FERMATE IL MONDO, VOGLIO SCENDERE!

Non ci sono zone di sosta sulle grandi strade della nostra civiltà: tutti devono continuare a correre (Max Horkheimer, Eclisse della ragione).

Breve ma interessante riflessione di Angelo Panebianco sulla “condizione umana” della gente in tempi di feroce crisi economico-sociale. Vediamola: «Quando un sistema sociale complesso entra in “avaria” si è costretti a constatare che i potenti della terra sono impotenti di fronte alla crisi, non sono capaci di risolverla. Molte istituzioni si inceppano, gli automatismi sociali saltano, il disordine cresce» (A. Panebianco, Il rischio di semplificare in tempo di crisi, Sette del Corriere della Sera, 22 06 2012). È a questo punto che nella società si affaccia l’inquietante, ma “umanissimo”, bisogno di «riportare la società a un livello di complessità inferiore … Sfortunatamente, solo una dose massiccia di autoritarismo potrebbe riuscirci. È questo il vero pericolo: più a lungo dura la crisi, più cresce il numero di coloro che sono disposti a rinunciare alla libertà in cambio di una drastica rinuncia alla complessità sociale».

Cerchiamo di mettere in relazione la (supposta) libertà degli individui (privi di reale individualità) con la complessità sociale. In realtà noi ci muoviamo all’interno di una sfera delle possibilità assai angusta, claustrofobica, oserei dire, nel cui seno le scelte fondamentali che ci riguardano non stanno nelle nostre mani, né, in ultima analisi e come scrive Panebianco, in quelle degli stessi «potenti della terra», bensì nelle mani di potenze sociali che noi subiamo, dall’esterno e dall’interno. Dinanzi a esse persino «i potenti della terra» devono confessare la loro impotenza. Qui il concetto di cieco destino assume tutta la sua pregnanza storica, sociale e filosofica.

La crisi economico-sociale non crea nulla di qualitativamente nuovo, ma rende piuttosto visibile la disumana normalità del Dominio sociale. Questa normalità testimonia contro la nostra libertà e contro la nostra individualità, tanto più negate quanto più l’ideologia della libertà e dell’individualità si fa obesa, grazie anche ai corifei del sistema sociale capitalistico, soprattutto nella sua configurazione politico-istituzionale democratica, e al marketing: «Tutto intorno a te». Nel senso che la brama di profitto del Capitale ci assedia da tutte le parti! La formula stereotipata del «diktat dei mercati» ha senso solo come metafora delle impersonali esigenze totalitarie del meccanismo economico.

«L’uomo moderno rivela una tendenza autoritaria a conformare il proprio pensiero e comportamento a norme che gli vengono proposte dall’esterno … Nonostante tutta la  loro attività, gli uomini diventano più passivi, nonostante tutto il loro potere sulla natura diventano più impotenti rispetto alla società e a se stessi. La società si muove spontaneamente in direzione dello stato di atomizzazione delle masse auspicato dai dittatori» (M. Horkheimer, La società di transizione). È su questo “materiale umano”, preparato nei periodi di “pace sociale” e di espansione economica, che lavorano demagoghi e dittatori. Anche Freud mise in guardia dalla «moltitudine priva di volontà», «incapace di vivere senza un padrone» (S. Freud, Psicologia di massa e analisi dell’Io). Esagerazioni? Non credo. La stessa idea dell’“avaria” del sistema sociale, con relativo inceppamento degli «automatismi sociali», proposta da Panebianco evoca, “oggettivamente”, la condizione di radicale illibertà e disumanità (le due facce della stessa medaglia) qui sostenuta.

Nella società classista e gregaria la Volontà assume la consistenza di una potenza che ci s’impone dall’esterno, fino a conquistare ogni nostra fibra “psicosomatica”, così da poterci dominare anche dall’interno. Di più, nella Società-Mondo del XXI secolo la stessa distinzione fra un fuori e un dentro in relazione alla prassi del Dominio vacilla, fino a perdere qualsiasi reale significato. La coazione a ripetere del Dominio sociale si fa reale e totale, e la teoria critico-radicale deve solo adeguarsi all’oggettività delle cose.

Come scriveva Sismonde De Sismondi già nel 1827 (Nuovi Principi dell’Economia Politica), ossia nel momento in cui il progresso industriale iniziò a mostrare alla società borghese la faccia impresentabile della medaglia chiamata Civiltà, «I nostri occhi si sono talmente assuefatti a questa nuova organizzazione della società, a questa concorrenza universale, che ormai non concepiamo altro sistema di vita». Il Dominio è così vicino in noi, di più: è così radicato in noi che non riusciamo più a vederlo per differenza, mentre lo avvertiamo come sofferenza.

