassitismo sociale, arretratezza del Welfare, del mercato del lavoro e del sistema formativo, negativa dinamica demografica in rapporto alla spesa previdenziale, ecc., ecc.), per gestire le quali ci sarà bisogno di molte lacrime e di molto sangue. E anche di sindacati «non corporativi», ma responsabili e collaborativi, come la Fiom: «la Fiom – a mio parere – oggi è una forza della democrazia e non solo del sindacato». Qui Parlato ha perfettamente ragione. Si tratta di capire in quali rapporti stanno gli interessi dei lavoratori con la democrazia.

Pistola e spaghetto: il piatto perfetto!

«Scalfari conclude con una esortazione a smetterla con Bandiera rossa e a cantare la Marsigliese. Ma, rispettabilissimo Scalfari, in Italia, e soprattutto in questa fase di crisi, l’eguaglianza dov’è?» Ma rispettabilissimo “comunista”, può esserci «eguaglianza» nelle società che «quando non sono finanziarie, sono capitalistiche»? Personalmente quando sento parlare di «eguaglianza» gli statalisti, soprattutto quelli che “ai bei tempi” pregavano con la testa rivolta chi verso Mosca, chi verso Pechino, chi verso l’Avana, chi verso Tirana, non posso fare a meno di impugnare la pistola. Quella vera.

ORGASMI FISCALI E «FASCISMO DEL XXI SECOLO»

BOT ALLA PATRIA! CARCERE AL TRADITORE FISCALE!

Dopo il blitz della Guardia di Finanza a Cortina l’Italia fiscalmente onesta e patriottica si è lasciata andare in un orgasmo degno di altre più piacevoli incombenze. D’altra parte, i gusti degli altri non si discutono. Purtroppo si subiscono. Mio zio, non vedendomi partecipare al godimento degli onesti, e nutrendo ancora qualche pia illusione sul mio conto, ha sbottato contro la mia tetragona irresponsabilità: «Ma come, ogni tanto lo Stato fa il suo dovere, e mette in croce quei porci in Ferrari che dichiarano all’erario una miseria, e tu, tu che non puoi permetterti neanche una Panda, non gongoli?» Non ho nemmeno provato a spiegare al poveruomo che un anticapitalista non può essere contento quando lo Stato festeggia i suoi successi. Né ho cercato di dimostrargli che lo Stato, in quanto massima espressione politica del Dominio Sociale, fa sempre il suo dovere, e con Diritto. E così ho preferito rimanere in silenzio, lasciandolo cuocere nel suo onesto brodo di pensionato socialmente invidioso e desideroso di forca. Una cosa però, alla fine, gli ho detto, giusto per testimoniargli il mio dissenso. Questo minimo sindacale critico: «Ogni chiodo che lo Stato pianta sulla mano del ricco, equivale a cento chiodi piantati sul corpo dei poveri cristi, perché il rigore del Leviatano si abbatte soprattutto sulle condizioni di vita delle classi dominate. Il povero che invoca lo Stato contro il ricco che evade le tasse legittima il bastone del Sovrano che non perde occasione per ricordargli di rigar dritto». Oltre a cadere nella trappola del ragno demagogo, aggiungo adesso.

Come ho scritto altrove, lungo tutti questi decenni lo Stato Italiano ha dovuto fare, come si dice, buon viso a cattivo gioco con l’evasione fiscale, con il “lavoro nero”, con i falsi invalidi, persino con la mafia, e con altre antiche ma sempre vitali magagne, per cercare di gestire al meglio un Paese altamente contraddittorio, assai complesso sul piano della stratificazione sociale e della prassi economica. Il compromesso tra le classi dominanti (pensiamo agli agrari del Sud e ai capitalisti industriali del Nord nel periodo post risorgimentale, al settore economico privato confrontato con quello statale e parastatale, ecc.) e la paura di radicali trasformazioni sociali, anche nel segno di una più accentuata e dinamica modernizzazione capitalistica (foriera dei temuti conflitti sociali), hanno dato il tono allo sviluppo economico-sociale di questo Paese. La politica e lo stesso «carattere» della Nazione hanno espresso questo dato di fatto storico-sociale, i cui numerosissimi nodi vengono al pettine nei momenti di acuta crisi economica. È in questi momenti che il Bel Paese sente il bisogno di un bel giro di vite nel segno dell’Autorità.

