ES IST DER KAPITALISMUS, SCHÖNHEIT!

merkel-profughi-706734Chiunque abbia avuto a che fare per motivi di lavoro con gli organismi americani preposti ai controlli degli standard sanitari, ambientali e di sicurezza sa bene quanto stringenti e pignoli (a volte fino al parossismo!) siano questi controlli. Ricordo che nel porto di Los Angeles, forse correva l’anno 2002, la nave nella quale lavoravo beccò una lunghissima sequela di salatissime multe che sanzionavano magagne d’ogni genere: troppo caldo in sala macchine, troppo fumo in cucina, troppo freddo in coperta, troppo sporco negli alloggi e via di seguito. Ebbene, la nave venne multata anche perché un recipiente posto appena fuori dalla cucina adibito alla raccolta dell’immondizia (beninteso previa oculatissima differenziazione da parte del personale di bordo) non si trovava al posto giusto: distava infatti di un metro (dicasi un metro!) rispetto al punto previsto dai controllori americani – non mi si chieda in base a quale sofisticato criterio. Cose dell’altro mondo, puro terrorismo psicologico, soprattutto per uno abituato ai più rilassati, diciamo così, standard capitalistici della Magna Grecia.

Naturalmente l’ossessivo perfezionismo americano risponde a precise esigenze economiche (e sociali in genere): si tratta di un’ormai ben consolidata e continuamente aggiornata politica industriale che coinvolge tutta l’economia che si dipana sotto il cielo degli Stati Uniti, e che vede mobilita militarmente e capillarmente l’intera piramide del sistema americano preposto al controllo delle attività, delle persone e dei prodotti. Va da sé che la cosa non ha mai impedito “illegalità” e furbizie economiche d’ogni genere, come sappiamo anche dalla “scandalosa” vicenda dei titoli spazzatura scoppiata nel 2007*; la politica particolarmente stringente e assai severa dal lato penale in materia di “correttezza” nelle prassi economiche serve piuttosto ad innalzare lo standard di qualità complessivo della società americana (il cosiddetto orgware), che non a caso si colloca ancora al vertice del sistema capitalistico mondiale. «È un paradosso che dirigenti, azionisti e lavoratori non devono mai dimenticare: il capitalismo Usa adora il libero mercato, ma punisce severamente deviazioni dalle norme etiche, professionali e legali. Il patto non implicito tra il governo Usa e le società è: vi lasciamo in pace, anzi, vi aiutiamo con sgravi fiscali, regole leggere e poca interferenza, ma quando fate un errore vi schiacciamo come un insetto. D’altra parte, la sinistra dice che le punizioni non sono dure abbastanza. La grande critica del governo Obama tra i benpensanti democratici è di non aver messo nessuno dei capi di Wall Street in prigione dopo la crisi del 2008-2009» (F. Guerrera, La Stampa, 24 settembre 2015). Si sa, i benpensanti sinistrorsi si distinguono dappertutto quanto a giustizialismo populista: il loro modello penale è la Cina.

Com’è noto, la sicurezza sul posto di lavoro (secondo lo standard internazionale del Safety First) e il rispetto ambientale delle «attività antropiche» (secondo lo standard internazionale Anti-pollution) sono già da tempo entrate a pieno titolo nelle aggressive strategie concorrenziali delle grandi imprese multinazionali tecnologicamente più avanzate del pianeta: infatti, attraverso le politiche aziendali “rispettose” della sicurezza e dell’ambiente il grande Capitale mette fuori mercato la media e la piccola impresa, ma anche la stessa grande impresa che non riesce a tenere il passo con quelle aggressive e costose politiche “eticamente corrette”. Standard qualitativi e concentrazione capitalistica sono due facce della stessa medaglia**. Sul terreno della competizione capitalistica globale anche le benemerite Organizzazioni Non Governative dedite alla salvezza del pianeta stanno dando un notevole contributo.

«Nonostante gli sforzi la Volkswagen negli Usa continua a faticare rispetto alla concorrenza. Da gennaio ad agosto ha immatricolato 238 mila veicoli, il 2.7% in meno di un anno fa. L’apertura dello stabilimento di Chattanooga con un investimento di un miliardo di dollari non ha prodotto gli effetti sperati: l’obiettivo di un milione di automobili l’anno entro il 2018 appare lontano» (Il Sole 24 Ore). Evidentemente il management della casa automobilistica tedesca oggi nell’occhio del ciclone ha cercato di dare un “aiutino” alla capacità concorrenziale del suo prodotto, «anche per salvare posti di lavoro» (non solo in Germania): «Es ist der Kapitalismus, Schönheit!». Il Capitale statunitense ha risposto per le rime: «Exactly!».

In attesa di ritornare sulla scottante questione, rinvio a un interessante articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.

Post Scriptum: Il lettore forse si aspettava che scrivessi qualcosa sull’orgoglio ferito della Cancelliera di Ferro («oggi di plastica!») e sulla spocchia/ipocrisia dei tedeschi che si rivelano essere «poco affidabili esattamente come gli italiani e i greci». Per il livore antitedesco rimando agli specialisti della materia, che in Italia abbondano a “destra” come a “sinistra”. Piuttosto sarà interessante vedere come reagiranno i politici tedeschi e il “popolo” tedesco a questa battaglia persa in modo così rovinoso e umiliante. La guerra sistemica comunque continua, e pare che a Berlino si stanno studiando contromisure e ritorsioni “a 360 gradi”. Non solo contro gli Stati Uniti. Es ist der Kapitalismus, Schönheit!

