RADICALISMO E REPRESSIONE A HONG KONG

Nella sua rubrica dedicata alla stampa e alla blogsfera cinese che tiene su Radio Radicale, Francesco Radicioni ha ospitato Gaia Perini, sinologa e docente di lingua e letteratura cinese all’Università di Bologna. Radicioni ha invitato la Perini ad analizzare il movimento di lotta hongkonghese anche alla luce dell’entrata ufficialmente in vigore, il primo luglio scorso, della nuova Legge sulla sicurezza nazionale, la quale estendendo a Hong Kong la legislazione e la prassi di controllo e repressione sociale in vigore sul continente cinese, rappresenta un brusco e forte giro di vite nella gestione della questione hongkonghese. Quella che segue è una trascrizione sintetica dell’interessante intervista. Mi scuso se nella sintesi ho sacrificato un po’ di chiarezza.

La narrazione del regine cinese è stata naturalmente caratterizzata da una forte propaganda filocinese che ha cercato di sminuire la portata del movimento di lotta attivo ormai da molto tempo a Hong Kong, il quale peraltro ha coinvolto 2 milioni di persone su una popolazione di 7,5 milioni, il che non è poco. Non si tratta certo di una “teppa” senza né capo né coda, come sostiene il regime, ma di un largo movimento che aspirava a un riconoscimento politico. Col tempo la sua criminalizzazione ad opera di Pechino è cresciuta: i manifestanti sono qualificati come violenti, rissosi, banditi, privi di principi morali, terroristi. L’accusa di terrorismo ci dice dell’incapacità del regime cinese di avere a che fare con il dissenso e rinvia al garbuglio di dinamiche tra centro e periferia che vediamo in azione ad esempio nello Xinjiang e in Tibet, e in questo senso si connette anche alla formazione della moderna nazione cinese, con il difficile passaggio dal vecchio Impero, dalla vecchia costituzione imperiale, al moderno Stato-Nazione che da cento e più anni la Cina ha abbracciato come propria forma istituzionale e politica. Ma non si è trattato assolutamente di un passaggio naturale, e comporta ancora forti tensioni sociali, non solo, a dire il vero, tra centro e periferia, ma anche nelle parti centrali del Paese. Veniamo al movimento hongkonghese.

I media occidentali e quelli cinesi hanno appiattito il movimento su due letture opposte: o movimento filo-democratico oppure movimento filo-terrorista, una rivolta fine a se stessa. Si tratta in realtà di un movimento estremamente composito che raccoglie la rabbia di molti gruppi e strati sociali. Al suo interno si possono individuare almeno tre grandi gruppi. C’è il fronte democratico che ha come suo modello l’Occidente, che lotta per i diritti umani, e che è la componente più conosciuta dalle nostre parti. C’è poi la gioventù radicale, giovani molto radicalizzati bardati di nero per non farsi riconoscere dalle forze di polizia. Il regime di Pechino ha parlato di “terrorismo nero” per screditare e criminalizzare questo gruppo, il quale si fa vettore consapevole di una grossa tensione sociale dovuta alle crescenti diseguaglianze di una società che almeno dal 2001, cioè dall’ingresso della Cina nel WTO, è stata sballottata tra due poli: da hub privilegiato dell’ingresso e dell’uscita delle merci cinesi verso il mondo occidentale, a centro iper finanziarizzato dove la ricchezza è raramente distribuita secondo criteri di equità, e che si vede scavalcato da questo gigante che è la Cina, la quale decide al posto della popolazione di Hong Kong. Questa gioventù radicalizzata che raccoglie gran parte della rabbia sociale comprende al suo interno un vasto insieme di idee e di riferimenti culturali, che vanno dall’anarchismo sino alle spinte nazionalistiche ed eventualmente xenofobe.

Come terzo gruppo ci sono poi i nativisti e localisti, che costituiscono una frangia senz’altro xenofoba che chiama locuste (*) i cinesi del continente, rivendica un’identità hongkonghese basata sul cantonese e che rigetta qualsiasi idea di una Cina come unione comunitaria di diverse realtà etniche e culturali.

Infine, ma da non sottovalutare assolutamente, anche per i numeri, occorre considerare gli operai e gli attivisti sindacali, i sindacalisti che in realtà erano attivi da ben prima, e che hanno sempre sfruttato questa loro posizione a Hong Kong per monitorare tutto il grande spazio industriale del Guandong, con i suoi grandissimi distretti industriali, per poterne scrivere e svolgere un’attività sindacale resa possibile appunto dalle maggiori libertà che hanno goduto a Hong Kong. Insomma, Hong Kong è stata anche la torre di guardia, il punto di osservazione privilegiato per l’attivismo sindacale, anche grazie alla sua prossimità geografica con il Guandong, cosa che rende possibile un’unità d’intenti con gli attivisti della Cina continentale. Va infatti detto che nel corso del 2019 sono state fondate 25 unità sindacali, delle Unions, da attivisti hongkonghesi e continentali, e molte altre sono nate all’inizio del 2020. Certamente la nuova legge sulla sicurezza nazionale mette il bavaglio agli attivisti sindacali, con conseguenze non felici sull’attivismo in genere, però d’altra parte, e paradossalmente, questo fatto potrebbe parificare la condizione degli operai della Cina continentale con la forza lavoro che si trova a Hong Kong, facilitandone l’unione.

È quello che ad esempio sostiene il collettivo Lau Xjan [non so se ho scritto correttamente il nome], il quale è molto attivo e che possiamo collocare nella prima linea della gioventù radicale. Questo collettivo spinge molto per un’internalizzazione delle lotte e del dissenso, e addirittura ricerca un’unione e uno scambio di strategie di lotta con il Black Lives Matter e con altri gruppi statunitensi che ovviamente sono critici nei confronti delle politiche degli Stati Uniti. E quindi non si direbbe che quel collettivo sia venduto agli interessi dell’imperialismo americano…

Sul profilo Facebook della sinologa qui citata leggo quanto segue: «Lettura lunga ma merita [si tratta di un post da lei linkato il 5 luglio], anche e soprattutto perché va ben al di là del tema del nazionalismo dei cinesi residenti all’estero, sconfinando in quel campo che almeno per la sottoscritta è una grande sfida, teorica e politica, ossia: come si costruisce un discorso sulla Cina contemporanea da una prospettiva di sinistra, lontana anni luce dall’anticomunismo viscerale della stampa mainstream anglosassone ma anche, parimenti distante dalle teorie dell’eccezionalismo cinese (你们老外不懂)e soprattutto in fuga dal tabellone del risiko geopolitico, o forse gioco dell’oca, in cui se non mangi la minestra di Pechino, puoi solo saltare dalla finestra di Washington…». Come sanno i miei – ahimè pochi – lettori a mio avviso è possibile avversare nel modo più radicale il regime (non il “popolo”, o la straordinaria cultura) cinese senza scadere necessariamente nell’anticomunismo e nel fiancheggiamento (“oggettivo”) dell’imperialismo occidentale, a partire ovviamente da quello americano. Questo soprattutto perché il regime cinese non ha mai avuto niente a che fare con il comunismo, neanche ai tempi di Mao Tse-tung, eroe della Rivoluzione borghese-nazionale culminata nell’Ottobre del 1949 con la proclamazione della cosiddetta Repubblica Popolare Cinese. Non c’è dubbio (almeno per chi scrive): la minestra cucinata a Pechino dal Partito-Stato (o Partito Capitalista Cinese) va gettata senza alcuna remora nella pattumiera, là dove sguazzano i tifosi del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

(*) «È incontestabile il fatto che ai continentali sia stato affibbiato il nomignolo di “locuste”, per sottolineare il carattere predatorio e le modalità non del tutto pulite con cui costoro conducono i loro affari nella Regione a statuto speciale; tuttavia la natura stessa dell’insulto svela la sua radice economica e politica, più che etnica, suggerendo quindi come pure la più accesa intolleranza in realtà origini da circostanze storiche recenti, dai mutamenti socioeconomici avvenuti nell’ultimo ventennio, e non da fattori culturali di lungo corso. Gli abitanti di Hong Kong, infatti, appartengono prevalentemente alla stessa etnia cinese Han e solo una limitata (ancorché significativa) minoranza proviene da altri gruppi (Hakka, per esempio, o si pensi anche alla forza lavoro migrante giunta dalle Filippine e dall’Indonesia)» (G. Perini, Territorio, autodeterminazione e/o rivoluzione: dalla Pechino del 4 maggio 1919 alla Hong Kong del 2019).

CINISMO PLANETARIO

  1. Sovranismo repressivo

«I politici statunitensi, che avevano definito le proteste di Hong Kong uno spettacolo bellissimo da vedere, naturalmente non si aspettavano che un simile spettacolo arrivasse così velocemente fin sotto le loro finestre» (Global Times). «Gli americani farebbero meglio a mettere rapidamente da parte il sogno di interferire a Hong Kong per minare la prosperità della Cina» (China Daily).

