SUI GILETS JAUNES

Qui sème la misère, récolte la colère!

Fin dall’inizio ho sostenuto che il movimento dei Gilet Gialli mi appariva interessante soprattutto per la sua natura sintomatica e per la sua possibile funzione di catalizzatore dell’antagonismo sociale generalizzato; ma dire “soprattutto” naturalmente non equivale a dire “esclusivamente”. La struttura sociale composita, contraddittoria e frammentata del movimento francese è, infatti, un oggetto molto interessante da analizzare in quanto tale, perché esso ci dice molto del conflitto sociale come si dà in questa fase storica nel cuore del capitalismo avanzato, e del modo in cui la dinamica capitalistica ha sconvolto e ridisegnato la mappa della stratificazione sociale nei Paesi occidentali. Due fatti che con ogni evidenza stanno tra loro in strettissimo rapporto. Quest’analisi permette al soggetto anticapitalista di misurarsi, quantomeno sul piano teorico, con il reale processo sociale, valutandone le contraddizioni, le potenzialità, i problemi che esso pone all’iniziativa politica orientata in senso radicale-rivoluzionario. E tutto questo senza nulla concedere alla suggestione di teorizzare la contingenza, generalizzandone lezioni e significati che molto probabilmente saranno smentiti nello spazio di qualche mese, se non di qualche settimana, considerata l’estrema volatilità “esistenziale” che caratterizza quest’epoca, non a caso definita “interessante” da chi intende trarre profitto dal caos sistemico sociale e geopolitico.

Per dirla con il filosofo dell’ovvietà, l’analisi di cui sopra sarebbe teoricamente e politicamente più corretta e feconda se venisse condotta dall’interno del movimento di lotta, ma il non poterlo fare nel vivo dello scontro sociale non azzera, a mio avviso, l’importanza di quello sforzo di comprensione e, fino a un certo punto, di “immaginazione creativa”.

Radicale, dicevo sopra non casualmente, nel senso marxiano del concetto: cogliere alle radici la disumana dialettica del Dominio; una fondamentale indicazione, questa, che deve afferrare con tutte le forze chi non intende scivolare nell’escrementizia palude dell’“anticapitalismo” praticato dai tifosi del Capitalismo di Stato – quello che certi intellettuali particolarmente “originali” chiamano Comune. Come la storia insegna, l’interventismo statale generalizzato attrae molto gli strati sociali più colpiti dalla crisi economico-sociale, ed è quindi anche con le forze stataliste (populiste, sovraniste) di “destra” e di “sinistra” che l’anticapitalista deve fare i conti, tanto più che il precedente armamentario politico, ideologico e sindacale (quello, per intenderci, fedele al mito resistenziale e alla Costituzione “più bella del mondo”) si mostra incapace di svolgere la sua reazionaria funzione di controllo e indirizzo dell’antagonismo sociale.

Rispetto alle settimane che hanno preceduto la prima manifestazione nazionale del 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli ha cambiato pelle nel corso dei mesi, e questo mutamento non si arresta, anzi è in pieno corso. Alla rabbia delle casalinghe dell’entroterra francese alle prese con il rincaro delle bollette; di coloro che lavorano con l’automobile e i camion (i famosi “piccoli padroncini” che sfruttano se stessi in un modo ignobile), colpiti dalle cosiddette tasse ecologiche (sic!); e di chi è stato costretto a chiudere la propria piccola bottega a causa dei debiti e della concorrenza “sleale” da parte della grande distribuzione commerciale: alla rabbia di questa gente martellata quotidianamente da una condizione di vita sempre più difficile si è subito aggiunta quella di strati sociali sempre più diversi. Insomma, il simbolico Gilet Giallo ha finito per coagulare attorno a sé il disagio sociale di chi davvero «non riesce ad arrivare alla fine del mese»: lavoratori poco qualificati, precari, disoccupati, pensionati “al minimo”. E la lista dei “disagiati” che decidono di indossare un Gilet catarifrangente si allunga, anche perché in Francia si stima l’esistenza di oltre 9 milioni di poveri, la maggioranza dei quali peraltro non ha nemmeno un’automobile…  Chi scende in strada col Gilet si è di fatto assunto la rappresentanza di un malessere sociale che va molto al di là del numero dei manifestanti fatto registrare nelle diverse giornate di mobilitazione locale e nazionale.