2015-09-22T175023Z_133044446_LR2EB9M1DJP6B_RTRMADP_3_USA-VOLKSWAGEN-keOE-U43120121429624CH-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443* «Nella drammatica vicenda che ha coinvolto Volkswagen e rischia di trascinare nello scandalo altri marchi, c’è paradossalmente un lato positivo. Una speranza perlomeno. Per andare oltre le inevitabili e incalcolabili ripercussioni economiche e industriali dell’intero comparto automobilistico (è prevedibile che crolleranno le vendite dei motori diesel messi così grossolanamente sotto accusa), i maggiori governi europei dovrebbero oggi più che mai fare un sforzo definitivo, serio e soprattutto comune, per dare una spinta alla diffusione delle auto ibride ed elettriche. Quasi tutte le case automobilistiche hanno nella loro gamma vetture a batterie. Le ibride, supportate dal motore termico, hanno vita più facile e si stanno conquistando una loro nicchia di mercato (Toyota docet). Le elettriche pure, quelle veramente a emissioni zero allo scarico, restano praticamente invendute. Mancano le infrastrutture e sufficienti incentivi economici all’acquisto (se si fa eccezione per alcuni Paesi del Nord Europa, la Norvegia prima tra tutti). Ma l’industria è tecnologicamente pronta per dare una svolta concreta alla mobilità nel giro di tre-cinque anni. Ed è pronta anche Volkswagen, come aveva annunciato l’ex CEO Martin Winterkorn prima del terremoto. Non basta? In occasione del recente salone di Francoforte, il grande capo di Mercedes, Dieter Zetsche, ha dichiarato : «Sono disponibile a creare un’alleanza con Audi e Bmw per le batterie delle auto elettriche». Che possa essere davvero questa la via di fuga dell’industria automobilistica europea messa all’indice dagli americani? Come sempre la risposta è nelle mani, speriamo non inquinate, della politica» (M. Donelli, Il Corriere della Sera, 24 settembre 2015 ). Su questi temi rimando a Industria automobilistica e competizione capitalistica totale.

** Per Federico Fubini «Le somiglianze tra la crisi dei subprime del 2007-2008 e Lehman Brothers e lo scandalo Volkswagen sono impressionanti. Volkswagen realizza vendite per oltre 200 miliardi di euro l’anno, è il più grande investitore al mondo in ricerca e sviluppo, assicura in Germania 600 mila posti di lavoro diretti (più milioni di posti indiretti). Il settore auto pesa per 300 miliardi di euro di esportazioni, la prima voce del made in Germany. Anche Volkswagen è “too big to fail”, dunque il governo tedesco interverrà per salvarla: ma lo farà violando e forse demolendo le regole europee sugli aiuti di Stato, quelle che avevano rimesso un minimo d’ordine nel rapporto fra politica e imprese in Italia» (Il Corriere della Sera, 24 settembre 2015).

CRISI GRECA. PIÙ CHE PATHOS, PETHOS…

tsipras-merkel-schaeuble-688232Più che di Pathos, come titola oggi Il Manifesto a proposito della crisi greca, forse si dovrebbe parlare di Pethos, con rispetto parlando. Pare infatti che il piano fatto ingoiare stanotte dal Premier compagno Alexis Tsipras al Parlamento greco sia ancora più duro e “austerico” di quello rifiutato a fine giugno e allora giudicato inaccettabile dal «popolo greco». Secondo molti economisti liberisti-selvaggi il piano-Tsipras è talmente pesante sul versante fiscale, che qualora fosse accettato dai “poteri forti” europei e poi effettivamente implementato dal governo greco esso assicurerebbe alla Grecia anni di depressione economica. Mai prestare orecchio ai liberisti-selvaggi!

Come sempre il premio per la comicità involontaria tocca ai tifosi dell’attuale regime greco che militano nel noto “giornale comunista”: «Tsipras serra i ranghi di Syriza e nella notte chiede il sì del parlamento greco alla sua proposta prima dell’Eurogruppo di oggi. Atene resta con il fiato sospeso, la palla ora torna nel campo europeo, dove la mediazione di Hollande costringerà la Germania e i falchi a calare le carte sul debito». Già immagino Frau Merkel e il Kattiven Wolfgang Schäuble tremare al tavolo verde della trattativa. Molti sottovalutano la teutonica ironia del Super Ministro tedesco: Il ministro delle finanze tedesco, il falco Wolfgang Schäuble, non apprezza le ingerenze statunitensi e i consigli a stelle e strisce su come ristrutturare il debito greco. In una conferenza a cui prendeva parte anche il ministro francese delle finanze Michel Sapin, il tedesco ha gelato la platea con un intervento fra il serio e il faceto: “Ho detto al ministro delle finanze statunitense che noi accoglieremo nell’euro Portorico se loro accetteranno la Grecia nel sistema dollaro. Lui ha creduto che stessi scherzando”» (Euronews, 9 luglio 2015). Perché, non stava scherzando?

Riassumiamo: il «popolo greco» domenica ha votato No per produrre, con la sapiente mediazione del compagno Tsipras, gli effetti del Sì. Un successone per il «popolo greco» e per la sinistra mondiale – alla quale chi scrive è sempre stato estraneo, sia oltremodo chiaro! Insomma, per dirla con molti analisti politici, «tanto referendum per nulla». Per Federico Fubini l’orizzonte strategico (si fa per dire) del Premier greco è davvero striminzito: «Se non altro il suo obiettivo ormai è chiaro: quando arriva lunedì, essere ancora nell’euro. A che prezzo, e per quanto tempo, si vedrà» (Corriere della Sera). Martedì è un altro giorno, per mutuare la celebre battuta di un film-icona.

A proposito di «calare le carte»! Per Giuliano Ferrara si tratta di una “calata” di ben altro genere. «Non Podemos», gongola l’Elefantino dal Foglio; «no we can’t»: «Exit baby pensioni, exit iva speciale, exit mostruosa presenza dello stato nell’economia. L’esito forse fausto del negoziato sulla linea Grexit si chiama calata di brache per Tsipras. Cercasi uscita dignitosa per la brigata Kalimera». Sarà vero? sarà falso? Non saprei dire. D’altra parte Il Foglio ragiona, esattamente come Il Manifesto e gran parte della pubblicistica di estrema sinistra, con la logica delle opposte tifoserie, e chi ha la ventura di non parteggiare per una delle squadre capitalistiche che si contendono la vittoria (la Grexit? più Europa? l’euro? la dracma?, le statalizzazioni? le liberalizzazioni? l’alleanza con la Russia e la Cina? una più stretta collaborazione con gli Stati Uniti?) passa per un elitario che non vuole sporcarsi le mani con la «politica concreta» e che, «oggettivamente», fa il gioco della squadra avversaria.