Traduco: Caro Presidente Trump, reprimi in piena tranquillità i tuoi cittadini e lascia i cittadini cinesi alle amorevoli cure del Presidente Xi Jinping! Anche Teheran, il cui regime notoriamente è più incline alla carota che al bastone quando si tratta di “dialogare” con la piazza, non ha fatto mancare le sue frecciate ironiche sugli americani esportatori di democrazia e diritti umani. Della seria: il più pulito ha la rogna – e un robusto manganello da assestare sulla testa dei nemici della Patria. Per il Time «Cina, Russia e Iran sono impegnati in una cinica campagna propagandistica contro gli Stati Uniti»: come sempre i corifei della civiltà occidentale sono sensibili solo nei confronti del cinismo propagandistico degli avversari.

Intanto la polizia di Hong Kong ha respinto, per la prima volta in trent’anni, la domanda da parte degli organizzatori dell’annuale veglia per ricordare le vittime del massacro di piazza Tienanmen avvenuto il 4 giugno 1989. La giustificazione ufficiale per il diniego è di ordine sanitario: le regole di distanziamento sociale contro il coronavirus vietano le riunioni di oltre otto persone. Il controllo sociale in tempi di pandemia riesce meglio?

  1. L’eterno razzismo americano

Donald Trump minaccia di schiacciare «il terrorismo interno» con il tallone di ferro dell’Esercito più potente del mondo. «Terrorismo interno»: anche nel linguaggio il Presidente americano ricorda il suo collega cinese. Nel 1992 fu Bush padre a usare l’Esercito per sedare la rivolta di Los Angeles scoppiata dopo l’assoluzione di quattro agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles per l’uso eccessivo della forza nell’arresto e nel pestaggio di Rodney King: «Con lo schieramento dei militari, l’ordine fu ristabilito in tutta la città, ma durante i disordini furono uccise 63 persone, vi furono 2.383 feriti e più di 12.000 arresti» (Wikipedia).

Scriveva Tomàs F. Summers il 29 settembre del 2009: «L’elezione di Obama è stata salutata come la fine della questione razziale. Niente di più sbagliato. La razza resta un pilastro della società statunitense e un potente fattore di discriminazione, specialmente in tempo di crisi» (Limes). Dalla crisi del 2009 alla crisi del 2020 (dal progressista Obama al conservatore Trump ): «I video che ritraggono la morte di George Floyd hanno una forza innegabile. Ma la rabbia dei neri covava da mesi durante il regime di lockdown, perché l’isolamento sociale e la perdita dell’occupazione hanno gravato in misura maggiore sulle comunità più povere, e loro sono in prima linea anche sul fronte dei decessi. L’omicidio a Minneapolis è stata la scintilla che l’ha fatta scoppiare. La comunità degli afro americani è quella che soffre di più in termini di mancanza di servizi sociali e qualità delle cure mediche. Nulla è stato fatto per correggere l’oppressione di polizia nei confronti dei neri, o per migliorare le loro condizioni di vita. Nel frattempo la classe dei bianchi poveri ha sofferto un parallelo deterioramento economico e sociale che ha favorito un clima di opposizione crescente tra i due gruppi» (Ian Bremmer, Il Messaggero). Questa analisi non mi sorprende neanche un po’, e penso che non possa suonare originale all’orecchio di nessuno.

Purtroppo continua a latitare la solidarietà di classe tra oppressi e sfruttati d’ogni “razza e colore”, che sarebbe il solo antido efficace contro il veleno razzista e contro la guerra tra poveri che tanto ingrassa il Dominio sociale. «Non siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro l’oppressione e contro la degradazione», disse una volta Malcolm X, il quale non incitava alla violenza contro i “bianchi” ma rivendicava piuttosto per i “neri” il diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari se attaccati dai razzisti e dalla polizia – spesso le due cose coincidevano, come peraltro accade anche oggi. Politici, analisti e media di tutto il mondo si chiedono quanto i fatti seguiti all’omicidio di George Floyd danneggeranno la corsa presidenziale di Trump e avvantaggeranno quella del suo scialbo avversario. Come sempre il dramma sociale troverà il suo momentaneo sfogo nel rito della democrazia che preserva la continuità del regime sociale. Morto (?) un Presidente, se ne elegge un altro!

«Per una volta non lo fare, non far finta che non sia un problema in America. Non pensare che questo non ti riguardi, non restare in silenzio, non pensare che non puoi essere parte del cambiamento. Cerchiamo tutti di essere parte del cambiamento» (Nike). Calzando le scarpe sportive della Nike la via del Progresso umano e civile può essere percorsa con maggiore comodità e speditezza? Come sempre il cinismo va attribuito in primo luogo alla realtà, non alle sue vomitevoli fenomenologie. Il marketing non è solo l’anima del commercio: esso è soprattutto l’anima di questa società disumana basata sui valori di scambio. E questo dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’Africa. Ovunque.

DA HONG KONG A MINNEAPOLIS: MI RIGUARDA! MI “INGERISCO”!

Com’è noto ieri l’Assemblea Nazionale del popolo della Cina, «massima autorità legislativa della Repubblica popolare», ha approvato quasi all’unanimità (2.877 voti favorevoli, un solo voto contrario e sei astenuti: la chiamano «democrazia con caratteristiche cinesi») la legge sulla sicurezza nazionale che estende a Hong Kong la prassi di controllo e repressione sociale in vigore sul continente cinese. Ne è nato il putiferio locale e internazionale che sappiamo (1). Qui intendo tirare un solo filo della questione, che cercherò di affrontare più estesamente quanto prima.

«”Non tollereremo nessuna ingerenza nei nostri affari interni”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian; “Qualsiasi tentativo di ostacolare la nuova legge sulla sicurezza nazionale della Cina a Hong Kong è destinato a fallire». «Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato pubblicamente che la questione di Hong Kong rappresenta un affare puramente interno della Cina». «Noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e per quanto ci riguarda abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi»: così scriveva il Ministro degli Esteri italiano lo scorso novembre proprio in riferimento alla repressione cinese del movimento hongkonghese.

Con tutto il disprezzo di cui sono capace, intendo gridare in faccia ai funzionari politici del dominio sociale capitalistico, ovunque essi si trovino a svolgere il loro escrementizio ufficio, che tutto ciò che accade tra cielo e terra mi riguarda, e riguarda tutte le persone che non vogliono chinare il capo dinanzi allo sfruttamento, all’oppressione, alla repressione, alla violenza d’ogni tipo, al saccheggio ambientale (a cominciare dall’ambiente biologico a noi più prossimo: il nostro corpo) e a quant’altro questa Società-Mondo ci regala, bontà sua, ogni giorno. Il “diritto di ingerenza” che qui rivendico naturalmente non ha nulla a che fare né con il diritto internazionale, che è la continuazione del diritto capitalistico su scala planetaria, né con la cosiddetta difesa dei “diritti umani”, tirata in ballo soprattutto dai Paesi occidentali come strumento politico-ideologico posto al servizio dei loro imperialistici interessi.

«Fermo restando l’obbligo di rispettare i diritti umani e la condanna di qualsiasi forma violenta di protesta, ogni Paese sovrano ha il diritto e il dovere di garantire l’ordine pubblico sul suo territorio»: è ciò che ha dichiarato ieri Vito Petrocelli, presidente pentastellato della commissione Esteri del Senato. Ed è esattamente contro questo «diritto e dovere» che l’anticapitalista rivendica la solidarietà e l’azione di classe intese ad attaccare politicamente la sovranità di tutti i Paesi, quella italiana in primis. Dove per sovranità qui bisogna intendere l’esercizio del potere volto a difendere e consolidare lo status quo sociale, a cominciare dai rapporti sociali capitalistici responsabili della nostra pessima condizione umana.

Qualche giorno fa Berlusconi ha scritto un “impegnato” articolo centrato sulla necessità, per l’Occidente, di contenere e rintuzzare «l’imperialismo comunista cinese»; ieri il quotidiano spagnolo El País ospitava un lungo articolo dedicato al pericoloso «capitalismo comunista cinese»: più che parlare di ossimoro, bisognerebbe scomodare il concetto di… minchiata! Il problema, almeno per come la vedo io, è che la stragrande maggioranza delle persone crede davvero che la popolazione cinese sia governata da una mostruosità politico-sociale mai vista prima: un “regime comunista” basato su un iper capitalismo. Tra l’altro questa “mostruosità”, la cui natura sociale beninteso non supera di un millimetro la dimensione capitalistica (2), sta offrendo a tutto il mondo standard e modelli di controllo e di repressione sociale davvero eccellenti, sicuramente all’avanguardia. Ed è anche per questo che seguo con interesse le vicende di Hong Kong – ma anche quelle che riguardano il Tibet e lo Xinjiang.