Cos’è il «Fascismo del XXI secolo»? Per rispondere a questa domanda bisogna comprendere cosa fu il Fascismo del XX secolo. Esso fu, a mio avviso, diverse cose: l’espressione della violenza sistemica messa in luce – non “inventata” – dalla Grande Guerra, la fenomenologia politico-sociale della grave crisi post bellica, il tentativo, riuscito, di assestare il colpo decisivo a un movimento operaio già fiaccato dal riformismo socialista e giolittiano, nonché l’espressione di un compito storico: mettere un Paese capitalisticamente ritardatario nelle condizioni  di superare i limiti che lo trattenevano al di qua dell’agone delle grandi potenze. Certo, il Fascismo anche come via italiana alla modernizzazione capitalistica, dopo la crisi del vecchio Stato liberale e l’emergere di una epocale crisi economica mondiale. Ma l’ambizione “rivoluzionaria” del Duce non si limitava alle strutture economiche e istituzionali del Paese; essa toccava, per così dire, la stessa biografia antropologica della Nazione. Egli voleva fare degli italiani un popolo capace di reggere il confronto con i più blasonati popoli europei, e per questo quando nel Bel Paese faceva freddo e nevicava, il suo umore migliorava: «Questo è il clima adatto per temprare uomini virili!» Poi tornava il bel tempo, e si lasciva andare alle note considerazioni intorno all’inutilità di governare gli italiani, troppo viziati dal sole e dalla materna pasta asciutta. «Noi fascisti non amiamo le comodità», soleva dire Mussolini, contraddetto puntualmente dagli italiani. Anche l’ex «fascista di Arcore», prima di scivolare sullo spread, si è lasciato andare a simili sconsolate considerazioni intorno all’italico carattere, col solito strascico di indignate riprovazioni: «Uno come lui non può dare lezioni di etica!» E uno come Lui?

Adesso tocca a Mario Monti, il più tedesco degli italiani (forse dopo Mario Draghi), provare a cambiare il carattere «lassista e menefreghista» degli italiani, almeno per farne degli onesti contribuenti. E qui veniamo al cosiddetto «Fascismo del XXI» secolo. Alcuni esempi, legati all’attualità dell’orgasmo fiscale, forse possono aiutarci a districare la matassa.

Il democratico Dario Franceschini ha dichiarato che se «l’evasione fiscale è sempre un grave reato penale, in tempo di crisi è anche un delitto morale». Delitto morale! È il caso di tenere pronta la valigia? Giusto per non dimenticare il nécessaire. Il Fascio Quotidiano straripa di elogi alle gloriose Fiamme Gialle, e il forcaiolo Travaglio ha facile gioco contro l’onorevole Cicchitto, reo di volere una lotta all’evasione fiscale «non poliziesca e non indiscriminata». «Ma la polizia per forza adotta metodi polizieschi, e la lotta all’evasione dev’essere parziale o totale?» L’apologeta delle manette si trova sempre a suo agio quando il gioco si fa duro. Non è più tempo di «garantismo»: aspettiamoci molti giri di vite da parte del Leviatano. Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la privacy, sempre sul Fascio Quotidiano, l’ha detto chiaramente: «Una compressione della libertà è legittima in tempi eccezionali. Ricordate gli anni di piombo?» Prima rispristiniamo la legalità fiscale, e poi ritorniamo alla normalità: «L’emergenza relativa ai mancati introiti del fisco è un rischio che può essere equiparato a quello che fu il terrorismo o la criminalità organizzata quando diventò necessario rendere noti i nomi degli ospiti nelle nostre case o le nostre generalità alla Polizia in caso di una permanenza di una sola notte in albergo» (FQ, 4 gennaio 2012). Mettere la cosiddetta «privacy» nelle mani di uno come Pizzetti è come affidare a Dracula l’Autorità per la tutela del sangue. Ma vediamo come chiosano i fattisti: «Dunque il Garante per la protezione dei dati personali suggerisce di sconfiggere ansie di intrusione nella privacy dei cittadini per l’obiettivo comune di far pagare il dovuto ai più furbi che nascondono le proprie ricchezze e vivono in Suv e brindano a Cortina in alberghi a 5 stelle». Il Partito della Legge e dell’Ordine getta benzina sul fuoco dell’invidia sociale, assai acuita dalla crisi economica, e invita il bravo e onesto cittadino a non temere le scorribande del Leviatano nella sua vita: solo chi ha qualcosa da nascondere deve trattenere il respiro e sperare che il Mostro non si accorga di lui. Ma tutti, sotto sotto, abbiamo qualcosa da nascondere, almeno nell’occhiuta considerazione del Leviatano, cane da guardia di questa società altamente disumana, e dunque potenzialmente sempre sul punto di saltare in aria. Il sospetto del Mostro è forse l’unica buona notizia che possiamo permetterci.

