COSE ALBANESI!

enver_hoxha_agrarian_reformDopo l’umiliante Caporetto calcistica in terra brasiliana, consoliamoci con il brillante successo geopolitico che l’italico imperialismo ha fatto registrare in sede UE: «Come preannunciato lo scorso 6 giugno, il Consiglio Ue ha dato il via libera allo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea all’Albania, cosa che verrà ufficializzata dai capi di Stato e di governo nel vertice di Ypres di giovedì e venerdì. A differenza di Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca e Olanda, che si sono sempre detti contrari, l’Italia, è stata sempre in prima linea per chiedere l’adesione di Tirana all’Ue ed oggi a Lussemburgo il sottosegretario per gli Affari europei Sandro Gozi ha confermato che “riteniamo sia assolutamente fondamentale riconoscere all’Albania lo status di paese candidato e accelerare il processo di adesione di tutti i Balcani occidentali, a partire da Albania e Serbia”» (Notizie Geopolitiche, 24 giugno 2014).

Sulla presenza del capitale del Bel Paese nell’Est europeo rimando a Il capitale italiano guarda sempre più a Est.

Compulsando Limes, la nota rivista di geopolitica, per avere altri ragguagli sulla confortante notizia di cui sopra, mi sono imbattuto in uno spassosissimo articolo di Giovanni Armillotta (da me preso di mira in un post del 2013: Geopolitica e coscienza di classe) dedicato nientemeno che alla difesa di Enver Hoxha, l’ultimo dittatore “comunista” dell’Albania.

La cosa più curiosa è che il buon Armillotta non è uno dei tanti “comunisti” nostalgici che appestano Miserabilandia, ma un ex (?) socialista che ci tiene a farci sapere di essere stato «uno dei tre cittadini del nostro paese – tutt’e tre iscritti al Partito socialista italiano, che allora esprimeva il vertice governativo – che si vide pubblicare ufficialmente sulla stampa albanese il formale telegramma di condoglianze per la scomparsa di Enver Hoxha (11 aprile 1985). Fui in compagnia di Sandro Pertini e Bettino Craxi» (L’Albania e il Pci in ginocchio da Tito, Limes, 8 settembre 2009).

Enver-Hoxha-a-destra-con-StalinPer farla breve, Armillotta rinfaccia ai “comunisti” italiani di aver sempre sputacchiato su Enver Hoxha, trattato come un rozzo e violento tiranno, mentre al contempo leccavano le suole delle scarpe di Stalin e (successivamente) di Tito e di altri dittatori “comunisti” lorde del sangue di centinaia di migliaia di poveri disgraziati finiti per qualche motivo nel tritacarne del “comunismo rispettabile”.

«Mentre il nostro Partito comunista incensava il brutale regime di Tito, gli stessi politici condannavano Hoxha, colpevole di non essersi allineato a Mosca e di resistere alle mire espansionistiche della vicina Jugoslavia, un immenso campo di concentramento a cielo aperto. Chi era il vero mostro?» Armillotta ricorda con perfida ironia agli ex compagni del PCI i massacri perpetrati nella «“democrazia” titista, i campi di concentramento del socialismo jugoslavo» e altre magagne occorse nei «Paesi socialisti» (dalla Russia alla Cina, dalla Romania alla Corea del Nord) da essi frequentati senza alcun senso di colpa e anzi con colpevole complicità politica.

«In Yugoslavia e non in Albania iniziarono a sorgere i famigerati campi di concentramento del tipo Goli-otok (isola calva), una specie di Auschwitz nelle condizioni del “socialismo jugoslavo”. In quei campi non patirono sofferenze, non furono mutilati e sterminati solo i cominformisti, ma pure i semplici oppositori e, fra loro, anche centinaia di cossovari e altri albanesi residenti nelle repubbliche di Montenegro e Macedonia, nonché alcuni illusi comunisti italiani che si erano rifugiati nel “paradiso” titista portandosi il tricolore con la stella rossa sul campo bianco. In totale nei Goli-otok furono internate 30 mila persone, delle quali circa 4 mila trovarono la morte per torture o sfinimento (i campi furono chiusi nel 1988. Però la direzione jugoslava aveva la sfrontatezza di accusare l’Albania che aveva trasformato il paese in una “caserma dove regnava lo stivale dei militari!”». Ecco dunque quale era la “democrazia titista”, esaltata nel nostro paese dalla seconda metà degli anni Cinquanta sino al 1990».

