È QUESTA LA VERITÀ SU REGENI!

«La verità su Regeni è il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto» (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?).

«C’è anche l’ok del consiglio dei ministri e a questo punto la vendita delle navi da guerra all’Egitto è solo una formalità. Manca l’ultima firma di un ambasciatore, ma quel che conta è l’assenso al termine di un’informativa di Giuseppe Conte. Con il regime di Al-Sisi ha prevalso la logica dell’appeasement e non quella dei pugni sul tavolo. Carmelo Miceli (PD), responsabile nazionale per le Politiche della sicurezza, ribatteva già ieri mattina che la vendita delle navi è ottima e anzi indispensabile. “È inaccettabile – affermaMiceli – la vulgata che vuole che con questa commessa si paga il silenzio su Regeni. Considerare questo rapporto commerciale con Egitto come una “mancetta” per l’acquisto del silenzio è scorretta. In questo momento non possiamo perdere un posizionamento geopolitico in Egitto. L’Italia ha perduto il suo ruolo di riferimento in Tripolitania a vantaggio della Turchia e la nostra relazione con l’Egitto può essere il viatico per una ricollocazione dell’Italia tra i Paesi che contano in ottica pacifista. Questa commessa non è solo un affare commerciale. Dietro la fornitura di armamenti c’è un reciproco affidamento di carattere politico e geopolitico che può essere d’aiuto alla ricerca di verità su Giulio Regeni» (La Stampa). «Ottica pacifista»: datemi un martello! «Che cosa ci vuoi fare?» Lo so io!

«Sulla notizia della vendita di due fregate di Fincantieri all’Egitto promesse in precedenza alla Marina militare italiana è lecito sospendere il giudizio in attesa di conoscere maggiori dettagli sull’operazione. Dopo l’appalto ottenuto in Qatar, Roma riesce a infliggere un altro smacco a Parigi nel mercato delle forniture navali. L’Egitto era dal 2014 un acquirente privilegiato di navi da guerra francesi di superficie, con sette moderne unità ricevute fra navi d’assalto anfibio, fregate e corvette. Fincantieri ottiene invece l’ennesimo riconoscimento alle sue eccellenti capacità produttive in ambito militare, tanto più che la pandemia ha inflitto un colpo durissimo al settore civile e da crociera. Fin qui le buone notizie. Nel complesso la dinamica dell’accordo non ci è ancora completamente favorevole. Bisognerà sciogliere alcuni importanti nodi. Nell’immediato la spina dorsale della flotta italiana verrà privata delle due navi tecnologicamente più avanzate, lo Spartaco Schergat e l’Emilio Bianchi, realizzate grazie all’esperienza e alle lezioni acquisite nell’ultimo decennio con le precedenti otto unità. Non è chiaro se queste fregate saranno rimpiazzate, né in che modo: con altrettante Fremm, magari allestite in modalità antisottomarino, oppure con nuovi pattugliatori polivalenti d’altura, unità che possono surrogare soltanto in parte ai compiti delle più potenti fregate? La mancata compensazione alla Marina italiana può indebolirci in maniera oggettiva proprio mentre nel Mediterraneo è in corso il veloce riarmo navale dei vicini. Per questo va assolutamente evitata. Lo stesso Egitto – che di questo risiko è parte integrante – di certo non si trasforma magicamente in un nostro nuovo e amichevole partner solo in virtù dell’affare. Basti solo guardare alla Libia, dove il suo approccio è opposto a quello italiano. Inoltre, in assenza di un riequilibrio l’accordo sulle fregate favorisce indirettamente l’avversario turco: se da una parte indebolisce la superiore flotta italiana, dall’altra diluisce ulteriormente l’ossatura di una linea da battaglia egiziana che già non brilla per omogeneità. A riprova del fatto che la politica di acquisizione degli armamenti del Cairo risulti ancora pesantemente inficiata da considerazioni di utilità diplomatica ancor prima che militare. L’intera operazione acquisirà senso soltanto quando verranno confermate le indiscrezioni che legano la vendita delle fregate di Fincantieri ai contratti multimiliardari fra Italia ed Egitto in ambito militare anticipati nelle ultime settimane. Il Cairo sarebbe pronto a rivolgersi ai campioni industriali della Difesa italiana per acquisire altre quattro fregate, 20 pattugliatori d’altura, 24 caccia Typhoon, 24 addestratori M346 e persino un satellite. Commesse semplicemente da capogiro, che però sono ancora ben lungi dal diventare realtà. E privilegiare la pecunia non è certo una risposta ai fortissimi bisogni geostrategici che attanagliano il nostro paese. Specie nel Mediterraneo» (Limes).