Quando la crisi precipita il mondo nel caos, negli individui atomizzati e massificati si fa strada il bisogno dell’ordine: come il bambino disorientato e impaurito, la «moltitudine priva di volontà» inizia a cercare la sicura e virile mano paterna. Il principio dell’ordine che è nelle cose (nei rapporti sociali e nella prassi del Dominio) deve incarnarsi in un Sovrano visibile che possa rassicurare l’inquieto bambino. La mediazione fra potere materiale e potere politico deve restringersi e, al contempo, radicalizzarsi fino all’estremo della personalizzazione: mentre la realtà attesta l’assoluta preminenza dei «fattori materiali» nella vita degli individui nella società disumanizzata, l’ideologia deve mostrare l’uomo al comando in grado di piegare a fini umani (o, quantomeno, razionali) le «cieche forze del mercato». Al culmine della propria astrazione, il Dominio deve farsi carne e sangue. In fondo, la stessa retorica del «sangue e suolo», messa a suo tempo al servizio delle più moderne e potenti forze industriali, s’inscrive in quella ricerca della semplificazione denunciata da Panebianco.

Insomma, più che sulla complessità del sistema sociale, il focus della riflessione critica dovrebbe piuttosto essere la disumanità di quel sistema, ossia la prassi che ci rende tutti non-liberi e non-individui, se non come menzogna ideologica e come illusione. Più che semplificato, il mondo va innanzitutto umanizzato. Il risvolto dialettico della crisi economico-sociale è che essa rende accessibile al pensiero la verità della regola. Si tratta di non cedere alla tentazione delle semplificazioni concettuali in vista di risultati politici hic et nunc: il realismo, infatti, premia solo la – cattiva – realtà.

QUANDO L’ANGELO SFIDA IL DOMINIO

Ringrazio di cuore Daniela Pecorino per la sua bella recensione pubblicata su Dietro le Quinte:


È appena uscito l’ultimo saggio di Sebastiano Isaia, già autore di “Tutto sotto il cielo”, studio dedicato alla genesi storico-sociale dell’eccezionale successo cinese ottenuto sul fronte della competizione capitalistica globale. “L’Angelo Nero sfida il Dominio”, come recita il titolo del suo nuovo libro, ha un taglio decisamente politico-filosofico, a differenza del precedente, più storico e sociologico; basta citare la quarta di copertina per capirlo: «Politica, Sovranità, Legalità, Diritto, Libertà, Legittimità, Violenza, Nemico, Civiltà: come si “declinano” questi fondamentali concetti nella Società-Mondo del XXI secolo? D’altra parte, la crisi sociale epocale nella quale siamo immersi ha generato una serie di “inaspettati ritorni” (basti pensare al “ritorno dello Stato-Nazione” nel cuore stesso della Vecchia Europa, o al ritorno della “Rivoluzione” nei paesi arabi) che meritano una lettura non superficiale né di mera contingenza. È quanto si propone di fare questo saggio».

Argomenti abbastanza tosti, come si vede, certamente non di agevole approccio né di facile lettura, ma che l’autore ha avuto il merito di semplificare senza tuttavia scadere nella volgarizzazione e nella banalizzazione. Infatti, nonostante la serietà e la complessità degli argomenti trattati (basti pensare a un concetto come “la radicalità del Male”, sviluppato in polemica con le note tesi di Hannah Arendt), il saggio esibisce una trama discorsiva assai intrigante, e a tratti davvero brillante. A prescindere da come la si pensi nel merito delle tesi che l’autore vi sostiene, a questo libro non si può certo rimproverare né un difetto di tempestività né la mancanza di respiro (storico, sociologico, politico) nel modo in cui approccia temi che effettivamente sembravano essere usciti definitivamente dal nostro orizzonte di Civiltà, e che sono invece tornati prepotentemente alla ribalta.

Come sembrano lontani gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la “fine della storia”! Lungi dall’aver tirato le cuoia, sostiene Isaia, la storia ha piuttosto accelerato il suo passo, e rischia di imboccare sentieri che potrebbero trascinarci nel baratro di orrori sociali che, sbagliando, pensiamo siano del tutto fuori dalla nostra portata. Questo perché, egli scrive, il Male non è solo e principalmente “banale”, ma è anche e soprattutto “radicale”, ossia saldamente ancorato alle fondamenta della nostra società.

