LA GUERRA COME IGIENE DEL CAPITALE

col-sheet-music-rosie-the-riveter-1000pxMentre le altre ragazze frequentano i loro cocktail e i bar preferiti,
versando Martini secco e ruminando caviale,
c’è una ragazza che le fa vergognare. Rosie – è il suo nome.
Per tutto il giorno, che ci sia la pioggia o il sole,
lei fa parte della catena di montaggio.
Sta facendo la storia, lavorando per la vittoria.
(Rosie the Riveter, Redd Evans, John Jacob Loeb, 1942).

Lo strumento militare al servizio della «volontà di potenza» delle nazioni è cosa abbastanza agevole da comprendere. E con un lieve sforzo del pensiero siamo in grado di mettere in relazione la politica imperialista degli Stati con l’esigenza capitalistica di conquistare mercati, aree di approvvigionamento di materie prime e così via. Questo naturalmente al netto delle fumisterie ideologiche intorno a supposte guerre umanitarie o «di liberazione». Si tratta adesso di fare un passo avanti, e considerare la guerra come un prolungamento della crisi economica con altri mezzi, o come la manifestazione di una crisi economico-sociale particolarmente disastrosa. Così disastrosa, da apparire come un vero e proprio crollo del Capitalismo.

Considerata da questa prospettiva, la guerra mondiale appare in effetti come un crollo del Capitalismo, ma anche come un processo di ricostruzione dell’edificio capitalistico (diciamo che ne rappresenta il momento iniziale, la spinta d’avvio), in perfetta analogia con la crisi economica “convenzionale”, la quale è, al contempo, manifestazione massima delle contraddizioni interne al meccanismo che genera la ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, e il più efficace processo di risanamento per un organismo che… scoppia di salute. Ciò premesso, svolgiamo il tema posto all’attenzione. Beninteso, sempre nella maniera disorganica, disordinata ed erratica che chi ha la bontà di leggere le mie modeste cose già conosce.

Come uscire dalla trappola della stagnazione (più o meno secolare)? Detto altrimenti: come ridare ossigeno a un’accumulazione capitalistica che nelle vecchie metropoli del Capitale (Stati Uniti, Europa e Giappone) continua a boccheggiare? Naturalmente anche se avessi la risposta in tasca non la darei nemmeno sotto tortura: il mio anticapitalismo non si discute! Sotto tortura magari no, ma sotto un buon contratto… D’altra parte, in regime capitalistico tutto ha un prezzo, per definizione, e dunque accettando di fornire dietro adeguato compenso la risposta a quella scottante domanda non cadrei in contraddizione con la teoria che ispira (almeno dovrebbe) la mia prassi. Un ragionamento più “gesuitico” che “marxista”? Può pure darsi; solo su pochissime cose posso mettere la mano sul fuoco in questi malsani e dubbiosi tempi. La cosa però non muta di una virgola i termini della questione: come dare ossigeno all’accumulazione capitalistica?

Intanto, girando scherzosamente intorno al grave problema mi pare di aver introdotto un concetto chiave: il prezzo (nella fattispecie il prezzo della mia presunta expertise economica) come espressione monetaria del valore di scambio. Perché della maledetta legge del valore, e di non altro, qui si parla, sebbene in maniera frivola, come d’altra parte conviene a chi scrive.

Altre volte ho fatto notare come sempre più spesso fior di economisti di statura internazionale evochino la guerra mondiale come possibile – e per alcuni addirittura unica – via di fuga da una crisi economica che non sembra più voler abbandonare quello che fu il Primo Mondo, e che oggi vive una triste condizione di decadimento sistemico (industriale, demografico, perfino morale), tanto più marcato se messo a confronto con la vitalità capitalistica dell’ex Secondo e Terzo Mondo. La triste constatazione vale soprattutto per il Vecchio Continente, il malato del capitalismo mondiale. È tuttavia anche vero che nei Paesi di più recente sviluppo industriale i ritmi di crescita del Pil non hanno più il giovanile vigore che si apprezzava solo qualche anno fa, e anzi appare nei loro edifici economici qualche crepa che non lascia del tutto tranquilli gli investitori internazionali, i quali già aprono gli ombrelli in attesa dei prossimi acquazzoni finanziari. Ma parlavo di uno spettro: quello della guerra mondiale.

Ebbene, l’ultimo caso di evocazione bellica, per così dire, mi è capitato di incrociarlo nel numero 66 di Aspenia appena pubblicato, e precisamente nella Conversazione con Michael Spence e Kemal Dervis ospitata dall’interessante rivista diretta da Marta Dassù – la quale nel suo editoriale di apertura rivendica un ritorno a un’economia politica più umana, più attenta ai reali processi sociali, e meno matematico-scientista, meno astratta e fredda: e anche questo mi pare un segno dei foschi tempi.

Clark_Gable_8th-AF-Britain1943Argomenta Aspenia: «Nel contesto di uno scenario simile, se il passato può insegnare qualcosa, una tipica via d’uscita dalle precedenti crisi è stata la guerra. Vasti conflitti tra Stati, come le due guerre mondiali, hanno funzionato da acceleratori per grandi cambiamenti e innovazioni in ambito economico. È uno scenario plausibile, a fronte delle migliori conoscenze in campo economico di cui disponiamo oggi?» Vediamo la risposta di Michael Spence, premio Nobel nel 2001 e professore emerito alla Graduate School of Business di Stanford: «Alcuni studi indicano, effettivamente, che dopo le guerre si pos­sono verificare investimenti diffusi in grado di sostenere una crescita di lungo periodo». Mi sembra di leggere una tesi quantomeno possibilista. Veniamo adesso all’economista turco Kemal Dervis, già ministro dell’Economia nel suo Paese e oggi vicepresidente «per l’economia e lo sviluppo globale» alla Brookings Institution di Washington: «È vero che le guerre hanno stimolato l’innovazione in passato, ma hanno anche provocato distruzioni enormi. Ci sono modi di gran lunga migliori per stimolare l’innovazione». Qui si mette in conflitto, è proprio il caso di dirlo, il «lato buono» della guerra, ossia lo sviluppo tecno-scientifico che essa indubbiamente genera, con il suo «lato cattivo», cioè a dire con il suo altrettanto indiscutibile effetto distruttivo.

Ora, siamo proprio sicuri che per le sorti di un’economia in crisi profonda e apparentemente senza via d’uscita il «lato cattivo» di cui parla il politicamente corretto Dervis non sia altrettanto – e forse ancor di più – virtuoso del «lato buono»? Le «distruzioni enormi» provocate dalla guerra non possono essere, in quanto tali, un vero e proprio toccasana per un Capitale ammalato di bassa redditività? Detto in termini marxiani, la distruzione su vasta scala di capitale e di forza lavoro provocata dalla guerra non basta da sola a giustificare una bella carneficina mondiale old style? D’altra parte, il Manifesto futurista del 1909 proclamava la guerra essere la «sola igiene del mondo»: ho il sospetto che questa azione igienica ha un significato squisitamente economico – e quindi squisitamente sociale. Certo, l’esistenza delle armi di distruzione di massa basate sull’energia atomica getta molta acqua sul fuoco degli entusiasmi futuristici 2.0, e tuttavia: perché non sognare?

Per Paul Krugman, teorico dell’invasione aliena (in mancanza di nemici terrestri da distruggere!), «alla faccia degli scettici, il capitalismo sopravvisse alla Grande Depressione, anche se chi oggi si dichiara entusiasta del libero mercato fa fatica ad ammettere che la sopravvivenza la si deve in gran parte ai suggerimenti di Keynes. Infatti, la seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni»(1). Secondo Krugman l’effetto fondamentale generato dalla preparazione della guerra e, soprattutto, dal suo effettivo dispiegarsi fu quello di costringere gli Stati Uniti «ad adottare politiche macroeconomiche – tagliare i tassi d’interesse o aumentare il deficit statale – tese a mantenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione». In quello che sostiene il noto economista americano c’è molta leggenda metropolitana, per così dire. Questa mitologia di stampo interventista, assai gradevole all’orecchio dello statalista (non importa se di “destra” o di “sinistra”), intende suggerire all’opinione pubblica occidentale (e giapponese) che se solo volessero, i decisori politici che ci governano potrebbero attuare in tempo di pace la stessa «politica economica keynesiana» che in tempo di guerra adottarono gli americani – ma anche i tedeschi e gli italiani, e senza aspettare i consigli del grande economista inglese, il più devoto fra i sacerdoti del Moloch capitalistico. Questa tesi è smentita dai fatti, a cominciare da quelli relativi alla cosiddetta età dell’oro dello sviluppo capitalistico, i trent’anni che seguirono al secondo macello mondiale. Ebbene, il cosiddetto miracolo economico del dopoguerra non fu dovuto alle politiche keynesiane, ma piuttosto al terreno fertilizzato dall’immane catastrofe bellica. La svalutazione e la distruzione di capitale (compreso quello cosiddetto “umano”), e l’applicazione all’industria cosiddetta civile delle invenzioni e delle scoperte scientifiche rese possibili durante la guerra dal massiccio investimento statale furono fra le principali cause della ripresa economica internazionale. Ho scritto «fra le principali», non le sole cause.