Soprattutto nelle due ultime manifestazioni è stato evidente il protagonismo delle donne; colpite da una forte disparità salariale, dalla precarietà di lavori part-time, da una condizione familiare sempre più difficile, soprattutto se c’è un figlio colpito da un handicap da accudire, le donne del “popolo” hanno pagato molto duramente la crisi economica degli anni scorsi, che si è prolungata anche negli anni della “ripresina”. «Ad Avignone molte donne vivono nella loro macchina, con 500 euro al mese, a volte con dei bambini» (France Bleu). Avvicinata da un giornalista di ObjecifGard, una manifestante ha dichiarato: «I familiari che sono in pensione, invece di potere passare dei giorni felici, devono occuparsi del sostentamento quotidiano dei loro figli che non ce la fanno più». Ecco allora che il pensionato prende il Gilet Giallo e scende in campo, insieme al figlio e al nipote! Detto en passant, molti di questi nipoti non prenderanno mai una pensione, esattamente come i loro cugini di sventura italiani.

È solo con la manifestazione del 17 novembre, dunque, che il mondo scopre l’esistenza del movimento sociale francese chiamato Gilets Jaunes, ed è a quel punto che le forze politiche “populiste” e “sovraniste” (di “destra” e di “sinistra”: per me pari sono!) decidono di rompere gli indugi e di sostenerlo: per controllarlo, per strumentalizzarlo ai fini della lotta politica contro il Presidente “dei ricchi” Macron e, dulcis in fundo, per incassare quanto prima il non disprezzabile dividendo elettorale. Tanto più che i Gilet hanno subito conquistato la simpatia di gran parte dell’opinione pubblica francese, segno, come si diceva, di un malessere sociale molto diffuso. Da decenni la società francese si trascina dietro diverse magagne strutturali che solo l’attivismo da Grandeur delle sue classi dirigenti ha permesso, ma solo in parte, di nascondere. I Gilet hanno in parte sporcato, e forse perfino rotto, il giocattolo con cui Macron ha finora giocato sulla scena internazionale accreditandosi come un leader mondiale dinamico e “riformista”. La Cancelliera di Ferro lo ha fin qui assecondato, secondo il tradizionale (e molto aleatorio) schema dell’asse franco-tedesco, ma il quadro sociale e geopolitico è in rapida evoluzione, e le debolezze sistemiche della Francia potrebbero improvvisamente dar prova di sé impattando su una situazione già critica.

Dopo la manifestazione del 17 novembre, la sinistra radicale non orientata in senso populista-sovranista ha cercato di superare il precedente approccio con quel movimento; approccio che aveva visto il prevalere della consueta preoccupazione “purista” – come se non si desse alternativa rispetto all’atteggiamento di acritico e apologetico appoggio, ovvero alla sua sommaria liquidazione attraverso rigorose considerazioni “di classe”. La formula politica che ai suoi occhi ha sdoganato i Gilet Gialli è stata: «Questo movimento è legittimo»; come se il disagio sociale e la rabbia avessero bisogno di un qualsivoglia attestato di legittimità stilato da chicchessia! «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto qualcuno.

Anche per i bonzi sindacali della sinistra “ufficiale” il movimento è diventato improvvisamente “legittimo” (dopo essere stato tacciato di fascismo, di razzismo, di vandeismo), e subito si sono messi all’opera per insegnargli le buone maniere, ossia come si tratta con il Governo secondo le sacre regole sancite dal “patto sociale”. La lotta di classe è (deve essere!) un pranzo di gala! Tra l’altro i sindacalisti hanno cercato di convincere i ribelli in gilet circa l’utilità sociale delle tasse. E ho detto tutto! A quanto pare l’opera di recupero istituzionale tentato dai sindacati gialli (CGT in primis) non ha ancora sortito grandi risultati, e il “Presidente dei ricchi” è stato costretto a subire l’ennesima giornata di ordinaria protesta: «Ancora una volta, una violenza estrema ha attaccato la Repubblica – i suoi custodi, i suoi rappresentanti, i suoi simboli. Quelli che commettono tali atti dimenticano il cuore del nostro patto civico. Giustizia sarà fatta». La CGT intanto pensa a uno sciopero generale che possa risucchiare i Gilet Gialli nel consueto alveo della politica progressista.

A proposito della Giustizia minacciata da Emmanuel Macron, c’è da dire che la repressione ai danni del movimento e di chi lo appoggia (vedi gli studenti) si fa sempre più dura. Scriveva qualche giorno fa una «portavoce dei gilets jaunes»: «Abbiamo a che fare con un potere esecutivo sordo ad ogni rivendicazione e che tenta di risolvere un problema politico con la repressione violenta. Contiamo oramai più di mille feriti e 12 morti, centinaia di gente arrestata, tribunali in panne e non molliamo. […] La violenza di cui vi fanno parte i media francesi é diventata disgraziatamente l’unica risposta umanamente possibile di fronte alla reazione del governo. […] È dura quando ti rendi conto che non sei più in democrazia». Mi viene da dire: è la democrazia (capitalistica), bellezza! Lo Stato democratico sa bene come combinare la politica della carota con quella del bastone. Lo so, scrollarsi di dosso l’illusione democraticista non è facile. In ogni caso, il pugno di ferro repressivo ha posto al movimento sociale il problema dell’autodifesa. La pratica dell’autodifesa può lasciare sul terreno una tutt’altro che disprezzabile esperienza utile anche ai futuri movimenti sociali. Facendo e sbagliando magari un domani si capirà che «il cuore del nostro patto civico» (Macron) batte per tenere in vita il dominio sociale capitalistico – e non questo o quel Governo, di “destra” o di “sinistra”, “sovranista” o “europeista”.

