FIDEL CASTRO

fidel_castroRicordando la figura storica di Fidel Castro, l’Onorevole Fabrizio Cicchitto, presidente della Commissione Esteri della Camera, ha dichiarato: «È morto colui che prima è stato un grande protagonista della Liberazione del suo popolo dalla dittatura di Fulgenzio Batista e dalla totale subalternità agli Usa, e che dopo è diventato a sua volta un dittatore che ha legato Cuba ad un rapporto di subalternità con la Russia». Sotto quest’ultimo aspetto, appaiono significative le dichiarazioni rilasciate a caldo dall’ultimo leader dell’Unione Sovietica (Michail Gorbačëv: «Rimarrà nella nostra memoria come un politico e un uomo straordinario, e come nostro amico») e dall’attuale Capo della Russia Vladimir Putin, il leader più amato dai sovranisti nostrani: «La Cuba libera e indipendente che creò insieme ai suoi alleati è diventata un membro influente della comunità internazionale e un esempio ispiratore per molti popoli e paesi».

In un post del 23 marzo 2012, che invito a leggere alla luce della morte del mitico Comandante, cercavo di spiegare il risvolto storico-sociale dei fatti ricordati da Cicchitto, approcciando la questione da una prospettiva “di classe” che niente concedeva – e concede – alla mitologia, sempre più ridicola e decrepita, del Grande Patriota “socialista”, del campione dell’antimperialismo (leggi: antiamericanismo): «Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica», scrive oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Come non essere d’accordo? Il mito resiste ancora, a giudicare dalle contumelie scagliate contro Roberto Saviano, che pure è tenuto in gran considerazione negli ambienti di “sinistra”, reo di aver  dichiarato quanto segue: «Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno». Chi tocca il mito muore? D’altra parte occorre considerare che a “sinistra” il Mito è ormai una merce piuttosto rara.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea avverte «un immenso dolore» per la scomparsa del líder máximo: «Ha saputo guidare la lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista e l’ha saputa trasformare in una rivoluzione socialista». La mia tesi è che «la lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista», che son ben lontano dal sottovalutare sul piano del processo storico-sociale, non superò mai i confini di una lotta nazionale-borghese. Ma su questo punto rinvio al post Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”. «La storia a cui ho appartenuto se ne va. La morte di Castro è struggente. E dolorosa, per uno della mia generazione politica: è la fine di un’epoca». Così Fausto Bertinotti. Si tratta di capire a quale «epoca» egli allude. Si tratta forse dell’epoca del cosiddetto “Comunismo Novecentesco”, ossia della più grande menzogna del XX secolo (vedi stalinismo, maoismo, castrismo, ecc.)? Magari!

Scrive Niccolò Locatelli su Limes: «L’Unione Sovietica e successivamente il Venezuela (al tempo di Hugo Chávez) hanno sussidiato L’Avana, permettendole di offrire ai cittadini uno Stato sociale per alcuni aspetti superiore alla media regionale e all’avanguardia – e garantendo la sopravvivenza dell’ultima dittatura dell’America Latina». Considerato il forte legame – economico, politico e ideologico – tra Cuba e Venezuela propongo al lettore di leggere anche un mio post dedicato a Hugo Chávez: Ricordando el Patriota di Caracas.

CADE ANCHE IL MURO CUBANO?

che__700Ieri sera un amico di recente acquisizione e di nessuna “cultura politica” mi ha detto che il miglior regalo per il mio compleanno l’ho ricevuto, a quanto pare a mia insaputa, «da Castro, Obama e Papa Francesco: non sei contento?» E poi si è complimentato per la riflessione da me postata ieri su Facebook, che si concludeva come segue: «Signori, il clima, almeno quello geopolitico, mi sembra prettamente natalizio. Molto freddo! Non ci rimane che indossare un bel cappotto. “Color grigio/verde militare?”. Il solito pessimista! Il quale evidentemente non conosce la novità del giorno: “Passi storici per un nuovo corso: così la Casa Bianca commenta la svolta nelle relazioni fra Stati Uniti e Cuba con una serie di misure che allentano l’embargo su L’Avana. Il Vaticano avrebbe giocato un ruolo da garante nelle trattative fra Stati Uniti e Cuba, iniziate lo scorso anno” (ANSA). E già mi sento più natalizio! Grazie Francesco. E buon compleanno anche a te».