Per mandare giù il rospo, Dimitri Deliolanes  fa oggi professione di moroteismo democristiano: «È giunta per Ale­xis Tsi­pras l’ora della poli­tica di governo, delle mano­vre non lineari allo scopo di por­tare la Gre­cia fuori dalla camera a gas a cui l’hanno con­dan­nata, per due set­ti­mane almeno, Schäu­ble e Dijs­sel­bloem. Il pre­mier mano­vra avendo il  soste­gno di un paese vivace e orgo­glioso, consapevole della sua forza ma anche dei suoi limiti. Per risol­vere il pro­blema subito, da lunedì» (Il Manifesto). Le «manovre non lineari» di Deliolanes suonano un po’ come le «convergenze parallele» di Aldo Moro. Vedremo fino a che punto resisterà la dottrina delle «manovre non lineari»; d’altra parte, la sinistra europea solo dopo decenni capisce (se lo capisce!) di aver detto e scritto assolute castronerie politiche su diverse e non secondarie questioni.

Detto per inciso, anche la sinistra di Syriza per adesso mostra di accettare, sebbene obtorto collo, la dottrina delle «manovre non lineari»; vedremo se martedì la fronda interna cavalcherà una nuova dottrina. «Abbiamo detto ad Alexis», dice  Stathis Kouvelakis, uno dei leader della Piattaforma di Sinistra, «che non possiamo accettare quello che di fatto è un terzo memorandum della Troika. Non siamo i socialisti e neppure Samaras. Non è giusto rinunciare ai punti fermi dell’accordo che firmammo a Salonicco prima delle elezioni» (Corriere della Sera). Certo, dopo tutto quel parlare di insuperabili «linee rosse»…  Le linee rosse si sono alla fine rotte o si sono fatte semplicemente «non lineari»? Mistero della Dea Dialettica!

Scrive Matteo Faini: «Quale che sia la nostra opinione sulla bontà delle proposte politiche del premier greco, in quanto a capacità negoziale questi si è rivelato un dilettante allo sbaraglio. Il primo ministro greco ha sbagliato tutto. Indire il referendum senza prima minacciare di farlo gli ha precluso la possibilità di ottenere un’offerta migliore dai creditori internazionali. A meno che non si trovi una soluzione all’ultimo minuto, a pagare le conseguenze della sua insipienza sarà in prima misura il popolo greco, in seconda battuta il resto d’Europa» (Limes, 9 luglio 2015). Dilettante allo sbaraglio o cinico genio della realpolitik («Tra una solu­zione brutta e una catastro­fica, biso­gna sce­gliere la prima»: ma va?), Yanis Varoufakis o Euclide Tsakalotos, “marxista irregolare” e cool o “marxista realista” che «porta le giacche di velluto stazzonate e i jeans tipici della sinistra» (ho sempre odiato il look ricercatamente scialbo della sinistra!), governo di “sinistra” o governo di “destra”: in ogni caso il «popolo greco» è chiamato dalle classi dominanti nazionali e internazionali a versare lacrime e sangue sull’altare della necessaria modernizzazione capitalistica del Paese.

L’ho sostenuto fino alla nausea: occorre uscire dallo schema borghese della scelta democratica dell’albero a cui impiccarsi. Come? Rifiutando l’orizzonte del cosiddetto bene comune nazionale (o sovranazionale: la Patria Europea di Jürgen Habermas e compagni, tanto per capirci), svegliandoci dall’ipnosi patriottica e democratica, passando dalle illusioni e dalle frustrazioni (nonché da un certo vittimismo meridionalista che personalmente, in quanto cittadino della Magna Grecia, conosco benissimo) a una più adeguata interpretazione dei fatti, con quel che ne segue, o potrebbe sperabilmente seguirne, sul piano politico. Ovviamente si tratta solo di un difficile inizio; ma se non iniziamo mai…

Gli “anticapitalisti” del genere di quelli che augurano alla Grecia un futuro chavista (sic!) o comunque socialsovranista (risic!) da decenni non fanno che portare acqua al mulino di questa o quella fazione borghese nazionale e mondiale. Per molti “rivoluzionari” sviluppare una mentalità da mosca cocchiera è un’assoluta priorità esistenziale, prima ancora che politica. Contenti loro! D’altra parte, chi sono io per, ecc., ecc., ecc.

Scrive Jacques Sapir: «Diciamo subito, c’è una cosa che terrorizza totalmente i leader europei: che la Grecia possa dimostrare che c’è vita fuori dell’Euro». Non c’è dubbio: fuori dell’Euro e dell’Unione Europea c’è vita, vita capitalistica. Per trovare vita umana bisogna invece uscire dal capitalismo. Vasto programma, come no!

Per adesso metto un punto. Domani è un altro giorno, si vedrà!

QUEL CHE RESTA DEL REFERENDUM

alexangela Il pezzo che segue è stato scritto ieri. Oggi aggiungo solo che, come scrivono il Wall Street Journal e il Financial Times, la crisi borsistica cinese, sintomo di sofferenze strutturali che probabilmente non tarderanno a manifestarsi in modi socialmente più devastanti («Ora che la bolla è lì lì per scoppiare, i piccoli investitori cinesi rischiano di perdere tutto, e il governo teme le conseguenze» (Il Foglio, 8 luglio 2015); il collasso borsistico di questi giorni a Shanghai e Shenzhen, dicevo, rischia di far apparire una ben misera cosa la crisi greca, una magagna che ha come suo centro motore «un Paese la cui economia vale quanto quella del Bangladesh». D’altra parte è anche vero che il peso geopolitico della Grecia è tutt’altro che irrilevante, ed è esattamente questa scottante materia prima politica che Tsipras sta cercando di valorizzare al massimo nelle trattative con i “poteri forti”, come peraltro non ha mancato di rimproverargli ieri all’Europarlamento il Presidente del Consiglio UE Donald Tusk. Come agirà (se agirà) lo sgonfiamento della bolla speculativa cinese sulla crisi greca: da classico deus ex machina in grado di risolvere una vicenda che appare altrimenti senza via di uscita, o come goccia che fa traboccare l’altrettanto classico vaso (di Pandora, certo)? Forse questa domanda sarà balenata ieri nella testa di più di un leader europeo. Ma forse anche l’immagine della tempesta perfetta si è fatta strada in alcuni ambienti della leadership mondiale. Non lo sapremo mai. Comunque sia, Mario Draghi aveva visto giusto quando un mese fa ci mise in guardia: rischiamo di addentrarci in una terra incognita. Rischiamo?

