SORRIDETE! GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI!

 

R900x__sniperSorridete, gli spari sopra sono per noi!
Sorridete, gli spari sopra sono per noi!

Nel precedente post sui noti fatti parigini ho reagito ai passi che seguono: «Non bisogna commettere l’errore di quelli che vogliono razionalizzare e sociologiazzare ad ogni costo il comportamento del nemico. Il fanatismo non è solo un fenomeno sociale. Ci sono delle cause autonome e intrinseche. Certo, il fanatismo approfitta delle ingiustizie della società, ma ubbidisce a una logica che spesso ci sfugge. Ben Laden non ha organizzato l’11 Settembre per lottare contro le diseguaglianze sociali: ha commesso quel crimine per promuovere il suo folle progetto di califfato mondiale» (Libération). Oggi continuo la riflessione.

È come voler spiegare la cosiddetta “Rivoluzione Khomeinista” del 1979 in Iran a partire dall’infatuazione del popolo iraniano nei confronti dell’islamismo radicale (che ovviamente sono lungi dal negare), e non spiegare questa stessa infatuazione con la crisi sociale di quel Paese, con la miserabile condizione di milioni di proletari, di sottoproletari e di contadini poveri, con la brutale oppressione poliziesca (chi non ricorda la famigerata Savak, la polizia dello Stato monarchico?) del regime sanguinario dello Scià Pahlevi sostenuto dagli Stati Uniti e, dulcis – si fa per dire – in fundo, anche con l’assenza di un’autentica alternativa “di classe” – cosa che il partito stalinista Tudeh e i Fedayn del popolo non erano. Allora molti in Occidente dissero che si trattava di un ritorno al Medioevo; quanto fosse sbagliata quella lettura, tutta focalizzata sugli aspetti “sovrastrutturali” della Repubblica Islamica, lo dimostra l’attuale capacità industriale e tecno-scientifica dell’Iran, il suo dinamismo geopolitico (vedi Siria!), la “modernità” di gran parte della popolazione giovanile (nonostante l’occhiuta e violenta vigilanza dei cosiddetti Guardiani della rivoluzione), gli stessi contrasti interni al regime fra “moderati” e “radicali”, “progressisti” e “conservatori” – contrasti che si spiegano sempre e puntualmente a partire dalla nozione di Potere.

È come voler spiegare la crisi sociale della Polonia stalinista, gli scioperi dei cantieri navali di Danzica agli inizi degli anni Ottanta e la stessa nascita di Solidarność («Sindacato autonomo dei lavoratori») con la tradizione cattolica di quel Paese e con l’interventismo “anticomunista” della Chiesa (che ovviamente ci fu), come pure fecero gli stalinisti basati in Occidente, i quali vedevano solo una moltitudine operaia che invece di inginocchiarsi e prostrarsi dinanzi ai sacri simboli del regime “socialista”, si inginocchiavano e pregavano dinanzi alla croce  e ai poster di Papa Wojtyla: che scandalo! «Altro che lotta di classe: qui ritorniamo al Medioevo!». Allora quanti ne ho conosciuti di questi…, beh, lasciamo perdere, per carità di Dio!

È come voler dar conto delle cause reali delle due guerre imperialiste del XX secolo sulla scorta della propaganda politico-ideologica con cui tutte le Potenze in guerra martellarono i cervelli delle vittime (non si vive di soli bombardamenti aerei!): guerra difensiva, guerra fatta per tutelare i valori della Civiltà Occidentale, guerra di liberazione nazionale, guerra in risposta ai “proditori e vigliacchi” attacchi altrui (com’è noto è sempre il nemico che porta la responsabilità di aver iniziato la carneficina), guerra contro il “comunismo internazionale”, guerra per il “socialismo”, guerra contro l’imperialismo (degli altri!) e così via nel lungo elenco delle menzogne propagandistiche.

È come voler spiegare la nascita del Fascismo con il carattere spregiudicato e volitivo di Mussolini o con la frustrazione di una parte della piccola borghesia italiana declassata (cose che ovviamente nessuno si sogna di negare), e non, in primo luogo, con le conseguenze complessive (anche di natura psicologica) della Grande Guerra, con la crisi sociale in genere che allora si produsse, con la crisi dello Stato liberale, con l’insorgenza rivoluzionaria di una parte del proletariato italiano (quello che voleva «fare come in Russia», per intenderci), con il riflusso di questa stessa insorgenza e con la reazione della classe dominante del Paese, appoggiata anche da gran parte del mondo politico liberale. Mi scuso se ho dimenticato di citare qualche altra causa “strutturale” o “sovrastrutturale”.

È come voler spiegare il Nazismo con la pazzia di Hitler e con la frustrazione professionale/esistenziale dei suoi più stretti collaboratori (in circolazione c’è sempre un “pazzo” o un “disadattato” che può tornar utile!), e non, fondamentalmente, con la catastrofica crisi sociale tedesca, peraltro maturata in un particolare contesto internazionale segnato dalla Grande Crisi del ’29, e con il riflusso del movimento operaio tedesco, colpito anche dalla controrivoluzione stalinista che ne prosciugò le residue energie rivoluzionarie – questo naturalmente in analogia con il movimento operaio degli altri Paesi, non solo occidentali. È sufficiente vedere i film “maledetti” sfornati in Germania negli anni Venti per rendersi conto della folle tempesta sociale (anche «emozionale», per dirla con Wilhelm Reich) che da anni si andava preparando in quel Paese, letteralmente squassato da una crisi non solo economica ma anche di natura morale e identitaria.  «Già da tempo abbiamo detto che è “l’angoscia sociale” che costituisce l’essenza di ciò che chiamiamo la coscienza morale» (1).

Come ho detto altre volte, più si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria (tricolore o nera che sia), in questa o quella tifoseria nazionalista o/e imperialista.

La rabbia e l’odio delle classi dominate e di chiunque desidera ribellarsi contro uno status quo avvertito come non più tollerabile si armano con le ideologie che si trovano sul terreno, non importa se di antica o di recente fabbricazione, e in assenza di un’autentica soggettività rivoluzionaria, di un’autentica coscienza di classe, il più delle volte hanno la meglio quelle ideologie e quei partiti che per un verso confermano il “deplorevole” stato d’animo delle masse, e che per altro verso  promettono di dare a esso una efficace risposta politica. Chi vuole “fare la rivoluzione”; chi è accecato dall’odio, dalla frustrazione, dall’invidia di classe, dalla mancanza di prospettive e da altre magagne materiali e “psicosociali”; chi si sente in guerra con l’intero mondo: questo “tipo sociale” il più delle volte non si rivolge a ideologie e a soggetti politici che predicano «pace e amore», che consigliano “agli ultimi” di porgere l’altra guancia, bensì a ideologie e a soggetti politici che gli indichino un nemico preciso (leggi anche capro espiatorio) su cui poter scaricare, hic et nunc, la sua rabbia, e che gli vendano una spiegazione, facile da comprendere, capace di razionalizzare la sua esistenza nell’irrazionale mondo che lo ospita. E questo manganello ideale e materiale, che di volta in volta può  vestire i panni della religione o indossare una maschera laica se non laicista, anche in conformità con la storia dei Paesi, non manca mai all’appuntamento con il disagio sociale. Come dimostrano Mussolini, Hitler e tutti i demagoghi e i populisti di “destra” e di “sinistra”.

In questo senso ho sostenuto che le ideologie (religione inclusa) non spiegano un bel niente, se le consideriamo come il punto di partenza dell’analisi, mentre esse acquistano un significato preciso e possono aiutarci alla composizione del puzzle solo alla luce di processi e di contraddizioni sociali reali, di carattere materiale e d’ordine “spirituale”, di natura economica come di natura psicologica. La stessa psicologia delle masse, per usare un noto termine, dev’essere considerata, sempre a mio avviso, alla stregua di un fondamentale fattore “strutturale” da premettere senz’altro alla considerazione delle ideologie che entrano puntualmente in scena in una crisi sociale.