Naturalmente mi sono messo a ridere: «Padre, perdonalo perché non sa quel che dice!». E giù risate contagiose, perché anche il poveretto s’è messo a ridere: «Ma perché stiamo ridendo, poi?». L’ho rinviato al mio modestissimo Blog per farsi almeno un’idea circa la mia posizione sul “socialismo caraibico”.

Todos somos americanos! La destra estrema americana e la sinistra estrema planetaria fedele all’infinita «Rivoluzione Cubana» non sono d’accordo: «Nessuna accondiscendenza: ora e sempre resistenza!» Resistenza “anticomunista”, da un lato, resistenza “antimperialista” dall’altro. A mio modesto avviso, due facce di una stessa medaglia: quella che ripropone sempre di nuovo la contesa interimperialistica come unico orizzonte possibile. Ci sono poi quelli che si chiedono chi abbia vinto: la democrazia americana o il “socialismo” cubano?  Scrive oggi Franco Venturini sul Corriere della Sera: «Davide e Golia si sono dati la mano, con reciproche concessioni (lo scambio di spie o presunte tali), con reciproca dignità, e soprattutto con una pragmatica constatazione, questa soltanto americana: cinquant’anni di inimicizia e di embargo hanno aiutato più che danneggiato il comunismo castrista, sono stati la sua stampella nei momenti difficili, hanno esaltato il nazionalismo che più dell’ideologia politica è da sempre la base del regime».

Ci sarà tempo per analizzare attentamente le cause, interne e internazionali, e la reale portata geopolitica della «svolta storica» reclamizzata forse con eccessiva enfasi dai media di tutto il pianeta; oggi desidero semplicemente ripetere per l’ennesima volta, anche a beneficio della mia amica, che il «comunismo castrista», da sempre base politico-ideologica del regime cubano post Batista (1959), non ha mai avuto nulla a che fare né con il comunismo né con il socialismo, ancorché “reale” e con caratteristiche tropicali*.

Ecco perché nella primavera del 2012, quando l’allora Pastore Tedesco Ratzinger volò a Cuba per dire che «il marxismo si è rivelato una strada senza via d’uscita», criticai i “marxisti” nostrani che, anziché approfittare dell’occasione per denunciare lo stalinismo con caratteristiche cubane venduto al mondo come “socialismo” e rivoluzione permanente (la mitica «Rivoluzione Cubana»), obiettarono al santissimo Padre che «se il socialismo è morto anche il capitalismo non sta poi così bene», e che se i comunisti mangiano i bambini, lo fanno «per evitare che finiscano nelle luride mani dei preti pedofili». Un po’ pochino per i miei difficili gusti. Ma questo i nostalgici della Guerra Fredda e dei Muri (dopo quello di Berlino è caduto anche quello dell’Avana?) non possono capirlo.

 

* Ancora nell’anno di grazia 2014 è possibile leggere la seguente balla speculativa: «La rivoluzione del 1959 dissolve il vecchio apparato statale borghese e permette alle masse di accedere al potere per costruire una società nuova, basata sulla giustizia sociale» (L. Vasapollo, J. S. Cabrera Albert, Vivir bien o muerte!, p. 43, Datanews, 2013). Sulla natura storico-sociale della rivoluzione cubana del ’59 e della «società nuova» edificata a Cuba, rimando al post Riflessioni sulla rivoluzione cubana.

Leggi anche: RICORDANDO EL PATRIOTA DI CARACAS

laurel-and-hardy-laurel-and-hardy-30795541-1024-768-740x350Postato su Facebook il 20 dicembre 2014

CASTRO, MADURO E LA MALAPOTENZA

Secondo Luciano Capone, «Quando uno dei più longevi regimi ateo-marxisti della storia riprende le relazioni diplomatiche ed economiche con il paese capitalista per eccellenza, grazie alla mediazione del Papa, vuol dire che qualcosa è profondamente cambiato» (Il Foglio, 20/12/14). Ma potrebbe anche dire che la definizione del regime cubano come “ateo-marxista” è semplicemente comica. Almeno la cosa fa ridere chi scrive. Ah, ah, ah!… Mi scuso, asciugo le lacrime e mi ricompongo. Ancora Capone:

«“Possono mettersi le loro sanzioni dove sanno, questi yankee insolenti”, aveva dichiarato Maduro, che dopo un paio di giorni si è trovato di fronte a un accordo tra Cuba e gli yankee, di cui evidentemente non era stato informato: “Dobbiamo riconoscere che la riparazione storica nei confronti di Cuba è un gesto coraggioso da parte di Obama”, ha commentato il presidente venezuelano». Ah, ah, ah! Qui siamo a Oggi le comiche!! Come si fa a non ridere?!

«Il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti ha tolto al chavismo anche la logora arma propagandistica del “Satana imperialista” e ha dato ulteriore vigore all’opposizione: “Nicolás, Raúl ti ha messo un’altra volta in ridicolo”, ha dichiarato il leader dell’opposizione Henrique Capriles Radonski. E in effetti la svolta inaspettata, almeno a Caracas, di Raúl Castro non fa altro che danneggiare il consenso interno di un Maduro già a corto di dollari, petrolio e carisma». Questo, invece, non farà di certo ridere il regime venezuelano.

L’ATTIVISMO DI CINA E RUSSIA IN AMERICA LATINA – E IN AFRICA

NEWS_196401Era dai gloriosi tempi dell’amicizia fraterna con l’Unione Sovietica che il “compagno” Fidel non respirava una simile aria di orgoglioso “antimperialismo”. Faccio della facile ironia, sperando di riuscirci.

Il mitico (o famigerato) Fidel Castro Ruz ha commentando con «vivo entusiasmo» il doppio tour politico-affaristico di Putin e Xi Jinping in America Latina, e non ha mancato di disturbare le anime di Marx e Lenin, le cui «utopie ispirarono la Russia e la Cina, i paesi chiamati a guidare un mondo nuovo che permetta la sopravvivenza umana, se l’imperialismo non scatena prima una guerra criminale e sterminatrice» (Granma internacional, 23 luglio 2014). Inutile precisare che quando il “compagno” Fidel parla di imperialismo allude al solo «campo occidentale» a guida statunitense.

«L’apporto che la Russia e la Cina possono dare alla scienza, alla tecnologia e allo sviluppo economico in Sudamerica e nei Caraibi, è decisivo», ha sostenuto Fidel. «I grandi avvenimenti della storia non si forgiano in un giorno. Enormi prove e sfide di crescente complessità s’intravedono all’orizzonte. È ora di conoscere un po’ di più la realtà». E la realtà parla di un crescente attivismo imperialista a cura della Cina e della Russia.

Reduci dallo “storico” evento di Fortaleza, che ha visto il lancio in grande stile della Nuova Banca di Sviluppo targata BRICS, i due leader internazionali non hanno perso l’occasione per rafforzare la presenza dei loro rispettivi Paesi in un’area geopoliticamente assai sensibile per gli interessi statunitensi. In realtà il parallelo, e in parte concorrente, attivismo della Russia e della Cina in America Latina ha messo in luce una volta di più le debolezze strutturali dell’imperialismo russo e la forza strutturale dell’imperialismo cinese.

Infatti, se la Russia ha condonato a Cuba un debito da 32 miliardi che con ogni evidenza non era più esigibile, ha venduto al Brasile un sistema di difesa anti-aerea e ha firmato con l’Argentina un’intesa per la cooperazione in campo nucleare, la Cina ha portato a casa ben più di questo. Basti pensare ai numerosi accordi sottoscritti da Xi Jinping e dalla Premier argentina Cristina Kirchner, i quali prevedono forti investimenti cinesi in un’Argentina costantemente sull’orlo del baratro economico, tanto più dopo la sentenza della Corte Suprema di Washington sui bond argentini “ristrutturati” dopo il default del 2001.  Il viaggio del presidente cinese Xi Jinping in Argentina si è concluso con la firma di un accordo multimiliardario tra i due paesi che prevede finanziamenti per le infrastrutture e uno scambio valutario da 70 miliardi di yuan, che aiuterà il paese sudamericano a ripagare i propri creditori difendendo allo stesso tempo la valuta nazionale. Secondo l’accordo inoltre Pechino presterà 2,1 miliardi di dollari all’Argentina per la ristrutturazione del suo sistema ferroviario e 4,7 miliardi di dollari per la costruzione di dighe idroelettriche nel sud del paese (Il Sole 24 ore, 21 luglio 2014). Non bisogna dimenticare che la China National Offshore Oil è la seconda azienda petrolifera del Paese, alle spalle del gruppo nazionale Ypf. «Con il Venezuela, di cui la Cina è ormai il secondo partner commerciale dopo gli Usa, la Cina ha rinnovato una linea di credito per 4 miliardi di dollari, firmando 38 accordi. Ma il suo obiettivo locale è soprattutto il petrolio della Faja del Prinoco, cui ha destinato un investimento da 2,8 miliardi di dollari» (Libero, 22 luglio 2014).