(1) «Il provvedimento consentirà al governo cinese di reprimere più facilmente il dissenso, che ha registrato un’escalation a partire dalla scorsa estate a causa di un progetto di legge sull’estradizione (poi ritirato). L’epidemia di coronavirus ha poi arginato temporaneamente le tensioni nella regione. […] Nello specifico, la normativa dovrebbe riguardare gli atti di “tradimento, secessione, sedizione e sovversione” e dovrebbe impedire tra le altre cose l’interferenza di organizzazioni politiche straniere. La fazione pro-Pechino aveva tentato di introdurre questa legge già nel 2003, salvo poi rinunciare a causa delle proteste di massa. Dal 1997 in poi, molti hanno pensato che Hong Kong potesse diventare il laboratorio democratico della Cina. Eppure, la Repubblica Popolare non ha adottato la formula “un paese, due sistemi” per garantire agli hongkonghesi una democrazia “genuina”, dotata di suffragio universale. Si è trattato piuttosto di una mossa tattica. Obiettivo: convincere il Regno Unito a restituire i territori conquistati durante le guerre dell’oppio e assicurare a Hong Kong il fondamentale ruolo di punto di contatto (non solo finanziario) tra la Cina e il resto del mondo» (G. Cuscito, Limes).

Il regime cinese sta cercando di approfittare della situazione locale e internazionale creata dalla pandemia ancora in corso per regolare definitivamente i conti con la fazione ribelle di Hong Kong e lanciare messaggi (più o meno minacciosi) in tutte le direzioni. Inutile dire che Taiwan e gli Stati Uniti hanno colto subito il significato delle mosse fatte da Pechino: «Gli Usa appoggeranno la causa dell’ex colonia britannica per danneggiare il soft power cinese, forse con nuove sanzioni anti-Pechino. Potrebbero inoltre cogliere l’occasione per stringere ulteriormente i rapporti con Taiwan, anche sotto il profilo militare. La presidente Tsai Ing-wen promette “l’assistenza necessaria” agli hongkonghesi desiderosi di lasciare la regione. L’obiettivo di Taipei è mettere in cattiva luce Pechino e accrescere il proprio raggio d’azione internazionale ora che la Repubblica Popolare dibatte sui pochi pro e i molti contro della riunificazione manu militari nella fase attuale» (Limes).

Per Pechino si tratta di riprendere il filo (di seta…) della sua ambiziosissima strategia espansiva giocata a tutto campo, in ogni sfera della competizione interimperialistica (dall’economia alla tecnologia, dalla scienza alla geopolitica, dalla cultura alle armi, ecc.), “sfere” che peraltro oggi sono sempre più intrecciate le une alle altre, generando il concetto e la prassi di competizione sistemica, ossia totale. Non dimentichiamo che il “sogno cinese” di cui parla continuamente Xi Jinping prevede una sola Cina e il primato capitalistico mondiale del Paese entro il 2050. Per il Partito-Regime si tratta anche di riaffermare e consolidare la sua autorità politica e “morale” sull’opinione pubblica interna, scossa dalla grave crisi sanitaria dei mesi scorsi.

(2) Ultimamente ho affrontato la questione in uno scritto (Sulla campagna cinese) a cui rinvio.

Ieri ho postato su Facebook quanto segue

IN DEBITO D’OSSIGENO

Breathe, breathe in the air. Don’t be afraid to care.

1. I can’t breathe!

«”Non posso respirare, mi state uccidendo”. George Floyd ha ripetutamente implorato il poliziotto di lasciarlo respirare ma ben presto è svenuto ed è morto dopo essere stato trasportato in ospedale. Un video integrale dell’arresto dimostra come l’afroamericano non abbia opposto nessuna resistenza agli agenti ma, al contrario, sia stato sempre collaborativo nei loro confronti» (Fanpage). «Un nuovo video girato da una telecamera a circuito chiuso, mostra il momento dell’arresto di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. Prima della morte per soffocamento, dopo che un poliziotto gli ha fatto perdere il respiro con un ginocchio sul suo collo, l’afroamericano è stato fatto scendere dall’auto e sedere sul marciapiede. In questo caso non sembra aver opposto resistenza agli agenti» (CorriereTV).

2. Primato militare USA

«Una nave da guerra americana ha testato una potente arma a raggio laser in grado di raggiungere e abbattere obiettivi come aerei in volo alla velocità della luce. La rivoluzionaria arma è stata testata in un punto imprecisato dell’Oceano Pacifico il 16 maggio scorso e la Marina americana ha diffuso un breve video del test in cui si vede un raggio di luce molto luminoso che viene “sparato” da una nave e poi un velivolo – apparentemente un drone – in fiamme. “Con questa nuova capacità avanzata, stiamo ridefinendo la guerra in mare per la Marina”, ha detto il capitano Karrey Sanders della USS Portland, la nave usata per il test» (La Stampa).

Prodigi della tecnoscienza – orientata in senso antiumano, cioè capitalistico.

La «nuova capacità avanzata» della Marina Militare statunitense toglie davvero il fiato. Fatto reale e metafora credo che qui si incastrino perfettamente l’uno nell’altra, senza alcuna forzatura, a significare una condizione umana davvero pessima. D’altra parte viviamo nell’epoca del bavaglio “sanitario”, il quale di certo non aiuta la respirazione…

CONTRO GLI OPPOSTI IMPERIALISMI!

«Negli Stati Uniti Donald Trump ha firmato la legge che autorizza a sanzionare la Cina in caso di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e che richiede al Dipartimento di Stato una revisione annuale dello status speciale in materia commerciale conferito all’ex colonia britannica. Sono entrambe misure estremamente significative. Si tratta ovviamente di un uso strategico dei diritti umani: gli americani attingono selettivamente alla propria narrazione di protezione umanitaria quando in ballo ci sono questioni strategiche urgenti, come una rivolta in seno al principale rivale. Gli Stati Uniti intendono sfruttare il più possibile questo momento di difficoltà della Repubblica Popolare – dal Xinjiang a Hong Kong, dal rallentamento economico alle rivelazioni sullo spionaggio – per ingolfarne l’ascesa» (F. Petroni, Limes).

Uso strategico e selettivo dei “diritti umani”; ovvero, la continuazione della guerra sistemica (o imperialista) con mezzi politico-ideologici.

«La reazione cinese non si è fatta aspettare. Pechino convoca l’ambasciatore Usa e lo esorta a non applicare la legge. Quindi ribadisce che la questione dell’ex colonia britannica è “un affare interno” alla Cina. Lo si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese emesso nella mattina di oggi, ora locale. “Avvertiamo gli Stati Uniti a non agire arbitrariamente, o altrimenti la Cina contrattaccherà, e gli Usa dovranno sostenere tutte le relative conseguenze”. La Cina – si legge in una nota emessa nella mattina di oggi dal ministero degli Esteri – accusa gli Stati Uniti di “sinistre intenzioni di natura egemonica» (F. Santelli, La Repubblica).

Da Marx in poi, gli anticapitalisti rivendicano e praticano l’ingerenza di classe, la quale infrange la sovranità nazionale di qualsiasi Paese, se ne infischia bellamente dei confini nazionali difesi dallo Stato. I proletari non hanno patria, diceva sempre quello, e chi gliela vuole dare, con le buone (magari chiamandola “Unione Europea”) o con le cattive (magari in vista di una patria molto più grande e potente: vedi lo scontro Pechino-Hong Kong), lo fa per legarlo mani, piedi e – soprattutto – cervello al carro del Dominio. I proletari non hanno patria, mentre avrebbero un mondo da guadagnare. Avrebbero, appunto. La logica della «non ingerenza negli affari interni di un Paese» è la tipica logica degli Stati nazionali, macchine al servizio delle classi dominanti. Una logica, peraltro, che vale soprattutto quando c’è di mezzo il proprio Paese, mentre essa è più “elastica” quando si tratta del Paese avversario.

Quanto alle «sinistre intenzioni di natura egemonica», di certo il Celeste Imperialismo cinese non è secondo a nessuno.

DAVIDE, GOLIA E LA TIGRE DI CARTA

L’altro ieri il Presidente Xi Jinping ha scagliato contro Hong Kong l’ennesimo ultimatum: «La determinazione del governo cinese a salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo è irremovibile», così come lo è «la determinazione a opporsi alle interferenze di qualsiasi forza esterna». Pare che la pazienza del Caro Leader sia agli sgocciolo, tanto più dopo che i precedenti ultimatum non hanno sortito alcun effetto: anche oggi nell’ex colonia britannica la polizia dovrà fronteggiare la rabbia di migliaia di giovani che non intendono mollare.

Molti analisti politici pensano che il movimento politico-sociale attivo a Hong Kong ormai da giugno di quest’anno, e che si ricollega direttamente ai movimenti di protesta che lo hanno preceduto nel corso degli ultimi cinque anni, si sia cacciato (o è stato cacciato?) in un pericolosissimo cul de sac. Probabilmente quegli analisti hanno ragione, e il moltiplicarsi degli episodi di violenza da parte dell’ala più radicale del movimento è forse la testimonianza più evidente delle difficoltà che esso sta incontrando in questa fase. È bene precisare, a scanso di antipatici equivoci, che in generale l’uso della violenza da parte dei giovani manifestanti nasce come risposta alla violenza repressiva delle autorità che governano la metropoli sotto l’occhiuta sorveglianza del regime cinese. Uno dei discorsi più ripetuti dai ragazzi hongkonghesi è: «Siete voi che ci avete fatto capire che solo con la violenza riusciamo a ottenere qualcosa». È bene anche ricordare che contro il movimento di protesta le autorità hongkonghesi si sono servite più volte della feccia mafiosa (vedi Triadi). Questo è successo anche all’epoca del cosiddetto Movimento degli ombrelli (2014).