«Come mai queste violenze non suscitano una reazione nell’opinione pubblica, ma anzi c’è un implicito sostegno?», ha chiesto Anais Ginori (La repubblica) alla ricercatrice C. Lagier; risposta: «I responsabili di governo non hanno saputo vedere la crisi che si apriva nelle nostre società. E hanno aggravato la situazione cavalcando la democrazia d’opinione, instaurando metodi di governo che eliminano i corpi intermedi. È diventato un gigantesco boomerang perché sono saltati i filtri democratici. E dopo tante delusioni, molti francesi non si scandalizzano più davanti alla violenza. Si dicono: pazienza, forse è l’unico modo di cambiare un sistema bloccato ed inefficace» (La Repubblica 8/01/19). Quando la democrazia capitalistica entra in crisi, l’anticapitalista non può certo versare lacrime di dolore, e anche se sa benissimo che nulla garantisce a questa crisi di produrre un salto qualitativo nella coscienza dei subalterni (diciamo che oggi la cosa mi appare un tantino difficile…), nondimeno egli si muove in essa come un pesce nell’acqua. La crisi (economica, politica, istituzionale, ideologica, esistenziale) è ciò che rende improvvisamente possibile ciò che solo un minuto prima appariva impossibile. Ancora una volta preciso che non mi riferisco al momento presente: mi muovo sempre sul terreno della riflessione generale, e probabilmente anche generica. Più che analitico, qui voglio essere “suggestivo”, evocativo.

È vero che molti pseudo rivoluzionari approfittano delle manifestazioni dei Gilet Gialli per mettere in scena una pseudo rivoluzione solo per dispiegare una violenza contro cose, persone e simboli che non ha niente a che fare con la lotta delle classi subalterne, e che anzi spesso torna utile alla funzione repressiva dello Stato; ma questi “anticapitalisti” da stadio troveranno sempre meno spazio con l’estensione e la maturazione politica dei movimenti sociali, e la loro stessa presenza nelle manifestazioni, così apprezzata anche dai mass media che non aspettano altro che mostrare al grande pubblico televisivo macchine in fiamme, vetrine sfasciate e “guerriglia urbana”, è la manifestazione dell’attuale condizione di debolezza politica e sociale nella quale riversa la classe dei senza risorse. Certo, c’è sempre da sperare che qualche “anticapitalista” da stadio ancora capace di pensiero critico capisca, con l’esperienza, che non è mimando la “rivoluzione” che si contribuisce alla crescita politica dei movimenti sociali, ma lavorando al loro interno per seminare dubbi nei confronti del “bene comune” (chiamato anche interesse nazionale), della Costituzione, della democrazia (capitalistica), della Repubblica, del «patto civico». Bisogna essere radicali nelle posizioni politiche, non nei gesti autoreferenziali.

Dopo tanti decenni di avvelenamento stalinista, progressista e democratico, e di continui arretramenti sul mero terreno “tradunionista” di quello che un tempo si chiamava movimento operaio, l’anticapitalista non può certo illudersi di poter fare chissà che cosa, né che le classi subalterne possano disintossicarsi nel giro di qualche mese, anche in presenza di lotte vaste e di “avanguardie” agguerrite . C’è forse da stupirsi se i manifestanti sventolano bandiere tricolori e cantano la Marsigliese? «Lasciateci almeno l’identità nazionale, non abbiamo altro!». D’altra parte abbiamo visto in passato che grattando molte bandiere rosse si trovava sotto l’odioso tricolore nazionale. Purtroppo il cancro nazionale-statale ha attecchito a fondo nel corpo proletario, ed estirparlo non sarà facile, e dicendo questo sono già ottimista, visto che non escludo una possibile guarigione. Dare però questa guarigione per scontata, per inevitabile, addirittura per prossima è una musica che al mio orecchio suona semplicemente falsa, più che stonata. D’altra parte, chi sono io per criticare le altrui certezze!

