QUALCHE – DISORDINATA – RIFLESSIONE SU ANTIFASCISMO E ANTICAPITALISMO

Mutuando la teologia di Santa Romana Chiesa,
non è poi così blasfemo, sul piano dottrinale,
dire che il Dominio scrive diritto per linee storte.

Ritorno brevemente sul cosiddetto antifascismo militante un po’ perché sollecitato dal gran parlare di un «ritorno del fascismo» in diversi Paesi del Vecchio Continente, sempre più lacerato dai morsi della crisi sistemica. I casi della Grecia e dell’Ungheria sono solo quelli più eclatanti. Il Capocomico di Geneva ha detto che senza il suo movimento «la Casta» del Bel Paese oggi dovrebbe fare i conti non con gli onesti, ancorché “antipolitici”, grillini, ma con i ben più pericolosi e rabbiosi neofascisti. Forse è un’esagerazione, ma vale a segnalare lo spirito dei tempi, per dir così. Intanto è nata la sezione italiana di Alba Dorata: la Lega Nord è avvertita. Ma vi ritorno soprattutto per offrire il mio modesto contributo alla definizione di una corretta linea politica anticapitalistica.

Chi legge i miei post ha certamente capito che non sono tra quelli che, pur impegnati in una lotta anticapitalistica «senza se e senza ma», mettono la lotta al fascismo «di ieri, di oggi e di domani» al primo posto nella loro iniziativa politica, finendo il più delle volte per far prevalere di gran lunga l’antifascismo sull’anticapitalismo. Se la cosa non trova quasi mai una sua puntuale teorizzazione, certamente essa finisce per caratterizzare la prassi di molti militanti che professano un anticapitalismo che alla prova dei fatti paga un prezzo assai salato in termini di codismo democratico e di assenza di autonomia di classe. Di fatto essi concepiscono il fascismo come il Male Assoluto, rispetto al quale ogni altra questione connessa alla natura contraddittoria della società capitalistica diventa secondaria, passa in secondo piano, venendo di fatto collocata in una prospettiva millenaristica. Per questa via la stringente e feconda dialettica tra tattica e strategia, presente e futuro sfuma nell’irrilevanza di un attivismo “anticapitalista” inconcludente, almeno ai fini della rivoluzione sociale. L’«antifascismo militante» diventa una patetica caricatura della lotta di classe e della rivoluzione.

C’è poi l’anticapitalista che finisce per identificare senz’altro il fascismo con il Capitalismo, o, più spesso, con una sua versione particolarmente “selvaggia”: quella cosiddetta neoliberista. L’identificazione di Fascismo del XXI secolo o Fascismo 2.0 con l’ideologia neoliberista, espressione del «nuovo Capitalismo finanziarizzato», è più che un’illazione.

L’antifascismo come «momento tattico di una strategia politica di più lungo respiro» suona ormai alle mie orecchie come un vecchio e pessimo ritornello, come il mantra di chi fissa la Rivoluzione Sociale “dura e pura” al trentadue del mese successivo. Mese dopo mese, anno dopo anno: «intanto facciamo i conti col «fascismo che avanza». Per molti anticapitalisti il fascismo «avanza» praticamente dalla fine del Ventennio in poi, rendendo necessaria una permanente allerta democratica, «perché come insegnano Marx, Engels e Lenin è nella democrazia che la lotta di classe può dispiegarsi con maggiore forza, fino alla vittoria finale». Siamo proprio sicuri di questo? Anche sulla scorta dell’ultimo secolo di prasi sociale mondiale (ma potrei spingermi ancora più indietro, fino ai successi elettorali e sindacali della socialdemocrazia europea negli anni Novanta del XIX secolo) mi permetto di dissentire con il luogo comune “marxista” appena riportato.

Inutile dire che sulla concezione ideologica “anticapitalista” mainstream in Italia pesa ancora il retaggio dell’antifascismo interclassista di matrice resistenziale, che ebbe nel PCI stalinizzato di Togliatti la sua punta di diamante. Si capisce, al netto degli appelli ai fratelli in camicia nera: correva l’anno 1936 quando Mario Montagna sostenne – «suscitando riserve ma non scandalo», come scrive Paolo Spriano nella sua Storia del PCI – che «il partito deve avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo» ma di democratizzarlo e migliorarlo, almeno “tatticamente”; Di Vittorio disse che «democrazia non è un termine ben accetto alle masse», e il compagno Ciufoli si batté affinché il PCI facesse «suo il programma fascista del 1919 per colmare il vuoto che esiste ancora tra noi e le masse» (P. Spriano, Storia del PCI, p. 96, L’Unità-Einaudi, 1990). Essere sempre in sintonia con «le larghe masse» è uno dei cardini della politica interclassista.  Poi vi fu l’adesione al Patto nazi-stalinista alla vigilia del secondo macello imperialistico, ma questa è tutta roba stravecchia. Ricordarla di tanto in tanto però non può certo far male, considerato il discreto seguito di cui gode ancora ai nostri giorni la tradizione del “comunismo” italiano.

Per come la vedo io, il Male Assoluto è il Capitalismo tout court, concepito essenzialmente come la struttura di dominio basata sui rapporti sociali di questa epoca storica – borghese. Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, che hanno nella forma merce e nella forma denaro la loro più generica e al contempo radicale estrinsecazione. Sintetizzando al massimo, democrazia e fascismo, e tutte le forme politico-istituzionali intermedie, non sono che l’espressione “sovrastrutturale” del dominio sociale fondato sullo sfruttamento scientifico e sempre più intensivo, capillare e mondiale di uomini e cose. Nella sintesi qualche momento dialettico ci scapita, è chiaro, ma credo che il nucleo di verità che essa contiene faccia premio, come si dice, sui suoi acclarati limiti.

Decisivo è, dal mio punto di vista, il concetto di dominio totalitario delle esigenze economiche, il quale postula la fenomenologia politica, istituzionale, ideologica e psicologica più adeguata alle condizioni sociali che si danno in peculiari momenti storici, naturalmente sulla base del concreto retaggio storico e sociale di ogni Paese. Il totalitarismo sociale radicato nella prassi che crea e distribuisce la ricchezza sociale nella sua vigente forma capitalistica è a fondamento tanto della forma democratica quanto della forma politica dittatoriale del potere sociale borghese.

La prassi sociale vista dalla prospettiva storica mostra, almeno in riferimento al cosiddetto Occidente, come il regime democratico sia la forma politica, istituzionale e ideologica di gran lunga più efficace (più “economica”, più “razionale”, più “pulita”) dal punto di vista degli interessi capitalistici, anche perché esso presuppone una situazione sociale gestibile con gli ordinari strumenti di consenso e di coazione. Il mix di “politica del consenso” e di repressione violenta dei movimenti sociali più minacciosi nei confronti degli interessi generali della società segna la normalità nella gestione della prassi sociale, sempre caratterizzata da un notevole tasso di conflittualità sociale dovuta alla natura estremamente violenta e contraddittoria del Capitalismo. Sotto questo aspetto, la vicenda italiana degli anni Settanta del secolo scorso parla chiaro.

La violenza dispiegata che sospende momentaneamente la “pacifica” ricerca del consenso nella tradizionale forma democratica si dà solo nei momenti di più acuta crisi sociale, mentre in epoca di “pace sociale” si assiste a un’intelligente alternanza di carota e bastone, il quale ovviamente non è tolto nemmeno per un istante dalla vista dei dominati, come monito di ultima istanza, come estrema ma sempre incombente minaccia.

La dialettica del processo sociale associa la violenza dispiegata delle classi dominanti, attraverso lo Stato che ne rappresenta e tutela gli interessi generali (non di rado anche contro fazioni borghesi particolari), con una loro attuale o potenziale condizione di debolezza politica, dovuta a crisi sociali particolarmente acute. Ma lo stato d’eccezione, per dirla con Carl Schmitt, lungi dal sospendere lo Stato di diritto, come credono gli apologeti del Patto sociale ratificato da una Costituzione, piuttosto riafferma, espande e radicalizza il Diritto, producendo le nuove forme e le nuove modalità attraverso le quali esso può estrinsecarsi adeguatamente, in sintonia con i nuovi tempi. L’eccezione non solo non nega la regola ma ne illumina anzi la profonda e maligna radice.