Armillotta ne ha anche per quelli del Manifesto: «ai filocinesi all’amatriciana non andava giù che gli albanesi avessero mandato a quel paese anche Mao. Basta far mente locale alle patetiche lacrime di circostanza [versate] all’indomani di Piazza Tiananmen». Che spasso, questo difensore dello stalinismo con caratteristiche albanesi! Guardate adesso come egli recupera in chiave geopolitica la funzione di Enver Hoxha: «Riusciamo a frenare un moto d’irritazione nel ricordare le ingiurie de Il manifesto, che si preoccupava per il Canale d’Otranto, bloccato da un regime autoritario. Forse per i radiati di ieri sarebbe stato auspicabile il problema finanziario e geopolitico che avrebbe rappresentato per l’Italia e la Nato la presenza dei Sovietici a tre minuti di MIG dalla Puglia?». Non c’è che dire, un capolavoro “dialettico” degno di un Gianni De Michelis!

Seguono alcuni passi tratti da un mio articolo del 1991 (Catastrofe del “modello jugoslavo”) pubblicato su Filo Rosso. Giusto per non incorrere nelle ire antititoiste di Armillotta.

mulegreeceQuando il 25 febbraio 1980 la Jugoslavia firmò a Bruxelles l’accordo di cooperazione con la CEE, il quale prevedeva un prestito di 300 milioni di dollari e una serie di agevolazioni nella sfera commerciale per la traballante Federazione, a tutti gli analisti (tranne ai soliti patetici ricercatori di “Terze Vie”) apparve chiaro come in quel giorno si ufficializzasse il completo fallimento di quello che nel secondo dopoguerra era passato alla storia come “modello jugoslavo di socialismo”.

Ciò che Pintor e compagni oggi definiscono «la straordinaria architettura politica e sociale realizzata da Tito», metteva finalmente a nudo le magagne strutturali del cosiddetto “socialismo autogestionario”, durato quattro decenni con il sostegno politico-ideologico di quei “comunisti critici” occidentali che non volevano rassegnarsi a un modello sovietico sempre meno presentabile alle classi subalterne come credibile e auspicabile alternativa al capitalismo. Ogni velleità di autonomia politico-economica, fatta pagare soprattutto al proletariato delle repubbliche meridionali, mostrava definitivamente la corda e presentava il salatissimo conto.

La Yugoslavia, anticipando di qualche anno il miserrimo destino degli altri Paesi oggi “ex socialisti” del Vecchio Continente, iniziava a ruotare intorno ai capitalismi più forti d’Europa.

Ma cosa aveva di socialista quella «straordinaria architettura» venuta fuori dal secondo macello mondiale? Naturalmente niente, nel modo più assoluto. Si trattava di un’architettura capitalistica centrata su un apparato politico assai dispotico e centralizzato che aveva nella Serbia il suo centro di gravità.

[…]

Il tanto celebrato e mitizzato «modello autogestionario» elaborato dal gruppo dirigente titino, lungi dall’essere stato un esperimento originale di costruzione del socialismo, non fu altro che il tentativo di modernizzare un Paese plurinazionale che in trent’anni di storia “unitaria” non era riuscito a creare un omogeneo terreno economico, politico, etnico, ecc. dai confini con l’Austria a quelli con l’Albania. […] La cosiddetta autogestione aziendale non si sostanziò mai in una esaltazione della «democrazia aziendale», all’interno della quale l’operaio veniva a recitare un ruolo di comando e non di mera forza-lavoro sussunta sotto il capitale, come invece sostennero molti antistalinisti italiani ed europei (insomma, i soliti terzisti smentiti puntualmente dal processo sociale); essa all’opposto finì per esaltare grandi e piccoli interessi aziendali, locali, nazionali, e le magagne strutturali vennero a galla non appena l’opera di ricostruzione postbellica fu conclusa, peraltro con un certo successo. […] Alla fine il sistema non ha più retto: disorganizzazione produttiva, deperimento tecnologico, alta inflazione, alta disoccupazione, bassi salari, gap crescente fra il Nord sviluppato (Slovenia e Croazia) e il Sud “depresso” e assistito dallo Stato.