Scriveva due giorni fa Il Manifesto, il noto quotidiano “comunista”: «Alla faccia della verità per Giulio Regeni e della libertà per Patrick Zaki e per altre centinaia di militanti sociali e sindacali seppelliti nelle carceri egiziane». Ma la verità su Giulio Regeni è proprio questa; quella che si manifesta da ultimo con la famigerata commessa militare di cui si parla. Comunque vada a finire la vicenda legata a questa importante operazione commerciale e militare, non dobbiamo perdere l’occasione che la situazione ci offre di guardare in faccia la realtà nella sua disumana verità. Scrivevo su un post di tre anni fa (Per tutti i Regeni del mondo):

«La terribile – ma tutt’altro che eccezionale – vicenda toccata in sorte a Giulio Regeni è insomma finita nel tritacarne degli interessi economici, geopolitici e politici. Com’era d’altra parte inevitabile che accadesse, come nel mio infinitamente piccolo ho cercato di dire fin dall’inizio: “In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema. Chiedere ‘giustizia’ per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica ‘del mio Paese’ e della ‘dignità nazionale’. Tanto per cominciare. Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una ‘Verità per Giulio’ assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: lo chiamano ‘effetto collaterale’. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno ‘problematica’, e tuttavia…” (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?)».

PER TUTTI I REGENI DEL MONDO

Leggo su l’Huffington Post: «Un mare di sospetti. Affari e geopolitica. Armi e petrolio. Pugnalate alle spalle dei “fratelli coltelli” europei e di gole profonde di oltre Oceano. Interviste “sospette”, pilotate per chiudere il caso, e raìs senza scrupoli che in cambio del contenimento dei migranti chiedono miliardi di dollari oltre che il silenzio assoluto sui crimini interni. Libia ed Egitto. Lager e Regeni». Su Affari Internazionali il concetto appena delineato si chiarisce in tutta la sua cinica pregnanza: «C’è un convitato di pietra, a cui ogni tanto si accenna quando si parla dell’assassinio di Giulio Regeni. È una parola all’apparenza rassicurante, e allo stesso tempo saggia. Stabilità. È la stabilità dell’Egitto alla quale dobbiamo guardare con estrema attenzione, nel nostro delicato ruolo politico nel Mediterraneo. È la stabilità dell’Egitto che ci proteggerà dall’attacco dell’autoproclamatosi “stato islamico”. È la stabilità del più importante Paese della costa settentrionale dell’Africa che dobbiamo proteggere, per tutte le ragioni politiche, economiche, strategiche che toccano l’Italia: la crisi libica, le migrazioni, il contenimento dell’integralismo di marca islamista. La stabilità è la nostra trincea e per mantenerla dobbiamo ingoiare bocconi amari. La Realpolitik è razionale, seria. La ricerca di verità e giustizia sul caso Regeni è carica di troppo idealismo». È, mutatis mutandis, la stessa stabilità politico-sociale che la Cina vorrebbe imporre in Venezuela e in tutti i Paesi dell’America Latina per creare un ambiente meno “volatile” e precario per i suoi cospicui investimenti colà indirizzati. Il valore della stabilità non sarà mai apprezzato nel modo corretto dagli “idealisti”, ai quali sfugge la realtà degli interessi e dei rapporti di forza.

Anche Fulvio Scaglione spezza una lancia a favore della realpolitik: «Al resto del mondo del “caso Regeni” non importa nulla. Ce lo dimostrò, nelle settimane successive alla morte di Giulio, il buon François Hollande, socialista francese, che corse al soccorso di Al Sisi con prestiti e nuovi trattati commerciali, ansioso di prendere il posto dell’Italia nei rapporti bilaterali. Nel caso dell’Egitto occorre purtroppo conciliare il dramma e lo sdegno della famiglia Regeni e di tutti coloro che hanno sete di giustizia con l’interesse dell’intero Paese. E questo non può non valutare l’influenza del regime di Al Sisi sulla situazione della Libia (l’Egitto è un grande sponsor del generale Al-Haftar), migranti compresi, e le relazioni economiche tra i due Paesi. A partire magari dal settore energetico e dalla scoperta in acque egiziane, due anni fa, da parte dell’Eni, del più grande giacimento di gas del mondo» (Linkiesta). Chi analizza e riflette ciò che accade nel vasto e capitalistico mondo dal punto di vista degli interessi nazionali (o “del Paese”) non può che condividere questa realistica impostazione.

Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) augura all’Italia un tonificante bagno pragmatico  e avanza il sospetto dell’odioso complotto ai danni del nostro Paese: «In un paese come l’Egitto dove la tortura è legale e centinaia di oppositori scompaiono nel nulla chi aveva interesse a far ritrovare il corpo di Regeni con addosso i segni inequivocabili della tortura nella rotonda più trafficata del Cairo? Solo chi avesse voluto creare un muro nei rapporti tra Italia ed Egitto. […] Chiudere le relazioni diplomatiche con l’Egitto non ci ha dato la verità su Regeni ma ha svantaggiato l’Italia su tutti i fronti in cui i rapporti con al-Sisi hanno un valore strategico, dall’energia alla crisi libica. Meglio non dimenticare che l’Eni ha scoperto al largo di Alessandria un gigantesco giacimento di gas. Non a caso i nostri “alleati/competitor” europei hanno approfittato della crisi con l’Egitto per accaparrarsi un po’ di contratti. Incluso il settore delle armi per le forze egiziane dove l’Italia sembrava in pole position dopo gli incontri tra Renzi e al-Sisi, prima dell’omicidio Regeni e invece il business è andato a francesi e russi». Gaiani ricorda poi che altri cittadini europei sono finiti nella rete dei servizi segreti egiziani: «il caso più importante è forse quello del francese Eric Lang morto all’interno di un commissariato di polizia egiziano. Parigi ha più volte protestato e chiesto giustizia ma senza mai interrompere i contatti col Cairo che dalla Francia ha comprato negli ultimi anni (solo nel settore militare) navi da guerra e cacciabombardieri per 6 miliardi di euro. Non si tratta di accettare violenze, soprusi e omicidi di connazionali in cambio di affari ma di affrontare la questione con pragmatismo e sono in molti a non voler il ritorno di ottimi rapporti tra Roma e Il Cairo, specie a Parigi». Un po’ di sano pragmatismo insomma non guasterebbe, anche perché un eccesso di idealismo rischia di compromettere seriamente e per molto tempo i nostri interessi nazionali avvantaggiando quelli dei nostri «alleati/competitor». Urge chiudere in qualche modo il “caso Regeni”!

Paolo Mastrolilli (La Stampa) illumina un altro aspetto della vicenda: «Una seconda fonte del settore d’intelligence è convinta che Regeni sia stato vittima di una “turf war” fra gli apparati egiziani, in sostanza una guerra interna tra i vari servizi di sicurezza. In questo quadro, la morte di Giulio è stata usata da qualcuno per “scoring points”, cioè segnare punti a danno dei suoi avversari. Al Sisi voleva dare una lezione, e l’arresto del ricercatore italiano rientrava in questo obiettivo. Invece il suo omicidio, e poi l’abbandono del cadavere in strada allo scopo evidente di farlo ritrovare, sono serviti ai responsabili per rendere pubblica la sua tragedia e farne ricadere la colpa sui rivali. Il governo degli Stati Uniti aveva ottenuto le prove “humint” di questa verità, cioè intelligence umana. In altre parole, rivelazioni ricevute da informatori interni agli apparati egiziani, considerati credibili e affidabili. […] Di sicuro l’allora segretario di Stato Kerry era a conoscenza dei dettagli, e li rinfacciò direttamente al collega egiziano Sameh Shoukry, durante un incontro molto teso avvenuto nell’aprile del 2016, a margine del vertice nucleare che gli Usa avevano ospitato a Washington. Il capo della diplomazia americana disse al collega che il caso Regeni era diventato una seria complicazione nei rapporti bilaterali, perché gli Stati Uniti non potevano accettare che i civili di paesi alleati fossero trattati in questa maniera. Davanti alle obiezioni e le smentite di Shoukry, Kerry aveva risposto che l’intelligence americana aveva le prove inconfutabili della responsabilità dei servizi egiziani nell’uccisione di Giulio. Quindi aveva detto che l’unica soluzione accettabile per gli Usa era l’arresto e la punizione dei colpevoli. Questo non è mai accaduto, ma le fonti americane restano convinte che gli egiziani possano farlo». È davvero commovente osservare la prima potenza imperialista del pianeta ergersi a paladina della “verità” e della “giustizia”, sebbene orientate in senso geopolitico: Guantanamo, e non solo, insegna. Gli Stati Uniti non possono accettare che i civili di paesi alleati siano «trattati in questa maniera»: il destino dei civili nati sotto una diversa costellazione imperialistica non è cosa che possa riguardarli. Anche il “senso di umanità” deve dunque inchinarsi dinanzi alla geopolitica. Come sempre invito alla riflessione critica, non all’indignazione moralistica che sovente porta acqua al mulino di una delle parti in competizione, mentre si tratterebbe di far saltare in aria l’intero gioco.