La Russia esporta, perlopiù, armi e politica; la Cina esporta soprattutto capitali e merci, ma anche armi e politica. Il Celeste Imperialismo non si fa mancare niente, ed è sempre più vorace. Il suo appetito cresce soprattutto quando si dà l’occasione di “fare shopping” nei Paesi messi in ginocchio e svalorizzati dalla crisi economica: vedi la Grecia, solo per fare un esempio che ci riguarda direttamente come europei.

Per la Cina adesso non solo l’Africa*, ma anche l’America Latina è molto vicina. A portata di Capitale, se così posso esprimermi.

china-africa* Sul Foglio del 18 luglio è apparso un interessante articolo, a firma Alessia Amighini, che mette in relazione i cambiamenti che stanno intervenendo nella struttura sociale della Cina, quantomeno nelle sue aree capitalisticamente più dinamiche, con l’espansione in Africa del capitale cinese. Ne cito alcuni passi:

«Finora la Cina è cresciuta grazie alla enorme disponibilità di manodopera, soprattutto giovane e a buon mercato, ma le cose stanno cambiando rapidamente. Anche nel paese più popolato del mondo, la manodopera inizia a scarseggiare. E i salari a crescere. L’introduzione di tecnologie avanzate di produzione nella manifattura è uno degli ingredienti principali del cambiamento strutturale che sta interessando l’economia cinese, insieme agli investimenti in infrastrutture tecnologiche, di comunicazione e di trasporto, all’aumento della produttività del settore agricolo grazie alla meccanizzazione di semine e raccolti, e alla progressiva urbanizzazione che permette a milioni di lavoratori rurali di passare dall’agricoltura alla manifattura e ai servizi e di trovare occupazioni meglio retribuite in città. […]

È proprio in molti paesi africani che le imprese cinesi stanno trasferendo la produzione di alcuni settori ad alta intensità di manodopera, come il tessile-abbigliamento e la lavorazione di metalli e minerali. Il cambiamento strutturale in Cina potrebbe oggi avere un ruolo propulsivo sullo sviluppo africano, anche se finora, quantomeno in occidente, sono stati più dibattuti i potenziali effetti negativi: gli investimenti cinesi in Africa – uniti alle importazioni africane di beni dalla Cina – potrebbero spingere le più deboli e meno competitive imprese africane fuori dal mercato.

Tuttavia, sono molti i canali attraverso i quali la presenza cinese in Africa può favorire il cambiamento strutturale. Quelli di cui si parla più spesso sono: creazione d’infrastrutture – che concentrano l’attenzione cinese, dopo vari decenni di sotto-investimento da parte del l’aiuto allo sviluppo tradizionale – aumento della capacità produttiva e dell’occupazione, trasferimento tecnologico e sviluppo del capitale umano».

Altri dati interessanti sull’avanzata del Celeste Imperialismo in Africa:

«Con l’eccezione dell’immediato vicinato asiatico, l’Africa è per molti versi il teatro geopolitico e lo spazio economico in cui più percepibile è la proiezione cinese verso l’estero.

