L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA

Qui di seguito cercherò di dar conto di un documento reso pubblico lo scorso 20 maggio dall’Amministrazione americana. Mi scuso per la non impeccabile traduzione dall’inglese. Il documento, il cui titolo è, come si dice, “tutto un programma” (L’approccio strategico degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese), è molto interessante sebbene esso non presenti sostanziali novità rispetto alla politica estera americana che abbiamo avuto modo di osservare in questi ultimi anni. La maggiore novità è forse da individuare nella forte “politicizzazione” della polemica anticinese che si riscontra nel documento, nel quale il cosiddetto «Partito Comunista Cinese» come attivo soggetto politico che orienta le scelte strategiche della Repubblica Popolare Cinese è chiamato diverse volte in causa in modo diretto e sempre sotto una luce negativa. Si dirà che anche nel mio “cosiddetto” si avverte una punta polemica, ed è verissimo; ma si tratta di una polemica che non ha nulla a che fare con il merito del documento in oggetto, come apparirà chiaro tra poco.

Il documento esordisce manifestando il rammarico e il disappunto dell’Amministrazione americana circa il mancato rispetto da parte della Cina delle sue tante promesse fatte in passato sull’implementazione di politiche economiche, istituzionali e sociali rispettose degli standard che si richiedono ai Paesi che intendono partecipare a pieno titolo a una costruttiva, responsabile e libera competizione economica internazionale. «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito Comunista Cinese di limitare la portata delle riforme economiche e politiche in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese e il suo maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito Comunista Cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto per tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito Comunista Cinese. L’uso crescente del potere economico, politico e militare da parte del Partito Comunista Cinese per ottenere il consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo». Come si vede, non si tratta di accuse originali; tuttavia, riprese e inserite in un importante documento ufficiale queste accuse acquistano indubbiamente una notevole forza polemica.

Assai significativamente, il documento non cita mai Xi Jinping nella sua qualità di Presidente della Cina, ma unicamente in quella di Segretario Generale del PCC, e questo nell’evidente tentativo di enfatizzare la natura politico-ideologica della funzione che il leader cinese sta svolgendo al servizio dello «Stato-Partito». Una natura che l’Amministrazione americana percepisce come estremamente aggressiva proprio sul terreno politico ideologico, il quale farebbe da fondamento alla “maligna” competizione sistemica cinese. In altri termini, l’imperialismo economico e geopolitico cinese si spiega, secondo l’Amministrazione statunitense, con l’imperialismo politico-ideologico del PCC. Per dirla marxianamente, la “sovrastruttura” è la chiave della “struttura”.

«Nel 2013, il segretario generale Xi ha invitato il PCC a prepararsi per un “lungo periodo di cooperazione e conflitto” tra due sistemi in competizione e ha dichiarato che “il capitalismo è destinato a estinguersi e il socialismo è destinato a vincere”. Il PCC mira a rendere la Cina un “leader globale in termini di potere nazionale completo e influenza internazionale”, come ha espresso il Segretario Generale Xi nel 2017 precisando quello che egli definisce “il sistema del socialismo con caratteristiche cinesi”. Questo sistema è radicato nell’interpretazione di Pechino dell’ideologia marxista-leninista, e combina: una dittatura nazionalista a partito unico; un’economia diretta dallo Stato; un dispiegamento di scienza e tecnologia al servizio dello Stato e la subordinazione dei diritti individuali agli interessi del PCC. Ciò è in contrasto con i principi condivisi dagli Stati Uniti e da molti Paesi a governo rappresentativo, i quali tutelano la libera impresa, la dignità e il valore intrinseci di ogni individuo». Qui è solo il caso di ricordare ai lettori che ciò che il documento (e il PCC) definisce «sistema del socialismo con caratteristiche cinesi» non è che il capitalismo/imperialismo “con caratteristiche cinesi” che chi scrive ha da sempre combattuto alla stregua di ogni altro sistema capitalista/imperialista esistente al mondo. Per “ideologia marxista-leninista” bisogna a mio avviso intendere la dottrina stalinista posta al servizio degli interessi del capitalismo di Stato ai tempi dell’Unione Sovietica, dottrina ripresa e cucinata in salsa cinese da Mao Tse-tung. Chiudo la parentesi “ideologica” e riprendo a citare il documento in oggetto.