Alcuni sinistri radicali hanno paura che politicizzandosi, il movimento possa aprirsi all’influenza dei partiti ultrareazionari (vedi Le Pen e Mélenchon), e per questo auspicano che la sua piattaforma rivendicativa rimanga quanto più possibile sul terreno strettamente economico. Ma a mio avviso questa preoccupazione è più il frutto di una debolezza politica che l’espressione di un corretto punto di vista “classista”. Il problema non è la politicizzazione dei movimenti sociali, fatto che dobbiamo dare per scontato, se si tratta di un movimento autenticamente sociale, generato cioè da reali bisogni economici ed “esistenziali”; il problema è piuttosto la qualità di quella politicizzazione, cosa che chiama in causa il ruolo che l’anticapitalista può ritagliarsi in quel movimento, e che prima ho sintetizzato nei seguenti termini: seminare dubbi nei confronti del “bene comune” (o interesse nazionale), della Costituzione, della democrazia (capitalistica), della Repubblica, del «patto civico». Tutte le volte che può l’anticapitalista deve a mio avviso favoleggiare intorno alla possibilità di una Comunità autenticamente umana, cosa che chiama in causa la “problematica” del potere politico, del farsi potere, anziché delegare ad altri la soluzione dei nostri problemi, e così via.  Altro che «Macron fuori dai cojon»! All’inizio la gente si metterà a ridere, e quasi certamente (lo dico per esperienza!) rinfaccerà all’anticapitalista la miserabile esperienza del “socialismo reale”; ma non bisogna lasciarsi intimidire dalla spaventosa pesantezza del compito, né sottovalutare la potenza evocativa delle parole: bisogna continuare a raccontare la favola, sperando che prima o poi essa possa conquistare la fantasia di qualcuno, e poi di qualcun altro, e così via. «Si comincia, poi si vede», diceva Lenin riprendendo Napoleone.

Non sto “dettando” una linea politica; sto dicendo cosa farei io. E, repetita iuvant (forse!), non mi riferisco all’attuale movimento sociale francese, la cui vitalità peraltro mi è ignota (è iniziato il suo riflusso o è terminata solo la sua fase iniziale?): faccio una riflessione d’ordine generale.

La politicizzazione di una parte del movimento sociale francese non deve insomma stupire nessuno, tanto meno la cosa può sorprendere chi ha sempre sostenuto che i movimenti economico-sociali sono anche, di fatto, movimenti politici, perché in ogni caso, e a prescindere dalla coscienza e dalla volontà dei suoi protagonisti, essi investono il problema del potere (sociale e politico), le relazioni tra le classi, i rapporti di forza tra classe dominante e classe subalterna, la dinamica dei partiti che amministrano, chi dal governo, chi dall’opposizione, lo status quo sociale, ecc. Né d’altra parte può sorprendere l’adesione della parte maggioritaria di quel movimento a ideologie ultrareazionarie, non importa se di stampo sinistrorso o destrorso; adesione che si spiega non tanto in grazia della sua composita struttura classista (detto en passant, la “purezza di classe” è un articolo che non mi ha mai affascinato, come sanno i miei critici ai tempi dei Forconi), quanto soprattutto col fatto che esso trova lungo la propria strada solo quel tipo di ideologie, solo organizzazioni politiche asservite al dominio sociale capitalistico. Le ideologie dominanti in ogni ambiente sociale sono le ideologie della classe dominante: purtroppo a questo ancora siamo, oggi come e più di ieri; con questa nefasta realtà deve fare i conti il punto di vista autenticamente anticapitalistico. Ma anche questa considerazione ha un significato generale.