Sarà banale dirlo, ma in tempo di – cosiddetta – pace non è possibile applicare politiche economiche che si giustificano solo con le condizioni sociali realizzate dal tempo di guerra. Di livello bellico è tuttavia il rapporto debito-Pil in tutti i Paesi capitalisticamente avanzati. Per il 2014 l’OCSE ha previsto per i Paesi del G20 un rapporto pari al 119,7%. Oggi il debito statunitense supera i 17 trilioni di dollari, ben oltre la “soglia psicologica” del 100% del Pil, e cresce al ritmo di 3,5-3,8 miliardi al giorno. Il debito pubblico USA totale, incluso quello dei suoi enti locali, ammonta a oltre il 126% del pil.

Se l’ipotesi dei keynesiani avesse un qualche fondamento, non si spiegherebbe la progressiva discesa del debito federale USA in rapporto al Pil dal 121,20% del 1946 al 35,90% del 1970. Nel 1981 questo rapporto conosce il suo minimo (31,39%), mentre esso cresce per tutti gli anni della Presidenza “liberista selvaggia” di Reagan (nel fatale 1989 quel rapporto è pari al 51,65%). Nel periodo 1982-86 la spesa militare raggiunge l’astronomica (keynesiana…) cifra di 1600 miliardi di dollari. Di qui, l’ironica osservazione di Felice Mortillaro (1986): «Pure Ronald Reagan, dopo la fase neo-liberista, si sta rivelando un inaspettato neo-keynesiano»(2).

Scriveva Henryk Grossmann alla vigilia della Grande Depressione: «Le forme nelle quali si esprime la svalutazione del capitale accumulato, all’interno di una data economia, sono molteplici. 1. Marx tratta inizialmente il caso normale, la svalutazione periodica in conseguenza del miglioramento della tecnica, dove subentra dunque la diminuzione di valore del vecchio capitale, mentre la massa dei mezzi di produzione rimane la stessa. 2. Si otterrà pure il medesimo effetto sulla tendenza al crollo, se con le guerre […] l’uso prolungato senza temporanea riproduzione, ecc., l’apparato di riproduzione viene consumato o distrutto, non soltanto come valore ma anche come valore d’uso. Per una data economia la svalutazione agisce come se l’accumulazione di capitale si trovasse a un grado più basso dello sviluppo. In questo modo, lo spazio di estensione per l’accumulazione di capitale diviene più grande. Solo partendo da questo punto di vista teorico possiamo concepire la funzione reale delle distruzioni di guerra all’interno del capitalismo. Ben lontane dall’essere un impedimento per lo sviluppo del capitalismo o una circostanza che accelera il crollo dello stesso, come Kautsky e numerosi altri teorici del marxismo affermavano e attendevano, le distruzioni e le svalutazioni di guerra sono piuttosto un mezzo per attenuare il crollo che si fa minaccioso, per dare aria fresca all’accumulazione di capitale. Ognuna delle perdite di capitale, conseguenti alle spese di guerra, alleggerisce la situazione di tensione e apre lo spazio per una nuova espansione»(3).

Marx mise al centro della crisi capitalistica tipica (peculiare) del modo di produzione capitalistico il «conflitto fra l’estensione della produzione e la valorizzazione»(4). Ogni altra forma di contraddizione economica (autonomizzazione della sfera finanziaria da quella produttiva, capacità di consumo ristretta rispetto alle capacità produttive, ecc.) è potenzialmente in grado di innescare delle crisi, ma delle crisi di breve momento, sempre recuperabili attraverso normali aggiustamenti strutturali e monetari che costituiscono la fisiologia di un modo di produzione che fa dell’incessante trasformazione la sua stessa regola di vita – il profitto ne è invece la ragione, il cuore pulsante. Solo quando entra in sofferenza il saggio del profitto, anche la più piccola magagna è in grado di innescare la “bomba fine di mondo”, come accade per gli organismi debilitati, ai quali è sufficiente un raffreddore per rischiare il collasso.

La stessa crisi finanziaria di vaste dimensioni (vedi: 1929, 1974, 1987,1997, 2007) si spiega in ultima analisi con la crisi che si sviluppa dentro il processo di accumulazione, per poi naturalmente diventare essa stessa benzina che alimenta l’incendio. Prima l’uovo o la gallina? Prima la caduta del saggio del profitto, che innesca una reazione a catena che investe tutte le sfere dell’economia capitalistica, così da mettere a nudo l’organica – ma sempre contraddittoria, mai, nemmeno in linea puramente teorica, armonica – unità dei suoi momenti: produzione di valore (valore e plusvalore), realizzo (trasformazione del valore-lavoro in denaro), circolazione (del capitale-merce e del capitale monetario), tesaurizzazione di una parte del profitto, credito, consumo (produttivo e improduttivo) delle merci, e così via.

Il fatto che la sofferenza del processo di accumulazione debba manifestarsi come crisi finanziaria è una contraddizione che mette in luce la funzione del denaro in regime capitalistico, che svela al pensiero che ha (o almeno si sforza di avere) profondità il più intimo segreto del denaro: il lavoro sociale – o «astratto», nella terminologia “hegeliana” di Marx indigesta a molti “marxisti” inclini a una concezione scientista della cosiddetta economia marxista. Quel segreto deve naturalmente rimanere tale agli occhi della scienza economica borghese, la quale rimane alla superficie dei fenomeni economici – che poi sono fenomeni sociali tout court. È tipico di quella scienza non riuscire a mettere nella giusta correlazione il rallentamento nel ritmo dell’accumulazione (accumulare significa investire una parte del profitto d’impresa in un nuovo ciclo produttivo), dovuto al declino del saggio di profitto, e l’espansione delle attività speculative, fenomeno che ha molto a che fare anche con quell’esportazione di capitale su larga scala che alla fine del XIX secolo segnò l’avvento del moderno imperialismo. Come scriveva Henryk Grossmann, «L’esportazione di capitale verso l’estero e la speculazione all’interno sono fenomeni paralleli e scaturiscono da una radice comune»(5). La radice comune è il «conflitto fra l’estensione della produzione e la valorizzazione» già preso in considerazione, o, detto in altri termini, una fame di profitto che non trova soddisfazione là dove viene generata la materia prima (il plusvalore o profitto primario) che dà corpo a ogni forma di profitto secondario o derivato (rendite, interesse, ecc.). Sulla base di questa materia prima, sempre troppo ristretta in rapporto agli appetiti sempre crescenti del Moloch, si erge quel gigantesco edificio di capitale fittizio che nei momenti di febbre speculativa fa nascere nella nostra testa la metafisica idea della creazione della ricchezza sociale a mezzo di denaro, e non di sfruttamento del lavoro vivo. Dalla miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci alla «fantasmagorica» moltiplicazione dei derivati di ogni specie il passo il breve, e anche l’ateo più incallito è disposto a compierlo, se la sua tasca ha modo di gonfiarsi. A scapito di un’altra tasca, beninteso.

La crisi ristabilisce – ma solo momentaneamente – l’unità organica della totalità economica, e avvia il processo di risanamento dell’organismo capitalistico, ammalatosi per eccesso di vitalità, per così dire. Quando Marx scrive che l’estensione della produzione entra in conflitto con la valorizzazione, egli intende affermare che la corsa sempre più spinta al profitto costringe gli investitori industriali a superare la soglia oltre la quale l’aumentato saggio del plusvalore, causato dalla crescita della produttività del lavoro, non riesce più a compensare la tendenza alla caduta del saggio del profitto. Ciò significa, in poche parole, che per battere la concorrenza, o solo per tenere il passo dei concorrenti più agguerriti, il funzionario del capitale (che spesse volte lavora per conto del capitalista monetario che gli ha concesso il credito) deve mettere in piedi una struttura produttiva (un rapporto tra macchine, materie prime e lavoro vivo) tale da non poter più garantire un adeguato saggio del profitto.