Anche Piero Ostellino non vuole partecipare all’orgia fiscalista e, al contrario di chi scrive, piange sulla crisi «della democrazia liberale, dello Stato di diritto e del mercato». Pur sapendo di attirarsi «l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi “laici, democratici, antifascisti”», il Cittadino liberale si chiede sconsolato:  «Perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale “credere, obbedire, combattere”»? E conclude la sua perorazione liberale con questa significativa considerazione: «Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante». Non c’è dubbio. Il braccialetto elettronico per i delinquenti è l’equivalente della rintracciabilità fiscale degli onesti.

Relativizzare sul piano storico-sociale il Fascismo del XX secolo fa comprendere meglio il passato, liberandolo da quelle eccezioni costruite strumentalmente a uso e consumo della battaglia politica (persino Gianfranco Fini definì il fascismo «un Male Assoluto»!); e soprattutto illumina meglio il presente, immerso in una contingenza che fa dell’autoritarismo non solo un potente richiamo ideologico, ma anche e soprattutto uno strumento al servizio della sempre più necessaria e stringente ristrutturazione del Sistema Capitalistico Italiano. Solo su questa base concettuale credo abbia un senso parlare del «Fascismo del XXI secolo».

INNOCENTI EVASIONI… A chi giova il Grande Fratello Fiscale?

Com’è verde la mia tasca!

«Pagare tutti per pagare meno» è da sempre il mantra del cittadino onesto e ben disposto verso il Bene Comune, pregevole categoria sociologica verso la quale sono, come sa chi bazzica dalle mie parti, “antropologicamente” renitente. Diciamo che sono un cittadino diversamente onesto… D’altra parte, sul piano fiscale ho davvero poco da temere, per mancanza di materia prima pecuniaria; per cui non è il volgare interesse materiale – ahimè! – che mi fa parlare contro il Regime Fiscale passato, presente e futuro.

Quel mantra è soprattutto popolare presso il «popolo di sinistra», avvezzo al culto del Leviatano sin dalla nascita, grazie ai sacerdoti dello Statalismo di osservanza «comunista», e poi «postcomunista». «Ricorda Compagno che lo Stato siamo noi!» Non c’è dubbio: «lo Stato siamo noi» nel senso preciso che siamo noi a finanziarlo, attraverso tasse e balzelli di vario, e molte volte persino grottesco, tipo. Non solo lo Stato rappresenta gli interessi generali della classe dominante (prerogativa che a volte lo pone contro gli interessi che fanno capo a singoli gruppi e a singole fazioni di quella classe: proprio la scottante questione fiscale genera questa “dialettica” intercapitalistica); ma come se non bastasse il potere materiale, ideologico e morale dei dominanti fa sì che i dominati assumano il loro punto di vista sullo Stato. Alludo all’ideologia pattizia secondo la quale lo Stato democratico sarebbe uno strumento socialmente neutro posto al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza sociale: come Dio, il Sovrano tratta il ricco e il povero  alla stessa stregua.