[…]

Scrive Vladimir Dapcevic: «Nel 1948, una parte dei dirigenti jugoslavi, soprattutto Tito e Kardelj, ha completamente liquidato la politica internazionalista ed è passata su posizioni nazionaliste borghesi. Questa politica jugoslava nazional-borghese non poteva alla fine che provocare, subito dopo, l’esplosione del nazionalismo in tutte le repubbliche» (Il Manifesto, 6 agosto 1991). In realtà il gruppo dirigente che si formò intorno al carismatico Tito fu sempre, al di là della retorica “internazionalista” comune agli stalinisti d’ogni latitudine, «su posizioni nazionaliste borghesi», e lo dimostrò al di là di ogni ragionevole dubbio appena la situazione glielo permise.

Mutatis mutandis, il maresciallissimo Tito non fece che applicare alla situazione jugoslava l’arcinota teoria della «via nazionale al socialismo» a suo tempo teorizzata a Mosca per dare un sostegno ideologico all’accumulazione capitalistica a tappe forzate e a ritmi accelerati. Questa teoria postulava la necessità per ogni Paese conquistato al “socialismo” di muoversi lungo il sentiero più congeniale al proprio retaggio storico, alla propria struttura sociale, alla propria cultura e, last but not least, ai propri interessi nazionali.

[…]

Già la Costituzione del 1974 sancì il dato di fatto di una Federazione che non era riuscita a far convivere nel suo seno differenti nazionalità, etnie, culture. «La sfortuna della Jugoslavia», sostiene Jovan Miric, un serbo contrario a ogni genere di nazionalismo, «è stata quella di non essere mai riuscita la Federazione a diventare uno Stato moderno e democratico. A dirigerla c’è sempre stato un pugno d’uomini» (Il Manifesto, 14 settembre 1991).

Lo sciovinismo grande serbo non solo non è morto con la Costituzione del ’48, ma si è dato anche una prospettiva più ampia e ambiziosa, che alla fine si è dimostrata velleitaria, dando corpo a una politica estera che guardava oltre il vecchio e angusto orticello balcanico, per proiettarsi nel grande gioco fra le potenze. Alludiamo alla politica titina volta a costituire il cosiddetto fronte dei non allineati, un polo imperialista “terzista” in grado di smarcarsi dall’influenza geopolitica delle due superpotenze mondiali.

Oggi solo i “comunisti” rifondati delle nostre poco amate sponde sembrano versare nostalgiche lacrime sul «ruolo importante della Jugoslavia nel movimento dei non allineati», come si legge su un loro documento del 20 agosto ’91, e c’è da scommettere che molti di loro rimpiangono il ruolo di grande potenza recitato dall’Unione Sovietica nel corso del mezzo secolo che ci sta alle spalle.

GEOPOLITICA E COSCIENZA DI CLASSE

la musa metafisica c carràGiovanni Armillotta rivendica su Limes «la struttura marxiana» quale eccellente strumento di analisi dei fenomeni geopolitici, soprattutto per ciò che riguarda il processo di globalizzazione. Su un articolo del 25 marzo 2013 pubblicato appunto sulla nota rivista italiana di geopolitica, Armillotta svolge alcune interessanti «considerazioni sulla presa di potere di fascisti, nazisti e bolscevichi», con l’obiettivo, davvero ammirevole, di smitizzare «luoghi comuni di destra e di sinistra», sebbene «La ragione di questo articolo non è certo quella di illustrare il senso politico, sociale o economico del vocabolo “rivoluzione”» (Numeri e rivoluzione in Europa).