In questi giorni gli analisti di cui sopra hanno sempre più spesso evocato le mitiche figure di Davide e Golia: il giovane coraggioso, armato solo della propria fede e di una modesta fionda, che si batte in una lotta apparentemente impari contro un campione armato fino ai denti e protetto da corazze prodigiose. Ricordate? La fronte del possente Goliat, orgoglio dei Filistei, rimane scoperta, e l’intraprendente figlio d’Israele lo colpisce proprio lì: «La pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere spada in mano» (Samuele, 17/49). Ma gli osservatori che monitorano Hong Kong non pensano che la storia possa ripetersi; un abisso infatti divide, quanto a potenza, i contendenti che si fronteggiano in quella fatidica città: nemmeno un miracolo potrebbe insomma salvare il movimento hongkonghese dall’ira del gigante cinese, se da Pechino partisse l’ordine di chiudere la partita, come accadde nell’estate del 1989. Ricordate Piazza Tienanmen? Ricordate lo studente che da solo cerca di fermare l’avanzata di una colonna militare protetta dai carri armati? Chissà che fine ha fatto quell’intrepido e ormai iconico Davide.

Nemmeno un miracolo potrebbe dunque salvare il Davide dei nostri giorni? Sembrerebbe proprio di no. Forse però dipende dalla qualità del miracolo. Chi può dirlo? Cosa accadrebbe, ad esempio, se i lavoratori e gli studenti della Cina continentale urlassero in faccia al regime che nessuna goccia di sangue deve cadere sulle strade di Hong Kong calpestate da gente che manifesta la propria paura di finire ingoiata e digerita dal Dragone? «Non toccate i nostri fratelli di Hong Kong, se non volete che anche noi sfasciamo tutto!»: questo sì che sarebbe un miracolo!

Scriveva Adriano Sofri qualche mese fa: «La sacra scrittura immaginò un colosso splendido e terribile d’oro e d’argento e di rame e di ferro, dai piedi d’argilla. Qualcosa come una tigre di carta» (Il Foglio). In effetti, le classi subalterne hanno nelle loro mani il potere di trasformare il Moloch capitalistico in una tigre di carta; peccato che esse non ne abbiano la minima coscienza. E sto parlando del mondo, non solo di Hong Kong e della Cina.

Post scriptum:

Scrive Peter Sloterdijk in Ira e tempo (Marsilio, 2019): «Il modo di parlare che è dominante in Cina dal 1981, secondo il quale l’eredità di Mao è buona per il 70 per cento e cattiva per il 30 per cento, fa apparire i 60-70 milioni di vite umane che, dopo il 1949, vanno messe sul conto del maoismo, come un peso a cui è possibile far fronte solo con l’arte di tirare bilanci tipica di questo paese. Cioè: se gli stessi cinesi in patria non si fanno domande sulle vittime della politica di Mao, gli storici indiscreti e i ricercatori dell’Ovest non devono avere nessun diritto a costringerli a rispondere alle domande su quella politica». Come diceva Marx, in tempi “normali” (non rivoluzionari) l’ideologia dominante è quella che fa capo alla classe dominante, è l’ideologia che emana spontaneamente dai rapporti sociali, dalla stessa quotidiana prassi sociale. Questo semplicemente per dire che anche i lavoratori, i proletari e i contadini poveri cinesi si sono fin troppo abituati alla macabra contabilità dei morti caduti sull’altare della Potenza cinese. In quanto proletario mi “ingerisco” negli «affari interni cinesi» per dare il mio microscopico contributo al tentativo, che so essere quasi disperato, di mettere in crisi «l’arte di tirare bilanci» così diffusa anche tra i miei colleghi di classe cinesi. Ecco perché mi occupo con tanta insistenza di ciò che avviene a Hong Kong; non solo per questo, si capisce, ma soprattutto per questo.

Non mi sfugge insomma la natura interclassista (a tratti venata di sentimenti xenofobi) del movimento di lotta hongkonghese, né il carattere ultrareazionario dell’ideologia che ispira gran parte dei suoi protagonisti (esaltazione del sistema sociale capitalistico con caratteristiche occidentale); ma questo non mi impedisce di inquadrare quel movimento nel più generale processo di trasformazione che ha investito l’ex colonia britannica (una delle cosiddette Tigri Asiatiche, insieme a Singapore, Corea del Sud e Taiwan) negli ultimi 38 anni, da quando cioè la Cina si è proposta come fabbrica del mondo, per arrivare alla potenza sistemica dei nostri giorni. L’industria a Hong Kong ha perso molti punti, e pure il settore finanziario non vanta più l’alto rating di una volta (*); la crisi del 2008 ha poi accelerato il processo di ristrutturazione/declino della sua economia, e i lavoratori come sempre hanno dovuto pagare il prezzo più alto: salari più bassi, lavori più precari, orari di lavoro più lunghi, concorrenza con i lavoratori immigrati, aspettative pensionistiche ribassate, affitti più cari, ecc. Sono molto interessato a capire come i movimenti di protesta di qualsiasi genere impattano sulla degradata condizione di larghi strati di popolazione hongkonghese e ne siano, almeno in qualche misura, l’espressione. E sono ancora più interessato a vedere come quei movimenti impattano sul gigantesco corpo della società cinese, su un Paese che gioca un grandissimo  ruolo nel sistema capitalistico mondiale, e non mi riferisco solo al dato economico. In ogni caso, l’illusione non trova posto nella mia riflessione, mentre l’imprevisto e financo l’imprevedibile sono i benvenuti: magari!

Più in generale, sono tutt’altro che indifferente al male che il processo sociale arreca agli individui, a tutti gli individui, anche a quelli che hanno la fortuna di non condividere la mia stessa condizione sociale, e trovo degno del mio interesse il loro tentativo di porre una qualche resistenza al Moloch storico-sociale che li stritola. Che oggi quel tentativo sia informato da ideologie ultrareazionarie, ciò non solo non mi stupisce ma anzi conferma le mie analisi, e non alludo solo a Hong Kong. Tuttavia, il mio interesse non viene meno alla luce di quel dato di fatto “sovrastrutturale”.

(*) Nel 1993 Hong Kong era la decima potenza commerciale del mondo, e si avvantaggiava della brulicante provincia cinese del Guangdong. Nel Guangdong c’erano allora non meno di 30.000 aziende (con oltre tre milioni di addetti) che lavoravano per conto di capitalisti basati a Hong Kong, che rappresentava l’anticamera per chi intendesse stringere rapporti commerciali con la Cina – il cui ritmo di sviluppo capitalistico marciava intorno alla sbalorditiva cifra del 13%. Quell’anno la Borsa di Hong Kong conquistò, per il secondo anno consecutivo, la palma del mercato più redditizio del mondo. Tutto questo oggi non esiste più, anche se l’ex colonia britannica rimane un polo capitalistico (industriale, commerciale, finanziario) tutt’altro che disprezzabile.

ANCORA DUE PAROLE SU HONG KONG

Contro le aspettative di Pechino, che confidava nella frustrazione della “maggioranza silenziosa” sottoposta a mesi di manifestazioni d’ogni genere e nell’inizio del nuovo anno scolastico, non si arresta il movimento di protesta esploso a Hong Kong a inizio giugno. Ieri è partito “ufficialmente” il movimento studentesco hongkonghese, subito supportato da molti abitanti dell’ex colonia britannica, i quali hanno espresso la loro solidarietà agli studenti medi e universitari anche usando i clacson delle automobili. «Le esercitazioni antiterrorismo della Polizia armata del popolo a Shenzhen (circa 30 chilometri da Hong Kong) inviano un messaggio chiaro: qualora il governo e la polizia hongkonghese non fossero in grado di gestire la situazione, Pechino potrebbe intervenire direttamente. La tattica del presidente cinese Xi Jinping per gestire il dossier hongkonghese è poliedrica, ma evidentemente non scoraggia le ambizioni dell’ex colonia britannica» (Limes). Qui di seguito mi limito a svolgere una breve considerazione su due aspetti importanti della questione hongkonghese, soprattutto per chiarire meglio la mia posizione sull’intera vicenda.