Crisi greca e Questione Tedesca
«Non sono tra coloro che danno la colpa agli stranieri: per tantissimi anni i governi greci hanno creato uno Stato clientelare, hanno alimentato la corruzione tra politica e imprenditoria e arricchito solo una certa fetta del popolo. Ci sono distorsioni del passato che devono essere superate, come la questione delle pensioni. Vogliamo abolire le pensioni baby in un Paese che si trova in una situazione disastrosa. Servono le riforme, ma vogliamo tenerci il criterio di scelta su come suddividere il peso. […] Se avessi voluto trascinare la Grecia fuori dall’euro non avrei fatto le dichiarazioni dopo il referendum, io non ho un piano segreto per l’uscita dall’euro». Così parlò Alexis Tsipras all’Europarlamento, deludendo non poco gli europarlamentari sovranisti (lepenisti, grillini, leghisti, ecc.) che volevano usarlo come Cavallo di Troia per espugnare l’euro e mettere nell’angolo il Quarto Reich Tedesco di Angela Merkel.

La crisi greca, ha detto il Premier greco, «è un problema europeo e non solamente di Atene, quindi la soluzione [deve essere trovata] a livello europeo». A ben vedere, la crisi greca come si configura oggi non è che un capitolo della Questione Tedesca, la quale è a sua volta parte integrante e fondamentale della Questione Europea, ossia della necessità/possibilità di fare del Vecchio Continente un polo imperialistico in grado di confrontarsi alla pari con gli altri poli imperialistici globali: ieri USA e URSS, oggi USA, Cina e Russia.

Sulla Pravda del 28 luglio 1984 si poteva leggere, dopo un duro attacco contro l’attivismo economico-politico della RFT in direzione della DDR, quanto segue: «Il problema tedesco rappresenta un capitolo chiuso e in proposito la storia ha detto una parola definitiva». Come sappiamo, «definitiva» solo fino a un certo punto… Radomir Bogdanov, esperto sovietico in cose americane, dichiarò nel settembre dello stesso anno sul Time che «C’è solo un modo per modificare i risultati della seconda guerra mondiale, ed è la terza guerra mondiale». Bogdanov sottovalutava il peso dell’economia nella geopolitica: «Quanto più il terreno che stiamo indagando si allontana dall’Economico e si avvicina al puro e astrattamente ideologico, tanto più troveremo che esso presenta nella sua evoluzione degli elementi fortuiti, tanto più la sua curva procede a zigzag. Ma se Lei traccia l’asse mediana della curva troverà che quanto più lungo è il periodo in esame, quanto più esteso è il terreno studiato, tanto più questo asse corre parallelo all’asse dell’evoluzione economica» (Lettera di Engels a W. Borgius, 25 gennaio 1894). Con ciò il vecchio Engels intendeva dire che mentre sarebbe oltremodo sbagliato mettere in un deterministico rapporto di causa-effetto ogni singola azione politica (interna ed estera) con l’economia (globalmente considerata), occorre tuttavia prendere atto che la totalità, il complesso delle azioni politiche di un Paese si comprende nella sua reale essenza (nella sua razionalità) solo alla luce dei grandi interessi economici nazionali e internazionali. Proprio la Questione Europea dimostra quanto corretto sia questo approccio “materialistico-dialettico” alla geopolitica.

Scrive Oscar Giannini commentando le misure adottate da Mario Draghi dopo il referendum (o plebiscito, come sostengono i “puristi” della democrazia tipo Emma Bonino?): «In tali condizioni la BCE non ha potuto far altro che avanzare le lancette del conto alla rovescia, verso il default bancario greco. È un messaggio lanciato a Tsipras, perché non rifaccia il furbo menando il can per l’aia. Ma è altresì un messaggio per l’intera euroarea. Di tempo ne rimane pochissimo. Bisogna avere idee chiare e non perdersi in fumisterie. Altrimenti, fuori dal sistema internazionale dei pagamenti e impossibilitata a usare quello domestico, la Grecia avvamperà in un’ulteriore ondata di furore nazionalista, che però non la salverà da amarissime conseguenze. Altro che no all’austerità, i greci se la ritroverebbero moltiplicata nell’immediato. E l’euroarea “irreversibile” diverrebbe un ricordo nel museo della politica inconsapevole di che cosa implichino i suoi impegni: misure straordinarie volte a risolvere anche l’impensabile, se si crede a un obiettivo comune» (Istituto Bruno Leoni, 7 luglio 2015). Ma il punto è sempre il solito: qual è il comune obiettivo? Creare un’Europa in grado di competere con i giganti dell’imperialismo globale? Controllare strettamente e imbrigliare la potenza sistemica tedesca? Usare la Germania, «gigante economico e nano politico», per tirare acqua economica e politica al proprio mulino nazionale? Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi il cosiddetto «sogno europeo» ha dovuto fare i conti con quella complessa trama di interessi contingenti e strategici, ed è per questo che personalmente trovo spassosissimi quei sinistrorsi che oggi scoprono il progetto europeista dei «padri fondatori»: «Ci vorrebbero i Monnet, gli Schuman, gli Adenauer, i De Gasperi, e invece abbiamo la Merkel, Hollande, Cameron, Renzi!», scriveva Barbara Spinelli giusto un anno fa.