Da qualche parte ho letto che la spiegazione “sociologica” non spiega la deviazione jihadista di molti giovani musulmani: «Come si spiega che anche molti giovani benestanti si sono convertiti all’Islam radicale? Lo stesso Ben Laden era un miliardario». Ma è questa riflessione che sconta un grave limite sociologico, che mostra una concezione economicista, estremamente volgare del disagio sociale che in qualche modo attraversa l’intera stratificazione classista della società. Come se gli individui ricchi o benestanti non potessero avvertire appunto il disagio sociale, la miseria (non solo “materiale”), la disumanità, l’ingiustizia e la violenza che trasudano da ogni singolo poro della Società-mondo! Come se agli individui di estrazione sociale borghese fosse preclusa in linea di principio la strada che porta a maturare una coscienza rivoluzionaria del mondo! (Precisazione per gli sciocchi – e per i tutori dell’ordine democratico: non sto alludendo ai Misericordiosi Martiri di Allah! Per una lettura “rivoluzionaria/antimperialista” dello Stato Islamico bisogna rivolgersi a Loretta Napoleoni, non al sottoscritto!). E come si spiega che proprio un intellettuale borghese, un tale Marx, ha posto le basi di quella che una volta si chiamava «coscienza di classe»? Per non parlare del suo grande amico e compagno di lotta, Engels, il quale si guadagnava da vivere nell’azienda del padre. Paradossi che si spiegano benissimo con la stessa condizione materiale delle classi subalterne, a partire dalla «degradante divisione del lavoro in lavoro intellettuale e lavoro manuale» (Marx). Sto associando, anche solo alla lontana, come semplice paradosso, la barba di Marx ed Engels a quella di Ben Laden e degli altri pretendenti al Califfato Mondiale? Non mi ritengo responsabile della cretineria altrui!

Scriveva Simone Weil all’amica Albertine nel 1935: «Per me, personalmente, ecco cosa ha voluto dire lavorare in fabbrica: ha voluto dire che tutte le ragioni esterne (una volta avevo creduto trattarsi di ragioni interiori) sulle quali si fondavano, per me, la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa sono state radicalmente spezzate in due o tre settimane sotto i colpi di una costrizione brutale quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me un qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. Mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo. È quel genere di sofferenza di cui non parla nessun operaio; fa troppo male solo a pensarci». E generalizzando: «Un’oppressione evidentemente inesorabile ed invincibile non genera come reazione immediata la rivolta, bensì la sottomissione» (2). Certo, anche la sottomissione alle ideologie dominanti (comprese quelle a “sfondo” religioso) in una data epoca e in una data parte del mondo. Ma qui si divaga! Forse.

Il miliardario Ben Laden poteva anche credere, in tutta buona fede, di essere stato investito personalmente dal suo Dio dell’altissima missione di creare il Califfato sulla Terra; ciò non toglie il fatto che la sua ideologia fu sempre messa al servizio di precisi quanto prosaici interessi materiali, politici e geopolitici (durante gli anni Ottanta anche al servizio del Grande Satana a stelle e strisce) sintetizzabili con il concetto di Potere sociale – o sistemico. Per questo dopo la strage parigina del 13 novembre ho scritto che siamo tutti (a Nord come a Sud, a Ovest come a Est, nel mondo cristiano come in quello musulmano, piuttosto che nel mondo buddhista, induista, scintoista, taoista, ateista, laicista) ostaggi e vittime del sistema mondiale del terrore, i cui pilastri portanti naturalmente sono rappresentati dalle grandi, dalle medie e dalle piccole Potenze. La Francia e l’Italia sono parte integrante di questo sistema che ci espone a qualsiasi tipo di pericolo, compreso quello terroristico che ci viene dal «nemico». Tanto per essere chiari: il mio nemico è il sistema mondiale del terrore preso in blocco, concepito come una sola compatta – e altamente contraddittoria/conflittuale: è la capitalistica guerra di tutti contro tutti! – totalità disumana. Credere che la gente possa condividere il punto di vista qui espresso sarebbe da ingenui, soprattutto nel momento in cui la macchina propagandistica e terroristica («Chi non si schiera dalla parte degli Stati attaccati dal terrorismo islamico è un fiancheggiatore del Califfato Nero!») gira a pieno regime – è proprio il caso di dirlo!

Mi sono sempre attenuto scrupolosamente alla massima marxiana che consiglia di giudicare le azioni delle persone – e delle “masse” – non sulla base di ciò che esse credono di essere (comunisti, fascisti, martiri per conto di Dio o di Allah) e di fare (la «società giusta», What else?), ma sulla scorta di ciò che esse sono e fanno realmente. Ho fatto questo non per spirito di parte o in acritico ossequio a una fede (non sono neanche un marxista!), ma perché il principio funziona abbastanza, almeno per come la vedo io, si capisce.

20151129_isL’invito a non aver paura che le autorità ci ripetono continuamente mi ricorda tanto l’analogo invito gridato dagli ufficiali, e dai graduati in genere, alla truppa nel corso di un’operazione militare: «Non abbiate paura del nemico, cazzo! Non siate vigliacchi! Andate avanti, cazzo, non arretrate di un millimetro, siamo i più forti!». Per essere più convincente l’invito è spesso accompagnato da una bella pistola puntata alla schiena. Siamo in guerra, ormai è assodato, ma dobbiamo andare avanti. Anche perché se cambiamo il nostro stile di vita, oltre a darla vinta «al nemico», danneggiamo pure l’economia, che è già abbastanza depressa di suo. Io do il mio piccolo contributo alla causa recandomi prima in un grande centro commerciale e poi in un cinema. Domani forse vado allo stadio, martedì volerò in aereo. Avanti! avanti! E che Allah o chi per lui me la mandi buona! Intanto, per darmi coraggio, canticchio: «Sorridete, gli spari sopra sono per noi! Sorridete, gli spari sopra sono per noi!».

(1) S. Freud, Psicologia collettiva e analisi dell’io, p. 106, Newton, 1991.
(2) S. Weil, La condizione operaia, pp. 95-126-127, SE, 1994.

LA GUERRA SECONDO LIBÉRATION

soldatoFranceseChiudevo il post del 19 novembre chiedendomi dove fosse andato a finire il «Pacifista collettivo», ossia quel vasto movimento di opinione pubblica occidentale più o meno genericamente pacifista  che ai tempi delle guerre americane in Afghanistan e in Iraq non fece mancare la sua vibrante indignazione e il suo impegno militante contro l’America di Bush. Com’è che proprio oggi, quando la «Terza guerra mondiale combattuta a pezzi» rischia di trascinarci davvero nell’abisso della guerra generale (la guerra che non conosce differenza fra “fronte interno” e “fronte esterno”, fra civili e militari), le strade delle metropoli d’Occidente non sono attraversate dai partigiani della pace e dalle loro bandiere arcobaleno? Una parziale risposta l’ho avuta leggendo l’editoriale (titolo: Progetto di pace, e la coscienza pacifista è apposto!) pubblicato l’altro ieri su Libération a firma di Laurent Joffrin; ne cito alcuni passi in una traduzione forse non del tutto impeccabile, e di questo mi scuso.

Scrive Laurent Joffrin: «Se non li combattiamo non ci attaccheranno. In nome di questo ragionamento apparentemente logico una parte dell’opinione pubblica, discreta ma che si farà sentire sempre di più, mette in discussione la politica della Francia in Siria e Iraq. Cosa andiamo a fare in terre lontane e ostili con una coalizione disparata che ha obiettivi vaghi e con alleati che spesso non sono più presentabili dei nostri nemici? […] Il rifiuto della guerra può davvero proteggerci?». Joffrin sostiene che gli attentati terroristici di matrice islamica dell’ultimo anno in Francia e altrove «non possono essere interpretati come rappresaglia a una presunta aggressione, non avevano una motivazione geopolitica», ma puramente religiosa (ad esempio contro i “blasfemi” di Charlie Hebdo) e antisemita: si attaccano gli ebrei in quanto ebrei. Non bisogna commettere «l’errore di quelli che vogliono razionalizzare e sociologiazzare ad ogni costo il comportamento del nemico. Il fanatismo non è solo un fenomeno sociale [c’entra anche la natura? o il soprannaturale?]. Ci sono delle cause autonome e intrinseche. Certo, il fanatismo approfitta delle ingiustizie della società, ma ubbidisce a una logica che spesso ci sfugge. Ben Laden non ha organizzato l’11 Settembre per lottare contro le diseguaglianze sociali [questo è sicuro!]: ha commesso quel crimine per promuovere il suo folle progetto di califfato mondiale. Si crede davvero che il ritiro dal mondo possa alla fine proteggere dalle calamità globali? Bisognerebbe abbandonare il Mali alla sua sorte e lasciare gli islamisti trasformare questo povero paese in una prigione teocratica? Si crede davvero che una progressione dell’islamismo in Africa alla fine non costituirebbe una minaccia anche per noi? Noi siamo per definizione un obiettivo». L’anima guerrafondaia di Oriana Fallaci gongola! Giuliano Ferrara e il partito dello scontro fra le Civiltà pure! Certo, anche l’imperialismo francese ringrazia*.