Terrorismo fiscale. A chi giova?

E l’onesto cittadino aderisce con piacere a questa «religione civile», non per un difetto di intelligenza, ma in grazia di una grave indigenza sul piano della Coscienza. Così, invece di “indignarsi” dinanzi alle terroristiche campagne televisive anti evasione fiscale («L’evasore non è un tipo furbo, ma un ladro!», «Chi evade le tasse ruba anche te: digli di smettere! Anzi: denuncialo!»), il buon uomo applaude rumorosamente, forse perché ha qualche peccatuccio fiscale da farsi perdonare… «Oggi non ho chiesto al panettiere lo scontrino fiscale per quelle due pagnotte: Dio come mi sento ladro!» Mutuando una vecchia canzone di Vasco Rossi do un consiglio al cittadino onesto alle prese con il senso di colpa fiscale: fottitene dell’etica della responsabilità, ha fatto più vittime Kant del petrolio! L’etica della responsabilità rappresenta il manganello del Sovrano che ci minaccia da dentro, dagli abissi della «Legge Morale», e che ci obbliga a essere complici di una realtà che ci nega sempre di nuovo libertà e umanità.  Sennonché, il Leviatano è sempre affamato, e bisogna sfamarlo!

M’indigno!

L’ex Cavaliere Nero di Arcore soleva dire che se la pressione fiscale supera una «certa soglia naturale», il contribuente si sente moralmente legittimato ad evadere il fisco. Per questa ovvietà risaputa da sempre e in ogni parte del mondo, il Gran Puttaniere riceveva puntualmente le reprimende dei fiscalmente corretti: «Qui si istiga al ladrocinio!» Eppure la teoria economica e, soprattutto, la prassi parlano il rozzo linguaggio dello Statista meneghino. Per la teoria, basta leggere Giulio Einaudi, tanto per non scomodare personaggi di più alto lignaggio scientifico; per la prassi, basta chiedere agli artigiani, ai lavoratori autonomi, alle piccole e medie imprese, e via di seguito. Appena la Guardia di Finanza ed Equitalia si muovono, centinaia di partite iva vanno in malora. Che la pressione fiscale ha raggiunto in Italia livelli assai critici, lo riconoscono tutti, anche perché la magagna è vecchia quanto la Repubblica «nata dalla resistenza». Il «miracolo economico» postbellico in una non trascurabile misura è stato reso possibile anche dalla vasta area (industriale e commerciale) di evasione ed elusione fiscale verso la quale lo Stato mostrava una certa paternalistica comprensione. Bassi salari e «lavoro nero» hanno fatto la fortuna del capitalismo italiano negli anni Sessanta e successivamente, come nel caso dei distretti industriali del Nordest. La stessa agricoltura italiana è riuscita a mantenersi competitiva in certi settori solo grazie all’evasione fiscale e al lavoro nero, anche nell’accezione “razziale” del concetto. Quando Craxi, negli anni Ottanta, decise di far pesare anche «l’economia sommersa» nel calcolo del PIL, si scoprì che il Bel Paese stava davanti all’Inghilterra nella classifica dei Paesi più industrializzati del mondo: dopo il Mundial madrileno, un’altra gran bella soddisfazione per i colori nazionali!

Insomma, per la scalcinata struttura capitalistica italiana, l’evasione fiscale non è stata, e non è, un’aberrazione, ma uno dei modi in cui l’Azienda Italia ha fatto fronte alla competizione sistemica con ben più organizzati ed efficienti capitalismi. Ma due anime agitano da sempre il Leviatano tricolore: una brama ficcare le orribili zampe del mostro in ogni tasca e in ogni forziere, alla ricerca di risorse con le quali finanziare un Welfare sempre più costoso e insostenibile, nonché una macchina burocratica sempre più obesa e inefficiente; l’altra, più “filosofica”, è ben cosciente che tirare troppo la corda fiscale equivale a strozzare migliaia di «soggetti economici» che fanno “muovere” il PIL e danno occupazione, ancorché «nera» o non del tutto in linea con i parametri della legalità. La crisi del debito pubblico costringe l’anima riflessiva al silenzio, anche perché la politica deve in qualche modo saziare il «bisogno di equità» della gente sempre più torchiata dallo Stato. La classe dominante sa come alimentare l’invidia sociale dei nullatenenti e individuare il capro espiatorio da sacrificargli sull’altare del «Bene Comune». Va bene i sacrifici, purché siano equi!