«La galoppante deriva europea nasce da un equivoco», scrive Lucio Caracciolo: «Caduto il Muro, francesi, italiani ed altri soci comunitari si convinsero che l’ora dell’Europa americana (e sovietica) fosse finita: toccava finalmente all’Europa europea. Per questo convincemmo i più che riluttanti tedeschi a scambiare il marco con l’euro e a diluire la Bundesbank nella Banca centrale europea, in cambio della nostra altrettanto insincera benedizione all’unificazione delle due Germanie. Nel giro di pochi anni, la forza economica della Germania e la somma delle debolezze altrui finirono per germanizzare l’euro. Ma l’egemonia tedesca si è fermata alla politica economica e monetaria. […] Qui emergono anche le nostre responsabilità. Dalla paura della strapotenza tedesca che obnubilava François Mitterrand, Margaret Thatcher e Giulio Andreotti, siamo scivolati verso una sterile corrività verso il presunto egemone. Sterile perché abbiamo pensato che ai tedeschi bastasse qualche scappellamento retorico per considerare le “cicale” mediterranee degne di appartenere all’Euronucleo – la moneta delle “formiche” evocata da Wolfgang Schaeuble nel 1994, cui l’attuale superministro delle Finanze non ha mai cessato di pensare. […] La risalita dell’Europa passa per la salvezza della Grecia. Con il contributo di tutti, italiani in testa, in quanto prima grande nazione europea esposta alla risacca ellenica. Non per peloso “umanitarismo”, come stizzosamente suggerito da qualche politico nordico. Per puro senso di responsabilità nazionale ed europea» (Limes, 7 luglio 2015). Che dire? Auguri! Lo so, proferiti da un disfattista anticapitalista nonché antisovranista (sia che si tratti della sovranità europea che della sovranità nazionale) quegli auguri non sono molto credibili; è come se in realtà avessi scritto: condoglianze!

Ho l’impressione che i sostenitori della «responsabilità nazionale ed europea» dovranno ancora per diverso tempo (almeno fin che dura il successo del “modello tedesco”) fare i conti con la riluttanza tedesca di passare dall’egemonia “soft” sull’Europa fondata economicamente a un’egemonia politicamente più impegnativa, finanziariamente più dispendiosa e, soprattutto, più gravida di rischi geopolitici. Sotto quest’ultimo aspetto occorre dire che le due guerre imperialistiche del Novecento sono, sul piano storico, ancora “freschissime”. Rimproverare alla Germania (e al Giappone) il suo attuale «nazionalismo economico» è ridicolo, come gran parte dei rimproveri che oggi gli europeisti rivolgono alla Germania «potenza riluttante»: «Per favore», sembrano dire i tedeschi ai cugini europei (i quali non perdono mai l’occasione di ricordare ai teutonici quanto brutti e cattivi essi sono stati nel secolo scorso), «non svegliate il nazionalismo politico che c’è in noi. Lasciateci lavorare in santa pace!». («Che poi veniamo a trascorrere le ferie e a spendere i nostri soldini  in Grecia e in Magna Grecia!»).

Il “riformismo” possibile
«”Io accetto le vostre proposte con qualche modifica per venderle al Parlamento e all’opinione pubblica, però in pubblico diremo che voi avete accettato il mio piano con qualche limatura. Ho esaurito il tempo, tra due giorni le banche collassano e andiamo in default quindi sono politicamente debole, più di così non posso accettare ma se c’è qualcuno che ci vuole spingere fuori dall’euro non dipende più da me”. Sono circa le sette del pomeriggio. Quando Alexis Tsipras finisce di parlare nello stanzone del Consiglio europeo [di ieri] cala il silenzio». Non so se questa ricostruzione fatta da Alberto D’Argento per Repubblica è veritiera; di certo essa appare verosimile, e tutt’altro che smentita dal succo del discorso odierno di Tsipras all’Europarlamento.

Secondo Giorgio Arfaras, che su Limes non smette di ricordarci le magagne strutturali del malandato e vetusto Capitalismo ellenico, «Sul bilancio pubblico e sul debito il governo di Tsipras e i creditori internazionali erano più vicini di quanto sembrasse anche prima del referendum» (Limes, 6 luglio 2015). Anch’io sono di questa idea. Ma allora, come si spiega l’improvviso “voltafaccia” di Tsipras? Probabilmente il Premier greco aveva paura di spaccare il suo partito, che ha cercato di ricompattare attraverso la drammatizzazione dello scontro. «Uno degli uomini più fidati di Alexis Tsipras riassume, sorseggiando un caffè in un bar di Monastiraki: “Abbiamo vinto il referendum, ricompattato Syriza e messo a tacere l’opposizione, che ci appoggia in tutto» (Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 8 luglio 2015). Il clima da ultima spiaggia che si è creato in Grecia potrebbe anche far ingoiare al Paese il rospo dell’«inaccettabile diktat» rifiutato solo ieri, magari in cambio di un riconoscimento politico delle ragioni del “popolo greco”, cosa che peraltro anche il Super Falco Wolfgang Schäuble non ha mancato di fare con la consueta teutonica schiettezza: «Rispettiamo l’esito del referendum ma, nel quadro delle regole dell’Eurozona, senza un programma non è possibile aiutare la Grecia. È chiaro però che la Ue ha anche una certa responsabilità verso la Grecia. Tutto dipende dal governo greco». Anche la Cancelliera ha dichiarato che la Germania non ha da chiedere nulla alla Grecia, e che tocca al governo di Atene avanzare nuove, sperabilmente chiare e definitive proposte. Per i tedeschi la palla dei “compiti a casa” è sempre nella metà campo degli altri: inutile chiamare in soccorso americani, russi e cinesi!

«La Süddeutsche Zeitung, di centrosinistra, aveva un commento sul «perché la Grecia deve abbandonare l’euro» (perché è sì una scelta costosa ma è quella più pulita). L’idea che la Grexit possa fare bene sia alla Grecia sia all’Europa – perché la prima sarebbe libera di fare le sue scelte e l’area euro avrebbe chiaro che deve rivedere alla radice la sua architettura – in Germania è ormai piuttosto diffusa» (Danilo Taino, Corriere della Sera, 8 luglio 2015).