Chi dice Diritto dice forza, potenza, violenza, divisione classista della società. Per questo non c’è Stato che non sia di Diritto, nell’accezione più radicale del concetto elaborata attraverso la critica del punto di vista pattizio (contrattualistico) hobbesiano e post-hobbesiano.

Mutuando la teologia di Santa Romana Chiesa, non è poi così blasfemo, sul piano dottrinale, dire che il Dominio scrive diritto per linee storte.

Ecco perché pongo la lotta contro il cosiddetto fascismo2.0 sullo stesso piano della lotta contro la democrazia, e combatto tutte le posizioni antifasciste che in un modo o nell’altro tendono a puntellare la democrazia e lo Stato, che è sempre e necessariamente di Diritto – almeno nell’accezione critico-radicale sopra accennata, la sola che non rimane impigliata nell’ideologia borghese del Patto sociale.

So di sostenere tesi che ai più appaiono assurde, necessariamente, anche perché l’ideologia dominante è entrata così in profondità nel corpo sociale, da non lasciare all’immaginazione altra possibilità se non quella di cavalcare ben dentro i confini tracciati dagli attuali rapporti sociali. D’altra parte, come diceva l’avvinazzato di Germania, «Ogni [co]scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero» (Il Capitale). Maledetta dialettica delle cose!

L’esistenza di un Parlamento liberamente eletto prova la forza delle classi dominanti, le quali mostrano di non aver bisogno della coazione politica diretta sugli individui per imporre loro il proprio punto di vista, la propria visione del mondo, i propri valori. In tempi ordinari l’ideologia dominante è l’ideologia delle classi dominanti, come aveva capito sempre il comunista di Treviri.

Cosa significa, oggi, essere in sintonia con i bisogni e le idee della gente? Credete davvero che se la gente, colta nella sua odierna consistenza empirica, se così posso esprimermi, avesse davvero la possibilità di decidere sulle sorti del mondo, quest’ultimo muterebbe radicalmente il suo disumano volto? Infatti, qual è, oggi, la massima aspirazione politico-ideale coltivata dalla stragrande maggioranza delle persone, soprattutto da quelle socialmente più disagiate? Un onesto lavoro, magari garantito a vita – dalla culla alla bara – dal Leviatano, una casa, le ferie comandate, una vita complessivamente «più dignitosa», politici onesti e capaci, la pace nel mondo. (E chi vorrebbe la guerra nel mondo?)

D’altra parte, l’abolizione dei rapporti sociali capitalistici non è questione che si possa affidare a una tornata elettorale, né a un referendum popolare: credetemi sulla parola. Oppure andate sul Blog di Grillo…

Già mi pare di sentire il rimprovero del realista, di quello che è sempre in sintonia con i bisogni e le idee delle larghe masse (come non lo invidio!): «E ti sembra poco, soprattutto in tempi di crisi economica, l’elenco che con tanto sprezzante sarcasmo ci hai voluto fare?» Non è che mi sembra poco o molto: mi sembra piuttosto la conferma della schiavitù capitalistica. Tutto qui.

Nelle più acute crisi sociali, che sempre hanno un fondamento economico, si dà la possibilità concreta che anche l’ideologia dominante entri in crisi almeno nella testa di chi si accorge all’improvviso e con orrore di non avere più nulla da perdere (e forse nemmeno una condizione migliore da conquistare nell’immediato), ma anche nelle teste dei più umanamente sensibili, qualunque sia la loro provenienza sociale. È a questo punto che lo spettro della Rivoluzione sociale inizia a prendere sostanziosa consistenza, se mi è concesso scriverlo, sotto gli occhi delle classi dominanti, le quali getteranno senz’altro via la carota democratico-parlamentare per afferrare meglio il bastone, e poi le manette, e poi…, e poi tutto quello che serve alla bisogna. Tutto. Per le “autocritiche” e il piagnisteo organizzato sugli “eccessi di difesa” dello Stato c’è sempre tempo. D’altra parte la Controrivoluzione non è un pranzo di gala!

Questo accade puntualmente quando la riserva di stabilità garantita dalla gestione democratica dei conflitti sociali si esaurisce in grazia di un moto sociale particolarmente tempestoso, tale da mettere in questione l’intero assetto della metaforica nave. Inutile dire che è in questo mare periglioso ma pregno di futuro che ama nuotare il soggetto della rivoluzione sociale, la cui comparsa è forse il segno più tangibile del carattere eccezionale di una situazione storica.

L’AUTORITARISMO CORRE SUL WEB. Cosentino e dintorni

 

Il perfido volto del Male

Leggo dal Blog di controlacrisi.org quanto segue:

«OGGI COSENTINO È SALVO, MENTRE UN OPERAIO SI È UCCISO PERCHÉ ERA DISOCCUPATO.
Uno potrebbe dire che queste due notizie non hanno un legame diretto. Invece il legame c’è eccome. Abbiamo un parlamento che salva personaggi del calibro di Cosentino e non muove un dito contro la tragedia prodotta dalla crisi del capitalismo: la disoccupazione, perché c’è sempre prima il “rigore”. Oggi segnaliamo di nuovo il fatto che in questo Paese c’è chi muore sul lavoro, o si uccide perché il lavoro non ce l’ha. Queste morti (come la morte dei coniugi Di Salvo) non vanno taciute, esse sono il parametro del livello dell’ingiustizia sociale che vive questo Paese. Oggi un uomo di 45 anni, disoccupato dal mese di settembre, si è tolto la vita a Zanè (Vicenza) sparandosi alla testa con una pistola. L’azienda metalmeccanica dove lavorava fino a 4 mesi fa aveva ridotto il personale a causa della crisi, lasciando a casa buona parte del personale, tra cui il 45enne. L’ex operaio sarebbe caduto per questo in una crisi depressiva: la disoccupazione e il disagio psicologico avrebbero creato un mix di sofferenza che l’ha portato al suicidio. L’uomo viveva con l’anziana madre. È stata la donna, 84 anni, a scoprire stamane il cadavere del figlio».

Mabuse è sempre dietro l’angolo

È vero, tra il salvataggio “castale” dell’onorevole Cosentino e le disgrazie della classe che vive di salario c’è un nesso forte e profondo. Ma non nel senso proposto dal Blog citato, piuttosto nel senso opposto. Fino a quando i lavoratori e tutti i ceti sociali declassati dalla crisi si faranno delle illusioni intorno al Parlamento, alla Democrazia, allo Stato, alla Costituzione (a partire dal famigerato Art. 1, il quale sancisce sul piano giuridico, politico e ideologico il fondamento della società capitalistica: lo sfruttamento del «capitale umano»), essi vivranno in una perenne e sempre più disumana condizione sociale. Aspettarsi la «giustizia sociale» dagli organi preposti, con assoluta Legittimità, con pieno Diritto, alla difesa dello status quo e alla promozione del rapporto sociale capitalistico in ogni anfratto dello spazio sociale (a iniziare dai corpi degli individui), significa capitolare ancor prima di lottare. Aspettarsi la «Giustizia Sociale» dalla società che non può fare a meno di produrre ogni sorta di ingiustizia, significa prestare il fianco a ogni genere di demagogia populista. Sarebbe forse cambiato un atomo nell’esistenza materiale della gente, se il Parlamento avesse mandato in galera il «Camorrista» Cosentino? No, è ovvio. Certo, sarebbe cambiato qualcosa nella loro percezione di individui disumanizzati e, soprattutto, privi di coscienza; ma proprio nella soddisfazione forcaiola della povera gente si manifesta la loro indigenza sociale (che non è un concetto meramente economico) e la loro tragica impotenza politico-sociale.

Che onesta eleganza!

La marcia dell’Autoritarismo2.0 trova alimento nel risentimento (o «indignazione», per usare un termine alla moda) incosciente degli ultimi e di coloro che in qualche modo avvertono il disagio di vivere in una società altamente disumana. L’idea che l’Onestà sia il criterio giusto per selezionare la classe politica, implica l’accettazione dello status quo, il quale genera sempre di nuovo le condizioni esistenziali (sociali) che non ci permettono di essere uomini, con o senza Onestà al Potere.
Contro gli effetti della crisi del capitalismo bisogna mobilitare la forza e la coscienza dei lavoratori (due lati della stessa medaglia), abbandonando i feticci politico-ideologici che ci vengono inculcati dalla nascita, e che quindi assimiliamo alla stregua di cose naturali. Se da questa crisi economica può venire qualcosa di utile alle classi dominate, è un acquisto di consapevolezza critica, e non è certo ingrassando i luogocomunismi giustizialisti che si collabora a questa feconda possibilità.