Lei è fiscale, s’informi!

L’onesto contribuente crede davvero che l’Evasore sia il suo nemico mortale (a pari merito con lo Speculatore e il Banchiere), e collabora attivamente con il Leviatano al giro di vite nella sua macchina che tutto controlla e sanziona. È il caso dell’introduzione del denaro elettronico per le transazioni superiori ai mille euro. È stato osservato che nei Paesi più sviluppati il denaro cartaceo non circola quasi più, è roba sorpassata, buona per l’elemosina ai barboni, o per comprare un gelato ai bimbi. Certo, chi aspira a un capitalismo più moderno e fiscalmente irreprensibile ha ragione da vendere nel farlo notare. In effetti, oggi la lotta all’evasione fiscale ha tre target: 1. calmare la rabbia della gente tartassata, la quale ha bisogno di credere che tutti pagheranno la crisi (soprattutto «i ricchi»), e che domani, regolati i conti con gli evasori, il peso fiscale che grava sui «contribuenti onesti» inizierà a diminuire; 2. drenare risorse da destinare alla famelica macchina statale e 3. contribuire alla ristrutturazione del capitalismo italiano, la cui concorrenzialità sconta limiti molteplici e di vecchia data. Uno di questi limiti è rappresentato dalla stessa macchina statale, la cui struttura elefantiaca e le cui funzioni burocratiche da tempo non favoriscono i settori più produttivi, innovativi e dinamici del Paese, ma anzi ne frenano la spinta concorrenziale. Più che la lotta all’evasione fiscale, il vero problema è la lotta alla spesa pubblica improduttiva, la quale incide assai negativamente sul meccanismo di ripartizione del plusvalore smunto ai lavoratori.

Scriveva Ashoka commentando le «considerazioni finali» di Mario Draghi del giugno 2010: «Facciamo bene attenzione a ciò che ha appena detto Draghi. La manovra serve a ridurre la crescita della spesa pubblica a “solo” l’1% mentre nei dieci anni precedenti questa è invece cresciuta in media del 4,6%. Non solo ma sempre nello stesso periodo, in cui i governi in carica hanno propagandato la favola di un disimpegno dello Stato dalla vita dei cittadini, di sacrifici da fare per contenere la spesa pubblica nei parametri, giudicati eccessivi, imposti dal trattato di Maastricht, della privatizzazione di servizi prima forniti dallo Stato, di tagli e sforbiciate a sanità, istruzione e ricerca, bene proprio in quest’ultimo decennio il peso dello Stato nell’economia è aumentato di 6 punti in rapporto al PIL. Che cosa vuol dire? Che mentre ci raccontavano la favoletta del “pagare tutti per pagare meno” il conto da pagare continuava a salire inesorabilmente, come un parassita che lentamente divora il suo ospite» (Pagare tutti per pagare meno?,  dal sito Usemlab, economia e mercati, 5 giugno 2010). Il «parassita» ha i mesi contati?

Il Quarto Reich Tedesco è democratico, non nazista.

Mario Monti ha quindi ragione quando dice che i sacrifici bisogna farli per il bene del Paese, e non per che ce li chiede l’Europa (leggi: la Germania). Semmai, il bastone tedesco deve servirci da sprone: dobbiamo diventare un po’ tedeschi per meglio fare gli interessi dell’Azienda Italia. «Non ci conveniva diventare tutti Lombardi venti anni fa?», domanda con qualche ragione il leghista. Ecco perché sbaglia completamente l’analisi della situazione chi vede nel Governo Monti non più che un servo sciocco della BCE e del Sistema Finanziario Mondiale. Si pecca in superficialità e ingenuità.