La terribile – ma tutt’altro che eccezionale – vicenda toccata in sorte a Giulio Regeni è insomma finita nel tritacarne degli interessi economici, geopolitici e politici. Com’era d’altra parte inevitabile che accadesse, come nel mio infinitamente piccolo ho cercato di dire fin dall’inizio:

«In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema. Chiedere “giustizia” per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica “del mio Paese” e della “dignità nazionale”. Tanto per cominciare. Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una “Verità per Giulio” assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: lo chiamano “effetto collaterale”. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno “problematica”, e tuttavia…» (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?). «Un massacro in più o in meno non può certo cambiare il mio giudizio su ciò che ho definito il Sistema Mondiale del Terrore (*), concetto che spiega anche la strage di San Pietroburgo. A suo tempo anche Giulio Regeni sperimentò la crudeltà di questo mostruoso sistema terroristico che sfrutta e uccide; tutti i Paesi del pianeta ne sono parte organica, sebbene a vario titolo e con diverso peso specifico» (Un’umanità gasata).

Per capire il mio approccio con il “caso Regeni” è indispensabile sapere che la nazionalità di Giulio mi lascia del tutto indifferente: la sua morte ai miei occhi non è “qualitativamente” diversa da quella di migliaia di giovani egiziani che nel corso degli anni sono “scomparsi” (magari dopo atroci torture) nella più totale indifferenza delle stesse persone che oggi reclamano per la sua terribile vicenda “verità” e “giustizia” solo perché c’è di mezzo l’onore e il prestigio del nostro Paese. Per me la morte di un italiano “pesa” esattamente quanto quella di un egiziano, o di un siriano, o di un libico, insomma di un Giulio Regeni qualsiasi nato in un luogo qualsiasi di questo mondo sempre più violento e disumano. Piango gli offesi, i torturati e gli assassinati senza prima controllare il loro colore della pelle, la loro fede religiosa, la loro nazionalità: mi basta e avanza sapere che degli esseri umani sono stati sacrificati sull’altare di interessi che nulla a che fare hanno con un assetto umano della nostra vita, oggi appunto negato nel modo più ottuso e nichilista. So benissimo che il punto di vista dei genitori di Giulio è completamente diverso dal mio; ma qui si tratta del mio punto di vista, non del loro.

Personalmente trovo rivoltante (ma non inaspettato!) il modo in cui l’Italia, i suoi “alleati” occidentali e mediorientali e i partiti di casa nostra stanno usando l’affaire Regeni per acquistare vantaggi e assestare colpi all’avversario, e di certo la legittima domanda di verità e giustizia deve necessariamente prestare il fianco alla strumentalizzazione da parte del Sistema Mondiale del Terrore se non tiene conto della natura sommamente disumana di questo Sistema.

* Ho elaborato questo concetto con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo. Rimando al post La radicalizzazione del Male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

TUTTO IL MALE DEL MONDO

Quale verità per Giulio Regeni?

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«Il suo volto così come restituito dall’Egitto era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Sul suo viso ho visto tutto il male del mondo che si è riversato su di lui» (Paola Regeni).

Ho appena finito di leggere un interessante e istruttivo articolo di Alberto Negri dedicato alla «storia ignobile di Giulio Regeni», pubblicato il 31 marzo dal Sole 24 Ore. Istruttivo soprattutto per quel che riguarda la “fenomenologia” politico-diplomatica dell’imperialismo nostrano. Eccone un’ampia sintesi:

«Regeni è stato ammazzato probabilmente dalla polizia egiziana, che fosse italiano è secondario: lavorava per un’istituzione accademica britannica, aspetto importante che però non è così decisivo. La polizia ha l’ordine di tenere d’occhio gli stranieri che ficcano il naso negli affari interni: per sostituire l’islamismo serve un nazionalismo ferreo, implacabile, anche stupido, esercitato in ogni direzione. Il sistema conta più delle persone o dobbiamo ricordare tutti i morti. L’Italia è stato il primo governo in Europa a sdoganare il generale golpista. Consegnando il corpo e facendo fuori quattro criminali da strapazzo, Al Sisi pensava di chiudere il caso: un “incidente” che ha coinvolto il cittadino di un Paese sempre pronto a corteggiarlo pur di fare affari, non diversamente peraltro da russi e francesi che vendono caccia e incrociatori. Loro, peraltro, sono anche suoi alleati in Cirenaica, in contrasto evidente con i nostri interessi in Tripolitania. I misteri? Ce ne sono ma non così fitti. Il più evidente è perché abbiano gettato il cadavere in un fosso quando anche i più stupidi tra “i bravi ragazzi” l’avrebbero occultato sotto tre metri di cemento. La scena è questa: Al Sisi avrà chiesto a un suo sottopancia perché un ministro italiano dell’Economia invece di parlare con lui solo di affari avesse chiesto dove fosse finito un suo connazionale. I raìs non gradiscono imprevisti. Il capo si è inferocito e scendendo per i rami gerarchici e dell’apparato di sicurezza gli autori dell’omicidio, impauriti, si sono liberati in giornata del cadavere pensando di simulare un incidente. Perché questa era la prima versione con cui speravano di cavarsela con il Capo, non con noi che per loro non contiamo nulla. Da qui è partita una sequela di errori e giustificazioni. Persino il Capo nell’intervista procurata a un giornale italiano cerca di accreditare la teoria del complotto: un sabotaggio agli affari dell’Eni. Musica per noi giornalisti che sulle dietrologie non ci batte nessuno. Ma questa è una storia sbagliata, dove la sorte terribile di una vittima ingigantisce l’infamia e la stupidità dei suoi assassini. E ora cerchiamo “soddisfazione” da chi non può darcela, tentando di montare un intrigo internazionale perché non sappiamo cosa fare. Fateci caso. I due marò, Regeni, la Libia di Gheddafi: siamo diventati i campioni delle fregature, noi, il Paese dei furbetti. Di Regeni in molti dissero, prima di correggere il tiro con la consueta eleganza, che forse non doveva ficcare il naso tra gli operai e i sindacati, ora è diventato un eroe “italiano”, la maschera sanguinante dove nascondere le nostre meschinità e indecisioni. È questa, come cantava Guccini, la piccola storia ignobile del nostro Paese e gli altri la conoscono bene. Cambiarla dipende da noi, non dal generale Al Sisi».

Cambiare la «piccola storia ignobile del nostro Paese»? Io mi chiamo fuori! Personalmente sono attratto da cambiamenti assai più epocali e utopistici: il realismo, come sa il lettore avvezzo a questo Blog, non è mai stato il mio forte e comunque lo lascio volentieri nelle mani di chi ama «il nostro Paese», non importa se “declinato” da “destra” o da “sinistra”. Il «nostro Paese» colleziona “brutte figure” in giro per il mondo? Benissimo! Mille di queste “brutte figure”! Faccio del disfattismo antinazionale? Mi pare oltremodo ovvio. «Vedremo se il governo Renzi, davanti a questo caso politico-diplomatico gravissimo, inalbererà l’orgoglio tricolore come per i due marò sotto processo in India, oppure si comporterà in maniera codarda col pretesto della “realpolitik”» (CampoAntimperialista). Ecco, il mio punto di vista antinazionale si colloca su un terreno “dottrinario” e politico affatto diverso, più precisamente: opposto da quello che ha fatto germogliare la perla “Antimperialista” appena citata. Nella mitica e fatidica “Notte di Sigonella”* Bettino Craxi mostrò coraggio dinanzi agli arroganti alleati americani, e gli “antimperialisti” dell’epoca si produssero in un miserabile (quanto non sorprendente) applauso di approvazione nei confronti di un Premier decisionista che era riuscito a inalberare l’orgoglio tricolore mille volte maltrattato; allora come oggi la natura “antimperialista” di certi “antimperialisti” è piuttosto sospetta, diciamo. A volte l’”antimperialismo” ama mostrarsi con il volto del nazionalismo più ottuso: misteri della “dialettica”!

C’è un modo rapido e “dignitoso” per venire fuori dal cul de sac politico-diplomatico nel quale si è cacciata la relazione speciale italo-egiziana? «Come può difendere la propria dignità un paese come l’Italia? Continuando a insistere per ottenere verità e giustizia, senza abbandonare i propri interessi» (Il Foglio). Dello stesso avviso è ovviamente Paolo Scaroni, vicepresidente della banca Rotschild ed ex amministratore delegato di Enel ed Eni, grande conoscitore del Medio Oriente e sostenitore della divisione della Libia nelle tre storiche “macroregioni” (Cirenaica, Tripolitania, Fezzan) poi accorpate violentemente dall’Italia fascista nel 1934 – naturalmente la Tripolitania dovrebbe essere di nostra competenza. «Faccio solo due osservazioni. Mi sembra un po’ presto per tirare le conclusioni della vicenda Regeni. Primo, dobbiamo essere vigili ed esser certi di non essere presi in giro, per rispetto della famiglia e per la nostra stessa dignità nazionale. Le conclusioni vanno tirate quando sarà chiaro se hanno voglia di darci una risposta seria o meno. Secondo, il maggior interesse al gas di Zohr non è dell’Eni o dell’Italia ma dell’Egitto stesso, che ne ha un bisogno disperato. Con lo sviluppo di quel giacimento, il Cairo tornerà infatti a essere autosufficiente. Per questo vanno valutate reazioni intempestive, che invece di punire il colpevole, finiscano per penalizzare la parte sbagliata» (Il Corriere della Sera).