Il Camorrista che vendeva la morte ai poveri disagiati sociali

Sulle colonne del Fascio Quotidiano l’onorevole Furio Colombo ha severamente stigmatizzato il comportamento dei Radicali, rei di aver salvato il «casalese» Cosentino: «Il caso Tortora è stato un’altra cosa!» Nient’affatto: è stata la stessa cosa! Forcaiolismo allo stato brado, invidia sociale, demagogia venduta e comprata come il pane. Dico di più: a giudicare dalla montante ondata giustizialista elettronica, il bravo presentatore forse se la sarebbe vista ancora più brutta, se il suo kafkiano caso fosse deflagrato in questi internettiani tempi. I giudici e i politici, infatti, avrebbero dovuto fare i conti anche con il potente giustizialismo che corre sul Web. E questo la dice lunga sul Fascismo2.0.

ORGASMI FISCALI E «FASCISMO DEL XXI SECOLO»

BOT ALLA PATRIA! CARCERE AL TRADITORE FISCALE!

Dopo il blitz della Guardia di Finanza a Cortina l’Italia fiscalmente onesta e patriottica si è lasciata andare in un orgasmo degno di altre più piacevoli incombenze. D’altra parte, i gusti degli altri non si discutono. Purtroppo si subiscono. Mio zio, non vedendomi partecipare al godimento degli onesti, e nutrendo ancora qualche pia illusione sul mio conto, ha sbottato contro la mia tetragona irresponsabilità: «Ma come, ogni tanto lo Stato fa il suo dovere, e mette in croce quei porci in Ferrari che dichiarano all’erario una miseria, e tu, tu che non puoi permetterti neanche una Panda, non gongoli?» Non ho nemmeno provato a spiegare al poveruomo che un anticapitalista non può essere contento quando lo Stato festeggia i suoi successi. Né ho cercato di dimostrargli che lo Stato, in quanto massima espressione politica del Dominio Sociale, fa sempre il suo dovere, e con Diritto. E così ho preferito rimanere in silenzio, lasciandolo cuocere nel suo onesto brodo di pensionato socialmente invidioso e desideroso di forca. Una cosa però, alla fine, gli ho detto, giusto per testimoniargli il mio dissenso. Questo minimo sindacale critico: «Ogni chiodo che lo Stato pianta sulla mano del ricco, equivale a cento chiodi piantati sul corpo dei poveri cristi, perché il rigore del Leviatano si abbatte soprattutto sulle condizioni di vita delle classi dominate. Il povero che invoca lo Stato contro il ricco che evade le tasse legittima il bastone del Sovrano che non perde occasione per ricordargli di rigar dritto». Oltre a cadere nella trappola del ragno demagogo, aggiungo adesso.

Come ho scritto altrove, lungo tutti questi decenni lo Stato Italiano ha dovuto fare, come si dice, buon viso a cattivo gioco con l’evasione fiscale, con il “lavoro nero”, con i falsi invalidi, persino con la mafia, e con altre antiche ma sempre vitali magagne, per cercare di gestire al meglio un Paese altamente contraddittorio, assai complesso sul piano della stratificazione sociale e della prassi economica. Il compromesso tra le classi dominanti (pensiamo agli agrari del Sud e ai capitalisti industriali del Nord nel periodo post risorgimentale, al settore economico privato confrontato con quello statale e parastatale, ecc.) e la paura di radicali trasformazioni sociali, anche nel segno di una più accentuata e dinamica modernizzazione capitalistica (foriera dei temuti conflitti sociali), hanno dato il tono allo sviluppo economico-sociale di questo Paese. La politica e lo stesso «carattere» della Nazione hanno espresso questo dato di fatto storico-sociale, i cui numerosissimi nodi vengono al pettine nei momenti di acuta crisi economica. È in questi momenti che il Bel Paese sente il bisogno di un bel giro di vite nel segno dell’Autorità.

Cos’è il «Fascismo del XXI secolo»? Per rispondere a questa domanda bisogna comprendere cosa fu il Fascismo del XX secolo. Esso fu, a mio avviso, diverse cose: l’espressione della violenza sistemica messa in luce – non “inventata” – dalla Grande Guerra, la fenomenologia politico-sociale della grave crisi post bellica, il tentativo, riuscito, di assestare il colpo decisivo a un movimento operaio già fiaccato dal riformismo socialista e giolittiano, nonché l’espressione di un compito storico: mettere un Paese capitalisticamente ritardatario nelle condizioni  di superare i limiti che lo trattenevano al di qua dell’agone delle grandi potenze. Certo, il Fascismo anche come via italiana alla modernizzazione capitalistica, dopo la crisi del vecchio Stato liberale e l’emergere di una epocale crisi economica mondiale. Ma l’ambizione “rivoluzionaria” del Duce non si limitava alle strutture economiche e istituzionali del Paese; essa toccava, per così dire, la stessa biografia antropologica della Nazione. Egli voleva fare degli italiani un popolo capace di reggere il confronto con i più blasonati popoli europei, e per questo quando nel Bel Paese faceva freddo e nevicava, il suo umore migliorava: «Questo è il clima adatto per temprare uomini virili!» Poi tornava il bel tempo, e si lasciva andare alle note considerazioni intorno all’inutilità di governare gli italiani, troppo viziati dal sole e dalla materna pasta asciutta. «Noi fascisti non amiamo le comodità», soleva dire Mussolini, contraddetto puntualmente dagli italiani. Anche l’ex «fascista di Arcore», prima di scivolare sullo spread, si è lasciato andare a simili sconsolate considerazioni intorno all’italico carattere, col solito strascico di indignate riprovazioni: «Uno come lui non può dare lezioni di etica!» E uno come Lui?

Adesso tocca a Mario Monti, il più tedesco degli italiani (forse dopo Mario Draghi), provare a cambiare il carattere «lassista e menefreghista» degli italiani, almeno per farne degli onesti contribuenti. E qui veniamo al cosiddetto «Fascismo del XXI» secolo. Alcuni esempi, legati all’attualità dell’orgasmo fiscale, forse possono aiutarci a districare la matassa.

Il democratico Dario Franceschini ha dichiarato che se «l’evasione fiscale è sempre un grave reato penale, in tempo di crisi è anche un delitto morale». Delitto morale! È il caso di tenere pronta la valigia? Giusto per non dimenticare il nécessaire. Il Fascio Quotidiano straripa di elogi alle gloriose Fiamme Gialle, e il forcaiolo Travaglio ha facile gioco contro l’onorevole Cicchitto, reo di volere una lotta all’evasione fiscale «non poliziesca e non indiscriminata». «Ma la polizia per forza adotta metodi polizieschi, e la lotta all’evasione dev’essere parziale o totale?» L’apologeta delle manette si trova sempre a suo agio quando il gioco si fa duro. Non è più tempo di «garantismo»: aspettiamoci molti giri di vite da parte del Leviatano. Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la privacy, sempre sul Fascio Quotidiano, l’ha detto chiaramente: «Una compressione della libertà è legittima in tempi eccezionali. Ricordate gli anni di piombo?» Prima rispristiniamo la legalità fiscale, e poi ritorniamo alla normalità: «L’emergenza relativa ai mancati introiti del fisco è un rischio che può essere equiparato a quello che fu il terrorismo o la criminalità organizzata quando diventò necessario rendere noti i nomi degli ospiti nelle nostre case o le nostre generalità alla Polizia in caso di una permanenza di una sola notte in albergo» (FQ, 4 gennaio 2012). Mettere la cosiddetta «privacy» nelle mani di uno come Pizzetti è come affidare a Dracula l’Autorità per la tutela del sangue. Ma vediamo come chiosano i fattisti: «Dunque il Garante per la protezione dei dati personali suggerisce di sconfiggere ansie di intrusione nella privacy dei cittadini per l’obiettivo comune di far pagare il dovuto ai più furbi che nascondono le proprie ricchezze e vivono in Suv e brindano a Cortina in alberghi a 5 stelle». Il Partito della Legge e dell’Ordine getta benzina sul fuoco dell’invidia sociale, assai acuita dalla crisi economica, e invita il bravo e onesto cittadino a non temere le scorribande del Leviatano nella sua vita: solo chi ha qualcosa da nascondere deve trattenere il respiro e sperare che il Mostro non si accorga di lui. Ma tutti, sotto sotto, abbiamo qualcosa da nascondere, almeno nell’occhiuta considerazione del Leviatano, cane da guardia di questa società altamente disumana, e dunque potenzialmente sempre sul punto di saltare in aria. Il sospetto del Mostro è forse l’unica buona notizia che possiamo permetterci.