Prima di vedere i tre casi storici portati ad esempio dal Nostro analista geopolitico, è forse utile comprendere il suo punto di vista geopolitico, il quale a me pare molto interessante, se non altro perché si sforza di resistere al luogocomunismo del politicamente corretto made in Occidente. Cito da un intervento di Armillotta pronunciato il 6 ottobre 2011: «La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo; l’aggressione alla Libia, la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, di cui le ricchissime classi politiche sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”, e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama. Il democratico è riuscito però a vendersi molto bene dati i luoghi comuni di cui è il massimo portatore nella versione tradizionale: bianco cattivo (Bush figlio), nero buono (Obama), ma entrambi sventolanti lo stars and stripes del capitale finanziario e dell’imperialismo unipolare» (Capire le rivolte arabe, geopolitica, 1 novembre 2011).

Avevo detto che si tratta di un punto di vista interessante, non condivisibile nella sua interezza, anche perché la riflessione di Armillotta potrebbe prestarsi a certe interpretazioni antiamericane e complottiste – alla Giulietto Chiesa, per intenderci – che non ho mai condiviso e che anzi ho sempre combattuto in quanto funzionali agli interessi di potenza che fanno capo a una delle fazioni imperialistiche che competano nell’agone mondiale. Non conosco altro autentico antimperialismo che non sia quello dell’anticapitalismo di classe irriducibile agli interessi di tutte le potenze e di tutti gli Stati in competizione, anche a quelli più deboli e soccombenti nella situazione contingente. Il principio geopolitico secondo il quale «il nemico del mio nemico è mio amico» non ha cittadinanza alcuna nel pensiero critico-rivoluzionario. Nello studio Il mondo è rotondo ho esposto il mio punto di vista “geopolitico”. Veniamo adesso ai tre casi pseudo rivoluzionari di Armillotta.

«L’obiettivo – scrive il Nostro – è sfatare vulgate che albergano a destra (il significato di “rivoluzione” nella mitologia fascista) e a sinistra (l’orrore e il rifiuto della Rivoluzione d’Ottobre, svoltasi “in modo autoritario”, e l’accoglimento, al contrario, del modello liberal-capitalistico statunitense)». Armillotta inizia con la mitologia “rivoluzionaria” fascista. Dopo un breve excursus storico volto a ricordare l’ascesa politico-elettorale del Partito fascista, egli conclude: «Era forse  una rivoluzione? No! Nel passaggio si lasciò immutata la forma di governo, di Stato e di produzione. Cambiò solo il presidente del Consiglio, che, dopo aver assunto la guida col largo consenso degli italiani, agì come sappiamo». Ineccepibile, a mio modo di vedere.

volk_reich_furer_460Passiamo al caso tedesco. Anche qui il Nostro ricorda a grandi linee l’ascesa politico-elettorale del Nazionalsocialismo nel fatale 1933 per concludere con la solita domanda: fu quella nazista «una rivoluzione? Si rovesciò con la violenza la Repubblica di Weimar? No! Nemmeno questa era una rivoluzione. Ci fu poi il cambiamento di norme legislative, possibile solo grazie all’appoggio prima elettorale e poi parlamentare da parte di secondi e poi di terzi». Apro una piccolissima parentesi. Nel 1932 anche Carl Schmitt mise in guardia gli elettori tedeschi dal rischio  insito nel successo elettorale del Partito guidato da Adolf Hitler: «Chiunque contribuisce a dare il 31 luglio la maggioranza ai nazionalsocialisti si comporta come un folle […], dà infatti a questo movimento politico e ideologico ancora immaturo la possibilità di modificare la costituzione, di fondare una chiesa di Stato, di sciogliere i sindacati ecc. […] Si finirebbe per offrire completamente la Germania a questo gruppo e tutto ciò sarebbe estremamente pericoloso» (cit. tratta da J. W. Bendersky, C. Schmitt teorico del Reich, Il mulino, 1983 ). Poi quel «movimento politico ideologico» maturò in fretta e il pericolo estremo per la Repubblica di Weimar si convertì, agli occhi di Schmitt, in un potente fattore «katéchontico» in chiave controrivoluzionaria.