Ora, per come la vedo io è proprio la logica «del nostro Paese», della «nostra dignità nazionale», degli «interessi nazionali» (logica da estendersi a tutti i Paesi del mondo) che ci tiene inchiodati ideologicamente e psicologicamente alla croce di questa ignobile società mondiale che ci espone a ogni sorta di trattamento disumano e a ogni tipo di pericolo: non siamo sicuri nemmeno quando aspettiamo o prendiamo un mezzo di trasporto, o quando ci concediamo un momento di relax secondo il nostro insuperabile “stile di vita” – oggi preso di mira dal “nichilismo islamico”. Ogni luogo di ritrovo è diventato parte del fronte bellico. Figuriamoci cosa può capitare a chi si mette in testa la bizzarra idea di «ficcare il naso tra gli operai e i sindacati» di un altro Paese!

Ieri il Premier Renzi ha ribadito un concetto che corrisponde agli interessi attuali e alle preoccupazioni** dell’imperialismo italiano: è sbagliato sostenere che siamo in guerra contro il Califfato Nero, perché la guerra la fanno gli Stati; si tratta piuttosto di una lotta al terrorismo che va approcciata secondo criteri adeguati alla natura del problema. Sulla guerra sistemica in corso rimando al mio ultimo post e agli altri post dedicati al tema. Il punto decisivo che ho cercato di mettere in luce in questi post è il carattere necessariamente aggressivo, competitivo, violento, terroristico, in una sola parola disumano della vigente società mondiale, e questo tanto in regime di “pace” quanto in regime di “guerra guerreggiata” – la quale rivela il vero volto del Moloch che ci sovrasta.

A parer mio, fino a quando le classi subalterne continueranno a ragionare secondo la logica delle classi dominanti (ossia in termini di «dignità nazionale», di «interessi del Paese» e via dicendo) non c’è nemmeno da ipotizzare la possibilità di un futuro assetto umano della nostra esistenza, e ogni ulteriore peggioramento della nostra condizione non è solo possibile, ma è altamente probabile. In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema.

Chiedere “giustizia” per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica «del mio Paese» e della «dignità nazionale». Tanto per cominciare.

Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una “Verità per Giulio” assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: chiamasi “effetto collaterale”. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno “problematica”, e tuttavia…

 

* «Era ancora un’Italia che non si era scrollata completamente di dosso la ferita dell’8 settembre ‘43 quella che si presentava armata nella notte del 10 ottobre 1985 sulla pista della base Nato di Sigonella. Ma i carabinieri al comando del generale Bisognero (padre dell’attuale ambasciatore italiano a Washington) che presidiavano il Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro non si sarebbero opposti con tanta fermezza alla Delta Force americana senza una catena di comando unitaria e una guida politica inflessibile, quella di Bettino Craxi, che li guidò in quelle difficili ore restituendo quell’onore perso in guerra quarant’anni prima davanti agli occhi del mondo» (G. Pelosi, Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015).

** «Il formidabile caos libico ci riguarda sempre più da vicino perché l’Italia nei mesi scorsi si era offerta per un ruolo guida che aveva perduto nell’ex colonia con la caduta di Gheddafi nel 2011. Fu la più grave e sostanziale débâcle della nostra politica estera dalla fine della seconda guerra mondiale. Adesso, come recuperare la Libia?» (Il sole 24 Ore, 2 aprile 2016). «Siamo tutti alleati qui in Occidente, ma definirci amici a volte è un po’ azzardato. In compenso siamo sicuramente concorrenti, al punto che in ogni vicenda oscura, a torto o a ragione, vediamo sullo sfondo, nell’ombra, l’artiglio di interessi economici inconfessabili: non è così anche per il caso Regeni?» (A. Negri, Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2016).