Anche Piero Ostellino non vuole partecipare all’orgia fiscalista e, al contrario di chi scrive, piange sulla crisi «della democrazia liberale, dello Stato di diritto e del mercato». Pur sapendo di attirarsi «l’indignazione dei benpensanti – che frastornati dal gran polverone, donano entusiasti l’oro alla Patria e rinnegano le libertà di cui ancora godono e che stanno perdendo – e dei miei colleghi “laici, democratici, antifascisti”», il Cittadino liberale si chiede sconsolato:  «Perché – a 66 anni dalla caduta del fascismo – molti italiani sono ancora, culturalmente, in camicia nera e vedono nel potere politico un Duce in nome del quale “credere, obbedire, combattere”»? E conclude la sua perorazione liberale con questa significativa considerazione: «Un lettore mi ha chiesto se le libertà del liberalismo consistano nel rapinare le banche. Un idiota? No, il figlio della cultura dominante». Non c’è dubbio. Il braccialetto elettronico per i delinquenti è l’equivalente della rintracciabilità fiscale degli onesti.

Relativizzare sul piano storico-sociale il Fascismo del XX secolo fa comprendere meglio il passato, liberandolo da quelle eccezioni costruite strumentalmente a uso e consumo della battaglia politica (persino Gianfranco Fini definì il fascismo «un Male Assoluto»!); e soprattutto illumina meglio il presente, immerso in una contingenza che fa dell’autoritarismo non solo un potente richiamo ideologico, ma anche e soprattutto uno strumento al servizio della sempre più necessaria e stringente ristrutturazione del Sistema Capitalistico Italiano. Solo su questa base concettuale credo abbia un senso parlare del «Fascismo del XXI secolo».

INNOCENTI EVASIONI… A chi giova il Grande Fratello Fiscale?

Com’è verde la mia tasca!

«Pagare tutti per pagare meno» è da sempre il mantra del cittadino onesto e ben disposto verso il Bene Comune, pregevole categoria sociologica verso la quale sono, come sa chi bazzica dalle mie parti, “antropologicamente” renitente. Diciamo che sono un cittadino diversamente onesto… D’altra parte, sul piano fiscale ho davvero poco da temere, per mancanza di materia prima pecuniaria; per cui non è il volgare interesse materiale – ahimè! – che mi fa parlare contro il Regime Fiscale passato, presente e futuro.

Quel mantra è soprattutto popolare presso il «popolo di sinistra», avvezzo al culto del Leviatano sin dalla nascita, grazie ai sacerdoti dello Statalismo di osservanza «comunista», e poi «postcomunista». «Ricorda Compagno che lo Stato siamo noi!» Non c’è dubbio: «lo Stato siamo noi» nel senso preciso che siamo noi a finanziarlo, attraverso tasse e balzelli di vario, e molte volte persino grottesco, tipo. Non solo lo Stato rappresenta gli interessi generali della classe dominante (prerogativa che a volte lo pone contro gli interessi che fanno capo a singoli gruppi e a singole fazioni di quella classe: proprio la scottante questione fiscale genera questa “dialettica” intercapitalistica); ma come se non bastasse il potere materiale, ideologico e morale dei dominanti fa sì che i dominati assumano il loro punto di vista sullo Stato. Alludo all’ideologia pattizia secondo la quale lo Stato democratico sarebbe uno strumento socialmente neutro posto al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza sociale: come Dio, il Sovrano tratta il ricco e il povero  alla stessa stregua.

Terrorismo fiscale. A chi giova?

E l’onesto cittadino aderisce con piacere a questa «religione civile», non per un difetto di intelligenza, ma in grazia di una grave indigenza sul piano della Coscienza. Così, invece di “indignarsi” dinanzi alle terroristiche campagne televisive anti evasione fiscale («L’evasore non è un tipo furbo, ma un ladro!», «Chi evade le tasse ruba anche te: digli di smettere! Anzi: denuncialo!»), il buon uomo applaude rumorosamente, forse perché ha qualche peccatuccio fiscale da farsi perdonare… «Oggi non ho chiesto al panettiere lo scontrino fiscale per quelle due pagnotte: Dio come mi sento ladro!» Mutuando una vecchia canzone di Vasco Rossi do un consiglio al cittadino onesto alle prese con il senso di colpa fiscale: fottitene dell’etica della responsabilità, ha fatto più vittime Kant del petrolio! L’etica della responsabilità rappresenta il manganello del Sovrano che ci minaccia da dentro, dagli abissi della «Legge Morale», e che ci obbliga a essere complici di una realtà che ci nega sempre di nuovo libertà e umanità.  Sennonché, il Leviatano è sempre affamato, e bisogna sfamarlo!

M’indigno!

L’ex Cavaliere Nero di Arcore soleva dire che se la pressione fiscale supera una «certa soglia naturale», il contribuente si sente moralmente legittimato ad evadere il fisco. Per questa ovvietà risaputa da sempre e in ogni parte del mondo, il Gran Puttaniere riceveva puntualmente le reprimende dei fiscalmente corretti: «Qui si istiga al ladrocinio!» Eppure la teoria economica e, soprattutto, la prassi parlano il rozzo linguaggio dello Statista meneghino. Per la teoria, basta leggere Giulio Einaudi, tanto per non scomodare personaggi di più alto lignaggio scientifico; per la prassi, basta chiedere agli artigiani, ai lavoratori autonomi, alle piccole e medie imprese, e via di seguito. Appena la Guardia di Finanza ed Equitalia si muovono, centinaia di partite iva vanno in malora. Che la pressione fiscale ha raggiunto in Italia livelli assai critici, lo riconoscono tutti, anche perché la magagna è vecchia quanto la Repubblica «nata dalla resistenza». Il «miracolo economico» postbellico in una non trascurabile misura è stato reso possibile anche dalla vasta area (industriale e commerciale) di evasione ed elusione fiscale verso la quale lo Stato mostrava una certa paternalistica comprensione. Bassi salari e «lavoro nero» hanno fatto la fortuna del capitalismo italiano negli anni Sessanta e successivamente, come nel caso dei distretti industriali del Nordest. La stessa agricoltura italiana è riuscita a mantenersi competitiva in certi settori solo grazie all’evasione fiscale e al lavoro nero, anche nell’accezione “razziale” del concetto. Quando Craxi, negli anni Ottanta, decise di far pesare anche «l’economia sommersa» nel calcolo del PIL, si scoprì che il Bel Paese stava davanti all’Inghilterra nella classifica dei Paesi più industrializzati del mondo: dopo il Mundial madrileno, un’altra gran bella soddisfazione per i colori nazionali!

Insomma, per la scalcinata struttura capitalistica italiana, l’evasione fiscale non è stata, e non è, un’aberrazione, ma uno dei modi in cui l’Azienda Italia ha fatto fronte alla competizione sistemica con ben più organizzati ed efficienti capitalismi. Ma due anime agitano da sempre il Leviatano tricolore: una brama ficcare le orribili zampe del mostro in ogni tasca e in ogni forziere, alla ricerca di risorse con le quali finanziare un Welfare sempre più costoso e insostenibile, nonché una macchina burocratica sempre più obesa e inefficiente; l’altra, più “filosofica”, è ben cosciente che tirare troppo la corda fiscale equivale a strozzare migliaia di «soggetti economici» che fanno “muovere” il PIL e danno occupazione, ancorché «nera» o non del tutto in linea con i parametri della legalità. La crisi del debito pubblico costringe l’anima riflessiva al silenzio, anche perché la politica deve in qualche modo saziare il «bisogno di equità» della gente sempre più torchiata dallo Stato. La classe dominante sa come alimentare l’invidia sociale dei nullatenenti e individuare il capro espiatorio da sacrificargli sull’altare del «Bene Comune». Va bene i sacrifici, purché siano equi!

