QUEL CHE RESTA DI TONI NEGRI

Per alimentare il dibattito sulla crisi economica e andare «contro le tentazioni “nazionaliste” (in realtà solo “populiste”) che cominciano a nascere e a presentarsi nel dibattito delle sinistre riformiste in questa fase di crisi», il Blog di Controlacrisi.org ha pubblicato un intervento di Toni Negri «fatto in francese al Congresso Marx Internazionale IV, nel settembre 2004 a Parigi». Do il mio contributo al dibattito con lo scritto che segue, sposando in pieno il programma del Blog sintetizzato nello slogan «Abbasso l’ideologia!»

Secondo Toni Negri, teorico dell’Impero, della Moltitudine e della crisi della marxiana legge del valore, «Parlare di Stato-nazione e di imperialismo senza periodizzarne la figura e la durata diviene molto pericoloso – quasi reazionario». Nientedimeno. Francamente non comprendo in che consista esattamente quel pericolo. Certo, se ci riferiamo a qualcuno che maneggia quei concetti in modo apologetico il «quasi» non ha ragion d’essere, e il pericolo che ci si para dinanzi possiamo fronteggiarlo con efficacia. In realtà la punta della critica negriana è rivolta contro la sinistra statalista, nostalgica del vecchio Capitalismo di Stato e sostenitrice di politiche neokeynesiane. E su questo punto egli mi trova del tutto in sintonia, e non da oggi. Ma il tipo di critica che il bravo intellettuale scaglia contro chi vede «nella figura e nella presenza dello Stato-nazione la condizione essenziale dell’agire politico» non è aliena da ambiguità, e lascia immaginare una sua certa vicinanza, sebbene polemica e sofferta, a coloro che la sostengono, quasi fossero «compagni che sbagliano». Personalmente li ritengo funzionari del dominio sociale capitalistico alla stessa stregua dei cosiddetti «liberisti selvaggi», con l’aggravante, rispetto ai secondi, di aver non poco lordato la terminologia che ai tempi di Marx e di Lenin alludeva alla possibilità della rivoluzione sociale e dell’emancipazione universale.

Negri sostiene che «lo Stato-Nazione è in crisi». Bella scoperta! Nel Capitalismo avanzato lo Stato nazionale vive una condizione di crisi permanente, perché i sempre più rapidi mutamenti sociali innescati dal processo di produzione del valore stressano sempre di nuovo il politico, costretto a inseguire i mutamenti economici, tecnologici, psicologici, esistenziali nell’accezione più ampia e radicale del concetto, nel tentativo di smussarne le asperità, e di ricondurli, per quanto possibile, a un principio unitario. Sorto storicamente sulla base dello Stato nazionale, il Capitale ha avuto fin dal principio un carattere sovranazionale, che gli deriva dalla sua smisurata necessità di trasformare l’intero pianeta e l’intera esistenza degli individui in occasioni di profitto. Già nei primi scritti di Marx è chiaramente annunciata quella tendenza aggressiva ed espansiva del Capitale che agli occhi della «moltitudine» del XXI secolo appare in forma talmente dispiegata, da essere considerata come un fenomeno naturale e banale. Anche per questo il pensiero critico-radicale trova così tanta difficoltà ad affermarsi presso le «larghe masse»: la prossimità del Dominio lo rende quasi invisibile ai loro occhi, almeno nella sua interezza, nella sua reale dimensione. Ma più che di prossimità, dovremmo piuttosto parlare di intimità, di più: di consustanzialità. Infatti, sempre più il Dominio ci crea «a sua propria immagine e somiglianza», come il buon Dio dell’Antico Testamento.

La violenta espansione geografica ed esistenziale (corpi “umani” compresi, ovviamente) delle esigenze economiche marchiate dal Capitale ci dà, a mio avviso, il corretto concetto di imperialismo e di globalizzazione. Due modi diversi di chiamare lo stesso processo sociale. Noi avvertiamo come «crisi dello Stato-Nazione» il suo continuo processo di adattamento a una società in continua trasformazione, quantitativa e qualitativa, a cagione della natura «rivoluzionaria», nell’accezione marxiana del concetto, del Capitalismo. Questo permanente stato di precarietà, o di «liquidità», per civettare con la sociologia alla moda, si acuisce nelle fasi di repentina accelerazione della tendenza «globalizzante». Non c’è dubbio che il ventennio che ci sta alle spalle abbia rappresentato un momento di accelerazione, che ha radicalmente cambiato la dislocazione del Potere (economico e politico) su scala mondiale.