Prima di venire al terzo, e a mio avviso più interessante esempio storico addotto da Armillotta, mi permetto di citarmi, per chiarire in modo sintetico come cerco di impostare il rapporto geopolitica-rivoluzione, e così mantenermi all’altezza della prospettiva dalla quale il Nostro guarda il mondo e la storia.  Almeno ci provo! Cito da un mio post di due anni fa dedicato alla cosiddetta primavera araba.

«Tunisia, Algeria, Egitto: ma davvero stiamo assistendo a delle rivoluzioni in diretta televisiva? Davvero le mitiche masse arabe diseredate, attive a pochi chilometri dalle nostre coste meridionali, stanno impartendo una dura lezione di Rivoluzione al sonnecchiante e obeso proletariato occidentale? Insomma, ha ragione il bifolco manettaro dell’Italia dei Valori, quando suggerisce ai giovani, ai disoccupati e a chi non ne può più del Nero Cavaliere, di “fare come in Egitto“? Calma e gesso. Già i consigli populisti-giustizialisti dei manettari di casa nostra dovrebbero metterci sulla buona strada, nella ricerca di una risposta non banale a quelle domande. Non farò un’analisi della situazione sociale dei Paesi nordafricani oggi in ebollizione; cercherò piuttosto di afferrare e tirare un solo filo politico della questione, a mio avviso di notevole interesse, anche teorico. Per le analisi sociali e geopolitiche accurate c’è sempre tempo. Avendo da sempre criticato la concezione feticista – ideologica – delle parole, non starò qui ad impiccarmi su un termine (rivoluzione), peraltro quanto mai abusato e inflazionato dal marketing politico e pubblicitario (scusate la distinzione…). Ma al suo concetto però sì! Ebbene, se con rivoluzione vogliamo intendere un processo sociale alla fine del quale la vecchia classe dominante viene spazzata via dal potere (economico, politico, ideologico, sociale tout court) dalla classe prima dominata, la quale costruisce una nuova società (non solo un nuovo governo), certamente quello che sta accadendo in Africa settentrionale e che rischia di terremotare il Medio Oriente non entra nei “parametri” appena citati. Non solo la posta in gioco in quei Paesi non è il potere sociale, ma i movimenti di protesta che li attraversano di fatto tendono a rafforzare le fazioni della classe dominante che hanno interesse a cambiare regime politico, chi per rallentare il processo di modernizzazione, chi invece per accelerarlo.

Non basta che le moltitudini affamate e oppresse scendano in strada, e che usino anche le forme più violente della lotta politica, per poter – per così dire – scomodare il concetto (non la parola) di rivoluzione. Infatti, non di rado le fazioni della classe dominante si combattono a suon di “rivoluzioni”. In Cina gli imperatori promuovevano Celesti Rivoluzioni per regolare i conti con le dinastie nemiche. “Sparare sul quartier generale!“, diceva l’Imperatore Mao ai tempi della cosiddetta «Rivoluzione Culturale Proletaria». La stessa “rivoluzione komeinista” di fine anni Settanta ci dice fino a che punto la rabbia delle classi dominate può venir usata per scopi ultrareazionari.
Il quid che ormai da moltissimo tempo manca ai movimenti sociali, in Occidente come in Oriente, a Nord come a Sud del mondo, è ciò che con antica – ma non per questo meno vera – fraseologia possiamo chiamare “soggettività politica“, ossia la coscienza delle classi dominate di poter coltivare interessi diametralmente opposti da quelli “generali del Paese”, i quali fanno capo, in modo più o meno diretto, alle classi dominanti.

È possibile la rivoluzione (nel significato radicale appena delineato) nella Società-Mondo del XXI secolo? È su questa domanda che, a mio avviso, vale la pena di spendere qualche riflessione, magari dopo aver spento la televisione che ci mostra la povera gente dare il sangue per i salvatori della patria di turno».

l'eq pol meditVeniamo, per concludere rapidamente, allo scottante caso bolscevico.

