LA RADICALITÀ DEL MALE

a7Scrisse una volta il filosofo F. W. J. Schelling: «L’uomo, ben lungi dal comprendere con la sua azione il mondo, viene lui stesso a essere ciò che vi è di più incomprensibile». A mio avviso è ciò che deve necessariamente accadere quando l’uomo non padroneggia con la propria testa il mondo che pure egli stesso crea sempre di nuovo. Mi si consenta la breve divagazione che segue.

Primo caso. L’entusiasta esecutore di ordini

Scrive Giulio Meotti a proposito del «libro straordinario» di Bettina Stangneth Eichmann before Jerusalem, uscito questa settimana negli Stati Uniti: «Non c’è tentazione più grande che addomesticare un assassino di massa imputando i suoi delitti agli infantili fantasmi domestici. Ma è falso che da bambino Adolf Eichmann fosse infelice e disadattato, che fosse uno studente problematico, scostante e solitario, un ragazzino sessualmente inibito, frustrato dalle crisi finanziarie del padre. Eppure, sul regista della “Soluzione finale” abbiamo letto ogni tipo di interpretazione psicologica che mirava a farne uno di noi». Ecco dunque chi siamo! Più che degli individui banali, degli esseri decisamente ripugnanti. Naturalmente a cominciare da chi scrive ed escluso chi legge, si capisce.

Ma continuiamo con le scabrose verità: «Infiniti documenti portati da Bettina Stangneth stanno a dimostrare la responsabile iniziativa, la fanatica volontà di Eichmann nell’apprestare tutti gli strumenti necessari alla Shoah. È vero, stava quasi sempre a tavolino, scriveva lettere e circolari come un impiegato qualsiasi, e mascherava gli orrori con un irreprensibile gergo burocratico (le “evacuazioni”, il “trattamento speciale”, la “soluzione finale”); ma se i camini fumavano notte e giorno con quel ritmo allucinante, era per merito di questo funzionario entusiasta del proprio lavoro, così dominato dall’ansia di toccare la mèta prima che la guerra finisse» (Il Foglio, 17 settembre 2014). In effetti, la prima volta che vidi in televisione il processo approntato contro Eichmann, questi mi apparve tutt’altro che un tipo banale, un grigio burocrate militare abituato fin da neonato alla teutonica disciplina: «Questo la sa più lunga del Demonio», pensai immediatamente.

«Forse», continua Meotti, «ha ragione lo studioso Christopher Browning quando scrive che “la Arendt ha afferrato un concetto importante [la banalità del male], ma non l’esempio giusto”». A mio avviso è proprio il concetto che va sottoposto a critica; infatti, più che banale il Male è innanzitutto radicale.

Su questi concetti rimando a L’Angelo Nero sfida il Dominio, dal quale cito i pochi passi che seguono: «Il carnefice volontario agli ordini del nazismo – o dello stalinismo, magari in salsa Serba: vi ricorda qualcosa il nome di Srebrenica, o di Mostar? – non andava impiccato, ma ricondotto ai suoi minimi termini storici e sociali. Ciò avrebbe immediatamente spostato il cono di luce dall’esecutore materiale della strage al suo mandante sociale: la Civiltà Capitalistica, trionfante sotto ogni cielo, da Berlino a Washington, da Tokio a Londra, da Roma a Parigi. Per questo il capro espiatorio doveva essere sacrificato sull’altare della Menzogna Assoluta, recitata alla perfezione dai carnefici e dalle loro vittime. Gli ebrei che non vollero chiudere gli occhi dinanzi a una verità difficile da padroneggiare intellettualmente ed emotivamente, non si lasciarono toccare dal sangue impuro del Capro Espiatorio, e questo portò molti di loro a decidere di venir fuori anzitempo da un mondo che mostrava di non aver imparato la lezione. Se questo è l’uomo, tanto vale voltargli definitivamente le spalle! Ma questo non è un uomo. […] Non mi stancherò mai di ripetere che se la fenomenologia del Male può anche apparire banale, se esso può magari presentarsi col rassicurante volto del bravo padre di famiglia, le sue radici si avviluppano inestricabilmente e necessariamente intorno ai maligni rapporti sociali che dominano la nostra esistenza».