Lei è fiscale, s’informi!

L’onesto contribuente crede davvero che l’Evasore sia il suo nemico mortale (a pari merito con lo Speculatore e il Banchiere), e collabora attivamente con il Leviatano al giro di vite nella sua macchina che tutto controlla e sanziona. È il caso dell’introduzione del denaro elettronico per le transazioni superiori ai mille euro. È stato osservato che nei Paesi più sviluppati il denaro cartaceo non circola quasi più, è roba sorpassata, buona per l’elemosina ai barboni, o per comprare un gelato ai bimbi. Certo, chi aspira a un capitalismo più moderno e fiscalmente irreprensibile ha ragione da vendere nel farlo notare. In effetti, oggi la lotta all’evasione fiscale ha tre target: 1. calmare la rabbia della gente tartassata, la quale ha bisogno di credere che tutti pagheranno la crisi (soprattutto «i ricchi»), e che domani, regolati i conti con gli evasori, il peso fiscale che grava sui «contribuenti onesti» inizierà a diminuire; 2. drenare risorse da destinare alla famelica macchina statale e 3. contribuire alla ristrutturazione del capitalismo italiano, la cui concorrenzialità sconta limiti molteplici e di vecchia data. Uno di questi limiti è rappresentato dalla stessa macchina statale, la cui struttura elefantiaca e le cui funzioni burocratiche da tempo non favoriscono i settori più produttivi, innovativi e dinamici del Paese, ma anzi ne frenano la spinta concorrenziale. Più che la lotta all’evasione fiscale, il vero problema è la lotta alla spesa pubblica improduttiva, la quale incide assai negativamente sul meccanismo di ripartizione del plusvalore smunto ai lavoratori.

Scriveva Ashoka commentando le «considerazioni finali» di Mario Draghi del giugno 2010: «Facciamo bene attenzione a ciò che ha appena detto Draghi. La manovra serve a ridurre la crescita della spesa pubblica a “solo” l’1% mentre nei dieci anni precedenti questa è invece cresciuta in media del 4,6%. Non solo ma sempre nello stesso periodo, in cui i governi in carica hanno propagandato la favola di un disimpegno dello Stato dalla vita dei cittadini, di sacrifici da fare per contenere la spesa pubblica nei parametri, giudicati eccessivi, imposti dal trattato di Maastricht, della privatizzazione di servizi prima forniti dallo Stato, di tagli e sforbiciate a sanità, istruzione e ricerca, bene proprio in quest’ultimo decennio il peso dello Stato nell’economia è aumentato di 6 punti in rapporto al PIL. Che cosa vuol dire? Che mentre ci raccontavano la favoletta del “pagare tutti per pagare meno” il conto da pagare continuava a salire inesorabilmente, come un parassita che lentamente divora il suo ospite» (Pagare tutti per pagare meno?,  dal sito Usemlab, economia e mercati, 5 giugno 2010). Il «parassita» ha i mesi contati?

Il Quarto Reich Tedesco è democratico, non nazista.

Mario Monti ha quindi ragione quando dice che i sacrifici bisogna farli per il bene del Paese, e non per che ce li chiede l’Europa (leggi: la Germania). Semmai, il bastone tedesco deve servirci da sprone: dobbiamo diventare un po’ tedeschi per meglio fare gli interessi dell’Azienda Italia. «Non ci conveniva diventare tutti Lombardi venti anni fa?», domanda con qualche ragione il leghista. Ecco perché sbaglia completamente l’analisi della situazione chi vede nel Governo Monti non più che un servo sciocco della BCE e del Sistema Finanziario Mondiale. Si pecca in superficialità e ingenuità.

Del fisco me ne infischio!

Per come la vedo io, lavoratori e classe media tartassata sbagliano di grosso se si lasciano coinvolgere nella patriottica gara a chi è più fiscalmente onesto: si tratta, all’opposto, di battersi contro il torchio del Capitale e del Leviatano, almeno con la stessa coscienza e determinazione che l’uno e l’altro esibiscono nell’opera di sfruttamento e di scuoiamento dell’onesto cittadino.

Ribellarsi all’oppressione padronale e fiscale non è giusto, è necessario! La richiesta di «maggiore equità» nella somministrazione dei sacrifici è finalizzata, per un verso a spezzare la già fragile capacità di resistenza delle classi subalterne, e per altro verso a mobilitarle nella lotta intercapitalistica (ad esempio, quella che vede gli «onesti» capitalisti industriali contrapporsi agli interessi degli «avidi e irresponsabili» speculatori). È la stessa «logica dei sacrifici» che va respinta al mittente, senza peraltro avventurarsi in scivolose «contromanovre finanziarie» che fin troppo facilmente prestano il fianco alle strumentalizzazioni di questa o quella fazione capitalistica, di questo o quel partito «responsabile e onesto». La strada che mena ai sacrifici  duri ma «equi e solidali» è asfaltata con tante buone intenzioni.

Leggere il mondo a testa in giù!

Nel suo ultimo saggio Sabino Cassese mette in luce la robusta continuità politico-istituzionale e sociale tra le diverse vicende storiche del Paese: tra la situazione postunitaria e quella preunitaria, tra il fascismo e lo Stato liberale, tra la Repubblica Democratica e il fascismo, tra la cosiddetta «Seconda Repubblica» e la «Prima». Egli lamenta una statualità debole, perché troppo invischiata in una prassi compromissoria che ha fatto dell’elusione, dell’evasione e della deroga al Diritto e all’etica il suo tratto distintivo. «In Italia è la società che domina lo Stato. Lo Stato è assente» (L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, 2011). Nient’affetto: ovunque nel mondo il Sociale domina sul Politico, il quale non può fare a meno di esprimere, in una forma più o meno adeguata, la situazione reale della «società civile», ossia la struttura di classe di un Paese e i conflitti sociali che in esso prendono corpo – a cominciare da quelli che nascono nello stesso seno delle classi dominanti intorno alla spartizione del bottino e alla direzione politico-ideologica dello Stato. Ciò che Cassese, sulla scorta di un astratto modello giuridico, sociale ed etico, registra come «statualità debole», in realtà è stato il modo in cui le classi dominanti e i gruppi politici dirigenti di questo Paese hanno cercato di esercitare e amministrare il loro potere a partire da rendite di posizione assai consolidate e radicate nel «Paese profondo», rispetto alle quali neanche alcuni settori delle classi subalterne sono, per così dire, innocenti: basti pensare ai lavoratori impiegati nello Stato, nel parastato e nelle grandi imprese assistite dal denaro pubblico. Quanto robuste e difficili da smantellare siano queste rendite parassitarie, lo testimonia la prima «manovra» montiana, la quale ha eluso l’enorme questione del costo dello Stato e del Welfare.

Ma le esigenze dell’accumulazione capitalistica spingono sempre più fortemente nella direzione di una radicale e drammatica ristrutturazione della società italiana, e il Diktat tedesco dà grande forza a questo «programma riformista». Quando la pannelliana Rita Bernardini, esponente di punta del solo partito che in Italia ha sempre sostenuto l’esigenza di una «radicale» ristrutturazione della società italiana (in campo economico, politico, istituzionale, ecc.) afferma che «La più grande equità è quella di non far fallire il Paese» (La Stampa, 8 dicembre 2011), esprime esattamente la verità dal punto di vista del Paese, ossia delle classi dominanti. Manca ancora, e sempre più tragicamente, la verità elaborata a partire dal punto di vista delle classi subalterne.

L’APOTEOSI POLITICA DEL COSIDDETTO GOVERNO TECNICO

La frusta semplice, senza fronzoli che piace ai politicamente ed eticamente corretti.