1. Scrivendo quello che scrivo da mesi sul movimento di protesta hongkonghese intendo forse sostenere la causa dell’autonomia politico-istituzionale di Hong Kong? Ma nemmeno per idea! La sola autonomia che mi sta a cuore è quella di classe: è la causa dell’indipendenza politica delle classi subalterne che sostengo con tutte le mie – deboli – forze, e da sempre, in odio a ogni forma di collaborazionismo “popolare” e nazionale. Osteggio dunque tanto l’autonomismo rivendicato dalla stragrande maggioranza dei cittadini hongkonghesi quanto il centralismo sostenuto e minacciato da Pechino. Ma ciò non significa affatto che rimango indifferente dinanzi alla prospettiva che il regime cinese con caratteristiche orwelliane possa annegare nel sangue le rivendicazioni e le speranze dei giovani che in tutti questi mesi hanno sconvolto l’ordine dell’ex colonia britannica. Non condivido neanche un po’ il secessionismo catalano, ma non per questo mi schiero dalla parte del centralismo madrileno. Se, tanto per fare un esempio, la mitica Padania decidesse di abbandonare il quadro unitario italiano realizzatosi con il Risorgimento, evento che naturalmente non avrebbe la mia simpatia, non sarei certo io a dare man forte al centralismo romano: in primo luogo mi schiero sempre contro lo Stato centrale e dalla parte dell’unità delle classi subalterne, oltre e contro ogni distinzione a carattere nazionale, regionale, razziale, culturale, ecc.

Ma c’è di più. Come ho scritto nei post precedenti, quando si realizza una situazione di caos e di disordine sociale, si dà sempre, sebbene solo in linea teorica, la possibilità che da cosa possa nascere cosa, ossia che una lotta sviluppatasi su un terreno politicamente e ideologicamente reazionario e infecondo possa via via trasformarsi in qualcos’altro, ponendo a chi vi partecipa problemi (come quello relativo all’autodifesa, ad esempio) che potrebbero spingerlo in direzione di strade politicamente e socialmente più avanzate. Senza tralasciare di considerare l’effetto contagio che potrebbe innescarsi con esiti che nessuno è in grado di prevedere in anticipo sui tempi. Ed è proprio questo effetto potenziale ciò che più mi “intriga”. A mio avviso è questo l’atteggiamento corretto con cui l’anticapitalista deve approcciare movimenti di protesta vasti, compositi e complessi del tipo di quello che osserviamo a Hong Kong. Non si tratta di coltivare false speranze, ma di affinare le proprie capacità analitiche e di sviluppare un sano “istinto di classe”, cosa che risulta più semplice a chi non concede un solo atomo di credibilità alla ciclopica panzana del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

2. Per il New York Times, «Le radici economiche delle proteste di Hong Kong» vanno ricercate nelle «ristrette dimensioni degli appartamenti (alcuni sono così piccoli, misurano anche 9 metri quadrati, che vengono chiamati gabbie e bare), negli alti costi degli affitti (sono più alti di New York, Londra o San Francisco, per appartamenti di dimensioni pari alla metà), negli orari di lavoro punitivi (anche 12 ore) e nei bassi salari: quasi una persona su cinque vive in condizioni di povertà, con un salario minimo di 4,82 dollari l’ora. I salari non sono aumentati tanto rapidamente quanto il costo della vita, in particolare nella fascia bassa. I legislatori sottolineano l’importanza di mantenere competitiva Hong Kong per le compagnie straniere. L’imposta sulle società a Hong Kong è tra le più basse delle principali città globali».

Il crescente potere della Cina continentale nella vita di tutti i giorni ha fatto esplodere una rabbia che covava da tempo e che trova alimento soprattutto in una condizione “materiale” assai precaria per centinaia di migliaia di hongkonghesi, i quali temono che essa possa col tempo peggiorare, mentre si restringono gli spazi di “agibilità politica”, a cominciare dalla possibilità di protestare senza rischiare la più violenta delle reazioni da parte dello Stato. Alla domanda: «Continuando la lotta non avete paura di suscitare le ire di Pechino?», molti giovani impegnati nel movimento rispondono: «Non abbiamo paura perché non abbiamo niente da perdere». Questi giovani guardano ai Paesi occidentali come a un mondo da conquistare: gli si può forse rimproverare questa tragica (dal punto di vista anticapitalista) illusione? Certamente no. Bisogna piuttosto interrogarsi sulle cause storiche e sociali di questa illusione. È un misto di odio (per il regime cinese), di rabbia e di disperazione che muove le frange più avanzate del movimento giovanile. «”Molti giovani vedono che non c’è alcuna via d’uscita economica e politica, ed è questo lo sfondo della loro disperazione e della loro rabbia per lo status quo”, ha detto Ho-fung Hung, professore di economia politica alla Johns Hopkins University. […] Molti manifestanti affermano che le elezioni dirette darebbero loro una voce in più in queste questioni economiche cruciali» (The New York Times).

I sostenitori hongkonghesi della graduale e pacifica integrazione sistemica con la Cina continentale affermano che bisogna rassegnarsi a sacrificare la libertà goduta un tempo con un futuro fatto di prosperità e di grandezza nazionale: una prospettiva che terrorizza moltissimi abitanti di Hong Kong, e non solo nella fascia giovanile. Altro che «popolo viziato», come sostiene la martellante propaganda del Partito-Regime.

HONG KONG E LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ

Su Facebook ricevo il commento che segue: «Io mi chiedo soltanto come mai i media occidentali siano così presenti ed esaustivi nel mostrare le immagini dei dimostranti di Hong Kong mentre tralasciano del tutto le molte migliaia di lotte e di scioperi degli operai e proletari cinesi. Evidentemente ci sono, per noi occidentali, lotte che ci fanno comodo e lotte del tutto scomode. Mi sbaglio?» Una prima risposta la offre l’editoriale di ieri di Maurizio Molinari: «I giovani di Hong Kong che chiedono a Gran Bretagna e Stati Uniti di proteggere i loro diritti chiamano in causa le responsabilità dell’Occidente per evitare una nuova Tienanmen». Questo richiamo all’Occidente, in forma critica o apologetica, chiama in qualche modo in causa per l’ennesima volta il cosiddetto scontro delle civiltà. Di qui la riflessione che segue, la quale intende offrire un contributo alla lettura di quanto accade a Hong Kong.

Per come la penso io l’anticapitalista/antimperialista rifiuta radicalmente la prospettiva dello scontro/incontro tra le civiltà perché ragiona in termini di interessi di classe, nell’accezione più vasta del concetto. Egli cioè osserva i fatti del mondo, a cominciare dai conflitti sociali e dallo scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, ideologico) interimperialistico, dal punto di vista delle classi subalterne e della loro possibile emancipazione. A confliggere non sono le civiltà, ma appunto gli interessi delle classi, delle nazioni, degli Stati, dei blocchi imperialistici. Sul piano storico e sociale oggi esiste una sola civiltà: quella capitalistica, la quale domina a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud. Parlare di Civiltà, di Occidente e Oriente nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale, significa fare dell’ideologia, trascurare l’essenza delle cose e porsi sul terreno delle classi dominanti, delle nazioni, degli Stati, del conflitto interimperialistico.

Detto en passant, ricordo a me stesso che negli anni Ottanta e agli inizi dei Novanta del secolo scorso, cioè al culmine della guerra sistemica USA-Giappone, gli Stati Uniti tirarono fuori l’accusa di dumping sociale rivolta contro il Paese del Sol Levante, colpevole agli occhi dei difensori della civiltà occidentale di rimanere ancora impigliato nel vecchio mondo orientale che trattava gli individui (soprattutto i lavoratori) come soldati costretti a obbedire in silenzio agli ordini dei superiori: «L’ Occidente deve reagire al dispotismo orientale giapponese che si comporta allo stesso modo, cioè con estrema aggressività e proditorietà, in guerra come in pace». I giapponesi, accusati di voler comprare imprese e infrastrutture americane grazie a una liquidità monetaria senza pari, tornarono a essere “quelli di Pearl Harbour”. Quando poi il Giappone si infilò in una spirale di declino economico, anche in grazia delle contromisure commerciali, monetarie e politiche messe in campo da Washington, lo “scontro di civiltà” con il Giappone tramontò rapidamente. Ora è il turno della Cina, individuata dagli Stati Uniti come nemico strategico numero uno. Questo solo per dire quanto strumentale sia ogni discorso centrato sulla “Civiltà”.

È fin troppo ovvio, almeno per chi ha un po’ di dimestichezza con il marxismo (si tratta poi di chiarire cosa intendiamo per “marxismo”), che il movimento sociale che sta sconvolgendo Hong Kong non è un “movimento di classe” (proletario), e altrettanto ovvio è giudicare come reazionarie molte delle idee che informano le azioni dei giovani hongkonghesi che lottano contro Pechino e contro il governo locale legato agli interessi del regime cinese. Ma questo, tanto per cominciare, non può significare in alcun modo sostenere o “relativizzare” le ragioni del capitalismo/imperialismo cinese, delle cui magagne e contraddizioni l’anticapitalista non ha che da rallegrarsi, e la cosa vale naturalmente per le contraddizioni e per le magagne dell’Italia, degli Stati Uniti, della Russia e di ogni altro Paese di questo capitalistico mondo. Dalla “pace sociale” non nasce niente, dal marasma sociale, anche da quello meno vicino alle aspettative rivoluzionarie dell’anticapitalista, potrebbe invece nascere qualcosa, anche per imitazione, per contagio, come ben sanno le classi dominanti, sempre attente a non sottovalutare ciò che si muove nelle viscere della società. Ho detto potrebbe. Sono da sempre tutt’altro che incline alle facili illusioni.