Scrive Marx: «Con la concorrenza universale [la grande industria] costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l’ideologia, la religione, la morale, ecc. e quanto ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l’allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, p. 59, Opere, V, Editori Riuniti, 1972). La creazione del mercato mondiale da parte della grande industria, caratterizzata dalla sussunzione reale della capacità lavorativa sotto il dominio aggressivo ed espansivo del Capitale, crea la storia mondiale, nel cui seno esistono ed agiscono anche i Paesi non ancora giunti alla maturità capitalistica o addirittura ancora fermi a strutture sociali precapitalistiche. È, questo, lo spazio rigato dalla «legge dello sviluppo ineguale» e dallo scontro sistemico tra le moderne potenze imperialistiche. «In generale [la grande industria] creò dappertutto gli stessi rapporti tra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E, infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso» (Ivi). Qui è posta per la prima volta la fondamentale «contraddizione dialettica» tra il carattere universale e mondiale del Capitale, e la sua ristretta base storico-sociale d’origine: la Nazione. Questa dialettica di universalità e particolarità sta alla base delle relazioni internazionali e della crisi permanete della Sovranità politica sopra delineata.

La base del «vecchio imperialismo» era costituita dall’incessante ricerca da parte del Capitale di profitti sempre più pingui e rapidi (non di rado attraverso le forme più disparate di speculazione), di materie prime, di forza-lavoro a basso costo e di mercati «di sbocco». Una voracità talmente violenta e insaziabile da trascinare nelle spire imperialistiche lo Stato, la cui potenza d’altra parte riposava interamente sulla capacità industriale, e quindi finanziaria, scientifica, organizzativa, culturale, in una sola parola sistemica, del Paese. Come notò J.A. Hobson nella sua giustamente celebre opera del 1902, l’imperialismo «implica l’uso della macchina di governo da parte degli interessi privati, principalmente capitalistici, per assicurare loro vantaggi economici fuori del proprio paese». Sempre all’acume critico dello studioso inglese dobbiamo la documentata relazione tra investimenti esteri e imperialismo politico (militarismo incluso): «Le statistiche degli investimenti all’estero gettano una chiara luce sulle forze economiche che dominano la nostra politica … non è esagerato dire che la politica estera moderna della Gran Bretagna si è concretizzata in una lotta per accaparrarsi profittevoli mercati d’investimento» (J.A. Hobson, L’Imperialismo, p. 93, Newton, 1996). C’è una pagina di quell’importante studio, dedicata agli gnomi della finanza del suo tempo, che sembra scritta oggi: «Come speculatori o finanzieri essi costituiscono il più grave fattore specifico dell’economia dell’imperialismo. Creare nuovi debiti pubblici, lanciare nuove società, provocare notevoli fluttuazioni del valore dei titoli sono tre condizioni necessarie per svolgere la loro profittevole attività. Ciascuna di queste condizioni li spinge verso la politica, e li getta dalla parte dell’imperialismo» (Ivi, p. 96).

È forse mutata la base del «nuovo imperialismo», al punto da determinarne il tramonto, o quantomeno la sua trasformazione nell’Impero concettualizzato da Negri? A me non pare proprio, e soprattutto quanto ci capita di osservare negli ultimi anni mi suggerisce l’idea che lungi dall’essersi indebolita, la radice sociale dell’imperialismo si è piuttosto rafforzata enormemente. Concetti quali «post imperialismo» e «post Capitalismo» non hanno alcun senso e testimoniano l’incapacità, di chi li teorizza, di afferrare l’essenza della vigente formazione storico-sociale, la quale vive necessariamente una permanente condizione transeunte: il cambiamento, per essa, non è un’eccezione, ma la regola. Di più: un imperativo categorico. La società capitalistica è sempre «post», «oltre», «smisurata»: deve esserlo, con assoluta e “demoniaca” necessità. Si tratta di mettere a nudo il momento di continuità che persiste nel processo e che realizza la continua trasformazione della Società-Mondo dominata dal rapporto sociale capitalistico.