«A livello internazionale, il PCC promuove la visione del Segretario Generale Xi di governance globale all’insegna della “costruzione di una comunità di destino comune per l’umanità”. Gli sforzi di Pechino per imporre la conformità ideologica in patria, tuttavia, presentano un quadro inquietante di come appare in pratica una “comunità” guidata dal PCC: (1) una campagna anticorruzione che ha eliminato le opposizioni politiche; (2) azioni penali ingiuste nei confronti di blogger, attivisti e avvocati; (3) arresti determinati algoritmicamente di minoranze etniche e religiose; (4) severi controlli e censura di informazioni, media, università, imprese e organizzazioni non governative; (5) sorveglianza e valutazione del credito sociale di cittadini, società e organizzazioni; e (6) detenzione arbitraria, tortura e abuso di persone percepite come dissidenti. In un severo esempio di conformità domestica, i funzionari locali hanno pubblicizzato un evento di bruciatura di libri in una biblioteca comunitaria per dimostrare il loro allineamento ideologico al “Pensiero di Xi Jinping”. Una disastrosa dimostrazione di tale approccio alla governance è la politica di Pechino nello Xinjiang, dove dal 2017 le autorità hanno arrestato più di un milione di uiguri e membri di altri gruppi di minoranze etniche e religiose nei campi di indottrinamento, dove molti subiscono lavoro forzato, indottrinamento ideologico e abuso fisico e psicologico. Al di fuori di questi campi, il regime ha istituito uno Stato di polizia che impiega tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la biogenetica per monitorare le attività delle minoranze etniche al fine di garantire fedeltà al PCC. La diffusa persecuzione religiosa – di cristiani, buddisti tibetani, musulmani e membri del Falun Gong – include la demolizione e la profanazione di luoghi di culto, arresti di credenti pacifici, rinunce forzate alla fede e divieti di crescere i bambini nelle tradizioni di fede». Diciamo pure che la Cina esibisce al mondo un modello di società capitalistico-orwelliana che come «comunità di destino comune per l’umanità» lascia un po’ a desiderare. Ma solo un po’, intendiamoci… Ovviamente la stessa cosa vale, a mio avviso, per il modello sociale statunitense, o per quello europeo, o italiano: come si dice dalle mie parti, tutto il mondo è Paese! Tutto il mondo giace infatti sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo

Dopo aver denunciato la mancata reciprocità tra Cina e Stati Uniti in diversi campi di attività (ovviamente attribuendone alla prima la responsabilità, secondo lo schema Paese-buono, Paese-cattivo), e dopo aver stigmatizzato il fatto che «Pechino tenta regolarmente di costringere o convincere i cittadini cinesi e di altri Paesi a intraprendere una serie di comportamenti maligni che minacciano la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti e minano la libertà accademica e l’integrità dell’impresa di ricerca e sviluppo degli Stati Uniti», il documento si concentra sulle diverse sfide che gli Stati Uniti devono affrontare nel tentativo di contenere l’espansionismo totalitario della Cina.