Semmai, continua il quotidiano progressista francese, la critica diventa utile se coglie i limiti e i disastri delle azioni belliche degli ultimi dieci anni, dall’Afghanistan all’Irak, «per non parlare della Libia, condannata a un’anarchia omicida»: «per quanto giustificata l’azione di guerra non può tralasciare un progetto di pace» che assicuri ai paesi liberati dal terrorismo islamista stabilità e ricostruzione. Senza questo requisito indispensabile, senza una chiara strategia di pace e di sviluppo «è meglio neanche cominciarla una guerra». Non c’è dubbio, la guerra vuole serietà e visione strategica, e quel pizzico di umana simpatia nei confronti “degli ultimi” che non guasta mai: oltre a conquistare sfere di influenza e risorse economiche bisogna conquistare i cuori e le menti “degli ultimi”, oggi esposti alla disgraziata e fanatica propaganda «del nemico».

«L’azione dall’aria, unitamente agli alleati sul posto, è l’unica risposta immediata possibile», conclude Joffrin. «Essa può contenere il male ma non estirparlo. Il resto dipende da un’azione diplomatica e politica. Come diceva il generale Giap, “Il partito comanda i fucili”». Certo, una come Oriana Fallaci non avrebbe mai citato il generale Giap. Ma lei non era di sinistra, che diamine!

Intanto si registra un vero e proprio boom nelle richieste di arruolamento nell’Armée Française: dalle 130 richieste al giorno del 2014 si è passati alle attuali 1.500. «Si tratta di un fenomeno senza precedenti, sono davvero sorpreso» ha dichiarato il colonnello Eric de Lapresle, capo dell’ufficio reclutamento dell’esercito. Si calcola che entro il 2016 l’esercito francese, che l’anno scorso contava 115mila uomini (e donne!), di cui tremila basati in Africa, si arricchirà di 30mila nuove unità. Certo, il richiamo della Patria. Certo, il noto – e repellente – sciovinismo francese. Certo, l’attaccamento ai sacri valori occidentali. Però forse la cosa si spiega anche con un certo keynesismo di guerra, e di certo per non pochi giovani francesi un posto nella gloriosa Armée potrebbe risultare allettante in tempo di crisi. Ma non vorrei «sociologiazzare» troppo il problema!

* Scriveva Alessandro Campi, storico delle dottrine politiche, sul Messaggero del 21 novembre: «La Francia che oggi chiede aiuto e solidarietà all’Europa per essere stata attaccata direttamente, è lo stesso Paese che per anni, poco importa se era al potere la destra o la sinistra, si è mosso sulla scena internazionale in modo solitario, secondo una logica di potenza post coloniale interessata solo al proprio tornaconto, come nel caso degli interventi militari in Mali, in Libia e in Siria». La grandeur francese ha esposto ed espone la popolazione francese alla ritorsione del nemico? Voi che dite? Difesa dei sacri e inviolabili valori occidentali? Not in my name!

la_marseillaise03Aggiunta.

«DA NOI ESISTE UN LAICISMO ASSIMILABILE A UNA RELIGIONE».
BRAVO! DETTO POI DA UN FRANCESE ATEO E ATEISTA…

Solo adesso ho letto l’interessante intervista di Leonardo Martinelli (La Stampa) al filosofo Michel Onfray, celebre per il suo Trattato di ateologia, finito nei video di propaganda dell’Isis dopo aver detto che «i bombardamenti non impediranno il terrorismo sul suolo francese ma lo faranno aumentare». Da sempre la propaganda, in guerra come in “pace”, fa il suo sporco mestiere. Ma Onfray vede il lato paradossale, o comico, della cosa: «Utilizzarmi, io che sono l’autore del “Trattato di ateologia” e che faccio professione di ateismo, per estrapolare un’idea di buon senso». Come si dice, le vie di Allah sono infinite.

Sull’attuale “guerra al terrorismo” il filosofo ateista fa delle considerazioni tutt’altro che banali, anche se personalmente non ne condivido l’impostazione concettuale che le informa; e queste considerazioni mi appaiono tanto più significative alla luce di quanto io stesso ho scritto oggi. Scrive Onfray: «Un tempo la tradizione pacifista era a sinistra, quella bellicista a destra. C’erano il “che cazzata la guerra” di Jacques Prévert. O le analisi di Albert Camus sulla guerra d’Algeria. Oggi sinistra o destra suonano la tromba. Un tempo, cioè un mese fa, cantare la Marsigliese era fascista: oggi non cantarla a pieni polmoni è fascista. Non c’è nessuna analisi geopolitica, alcun senso della storia. Il compassionevole fa la legge, complici i media. […] La nostra politica islamofoba  è la stessa di George Bush, che decise di fare una crociata, il famoso asse del bene, dell’Occidente contro l’Islam, l’asse del male. François Mitterrand, di sinistra quando era all’opposizione ma di destra quando è arrivato al potere, ha sottoscritto la politica imperialistica degli americani fino alla partecipazione alla prima guerra del Golfo nel 1991. […] La Francia c’è sempre stata quando bisognava picchiare sui musulmani: in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Mali. Sarebbero quattro milioni i musulmani morti dalla prima guerra del Golfo ad oggi, in nome di una battaglia per i diritti umani contro la barbarie. E si vorrebbe che l’Islam non vendicasse i suoi morti? […] Per ridurre il costo del lavoro e proletarizzare la manodopera, l’Europa ha visto di buon occhio un’immigrazione massiccia. Ma questo proletariato potenziale, poi, ha iniziato ad ambire a un impiego reale. Parigi si è svuotata del suo popolo, rigettato nelle periferie dagli Anni Settanta. La città è diventata sociologicamente tossica. E le banlieue delle zone di non diritto, dove la droga e i traffici di ogni tipo sono moneta corrente, senza che la polizia possa opporsi. In un mondo dove i soldi fanno la legge, non averne ti trasforma in paria. Alcuni di questi paria sono diventati vettori di una rabbia canalizzata dall’Islam radicale. Da noi esiste un laicismo assimilabile a una religione. […] Ogni invito a riflettere su questo è stato considerato dalla stampa benpensante (Libération, Le Monde, Le Nouvel Observateur, Mediapart e Les inrocks) come una “lepenizzazione” di quelli che invocavano questo dibattito». L’ho detto prima: la propaganda fa il suo sporco lavoro.

Notare: «Da noi esiste un laicismo assimilabile a una religione». Bravo! Solo il Moloch tricolore deve essere superiore a qualsiasi altra divinità. Solo nello Stato l’onesto e repubblicano cittadino deve confidare con assoluta certezza. Credere (laicamente, si sa), obbedire (soprattutto in campo fiscale!) e combattere (quando è il caso e sempre per difendere i sacri valori occidentali dal nemico di turno)!

A CHE PUNTO È LA GUERRA?

original-13683-1431346763-11L’ipotesi secondo cui la morale perde
di forza coercitiva con l’aumentare della
distanza si fonda sull’idea che è soprattutto
il vivo ricordo del delitto a tenere desta la
coscienza. Se il criminale si allontana a
sufficienza dal luogo del delitto, i sentimenti
morali non hanno più di che alimentarsi.
Ritter, Sventura lontana, 2004.

Dobbiamo chiederci che cosa era successo nelle
masse perché seguissero un partito i cui obiettivi
erano diametralmente opposti, sia dal punto di
vista oggettivo che soggettivo, agli interessi delle
masse lavoratrici.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, 1933.