Scrive Armillotta: «Il 25 ottobre [7 novembre] 1917, il “piccolo” partito bolscevico fece la rivoluzione – questa sì che lo fu – poiché vi erano le condizioni sociali e politiche adatte. Se i bolscevichi avessero rifiutato “il modo autoritario”, non sarebbe successo nulla». Qui il Nostro intende forse dire che le vere rivoluzioni non si fanno rispettando le “sacre” procedure democratiche, le quali hanno, all’avviso di chi scrive, una stringente funzione politico-ideologica controrivoluzionaria, ma piuttosto contro di esse. Ora, ciò che rese controrivoluzionaria la democrazia borghese russa che pure era nata da pochissimo, fu il tentativo leniniano di saldare il processo di radicalizzazione sociale attivo in Russia ormai da parecchi mesi con l’analogo processo che investiva tutti i Paesi europei coinvolti nella Grande guerra imperialista. Quando il Partito di Lenin decise di fare della rivoluzione sovietica l’avanguardia della rivoluzione proletaria internazionale, la democrazia russa nata in primavera subì un processo di invecchiamento eccezionalmente rapido, e in pochi mesi il neonato – borghese – apparve agli occhi della coscienza di classe alla stregua di un vecchio decrepito. Contro il materialismo volgare (determinista) dei menscevichi Lenin provò che la storia poteva fare i famosi “salti”! Non «La rivoluzione contro il Capitale» (di Marx), come scrisse allora il poco dialettico Gramsci, quanto piuttosto la rivoluzione russa inserita a pieno titolo nel processo storico mondiale, il quale aveva messo all’ordine del giorno, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati, la rivoluzione contro il rapporto sociale capitalistico.

L’accelerazione dei tempi storici gioca brutti scherzi al pensiero adialettico e privo di radicalità analitica e politica.

Il «modo autoritario» di cui parla Armillotta a proposito dell’iniziativa rivoluzionaria bolscevica, che si compendiò nella dirompente parola d’ordine Tutto il potere ai Soviet (fuori e contro la democrazia borghese), ha senso, almeno a parere di chi scrive, solo nel contesto storico e concettuale appena delineato a grandi linee. Il Nostro scienziato di geopolitica, nonostante rivendichi un approccio marxiano all’analisi storica (l’articolo preso in esame si chiude citando la famosa prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica), mostra di non aver ben compreso la natura della Rivoluzione d’Ottobre e della successiva Controrivoluzione stalinista. Ecco la prova: «Cossiga direbbe [ai cosiddetti ex e post “comunisti” ancora in circolazione che rinnegano «il modo autoritario» che permise nel ’17 ai bolscevichi di “prendere il potere”]: “Per mantenere ed esser fedeli alla vostra identità storica, voi non potete né condannare né rinnegare Stalin e lo stalinismo, senza i quali voi forse oggi neanche sareste!” (La storia non si fa con i ‘se’ e i ‘ma’», Liberazione, 15 maggio 2004, Inserto, p. III)». Contro i figli e i nipoti dello stalinismo Cossiga e Armillotta hanno ragione da vendere; ma «che ci azzecca», come dice il noto manettaro caduto in disgrazia, Stalin e lo stalinismo con la Rivoluzione d’Ottobre? «Il modo autoritario» del Partito di Lenin cosa ha a che fare con l’autoritarismo controrivoluzionario dello stalinismo?* Detto en passant, Stalin non ebbe alcun ruolo di rilievo in quella rivoluzione.