Naturalmente l’Amministrazione americana giura di non voler spingere la competizione sistemica globale con la Cina fino al tragico punto di rottura: ci mancherebbe altro! «La competizione non deve condurre a scontri o conflitti. Gli Stati Uniti hanno un profondo e costante rispetto per il popolo cinese e godono di legami di lunga data con il Paese. Non cerchiamo di contenere lo sviluppo della Cina, né desideriamo prendere le distanze dal popolo cinese. Gli Stati Uniti prevedono di entrare in concorrenza leale con la RPC, in base alla quale le nostre nazioni, le nostre imprese e le nostre persone potranno godere di sicurezza e prosperità». Semmai è la Cina che fa di tutto per avvelenare ed esacerbare la competizione con gli Statti Uniti e con i suoi alleati, ponendo in essere prassi del tutto sconvenienti a un Paese che vuole far parte del “concerto” delle nazioni civili. È soprattutto sul terreno della competizione economica che si manifesta con maggiore ampiezza ed evidenza la natura infida ed aggressiva del regime cinese: «La scarsa reputazione di Pechino nel seguire gli impegni di riforma economica e il suo ampio uso di politiche e pratiche protezionistiche guidate dallo Stato danneggiano le aziende e i lavoratori degli Stati Uniti, distorcono i mercati globali, violano le norme internazionali e inquinano l’ambiente. Quando la RPC ha aderito alla World Trade Organization (WTO) nel 2001 [con il pieno sostegno degli Stati Uniti e l’opposizione del Movimento antiglobal di Seattle], Pechino ha accettato di abbracciare l’approccio aperto al mercato del WTO e di incorporare questi principi nel suo sistema commerciale e nelle sue istituzioni. I membri del WTO si aspettavano che la Cina continuasse il suo percorso di riforma economica e si trasformasse in un’economia e in un regime commerciale orientati al mercato. Queste speranze non sono state realizzate. Pechino non ha interiorizzato le norme e le pratiche di commercio e investimento basate sulla concorrenza e ha invece sfruttato i vantaggi dell’adesione al WTO per diventare il più grande esportatore del mondo, proteggendo sistematicamente i suoi mercati nazionali. Le politiche economiche di Pechino hanno portato a una massiccia sovraccapacità industriale che distorce i prezzi globali e consente alla Cina di espandere la sua quota di mercato globale a spese di concorrenti che operano senza i vantaggi ingiusti che Pechino offre alle sue imprese. La RPC mantiene la sua struttura economica statalista non di mercato, mentre ha un approccio mercantilista al commercio e agli investimenti. Allo stesso modo le riforme politiche si sono atrofizzate o sono andate all’indietro, e le distinzioni tra governo e partito si stanno erodendo. La decisione del Segretario Generale Xi di rimuovere i limiti del mandato presidenziale, estendendo di fatto il suo mandato a tempo indeterminato, incarna queste tendenze. L’elenco degli impegni di Pechino di cessare le sue pratiche economiche predatorie è disseminato di promesse non mantenute».

Secondo gli estensori del documento la maligna furbizia del Partito-Stato cinese si coglie pienamente nel seguente paradosso: «Mentre Pechino riconosce che la Cina è ora una “economia matura”, la RPC continua a discutere e a rapportarsi con gli organismi internazionali, compreso il WTO, ancora nei termini di un “Paese in via di sviluppo”. Pur essendo il principale importatore di prodotti ad alta tecnologia e al secondo posto solo agli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo, spesa per la difesa e investimenti esteri, la Cina si autodefinisce come Paese in via di sviluppo per giustificare politiche e pratiche che distorcono sistematicamente più settori a livello globale, danneggiando gli Stati Uniti e gli altri Paesi». La Cina bleffa! La Cina fa il doppio gioco! La Cina mente sapendo di mentire! Soprattutto la Cina pensa di poterci prendere in giro: inammissibile!