IL PUNTO SULLA SIRIA E SUL SISTEMA MONDIALE DEL TERRORE

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La guerra contro il Califfato Nero è un mero pretesto politico, diplomatico e ideologico dietro il quale nascondere agli occhi della cosiddetta opinione pubblica internazionale la più classica delle competizioni interimperialistiche per il Potere: solo gli sciocchi e gli ingenui tardano a capire questa elementare verità che diventa sempre più evidente massacro dopo massacro, fallimento diplomatico dopo fallimento diplomatico – o gioco delle parti che dir si voglia.

«La Turchia si dice pronta ad affiancare l’Arabia Saudita in un’operazione di terra in Siria, se la Coalizione anti-Is appronterà questa strategia». Nel frattempo la stessa Turchia attacca i curdi, «che nell’area di Aleppo si battono contro l’Is», e, insieme all’Arabia Saudita, appoggia sempre più apertamente l’«opposizione democratica sunnita» che si batte contro il regime sanguinario di Assad. Mosca dichiara di voler intensificare, e di molto, i raid aerei per sradicare definitivamente lo Stato Islamico dalla Siria; lodevole – si fa per dire – intenzione che corrisponde in realtà a una promessa di morte consegnata all’opposizione armata siriana anti-Assad. Iraniani sul terreno e russi dal cielo: il macellaio di Damasco ha di che rallegrarsi, almeno per adesso. Bashar al-Assad sfoggia comunque il solito ottimismo: «Riconquisterò tutto il Paese ma potrebbe volerci molto tempo e un alto prezzo» – soprattutto in vite umane, si capisce.

Ancora più alto di quello già pagato dal disgraziato popolo siriano? Davvero il peggio non conosce limite. La martirizzata e inerme popolazione siriana è presa in mezzo dagli opposti interessi: c’è chi muore a causa di un raid aereo russo (ma anche le artigianali barrel bombs gettate sulla gente dagli elicotteri siriani fanno bene il loro sporco lavoro) o in seguito a una micidiale controffensiva terrestre dell’esercito “regolare” o delle milizie anti-Assad; c’è chi muore per fame, come gli internati nei campi di sterminio nazisti (Primo Levi lo aveva intuito: la radice del Male è ancora attiva; io dico: sempre più attiva), e ci sono le moltitudini che scappano dal teatro di guerra per andare a bussare alle porte della – cosiddetta – Fortezza Europa. Molti profughi, poi, sperimentano il mare d’inverno, o d’inferno, e muoiono in un macabro stillicidio che ormai non commuove più nessuno. La nostra soglia del dolore è molto adattabile alle circostanze, e l’etica deve fare i conti con la routine quotidiana.

obama-e-putin-in-siria-737216Intanto Washington continua a controllare la situazione a distanza di sicurezza (ma sempre più ravvicinata), lasciando agli alleati in loco il lavoro sporco; tuttavia un suo coinvolgimento diretto militare in Siria non è affatto scongiurato: «Il segretario di Stato Usa John Kerry in un’intervista a Orient Tv di Dubai avverte che se “il presidente siriano Assad non terrà fede agli impegni presi e l’Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto hanno promesso, la comunità internazionale non starà certamente ferma a guardare come degli scemi: è possibile che ci saranno truppe di terra aggiuntive». «Truppe di terra aggiuntive» a stelle e strisce? Il Presidente Obama assicura che non ci sarà un nuovo Iraq, ma sostiene anche che Putin e Assad devono smetterla di concentrare i loro sforzi nel tentativo, peraltro abbastanza riuscito, di annientare i «gruppi di opposizione legittimi». Ma su cosa si debba intendere per «gruppi di opposizione legittimi» e per «forze terroristiche» non c’è ovviamente comunanza di idee nei vari tavoli diplomatici e nelle Conferenze sulla “sicurezza e sulla pace”, le quali si esauriscano puntualmente in un nulla di fatto in attesa di poter ratificare i rapporti di forza creati sul campo. (Allora perché si tengono? Perché all’opinione pubblica e ai media bisogna pur vendere qualcosa: la propaganda non è un optional!). Come insegna la geopolitica di orientamento realista (la stessa che, ad esempio, in queste ore consiglia Roma a non polemizzare troppo con il Cairo), l’amico è per definizione legittimo, mentre il nemico facilmente viene rubricato come terrorista: il tutto si riduce dunque a questa realistica domanda: amico o nemico di chi?