Riprendo alcuni punti già toccati nel precedente post.

1. La seducente propaganda del Califfato. Partire dalla religione per comprendere la natura dell’attuale conflitto mondiale è il modo migliore per mettersi nelle condizioni di non capirci niente di essenziale. È oltremodo sciocco, ad esempio, credere che lo jihadismo che tanto attrae migliaia di disperati e di diseredati (e non faccio della stucchevole retorica sociologica: vedere, ad esempio, i tantissimi giovani proletari e sottoproletari tunisini che si arruolano sotto le nere bandiere del Califfato per guadagnarsi il pane quotidiano) si spiega con un’errata («aberrante», «irrazionale», «infondata») interpretazione del Corano, come sostengono soprattutto gli intellettuali occidentali devoti ai Sacri Lumi. In questa vicenda, come nelle altre analoghe, la religione è l’ultima cosa che occorre prendere in considerazione. Come ho già scritto, con la religione si può spiegare tutto, e il suo contrario. L’ideologia jihadista è messa al servizio di interessi che non hanno nulla a che fare né con Allah, né con le numerose e bellissime vergini che attendono i martiri che si immolano nel suo Misericordioso nome. Nel solo 2015 quegli interessi hanno causato la morte di circa 23.000 musulmani: si tratta, infatti, soprattutto di un conflitto interno al mondo musulmano. Sciiti contro sunniti? Ci risiamo! Anche qui non dobbiamo rimanere impigliati nella fenomenologia ideologica (o religiosa) della vicenda. Si tratta in primo luogo di una guerra, combattuta il più delle volte “per procura”, per stabilire nuovi rapporti di forza nel Vicino e Medio oriente (schematizzando: Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, da una parte; Iran, Siria e Libano dall’altra), così come in Nord Africa. La confessione religiosa, che ha una forte presa sulle masse, è indubbiamente un potente collante politico-ideologico-culturale, e come tale non va affatto sottovalutata; ma non è certo per affermare una certa lettura del Sacro Testo che, ad esempio, arabi e iraniani si sparano addosso – magari solo per interposte milizie armate. L’antagonismo confessionale cela insomma un antagonismo molto profano, diciamo così, sintetizzabile nel concetto di Potere: economico, politico, ideologico, psicologico, in una sola e più adeguata parola: sociale.

In un articolo apparso sul Courrier des Balkans del 9 giugno 2015, Jean-Arnault Dérens commentava la intelligente propaganda dello Stato Islamico rivolta ai giovani che vivono nei Paesi balcanici. «L’appello alla Jihad risuona nel deserto della interminabile transizione balcanica», scriveva Dérens. Un video di una ventina di minuti perfettamente girato, curato nei minimi particolari e costruito come un  video-gioco fa la storia dei Balcani; giovani dall’aspetto per nulla fanatico invitano altri giovani a seguirli sulla strada jihadista, e con un tono pacato suggeriscono ai coetanei ancora impigliati nella demoniaca cultura occidentale ad uccidere senz’altro «i miscredenti» ovunque essi si trovino e con ogni mezzo a disposizione: dalla bomba al veleno. Fate saltare automobili, avvelenate il cibo: Allah stesso lo vuole! Nel video lo Stato islamico viene rappresentato come un mondo pulito, dignitoso, privo di stress, attento ai bambini, ripresi a giocare in aree attrezzate. «Si presenta una nuova visione del mondo molto più allettante del sogno occidentale, un sostituto alle promesse di prosperità scomparse nel deserto dell’interminabile transizione balcanica, e allora si chiede giustamente ai moderati come rispondere a questo messaggio, come rispondere a chi non ha denaro, a chi non ha lavoro, a chi ha come alternativa il trafficare in droga o truccare automobili, oppure fare carriera in un partito politico corrotto o guadagnare qualche euro andando ad agitare le bandiere in qualche meeting politico; se questa è la realtà quello che propone il califfato può essere per molti giovani qualcosa che assomiglia alla vera vita, a una vita normale. Vivere velocemente e morire giovani non è molto nuovo come programma di vita; ci sono quelli che credono di guadagnarsi il paradiso ma anche quelli che hanno la convinzione che almeno avranno vissuto intensamente, di essere morti per una causa, e morire per una causa è sicuramente meglio che morire per niente, per una giovinezza senza prospettive, per un lavoro in nero senza documenti in Italia o in Germania, oppure finire in un centro di detenzione in Francia. Eppure questa vita tranquilla e degna che propone lo Stato islamico e le motivazioni economiche non sono quelle più importanti: chi ha vent’anni non è forse pronto a fare qualcosa per realizzare i propri sogni? Non è disposto a battersi per un ideale? E quali ideali restano nel triste deserto dell’interminabile transizione dei Balcani? Gli Imam possono naturalmente denunciare questa cattiva interpretazione del Jihad, i Governi possono cercare di fermare e arrestare chi vuole partire per andare a combattere all’estero, oppure arrestare coloro che delusi tornano a casa. Le anime belle possono indignarsi per il programma medievale dello Stato islamico ma questo continuerà a espandersi e attirare persone fino a quando non ci saranno dei nuovi sogni e nuovi progetti in grado di essere proposti ai giovani dei Balcani e non solo nei Balcani».

Molti giovani, scriveva Reich nel 1933, «erano fortemente impressionati dalla fisionomia esterna del partito di Hitler, dal suo carattere militare, dalla dimostrazione di forza, ecc. Fra i mezzi simbolici di cui si serviva la propaganda il più appariscente era senz’altro il simbolo della bandiera» (Psicologia di massa del fascismo). Diciamocelo: anche la bandiera del Califfato è un eccellente brand.

2. La natura della “Terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.«La capitale francese, vittima di un attentato disumano che non ha nessun legame con la religione, paga un prezzo altissimo alle politiche portate avanti dall’Eliseo in Medio Oriente e Africa». Così Limes sintetizza la posizione di padre Giulio Albanese, da sempre assai critico nei confronti della ”Grand France” di Hollande, la quale «non fa sconti a nessuno!». Scrive padre Albanese: «Simile violenza richiama alla mente la lamentazione di Carlo Levi: “La sola ragione della guerra è di non aver ragione (ché, dove è ragione, non vi è guerra); che le guerre vere ed efficaci sono soltanto le guerre ingiuste; e che le vittime innocenti sono le più utili e di odor soave al nutrimento degli dèi”». Ieri io, assai più prosaicamente, parlavo di «concime gettato sul terreno per fertilizzare gli interessi economici e geopolitici di Potenze grandi, medie e piccole». E concludevo: «La verità è che se noi non ci occupiamo dell’imperialismo, l’imperialismo si occupa di noi. Siamo tutti ostaggi e vittime del sistema mondiale del terrore».

A mio avviso questa guerra, come tutte le guerre che l’hanno preceduta e che probabilmente la seguiranno, ha una solidissima quanto disumana ragione: quella che, appunto, fa capo agli interessi sistemici delle classi dominanti, interessi che trovano una puntuale sintesi nella politica interna ed estera (una distinzione peraltro sempre più labile e “problematica”) degli Stati, piccoli e grandi, “tradizionali” e di nuovo conio, “simmetrici” e “asimmetrici”. Questi Stati rappresentano un micidiale strumento di difesa e di promozione di quegli interessi: tutto il resto è cinica propaganda politico-ideologica tesa a ingannare la gente, la quale purtroppo oggi si lascia ingannare con una facilità che fa spavento, almeno agli occhi di chi crede sia possibile, oltre che auspicabile, la fuoriuscita dell’umanità dalla maligna dimensione del dominio di classe, fonte di ogni sofferenza, di ogni ingiustizia, di ogni orrore.