Grecia e Magna Grecia
La Germania vorrebbe ripetere con la Grecia (e con il Portogallo e la Spagna) il successo dell’unificazione tedesca, mentre ha in orrore, giustamente dal suo punto di vista, l’insuccesso nazionale italiano: insomma, non vuole fare del Mezzogiorno europeo una replica su scala continentale del Mezzogiorno italiano, in larga parte sussidiato attraverso la spesa pubblica, con relativi alto parassitismo sociale e alta tassazione. E questo non per un breve tempo, ma per decenni, per oltre un secolo nel caso di specie, al punto da trasformare la Questione Meridionale in una sorta di fenomeno naturale: a Sud fa caldo e c’è la depressione economica!

Gli stessi leader leghisti, che pure hanno tifato per il Tsipras referendario, appena un secondo dopo il trionfo “epocale” e “rivoluzionario” (scusate, ma qui il sic! è d’obbligo) del NO, si sono affrettati a precisare che la Lega è contraria a continuare a finanziare a fondo perduto la Grecia spendacciona, così come non vorrebbe più far galleggiare una Magna Grecia (leggi Sicilia) strafallita sul liquido prodotto al Nord. Per i leghisti (ma anche per i grillini e per i sovranisti d’ogni tendenza politico-ideologica) il Paese di Tsipras e Varoufakis dovrebbe prendere con coraggio e sollecitudine la strada del Grexit, così da implementare il seguente programma “rivoluzionario”: rifiutare definitivamente di pagare un debito peraltro impagabile, ritornare al vecchio conio nazionale, implementare svalutazioni competitive a raffica, versare patriottiche lacrime e sangue sull’altare del bene comune nazionale, e poi, ricostruito un più sostenibile assetto economico-sociale, riaffacciarsi con dignità sulla scena europea. Soffrire, certo, ma sovranamente e in vista della luce in fondo al tunnel: un programmino che personalmente respingo al mittente.

Dosi massicce di austerità e in tempi ristretti: è questa austerità concentrata che debbono attendersi i greci in caso di Grexit? Già sento il sovranista di turno: «Anche tu a fare del terrorismo psicologico!». No: terroristica è la realtà sociale del Pianeta, Grexit o non Grexit.

Come si può capire anche dal libro di Alessandro Albanese e Giampaolo Conte L’odissea del debito. Le crisi finanziarie in Grecia dal 1821 a oggi (In Edibus, 2015), la storia della Grecia moderna è la storia del suo costantemente obeso debito pubblico contratto dallo Stato ellenico, il più delle volte non allo scopo di finanziare la modernizzazione del Paese, come è accaduto nel XIX secolo in diversi Paesi europei capitalisticamente “ritardatari”, ma soprattutto per puntellare interessi sociali costituiti e comprare con la leva dell’assistenzialismo statale la pace sociale e il consenso politico.

«Abbiamo scoperto – scrivono i due autori – che la Grecia non solo era già fallita altre volte, ma che l’indebitamento di fine Ottocento, analogamente a quello di fine Novecento e primi anni Duemila, aveva condotto all’istituzione di una commissione internazionale per controllare le finanze elleniche».

Sotto questo aspetto istruttivo può anche essere un articolo di Luciano Commenta, dal significativo titolo La culla del populismo statalista. L’Atene di oggi vista da Yale, dal quale cito i lunghi passi che seguono:

«La precaria situazione della Grecia deriva soprattutto dall’insostenibilità del suo modello economico, che i greci avrebbero dovuto affrontare a prescindere dall’euro. E stavolta a dirlo non è la stampa teutonica ma Stathis Kalyvas, un illustre politologo greco che insegna Scienza politica a Yale, nel suo libro appena pubblicato da Oxford University Press, Modern Greece. L’intellettuale descrive la storia della Grecia moderna come un susseguirsi di ambiziosi progetti quasi raggiunti, seguiti da clamorosi tracolli. Alle grandi spinte a uscire da uno stato di minorità in cui i greci non si sentivano di dover stare per storia e rango, hanno corrisposto altrettanti schianti per la discrepanza tra ambizioni e realtà. La presenza di un apparato pubblico molto più grande di quello che il paese potesse permettersi era evidente già nel 1907, quando la Grecia aveva un impiegato pubblico per ogni 10 mila abitanti, sette volte di più dell’Impero britannico. Ma nella ricostruzione di Kalyvas le criticità presenti sin dall’inizio della complicata storia della Grecia moderna emergono e degenerano negli anni 80, con la salita al potere del Pasok, il Partito socialista di Andreas Papandreou. Il Pasok è modellato dal suo leader per essere una macchina del consenso alimentata con risorse pubbliche, occupa lo stato e domina, tranne qualche parentesi di centrodestra, la politica greca fino ai giorni nostri. Il socialismo panellenico di Papandreou è caratterizzato da un’elevata dose di demagogia e da una politica economica non riconducibile al “tax and spend” degli altri partiti socialisti occidentali, ma al “spend and don’t tax” dei movimenti populisti: elevata spesa pubblica, bassa pressione fiscale e la differenza tra entrate e uscite la si copre facendo debito e stampando moneta. Il tutto viene condito con retorica marxista, terzomondista e anti occidentale. Concretamente l’azione politica si manifesta con la continua espansione dello stato: assunzioni pubbliche, nazionalizzazioni di imprese private fallite, protezionismo, aumento di salari e pensioni. Dal 1981 al 1990, dopo due mandati a guida Papandreou, la spesa pubblica sale dal 35 al 50 per cento del pil, i dipendenti pubblici aumentano del 40 per cento, il debito pubblico passa dal 28 per cento del pil del 1979 al 120 per cento del 1990, le continue svalutazioni della dracma portano inflazione a doppia cifra e affossano la competitività del settore privato. Si diffondono corruzione, clientelismo (l’89 per cento dei tesserati del Pasok lavora per lo stato), calano gli investimenti privati e quelli esteri, la produttività stagna, l’export si riduce. Anche Nuova democrazia, il partito di centrodestra fondato su basi di maggiore responsabilità fiscale, diventa una brutta copia del Pasok e governando allo stesso modo porterà la Grecia al default. George Papandreou, figlio di Andreas, vince anche le elezioni del 2009 con un programma keynesiano, promettendo – in piena crisi e con un deficit al 15 per cento – aumenti di salari e pensioni e blocco delle privatizzazioni. Pochi anni dopo a vincere è la sinistra radicale di Alexis Tsipras con un mix di populismo e keynesismo di Papandreou padre e figlio, “more of the same”. […] I greci hanno pensato di votare No all’austerity, il rischio sempre più concreto è che siano costretti a farla fuori dall’Euro». È la “democratica e sovrana” scelta dell’albero a cui impiccarsi di cui ho scritto in diversi post dedicati all’odissea greca.