Per comprendere questa dialettica occorre mettere in stretta correlazione il saggio del plusvalore (Spv), che indica il grado di sfruttamento del lavoro, ossia la produttività del capitale investito in salari (V), con il saggio del profitto, che indica la produttività (la resa, il rendimento) dell’intero capitale investito (in mezzi di produzione, in materie prime e appunto in lavoro: C + V). È appena il caso di ricordare che Marx chiama profitto il plusvalore nel suo rapporto con il capitale totale investito (pv : [C + V]), che poi è il solo rapporto che sta al centro dell’interesse del capitalista e della riflessione dell’economia politica borghese. In questo senso egli parlò del profitto come della più verace delle categorie elaborate dall’economia politica nel suo momento più fecondo. Il profitto definito in questi termini è la fenomenologia del plusvalore, è la forma del plusvalore che occulta la fonte della ricchezza sociale in regime capitalistico: lo sfruttamento del lavoro vivo da parte del capitale. Sfruttamento – o uso, ovvero impiego – mediato dal «lavoro morto» o passato, ossia dai mezzi di produzione (materie prime comprese), da “cose” incapaci di generare valore ex novo, come invece è nella – maligna – prerogativa della capacità lavorativa. Per questo l’esistenzialista di Treviri definisce il Moloch capitalistico come il lavoro morto che afferra il lavoro vivo per suggerne la linfa vitale. Il lettore mi scuserà per la poco scientifica confessione che segue: quando leggo molte pagine del Capitale non posso fare a meno di pensare al genere cinematografico horror, tipo La notte dei morti viventi. Ma anche a quello demoniaco, tipo L’esorcista: infatti, la cosa capitalistica sembra avere il diavolo in corpo.

imagesPIZ2B6MTCiò che occulta in sommo grado il rapporto sociale capitalistico come rapporto di dominio e sfruttamento è però la compravendita della forza-lavoro, che in effetti il capitalista acquista sul libero mercato al suo giusto prezzo. Denaro (salario) in cambio di capacità lavorativa: il velo monetario neutralizza la relazione capitale-lavoro in quanto transazione mercantile. Infatti, la magagna non sta in uno scambio ineguale in sede di compravendita della merce-lavoro (sul mercato, alla fine, si scambiano fra loro solo equivalenti, perché nessun possessore di merce, lavoratore incluso, è fesso), ma nel suo uso – o consumo produttivo. Intanto rimane inteso che il prezzo della capacità lavorativa non è fissato, fondamentalmente, dal lavoro particolare che il lavoratore è chiamato a svolgere dietro compenso, ma dalla sua stessa vita: quante merci e quanti servizi occorrono per vivere un’esistenza di lavoratore (famigliola inclusa)? Ma sto divagando! E di ciò mi scuso con il lettore.

C dunque sta per capitale costante, nel senso che il valore «cristallizzato» nei mezzi tecnici di produzione attraversa il ciclo lavorativo non aggiungendo al prodotto finito un plus di valore ma nient’altro che se stesso; V sta invece per capitale variabile: valore che crea nuovo valore, valore che si valorizza nel processo produttivo.

Se (ipotesi marxiana) il capitalista industriale paga al proprietario terriero una rendita fondiaria (r), un profitto commerciale (pc) a chi “movimenta” e vende le sue merci (realizzandone il valore di mercato pari a C + V + il profitto medio sociale)(6), e un interesse (i) a chi gli fornisce capitali da investire, ebbene ciò che rimane allo sfruttatore diretto dalla capacità lavorativa è il plusvalore diminuito di r, di pc e i. In questo caso il profitto industriale, o guadagno dell’imprenditore, non corrisponderà più al plusvalore, ma al plusvalore ridotto della somma r + pc + i. Il tutto ancora al lordo delle tasse. C’è da dire che il profitto commerciale modernamente inteso nasce con l’esternalizzazione delle funzioni commerciali (trasporto e vendita delle merci) che un tempo “cadevano” nella sfera del capitale industriale. Nel corso del tempo il capitale industriale si è liberato di altre funzioni (amministrative ecc.) non direttamente produttive, delegando ad altri (i capitalisti dei servizi) queste incombenze che lo distraevano dall’attività principale: sfruttare sempre più razionalmente (scientificamente) la capacità lavorativa immediatamente produttiva, la sola fonte di quello che ho chiamato profitto primario e che Marx chiama appunto plusvalore (7).

Marx notò che al crescere di quella che chiamò composizione organica del capitale, data dal rapporto in valore tra i mezzi di produzione (MDP → C) e il lavoro (L → V), il saggio del profitto tende a diminuire. In effetti, l’andamento dell’accumulazione è strettamente connesso alle tre grandezze qui considerate, e solo empiricamente è possibile verificare quando il delicato equilibrio fra produttività del lavoro (saggio del plusvalore: pv : V), produttività del capitale totale investito (pv : [C + V]) e struttura tecnologica dell’impresa (MDP : L, ossia, in valore,  C : V) viene meno. Quando ciò avviene, l’impresa reagisce innescando quei processi di razionalizzazione e di ristrutturazione organizzativa/tecnologica che costituiscono la fisiologia del processo di valorizzazione. Ovviamente la “messa in libertà” della forza-lavoro risultata eccedente grazie all’aumentata produttività del lavoro è parte integrante e fondamentale di questa fisiologia, e solo i teorici del “capitalismo dal volto umano” (una contraddizione in termini e una miseria ideologica) possono affermare il contrario, creando con ciò stesso illusioni che indeboliscono la capacità di resistenza dei lavoratori e, soprattutto, il loro potenziale rivoluzionario. Ecco perché al politicamente corretto dei “riformatori” preferisco di gran lunga il cinico linguaggio dei difensori dichiarati del Capitale. Per gli avversari del dominio sociale capitalistico è diventato un vero problema il fatto che i “cattivisti” siano in netta minoranza rispetto ai “buonisti”.

Una tendenza storica fondamentale in atto nel capitalismo già ai tempi di Marx (e infatti essa si trova problematizzata e spiegata almeno nelle linee essenziali nel Capitale) va nel senso di una sempre crescente produttività del lavoro, che si ottiene inserendo nel processo produttivo tecnologie in grado di espandere la parte della giornata lavorativa durante la quale il lavoratore crea plusvalore (lavora gratuitamente), e di contrarre quella parte che invece risulta remunerata dal salario. Questo senza mutare la lunghezza della giornata lavorativa (ad esempio, 7 ore di lavoro), e al limite anche accorciandola (da 7 a 6 ore). Si tratta dell’estorsione di quello che Marx definì plusvalore relativo, per distinguerlo da quello assoluto legato a un capitalismo ancora scarsamente sviluppato dal punto di vista tecno-scientifico che tendeva ad allargare in termini assoluti la giornata lavorativa per estrarre più plusvalore a parità d’ogni altra condizione. Il passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo segna anche il passaggio definitivo dalla sussunzione formale del lavoro al capitale alla sussunzione reale del primo al secondo. Formale, si badi bene, nel senso che la sussunzione del lavoro al capitale «è la forma generale di ogni processo di produzione capitalistico», ossia nel senso che «il rapporto capitalistico è un rapporto di coercizione. […] Chiamo sottomissione formale del lavoro al capitale la forma che poggia sul plusvalore assoluto, perché essa si distingue solo formalmente dai modi di produzione più antichi »(8). La peculiarità del modo di produzione capitalistico appare infatti in tutta la sua rivoluzionaria evidenza (in tutta la sua realtà) nel momento in cui le forze produttive sociali del lavoro usano la tecnica e la scienza come forze produttive del capitale.

Quando non si poté più allargare in termini assoluti la giornata lavorativa, il capitale si servì dunque della scienza e della tecnica per prolungare in termini relativi la parte della giornata lavorativa dedicata al pluslavoro, ossia al lavoro gratuito erogato inconsapevolmente dal lavoratore. Ma rendere più produttivo il lavoro significa anche abbassare il prezzo di ogni singola merce, e si comprende bene cosa ciò significhi dal punto di vista concorrenziale. E siccome il profitto che il capitalista industriale attivo in un determinato settore produttivo incamera vendendo la sua merce si forma attraverso la media sociale dei profitti basati sull’estorsione di plusvalore in quel particolare ramo d’industria, si realizza la condizione per cui l’impresa tecnologicamente più avanzata, e perciò più produttiva, può intascare anche una parte del plusvalore prodotto nelle imprese tecnologicamente meno avanzate. Addirittura questa impresa capitalisticamente virtuosa può incamerare un sovrapprofitto anche vendendo la propria merce a un prezzo inferiore rispetto alla media di mercato, spiazzando totalmente la concorrenza. Nel capitalismo tutto è relativo, tranne la bronzea legge del massimo profitto, la quale invece si dà (deve darsi, posto il vigente regime sociale) con assoluta necessità.