3. Psicologia di massa del Dominio. Leggo sul Manifesto: «Una migliore intelligence può valere molto più che una compressione generalizzata di diritti e libertà. Oggi e nel futuro, una risposta al terrorismo la sinistra deve saperla dare, se non vuole essere travolta dalla richiesta popolare di sicurezza. Nessun appeasement, nessuna tolleranza, ma con punti fermi. Che sulle garanzie di libertà e diritti non si facciano passi indietro. Che i poteri di qualunque autorità non siano mai sottratti a limiti e controlli. Che in particolare il controllo di costituzionalità e quello giudiziario siano salvaguardati nell’ampiezza e nell’incisività. Che si perseguano politiche inclusive e dialogo interculturale con la comunità di fede islamica, per rafforzarne gli anticorpi contro il veleno del terrorismo». Troppo comodo: se vuoi il fine, devi accettare anche i mezzi! Oggi Arturo Diaconale scrive che l’Italia non ha bisogno di leggi speciali perché la legislazione d’emergenza nel Belpaese è già stata fatta negli anni Settanta, ai tempi della lotta contro il terrorismo condotta soprattutto, com’è noto, dai “comunisti” e dai democristiani. Almeno per quanto riguarda la repressione il nostro Paese è all’avanguardia. «Sbaglia chi si allarma temendo che l’esempio francese faccia scuola anche in Italia e da un momento all’altro possa spuntare qualcuno a Palazzo Chigi deciso ad imitare Hollande ed a chiedere una serie di leggi e poteri speciali per combattere il terrorismo islamico. Chi nutre questa preoccupazione compie un serio errore. Non perché nel nostro Paese non possa venire fuori un qualche imitatore del socialista autoritario francese. Ma perché per combattere il terrorismo degli islamisti da noi non c’è alcun bisogno di emanare poteri e leggi speciali. Da noi le leggi emergenziali ci sono già da lungo tempo. Questa legislazione emergenziale è in vigore dagli anni Settanta. E, sia pure provocando distorsioni nello Stato di diritto, ha ottenuto sicuramente una serie di buoni risultati» (L’Opinione). Ma si può sempre migliorare, caro Diaconale! La frecciata finale di Arturo: «Per una volta i cugini sono stati anticipati. Purtroppo nella corsa verso la deriva autoritaria!». Questi destri liberali, sempre a cianciare di «deriva autoritaria»! Basta con questo falso garantismo: lo Stato democratico va difeso, costi quel che costi! Per non parlare del nostro stile di vita… A proposito, se scrivo Abbasso la République (bourgeoise)! sono passibile di estradizione verso la Patria dei droits de l’homme? Meglio saperle prima certe cose!

Sembra che recenti sondaggi mostrano che la popolazione francese accetta di buon grado di perdere in termini di libertà personale per conquistare una maggiore sicurezza. Il Leviatano prima ci espone alla ritorsione del “nemico” (colui che gli contende una fetta di torta economica e geopolitica), e poi ci fa la grazia di proteggerci: che padre coscienzioso abbiamo avuto in sorte! E noi, come bravi bambini, abbozziamo e ringraziamo chi, dopo averci messo in pericolo per fare i suoi legittimi (è il capitalismo-imperialismo, bellezza!) interessi, poi fa di tutto per “difenderci” dal micidiale meccanismo di cui esso stesso è parte organica. Anzi, pretendiamo più protezione dallo Stato: più polizia, l’esercito a presidiare gli “obiettivi sensibili”, maggiori controlli all’ingresso degli immigrati, insomma più ordine. Che capolavoro! E che impotenza sociale! Io la chiamo, con scarsa originalità, psicologia di massa del Dominio. Come disse a suo tempo Wilhelm Reich, dobbiamo chiederci cosa è successo e cosa succede sempre di nuovo alle classi subalterne in particolare, e a tutti gli individui che vivono su questo pianeta in generale.

4. Chi sono i rivoluzionari? Ho letto da qualche parte, forse ancora sul citato “Quotidiano comunista”, che «La Marsigliese è l’inno dei rivoluzionari». In effetti, pare che lo stesso Lenin non resistette alla tentazione di cantarla insieme ai compagni di viaggio sul mitico treno piombato, mentre faceva ritorno in Russia per tentarvi il noto Grande Azzardo. Non bisogna dimenticare che allora in Russia la rivoluzione borghese era un evento auspicato e appoggiato anche dal proletariato d’avanguardia, per certi versi soprattutto da esso, visto la pavidità della debole borghesia russa, la quale giustamente temeva una radicalizzazione del processo rivoluzionario. Previsione azzeccata: dopo La Marsigliese giunse il momento dell’Internazionale! Chiudo la breve parentesi “storica” e mi chiedo: chi sono oggi i “rivoluzionari”? Forse Loretta Napoleoni, autrice dell’interessante saggio Lo Stato del terrore (Feltrinelli, 2014), dedicato all’economia del Califfato, conosce la risposta. Infatti, l’economista parla della guerra dell’Isis nei termini di una guerra patriottica di liberazione: «Chi nega questa definizione, e si trincera dietro la favola delle schegge di terroristi, o è in malafede o è un ignorante. L’Isis non è uno stato ideologico, ma il frutto di una lotta patriottica che grazie alla sua popolarità non fa fatica a trovare i soldi necessari. [Si tratta] di una guerra rivoluzionaria, antimperialista e nazionalista. Una guerra con la quale dovremo a lungo fare i conti» (www.ilmattino.it). Una guerra rivoluzionaria, antimperialista e nazionalista: quando ho letto per la prima volta questa “bizzarra” tesi, credevo di non aver capito bene quel che leggevo. Invece avevo capito benissimo. Ma chi sono io per…, lasciamo perdere! Oggi anch’io voglio affettare un atteggiamento polemico politically correct.

Per chi scrive, trattasi invece di una guerra ultrareazionaria (la posta in gioco, come si sa, è altissima: economica, geopolitica, ecc.) da tutte le parti in conflitto, e le cui vittime sono in primo luogo le classi subalterne ovunque esse si trovino a subire il dominio di classe: a Nord come a Sud, a Est come a Ovest, nel mondo cristiano come in quello musulmano, o buddista, induista, laicista, ateista. Ovunque e comunque! Poi, si sa, la guerra è “democratica”, e la bomba, più o meno intelligente, non fa alcuna distinzione di classe quando esplode in uno stadio piuttosto che in un bistrò, su un aereo di linea oppure sul tetto di una casa, di un ospedale, di una scuola. Come si vede, la paventata «favola delle schegge di terroristi» dalle mie parti non riscuote alcun credito. Quanto alla malafede e all’ignoranza non spetta certo a me dare giudizi su quel che scrivo. Accetto di buon grado, diciamo, il giudizio del lettore – purché sia a me favorevole, beninteso!

5. Carnefici e Mandarini. Scrivono Carlo Freccero e Daniela Strumia: «La guerra di oggi è una materia che non può essere razionalizzata perché affonda le sue radici nel caos. Ecco, secondo noi, il nocciolo della cosa è che questo caos ha ben poco di casuale. Non è soltanto la somma di una serie di errori che ci sono sfuggiti di mano. È una ben precisa strategia bellica. Pensiamo ai “teocon” e alle loro pretese di instaurare un secolo americano basandosi sulla superiorità bellica dell’America. Questa strategia, in Iraq, è risultata fallimentare, come già a suo tempo l’invasione americana del Vietnam. Gli Usa hanno concepito allora una nuova strategia più economica: la strategia del caos. Disseminare i territori da conquistare di focolai di guerra e di resistenza. Armare la resistenza locale, fare la guerra con le vite degli altri. Una specie di strategia della tensione a livello mondiale. Da allora il mondo islamico si è rivelato nella sua profonda antidemocraticità. Si trattava di promuovere in modo più o meno occulto rivoluzioni locali in nome dei diritti umani: la Libia, le primavere arabe, la resistenza in Siria contro il crudele dittatore Assad. E poco importa se tutto questo veniva portato avanti con la collaborazione di alleati come l’Arabia Saudita o la Turchia che non eccellono sicuramente nella salvaguardia dei diritti umani. […] Viene sempre in mente una commedia che si intitola Un mandarino per Teo. Se dall’altra parte del pianeta, poteste decretare la morte di un mandarino, per ereditarne l’immensa eredità, voi cosa fareste? Tutti questi paesi governati antidemocraticamente hanno un elemento in comune: la presenza di risorse energetiche, gas, petrolio, altre materie prime. È normale schiacciare il bottone che ci permette di annetterci tutte queste risorse. Soprattutto se questa scelta avviene in nome di nobili valori. Tutto questo cessa di funzionare se il mandarino siamo noi. Su questo argomento circolano sul Net spiegazioni opposte. Da un lato la famosa affermazione di Hillary Clinton: “l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano”. Dall’altro, voci più maliziose insinuano, semplicemente, che sia giunta la nostra ora di sperimentare lo status di colonie statunitensi. In ogni caso vi invitiamo a riflettere. Se si applica la strategia del caos, come possiamo poi pretendere che questo caos non ci travolga?». (Il Manifesto). La riflessione qui proposta è interessante, non c’è che dire; peccato che sia anche un tantino limitata, diciamo così. Infatti, si ha l’impressione che Potenze sistemiche come la Cina e la Russia non abbiano avuto, e non hanno alcun ruolo nella contesa interimperialistica (concetto probabilmente sconosciuto agli autori dell’articolo), e che l’Europa non sia che una colonia degli Stati Uniti, tesi che non reggeva a un’analisi geopolitica seria già ai vecchi e “cari” (non pochi sinistri ne hanno nostalgia!) tempi del confronto bipolare USA-URSS. Nel suo piccolo, il movimentismo politico-militare francese in Africa (vedi l’attacco in Libia nel 2011) e in Medio Oriente non ha nulla a che fare con le evocate materie prime? «Da venerdì mattina l’aviazione francese sta martellando jihadisti e altri ribelli del Nord in avanzata verso la pur lontana capitale Bamako. In ballo ci sono il rango transalpino e l’accesso alle risorse strategiche»: questo, ad esempio, scriveva Lucio Caracciolo,  su La Repubblica del 13 gennaio 2013.