Il liberale e pragmatico The Indipendent ieri scriveva che il Governo tecnico di Monti «non è democratico ma è necessario». Necessario ad affrontare la grave crisi finanziaria che travaglia il Bel Paese, si capisce. Il governo tecnocratico, per un verso surroga l’impotenza della politica, inetta a implementare la necessaria cura lacrime e sangue; e per altro verso riflette i diktat del direttorio franco-tedesco, motore dell’Unione Europea. Niente di più falso, a mio avviso, a partire dal presunto «direttorio Merkezy»: la Germania si serve della Francia per dare una copertura politica «europeista» a una guerra sistemica che per adesso la vede vincente su tutti i fronti, come ai bei tempi della Blitzkrieg; e la Francia cerca di controllare come può la potenza tedesca, sperando anche di ricavarne qualche beneficio, come ai tempi di Vichy. È un matrimonio di interessi sempre più esposto alla tragica prospettiva del divorzio. Per quanto riguarda la sospensione della politica e della democrazia in grazia della «surroga tecnocratica», siamo all’ipocrisia più spudorata, e al solito feticismo della democrazia, foriero d’innumerevoli e pericolose illusioni. Si guarda la frusta (semplice, senza fronzoli, alla Monti) ma non si vede il Sovrano che la impugna.

Sempre più sorda, sempre più grigia…

La finzione è la peculiare funzione della democrazia rappresentativa nell’epoca del totalitario dominio delle esigenze economiche. Almeno da mezzo secolo politologi e giuristi dibattono intorno alla funzione parlamentare nei pesi capitalisticamente avanzati, costatandone l’eclissi. Il Parlamento non è che un «votificio», la cui funzione meramente rappresentativa e decorativa sempre più spesso, peraltro, intralcia l’azione politica in un mondo «sempre più veloce e competitivo». Già Marx, sulla scorta delle precedenti riflessioni critiche intorno all’impotenza reale dell’uomo nella società regolata dal Dio Denaro (vedi Rousseau e Balzac), scriveva che con la democrazia rappresentativa le classi subalterne avevano il non invidiabile privilegio di scegliersi, ogni tot anni, la corda a cui impiccarsi. Acqua passata, si dirà. E a ragione. Difatti, il capitalismo che Marx aveva di fronte impallidisce, sembra un gioco da ragazzi, se confrontato con quello mondiale e strapotente del XXI secolo. Che il potere politico sia nelle mani del «Popolo Sovrano» è una tesi menzognera che conserva la sua secolare efficacia ideologica, nonostante l’abbagliante evidenza della sua falsità. D’altra parte, dinanzi a una luce troppo abbagliante si fa prima a chiudere gli occhi, per legittima difesa…

Carl Schmidt sosteneva che lo Stato d’eccezione genera nuovo Diritto e ristabilisce il primato del politico sul sociale. Egli si faceva molte illusioni liberali intorno alla società del XX secolo, la cui dimensione totalizzante e totalitaria lasciava davvero pochi margini per simili nette distinzioni concettuali. Non parliamo poi della Società-Mondo dei nostri tempi, nel cui caldo seno abbiamo la fortuna di vivere e prosperare!

La più surreale delle ambiguità politiche («il governo del Presidente») è chiamata dunque a colmare un apparente vuoto, il quale invece, a ben guardare, è un assoluto pieno. È il pieno del Dominio Sociale, la cui astuzia è pari solo alla sua sempre più ottusa disumanità. Nessuno è così sciocco da non capire che il cosiddetto «governo dei tecnici» rappresenta la continuazione della politica – compresa quella tentata con alterne fortune dal trio «riformista» Craxi, Bossi, Berlusconi – con altri mezzi. La commedia degli equivoci e degli inganni che Miserabilandia manda in scena, o in onda, consente al politicume nostrano – di «Destra», di «Centro» e di «Sinistra» – di far scorrere il sangue dei sacrifici senza sporcarsi le mani. Anche Il Manifesto oggi si interroga amleticamente se conviene ancora una volta «baciare il rospo», come toccò in sorte al celebre – e cosiddetto – «quotidiano comunista» ai tempi del governo Dini. Un rospo tira l’altro! Lo stesso Monti, con la sua sorniona ironia, l’ha detto chiaramente ai leader che sostengono il suo governo: «Lo so che vi vergognate di dire alle vostre basi che state governando insieme al Partito che solo un giorno prima avevate demonizzato». Già, il governo Berlusconi-Bersani-Casini-Di Pietro: chi lo avrebbe detto!

Il capro espiatorio da additare alle masse fustigate a sangue e l’alibi della prossima crisi di governo sono già bell’e confezionati: «Il governo dei tecnici ha sospeso e commissariato la politica!» La Lega è già in campagna elettorale, insieme a Giuliano Ferrara: «Solo il Popolo Sovrano può legittimare il governo della Nazione!» Comunque vada a finire, duri un giorno, un mese o un anno, il «governo di impegno nazionale» celebra, al di là della sua «forte caratura tecnica» (il salumiere Bersani dixit), l’apoteosi dell’italico genio politico, assai avvezzo a «rivoluzioni fasciste»,«rivoluzioni giudiziarie», «governi balneari», «convergenze parallele», «compromessi storici» e via di seguito, con altre mille formule politiche, l’una più bizzarra dell’altra, le quali hanno consentito alle classi dominanti di questo Paese di garantire la continuità dello status quo con il massimo di economia di forze e il massimo di consenso sociale.

Dopo il Cavaliere Nero, L’Università Nera: La Bocconi

Siccome chiudere gli occhi dinanzi alla cattiva realtà non basta a scongiurare il pericolo di rimanere impressionati dal fulmine che invita a spalancarli, molti preferirebbero cavarseli, così da razionalizzare meglio la propria impotenza ed evitare di dover prendere decisioni non previste dalle procedure standard del Dominio sociale. Ragionare davvero con la propria testa può diventare troppo faticoso, doloroso e rischioso. Dire che il «governo dei tecnici» cela il diktat di non meglio specificati «Poteri Forti» (ora anche La Bocconi è diventata un luogo demoniaco!), quando la realtà ci grida in faccia la nostra impotenza sociale sotto ogni forma di governo e di ordinamento politico, tanto più se democratico, ha molto a che fare con la tentazione di cavarsi gli occhi.

A proposito, Professor Monti: io non m’impegno, sia chiaro!

RIVOLUZIONE ETICA…

Interessante intervista di Mattia Feltri a Giuseppe De Rita, il sociologo – cattolico, come egli tiene sempre a precisare – italiano più ascoltato dai politici nostrani. Con la fine di Berlusconi, dice oggi il presidente del Censis a La Stampa, declina il «soggettivismo etico» nato in Italia alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi nei successivi decenni a spese dell’etica comunitaria, la quale ha sempre avuto nella Chiesa e nei grandi partiti di massa (PCI e DC, in primis) la sua fonte più generosa e naturale. A suo tempo Don Milani non mancò di denunciare l’inquietante «svolta etica», ma rimase pressoché inascoltato.

Con il «soggettivismo etico» trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (Cosa resta del Padre?).

Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi», non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo». A giudicare dall’elogio del cattostalinismo della cosiddetta Prima Repubblica che segue, la critica coglie perfettamente il bersaglio (beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Recalcati): «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio).

Che quel che resta di Massimo Recalcati sia Giuseppe De Rita? Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante .

FINALMENTE UNA BUONA FRUSTA!

«È la Liberazione!» gridava ieri la tifoseria antiberlusconiana alla notizia delle dimissioni dell’ex premier. Con ciò confermando la celebre tesi storico-filosofica secondo la quale la storia si dà come tragedia, e poi si ripete come farsa. Nell’italico caso, come macchietta. Attenzione: la macchietta non esclude affatto esiti tragici, epiloghi quanto mai dolorosi, spesso colorati di rosso-sangue.