saved_tjeerd_royaardsStallo! Stallo!
L’aereo europeo rischia dunque di precipitare, con quel che ne segue in termini di morti e feriti (per il momento ancora metaforici) come prevede la sceneggiatura di ogni disastro che si rispetti. «La Grecia», scriveva Larry Elliott sul Guardian del 6 luglio, «ha messo in evidenza le debolezze strutturali dell’euro, un approccio uniforme che non conviene a paesi tanto diversi. Una soluzione potrebbe essere la creazione di un’unione fiscale accanto all’unione monetaria. […] Ma questo richiederebbe proprio quel tipo di solidarietà che è stata drammaticamente assente queste ultime settimane. Il progetto europeo è in stallo». Come far uscire dallo stallo il malmesso aeroplano della linea UE? È la domanda che in queste ore tormenta gli autentici europeisti, già da sette anni alle prese con una grave crisi depressiva.

Mi si consenta una breve riflessione: l’unione fiscale di cui parla Elliott presuppone un salto di qualità politico nella dimensione del “progetto europeo” che è esattamente quello che soprattutto i Paesi del Mezzogiorno europeo non vogliono compiere, perché ciò li costringerebbe a una politica di riforme strutturali ancora più severa di quella fin qui adottata. L’aereo europeo, per così dire, si morde la coda: per superare lo stallo ci vuole «più Europa», ma «più Europa» significa, al netto del politicamente corretto europeista (vedi Barbara Spinelli e “compagni”, ad esempio), convergere più rapidamente possibile verso lo standard dell’area tedesca, cosa che postula nei Paesi disallineati del Mezzogiorno quelle “riforme strutturali” difficili da implementare senza scuotere il loro tessuto sociale, con le implicazioni elettorali e di tenuta sociale che tutti possono immaginare. È un vero e proprio circolo vizioso sistemico, per uscire dal quale la leadership europea deve abbandonare rapidamente la vecchia strategia, fatta di accomodamenti, rinvii, compromessi, lenti progressi. La crisi economica ha drammaticamente diminuito la portanza sulle ali dell’aeroplano, e in assenza di spinte contrarie alla forza di gravità la catastrofe è pressoché assicurata.

In un saggio dell’anno scorso il Ministro Padoan sosteneva che la crisi dell’euro non è solo una «crisi di modelli nazionali di crescita, diventati insostenibili», ma anche «una crisi di sistema, che mette in evidenza le gravi lacune istituzionali della moneta unica. […] Che fare? Rinunciare a salvare l’euro, dando così ragione a chi negava che ci fosse spazio per la sua nascita, non essendo ritenuta l’Europa un’area valutaria ottimale, o cercare faticosamente di guidarlo, lasciando il tempestoso mare aperto, verso porti sicuri? Nei quali non sarà però facile trovare approdo se non si comprende appieno che la sua salvezza, indispensabile per il rafforzamento dell’unità europea, richiede soprattutto maggiore integrazione e nuove istituzioni, cosa che a sua volta presuppone cessioni di sovranità» (Diversità e uguaglianze: le due anime dell’unione, cit. tratta da Economia italiana, 2014/3). Vallo a dire ai leader di Francia, Italia e Spagna terrorizzati dalla concorrenza sovranista-populista!

Scrive Thomas Piketty: ««In effetti in Germania quelli che pensano di rifondare l’Europa in senso democratico sono in numero maggiore rispetto ai francesi in prevalenza legati all’idea di sovranità. Inoltre il nostro presidente continua a sentirsi prigioniero del referendum fallito del 2005 sulla costituzione europea. Hollande non capisce che la crisi finanziaria ha cambiato molte cose. Dobbiamo superare gli egoismi nazionali. […] Quelli che oggi vogliono cacciare la Grecia dall’eurozona finiranno nella pattumiera della storia. Se la cancelliera vuole garantirsi il suo posto nella storia, così come fece Kohl con la riunificazione, deve impegnarsi a trovare una posizione comune che risolva la questione greca e dare vita a una conferenza sul debito che ci permetta di ricominciare da zero. Ovviamente con una disciplina di bilancio assai più severa che in passato» (Intervista rilasciata a Die Zeit, 6 luglio 2015). Ma è proprio questo il punto di caduta (la posta in gioco) nella crisi greca: come sanno tutti gli analisti geopolitici ben’informati, il fumo del debito greco nasconde l’arrosto delle regole che la Germania vuole imporre agli altri Paesi dell’eurozona, senza le quali ogni discorso europeista è una pia illusione. O si converge verso la Germania, o l’aeroplano europeo continuerà a volare basso rischiando continuamente di precipitare, ovvero di schiantarsi contro la prima seria montagna che gli si parerà dinanzi.