A mio modo di vedere l’attuale caos non è il risultato di una strategia pianificata a tavolino dagli Stati Uniti, i quali devono fronteggiare una reale caduta di potenza materiale e un reale indebolimento geopolitico (senza contare che la fiducia di Washington verso gli alleati non è granitica come prima), ma il prodotto altamente contraddittorio e conflittuale di tendenze sociali e geopolitiche già presenti nel vecchio mondo bipolare e che la fine della cosiddetta Guerra Fredda ha accelerato, mentre ne produceva di nuove.

Naturalmente questo discorso deve risultare incomprensibile a chi è abituato a ragionare dal punto di vista degli Stati, non importa se piccoli o grandi, se appartenenti a questa piuttosto che a quella “sfera di influenza”, se filoamericani o antiamericani, se filorussi o antirussi, ecc. Il punto di vista di classe mostra una geopolitica affatto diversa da come la immaginano gli intellettuali progressisti che fanno dell’antiamericanismo la loro bussola e il massimo di “radicalismo” concepibile e praticabile su questa Terra.

Vediamo l’atra faccia della medaglia: «Il mondo paga con il sangue le conseguenze della ritirata scellerata dell’occidente dai teatri di guerra. […] Oggi è chiaro che è il non intervento nei teatri di guerra che ha generato instabilità creando spesso le condizioni per la proliferazione del terrore. E si capisce bene dunque perché il Pacifista Collettivo preferisca fischiettare e fare un passo di lato per non ammettere che una forza politica che rinuncia alla difesa è una forza politica che rinuncia a difendere i suoi cittadini e dunque, cari Corbyn e Grillo, è una forza politica che, essendo in mutande, molto semplicemente è incapace di governare» (C. Cerasa, Il Foglio). Lascio queste beghe interborghesi ai difensori del vigente ordine sociale, non importa se “progressisti” o “conservatori”, liberali o statalisti, pacifisti o interventisti. A proposito: dov’è finito il «Pacifista collettivo?».

POVERA PATRIA EUROPEA…

Eurozone Debt Crisis - General ImageryNon c’è editoriale dedicato all’odierna tornata elettorale europea che non punti i riflettori sul seguente (apparente) paradosso: l’Europa è, «nonostante tutto», la prima potenza economica mondiale (in termini di produzione industriale, di espansione commerciale, di Pil, di capacità tecno-scientifiche, di reddito pro capite, ecc.), ma il suo peso geopolitico è pressoché irrilevante. E questa contraddizione appare tanto più evidente e grave oggi, quando 1) l’attivismo russo a Est rischia di far precipitare il mondo in una nuova “guerra fredda”, 2) la relazione strategica sempre più stretta tra Russia e Cina sposta la bilancia del potere mondiale verso l’Oriente «autoritario», 3) gli Stati Uniti sembrano invischiati in un isolazionismo che pretende dai partner europei una partecipazione all’Alleanza Atlantica «più adulta e attiva».

Il paradosso è solo apparente perché, come sanno benissimo gli editorialisti che oggi versano molte lacrime sull’«identità perduta del sogno europeista», non esiste l’Europa come coerente e unitario spazio geopolitico (non esistono, tanto per intenderci, gli Stati Uniti d’Europa oggi evocati da Roberto Napoletano sul Sole 24 Ore). . Giustamente Adriana Cerretelli (Il Sole 24 Ore) fa notare che oggi la contesa sistemica fra gli Stati si dà come confronto fra «colossi regionali», e che in questo contesto, per la verità non nuovo, la dimensione degli Stati nazionali europei è troppo piccola per reggere il confronto con i protagonisti della politica mondiale: solo unendosi essi possono realizzare quella massa critica idonea a togliere il Vecchio Continente dall’attuale condizione di irrilevanza geopolitica. Ma questa necessità deve fare i conti ancora una volta con la maledetta Questione Tedesca.

Come ho altre volte scritto, la genesi dell’Unione europea ha due fondamentali, e alla lunga contraddittori, centri propulsori: uno fa capo alla necessità di mettere sotto stretto controllo la potenza sistemica tedesca, progetto che ha trovato il suo maggiore sostegno nella Francia, nell’Inghilterra e negli Stati Uniti; l’altro va individuato appunto nella necessità avvertita soprattutto dai Paesi europei di maggior peso politico-militare (Francia e Inghilterra) di non scivolare definitivamente nella più completa inconsistenza geopolitica, almeno là dove residua il loro retaggio coloniale. Soprattutto la Francia ha cercato di usare la potenza economica della Germania in questa chiave, che ben si armonizza con la famigerata, e sempre più insipida e annacquata, grandeur cucinata a Parigi.

L’atteggiamento dei francesi nei confronti dei “cugini” tedeschi è sempre stato (almeno dal 1870 in poi) piuttosto ambivalente, e per certi versi si può persino parlare di una sorta di amore-odio, di un’attrazione fatale respinta con tanta più sdegnata retorica nazionalista quanto più essa si è fatta forte e a volte irresistibile.

Nel 1946 George Orwell notava con la consueta cruda ironia: «In questo momento, con la Francia nuovamente liberata e con la caccia alle streghe verso i collaborazionisti in pieno corso, siamo inclini a dimenticare che, nel 1940, vari osservatori sul posto stimarono che circa il quaranta per cento della popolazione francese era o attivamente a favore dei tedeschi o completamente apatica» (Arthur Koestler).

Scrivevo su un post del 2013 (Francia e Germania ai ferri corti): Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy (Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, Il Saggiatore), l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: Travail, Famille, Patrie.

Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale salvatore della patria i conti non tornavano.

Questo solo per ribadire quanto stucchevole e ingannevole sia l’attuale piagnisteo intorno all’Europa «gigante economico e nano politico». Una credibile e sostenibile Unione europea non può non avere la Germania come suo asse centrale portante: è intorno a questo dato di fatto, che i critici europeisti dell’egemonia tedesca fanno finta di non vedere, che si gioca la guerra sistemica in corso in Europa.

Come sempre il processo storico non dipende dal “gioco democratico” che oggi celebra il suo momento più significativo (e ideologico, nell’accezione più pregnante del concetto), ma dai rapporti di forza e dagli interessi in gioco. Il rito elettorale è funzionale a un processo sociale di respiro nazionale e internazionale che annulla gli elettori come soggetti politici e, soprattutto, come uomini.

imagesDa Facebook (26 maggio)

La natura economica della supremazia tedesca nel Vecchio Continente

Scrive Hans Kundnani (Esporto, dunque sono. Il ritorno del nazionalismo tedesco, Limes, 26 maggio 2014):

I quotidiani greci hanno paragonato più volte il cancelliere Angela Merkel ad Adolf Hitler; quando Merkel ha visitato Atene, nell’ottobre 2012, manifestanti hanno bruciato bandiere tedesche con sopra la svastica, hanno indossato uniformi naziste e mostrato striscioni con lo slogan «Hitler, Merkel – stessa merda».