Pechino sta sviluppando una sofisticata public diplomacy, che mira ad accreditare la cooperazione sino- africana come mutualmente vantaggiosa, e non paravento di mire neo-coloniali. In questo quadro assumono una particolare rilevanza le Zone economiche speciali (Zes) su cui la Repubblica popolare cinese (Rpc) investe capitali e energie politiche notevoli. Pur nel quadro di una ripresa dell’economia mondiale ancora debole, la crescita dello scambio commerciale tra la Rpc e il continente africano continua a ritmi sostenuti. Secondo fondi ufficiali, nel 2012 il valore dell’interscambio commerciale ha raggiunto 198 miliardi di dollari USA. Secondo Xinhua, nel 2013 tale valore ha superato i 200 miliardi di dollari. Allo stesso modo il flusso d’investimenti diretti esteri (Ide) da Pechino verso l’Africa – nonostante le statistiche non siano del tutto attendibili – si è moltiplicato nel corso dell’ultimo decennio: nel 2012, a circa 2.000 società cinesi operanti nel continente africano – quasi la metà rispetto alle 5.090 disseminate nel mondo – è corrisposto un flusso di Ide netto pari a 2,5 miliardi di dollari. Nel 2005 l’ammontare era di 390 milioni» (A. P. Quaglia, L’avanzata della Cina in Africa, Orizzonte Cina, maggio 2014).

Leggi:

L’AFRICA SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO

EL PATRIOTA DI CARACAS

Il nuovo che avanza!

Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale … Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri).

All’avviso di Jean-Luc Mélenchon, già candidato alle presidenziali francesi per il Front de Gauche, e Ignacio Ramonet, presidente onorario di Attac, «Chávez dimostra che si può costruire il socialismo nella libertà e nella democrazia». Di qui l’odio che la sua «rivoluzione bolivariana» suscita nei campioni del Capitalismo e dell’Imperialismo, a partire ovviamente dagli Stati Uniti. In che senso Chávez costruisce il «socialismo», beninteso «nella libertà e nella democrazia» (la coda di paglia del «socialismo reale» è dura a morire)? Ecco la risposta degli apologeti: «Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati. Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione» (Perché Chávez?, Il Manifesto, 5 ottobre 2012).

Possono il Sovranismo, il nazionalismo, lo statalismo, un minimo sindacale di riformismo e un welfare basato sulla rendita petrolifera (vedi anche l’Iran di Ahmadinejad) giustificare cotanto entusiasmo “socialista”? Ovviamente no. Ma se poniamo mente al fatto che per il gauchismo di tutte le latitudini il Sovranismo, lo statalismo e il riformismo populista («andare al popolo!», di più: «servire il popolo!») sono sicuri indici di «socialismo», ancorché «reale», si comprende bene come non bisogna affatto stupirsi per l’ennesima infatuazione “socialista”  del sinistrismo mondiale. Dalla Russia alla Cina (alcuni passando anche per la Jugoslavia e per l’Albania), da Cuba al Nicaragua, figli e nipotini dello stalinismo (soprattutto nelle sue varianti maoiste e terzomondiste, più “movimentiste”) non hanno fatto altro che cercare nel vasto mondo i segni di un «socialismo» e di un «antimperialismo» esistiti solo nella loro testa. Per questi personaggi il Paese che si schiera contro gli Stati Uniti e il «liberismo selvaggio» ha già compiuto ipso facto un passo avanti nella direzione del «socialismo» e della lotta «antimperialista». Il Paese che statalizza l’economia, riacquistando la sovranità nazionale “a 360 gradi”, si pone «contro le devastazioni del neoliberismo» e marcia speditamente verso il Sol dell’Avvenire.

Mi si consenta di raccontare brevemente questo modesto aneddoto. Nell’estate del 1980, nel pieno delle Olimpiadi di Mosca e dei successi di Solidarność in Polonia e dell’Armata Russa in Afghanistan, un militante di un gruppetto sinistrorso messo alle strette dalle mie «settarie» considerazioni intorno al «socialismo reale», si scagliò contro il mio irritante antistalinismo nei seguenti termini: «Ma non lo vedi quante medaglie d’oro stanno portando a casa i Paesi Socialisti? Come fai a dire che essi non sono socialisti? La superiorità del Campo Socialista su quello Capitalista è schiacciante!» Degli stalinisti tutto – il male – si può dire, tranne che non fossero (e non siano, mutatis mutandis) armati di fantasia.

«Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l’offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell’economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale». Ancora nel 2012 esistono su questo disgraziato pianeta persone che pensano che la «sovranità nazionale» sia un valore “socialista”! Peraltro il Venezuela ha sempre esibito un alto tasso di sovranismo, come dimostrò ad esempio durante la guerra delle Falkland del 1982, allorché fu il solo Paese Americano-Latino che sostenne davvero le ragioni dell’Argentina contro l’Inghilterra.

Scriveva Maurizio Stefanini nel 2003, anno critico per il caudillo di Caracas: «In concreto, la politica economica espressa nel Plan Bolívar 2000 non va oltre un misto tra New Deal e peronismo … Ma quando all’inizio del 2002 il calo dei prezzi del greggio lo ha costretto, anche Chávez si è piegato a una politica di rigore economico relativamente ortodossa» (La geopolitica di Chávez tra Bolívar e petrolio, Limes, 1-2003). La “pace sociale” e le fortune di tutti i regimi che si sostengono sulla rendita petrolifera sono legate al prezzo del greggio, che non deve scendere sotto gli 80 dollari al barile. In generale, questo discorso vale per tutti i Paesi la cui economia si basa sulla vendita delle materie prime: vedi, ad esempio, la Russia di Putin. Giustamente il leader venezuelano sostenne nel 2000, nel momento in cui Chávez avviò la sua nuova geopolitica del petrolio, che portò il Venezuela a schierarsi al fianco dei «falchi» dell’Opec (Libia, Iran e Iraq) contro le «colombe» (Arabia saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), «Che qualsiasi diminuzione del livello di prezzi attuale sarebbe per il Venezuela una sentenza di morte». In quel periodo il prezzo del greggio oscillava intorno alla drammatica soglia di 22 dollari al barile. In tutti questi anni l’attivo Chávez ha cercato di ricompattare l’Opec intorno a posizioni “radicali”, per farne uno strumento della sua ambiziosa politica estera, oltre che per fini di consenso politico interno, in ciò fedele alla tradizione populista e demagogica del Paese e del Sub Continente Americano.

C’è da fidarsi!

«È stata la rendita del petrolio», cito ancora dall’interessante articolo di Stefanini, «a finanziare il consenso di dittature e democrazie. È stata la sua crisi a mettere in crisi il bipartitismo tra i socialdemocratici e i democristiani che si era instaurata alla caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez  nel 1958 … Dal punto di vista economico, la ridistribuzione della rendita da materie prime non è in America Latina una caratteristica della sola sinistra, ma un modello abbastanza seguito da soggetti di vario orientamento. I sui inventori, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono i leader di orientamento liberal-radicale, il cileno Juan Manuel Balmaceda e l’uruguayano Jorge Battle y Ordoñez. E colui che è diventato nel mondo quasi il simbolo stesso di questa politica è stato l’argentino Juan Domingo Perón, il cui ispiratore iniziale era stato mussolini». E a chi si è ispirato EL Patriota di Caracas? A Castro, che domande! Per Stefanini «Castro è un classico caudillo latinoamericano travestito da comunista per convenienza di momento storico. Oggi però non c’è più [se Dio vuole!] un’Unione Sovietica in grado di foraggiare chi abbracci la sua ideologia, e anche quel modello istituzionale sovietico che Castro continua seguire pedissequamente non è più di moda … Così, al posto del marxismo-leninismo Chávez ha riscoperto il pensiero del “padre della patria” Simon Bolívar». (Sul líder máximo dell’Avana vedi Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”).

Naturalmente la punta della mia critica non è tanto puntata contro il caudillo venezuelano, che con una certa abilità cerca di implementare la politica ultrareazionaria che fa capo alle fazioni capitalistiche oggi vincenti in Venezuela; essa è soprattutto rivolta contro gli apologeti e i teorici della «rivoluzione bolivariana», ultima mentecatta illusione dei sinistri internazionali, i quali si nascondono dietro la popolarità del leader di Caracas. Come se la popolarità di un dirigente politico, democratico o fascista (ovvero stalinista o islamista: non fa alcuna differenza) che sia, fosse un criterio di giudizio adeguato a un pensiero che ama definirsi “socialista” e “antimperialista”.