Certo, finalmente liberi di ubbidire a dei padroni onesti, eticamente irreprensibili e ligi al dovere. Se lacrime & sangue devono essere, che almeno forma e sostanza siano in armonia! Non aveva forse detto l’ubriacone di Treviri che il governo, qualsiasi forma politica esso assuma nelle diverse e contingenti situazioni, non è che il comitato d’affari della classe dominante? Dunque, forma e – è – sostanza! Il Cavaliere e Puttaniere Nero di Arcore non è riuscito a mantenere le promesse (ristrutturare radicalmente lo sgangherato sistema capitalistico italiano, a partire dal cosiddetto Welfare e dal mercato del lavoro); adesso ci proverà il Cavaliere Bianco benedetto dagli Stati Uniti, dalla Cina, dalla Germania, dalla Francia, dal FMI, dalla BCE, dalle banche internazionali e italiane, dagli gnomi dell’alta finanza, dalla Confindustria, dalle corporazioni sindacali, dai grandi Network mediatici, dagli intellettuali, dalla Santa Romana Chiesa. Ho dimenticato qualche «Potere Forte»? Ah, già, l’Alleanza Aliena Universale: pare che ultimamente anche gli alieni speculino in borsa, per fare un dispetto a Silvio! ! Auguri…

Anche agli inizi degli anni Novanta, in piena «Rivoluzione Giudiziaria», in Italia si creò un clima sociale da fine del mondo: anche allora i «Mercati» posero il loro diktat, e a farne le spese furono, come sempre, i lavoratori e i ceti medi. E come sempre, i progressisti furono in prima linea, «pancia a terra», nell’opera di salvezza e di risanamento della Patria aggredita dall’«immoralità della politica» e dalla crisi finanziaria. Alcuni sinistri se ne lamentarono: «La confusione negli ultimi anni è tale che la sinistra, a volte, ha finito per abbracciare posizioni che sono della destra classica» (Franco Russo, Associazione Nuova Sinistra, marzo 1992).

Forma e sostanza...

Qui si rimpiange la sinistra vecchio stile, quella egemonizzata dal PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer, legata a quadruplo filo col capitalismo di Stato e con il capitalismo privato “buono”, quello delle cosiddette «cooperative rosse», tanto per intenderci. Ancora una volta rimando a Spettri di Berlinguer, tanto più che oggi i quotidiani sono pieni della famosa – e famigerata – formula politica del «Compromesso Storico». Michela Serra, nel suo legittimo orgasmo antiberlusconiano (ognuno ha il godimento che merita!), se la prende con i «craxiani» Sacconi, Cicchitto e Ferrara, sconfitti, dice il Nostro, da un uomo che viene dalla cultura che quelle losche e vendute figure hanno sempre combattuto. Egli allude ovviamente al Presidentissimo Napolitano (la cui iniziativa politica ricorda a Ostellino la «Monarchia Costituzionale e il Presidenzialismo») e al «comunismo». Mentre negli anni di piombo più di un craxiano strizzava l’occhio ai cattivi maestri, ricorda Serra, «il PCI era in trincea, in difesa dello Stato». Ecco perché oggi dal Colle può arrivare una testimonianza di grande responsabilità politica. Non c’è dubbio, nei momenti di acuta crisi sociale i togliattiani di ieri e di oggi (e, temo, anche di domani!) sono i primi e più zelanti sostenitori del Partito dell’Ordine Costituito.

un Flagello, semplice semplice, senza fronzoli

Il Sole 24 Ore ammette che Mario Monti non ha dinanzi un compito facile; «in ogni caso tutti gli italiani di buona volontà devono sperare in una sua pronta e piena riuscita». Com’è noto, il Nostromo ha bensì molta volontà, ma essa è di pessimo conio…

IMPOTENTI TAMBURINI DELLE POTENZE SOCIALI

Dedico i passi di Adorno che seguono ai feticisti della democrazia, ovunque essi militino nel vasto e arabesco panorama politico del Bel Paese (o Miserabilandia che dir si voglia); in particolare a coloro che, a «Destra» come a «Sinistra», ancora nel XXI secolo e contro ogni più cinica evidenza, si illudono che il politico debba e possa avere, nella società fondata sul calcolo economico, preminenza sull’Economico, e sbraitano contro i «Mercati» e i «Poteri Forti» che hanno usurpato la Sovranità Nazionale dell’italica Patria. Peraltro proprio all’apice dell’orgasmo celebrativo Unitarista!

«La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non che il tamburino … La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994).

Non fatevi sviare dall’analogia, che appare fin troppo distante, sotto ogni rispetto, tra l’epoca del Führer e quella dell’Ex Cavaliere Nero di Arcore: al di là delle apparenze e mutato quel che c’è da cambiare, quei passi parlano di noi, dei nostri critici tempi. Se, per ipotesi, il mondo improvvisamente impazzisse, e tuttavia non trovasse la forza materiale e spirituale di rovesciare se stesso; e se, per la solita bizzarra astuzia del dominio, il più formidabile dei Nostromi – e quindi non sto parlando di me! – venisse a trovarsi al vertice del Potere Politico, credete davvero che il suo destino potrebbe essere diverso? E credete che il Gran Nostromo potrebbe recitare una parte diversa da quella di tamburino delle Potenze Sociali che l’hanno scaraventato, più o meno democraticamente, al potere? Non fatevi illusioni!

Il baffino non fa un Führer…

Per quanto riguarda l’attuale situazione italiana non ho che da rinviare il cortese lettore a Spettri di Berlinguer. Infatti, dove c’è aria di austerità e di sacrifici aleggia lo Spettro del sardo Enrico.

TEORIA E PRASSI DEL PERFETTO IMBECILLE

Oggi ho letto, con un misto di curiosità e disgusto, l’intervista che Bonini e Foschini hanno fatto a un Black Block reduce dalla grande impresa romana di sabato. Si tratta di «F., un “nero”. È pugliese, ha 30 anni, una laurea, un lavoro precario e tutta la rabbia del mondo in corpo» (La Repubblica, 17 Ottobre 2011). Basta tutta quella planetaria rabbia a fare aprire gli occhi all’eroe dei nostri tempi? A giudicare dall’intervista la risposta non può che essere negativa, e personalmente non ne sono sorpreso. Tutt’altro!

Il Nero in Rosso

Il Nero è talmente intelligente da spifferare, sin nei minimi dettagli, l’organizzazione della devastazione (frutto di un «master» in Grecia durato un anno: c’è del metodo anche nell’idiozia!), al punto che gli intervistatori si vedono costretti a questo commento: «È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti della celere». Il Nero: «Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari». Il Ministro degli Interni prenda nota: la prossima volta usare la cavalleria, come consiglia peraltro la secolare prassi repressiva nei Paesi seri. Silvio, sarai pure un Cavaliere Nero, ma ti dimostri incapace anche sul terreno della repressione! Ovvio: hai sempre la testa nella Gnocca… Meno sesso e più manganello, cribbio!

Berlublack è il Grande Vecchio che sta dietro ogni magagna

I giornalisti, sempre più esterrefatti: «Parli come un militare». Il Nero: «Parlo come uno che è in guerra». «Ma di quale guerra parli?» «Non l’ho dichiarata io. L’hanno dichiarata loro». «Loro chi?» «Non discuto di politica con due giornalisti». E no, caro Nero: tu non parli di politica perché hai la zucca più vuota di chi nei cosiddetti anni di piombo blaterava di «Stato Imperialista delle Multinazionali». Dici: «Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare». Complimenti! E quando imparerete anche a pensare? Vasto programma, nevvero?

Ieri scrivevo che anziché armare la mano, occorre piuttosto armare la testa di coscienza critica, radicale. Ovviamente non mi riferivo ai Neri, perché loro ragionano con il casco, che all’occorrenza usano come corpo contundente, non certo con la testa. Ma l’onesta gente non s’illuda: la mortifera estetica dei Neri esprime al meglio,non tanto un generico disagio sociale, ma soprattutto l’essenza maligna di questa società strutturalmente violenta e irrazionale. Per questo chi oggi esalta gli organi repressivi dello Stato e collabora per assicurare i teppisti alla Giustizi, non fa che gettare benzina sul fuoco che brucia, ogni santo giorno, la nostra possibilità di vivere come individui veramente liberi e umani.

L’ECCEZIONALE POTENZA EVOCATIVA DELLA PAROLA PATERNA…

Nando Dalla Chiesa sostiene che Berlusconi si spiega innanzitutto con il vuoto etico, ideale e valoriale nel quale sarebbe precipitata la società italiana, a partire dalla sua cellula costituente: la famiglia. «Cosa bisogna attendersi dal potere politico, quando il genitore balbetta, e non è in grado di affermare principî netti intorno a ciò che è giusto e ingiusto, a ciò che è bene e a ciò che è male. La funzione pedagogica del genitore, incapace di un gesto esemplare che indirizzi i figli, si è eclissata, e con essa viene meno qualsiasi potere politico fondato sull’autorevolezza e sui comportamenti eticamente retti. Il Presidente Napolitano, evocando la vicenda di Finocchiaro Aprile a proposito del secessionismo leghista, ha mostrato quanto evocativa ed eccezionalmente potente possa essere la parola. E, per favore, non parliamo di Stato etico!» (Intervento alla conferenza su Doveri, Democrazia e Costituzione del Partito Democratico; cit. tratta da Radio Parlamento, 2 ottobre, 2011).