Del fisco me ne infischio!

Per come la vedo io, lavoratori e classe media tartassata sbagliano di grosso se si lasciano coinvolgere nella patriottica gara a chi è più fiscalmente onesto: si tratta, all’opposto, di battersi contro il torchio del Capitale e del Leviatano, almeno con la stessa coscienza e determinazione che l’uno e l’altro esibiscono nell’opera di sfruttamento e di scuoiamento dell’onesto cittadino.

Ribellarsi all’oppressione padronale e fiscale non è giusto, è necessario! La richiesta di «maggiore equità» nella somministrazione dei sacrifici è finalizzata, per un verso a spezzare la già fragile capacità di resistenza delle classi subalterne, e per altro verso a mobilitarle nella lotta intercapitalistica (ad esempio, quella che vede gli «onesti» capitalisti industriali contrapporsi agli interessi degli «avidi e irresponsabili» speculatori). È la stessa «logica dei sacrifici» che va respinta al mittente, senza peraltro avventurarsi in scivolose «contromanovre finanziarie» che fin troppo facilmente prestano il fianco alle strumentalizzazioni di questa o quella fazione capitalistica, di questo o quel partito «responsabile e onesto». La strada che mena ai sacrifici  duri ma «equi e solidali» è asfaltata con tante buone intenzioni.

Leggere il mondo a testa in giù!

Nel suo ultimo saggio Sabino Cassese mette in luce la robusta continuità politico-istituzionale e sociale tra le diverse vicende storiche del Paese: tra la situazione postunitaria e quella preunitaria, tra il fascismo e lo Stato liberale, tra la Repubblica Democratica e il fascismo, tra la cosiddetta «Seconda Repubblica» e la «Prima». Egli lamenta una statualità debole, perché troppo invischiata in una prassi compromissoria che ha fatto dell’elusione, dell’evasione e della deroga al Diritto e all’etica il suo tratto distintivo. «In Italia è la società che domina lo Stato. Lo Stato è assente» (L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, 2011). Nient’affetto: ovunque nel mondo il Sociale domina sul Politico, il quale non può fare a meno di esprimere, in una forma più o meno adeguata, la situazione reale della «società civile», ossia la struttura di classe di un Paese e i conflitti sociali che in esso prendono corpo – a cominciare da quelli che nascono nello stesso seno delle classi dominanti intorno alla spartizione del bottino e alla direzione politico-ideologica dello Stato. Ciò che Cassese, sulla scorta di un astratto modello giuridico, sociale ed etico, registra come «statualità debole», in realtà è stato il modo in cui le classi dominanti e i gruppi politici dirigenti di questo Paese hanno cercato di esercitare e amministrare il loro potere a partire da rendite di posizione assai consolidate e radicate nel «Paese profondo», rispetto alle quali neanche alcuni settori delle classi subalterne sono, per così dire, innocenti: basti pensare ai lavoratori impiegati nello Stato, nel parastato e nelle grandi imprese assistite dal denaro pubblico. Quanto robuste e difficili da smantellare siano queste rendite parassitarie, lo testimonia la prima «manovra» montiana, la quale ha eluso l’enorme questione del costo dello Stato e del Welfare.

Ma le esigenze dell’accumulazione capitalistica spingono sempre più fortemente nella direzione di una radicale e drammatica ristrutturazione della società italiana, e il Diktat tedesco dà grande forza a questo «programma riformista». Quando la pannelliana Rita Bernardini, esponente di punta del solo partito che in Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di una «radicale» ristrutturazione della società italiana (in campo economico, politico, istituzionale, ecc.) afferma che «La più grande equità è quella di non far fallire il Paese» (La Stampa, 8 dicembre 2011), esprime esattamente la verità dal punto di vista del Paese, ossia delle classi dominanti. Manca ancora, e sempre più tragicamente, la verità elaborata a partire dal punto di vista delle classi subalterne.