Che gli Stati Uniti cerchino di gettare benzina ideologica sul fuoco delle proteste hongkonghesi, come ho scritto nei miei precedenti post, anche questo mi sembra un atteggiamento scontato, che va senz’altro denunciato, senza però che ciò si configuri come un sostegno concesso al regime cinese – magari per non indebolire il fronte antiamericano: come se ci fosse da scegliere da quale parte del fronte imperialistico combattere! Nel breve periodo Trump cerca di usare Hong Kong nello scontro commerciale e monetario con i cinesi; presto vedremo come reagirà Pechino. Detto di passata, anche il virile Vladimir Putin, il più amato dai sovranisti nostrani, accusa Washington di sobillare la popolazione russa: si tratta di un classico pezzo di repertorio propagandistico che ancora fa la sua porca figura. Il ricorso al veleno nazionalista si dimostra essere, per le classi dominanti, quello meno costoso e più efficace ai fini del controllo sociale, e questo lo vediamo in Cina come negli Stati Uniti: lo vediamo ovunque. Certo è che la macchina propagandistica cinese sta pompando come non mai veleno nazionalistico nel corpo della società cinese, quasi a prepararla a scontri di portata storica eccezionale nel medio periodo. Ma l’offensiva mediatica cinese si proietta oltre i confini del Paese: «da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri» (Il Manifesto).

Si tratta poi, e concludo rapidamente, di capire perché i ragazzi di Hong Kong guardano con tanta simpatia il modello politico-istituzionale occidentale, che evidentemente essi trovano meno oppressivo di quello che vedono in azione in Cina. Dovremmo forse dire a quei giovani di accettare serenamente, fatalmente, senza combattere un ulteriore degrado della loro condizione esistenziale? L’anticapitalista non fa questo, anche se egli non concede un solo secondo di riposo alla sua radicale polemica nei confronti della democrazia capitalistica di “stampo occidentale”. Ad esempio, chi scrive non smette di denunciare la natura ultrareazionaria (“di classe”) della Costituzione Italiana, quella che dice che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» – salariato, cioè sfruttato, con ciò che ne segue su tutti i piani della prassi sociale. L’anticapitalista basato in Italia si augura soprattutto che in Cina, a cominciare da Hong Kong, possano al più presto nascere organismi politici e sindacali indipendenti, così che la numericamente possente classe operaia cinese possa resistere alle fortissime pressioni del capitale (nazionale e internazionale) dando in tal modo anche un forte impulso alle iniziative di lotta operaia in Occidente: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Si capisce, è questo un augurio che non ha dinanzi molte chance, molte possibilità di venir soddisfatto: ma si tratta di un minimo sindacale di  “utopismo”!

Qualcuno può forse stupirsi se milioni di hongkonghesi odiano (letteralmente) il cosiddetto Partito Comunista Cinese, il Partito-Stato che controlla nel modo più capillare e scientifico ogni atomo sociale? Per l’anticapitalista si pone piuttosto il problema di denunciare la natura pienamente capitalista e imperialista della Cina cosiddetta “socialista”, cosa che lo mette in radicale contrasto con i simpatizzati del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, sostenitori del Celeste Imperialismo impegnato in una guerra totale con gli Stati Uniti e responsabili del discredito di cui gode lo stesso concetto di socialismo nelle classi subalterne di tutto il mondo – le quali peraltro hanno finito per credere che il “socialismo” equivale al capitalismo di Stato: questo per dire quanto oggi sia difficile il lavoro politico dell’anticapitalista, e di questo bisogna ringraziare soprattutto i “comunisti” di ieri e di oggi.

Per adesso Xi Jinping sta praticando la tattica del basso profilo, confidando in una prossima naturale estinzione del movimento di protesta, il quale in questo momento sembra però tutt’altro che stanco e intimorito dalle minacce ostentare dall’Esercito Cinese, che ha concentrato blindati corazzati e camion per il trasporto truppe a Shenzhen, la città cinese a ridosso di Hong Kong. «In un raro riferimento ai sanguinosi fatti di Pechino seguiti alle proteste pro-democrazia degli studenti di 30 anni fa, il Global Times ha assicurato che la Cina può far leva su metodi più sofisticati di quelli di 30 anni fa» (ANSA). Forse molto presto vedremo all’opera questi «metodi più sofisticati»: il gatto riuscirà ad acchiappare il topo?

La popolazione di Hong Kong, soprattutto quella più giovane, reagisce come può a una situazione e a una prospettiva (la piena integrazione dell’isola nel sistema cinese) le cui radici si trovano in un processo storico-sociale assai lungo e che essa di certo non ha voluto e che subisce come un duro dato di fatto. D’altra parte, parlare oggi di «completamento della decolonizzazione», acriticamente, senza aggiungere altro, quando abbiamo a che fare con la seconda potenza capitalistica del pianeta (la Cina), mi sembra quantomeno anacronistico. È con questa complessa e contraddittoria situazione che l’anticapitalista ha a che fare.

HONG KONG E LA “RIVOLUZIONE COLORATA” (ROSSO SANGUE?) DEL GLOBAL TIME

Il Global Time, il quotidiano in lingua inglese del regime cinese, si chiedeva ieri: «Si sta verificando una rivoluzione colorata a Hong Kong?». La risposta non si fa attendere e non potrebbe essere più chiara: «Pensiamo di sì, anche se questo è in qualche modo sconcertante». Ciò che sconcerta i funzionari del Partito-Stato è che una protesta nata su questioni particolari, sebbene di notevole importanza politico-istituzionale, si sia rapidamente trasformata in «una spietata distruzione dello Stato di diritto della città», abbia cioè assunto la dimensione di un movimento sociale che contesta l’intero assetto politico-istituzionale di Hong Kong basato sulla nota formula “Un Paese, due sistemi”. Come scrivevo in un precedente post, la formula andrebbe modificata come segue: «Un Paese (ovviamente la Cina), un sistema sociale (quello capitalistico), due diversi regimi politico-istituzionali – in attesa del fatidico, e per molti cittadini di Hong Kong famigerato, 2047, anno fissato per la piena integrazione dell’isola nel sistema cinese».

In realtà non c’è nulla di sconcertante in ciò che è accaduto e sta accadendo a Hong Kong, perché molto spesso una crisi politico-sociale di limitate proporzioni si trasforma rapidamente in una scintilla che innesca un incendio di vaste proporzioni, soprattutto in presenza di un materiale esplosivo che per deflagrare aspetta solo un detonatore di qualche tipo. Lo abbiamo visto recentemente in Francia con i Gilets Jaunes. La pressione generata dalle contraddizioni sociali ha modo di venire allo scoperto tutte le volte che essa incontra un punto di debolezza o uno strappo nel tessuto sociale.  Scrive il sociologo Paolo Sorbi: «Il motore delle proteste a Hong Kong è la diseguaglianza. Milioni di ragazzi contestano i troppi divari del paradiso super liberista. L’isola è l’emblema della globalizzazione che però mostra gli stessi segni di crisi delle dinamiche internazionali. Sono soprattutto le fasce giovanili a risentire della precarietà lavorativa prodotta dalla concentrazione finanziaria e tecnologica» (Avvenire, 11/8/2019). E questi stessi giovani sanno che il regime cinese tratta col pugno di ferro ogni forma di espressione del dissenso sociale (che esso controlla servendosi dei mezzi tecnologici oggi più avanzati del pianeta: vedi riconoscimento facciale), ed è quindi comprensibile che essi si facciano delle illusioni sulla democrazia di stampo occidentale, la quale usa metodi assai più sofisticati di quelli normalmente adoperati da Pechino per arginare, imbrigliare e soffocare l’antagonismo sociale, anche se l’uso del nodoso bastone quando occorre è tutt’altro che raro nei Paesi occidentali.

Un “terrorista” in piena azione a Hong Kong. Basterà il suo “delinquenziale” travisamento contro il riconoscimento facciale?

Gli ideologi della democrazia occidentale contestano al regime cinese l’uso del concetto di Stato di Diritto: «Quello cinese non è uno Stato di diritto ma uno Stato autoritario». Nella misura in cui ritengo il concetto di Diritto strettamente e inscindibilmente legato al concetto di Dominio (di classe), ritengo del tutto infondata la contrapposizione ideologica («a testa in giù») tra Stato di Diritto e Stato autoritario. Come ho scritto altre volte, il diritto equivale a forza, di più: il diritto è forza (materiale, politica, culturale, ideologica, psicologica, in una sola parola: sistemica). Scriveva Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (Grundrisse).