arte-fumo-587021Secondo caso. Lettera di Pietro dall’inferno della vita

«Scrivo queste parole non per essere ricordato, soprattutto perché dopo questa sera i ricordi sarebbero tutti negativi credo. Quello che scriverò da qui in poi non ha nulla a che fare con i miei ultimi saluti ma invece servirà a spiegare (non accettare eh) quello che ho fatto. Ho un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza. Non mi sono lanciato con lei subito ma anzi le ho prima fatto provare il terrore di perdere tutto amici, famiglia e futuro. Per questo, e qui mi ripeto, ho perso l’anima tempo fa e quando sono salito sul terrazzo ero solo un corpo ed un ammasso di rabbia, incredulità e puro spirito sadico. Ho sfogato 7 anni di dolore in 45 minuti di terrorismo psicologico. Perché pugnalarla? Per essere sicuro di non essere l’unico a rimanerci secco. Lascio un piccolo consiglio finale, sì lo so che fa impressione, ma penso sarà utile sia alle future vittime che ai forse futuri carnefici. Dubitate di quelli che ridono sempre, a volte non possono semplicemente fare altrimenti e nel frattempo perderanno l’anima».

Non commento per non rischiare di banalizzare l’orrore. Ma anche perché mi sento molto coinvolto emotivamente (affettivamente) da quella agghiacciante confessione.

enhanced-2294-1410973630-2Terzo caso. Shocker electric chair!

«Gli ultimi istanti di un condannato a morte diventano un gioco. Grazie a un’invenzione scioccante: la Shocker electric chair, una replica giocattolo delle sedie elettriche americane che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle sale giochi d’Inghilterra. È sufficiente sedersi, impugnare le manopole e lasciarsi scuotere. Quando le sollecitazioni non saranno più sopportabili l’aspirante condannato a morte potrà alzare le mani e fermare il supplizio: se resterà abbastanza a lungo, dalla macchina uscirà un certificato che ratifica il numero dei volt della scossa elettrica corrispondente alle vibrazioni» (Il Messaggero, 17 settembre 2014). Qualche giorno fa ho pubblicato il post Sbadigliare, vomitare o mozzare teste? Forse la Shocker electric chair cade, per così dire, nelle “problematiche” esistenziali toccate da quel post. Forse.

Naturalmente gli umanitaristi si sono subito mobilitati contro l’incivile giocattolo: «Per Francesco D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, il problema è che lo Shocker è un meccanismo catalogato fra i giochi di tipo A, accessibile anche ai bambini. “Al momento Shocker è un’iniziativa assolutamente legale e legittima. Resta il fatto che è diseducativo perché familiarizza con la violenza». Ma non facciamo ridere!

È questa società, che trasuda violenza da tutti i pori, che familiarizza tutti con la violenza! È come se il simpatico giocattolo in questione fosse attaccato non alla banale rete elettrica ma al maligno “etere sociale”. Signori, qui si respira violenza sistemica e disumanizzazione da mattina a sera, Shocker o non Shocker. E non c’è mascherina che possa salvarci dal velenoso gas.

E come sempre, l’eccezione illumina violentemente la regola. Di qui, la nostra istintiva reazione di portare le mani agli occhi, per proteggerli dalla luce accecante. Si tratta di legittima difesa. Per dirla con la vittima-carnefice, non possiamo semplicemente fare altrimenti. E nel frattempo perdiamo umanità.