Qui siamo in presenza di un salto storico-logico che si trasforma in un risibile capitombolo, il quale, tra l’altro, mette in luce tutti i limiti della concezione geopolitica borghese, la quale non sa penetrare la natura di classe della Potenza materiale e sociale che giustamente essa pone al cuore dell’analisi delle relazioni internazionali. «La geopolitica», scrive il Nostro, «non è altro che lo studio e la comprensione delle trasformazioni della struttura a livello mondializzato». Non c’è dubbio. Ma se non si coglie la sostanza qualitativa di questa «struttura», ossia il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che la rendono possibile sempre di nuovo, il profondo significato storico, sociale e politico dei processi geopolitici rimane inespresso.

È qui che insiste la differenza fondamentale tra un punto di vista apologetico, ancorché “strutturalista”, sulla Potenza sociale colta nella sua dimensione geopolitica, e il punto di vista critico-radicale: il primo rimane quasi ipnotizzato dalla prassi del Dominio e dalle “affascinanti” categorie filosofiche e politiche chiamate a fornirne la teoria (potenza, forza, violenza, ecc.); il secondo non fa che svelare il carattere disumano e potenzialmente transitorio – sul piano storico – di quella prassi.

COPERTINA* «Il filo rosso concettuale cui alludevo sopra è la trasformazione del carattere storico e sociale (ciò che un tempo si definiva «la natura di classe») del Partito Bolscevico a opere di potenti forze materiali agenti nelle profondità della società russa. Di che si tratta? Di questo: lo stesso partito che nell’ottobre del 1917 era riuscito a trasformare una devastante crisi sociale in un’occasione rivoluzionaria in grado di travalicare i confini borghesi tracciati dal movimento popolare-democratico iniziato nel febbraio dello stesso anno, a un certo punto si converte in un potentissimo strumento controrivoluzionario che ricaccia violentemente indietro l’esperienza sovietica, confinandola ben dentro l’orizzonte borghese. Come vedremo, non esiste un vero momento di svolta, un singolo «evento di rottura», una soluzione di continuità databile con assoluta – «scientifica» – precisione, proprio in ragione del carattere processuale del fenomeno indagato; in effetti, si deve parlare di un accumulo di contraddizioni che alla fine provocheranno il dialettico «salto qualitativo»… all’indietro. (Anche il concetto di «massa critica» può forse andare bene a rendere la dialettica della cosa).

Indietro, si badi bene, non in termini assoluti, ma in rapporto alle possibilità emancipatrici che l’Ottobre aveva aperto sulla scala mondiale, prim’ancora che nazionale. Sul piano storico generale la controrivoluzione stalinista rappresentò il peculiare modo in cui la Russia entrò nella modernità capitalistica del XX secolo.

In realtà non abbiamo a che fare con lo stesso partito – e questo è il «risvolto dialettico» che bisogna bene apprezzare –, nel senso che nonostante il vecchio e glorioso marchio di fabbrica (a cui si aggiunge quello nuovo di «Partito Comunista Russo»), nonostante i vecchi riferimenti teorici e politici (del resto sempre più formali e dogmatici), e nonostante il vecchio e prestigioso personale politico («i compagni di Lenin»!), agiscono al suo interno, e attraverso di esso si proiettano all’esterno, vecchie e nuove potenti forze storico-sociali (sostanzialmente: il tradizionale imperialismo Grande-Russo e l’accumulazione capitalistica). Così, un partito che definisce se stesso, in ottima fede, come «comunista», e che crede di agire «per il comunismo» (persino i vecchi leader bolscevichi «purgati» negli anni Trenta accetteranno l’infamia della calunnia e il plotone d’esecuzione come «male necessario per il trionfo della causa») diventa un partito totalitario nazionale-capitalistico.

E tutto questo passa completamente sopra le teste degli stessi protagonisti, i quali non controllano più gli avvenimenti, non padroneggiano più le forze della storia, ma ne diventano piuttosto gli strumenti, i vettori, gli agenti, nonché l’oggettiva proiezione politica e ideologica. I cosiddetti «comunisti» si comportano come gli alienati e impotenti individui capitalistici di cui parla Marx: dominati da ostili potenze occulte essi non sanno quello che fanno e ciò che veramente sono. È il trionfo della dialettica materialistica del comunista di Treviri!» (Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre – 1917-1924. Scarica il PDF).