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SOTTO IL PELO DELL’ACQUA

Nella sua interessante inchiesta (pubblicata dall’Internazionale, 23/29 Dicembre 2011), Die Zeit parla di «Fine del Capitalismo». Ai tedeschi è sempre piaciuto scherzare con la catastrofe, forse per esorcizzarne la perenne imminenza – e immanenza. Nel 1930 Ferdinand Fried (pseudonimo di Ferdinand Friedrich Zimmermann, futuro programmatore economico del Nazismo) pubblicava La fine del capitalismo, e individuava nella «Filosofia del denaro» la causa del pervertimento economico ed etico che aveva portato la società capitalistica al tramonto. «Il ricco, l’uomo che ha molto denaro, sogna un paradiso della rendita fissa garantita; il povero invece, trova, come disse Max Weber, “la sua posticcia felicità nel grande emporio di merce» (La fine del capitalismo, p. 50, Bompiani, 1932). Fried si fece sostenitore del ritorno all’artigianato, perché «l’artigiano imprenditore produce una merce con amore e abnegazione», mentre il capitalista fa parlare solo il prezzo e insegue ossessivamente il profitto, prescindendo da qualsivoglia considerazione. L’artigiano «cerca di soddisfare un bisogno esistente», il capitalista «lavora lusingando le cupidigie che sonnecchiano nell’uomo». Naturalmente l’«americanismo», concetto equivalente a quello oggi di gran moda di «liberismo selvaggio», venne additato dall’intellettuale tedesco come il paradigma del nuovo capitalismo senz’anima e senza umanità che aveva portato la Civiltà Occidentale al disastro della Crisi di tutti i valori, non solo di quelli azionari.

Lo stesso anno John Maynard Keynes scriveva Prospettive per i nostri nipoti, un breve saggio “visionario” nel quale tra l’altro si legge quanto segue: «L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali» (tratto da La fine del “laissez faire” e altri scritti economico-politici, Bollati Boringhieri, 1991). In poche parole, uno dei maggiori esponenti della Scienza Economica individuava nel denaro un mero strumento al servizio dei «piaceri della vita», e non l’espressione più alta e peculiare dei rapporti sociali capitalistici, basati su quello sfruttamento del lavoro sociale da parte del Capitale che appunto nella forma denaro trova la sua naturale cristallizzazione. A ragione Marx individuò nel denaro come equivalente universale delle merci (e quindi come espressione-rappresentante del lavoro sociale astratto), nel denaro che tutto misura e che tutto compra, la quintessenza del feticismo (vedi La Cosa ha il Diavolo in corpo! e Denaro-Denaro-Denaro: feticismo al cubo).

Nelle Prospettive Keynes si augurava che, nel momento in cui «i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua», l’economia venisse sottratta alla cura di gente impreparata per diventare «un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso». Molto tempo è passato dalle previsioni dell’economista inglese, e la reputazione degli economisti presso l’opinione pubblica mondiale non è mai stata di così infimo conio. Solo il pensiero che essi possano mettere davvero le mani sulle leve del comando fa venire il mal di denti. Come ho più volte scritto su questo Blog, dove esiste il Denaro – forma suprema del Capitale – non può esistere l’Uomo, e viceversa. Si tratta, a mio avviso, di portare al potere «i piaceri della vita», e configurare l’intera esistenza umana (a partire dalla prassi economica) sulla base dei bisogni umanizzati. Certo, se uno pensa, con Keynes, «che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no», le mie Prospettive devono necessariamente apparire assurde.