A questo punto è forse buona cosa affermare che la marxiana legge della caduta tendenziale del saggio del profitto va recepita non in termini dogmatici, e va integrata sulla scorta dei fenomeni economici che sempre di nuovo il Capitale ha generato nella sua insaziabile bramosia di profitto dai tempi di Marx fino ai nostri giorni. Questi fenomeni (ad esempio l’irrigidimento dei prezzi nell’epoca del capitalismo monopolistico e, in generale, tutto ciò che è legato al passaggio dalla forma ottocentesca di concorrenza a quella del XX e XXI secolo) in parte sembrano confermare e in parte sembrano smentire quella legge, la quale peraltro ha un carattere tendenziale (non assoluto) e altamente contraddittorio, e non a caso Marx parlò di tendenze e controtendenze. In ogni caso, a me pare che il problema posto a suo tempo da Marx continui a essere il migliore punto di partenza per impostare una corretta analisi del Capitale nel XXI secolo.

images7FTDWWF9Da questo abborracciato argomentare forse emerge l’essenziale, e cioè il ruolo fondamentale che gioca la tecno-scienza nel processo di valorizzazione del capitale. Ma il processo volto a forzare sempre di nuovo i limiti oggettivi che si parano dinanzi al capitale è costoso, e non sempre i successi che si ottengono in termini di accresciuta massa del plusvalore riescono a compensare i costi affrontati per ottenerli. Anche perché la rivoluzione tecnologica è un gioco a cui tutti i concorrenti vogliono partecipare, e la corsa al rialzo non si arresta mai: chi si ferma è perduto! Basta riflettere su ciò che accade nell’industria siderurgica, o nel settore automobilistico o in altre attività industriali cosiddette “mature”, per comprendere di cosa stiamo parlando. Qui i giganteschi processi di concentrazione capitalistica, attraverso fallimenti, fusioni e alleanze, ci mostrano la realtà del capitale nella sua radicale tensione dialettica: il massimo dello sfruttamento può sempre capovolgersi in una catastrofe in termini di redditività. Teniamo sempre in mente la formula elementare che ci dà il rendimento del capitale investito: pv : (C + V). Storicamente siamo passati, come paradigma industriale, dall’industria labour intensive all’industria che risparmia lavoro, ossia che moltiplica la produttività dello stesso lavoro mediante l’introduzione di nuove tecnologiche: ciò che ieri veniva prodotto da 10 lavoratori oggi è prodotto da 5 lavoratori. «Ogni nuova invenzione che permetta di produrre in un’ora ciò che finora si produce in due ore, deprezza tutti i prodotti dello stesso genere che si trovino sul mercato. […] Servendo di misura al valore di scambio, il tempo di lavoro diviene in tal modo la legge di un deprezzamento continuo del lavoro. Diciamo di più. Si avrà un deprezzamento non solo per le merci portate sul mercato, ma anche per gli strumenti di produzione e per la fabbrica, in tutto il suo complesso»(9).

La svalutazione del capitale a mezzo innovazione tecnologica è un fenomeno di grande importanza, e il fatto che Marx lo abbia colto già nel 1847, testimonia certo della sua genialità, ma significa soprattutto che questo fenomeno è immanente al concetto stesso di capitale, la cui essenza è altamente contraddittoria. Difatti, tanti capitali spesi in ricerca e sviluppo alla fine sortiscono l’effetto di una relativa svalorizzazione dell’impresa: com’è possibile? Ciò è dovuto alla natura capitalistica della produzione, ossia al fatto che il tempo di lavoro costituisce la misura del valore di scambio.

L’estorsione di plusvalore dalla capacità lavorativa nella giusta quantità (impossibile da determinare), ossia tale da contrastare la tendenza a cadere del saggio del profitto, incontra limiti oggettivi all’interno del meccanismo produttivo (per Marx «Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso»); limiti che il capitale cerca di superare sempre di nuovo, anche per mezzo della crisi. L’esportazione di capitali, la speculazione, la svalorizzazione e la distruzione di valori già creati (merci e forza-lavoro) e di capitali resi pletorici dal basso rendimento dell’investimento (è il marxiano concetto di sovraccumulazione): tutti questi fenomeni «scaturiscono da una radice comune», come abbiamo visto sopra, e ci parlano della vera natura del capitalismo.

La guerra 1940-45 realizzò una caduta della composizione organica anche perché invece di introdurre su larga scala nuovi mezzi di produzione, il capitale industriale americano riattivò perlopiù le macchine che durante la depressione erano rimaste ferme. Fu su questa vecchia base tecnica che si realizzò in larga misura la riconversione industriale da civile a militare. La svalorizzazione (o «logorio morale», per usare la delicata prosa marxiana) di questi mezzi di produzione naturalmente non ne aveva intaccato per l’essenziale il valore d’uso, che poté esercitarsi su una massa operaia che non aspettava altro che di essere spremuta a dovere dopo anni di disoccupazione e di precarietà. Questa è una fra le più importanti condizioni che permettono all’accumulazione capitalistica di invertire la curva discendente. Anche l’«esercito industriale di riserva» trovò dunque un impiego produttivo, e la disoccupazione tornò praticamente a livelli fisiologici. I maggiori salari che derivarono dal pieno impiego della forza-lavoro non ebbero però modo di ampliare più di tanto il paniere dei beni-salario, visto che la produzione di “beni militari” superava di gran lunga quella di “beni civili”, e ciò contribuì a non innescare problematici fenomeni inflattivi sul versante delle merci di largo consumo. Parte del risparmio forzato dei lavoratori venne drenato dallo Stato attraverso tasse e vendita di titoli di guerra – reclamizzati come merce altamente patriottica dai più celebri artisti americani dell’epoca.

(1) P. Krugman, Il ritorno dell’economia della depressione, p. 128, Garzanti, 2001.
(2) Mortillaro, Aspettando il robot, p. 88, Il Sole 24 Editore. Mortillaro è stato Direttore Generale di Finmeccanica.
(3) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 346, Jaca Book, 1977.
(4) K. Marx Il Capitale, III, p. 299, Editori Riuniti, 1980.
(5) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 495.
(6) «Al prezzo di costo [C + V] di una merce viene aggiunto non il plusvalore che essa contiene, ma il profitto medio» (K. Marx, Il Capitale, III. p. 253). Sul fondamentale concetto di profitto medio, o «saggio generale del profitto», che tiene conto della produttività del lavoro colto nella sua dimensione sociale, si basa la marxiana trasformazione del valore della singola merce (C + V + pv) nel suo prezzo di produzione. In effetti, è nel mercato che si mostra il carattere pienamente sociale del Capitale, perché in esso hanno modo di confrontarsi tutti i singoli («individuali») capitali, ossia le concrete condizioni produttive (base tecnologica, produttività del lavoro ecc.) delle imprese che concorrono alla spartizione del plusvalore sociale. La concorrenza ripartisce tra i capitali la massa del plusvalore sociale (che ha una dimensione mondiale) secondo la loro grandezza e secondo la loro composizione organica, la quale determina in ultima analisi il grado di produttività del lavoro sfruttato in ogni singola impresa.
(7) Come Marx dimostra nel Secondo libro del Capitale, questa esternalizzazione ha molto giovato al capitalista industriale, che viceversa non si sarebbe mai mosso in quel senso.  Ma al contempo ha reso più complessa la questione che ruota intorno alla natura produttiva/improduttiva dei lavori “erogati” al di là della immediata sfera produttiva. «La divisione del lavoro, il rendersi autonoma di una funzione, non la rende genitrice di prodotto di valore se essa non lo è in sé, quindi prima che si sia resa autonoma. […] Il lavoratore del commercio svolge una funzione necessaria, in quanto lo stesso processo produttivo include funzioni im­produttive. Lavora bene come un altro, ma il contenuto del suo lavoro non genera né valore né prodotto. Egli stesso fa parte delle faux frais della produzione. La sua utilità non sta nel rendere produttiva una funzione improduttiva, ossia nel rendere produttivo un lavoro improduttivo. Sarebbe una cosa prodigiosa se tale trasformazione fosse possibile a mezzo d’un simile trasferimento della funzione» (K. Marx, Il Capitale, II, pp. 135-136, Editori Riuniti, 1980). Adesso accontentiamoci di questa citazione. Chi intendesse approfondire l’interessante problema sa a quale porta bussare.
(8) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, pp. 47-49-53, Newton, 1976.
(9) K. Marx, Miseria della filosofia, p. 57, Editori Riuniti, 1969.Mentre le altre ragazze frequentano i loro cocktail e i bar preferiti, versando Martini secco e ruminando caviale, c’è una ragazza che le fa vergognare. Rosie – è il suo nome. Per tutto il giorno, che ci sia la pioggia o il sole, lei fa parte della catena di montaggio. Sta facendo la storia, lavorando per la vittoria. (Rosie the Riveter, Redd Evans, John Jacob Loeb, 1942).