Qualche giorno fa sono rimasto colpito da un articolo di Domenico Quirico (La Stampa) che puntava i riflettori sulle conseguenze sociali delle politiche di chiusura e respingimento in materia di immigrazione adottate dal nostro Paese e dagli altri Paesi dell’Unione Europea (ma, mutatis mutandis, anche gli Stati Uniti si muovono nella stessa direzione): che fine faranno gli immigrati africani che la fortezza europea ricaccia indietro? «Le notizie che arrivano da Nord del mondo sono chiare: le vie sono chiuse. In Niger, in Libia, lungo tutta la frontiera del mare i gendarmi, i soldati i funzionari ora vigilano. L’incredibile è accaduto: l’Europa ha sbarrato le porte del mare e di terra. Come se per miracolo avesse di colpo spostato le sue frontiere, i suoi muri più a Sud. Avesse reso più piccolo il mondo. Qualcuno, testardo, tenterà. Partirà egualmente. Forse qualche rivolo di migranti riuscirà ancora a passare. Ma era la Grande Migrazione verso il nord del mondo la stella polare su cui ruotava la vita di migliaia di giovani africani. E questa improvvisamente si è spenta. Da questa parte del mondo non ce ne siamo mai accorti, avvolti nella nostra piccola rete di paure razziste, di furberie geopolitiche, di ipocrisie. Ma la migrazione ha disincagliato la Storia di un continente, ora per reinventare il mondo dovranno rivolgersi a sé stessi. Non sarà passaggio lieve.  Una generazione di africani nel partire ha trovato una uscita di sicurezza alla miseria del loro presente, tanto da farne un rito di passaggio verso la vita adulta. Nel contempo ha allentato la stretta su economie sull’orlo della carestia e sollevato dalla prospettiva di essere uccisi in conflitti tribali e fanatici, o schiacciati da regimi implacabili. Ora sono di nuovi prigionieri di un cerchio remissivo che protegge e sfianca. Sono uomini che si devono ricomporre. […] La sconfitta collettiva impone una riflessione più complessa: i giovani possono ricomporre la loro condizione umana solo se rifiutano la colpa e la trasformano in rabbia. Hanno vissuto tutto il ciclo delle esperienze, superato le prove più dure e sentono di essere rimasti incompleti, mutilati. Diventano ribelli e rivoluzionari perché trasferiscono questa sensazione di incompletezza alla società in cui sono tornati: per metterla frutto. Li farà saltare il fosso. Finalmente con le spalle al muro liberano la rabbia che suscitano in loro vecchi misfatti riscaldati. La violenza come la lancia di Achille può cicatrizzare le ferite. C’è qualcuno che potrebbe sfruttare a suo vantaggio la rabbia di questi giovani sconfitti. I jihadisti. Sono lì, dal Mali alla Nigeria, dalla Somalia al Centrafrica. Attendono l’occasione. Tra questi giovani rimasti senza Migrazione c’è il “lumpenproletariat” africano ma anche una generazione istruita: dunque i futuri burattinai del terrore e i futuri martiri ciechi e inconsapevoli».

Una rapida considerazione. In primo luogo si conferma validissima la tesi circa l’islamizzazione del disagio sociale, della frustrazione, della ribellione, della radicalizzazione sociale; una tesi che ridicolizza quella, pompata dai politici e dai media occidentali, che ciancia di radicalizzazione dell’Islam, che è piuttosto la conseguenza di una crisi e di una disgregazione sociale, più che la sua causa. Cosa offre oggi il mercato politico-ideologico dei Paesi africani e mediorientali a milioni di giovani che vivono un’esistenza di miseria materiale ed esistenziale? Offre forse loro il “marxismo” (magari non quello, falsissimo, degli anni della post-decolonizzazione)? La risposta è tragicamente semplice, e tutti la conoscono: «C’è qualcuno che potrebbe sfruttare a suo vantaggio la rabbia di questi giovani sconfitti. I jihadisti». Appunto.

«Tra questi giovani rimasti senza Migrazione c’è il “lumpenproletariat” africano ma anche una generazione istruita: dunque i futuri burattinai del terrore e i futuri martiri ciechi e inconsapevoli». Insomma, si preparano nuove “Primavere”: centinaia di migliaia di giovani finiranno nel tritacarne della lotta di potere tra le diverse fazioni delle classi dominanti dell’Africa. Non è escluso che essi vengano reclutati in qualche guerra, più o meno regionale, dagli opposti imperialismi che si stanno disputando il controllo delle materie prime del continente africano – com’è noto, in questa competizione l’Imperialismo Cinese oggi segna un notevole successo nei di quello statunitense ed europeo.

Sembra che non si dia nemmeno la più remota possibilità che la collera di quei giovani immiseriti e oppressi in ogni senso possa trasformarsi in coscienza rivoluzionaria e, dunque, in prassi rivoluzionaria. Sembra che in Africa e in Medio oriente non ci sia alternativa alla islamizzazione della radicalizzazione sociale. Insomma, ovunque nel mondo la rabbia delle classi subalterne trova sul suo cammino solo le ideologie che legano quelle classi al carro della conservazione sociale; quelle classi non riescono ancora a impadronirsi dell’eccezionale idea secondo la quale esse stesse possono farsi potere (politico e sociale), che non c’è alcun bisogno di delegare a un partito, più o meno “tradizionale”, la rappresentanza dei loro bisogni, delle loro rivendicazioni economiche, politiche, sociali. Come diceva quello, se vogliono diventare soggetti della storia, i senza riserve devono farsi soggetto politico, conquistando quell’autonomia di pensiero e di azione che rappresenta la conditio sine qua non della loro possibile emancipazione. Chi ha la possibilità di suonare questa musica, come può, dove può e quando può, lo fa sempre con il massimo della gioia. Ho scritto gioia, non illusione.

L’APPETITO VIEN LOTTANDO!