Non sarò insomma io a contestare al regime cinese, come a qualsiasi altro regime di questo capitalistico mondo (a cominciare da quello italiano, visto che la mia nazionalità batte bandiera italiana),  il Diritto di regolare con la forza i conti con il ribellismo sociale, prassi escrementizia che ovviamente mi troverà sempre all’opposizione, “senza se e senza ma”. A questo proposito devo confessare che mi fanno ridire (trattasi di eufemismo!) i discorsi di quei “comunisti” che sostengono la tesi secondo la quale solidarizzare con il movimento sociale di Hong Kong significa, «di fatto, oggettivamente» (sic!), indebolire la Cina e rafforzare gli Stati Uniti, come se il contrasto tra questi due Paesi non si dipanasse interamente sul terreno della contesa interimperialistica! Ovviamente le cose non stanno così per i sostenitori del «Socialismo con caratteristiche cinesi», degni eredi degli stalinisti che ai “bei tempi” dell’Unione Sovietica difendevano le ragioni dell’imperialismo russo contro le ragioni dell’imperialismo americano, ragioni che dal punto di vista autenticamente rivoluzionario erano disumane e ultrareazionarie in egual misura. Le classi subalterne, ovunque esse sono sfruttate e oppresse, hanno lo stesso nemico (il dominio sociale capitalistico) e possono contare solo sull’autonomia di classe: ogni tifoseria “campista” (campo occidentale o campo antioccidentale?) non è che un arruolamento dei subalterni negli eserciti che combattono quotidianamente la guerra sistemica globale/mondiale.

Il Global Times teme come la peste il regime change: «I manifestanti radicali mirano a costringere il governo centrale a rinunciare alla governance su Hong Kong, ad aderire al suffragio universale e riportare la città sotto il controllo del mondo occidentale. Lo status di centro finanziario internazionale della città, la sua industria marittima internazionale e il turismo sono la linfa vitale della sua economia, che è stata pesantemente colpita dalle rivolte. Se Hong Kong perde il suo status di centro finanziario internazionale, il declino della città è inevitabile. […] Il governo cinese non permetterà mai all’opposizione estremista e all’Occidente di trascinare Hong Kong nel campo anti-cinese, né permetterà alla città di scivolare nel caos a lungo termine o diventare una base per l’Occidente per sovvertire il sistema politico cinese». Ce n’è abbastanza da temere il bagno di sangue. Il sangue di giovani già bollati da Pechino come terroristi. «Decine tra blindati corazzati e camion per il trasporto truppe dell’Esercito sono stati piazzati in uno stadio di Shenzhen, la città cinese a ridosso di Hong Kong: lo riferisce il Daily Mail pubblicando le immagini satellitari del sito» (ANSA). Ecco, appunto!

HONG KONG E LO SPETTRO DI TIENANMEN

Ieri Hong Kong ha conosciuto l’ennesimo giro di vite repressivo in attesa di un nuovo weekend di proteste anticinesi. Secondo fonti governative dell’ex colonia britannica sono stati arrestati diversi «elementi antipatriottici» e sequestrate molte bottiglie pronte a diventare pericolosissime molotov. Il movimento studentesco ostile al regime cinese nelle ultime settimane si è indebolito e frastagliato, anche grazie alla morsa repressiva che su sollecitazione di Pechino si stringe giorno dopo giorno, nonché a causa delle diverse linee politiche che attraversano la leadership del movimento, ma esso sembra tutt’altro che morto, e per far fronte alla violenza “convenzionale” e “non convenzionale” (come nel 2014, nel corso del primo Movimento degli ombrelli, sono ricomparse sulle strade di Hong Kong le squadracce bianche legate alle famigerate Triadi cinesi), i ribelli stanno sperimentando nuove forme di lotta. «”Solitamente la polizia ci circonda e non possiamo andare da nessuna parte”, spiega a Reuters uno dei manifestanti. “Così questa volta abbiamo adattato la nostra strategia che ora è molto più fluida e flessibile”. A differenza del Movimento degli Ombrelli del 2014, i manifestanti hanno deciso di adottare una nuova tattica. “Essere senza forma, essere come l’acqua” diceva Bruce Lee» (F. Radicioni, La Stampa). In ogni caso il problema dell’autodifesa del movimento si pone, perché la violenza repressiva statale e “parastatale” («lo scorso week-end squadracce legate alle Triadi hanno attaccato con bastoni e sbarre di ferro manifestanti, giornalisti e passanti») è destinata a crescere con l’avvicinarsi delle celebrazioni “repubblicane” di ottobre (1949-2019), che i Cari Leader di Pechino intendono festeggiare in grande stile come testimonianza della poderosa ascesa del Paese ai vertici del potere capitalistico mondiale.

Scrive Alberto Negri: «I cittadini di Hong Kong temono di essere divorati dal dragone cinese, ieri come oggi. All’origine delle proteste vi è la preoccupazione che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Nonostante il piano di estradizione non si applichi ai reati politici, il rischio è che si finisca per “legalizzare” i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante. Qualsiasi compromesso potrebbe creare un precedente che rischia di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre aree contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. Ecco perché la partita di Hong Kong non è per niente marginale ma decisiva, se vista con l’ottica di Pechino. […] Inoltre Pechino sta investendo sulla realizzazione della “Greater Bay Area”, una zona economica e finanziaria che comprende anche Hong Kong, in grado di rivaleggiare con le baie di San Francisco e Tokyo. I cinesi su Hong Kong non molleranno la presa ma sanno anche che se tirano la corda rischiano di mandare in frantumi la vetrina del loro capitalismo» (Linkiesta). D’altra parte il regime teme che l’infezione ribellistica possa contagiare anche quella parte di società cinese che non ha beneficiato in alcun modo del relativo benessere economico generato dal lungo e straordinario sviluppo capitalistico del Paese, o quegli strati di classe operaia più sfruttati e meno pagati, senza contare la massa di studenti che non possono contare su famiglie benestanti, anche in senso semplicemente relativo. Per Hong Kong una soluzione del tipo Tienanmen potrebbe insomma diventare per Pechino praticabile, come extrema ratio, per scongiurare il propagarsi della pessima emulazione. A questo proposito il messaggio lanciato da Chen Yixin, Segretario Generale della Commissione politica e legale, dalle pagine dello Study Times, un quotidiano legato al Partito-Regime, è stato chiarissimo: «Mentre il nostro Paese si avvicina sempre di più al centro della scena mondiale c’è il rischio che qualcuno possa pianificare congiuntamente qualcosa seminando incertezza nella nostra sicurezza interna. […] Dovremmo innovare e migliorare il nostro lavoro nel guidare l’opinione pubblica e prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi». E per «prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi», oscure e impreviste minacce che non si saprebbe come affrontare, occorre fare di tutto, anche pagando un prezzo molto caro in termini di immagine. Inutile dire che quando un politico cinese parla per metafore si è autorizzati a fare gli scongiuri: i giovani di Hong Kong staranno toccando gli ombrelli…

Certo è che i fatti hongkonghesi rischiano di mandare in frantumi anni di stucchevole propaganda di regime intorno alla ritrovata Armonia nella società cinese, la quale peraltro sta conoscendo un’ondata nazionalista senza precedenti, del tutto organica alla strategia di espansione economica e geopolitica del Celeste Imperialismo. Per un anticapitalista i movimenti sociali, anche quelli socialmente più “spuri” e lontani dal terreno classista, sono sempre molto interessanti perché essi vanno a impattare su una società piena di contraddizioni e di conflitti più o meno sopiti, e quindi si dà sempre la possibilità che, se così posso esprimermi, “da cosa” possa nascere qualche altra cosa, qualcosa di ben’altra natura e pregnanza sociale. Gli stessi movimenti sociali sono suscettibili di più o meno “anomale” trasformazioni, soprattutto se sorgono sulla base di un reale disagio sociale (magari espresso in termini reazionari sul piano politico-ideologico) e se hanno una certa durata, se cioè hanno il tempo di sedimentare esperienze significative. In ogni caso l’anticapitalista non è minimamente disturbato dai problemi che i movimenti sociali, di qualsivoglia natura, arrecano ai governi e alle classi dominanti.