PER UNA SANA E CONSAPEVOLE ECONOMIA DI MERCATO

ORELLI~1Da quando la virtù, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i più scellerati facevano qualcosa per il bene comune (B. de Mandeville, La favola delle api) [1].

Massimo Amato e Luca Fantacci si sono messi in testa (in realtà in numerosa compagnia: vedi i tanti sacerdoti del keynesismo in circolazione) di «salvare il mercato dal capitalismo».  Obiettivo davvero notevole, ma quanto fondato? A occhio, pochino. E sento già la caustica risatina del Moro di Treviri, il quale a suo tempo massaggiò perbene le schiene di non pochi economisti «triviali», soprattutto quelli in guisa progressista (tipo Proudhon), i quali non riuscivano a cogliere il rapporto sociale che fa del Capitalismo una sola compatta e inscindibile totalità economico-sociale.

In effetti, porre la distinzione, anche solo sul terreno puramente teorico, tra economia di mercato e Capitalismo significa non aver compreso nulla della vigente economia e della società che la presuppone sul piano storico e fattuale e che ne è il prodotto. Se una simile distinzione, questo vero e proprio non-senso storico ed economico, irritava «le vigliacchissime e solenni emorroidi» del comunista tedesco, il quale non finiva di ripetere che produzione e circolazione erano momenti diversi di uno stesso processo economico sottomesso alla bronzea legge del profitto, figuriamoci che cosa può accadere alla salute “intima” di un comunista basato nella società-mondo del XXI secolo, ossia nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto (a cominciare dal lavoro) e tutti («funzionari del capitale» compresi) al Capitale.

1_el-greco-cristo-scaccia-i-mercanti-dal-tempio11Detto per inciso, Amato e Fantacci rivendicano senza indugi la funzione sociale del Capitale, ma evidentemente non la comprendono, né capiscono la sua reale dinamica storica (con la formazione del sistema creditizio e finanziario, da Adam Smith ai nostri giorni), le sue immanenti e necessarie contraddizioni. Se così non fosse, i due non perorerebbero la ridicola causa di un Capitale senza Capitalismo, di un mercato delle merci senza il mercato finanziario (il quale è uno sviluppo del primo, necessariamente), di una globalizzazione buona (basata sulle merci e sul capitale produttivo: vedi alla voce investimenti diretti all’estero) senza globalizzazione cattiva (fatta di transazioni finanziarie e di speculazione), di una moneta quale «strumento cooperativo» senza quei rapporti sociali che hanno generato l’attuale (veramente se ne parla dagli inizi del XX secolo, e anche prima) dominio del capitale finanziario. «Il sistema monetario, nel suo sviluppo, suppone evidentemente già altri sviluppi generali» [2]. La connessione tra lo sviluppo del primo e gli «altri sviluppi generali» non appare a tutti con la stessa evidenza. Almeno questo è… evidente.

Come ho scritto in un recente post dedicato al sinistro Lafontaine, la stessa speculazione finanziaria, oggi come sempre, trova la sua spiegazione di ultima istanza nel meccanismo che crea sempre di nuovo la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica. Alludo al saggio di accumulazione e al saggio medio del profitto, ossia alla loro più o meno brillante condizione di salute. Una grande parte della liquidità presente oggi sul mercato finanziario si riversa quotidianamente nella speculazione, alimentando nuove bolle, anziché dirigersi verso l’«economia reale», perché quella condizione rimane asfittica, non attraente, poco allettante per chi voglia fare profitti rapidi e pingui. Quando «il saggio d’interesse si abbassa notevolmente, per quanto possa salire il profitto», il mondo necessariamente assiste «alle più audaci speculazioni» [3].

Se il meccanismo economico considerato nel suo complesso non ripristina adeguate condizioni di profittabilità nell’«economia reale», non c’è “rivoluzione” del sistema creditizio che possa surrogare questa fondamentale condizione.

Scriveva sempre Marx: «Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo. Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre come la vera causa di tutte le malattie» [4]. Questo processo appare oggi di più difficile comprensione anche a causa dell’andamento particolarmente asfittico e contraddittorio che ha caratterizzato l’accumulazione del capitale nei Paesi capitalisticamente più sviluppati dopo la chiusura dell’eccezionale fase postbellica. La «rivoluzione liberista» (Thatcher e Reagan), per un verso, e l’ascesa poderosa della finanza orientata alle attività speculative, per altro verso, vanno a mio avviso interpretate come risposte del Capitale alla situazione che si è venuta a determinare nell’economia mondiale dopo la crisi degli anni Settanta.

Per quanto riguarda la speculazione finanziaria degli ultimi trent’anni si deve dire che il denaro non è impazzito, per mutuare il titolo di un libro di Susan Strange scritto nel ‘98; esso ha piuttosto cercato linee di valorizzazione di minor resistenza, e questo conferma la maligna razionalità della legge del profitto. «Come ricorda sempre Keynes, “la sapienza del mondo insegna che è meglio per la propria reputazione fallire in maniera convenzionale piuttosto che avere successo in maniera non convenzionale”»[5]. Evidentemente insiste una differenza non trascurabile tra «la sapienza del mondo» come la immaginava Keynes e la sapienza del Capitale. Senza contare che, anche qui, porre la distinzione tra modi «convenzionali» e modi «non convenzionali» non ha alcun senso, perché i due modi sono intimamente connessi e si presuppongono e condizionano vicendevolmente. Ad esempio, l’evasione fiscale sarà pure una maniera «non convenzionale» per reggere la competizione e per evitare il fallimento, ma questa prassi è del tutto organica all’economia basata sul profitto, checché ne dicano le anime belle del Capitalismo etico, democratico e meritocratico.

Scriveva Henryk Grossmann alla vigilia della grande crisi economica del ’29: «Nonostante l’ottimismo di alcuni teorici borghesi, che credono che gli americani siano riusciti a risolvere il problema della crisi e a stabilizzare l’economia, molte indicazioni segnalano che ci stiamo avvicinando ad un livello di sovraccumulazione […] Il fenomeno dell’economia del 1927 è da scorgere nel fatto che l’industria e il commercio videro restringersi la loro produzione, calare il loro volume di scambio e ridurre i loro profitti» [6]. Al contempo il mondo assisteva a una «rabbiosa speculazione» sui terreni delle metropoli americane e sui valori azionari alla borsa di New York. Una febbre speculativa che ebbe un significato sintomatico che solo pochi riuscirono a decifrare.  «La situazione di strettezza dell’industria si mostra in un aumento di prestiti speculativi a fini borsistici e di rialzi dei corsi azionari […] Fondi enormi poterono affluire nei canali della speculazione di borsa a causa della facilità nel procurarsi denaro» (p. 515). Ecco perché la tesi keynesiana del 1936, ricordata da Amato e Fantacci per sostenere la causa di stringenti controlli sui movimenti di capitali (sulla scorta degli accordi di Bretton Wood del ‘44), secondo la quale «la liquidità è un feticcio, soprattutto perché compromette il sistema degli investimenti anche quando apparentemente tutto funzione» mostra di scambiare l’effetto con la causa. Proprio perché il sistema degli investimenti produttivi è compromesso la liquidità deve riversarsi nei canali della speculazione, attivando un circolo vizioso dal quale è difficile uscire prima dell’inevitabile disastro.

elgrecopurificazionedeltempioroma15711576Negli anni Ottanta non è venuto fuori un nuovo Capitalismo, in molti e fondamentali aspetti del tutto estraneo alle leggi di sviluppo che informavano quello precedente – fonte di nostalgia per molti keynesiani; siamo piuttosto dinanzi a un’economia capitalistica che reagisce violentemente alla lunga – strutturale, almeno nel medio periodo – sofferenza del saggio medio del profitto, e che non ha ancora trovato il modo di ripristinare le condizioni “ottimali” per un’accumulazione in grande stile, simile a quella resa possibile dalla Seconda guerra mondiale. (E qui il lettore è autorizzato a gesti scaramantici). Applicare termini come «vecchio», «nuovo», «post» ecc. a una formazione storico-sociale che per vivere deve mutare continuamente volto non ha poi molto senso, mentre ha molto senso cercare di afferrarne l’essenza, che non ha fatto molti progressi dai tempi di Marx.