Sempre nel 2012 il Corriere della Sera ha dichiarato che «l’Italia non è più in Europa, ora fa parte del Quarto Reich». Nel 2013 anche un editoriale dello spagnolo El País ha equiparato Merkel al Führer. Molti studiosi parlano del riemergere della «questione tedesca»: vi è un intenso dibattito circa il vero o presunto esercizio da parte di Berlino di un’egemonia sul Vecchio Continente e alcuni, come George Soros o Martin Wolf, intravedono addirittura l’emergere di una sorta di «impero» tedesco dentro l’Europa. Persino Anthony Giddens scrive che «la Germania sembra aver raggiunto con mezzi pacifici quanto non era riuscita a ottenere mediante la conquista militare: il dominio dell’Europa».

***

Tra l’altro, a mio parare, ciò avvalora la tesi secondo la quale l’Imperialismo moderno è innanzitutto un fenomeno la cui genesi è radicata profondamente e “strutturalmente” nell’economia capitalistica. La potenza economica degli Stati Uniti fu alla base del loro successo nelle due guerre mondiali del XX secolo e nella cosiddetta “guerra fredda”. La potenza economica tedesca ha permesso alla Germania di ricomporre il suo spazio nazionale, spezzato violentemente nel 1945, senza sparare un solo colpo di cannone. “Sparare” merci, invenzioni e tecnologie è alla base di quel successo tedesco che tanta invidia procura soprattutto ai “cugini” francesi.

La “pacifica” prassi economica attesta insomma la straordinaria forza dell’Imperialismo del XXI secolo – ovviamente sto parlando anche della Cina e della Russia.

Sullo stesso argomento:

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GUERRA DI RELIGIONE IN EUROPA

martin-luther-490Alla vigilia del vertice europeo che si apre domani a Bruxelles, Tonia Mastrobuoni mostra il dente avvelenato nei confronti della Germania, accusata dalla giornalista “economica” che scrive per La Stampa di giocare una partita commerciale sostanzialmente solitaria con la Russia (soprattutto per ciò che riguarda il suo approvvigionamento di materie prime energetiche) e con la Cina, le cui relazioni commerciali con i teutonici sono diventate davvero «speciali». «La Germania gioca sporco», ha dichiarato la Mastrobuoni nel corso di un’intervista a Radio Radicale, tanto più adesso che la Francia sembra convertirsi a una politica di integrazione europea finalmente alleggerita dai vecchi pesi nazionalistici marcati Grandeur, una “grande firma” del secolo scorso precipitata nell’abisso dell’obsolescenza sistemica.

La politica energetica e commerciale della Germania è per molti aspetti «scandalosa», e rappresenta «un tradimento» nei confronti del progetto di unificazione «a 360 gradi» dei Paesi integrati nella moneta unica. È, questo appena riassunto, il tipico ragionamento dell’analista politico-economico che ancora tarda a comprendere la reale natura e la reale portata delle divergenze che impediscono al «sogno europeo» di fare quel salto di qualità senza il quale esso rischia di trasformarsi in un bruttissimo incubo.

Dopo aver accolto con entusiasmo «la svolta di Hollande» sancita nella conferenza stampa del 16 maggio («Finalmente una proposta francese per l’Europa!»), Le Monde ha osservato che la presunta svolta del Presidente francese «sarà credibile soltanto se Hollande rimetterà in sesto la Francia». Naturalmente rimettere in sesto la Francia non può avere altro significato se non quello di attuare le temute «riforme strutturali» idonee a innalzare la produttività sistemica del Capitalismo d’Oltralpe, ormai da diversi lustri azzoppato da non poche magagne sistemiche: rigidità nel mercato del lavoro, spesa pubblica improduttiva, welfare sempre meno sostenibile, e così via. Naturalmente i problemi appena elencati devono sempre venir considerati in rapporto a quanto accade nella struttura sociale dei Paesi competitori nel corso del tempo, così che, ad esempio, un mercato del lavoro nazionale che preso in sé appare molto flessibile, mostra invece tutta la sua scarsa competitività non appena lo si confronta con il mercato del lavoro degli immediati concorrenti. In ogni caso, a decidere in ultima analisi della bontà di un sistema economico è sempre la redditività dell’investimento, ossia la bronzea legge del profitto. Ora, non appena si mettono a confronto le strutture sociali di Francia e Germania, facilmente viene fuori il gap sistemico tra i due Paesi, il quale ha raggiunto la massa critica sufficiente a produrre conseguenze politiche di vasta portata, in parte già visibili e registrate dagli analisti nella rubrica crisi del progetto europeo.

Die Welt (17 maggio) ha gettato molta acqua sul fuoco degli entusiasmi “europeisti” dei francesi, notando che «la cosiddetta offensiva [di Hollande] contiene essenzialmente misure che il suo predecessore aveva già presentato», compresa la proposta (peraltro di invenzione tremontiana) delle obbligazioni europee (eurobond), a cui lo scialbo Presidente francese ha solo cambiato nome, forse nella speranza, abbastanza infondata, di bypassare l’opposizione dei tedeschi, i quali, com’è noto, non amano essere presi per il naso: la ritorsione tedesca è sempre in agguato… Die Welt ha malignamente fatto osservare che il Presidente socialista attacca «l’austerity tedesca non soltanto per motivi ideologici ma anche come mossa tattica», ossia per far ingoiare ai francesi il rospo dei sacrifici connessi alla necessaria «riforma strutturale», per molti aspetti simile a quella implementata dal socialdemocratico Schröder (Agenda 2010) dieci anni fa.

figaro-29042013Ma buttando avanti la palla dell’integrazione politica europea Hollande probabilmente intende anche prepararsi il terreno per scelte sovraniste da addebitare alla «tetragona ed egoista» Germania, la quale, dal canto suo, non concepisce altra integrazione europea che non abbia il volto di un’Europa germanizzata. Gli interessi nazionali di tutti i protagonisti della guerra sistemica europea ancora una volta hanno la meglio su qualsivoglia chimera europeista. Non potrebbe essere diversamente.

Come ho scritto altrove, la Germania sarebbe anche disposta a travasare una parte della propria ricchezza verso Sud, a favore del Mezzogiorno europeo, non fosse altro che per non deprimere un mercato che sorride al Made in Germany; ma mostra di volerlo fare a precise condizioni, ossia che il processo di germanizzazione dell’Europa subisca un’accelerazione. La struttura dell’euro avvantaggia la Germania perché senza questa premessa la classe dominante tedesca non avrebbe mai accettato di entrare nell’eurozona, e molto probabilmente non ci sarebbe stata alcuna moneta unica europea. I nodi di una divisa non radicata in una precisa sovranità nazionale necessariamente dovevano venire al pettine, investendo brutalmente la dimensione del politico. Il “proditorio” attacco monetario giapponese al capitalismo mondiale deciso dal primo ministro Shinzo Abe ha reso ancora più evidente la contraddizione “strutturale” che rende fragile l’area dell’euro.

«Non c’è nessun motore franco-tedesco», ha sentenziato qualche giorno fa Lucio Caracciolo; a ben considerare il «motore franco-tedesco» non è mai esistito, è stato un mito teso a celare la dimensione antagonista degli interessi nazionali che fanno capo a Francia e Germania.

Dalla mia prospettiva l’Unione Europea appare non più che un coacervo di interessi, economici e politici, che fanno capo ai vari Paesi che ne fanno parte, soprattutto a quelli più forti, ossia a Germania, Francia e Inghilterra. L’«europeismo» di questi Paesi regge nella misura in cui l’Unione apporta loro dei benefici, anche alla luce della sempre più difficile competizione capitalistica mondiale (fare “massa critica” nei confronti degli Stati Uniti, del Giappone, della Cina, ecc.). L’Europa delle nazioni, contrapposta alla «Patria Europea», non è solo il sogno dei neogollisti, ma è soprattutto la descrizione della realtà. La storica tensione franco-tedesca non ha mai abbandonato la scena, e non ha smesso di agire nel corso degli ultimi decenni appena celata da un sottilissimo strato di ideologia “europeista”, che si è lacerato al contatto con la prima seria crisi economico-sociale.