Ottant’anni sono trascorsi dagli anni più bui della grande depressione seguita al crack del ’29, eppure il dibattito sull’attuale crisi economica internazionale sembra avvitarsi intorno agli stilemi concettuali appena richiamati. La prosa si è fatta più sofisticata e apparentemente meno intrisa di ideologia, ma al fondo i concetti masticati son sempre quelli, e la crisi viene spiega soprattutto tirando in ballo magagne rintracciate al di là del meccanismo dell’accumulazione. I mercati, scrive ad esempio Die Zeit, sono stati saturati dal crescente consumo finanziato col debito. Vero. Ma questa è solo una parte del discorso, è solo un pezzo della filiera del profitto e della crisi. La parte essenziale, il tratto iniziale della filiale, ossia il processo di produzione di valore attraverso l’uso sempre più intensivo e scientifico della capacità lavorativa, questo vero e proprio lato oscuro dell’economia non viene illuminato. E invece è proprio lì che bisogna puntare i riflettori, se si vuole comprendere la crisi nella sua essenza capitalistica, se si vuole cogliere ciò che accade «sotto il pelo dell’acqua». Infatti, il crescente consumo finanziato col debito privato e pubblico ha nel capitale industriare il suo più potente impulso, perché è soprattutto nell’interesse di quel capitale espandere sempre di nuovo i limiti del mercato. E lo fa in modo sempre più scientifico, ampliando mostruosamente – nell’accezione filosofica e non moralistica del termine – la capacità di consumo degli individui, ridotti a esseri bulimici che nella merce si identificano sempre più totalmente e necessariamente. Ingoiare fino a scoppiare! è l’imperativo categorico del Capitale, il quale ha un rimedio anche per chi fa indigestione e avverte tutto il disagio di una «condizione umana» interamente impigliata nel meccanismo sociale orientato verso il maggior profitto possibile. Infatti, mai così ricco di articoli in offerta speciale è stato il mercato delle religioni, della spiritualità, delle “filosofie”, dei rimedi farmacologici e psicologici, e così via. Ammacca e ripara. Qualsiasi bisogno capace di pagare non ha che da recarsi «nel grande emporio delle merci», materiali e immateriali. La stessa differenza proposta da Keynes tra «bisogni assoluti» (quelli connessi alla sopravvivenza fisica degli individui) e «bisogni relativi» (quelli legati al «desiderio di superiorità», ossia al prestigio, all’autopromozione, alla simulazione, al «consumo vistoso», ecc.) non regge più alla prova del Capitalismo del XXI secolo. Per la verità essa non aveva molto senso già all’epoca in cui l’economista britannico elaborava le sue teorie, e solo l’irruzione della depressione economica mondiale le conferì una qualche decorosa apparenza.

Zygmunt Bauman, teorico della Vita Liquida

Anche Zygmund Bauman, il teorico della Vita Liquida, batte i soliti tasti della critica al consumismo: «Consumare di più è la nuova religione», con ciò che ne segue anche in termini di sostenibilità ambientale, disagio esistenziale e quant’altro. Siamo passati dalla «società solida dei produttori, alla società liquida dei consumatori». Un tempo il profitto scaturiva «dall’incontro tra capitale e lavoro», oggi viene fuori dal consumo delle merci. «Il potere è il consumo» (intervista a Z. Bauman di Giuliano Battistin, Micromega, 8/2011). No caro sociologo di fama mondiale: il Potere Sociale che ci maltratta in ogni senso continua a chiamarsi Capitale, sans phrase, Capitale in quanto rapporto sociale che fa degli individui mere «risorse umane» da sfruttare come produttori e come consumatori, e delle merci puri contenitori di valori di scambio da realizzare. Consumare di più è sempre stata la «religione» imposta dal Capitale, e in ogni epoca troviamo i soliti intellettuali che se ne lamentano. Bisogna mettere il naso sotto il pelo dell’acqua. Ci si bagna, ma si comprende di più.

Ancora una volta Benedetto XVI ha ripetuto che l’errore fondamentale commesso dall’uomo, che spiega anche la crisi economica, è stato quello di aver voltato le spalle al Signore Misericordioso, e di aver guardato solo a se stesso. Ma la Scienza, la Tecnica e il successo economico non potranno mai parlare al cuore dell’uomo, il quale finisce per smarrire anche la strada della retta prassi economica. La mia “Teologia Politica” osserva invece che il mondo non sta pagando l’assenza di Dio, ma quella dell’Uomo. Mi creda Santità Eminentissima: se l’Uomo non esiste, tutto il peggio è possibile, anche la macellazione di ebrei, di cristiani e di atei nelle camere a gas, nelle città bombardate dalle fortezze volanti, nei gulag e ovunque la voce dell’Uomo non ha modo di farsi sentire. Per questo mi permetto umilmente di tradurre nei termini di una Rivoluzione Sociale la Trascendenza che Lei, dall’alto del Santissimo Scranno Romano, evoca Urbi et Orbi come rimedio impellente per salvarci dal materialismo di un mondo sempre più mercificato. Solo rapporti sociali umanizzati possono rendere del tutto superfluo, anzi inconcepibile, l’attuale Mondo-Merce.

«Mi sa tanto che finisco prima io!»

Alla fine della sua interessante inchiesta Die Zeit si domanda, del tutto retoricamente, se esiste un’alternativa al Capitalismo. C’è bisogno di svelare la risposta? Eccola, comunque: «Le alternative al capitalismo sono naufragate perché si sono rivelate meno efficaci di esso». Ovviamente la rivista tedesca si riferisce al «socialismo reale», il quale di reale aveva solo la sua natura sociale capitalistica. Ma a pensarla così siamo in quattro gatti. Pazienza!