L’appetito vien lottando! È forse questa una tra le tante lezioni che si possono fin qui trarre dal movimento dei Gilè Gialli che anche ieri ha dato fastidio, molto fastidio, allo Stato francese e alla Francia che desidera immergersi nello shopping natalizio. Cosa si sono messi in testa questi signori vestiti di giallo? Non si sa più esattamente cosa essi vogliano! Il «movimento polimorfo» (leggi interclassista) dei Gilè non si accontenta più delle concessioni a cui adesso anche l’inflessibile Macron sembra voler dar seguito. Adesso che si sono scoperti forti e popolari, i gialli sembrano mirare sempre più in alto, e avanzano rivendicazioni, anche di netta impronta politica, che non solo spazzano via il pur virtuoso (lo assicurano i Verdi francesi e perfino Beppe Grillo!) progetto di “Transizione ecologica” della sofisticata società francese, ma anche la stessa tenuta economico-finanziaria del Paese. Insomma, si sventolano i tricolori, si canta La Marsigliese, ci si lascia coccolare dal sovranismo destrorso e sinistrorso ma si rema contro i sacri interessi della Nazione: inaudito!

Scrive Massimo Nava sul Corriere della Sera: «Gli aumenti della benzina sono stati la scintilla per rompere fragili argini di rabbia e malcontento e avanzare richieste che sono lo specchio identitario della folla che le esprime: aumenti salariali, dimissioni del presidente, migliori servizi pubblici, taglio delle tasse, rappresentanza diretta, abolizione dell’Assemblea. Tutto e più di tutto, anche l’impossibile e subito». Qui si chiede l’impossibile! E subito! Sembra di essere precipitati in un nuovo Sessantotto…

«Naturalmente le classi dirigenti del Paese temono che questo movimento sociale possa innescare altri movimenti (di operai, di disoccupati, di piccola e media borghesia declassata, di studenti, di proletariato marginalizzato che vive nelle banlieue delle grandi città) nel cuore della metropoli francese. Il contagio sociale: è questo che le classi dominanti e i loro funzionari politici temono più della peste. È un istinto di classe che si attiva tutte le volte che la gestione dei conflitti sociali diventa problematica a causa dei limiti manifestati dalle istituzioni tradizionali, partiti e sindacati compresi. La democrazia capitalistica vive una profonda crisi di legittimità. Benissimo!». Così concludevo il mio post del 20 novembre. La paura delle classi dominanti e dei loro servitori trova oggi un più solido fondamento, proprio perché il movimento sociale francese dimostra che: 1. solo la lotta paga, 2. l’appetito vien mangiando, 3. da cosa nasce (può nascere) cosa, come diceva il mio teorico di riferimento – Marx? No, Totò!

E tutto questo lo sostengo pensando a qualcosa di più generale, ossia al di là delle concrete rivendicazioni, economiche e politiche, oggi avanzate dai gilets-jaunes, il cui basso “tasso di purezza classista” non mi è certo ignoto. «Inutile dire che dalle mie parti ogni illusione su questo movimento è pari allo zero»: confermo quanto scrissi il 20 novembre scorso. Questo lo dico anche per tranquillizzare i miei amici che potrebbero temere una mia sbandata “populista”. A questi amici ricordo anche, e mi sto muovendo sempre sul terreno delle astratte possibilità, che non pochi processi rivoluzionari giustamente definiti proletari si sono sviluppati su un terreno reso fertile da lotte “popolari” (interclassiste) non raramente reazionarie quanto a riferimenti politico-ideali. E non faccio esempi storici per non alimentare equivoci di sorta.

Dei movimenti sociali si può forse dire questo: si sa come nascono, ma non è certo come finiscono. E qui, si capisce, entra in gioco il problema assai scottante e problematico della soggettività rivoluzionaria, che mi guardo bene dall’affrontare di domenica!

A PARIGI, A PARIGI!

Continua la lotta dei gilets-jaunes; «Il Presidente Macron deve considerarci, perché siamo tanti, di tutti gli strati della popolazione. Vogliamo essere ricevuti all’Eliseo, bisogna discutere, non blocchiamo stupidamente tutto il Paese senza motivo. Il dialogo deve cominciare»: è quanto ha dichiarato un leader della protesta ai microfoni di Bfm-Tv. Il Governo francese continua a non voler “dialogare”, anche perché non intende creare un antipatico precedente che potrebbe dare la stura alle rivendicazioni di altri strati della società. Il disagio sociale è tanto, e si fa presto a bloccare un intero Paese!