-È quello che non ha capito – non può capirlo, non a causa di un deficit di intelligenza, bensì in grazia di un deficit di “materialismo storico” – Barbara Spinelli, la quale legge l’attuale guerra sistemica che scuote l’Unione europea alla stregua di una «convulsa scempiaggine della sua politica», e che per questo invoca un ritorno agli ideali di Adenauer e di Kohl, ovvero uno «Scisma», affinché ritorni il primato della politica sull’economia nelle scelte che decideranno il destino del Vecchio Continente.  «Non resta quindi che lo Scisma: la costruzione di un’altra Europa, che parta dal basso più che dai governi … Il Papato economico va sovvertito opponendogli una fede politica. Solo così la religione dominante s’infrangerà, e Berlino dovrà scegliere: o l’Europa tedesca o la Germania europea, o l’egemonia o la parità fra Stati membri … Occorre l’auto-sovversione di Lutero, quando scrisse le sue 95 tesi e disse, secondo alcuni: “Qui sto diritto. Non posso fare altrimenti. Che Dio mi aiuti, amen”» (Qua ci vuole Martin Lutero, La Repubblica, 17 maggio 2013). Non nego che l’articolo della Spinelli ha fatto nascere in me l’esigenza di qualche gesto scaramantico. Probamente anch’io difetto di “materialismo storico”!

«In realtà l’economia stessa è diventata una specie di religione», sostiene il giovane e brillante economista Tomáš Sedláček nel suo saggio di successo Economia del bene e del male: «Ci dice cosa fare, cosa pensare, chi siamo, come trovare un senso alla nostra vita, come relazionarci agli altri e su quali principi la società si regge». Naturalmente a Sedláček questo non va bene: secondo lui l’economia dovrebbe essere più umana, e per raggiungere questo ambizioso obiettivo «c’è bisogno di una rivoluzione etica». Ma il significato di questa «rivoluzione» è svelato da questo passo: «Dobbiamo essere competitivi per reggere il passo della Cina e di altri mercati emergenti. Abbiamo scelto l’austerity nel momento meno opportuno» (Basta con il feticismo economico, Intervista di Tomáš Sedláček a Presseurop, 15 maggio 2013). Qualcuno mi può spiegare come si “coniuga” l’umano con la competitività capitalistica? Misteri del feticismo economico!

FRANCIA E GERMANIA AI FERRI CORTI. Il punto sulla guerra in Europa

hollande-versione-napoleone-213129Giusto un anno fa Hubert Védrine invitava caldamente i suoi compatrioti a farla finita con la «chimera», sempre meno sostenibile, della grandeur e immergersi con coraggio nel bagno del realismo. «Non esiste una missione della Francia. L’idea di una nostra missione speciale è retorica, serve per alimentare un credo di cui la gente ha bisogno. Noi coltiviamo sempre questa tendenza alla chimera, ma oggi la Francia non è più un paese determinante. So bene che questo punto di vista non è molto rappresentativo dell’opinione prevalente tra i miei compatrioti, ma non possiamo negare la verità. Se non guardiamo alle cose come sono, non riusciremo a orientarci in questo mondo» (H. Védrine, Finiamola con la missione universale, Limes, 5 giugno 2012).

Per molti versi le parole dell’intellettuale e politico francese ricordano il dibattito che negli anni Trenta attraversò l’intellighenzia e la politica d’Oltralpe circa «la missione universale della Francia» nel nuovo mondo creato dalla devastante crisi economico-sociale di quegli anni e dal consolidamento delle nuove potenze mondiali: Stati Uniti, Russia, Giappone. Anche allora la Germania, pur sconfitta nel primo macello mondiale e pur sconvolta dal terremoto sociale postbellico, funzionò per la Francia come imbarazzante termine di confronto per illuminare le proprie contraddizioni e i propri limiti strutturali e sistemici. Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, Il Saggiatore). Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale i conti non tornavano.

prLa Francia ha perso il confronto sistemico con la Germania che va avanti, sotto la miseranda copertura del «progetto europeista», dalla fine della Seconda guerra mondiale, e la sua perdita di peso sul mercato mondiale, la sua crisi economico-sociale che rischia di farla scivolare verso Sud, verso la periferia dell’Euro, sono fatti che non possono più essere nascosti dietro il sempre più fantomatico asse franco-tedesco. Alla fine la potenza capitalistica tedesca ha avuto la meglio su tutte le illusioni europeiste e su tutti i calcoli politici fatti a tavolino a Parigi, a Berlino e a Bruxelles. Per dirla con il filosofo, la volontà di potenza del Capitale (non importa in quale guisa nazionale) trova sempre il modo di affermarsi.

I sondaggi di opinione pubblicati in Francia in questi giorni attestano il disastro politico di Hollande e del suo partito. Solo il raid aereo in Mali di inizio anno riuscì a dare un po’ di ossigeno alla sempre più asfittica popolarità del Presidente progressista. «La grandeur è una merce che si vende ancora bene a Parigi», scrivevo il 15 gennaio 2013: «Nel suo editoriale di ieri Libération faceva notare come nella Quinta Repubblica la guerra sia sempre stata una buona notizia per l’Eliseo, ed è un fatto che dopo l’intervento armato in Mali la destra di Marine Le Pen, in guerra contro il governo Hollande sui «temi eticamente sensibili», ha smorzato di molto i toni della sua polemica “passatista”. L’effetto di ricompattamento nazionalistico sotto il tricolore francese è stato immediato, e almeno per adesso sembra poter resistere alle prime cattive notizie che arrivano dal teatro di guerra. Dopo lo scorso venerdì lo scialbo Hollande sembra meno insulso, a dimostrazione che anche nel XXI secolo l’uso della forza ha un certo appeal» (Grandeur francese e mutismo pacifista). Ma per rimanere a galla il Presidente socialista non può certo bombardare mezzo mondo!

15569Tuttavia, come scriveva Riccardo Pennisi su Limes (26 febbraio 2013), «La gravità della situazione attuale sembra portare il presidente, più che sulla scia dell’unico e mitico predecessore socialista, François Mitterrand, su quella del generale Charles de Gaulle». Questo anche perché Hollande sta cercando di sfruttare al massimo tutte «le prerogative che rendono il capo dello Stato francese arbitro supremo della vita politica del paese», per preparare il terreno alla necessaria politica dei sacrifici. Il decisionismo, evidentemente, non è mai abbastanza.

Il tentativo di attribuire all’«intransigenza egoista» di Angela Merkel, come recita il famigerato documento del partito socialista francese reso pubblico il 26 aprile, i fallimenti economici e politici della Francia è a sua volta miseramente fallito.  «Non c’è niente di più irresponsabile che trasformare Angela Merkel e la politica estera della Germania in un capro espiatorio per le difficoltà del nostro paese», ha scritto Le Figaro del 29 aprile, e secondo Le Monde «questo giochino non è soltanto infantile, ma anche molto pericoloso». Il tedesco Der Spiegel ha scritto, sempre il 29 aprile, che «A un anno dall’inizio della sua presidenza i rapporti tra Francia e Germania si sono deteriorati più di quanto pensassero i pessimisti nei due paesi. Berlino e Parigi sono in disaccordo su tutte le decisioni politiche per superare la crisi». È illusorio, oltre che ridicolo, credere che la Germania possa azzoppare la propria capacità capitalistica, come di fatto chiedono a Berlino Hollande e gli atri leader del Mezzogiorno europeo, solo per consentire alla Francia e agli altri paesi in crisi di non porre mano alle dolorose «riforme strutturali» che rischiano di colpire lucrose rendite di posizione e di scatenare vasti movimenti di opposizione sociale.

La guerra sistemica europea non è un pranzo di gala, e il rancido dibattito tra cosiddetti «rigoristi» e cosiddetti «sviluppisti» non riesce più a celare la vera posta in palio (l’egemonia economico-politica in Europa), né la natura sociale (capitalistica) degli interessi che oppongono i diversi paesi dell’Unione europea. Rispetto a questi interessi le classi dominate del Vecchio Continente hanno tutto da perdere e niente da guadagnare.