Stato etico magari no, Stato Autoritario, pardon: autorevole, magari sì. Questo mi sia consentito di affermare anche alla luce della nota tendenza manettara del Nostro. Manette per chi sogna la secessione dall’Italia della Sicilia e della cosiddetta Padania (due poli opposti dell’italico capitalismo, detto per inciso). E per chi sogna la secessione dell’individuo dalla società disumana, cosa prevedono i politici amanti di gesti esemplari e di principî netti? È il caso che io contatti il mio avvocato di fiducia (avendolo!)?

L’onorevole Zaccaria, dall’alto della sua competenza giuridica diligentemente messa al servizio della Sacra Causa Antiberlusconiana, ha poi aggiunto che insiste nel Paese anche un «vuoto della Legge», che permette appunto al forte scopatore di Arcore di mettere in questione «persino la prima parte della Costituzione» (non sia mai!) senza che nel Paese si registri un’adeguata reazione popolare.

Per quanto mi riguarda, c’è già fin troppa Legge in giro! Ma, si sa, in tempi di crisi sociale (esistenziale, direi) la Legge non è mai troppa. Anche qui: per aver detto questo debbo attendermi una visita da parte dei tutori della Legge (e dell’Unità Nazionale, senza la quale il Bene Comune andrebbe in malora)? Ho forse paura dell’eccezionale potere evocativo della parola? Bè, un po’ sì, quando essa esce dalla bocca del Leviatano.

Il Migliore - dopo Togliatti - e il Migliorista

A proposito di vuoto o di indebolimento della Legge, Massimo Recalcati ha scritto qualche anno fa questa perla psicopolitica: «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio, nota di p. 13, Raffaello Cortina, 2010). Su Recalcati vedi anche Nel Nome del Padre (e del Lavoro Salariato) di mrz.

Praticamente un’istigazione a un nuovo parricidio, con il quale cominciare la nuova Civiltà post berlusconiana. Silvio: occhio alla clava! Dopo aver scritto, molto giustamente, che «In questa apparente diffusione della libertà, è solamente la realtà del dominio a intensificarsi», Recalcati se ne esce con l’elogio del cattostalinismo degli anni Settanta: complimenti vivissimi allo Scienziato! Ma su Recalcati – forse – tornerò in seguito.

Registro questi piccoli fatti per chiarire il senso della diuturna lotta che conduco contro l’ideologia centrata sulla riscoperta della funzione, simbolica e reale (ammesso che la distinzione abbia un senso), del Padre-Sovrano, chiamato a battere un colpo sul capo di figli sbandati, presi al laccio da una pseudo libertà che si configura come dominio incontrastato della Legge del Profitto – qui inteso in un’accezione non meramente economica: tutti cerchiamo di trarre un profitto, più o meno monetizzabile, da ogni situazione –, la quale castra sempre di nuovo la possibilità dell’individuo di vivere come un uomo.
Dare il segnale di pericolo: non mi sembra cosa da poco.

IL COLPO DI STATO SESSUALE È MEGLIO

«Il progressista Claudio Sardo, direttore dell’Unità (io preferivo la direttora di prima, per ragioni di basso berlusconismo, si capisce: m’acchiappava assai!), oggi ha scritto che «persino in Madagascar ci ridono dietro». A causa dell’impresentabile Silvio, ovviamente. A questo punto le cose sono due: o dichiariamo guerra a quel Paese, peraltro geopoliticamente ben piazzato e ricco di materie prime (buttale via, di questi tempi!), ovvero facciamo fuori il forte trombatore di Arcore.

Com’è noto, il fasciostalinista Asor Rosa propose a suo tempo il colpo di Stato basato sui carabinieri e la guardia di finanza; gli indignati di viola vestiti hanno poi aggiunto la Buon Costume (esiste ancora?), e Barbara Spinelli l’Esorcista (vedi il suo articolo di oggi pubblicato su Repubblica, organo del Partito Capitalistico Antiberlusconiano). Lo sporcaccione che si spaccia per difensore dei valori cristiani usava il crocifisso in modo non convenzionale: «cosa deve accadere d’altro affinché la Chiesa proclami il suo NO!»?

Per la miliardesima volta l’opposizione (dall’ex fascista Fini a Nichi Narrazione Vendola, passando per il salumiere Bersani) ha chiesto le «immediate dimissioni» del Premier che così tanto male ci rappresenta nel vasto mondo (io, ad esempio, non vado più in Brasile, non tanto per mancanza di moneta e di lavoro, ma per vergogna: pensa te!), e l’implementazione di un «governo di Unità Nazionale», o di «Solidarietà Nazionale», ovvero di «Salvezza del Bene Comune», insomma: del purché Silvio vada a farsi fottere. Praticamente un’istigazione a delinquere di stampo sessuale!

E qui ci avviciniamo alla soluzione che propongo io, modestamente, beninteso: da domani spedirgli a casa camionate di donne che usano guadagnarsi il pane lavorando il pene. Quanto potrà reggere il cuore del vecchio Satrapo?

Dite che sarebbe una morte troppo piacevole? Ma nella vita non si può avere tutto! Invito al pragmatismo: è Machiavelli che ce lo chiede. Un proiettile in testa potrebbe farlo diventare un eroe, una vittima del mondo crudele: ci manca solo questo!

Lo spettro di Marx invece insinua proditoriamente questo veleno dialettico: «ma se ci sono così tante donne disposte a fare “il mestiere più antico del mondo” (vedi anche il Vecchio Testamento), la colpa è del “porco” di turno, o di una società che ha nel denaro il suo equivalente Universale, la sua Potenza Astratta – ma quanto potente! – in grado di comprare tutto, a iniziare dagli uomini? Questo vostro cosiddetto Cavaliere Nero, non dice forse la verità intorno a questa società escrementizia? Egli è l’eccezione, o non piuttosto la regola rivelata ed esibita?»

E no, Carlo: sai quanto io ti stimi, e via di seguito; ma con queste sottigliezze sociologiche oggettivamente difendi l’indifendibile!
Meglio il colpo di Stato sessuale, datemi retta amici. Per esperimenti e per una messa a punto della patriottica iniziativa, si può contare ovviamente sul sottoscritto, il quale si dichiara disposto a sacrificarsi per il Bene Comune. Quando il gioco si fa duro

LA MESSA È INIZIATA

Franco Cordero oggi scrive: «Tempi calamitosi richiedono governi seri. Capisca chi ha a cuore le sorti dell’Italia». Da ogni angolo del Bel Paese si alza una sola invocazione alla Politica: «Sacrifici pesanti ma equi. Subito!»

Grillo grida: «Io per questo Paese farei ogni sacrificio, ma non fino a quando rimane al potere questa Casta di Merda!» Il suo nuovo spettacolo si intitola: Te la do io la dittatura etica! Come rimpiango il Grillo Americano e Brasiliano!

Le Chiese religiose e laiche d’Occidente implorano l’avvento di un Padre Misericordioso ma severo, capace di dire NO! al bambino traviato da pulsioni incivili. Il Pastore Tedesco ieri è andato a dirlo al Reichstag.

Massimo Recalcati stigmatizza «Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento». Bernhard Bueb si diffonde in un filosofico-teologico Elogio della disciplina, e ordina: «Potere assoluto ai genitori!» Legge e Ordine. Ma chi sono i fanciulli da curare e disciplinare? e chi è il genitore amorevole ma severo del quale si anela la Palingenetica comparsa?

Forse è meglio iniziare a pregare. La messa è iniziata:

PADRE NOSTRO, CHE SEI NEI PENSIERI, DACCI OGGI L’AUTORITÀ QUOTIDIANA, NON INDURCI IN GODIMENTI IRRAZIONALI E IN TENTAZIONI INCIVILI. E (SOPRATTUTTO) LIBERACI DA OGNI RESPONSABILITÀ SOCIALE. AMEN!