Imminente sembra invece un intervento militare americano in Libia, in sinergia con gli alleati della Nato; l’operazione pare essere pronta fin nei dettagli e si tratterebbe solo di stabilire il momento più opportuno per renderla effettiva. Si parla comunque di pochi giorni. A quanto pare le aziende italiane presenti in Libia hanno già ricevuto l’ordine di rimpatriare il loro personale che si trova ancora presso i giacimenti. Per evitare discussioni con Roma, già scottata dall’intervento militare del 2011, all’Italia sarebbe chiesto solo l’uso logistico della base militare di Sigonella per i rifornimenti. Ma sul tipo di partecipazione militare dell’Italia nell’ambito di questa ennesima operazione “antiterroristica” rimangono diversi nodi da sciogliere. In ogni caso, il governo italiano rivendica un ruolo di primissimo piano nell’operazione, per i forti interessi economici che l’Italia vanta nel Paese africano, per la sua collocazione geopolitica e per il noto retaggio storico.

Il Premier russo Dmtri Medvedev ha dichiarato che le relazioni fra Russia e Occidente sono tornate al punto di «una nuova guerra fredda»; i leader dei Paesi dell’Est europeo un tempo “fraternamente” associati all’Imperialismo “sovietico” l’hanno subito corretto: dopo la Crimea e la Siria non si può più parlare di Guerra Fredda, ma piuttosto di Guerra Calda. Inutile dire che tutto questo parlare di nuova Guerra Fredda ha fatto venire i lucciconi agli occhi ai numerosi nostalgici del mondo precedente la caduta del Muro di Berlino: come sarebbe bello (per questi non invidiabili personaggi, s’intende) se il virile Vladimir si convertisse al “comunismo”!

«Siamo in una guerra perché il terrorismo ci combatte», ha detto il premier francese Manuel Valls dal pulpito della Conferenza di Monaco sulla Siria. No, siamo in guerra perché il Sistema Mondiale del Terrore da sempre terrorizza, sfrutta, saccheggia e massacra l’umanità e la natura. Come ho sostenuto altre volte, di questo sistema mortifero fanno parte tutte le nazioni, tutti gli Stati (eventualmente anche in guisa di Califfati Neri!), tutte le Potenze: grandi e piccole, globali e locali. Anche l’attivismo italiano in Africa e, ovviamente, in Libia deve essere letto alla luce di quanto appena scritto. Non dimentichiamo che i raid aerei francesi contro il regime di Gheddafi nel marzo 2011 ebbero come primo obiettivo gli interessi italiani in quel Paese che galleggia sul petrolio e sul gas, come peraltro non mancò di denunciare l’allora inascoltato e riluttante Premier Berlusconi, sbertucciato apertamente dalla Merkel e da Sarkozy. Ma allora i “pacifisti” osservarono il più assoluto silenzio, godendosi gli imbarazzi, le contraddizioni e le difficoltà del “puttaniere di Arcore”, amico dell’ex dittatore di Tripoli, oltre che di Putin.

Questo solo per dire che anche il Belpaese, nel suo piccolo, è parte organica del Sistema Mondiale del Terrore. Quando riflettiamo sul cosiddetto terrorismo di matrice islamica che viene a massacrarci in casa nostra, mentre beviamo una birra o ascoltiamo della musica, sforziamoci di allargare la nostra visuale fino ad abbracciare un terrorismo sistemico ben più grande, che lo comprende, e che ci dichiara guerra tutti i santi giorni.

«La minaccia», ha continuato il progressista Valls, «non diventerà minore. È mondiale. Ci saranno altri attacchi, attacchi su vasta scala, è una certezza. Questa fase di “iper-terrorismo” durerà a lungo, forse un’intera generazione, anche se dobbiamo combatterla con la massima determinazione». Di qui lo stato d’emergenza permanente dichiarato in Francia. Su questo punto rimando a un mio precedente post (Stato di diritto e democrazia). Ora, dal mio punto di vista ciò che appare più odioso non è tanto osservare i movimenti dei miei nemici (coloro che, a vario titolo, servono il Dominio), i quali dopo tutto fanno i loro interessi e il loro mestiere, secondo una logica del tutto comprensibile, sebbene spesse volte essa appare contorta nella sua fenomenologia politica; mi risulta assai più odioso constatare l’impotenza di chi subisce sulla propria pelle quegli interessi e quell’azione al servizio delle classi dominanti. Parlo della Siria, dell’Italia, della Francia, della Russia, della Cina: del mondo.

Il Manifesto l’altro ieri ha salutato Giulio Regeni con il solito invito, diventato ormai l’ennesimo luogo comune del politicamente corretto di marca sinistrorsa, a restare umani. Ma che “restiamo umani” d’Egitto! Piuttosto diventiamo umani. Devo essere sincero: la vedo brutta.