Anna Maria Merlo sul Manifesto ha definito il movimento di cui si parla «un oggetto sociale non identificato»; non sono in grado di dare giudizi su questa definizione, anche perché di quel movimento conosco assai poco, e cioè solo quello che ho letto sui giornali, i quali peraltro danno su di esso informazioni non sempre fra loro coerenti. Quello su cui oggi vorrei riflettere brevemente è piuttosto sul carattere sintomatico di quel movimento sociale e sulle sue oggettive (e in un certo senso astratte) potenzialità. Inutile dire che dalle mie parti ogni illusione su questo movimento è pari allo zero, e questo lo dico soprattutto a chi, dopo aver fatto l’analisi al sangue ai gilets-jaunes, ha riscontrato in quel movimento preoccupanti tracce di ideologia di estrema destra – vedi Philippe Martinez della Cgt.

Forse complice il cinquantenario del ’68, i media europei hanno subito avvertito l’urgenza di comunicare all’opinione pubblica del Vecchio Continente che con la protesta dei “gilet gialli” francesi non abbiamo a che fare con una rivoluzione: si tratta di un vasto movimento di protesta che il Governo francese oggi stenta a contenere e a piegare, ma non di una rivoluzione. Questo lo avevo capito perfino io. Aldo Cazzullo ci mette invece in guardia: «La Francia ha il mito della piazza, anzi della “rue”, la strada. È un Paese che non procede per riforme, ma per strappi, se non per rivoluzioni. Non è il caso ovviamente di scomodare il 1789, il 1830 con la caduta del re Borbone, il 1848 con la Seconda Repubblica, fino al Maggio ’68. Ma quei precedenti sono ben vivi nella memoria nazionale; la rivolta, l’insurrezione, la prova di forza rappresentano un elemento della cultura politica transalpina» (Il Corriere della Sera). E la Comune di Parigi del 1871, dove la mettiamo? In effetti, l’omissione “storica” di Cazzullo ha una ragion d’essere: la Comune di Parigi, infatti, mal si concilia con lo spirito nazionale francese, essendo stata piuttosto l’espressione (e poi la bandiera) della lotta di classe del proletariato internazionale.

Ma chi sono questi gilet gialli? «Sono operai, pensionati, impiegati, lavoratori di ogni ordine e grado che, attraverso i social network, si sono auto-organizzati» (Panorama). La composizione sociale del movimento è insomma tale da suscitare le giuste apprensioni da parte della classe dirigente francese, che a quanto pare non si trova a dover fare i conti con la rabbia di strati sociali che è possibile criminalizzare, marginalizzare e reprimere abbastanza facilmente e con il consenso di vasti settori di opinione pubblica. I media francesi assicurano, sondaggi alla mano, che tre francesi su quattro sostengono la lotta dei “gialli”.

A ogni buon conto, la democrazia capitalistica reagisce secondo il solito schema: carota (“moratoria” sull’aumento delle accise sui carburanti) e bastone, mea culpa («non sono riuscito a riconciliare il popolo francese con i suoi dirigenti», ha confessato Macron) con contorno di promesse e minacce – carcere fino a due anni, multe fino a 4.500 euro, forte penalizzazione per ciò che riguarda la patente (sottrazione di 6 punti) e sequestro dell’auto. Dichiarare che lo Stato è pronto a colpire la patente e l’automobile di chi non rispetta le leggi a persone che tutti i giorni sono costrette a muoversi in auto per raggiungere i luoghi di lavoro, non è minaccia da poco. Fino a oggi la strategia governativa non sembra aver conseguito alcun successo, mentre l’onda gialla cresce e rischia di diventare una marea di ribellismo sociale pronta a schiantarsi su Parigi, il luogo in cui in Francia tutto si decide, nel bene come nel male.

Leggo sul Foglio di ieri: «L’ultima jacquerie francese è quella dei “gilet gialli”, movimento sociale nato spontaneamente sul web per denunciare l’aumento delle tasse sulla benzina (3 centesimi) e sul diesel (6 centesimi) introdotto da Emmanuel Macron a partire dal 1° gennaio 2019 – l’obiettivo del presidente, all’orizzonte 2022, è rendere meno costosa la benzina rispetto al diesel, più inquinante, e favorire la transizione ecologica». Oggi Giuliano Ferrara ribadisce il concetto: trattasi di una «Jacquerie del Suv in terra di Francia, una notizia spettacolare» che fa perfino ombra ai tanti e importanti fatti politici che si stanno producendo in Europa. «Niente più lotta per il pane o l’identità», continua Ferrara, «oggi in Francia la nevrastenia da chattamento ha prodotto un’insurrezione fiscale». Si tratterebbe insomma di un corto circuito tra “nevrastenia social” e insofferenza fiscale. Ferrara sembra dimenticare che molti “suvvisti” per guadagnarsi il pane devono spendere molti soldi in odiose accise.