Oggi sul Foglio Claudio Cerasa ridicolizza gli italici «cuginetti di Tsipras» che, a differenza del coerente «compagno Krugman» che invita la Grecia a prendere con urgenza e senza prestare il cuore a inutili nostalgie europeiste la strada della Grexit, pensano che un’altra euro sia possibile. Nichi Narrazione Vendola, ad esempio, si è detto favorevole non solo all’immediata convocazione di una conferenza europea sul debito e sui trattati, secondo un’indicazione ormai diffusa nell’establishment economico e politico del pianeta (dal compagno Obama al compagno Xi Jinping, oggi peraltro impelagato nelle magagne borsistiche del Celeste Capitalismo), ma anche alla trasformazione della BCE in «prestatore di ultima istanza». Ovviamente al narratore pugliese sfuggono le implicazioni sociali (leggi più sacrifici per i salariati, i pensionati e la piccola borghesia del Vecchio Continente), politiche e geopolitiche (leggi egemonia tedesca) di una simile trasformazione. Secondo l’ex rifondatore dello statalismo, «Bisogna passare dai debiti pubblici nazionali al debito pubblico europeo»: roba da far scoppiare la Terza Guerra Mondiale! Gli europeisti sinistrorsi vogliono la moglie ubriaca e la botte piena, ossia il Capitalismo ma non le sue necessarie disumanità e contraddizioni – che essi interpretano come il frutto di errori politici e di cattiva volontà. A una «solidarietà europeista» che prescinda dai reali rapporti di forza fra i Paesi dell’eurozona può credere solo l’intellighentia progressista che partecipa alla competizione sistemica intercapitalistica credendo di partecipare alla “lotta di classe”, se non alla “rivoluzione”. Questo per dire quale concetto di “lotta di classe” e di “rivoluzione” hanno in testa certi personaggi che, ad esempio, criticano le mie analisi sulla crisi greca perché mancherebbero di concretezza politica (cosa che è certamente vera), mentre si tratta di “declinare” sul piano teorico e politico questa concretezza: si tratta di una concretezza interamente spesa sul terreno dello scontro interborghese e interimperialistico, o di una concretezza da ricercarsi sul terreno della lotta di classe anticapitalista e, quindi, antisovranista?

Scrive Raffaele Sciortino a proposito del referendum di domenica: «Una liberazione di energie, un piccolo grande no costituente [costituente: una parola magica nel sofisticato gergo sinistrorso dei nostri tempi]: il voto greco ha portato in un’Europa asfittica, avvinghiata allo status quo, un pezzo di America Latina. […] Bisogna farci i conti [con il populismo sovranista], e non solo: imparare a sporcarsi le mani con i fenomeni di territorializzazione ambivalente delle resistenze. Più tempo perderemo ad arricciare il naso, e più saremo tagliati fuori dalle dinamiche reali. […] Il “populismo” può essere curvato nel senso di classe, con tutti i rischi del caso, se guardiamo alle esperienze, mai pulite anzi costitutivamente spurie, dell’America Latina, a evitare così derive lepeniste o peggio». Come se il populismo di “sinistra” alla Chávez fosse preferibile al populismo di “destra” alla Le Pen! Tra l’altro, anche nella posizione appena considerata troviamo lo status quo definito in termini puramente borghesi, ossia riferito agli Stati e alle Potenze. Checché ne pensi Sciortino, l’ordine (capitalistico) regna ad Atene.

Norma Rangeri si era fatta delle illusioni perfino sul compagno (ormai qui tutti sono diventati compagni: da Tsipras a Papa Francesco!) Mario Draghi, dal quale la direttora del Manifesto si aspettava un’apertura di credito nei confronti dell’eroe di Atene. Invece, contro le pie/ridicole illusioni di certi amici del “popolo greco” il Presidente della BCE ha mantenuto la rotta fissata da tempo: «La Banca centrale europea di Mario Draghi ha deciso di non nascondersi dietro ai governi che oggi si riuniranno a Bruxelles. Ieri, ha mandato un messaggio chiarissimo al governo e al sistema finanziario greco: o la situazione si sblocca per qualche magia, e Atene avanza proposte serie per affrontare la sua drammatica crisi, oppure non ci saranno più spazi per tenere in piedi le sue banche: evento che farebbe scattare l’inizio della sostituzione dell’euro con qualcosa di diverso in Grecia» (Danilo Taino, Il Corriere della Sera, 8 luglio 2015). Cosa aveva detto Draghi nel 2012, all’apice della crisi degli spread? «La Bce farà tutto quanto è necessario [per salvare l’euro]». Appunto! Naturalmente Draghi ha voluto mandare un chiaro segnale anche all’asse Parigi-Berlino (ma soprattutto a Berlino), sollecitato a prendere atto della natura politica (e geopolitica) della crisi in corso.

Finisco citando un brano di un mio post scritto nel maggio del 2012 perché lo trovo di una qualche attualità, soprattutto dal punto di vista dell’odierna “psicologia di massa” dei tedeschi.

Ipotesi politicamente scorretta. E se domani, e sottolineo se…
Si parla tanto della sempre più possibile, e addirittura imminente, uscita della Grecia dall’eurozona, o addirittura dall’Unione Europea. E se invece fosse la Germania a dare il ben servito ai partner? «Signori, togliamo il disturbo! Non vogliamo più essere i capri espiatori per governi inetti e corrotti, che non vogliono dire la verità ai loro cittadini. E la verità è che i sacrifici servono a quei paesi per recuperare la competitività perduta da molto tempo. Noi non vogliamo tirarci addosso l’odio dell’opinione pubblica europea, e passare per i soliti nazisti. I tedeschi non vogliono costringere la cicala a trasformarsi in formica. Nessuno obbliga nessuno. Dunque, ogni Paese si regoli democraticamente come ritiene più conveniente e amici come prima. Anzi, meglio!»

Pensate che Angela Merkel non faccia balenare questa inquietante prospettiva nei suoi colloqui con i colleghi dell’UE? Ragionare su scenari che oggi appaiono inverosimili e bizzarri può forse aiutarci a capire meglio la dimensione della guerra sistemica in corso nel Vecchio Continente, con le sue necessarie implicazioni mondiali, mentre riflessioni basate su una sempre più risibile ideologia europeista ci offre un confuso quadro dominato da irrazionalità, cattiverie, inspiegabili «politiche suicide» e futilità concettuali di simile conio. La riflessione che non fa fino in fondo i conti con la dimensione del conflitto sistemico tra le nazioni (a partire dalla sfera economica) rimane sempre più spiazzata dal reale procedere della storia. L’ipotesi appena avanzata non ha la pretesa di anticipare i tempi, né di profetizzare alcunché; vuole piuttosto spingere il pensiero su un terreno non recintato da vecchi e nuovi luoghi comuni.