«La Cina è il più grande paese in via di sviluppo al mondo», ha dichiarato qualche mese fa Gao Feng, portavoce del Ministero del Commercio cinese. Perché Pechino ci tiene tanto a difendere lo status di Paese in via di sviluppo per la Cina? È presto detto: perché il Paese trae indubbi vantaggi da questo status, il quale concede appunto ai Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” sussidi all’agricoltura (e la campagna cinese ha ancora un peso notevole nell’economia del Paese), e gli consente di stabilire un certo numero di ostacoli all’ingresso nel loro mercato interno delle merci prodotte dalle economie più sviluppate. Tra l’altro l’Organizzazione mondiale del commercio non segue dei criteri standardizzati per rilasciare la “patente” di Paese in via di sviluppo piuttosto che di Paese sviluppato, ma lascia che siano i diversi Paesi che fanno parte dell’Organizzazione a definirsi in un modo o nell’altro, e al contempo a essi è riconosciuto il diritto di eccepire su tale definizione rilasciata a questo o a quel partner. Le controversie che nascono nel seno del WTO di solito finiscono in arbitrati politici che si trascinano per anni e per lustri, e quasi sempre a sciogliere i nodi problematici ci pensa la realtà dei fatti, ossia la dinamica dei rapporti di forza tra i Paesi. Ma veniamo all’ambiguo concetto di Paese in via di sviluppo.

Limitata attività industriale, basso tenore di vita, basso reddito, povertà diffusa, basso indice di “sviluppo umano”: sono queste le caratteristiche essenziali che permettono a un Paese di entrare nel novero dei Paesi in via di sviluppo. La vastità e la complessità economico-sociale di un Paese come la Cina, che mostra aree geografiche, relativamente ristrette, capitalisticamente molto avanzate (è sufficiente pensare a Shanghai e alla provincia del Guandong) e vaste zone socio-economiche assai meno sviluppate (vedi, ad esempio, il Tibet), insieme a non piccole sacche di vera e propria povertà come quella che possiamo incontrare nell’Asia arretrata (India, Bangladesh, ecc.) o in Africa. La Cina “economicamente duale” che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso aspirava a entrare nel WTO per alcuni versi assomiglia alla Cina dei nostri giorni, sebbene lo sviluppo capitalistico abbia nel frattempo interessato non piccole regioni interne del Paese che un tempo facevano parte della sua vasta campagna. «Una perfetta descrizione dello status “ambiguo” della Cina ci viene fornita dai recenti avvenimenti legati al coronavirus Covid-19. Il fatto che questa infezione abbia avuto origine in Cina, infatti, insieme alle modalità con cui ha avuto origine, riflettono fedelmente una condizione in cui le caratteristiche di un paese arretrato e di uno sviluppato coesistono e si compenetrano: da una parte lo smercio di animali selvatici nei wet market, ad esempio, e dall’altra le feroci politiche di urbanizzazione degli ultimi anni; da una parte le rigidissime misure prese dal governo centrale che limitano enormemente la libertà personale, e dall’altra la straordinaria efficienza nel contenere e debellare l’epidemia. L’immagine di un paese retrogrado e draconiano si sovrappone a quella di uno efficiente e produttivo. […] Senza dubbio, la Cina rappresenta il caso unico di un paese che, in contrapposizione alle restrizioni imposte ai propri cittadini e ai propri partner, ha raggiunto un peso geopolitico quasi egemonico. È difficile rintracciare una situazione simile nel corso della storia, soprattutto quando si parla di un’economia che, a parità di potere d’acquisto, ha ormai sorpassato gli Usa come prima del mondo» (Geopolitica.info, maggio 2020).

In ogni caso, per quanto riguarda la Cina, ancora oggi definita la fabbrica del mondo, non si può certo parlare di limitata attività industriale: un “fatturato” industriale pari a circa 4900 miliardi di dollari (contro i 3700 miliardi del Made in USA) la dice lunga sulla maturità industriale del capitalismo cinese. Ma mentre la Corea del Sud, il Brasile e altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno dichiarato la loro disponibilità a rivedere il loro status nel WTO, la Cina continua a rifiutare ogni discussione sul punto, tirando in ballo un PIL pro capite (un sesto di quello degli Stati Uniti e un quarto di quello dell’Unione europea, secondo stime cinesi) e un “indice di sviluppo umano” (80mo posto) ancora non in linea con la media dei Paesi sviluppati. Parlando a un evento ospitato dall’European Policy Center nel dicembre dello scorso anno, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi sostenne che «La Cina resta un Paese in via di sviluppo, e non sarebbe giusto chiedere reciprocità tra un Paese che si è sviluppato per diversi decenni e Paesi che lo hanno fatto per secoli. La Cina non solo ha compiuto enormi progressi nel proprio sviluppo, ma ha anche apportato contributi molto più grandi al mondo rispetto a molti altri paesi. Prendiamo ad esempio l’economia; la Cina ha contribuito per oltre il 30 per cento alla crescita globale per oltre dieci anni consecutivi, fungendo da motore principale dell’economia mondiale». Diciamo pure che il regime cinese sa giocare con maestria le carte che il Celeste Imperialismo ha nelle sue mani.