Ora, ha senso politico definire jacquerie la protesta dei gilet gialli che da giorni crea non pochi grattacapi al Presidente Macron (peraltro impegnato a progettare una “nuova Europa” per rialzare le quotazioni, bassissime, di quella vecchia)? Forse dal punto di vista “riformista”, ossia dalla prospettiva di chi auspica una Francia più dinamica e competitiva, quella definizione, che da sempre ha una chiara connotazione reazionaria, ci può anche stare. E infatti così continua Il Foglio: «La mobilitazione di oggi contro il rincaro del carburante è anche una protesta contro il senso di isolamento di una certa Francia, quella che non si sente coinvolta dalla dinamica riformista di Macron, non gode dei vantaggi della globalizzazione e si sente vessata dalla pressione fiscale». La jacquerie dei perdenti della globalizzazione minaccia il cuore pulsante della modernità capitalistica? Siamo dinanzi a un tentativo di accerchiamento della Capitale francese (tendenzialmente alla portata solo di chi ha una professione molto remunerativa) da parte della periferia povera e refrattaria a ogni progresso civile reso possibile dallo sviluppo tecnologico? Futuro contro passato? La verità è che la politica “ecologista” del Governo francese ha impattato violentemente su uno strato sociale già duramente provato dalla crisi economica e dalla pressione fiscale. È bastata una scintilla per far esplodere una situazione satura di disagio sociale.

«“Il nostro obiettivo è essere la cassa di risonanza di tutti i malcontenti”, ha detto ieri su Bfm.tv Benjamin Cauchy, portavoce dei “gilet gialli”, prima di aggiungere: “Il nostro movimento è la Francia periferica, non è né di sinistra, né di destra, è la Francia che non ce la fa più ad arrivare a fine mese”. […] Il movimento sociale che sta prendendo in contropiede il governo non è un “epifenomeno” destinato a svanire rapidamente, come alcuni lo avevano definito prima di sabato. E la prova che questa contestazione inedita, senza etichette politiche né sindacali, è più compatta del previsto, arriva dall’annuncio di un “Atto II”, che si svolgerà il 24 novembre a Parigi. “Dobbiamo dare il colpo di grazia e salire tutti a Parigi con ogni mezzo possibile (car-sharing, treno, autobus, etc…). Parigi, perché è qui che si trova il governo!!!! Aspettiamo tutti, camion, bus, taxi, Ncc, agricoltori etc. Tutti!!!!!!”, si legge nella descrizione dell’evento Facebook, organizzato da uno dei guru della protesta, Éric Drouet, professione camionista» (Il Foglio, 20/11/2018). A Parigi, a Parigi!

Finora il movimento “giallo” sembra refrattario nei confronti delle sirene populiste di “destra” e di “sinistra”, il cui linguaggio e le cui ricette peraltro diventano sempre più simili, in virtù del noto teorema politico: insistendo sullo stesso escrementizio terreno sociale (la difesa del Capitalismo), gli estremi politici tendono a toccarsi. «Solo i Verdi non dimenticano gli impegni ecologici e obtorto collo non si scagliano contro il governo» (Il Manifesto). Com’è noto, ai Verdi piace assai un Capitalismo eco-sostenibile, un Capitalismo rispettoso dell’ambiente naturale, e poco importa se c’è un prezzo da pagare per raggiungere questo meraviglioso obiettivo. Evidentemente i “gialli” questo prezzo non intendono pagarlo: «Che trogloditi!»

Dopo qualche esitazione, quando ha capito che i gilet gialli non erano il frutto di una bolla mediatica nata sui social, Marine Le Pen si è schierata dalla loro parte, pregustando un facile successo già alle elezioni europee del prossimo maggio: «La Francia che lavora, la Francia che paga le tasse, la Francia che non chiede mai nulla, oggi, è venuta a dire “stop”, “non ne possiamo più”. […] Questo “popolo centrale” sta soffrendo. Fino a oggi, soffriva in silenzio. Ora non vuole più essere sottomesso». Non è affatto escluso che una consistente quota di astensionismo elettorale, forte proprio nella componente sociale che alimenta il movimento giallo, possa trasformarsi in consenso elettorale per i populisti-sovranisti.

Naturalmente le classi dirigenti del Paese temono che questo movimento sociale possa innescare altri movimenti (di operai, di disoccupati, di piccola e media borghesia declassata, di studenti, di proletariato marginalizzato che vive nelle banlieue delle grandi città) nel cuore della metropoli francese. Il contagio sociale: è questo che le classi dominanti e i loro funzionari politici temono più della peste. È un istinto di classe che si attiva tutte le volte che la gestione dei conflitti sociali diventa problematica a causa dei limiti manifestati dalle istituzioni tradizionali, partiti e sindacati compresi. La democrazia capitalistica vive una profonda crisi di legittimità. Benissimo!