QUANDO L’ANGELO SFIDA IL DOMINIO

Ringrazio di cuore Daniela Pecorino per la sua bella recensione pubblicata su Dietro le Quinte:


È appena uscito l’ultimo saggio di Sebastiano Isaia, già autore di “Tutto sotto il cielo”, studio dedicato alla genesi storico-sociale dell’eccezionale successo cinese ottenuto sul fronte della competizione capitalistica globale. “L’Angelo Nero sfida il Dominio”, come recita il titolo del suo nuovo libro, ha un taglio decisamente politico-filosofico, a differenza del precedente, più storico e sociologico; basta citare la quarta di copertina per capirlo: «Politica, Sovranità, Legalità, Diritto, Libertà, Legittimità, Violenza, Nemico, Civiltà: come si “declinano” questi fondamentali concetti nella Società-Mondo del XXI secolo? D’altra parte, la crisi sociale epocale nella quale siamo immersi ha generato una serie di “inaspettati ritorni” (basti pensare al “ritorno dello Stato-Nazione” nel cuore stesso della Vecchia Europa, o al ritorno della “Rivoluzione” nei paesi arabi) che meritano una lettura non superficiale né di mera contingenza. È quanto si propone di fare questo saggio».

Argomenti abbastanza tosti, come si vede, certamente non di agevole approccio né di facile lettura, ma che l’autore ha avuto il merito di semplificare senza tuttavia scadere nella volgarizzazione e nella banalizzazione. Infatti, nonostante la serietà e la complessità degli argomenti trattati (basti pensare a un concetto come “la radicalità del Male”, sviluppato in polemica con le note tesi di Hannah Arendt), il saggio esibisce una trama discorsiva assai intrigante, e a tratti davvero brillante. A prescindere da come la si pensi nel merito delle tesi che l’autore vi sostiene, a questo libro non si può certo rimproverare né un difetto di tempestività né la mancanza di respiro (storico, sociologico, politico) nel modo in cui approccia temi che effettivamente sembravano essere usciti definitivamente dal nostro orizzonte di Civiltà, e che sono invece tornati prepotentemente alla ribalta.

Come sembrano lontani gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la “fine della storia”! Lungi dall’aver tirato le cuoia, sostiene Isaia, la storia ha piuttosto accelerato il suo passo, e rischia di imboccare sentieri che potrebbero trascinarci nel baratro di orrori sociali che, sbagliando, pensiamo siano del tutto fuori dalla nostra portata. Questo perché, egli scrive, il Male non è solo e principalmente “banale”, ma è anche e soprattutto “radicale”, ossia saldamente ancorato alle fondamenta della nostra società.

E a chi gli rimprovera una certa dose di pessimismo, Isaia risponde che “pessima è la realtà”. È fuor di dubbio poi che la crisi economico-sociale che sta investendo il Pianeta, a partire dalle sue punte più avanzate (il Vecchio Continente e gli Stati Uniti) «ha generato una serie di inaspettati ritorni», per dirla con l’autore, che hanno spiazzato non poco la politica, la scienza sociale e la stessa religione ufficiale. La diffusione di “religioni fai da te”, come non smette di denunciare Benedetto XVI, e di sentimenti “antipolitici”, come denuncia con sempre più inquietudine la leadership politica Occidentale, è parte di quella crisi esistenziale già messa sotto i riflettori da Oriana Fallaci, e solo per questo inchiodata alla croce del politicamente corretto. «Si avverte perciò il bisogno – scrive Isaia – di trovare, nel caotico dipanarsi degli eventi che rigano la Società-Mondo di questo inizio secolo, un filo conduttore che non annulli la complessità del tutto, ma che la renda almeno intellegibile e, soprattutto, permeabile alla critica».

Questo è almeno l’ambizioso tentativo dell’Angelo Nero, il quale, se capiamo bene, non sfida il Demonio per conto di Dio, ma il Dominio, per conto di un Uomo ancora di là da venire. La cosa suona anche bene. Purché non ne venga fuori una nuova religione! Una curiosità: l’Angelo Nero è il solo Angelo che non fa miracoli, ma li chiede agli uomini di questo tempo così travagliato. Abbiamo insomma a che fare con un Angelo molto particolare, persino “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche. D’altra parte, anche la nostra epoca è alquanto originale, nel bene (pochino) come nel male (molto, secondo l’autore).

Daniela Pecorino


L’Angelo Nero sfida il Dominio è disponibile online – clicca qui