CONVERGENTI STATALISMI

Banche o Capitalismo tout court?

A proposito del benecomunismo di Toni Negri l’atro ieri scrivevo quanto segue: «Lungi dall’essere l’ennesima “terza via” tra Capitalismo e “Socialismo reale” (leggi: Capitalismo di Stato), il Comune negriano non è che l’attualizzazione del vecchio e decrepito statalismo, che rimane tale nonostante la chirurgia plastica benecomunista. Se non è zuppa, è pan bagnato nella scodella sempre più sbrindellata del progressismo mondiale». Alberto Asor Rosa, suo malgrado, mi dà ragione.

Secondo la definizione di Rodotà, scrive il noto intellettuale progressista, «i beni comuni sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali, e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future» (A. Asor Rosa, Il Nuovo soggetto politico. Tra Toni Negri e Tommaso d’Aquino, Il Manifesto, 27 aprile 2012). Ora, si chiede il Nostro, se le cose stanno così «non potrebbe esser questa anche una buona definizione di “pubblico”?» Non c’è dubbio! Dico questo, beninteso, mettendomi sul terreno dell’ideologia progressista (più o meno vetero o post “marxista”) che accomuna Toni Negri e Asor Rosa. Di qui, per quest’ultimo, l’esigenza di non «procedere negrianamente “oltre il privato e il pubblico”, [e di] considerare la battaglia per i “beni comuni” un allargamento e un rafforzamento di quella per il “pubblico”, in una visione più dinamica e articolata di quella praticata presentemente».

La differenza essenziale che corre tra i due intellettuali è che l’uno vuole uno statalismo «dal basso», e si illude di poter tenere a bada il Leviatano attraverso il «controllo democratico e partecipato della moltitudine» (Negri); l’altro, pur simpatizzando per i benecomunisti (ci mancherebbe!), non disdegna il tradizionale statalismo, basato sulla vecchia forma politica della democrazia dei partiti (Asor Rosa). Tanto più che «Lo Stato democratico-capitalistico moderno, nella sua complessa strutturazione, è il frutto di spinte contrastanti nelle quali la funzione e l’indirizzo loro impresso da esigenze, interessi e modalità di vita propri delle classi cosiddette subalterne, hanno lasciato un segno consistente. Il “pubblico” oggi non s’identifica certo con lo Stato Leviatano; se mai si potrebbe dire che, nei casi migliori, lo Stato è stato (e in parte ancora è) un’articolazione del “pubblico”» (Asor Rosa). Naturalmente qui si manifesta la quintessenza dell’italico progressismo (il Gramsci in salsa togliattiana), il quale si mostra teoricamente impotente in modo davvero imbarazzante. Che l’espansione del “pubblico” nei paesi occidentali, dagli anni Trenta in poi, abbia necessariamente implicato una corrispondente espansione dello Stato, ossia delle sue funzioni (il Leviatano che ci accompagna dalla culla alla tomba) è cosa risaputa, almeno da chi osserva il processo sociale capitalistico senza il metaforico prosciutto negli occhi. Anche la genesi del Welfare europeo (a partire dalla Germania di Bismarck) dovrebbe insegnarci qualcosa intorno al significato del “pubblico” e alla sempre più potente, radicata e capillare capacità di controllo sociale del Dominio. L’attacco al Welfare State a cui assistiamo mette in chiaro la sua struttura sociale, la quale poggia, in ultima analisi, sul processo di accumulazione allargato del Capitale. Sotto questo punto di vista, le «classi cosiddette subalterne» non hanno lasciato alcun «segno consistente» sulla dura pelle dello «Stato democratico-capitalistico moderno».

Per capire quanto forte sia la sirena dello statalismo, evocato da “destra” e da “sinistra” con parole sempre nuove, meno corrose dal tempo (ma la sostanza della cosa non muta di una virgola), è sufficiente leggere, ad esempio, la proposta davvero “rivoluzionaria” di Luciano Gallino di «Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano» (Creare un milione di posti pubblici, Il Manifesto, 29 aprile 2012), la quale, non so perché, evoca nella mia contorta mente eventi assai funesti. Ma forse lo so.

Scrive ancora Asor Rosa commentando il Manifesto per un nuovo soggetto politico: «Un universo di buoni sentimenti – “la compassione e la gioia, l’amore e la speranza, la generosità e il rispetto degli altri”, “il sentimento dell’empatia” – dovrebbe prendere il posto di quello in cui finora siamo sventuratamente nati e cresciuti – quello delle “passioni negative, l’invidia, l’odio, l’orgoglio, l’ira… la rivalità, la voglia di sopraffare…”. Allora, nel nuovo universo, “a predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza…”. Io qui non so cosa dire. Va bene non aver letto (o aver dimenticato) Machiavelli. E Marx. E Schmitt. Ma pretendere di affrontare l’incredibile violenza dell’attuale sistema di sfruttamento globale con il sorriso sulle labbra e le pacche sulle spalle, mi pare indizio di una mentalità che non porta da nessuna parte (naturalmente, anche Negri impernia la sua ideologia multitudinaria sull’”amore”: se no, che biopolitica sarebbe?» Da quale pulpito, signor intellettualone!