E a chi gli rimprovera una certa dose di pessimismo, Isaia risponde che “pessima è la realtà”. È fuor di dubbio poi che la crisi economico-sociale che sta investendo il Pianeta, a partire dalle sue punte più avanzate (il Vecchio Continente e gli Stati Uniti) «ha generato una serie di inaspettati ritorni», per dirla con l’autore, che hanno spiazzato non poco la politica, la scienza sociale e la stessa religione ufficiale. La diffusione di “religioni fai da te”, come non smette di denunciare Benedetto XVI, e di sentimenti “antipolitici”, come denuncia con sempre più inquietudine la leadership politica Occidentale, è parte di quella crisi esistenziale già messa sotto i riflettori da Oriana Fallaci, e solo per questo inchiodata alla croce del politicamente corretto. «Si avverte perciò il bisogno – scrive Isaia – di trovare, nel caotico dipanarsi degli eventi che rigano la Società-Mondo di questo inizio secolo, un filo conduttore che non annulli la complessità del tutto, ma che la renda almeno intellegibile e, soprattutto, permeabile alla critica».

Questo è almeno l’ambizioso tentativo dell’Angelo Nero, il quale, se capiamo bene, non sfida il Demonio per conto di Dio, ma il Dominio, per conto di un Uomo ancora di là da venire. La cosa suona anche bene. Purché non ne venga fuori una nuova religione! Una curiosità: l’Angelo Nero è il solo Angelo che non fa miracoli, ma li chiede agli uomini di questo tempo così travagliato. Abbiamo insomma a che fare con un Angelo molto particolare, persino “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche. D’altra parte, anche la nostra epoca è alquanto originale, nel bene (pochino) come nel male (molto, secondo l’autore).

Daniela Pecorino


L’Angelo Nero sfida il Dominio è disponibile online – clicca qui

CERCASI DISPERATAMENTE L’ES

Per spiegare al suo «interlocutore imparziale» la differenza che corre tra l’Io e l’Es, Freud ricorre alla seguente analogia bellica: «Pensi un po’ alla differenza fra il fronte e l’interno del paese, durante la guerra. Allora non ci meravigliammo affatto che al fronte le cose andassero diversamente che all’interno, e che all’interno fossero permesse cose che al fronte dovevano invece sembrare vietate. L’influenza determinante era naturalmente la prossimità del nemico; per la vita psichica essa è la prossimità del mondo esterno» (Il problema dell’analisi condotta da non medici, 1926).

La rilettura, dopo alcuni anni, di questo passo, tratto peraltro da uno scritto freudiano assai interessante (soprattutto per i «profani» di cose psicoanalitiche), mi ha nuovamente fatto venire in mente quanto ebbe ad obiettare Hitler a chi, negli ultimi e terribili giorni del bunker berlinese, gli implorava di arrendersi agli americani, almeno per salvare i civili superstiti. Con la solita brutale franchezza, l’ex führer del popolo tedesco rispose che «in questa guerra non ci sono civili». In effetti, soprattutto i micidiali bombardamenti aerei delle città avevano fatto crollare la distinzione, che durante la Grande Guerra aveva retto abbastanza, tra un fronte esterno, lungo il quale si combattevano gli eserciti nemici, e l’interno dei paesi coinvolti nel conflitto. Nella seconda guerra mondiale il mondo diventò all’istante un solo, enorme fronte grondante sangue. Giustamente si ricorso alla definizione di guerra totale, e solo ai vincitori fu dato il privilegio di stendere un velo pietoso sui propri «crimini di guerra».

Ma veniamo a Freud. Nella società globale (nell’accezione più larga e sociale del termine) del XXI secolo regge ancora la distinzione fra l’Io e l’Es prospettata dal grande studioso della psiche nella seconda parte degli anni Venti? Personalmente penso di no, e ho il sospetto che già allora essa mostrasse qualche importante limite. Quando la prassi sociale degli individui (a cominciare dalle attività che, in maniera diretta o mediata, ruotano intorno alla produzione, distribuzione e consumo delle merci «materiali» e «immateriali») si espande continuamente, fino a saturare ogni più piccolo spazio esistenziale, che fine fa la classica distinzione fra Super-Io, Io ed Es? All’obesità e bulimia del principio di realtà, non deve necessariamente seguire l’anoressia dell’Io? E quali modifiche di funzione subisce il principio di piacere quando la società è presa nella tenaglia dei bisogni prodotti e soddisfatti industrialmente (non si parla, forse, anche di «Industria Culturale»?), a ritmi sempre più stakanovisti? «L’obeso, aumenta di peso», cantava Gaber. E nella metaforica massa grassa il rachitico individuo appare sempre più prigioniero dei suoi bisogni. Bisogni sociali, non genericamente e banalmente «artificiali»: mai la merce sfamerà un uomo!

Forse «l’individuo civile socialmente adattato» di cui parlava Freud è diventato un campo di battaglia che non conosce esterno e interno. Probabilmente il nemico è dappertutto, e si respira come l’aria.