Licenziamenti, ristrutturazioni tecnologiche e organizzative, aumento della produttività, concentrazioni e fusioni capitalistiche, deprezzamento dei valori-capitali: questi e altri ancora sono i rimedi cui deve ricorrere il Capitale per ricostituire la redditività della produzione e ristabilire le basi per la ripresa del processo di accumulazione. È chiaro che sono i lavoratori le prime vittime di questo processo di risanamento capitalistico. «Si può ricordare, al riguardo, anche l’avvertimento di Keynes di non intaccare i salari nominali, ma di operare piuttosto, attraverso il salario reale, un necessario abbassamento del reddito degli operai […] Nella misura in cui la revisione keynesiana rimanda al di là della teoria classica, essa non rinvia a un futuro migliore, ma a un futuro fosco» [7]. Non c’è dubbio.

Scommetto che gli autori del saggio preso qui di mira, il quale peraltro si limita a ripetere concetti già esposti in un precedente libro del 2009 (Fine della finanza, da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne), non sono d’accordo con queste mie osservazioni critiche, né con l’impostazione (vetero-marxista?) dei problemi da essi posti meritoriamente sul tappeto. «Il punto è questo: faremo davvero fatica a immaginare alternative al contempo desiderabili e praticabili finchè non avremo imparato a misurare con precisione tutta la differenza che sussiste tra capitalismo ed economia di mercato» [8]. Una differenza «fantasmagorica» che può essere apprezzata solo da coloro – e sono in tanti, anche in ambito accademico – che fanno del mercato e della moneta mere tecnologie economiche che possono venir usate per il meglio o per il peggio, per una causa giusta ovvero per fini cattivi. Di qui, la necessità di spingere al potere una classe dirigente, nazionale e mondiale, politicamente illuminata ed eticamente responsabile.

CristoScacciaIMercanti1«Il capitalismo di fine XX e inizio XXI secolo ha potuto nutrirsi di una vecchia favoletta settecentesca che era già insipida ai suoi tempi, ma che oggi davvero sa di stantio. Ci riferiamo alla favola delle api di Mandeville. Il mito scientifico corrispondente si chiama “eterogenesi dei fini”, ossia: l’avidità è la fonte del benessere comune. Punto. E dunque… via libera!» (p. 59). Ma davvero i due brillanti scienziati sociali credono che il Capitalismo possa nutrirsi di favolette più o meno insipide, stantie e ciniche? Suvvia! Mandeville, poi ripreso da Adam Smith, si limitò a dar conto di un complesso meccanismo sociale osservato dalla prospettiva dei ceti borghesi in ascesa. Non occorre essere materialisti storici per capire questo e non commettere l’imbarazzante errore di assumere come dato strutturale di partenza non la prassi economico-sociale di una peculiare epoca, ma l’ideologia che cerca di razionalizzarla a partire da specifici interessi di classe – e sempre fatta salva la buona fede del soggetto razionalizzante.

Tuttavia, diamo la parola a un materialista storico d’oc, anche per colpire la concezione feticistica del mercato e della moneta di Amato e Fantacci: «I prezzi sono antichi, e così lo scambio; ma sia la progressiva determinazione degli uni attraverso i costi di produzione, sia il predominio dell’altro su tutti i rapporti di produzione, sono pienamente sviluppati, e si sviluppano sempre più pienamente, soltanto nella società borghese. Ciò che Adam Smith, alla maniera tipica del XVIII secolo, pone nel periodo preistorico. Questa dipendenza reciproca si esprime nella necessità permanente dello scambio e nel valore di scambio quale mediatore universale. Gli economisti esprimono questo fatto nel modo seguente: ciascuno, perseguendo il suo interesse privato e soltanto il suo interesse privato, involontariamente e inconsapevolmente finisce col servire l’interesse privato di tutti, l’interesse generale […] Il punto vero e proprio sta piuttosto in questo, che l’interesse privato stesso è già un determinato interesse sociale e può essere raggiunto soltanto nell’ambito delle condizioni che la società pone e con i mezzi che essa offre […] Si tratta di interessi privati; ma il suo contenuto, come la sua forma e i mezzi della sua realizzazione, sono dati da condizioni sociali indipendenti da tutti» [9].

L’interesse privato è socialmente predeterminato. I nostri autori prendono sul serio le favolette apologetiche intorno al mondo hobbesiano (borghese) del bellum omnium contra omnes; Marx, ovviamente, no.

Anche Paolo Cacciari condivide la stessa passione per le favole: «In definitiva, se vogliamo davvero realizzare il mondo della sufficienza immaginato da Keynes, dovremmo abbandonare il progetto di felicità che gli economisti hanno imposto e che si basa sulla creazione continua di “un surplus di piacere”, riscoprendo invece l’idea antica di “eudaimonia”, una condizione esistenziale che introietta la nozione di sazietà, il senso del limite, la necessità della condivisione e quindi della giustizia sociale» [10]. Una bella rivoluzione culturale che metta al bando i cattivi economisti, e il gioco è fatto. «Volgersi indietro a quella pienezza originaria è altrettanto ridicolo quanto credere di dover rimanere fermi a questo completo svuotamento» [11]. In effetti, si tratta di uscire dalla dimensione capitalistica e di umanizzare l’intero spazio esistenziale degli individui, a cominciare naturalmente dalla prassi chiamata a produrre sempre di nuovo le condizioni materiali della loro vita. Per essere davvero “eudaimonica”, nell’accezione più profonda – classica – del concetto, senza alcuna concessione alle recenti mode ecologiste (Capitalismo “a chilometro zero”) e decresciste (Capitalismo morigerato e “felice”) che prefigurano il ritorno a una fase precedente (meno “selvaggia”) dello sviluppo capitalistico, la condizione esistenziale degli individui deve diventare semplicemente umana, cosa che, appunto, presuppone la soppressione del rapporto sociale capitalistico e della «sovrastruttura» politico-istituzionale a esso corrispondente – lo Stato (qualsiasi tipo di organizzazione statuale) deve tirare le cuoia, e con esso deve tramontare ogni forma di politica.

Come molti militanti della “causa umana”, Paolo Cacciari ha frainteso completamente l’esperienza del «socialismo reale», che per quanto mi riguarda va rubricata a pieno titolo nell’agenda nera del Capitalismo, alla voce reale Capitalismo (più o meno «di Stato»); egli quindi guarda con orrore a una rivoluzione sociale di “vecchia” concezione che miri a realizzare un progetto che considera già fallito ovunque nel modo: in Russia, in Cina, dappertutto. Io la penso in modo affatto diverso. Qui rinvio al mio post di qualche giorno fa su Paul Krugman.

Per quanto riguarda l’avidità messa sotto accusa da Amato e Fantacci si deve dire che è certamente vero che «La brama di arricchimento in quanto tale è impossibile senza denaro» (Marx); ma il denaro, nell’attuale configurazione storico-sociale, presuppone la brama di profitto, ossia l’economia capitalistica e i rapporti sociali ad essa corrispondenti. Infatti, «il denaro non esprime altro che un rapporto sociale». Di più: il denaro capitalistico presuppone, in ultima analisi, quel lavoro sociale medio, sfruttato sempre più scientificamente dal Capitale, che dà sostanza alla merce-denaro come equivalente universale delle merci.

Di qui la potenza smisurata del denaro («Ciascun individuo possiede il potere sociale nella sua tasca», osservava Marx), e la tendenza del Capitale in generale a travolgere ogni limite, ogni ostacolo che si frappone alla ricerca della massima valorizzazione per ogni suo investimento, non importa di quale natura esso sia, se azzardato nell’industria piuttosto che nella finanza, se produttivo di plusvalore primario ovvero orientato alla rendita e alla pura speculazione.  Questo smisurato appetito (immanente al concetto stesso di Capitale), che deve fare continuamente i conti con la ben più limitata fonte della ricchezza basica in regime capitalistico (la quale trae alimento dallo sfruttamento intensivo del “capitale umano”), ha indotto molti teorici del Finanzcapitalismo a organizzare il funerale della legge del valore elaborata dagli economisti classaci. Un funerale che appare quantomeno in anticipo sui tempi, come dimostra l’attuale crisi economica, la quale svela la dialettica, abbozzata appena sopra, tra la smisuratezza della brama di profitto e i limiti della ricchezza capitalistica, inchiodata «in ultima analisi» al rapporto di dominio e sfruttamento capitale-lavoro. Un rapporto sociale che soprattutto dalla prospettiva di chi intende fare denaro per mezzo di denaro, saltando la faticosa e poco attraente mediazione “lavorativa”, deve apparire davvero triviale e storicamente superato, obsoleto oltre ogni… limite.