Chi minaccia la «sicurezza interna» della Cina? Chi complotta contro la Celeste Armonia? Ovviamente gli Stati Uniti, supportati dagli amici britannici, stanno usando gli argomenti tipici della propaganda politico-ideologica occidentale (difesa o conquista della libertà, della democrazia e dei diritti umani) «per destabilizzare la sovranità del Partito comunista. Taipei, per nulla intenzionata a seguire il modello hongkonghese e a riunificarsi alla Repubblica Popolare, riceverà oltre due miliardi di finanziamenti militari americani. Per rappresaglia, Pechino potrebbe sanzionare le aziende Usa che vendono armi a Formosa» (Limes). Scrive Giuseppe Gagliano a proposito di Taiwan: «Nel programma di politica estera del Libro Bianco, Pechino ha nuovamente sottolineato la necessità che la Repubblica di Cina, cioè Taiwan, ritorni alla Repubblica Popolare Cinese anche attraverso l’uso offensivo dello strumento militare. Ebbene, il sostegno militare che gli Stati Uniti hanno offerto a Taiwan e che è andato via via crescendo, soprattutto grazie all’amministrazione Trump, non fa altro che rendere verosimile da parte della Cina l’impiego di un’offensiva militare volta a riannettere l’isola. […] La necessità da parte della Cina di annettere Taiwan nasce da un lato da una politica estera di stampo nazionalista, e l’unificazione rientra nel più ampio progetto cinese di unità nazionale, ma dall’altro lato ha origine da esigenze di politica interna, poiché se questo obiettivo fosse conseguito la autorevolezza e la credibilità dell’attuale leader cinese sarebbero indiscutibili. Non è certo un caso che, fra i principali analisti cinesi, una delle ragioni di conflitto principali a medio lungo termine tra Stati Uniti e Cina riguarderà certamente Taiwan. Come indicato da Manlio Graziano, la ragione principale della volontà annessionistica cinese consiste nella possibilità di privare gli Stati Uniti di una fondamentale portaerei collocata di fronte alle proprie coste, e quindi l’annessione di Taiwan consentirebbe alla Cina il controllo del Mar Cinese ed altresì un’adeguata proiezione di potenza verso il Pacifico. Da questo punto di vista Taiwan, come sottolineato da uno dei più noti studiosi di geopolitica, Nicholas Spykman, costituisce la chiave del Mediterraneo asiatico» (Notizie Geopolitiche).

Siamo insomma alla presenza di uno scontro interimperialistico di vasta portata, le cui conseguenze nel medio periodo non lasciano molto spazio alle ingenue idee sulla pacifica convivenza dei popoli e delle nazioni.

Com’è noto, il quadro giuridico che regola i rapporti tra Pechino e Hong Kong come stabilito dalla Cina e dalla Gran Bretagna nel luglio del 1997, quando l’ex colonia britannica fu riconsegnata alla madrepatria dopo oltre un secolo e mezzo di “cattività coloniale”; quel quadro giuridico, dicevo, ruota intorno alla formula Un Paese, due sistemi. Dal mio punto di vista quella formula, che parte da un presupposto del tutto falso (la natura socialista della società cinese), va riformulata come segue: Un Paese (ovviamente la Cina), un sistema sociale (quello capitalistico), due diversi regimi politico-istituzionali. Naturalmente i simpatizzanti del «Socialismo con caratteristiche cinesi», quelli cioè che difendono le ragioni dell’imperialismo cinese contro le ragioni dell’imperialismo statunitense (*), non possono condividere la mia posizione antimperialista “a 360 gradi”. Personalmente considero quei personaggi parte del problema (cioè dello scontro interimperialistico), e quindi li considero come miei avversari, non certo come “compagni che sbagliano”: con loro non andrei a bere neanche un caffè!

 

(*) Due soli esempi: «In questo quadro, con l’auspicio [sic!] che la situazione non precipiti, è necessario sostenere la piena legittimità della Cina a muovere i passi necessari affinché si giunga alla decolonizzazione completa di Hong Kong, Macao e Taiwan per estirpare radicalmente la mala pianta del colonialismo imperialista!» (Contropiano). Che «la piena legittimità della Cina» abbia lo stesso segno storico-sociale della «piena legittimità degli Stati Uniti»; che insomma siamo al cospetto di due “piene legittimità” di stampo imperialistico, e come tali entrambe ostili alle classi subalterne, ebbene questa elementare realtà non ha alcun senso per chi si muove sul terreno del conflitto tra le potenze capitalistiche.
Scrive l’ultrareazionario Pino Arlacchi: «Una parte degli abitanti di Hong Kong coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata [sic!]. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella più sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro» (L’Antidiplomatico). Ovviamente per l’anticapitalista non si tratta di tifare per il regime “con caratteristiche cinesi” piuttosto che per quello con “caratteristiche occidentali”: si tratta piuttosto di denunciare “senza se e senza ma” la repressione che lo Stato cinese esercita su chiunque metta in pericolo la cosiddetta pace sociale e gli interessi del Paese, i quali sono sacri solo per i difensori dello status quo sociale. Inutile dire che lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, l’Italia e per tutti i Paesi di questo capitalistico mondo.

L’OMBRELLO E LA MACCHINA DEL REGIME

enhanced-buzz-wide-22813-1412008109-23Arrivano i lacrimogeni, gli spray al peperoncino e gli idranti. Chi protesta si porta l’ombrello. L’ombrello è diventato il simbolo della protesta a Hong Kong.

Nel luglio del 1989, a massacro di giovani studenti e operai cinesi ancora caldo, io e pochi altri amici scrivemmo un modesto opuscolo dedicato a quel drammatico evento. Lo intitolammo Tienanmen! Semplicemente.

Per noi si trattava per un verso di negare, nel modo più assoluto, l’esistenza in Cina, da Mao in poi, di un regime comunista, o quantomeno di un «socialismo con caratteristiche cinesi» (va ricordato che la «via nazionale al socialismo» fu il concetto chiave dello stalinismo russo e internazionale: togliattismo compreso); e per altro verso di attribuire le cause della sanguinosa repressione di quei giorni al regime totalitario posto al servizio di un possente processo capitalistico di accumulazione che proprio alla fine degli anni Ottanta subì un’impressionante accelerazione, scuotendo le fondamenta stesse dell’immenso paese asiatico. Per la leadership cinese allora in gioco non c’era solo l’assetto istituzionale del Paese, o il ritmo di accumulazione del capitale, ma la stessa esistenza di una Cina unitaria come era venuta fuori dalla rivoluzione nazionale-borghese diretta dal Partito cosiddetto “comunista” di Mao.

Per un maggiore approfondimento della storia cinese (sul processo storico-sociale cinese, sulla natura sociale del regime maoista e sul significato della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) rimando al mio studio Tutto sotto il cielo (del Capitalismo).

longform-original-24352-1412036421-10Ligi all’insegnamento del Mandarino di Treviri, cercammo di osservare in profondità il caotico movimento politico-sociale di quei caldi giorni cinesi, per non lasciarci irretire nella sua complessa fenomenologia e, soprattutto, per non lasciarci sviare dalla coscienza che i suoi protagonisti avevano della loro esperienza. La materialistica analisi del profondo ci permise di non schifare il movimento di Pechino e Shangai in quanto espressione di giovani soggiogati dalla demoniaca cultura occidentale, nonché servi sciocchi dell’Imperialismo americano: a un certo punto era apparsa in Piazza Tienanmen una copia della statua della libertà! La pistola fumante!

Inutile dire che molti interlocutori fedeli al culto di Mao (e, in modo più esoterico, al culto di Stalin), ancora sotto shock a causa della catastrofe “socialista” in Europa, ci accusarono di ingenuità piccolo-borghese (quantomeno!): «Ma quelli vogliano la democrazia borghese e il consumismo occidentale!» Ma va? E noi che avevamo creduto che la grande Cina fosse alle prese con una Rivoluzione Proletaria dura e pura!

Naturalmente allora io e i miei amici non coltivammo nessuna illusione di “primavere rivoluzionarie”, così come non ne coltiviamo oggi a proposito del processo sociale che scuote il Medio Oriente e il Nord’Africa. Scrivevo qualche giorno fa a proposito della Sindrome di Tienanmen che ha preso corpo la settimana scorsa a Hong Kong: «Va ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento ebbe come non ultima causa l’apparizione accanto alle organizzazioni studentesche di primi embrioni di un associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito cosiddetto “comunista”». Ciò che terrorizzava (e terrorizza) quel Regime-Partito nutriva (e nutre) il mio impegno (che parola grossa!) anticapitalista.

Dell’opuscoletto scritto venticinque anni fa (come passa il tempo!) cito solo un brano tratto dall’introduzione, come ricordo di quei caldissimi giorni e, soprattutto, come contributo alla riflessione – di chi vuol riflettere, si capisce.

«Noi non abbiamo mai creduto nell’esistenza di un “comunismo” in Cina (né in qualche altro Paese: Russia, Cuba, Vietnam, ecc.); è per questo motivo che dopo Tienanmen non ci sentiamo in imbarazzo, né avvertiamo sensi di colpa, né ci sentiamo in crisi sul piano politico-ideologico. Ma non vogliamo attestarci, per questo, su una posizione, politicamente infruttuosa quanto ridicola, di autocompiacimento o di irrisione nei confronti delle altrui certezze e ragioni, oggi assai mortificate dai fatti. Per questo siamo disposti ad affrontare, insieme ad altri, uno studio “spregiudicato” e non settario sulla storia del movimento operaio internazionale nel suo complesso».

Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto, anche perché proprio quando i fatti ci mettono in crisi avvertiamo l’irresistibile bisogno di tenerci ancora più saldamente stretti alle nostre “certezze”, anche quando esse appaiano appiccicate alla realtà con lo sputo. O con il sangue.

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