gesucaravaggioSe i nostri due amici cultori di Keynes condannano l’economia sottomessa all’avidità sconfinata di privati eticamente riprovevoli, pure non condividono «l’infantilismo politico» fondato sul presupposto «che dalle buone intenzioni non possa che nascere il bene». Di qui, la ricerca della solita – chimerica – terza via, la quale si sostanzia in una transizione dal Capitalismo, ormai sottomesso ai demoni della finanza speculativa, all’economia di mercato, a una prassi economica, cioè, che ristabilisca un rapporto con la produzione e la circolazione delle merci. «Se il capitalismo è un’economia di mercato con un mercato di troppo, il mercato finanziario, l’economia di mercato diviene propriamente ciò che è auspicabile che sia, ossia un luogo di competizione sulla base dell’efficienza dei vantaggi comparati, se solo è temperata da una finanza cooperativa» [12]. Quasi mi commuovo dinanzi a questa scientifica – proudhoniana, avrebbe aggiunto il trincatore tedesco – genialata che vorrebbe portare le lancette della storia del Capitalismo indietro di oltre un secolo, per introdurvi, sulla scorta delle esperienze acquisite, quei correttivi in grado di conferirvi un più alto tasso di razionalità ed eticità. La commozione dilaga quando leggo la poesia economica dedicata alla soluzione finalmente scoperta (la moneta locale): «Una moneta è uno strumento cooperativo […] La moneta quale la conosciamo, la moneta capitalistica, è una moneta che ammutolisce e riduce al silenzio e all’incomunicabilità» (p. 188). Si sentiva davvero il bisogno di una moneta dal volto umano! La concezione feticistico-romantica (piccolo borghese) in fatto di denaro dei nostri amici trova una mia più puntuale critica nel post Denaro-Denaro-Denaro: feticismo al cubo, e nel breve saggio La Cosa ha il Diavolo in corpo!

Abbastanza retoricamente Marx pose ai suoi tempi la seguente domanda: «È possibile rivoluzionare i rapporti di produzione esistenti e i rapporti di distribuzione ad essi corrispondenti mediante una trasformazione dello strumento di circolazione?» [13]. Dopo aver ricordato, «per inciso», ai riformatori del sistema creditizio del tempo che «Il crédit gratuit è soltanto una timida e ipocrita forma piccolo-borghese» (p. 53), egli concluse che «ai mali della società borghese non si rimedia mediante trasformazioni bancarie o mediante la fondazione di un razionale “sistema monetario”» (p. 67). Fin qui mi pare che i fatti gli abbiano dato ragione.

Cancellare la finanza “cattiva” e tornare a un sistema che si basi sull’economia reale, sulla produzione e sullo scambio di beni effettivi secondo i retti principi proposti da Keynes a Bretton Woods: un programma che secondo i nostri scienziati merita i sacrifici che indubbiamente bisogna fare per implementarlo. «Se è in nome del programma conservatore del ritorno [?] al capitalismo non si vede bene perché bisognerebbe sacrificarsi. Se è in nome del progetto di costruzione di un’economia che sappia distinguere tra ciò di cui c’è mercato e ciò di cui non deve esserci mercato, allora non si vede bene perché non farlo. Anzi, quando si comincia?». Già, quando si comincia? Checché ne possa pensare il lettore, personalmente non vedo l’ora di sacrificarmi sull’altare di una sana e consapevole economia di mercato.

[1] B. de Mandeville, La favola delle api, p. 15, Grande Antologia Filosofica, Marzorati, 1968.
[2] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova Italia, p. 106.
[3] K. Marx, Storia delle teorie economiche, p. 546, II, Einaudi, 1955.
[4] K. Marx, Il Capitalismo e la crisi, a cura di V. Giacché, p. 70, DeriveApprodi, 2009.
[5] M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, p. 84, Donzelli, 2012.
[6] Il crollo del capitalismo, pp. 514, Jaca Book, 1977.
[7] Friedrich Pollock, La revisione keynesiana del liberismo economico, 1936, in Teoria e prassi dell’economia di piano, p. 198, De Donato, 1973.
[8] M. Amato, L. Fantacci, Come salvare…, p. 58.
[9] K. Marx, Lineamenti, I, pp. 96-97.
[10] P. Cacciari, La fine dell’età dell’abbondanza, Sbilanciamoci, 28 giugno 2013.
[11] K. Marx, Lineamenti, I, p. 104.
[12] M. Amato, L. Fantacci, Come salvare…, p. 59.
[13] K. Marx, Lineamenti, I, p. 52.

IL MONDO SDOPPIATO DELL’ECONOMIA CAPITALISTICA

Pubblico alcune pagine dello studio “economico” che potete scaricare da questo blog: Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica. Uno studio sulla doppia natura dei «fattori produttivi». Il PDF è attingibile anche dai Testi scaricabili. Nel 1937 Henryk Grossmann, polemizzando con quei “marxisti” che si credevano «straordinariamente intelligenti per il fatto di aver arricchito il mondo di “materiali” grazie all’esperienza dell’ultima crisi», invitava coloro i quali volevano comprendere quegli stessi “materiali” a «ricominciare da capo con l’ABC della teoria marxiana». Un invito che presso chi scrive ha sempre il significato di un invito a nozze. Conosci le tue debolezze!

Due anime abitano, ahimè, nel suo petto,
e l’una dall’altra si vuol separare!
Goethe, Faust.

La tendenza, da parte di chi scrive, a mettere nel cono di luce il momento della creazione del plusvalore primario come base di ultima istanza della ricchezza materiale e finanziaria che circola sui mercati mondiali, ha forse creato nel lettore dei miei scritti “economici” l’impressione di una mia sottovalutazione dei fenomeni che prendono corpo nella sfera della circolazione e della distribuzione. Non è così. D’altra parte occorre tenere presente che la punta della mia critica sul terreno del dibattito economico degli ultimi quattro anni è stata quasi sempre rivolta contro i teorici della finanziarizzazione assoluta del capitalismo del XXI secolo, ossia contro i feticisti del cosiddetto Finanzcapitalismo. Contro questi teorici, che hanno visto realizzata la secolare e permanente tendenza della sfera della circolazione finanziaria a emanciparsi dalla sfera della produzione del valore basico a mezzo dello sfruttamento della capacità lavorativa industriale (settore agricolo compreso, ovviamente); contro questi feticisti della cornucopia, critici di una creazione del denaro a mezzo di denaro che essi hanno visto con orrore essersi infine concretizzata, passando dal mito – e dalla speranza del capitale – alla realtà, ho cercato di sostenere l’idea secondo la quale anche il gigantesco castello di carta eretto dalla Finanza (con annessa speculazione) si spiega, attraverso le mediazioni concettuali e reali che un’analisi non superficiale del meccanismo economico non manca di offrire alla nostra considerazione, con il processo allargato di accumulazione che ha nel capitale il suo soggetto e nel profitto il  suo motore. […]

In generale, spiegare l’attuale crisi economica internazionale a partire dal Moloch finanziario, come fa ad esempio Giulio Tremonti (diventato più “antimercatista” degli “antimercatisti” di sinistra), senza cogliere i giganteschi mutamenti intervenuti negli ultimi trent’anni nella struttura del capitalismo mondiale (la Cina, l’India e gli altri ex «paesi in via di sviluppo» come nuove fabbriche del mondo), significa rimanere alla superficie del problema, là dove facilmente si rimane impigliati nei stratosferici e ipnotici numeri esibiti dalla magica moltiplicazione dei pani e dei pesci – leggi valori cartacei, sotto forma di obbligazioni, titoli, derivati e quanto di meglio e di più sofisticato ha saputo offrire in questi anni la prodigiosa «fabbrica finanziaria». Quando gli economisti si limitano a denunciare l’«insostenibile» circostanza per cui l’«economia virtuale» vale dieci e più volte l’«economia reale» mostrano di non comprendere che cosa ha reso possibile questo apparente paradosso “valoriale”, il quale ha molto a che fare sia (immediatamente) con l’imperativo categorico del profitto, sia (mediatamente) con la dinamica dell’accumulazione capitalistica, assoggettata alle stringenti leggi della valorizzazione del capitale investito. […]

Non è che i fenomeni della circolazione hanno una scarsa importanza nell’analisi critica del processo economico; si tratta piuttosto di affermare l’idea secondo la quale essi acquistano un reale significato e una reale dinamica solo nella loro intima connessione con la sfera della produzione del valore. D’altra parte, a ben guardare, la sfera della circolazione non è che un momento, fondamentale, dello stesso processo di accumulazione del capitale, perché è lì che il processo di valorizzazione, con la creazione di valore e plusvalore attraverso l’uso capitalistico della capacità lavorativa, trova il suo snodo centrale, il suo necessario «salto mortale», con la trasformazione («metamorfosi») dell’astratto valore di scambio in prezzo e dunque in denaro. Questo sdoppiamento di un processo economico che in realtà si dà nella necessaria unità di tutti i suoi momenti (produzione, scambio, circolazione, consumo, accumulazione, riproduzione…) è peraltro la fonte di quel feticismo che Marx riscontrò già negli economisti classici, ma che si dispiegò in modo davvero radicale e «triviale» nell’economia politica postclassica, in parte anche in reazione alla concezione ricardiana della distribuzione del reddito. Ma è un po’ tutta la prassi economica capitalistica che appare sequestrata da un processo di sdoppiamento che ha dei precisi presupposti materiali, che non è, cioè, la conseguenza di un mero difetto d’intelligenza. È per questo che nei confronti del feticismo della merce occorre avere un atteggiamento critico, non ateo, e men che meno esorcistico: non si tratta né di illuminare le coscienze né di cacciare demoni, bensì di afferrare il nucleo capovolto della realtà. […]

La mistificazione che prendo in oggetto in queste pagine non nasce, in primo luogo, nella testa degli economisti e degli «attori dell’economia», ma nel processo di scambio fra capitale e lavoro, che si dà in modalità sdoppiata: prima nella circolazione (compravendita di capacità produttiva) e poi nella produzione (uso, o sfruttamento di questa capacità). Lungi dall’essere un’aberrazione del pensiero, la mistificazione è dunque parte integrante della realtà. Per questo sul terreno del feticismo delle merci l’illuminismo deve dichiarare la propria impotenza. Il finanziamento spericolato (vedi subprime) del consumo, soprattutto negli Stati Uniti, ha avuto soprattutto il significato di allargare la domanda per ogni genere di merce, forzando anche i limiti imposti al consumo dai discendenti livelli salariali, e la speculazione* che vi si è innestata deve essere considerata da questa prospettiva. Il fatto che a partire da un singolo mutuo, e quindi dal valore reale di una singola casa, si possono fabbricare una serie quasi smisurata di titoli, attraverso la magia della cartolarizzazione, ci dice che non un atomo di valore in più è stato creato nella società, ma piuttosto che lo stesso valore passa vorticosamente da una tasca all’altra, da un punto del mondo al suo antipodo, alla velocità della nuova tecnologia informatica. Si confida sul trend ascendente dei prezzi immobiliari e sul fatto che le famiglie che hanno sottoscritto un mutuo non possono fallire tutte nello stesso tempo. Fino a quando il gioco d’azzardo funziona non c’è agenzia di rating che non valuti accettabile il rischio assunto dalle «fabbriche finanziarie» e a concedere loro l’agognata tripla A. Persino l’austero FMI, prima del fallimento della Lehman Brothers, valutava del tutto trascurabile il rischio finanziario made in USA. La stessa operazione di diversificazione e diffusione dei rischi, resa possibile dalla cartolarizzazione parossistica dei mutui, appariva come un’ulteriore garanzia contro i rischi d’insolvenza.

«I derivati rappresentano sempre più un importante veicolo per diversificare i rischi e per allocarli agli investitori più capaci di gestirli», sostenne Alan Greenspan nel 1999, e allora nessuna voce si levò contro ciò che oggi suona come un vero e proprio «azzardo morale». Né i democratici americani ebbero molto da eccepire quando il presidente George W. Bush annunciò, nell’estate del 2002, di voler dare una casa a tutti gli americani, anche a quelli che non avevano soldi. «A questo c’è rimedio», disse il presidente: «Abbiamo bisogno di capitali per gli acquirenti a basso reddito: Fannie Mae e Freddie Mac faranno la propria parte» (Citazione tratta da AV, La grande crisi, Il Sole 24 Ore, ottobre 2008). Fino a quando gli affari vanno bene, e perfino chi non offre sufficienti garanzie patrimoniali può acquistare una casa, magari con la prospettiva di rivenderla e scontare un profitto, non c’è Cassandra che tenga, ed è dalla crisi dei tulipani olandesi della prima metà del XVII secolo che il mondo si chiede, a devastazione economica in corso: «come è potuto accadere?», per concludere puntualmente che «non deve più accadere».

Detto en passant, la bolla speculativa che si è creata negli Stati Uniti, basata in gran parte sul debito contratto dal Paese nei confronti della Cina e del Giappone (secondo questo circolo abbastanza vizioso: acquisto di merci e servizi cinesi e giapponesi da parte degli americani e ritorno in patria dei dollari spesi sotto forma di crediti concessi dalla Cina e dal Giappone), testimonia anche la perdita di competitività sistemica di quella che rimane la sola superpotenza globale del pianeta.

Il mercato ha preso dei rischi che non doveva prendere, lo Stato non ha controllato come avrebbe dovuto fare: tanto il primo quanto il secondo hanno fallito la loro specifica missione. Dopo ogni crisi è questo il mantra che si ode da ogni pulpito. Sono, queste, chiacchere belle e buone, rituali parole che non tengono in considerazione la sola cosa che nel capitalismo conti davvero: la ricerca ossessiva del profitto. Più che il fallimento del capitalismo, la crisi conferma piuttosto il fallimento della prospettiva di liberazione degli individui dal giogo del profitto, nonostante questa possibilità sia, dal punto di vista materiale (ossia dal punto di vista dei valori d’uso), sempre più a portata di mano. Lungi dal contraddire l’economia capitalistica, la crisi ne è piuttosto un aspetto essenziale, fisiologico, addirittura benefico nella misura in cui essa è, al contempo, il sintomo più evidente della “malattia” che periodicamente colpisce l’organismo che crea e distribuisce la ricchezza sociale, e il suo «processo di risanamento», soprattutto attraverso un doloroso trattamento di svalorizzazione universale di uomini e cose. Ed è esattamente quello che sta avvenendo dal 2008 negli Stati Uniti e in Europa. Nel Vecchio Continente il calcolo del rischio è diventato talmente difficile, persino aleatorio, anche per le note vicende legate al debito sovrano dei paesi dell’Unione e alla precarietà esistenziale della moneta unica, da sconsigliare le banche non solo a concedere prestiti alle imprese, salvo che non offrano garanzie a prova di bomba, ma a intessere rapporti con le altre banche. In ogni transazione non si vede più un affare, ma una potenziale magagna. Il denaro liquido tende a gelare nei forzieri delle banche e, come diceva Lenin, alla base del sofisticato capitalismo finanziario riappare il “vecchio” capitalismo, quello che esige la più stretta relazione tra un titolo (un’azione, un’obbligazione, ecc.) e il suo valore reale di riferimento. Il triviale valore di scambio delle merci si prende la sua rivincita! […]

Il plusvalore!

Scriveva Henryk Grossmann nel 1940: «Nella sua interpretazione del marxismo economico la dottrina dominante ha cancellato da esso proprio l’intera teoria del duplice carattere del lavoro, cioè proprio quello che costituisce il momento specifico del marxismo e lo distingue dai classici» (H. Grossmann, Marx, l’economia politica e il problema della dinamica, p. 51, Laterza, 1969). Non il valore di scambio della merce-lavoro (espresso nel salario), ma il suo valore d’uso (l’uso della capacità lavorativa nel vivo processo produttivo) è il presupposto della valorizzazione del capitale (conservazione del vecchio valore e aggiunta di valore ex novo o plusvalore): è la grande scoperta di Marx, che fa della sua economia critica una teoria del tutto nuova, originale rispetto alla teoria del valore di Smith e Ricardo. A questa fondamentale acquisizione teorica occorre aggiungerne un’altra, del tutto originale e concettualmente omogenea alla prima: la funzione che ha nel processo di accumulazione il valore d’uso delle merci espresse nel capitale investito in mezzi di produzione e in materie prime (il marxiano «capitale costante»).  Ciò che propongo è una riflessione «esoterica» intorno al processo di creazione del valore industriale, ossia di quel valore, che definisco basico o primario, sulla cui base si radica il processo di circolazione della ricchezza sociale mondiale «reale» e «virtuale», una distinzione, quest’ultima, che solo nei momenti di acuta crisi economica, come quella che stiamo attraversando, assume tutta la sua pregnanza teorica e pratica.

* «Nei confronti di tutti coloro che pensano che la speculazione sia soltanto un’”escrescenza” che non ha nulla a che fare con una sana espansione, noi sosteniamo l’opinione che la speculazione adempia una funzione necessaria. Essa rende possibile ai capitali sovraccumulati un investimento “redditizio”. L’economia borghese non vuol vedere queste connessioni. Essa nota soltanto i fenomeni come essi si mostrano alla superficie e si perde perciò nella accidentalità» (H. Grossmann, Il crollo del Capitalismo, p. 501, Jaca Book, 1977). Naturalmente sottoscrivo. L’economia del profondo, se mi è concesso civettare con Freud, iniziata da Marx cerca appunto di non cadere nel labirinto delle accidentalità.