In ogni caso, e senza aspettare arbitrati interni al WTO, il 20 febbraio scorso gli Stati Uniti hanno rimosso la Cina dalla loro lista dei Paesi in via di sviluppo – insieme ad altri come il Brasile e l’India. Anche il Giappone, seppure con mille cautele, sta iniziando a denunciare il “doppio gioco” praticato da molti lustri da Pechino nelle istituzioni economico-finanziarie dell’area asiatica: non è più possibile chiudere gli occhi sulla potenza economica e militare della Cina e trattare questo Paese come se fosse ancora bisognoso di sussidi, prestiti a tassi agevolati e quant’altro possa favorire lo sviluppo di un’economia ancora bisognosa di aiuti e di protezione, caso che esclude ormai da tempo il Paese in questione. La Cina deve insomma smetterla di recitare troppe parti in commedia nella competizione sistemica mondiale: è il punto di vista degli Stati Uniti e del Giappone, sebbene i due Paesi traggano da esso due differenti approcci politici nei confronti del Paese del Dragone, com’è del resto inevitabile considerati la loro differente collocazione geografica e il loro peculiare ruolo sullo scacchiere geopolitico mondiale.

Cito dal Sole 24 Ore: «Gli equilibri globali si stanno spostando. E a quanto pare hanno un nuovo padrone: la Cina. La conferma arriva dalla Fortune Global 500 [del 2019], tradizionale classifica sulle maggiori aziende al mondo per fatturato, stilata dall’omonima rivista americana. Ebbene, per la prima volta nella storia di questa rassegna (che è un appuntamento fisso dal 1990), le aziende cinesi presenti nella classifica superano quelle americane: 129 (comprese 10 taiwanesi) contro 121. Un dato abbastanza eloquente, che segna un sorpasso storico. Perché nonostante la Global 500 di Fortune sia redatta da “soli” 29 anni, gli indicatori economici ci raccontano che potrebbe essere la prima volta che la Cina sorpassa gli Stati Uniti dal secondo dopoguerra a oggi. È vero che le entrate delle compagnie cinesi rappresentano il 25,6% del totale mondiale, ben al di sotto del 28,8% di quelle Usa. Ma è la crescita a fare la differenza: quelle del Paese del Dragone, infatti, corrono molto più veloce. Cina e Stati Uniti si contendono lo scettro del potere economico mondiale un po’ da sempre. Nell’ultimo periodo, però, gli equilibri che hanno trainato le due economie per almeno un decennio sembrano essersi incrinati. E la partita che i due Stati hanno deciso di giocare a viso aperto è tutta incentrata sul fronte tecnologico, [il quale ha] trascinato Pechino e Washington in un terreno minato. E da quando il nuovo inquilino della Casa Bianca è Donald Trump, le cose si sono complicate ulteriormente. […] Da Pechino hanno obiettivi molto chiari. L’immagine della Cina fabbrica del mondo, degli opifici sempre aperti e delle metropoli avvolte dai fumi industriali non funziona più. Il miracolo cinese della manodopera a basso costo appartiene al ventennio che ci stiamo mettendo alle spalle. Davanti c’è un Paese che ha necessità di cambiare e innovare, trainato da giganti tecnologici pronti a competere con i rivali statunitensi sul piano dell’innovazione, oltre che su quello finanziario. Alibaba e Tencent sono le aziende tecnologiche più fiorenti del macrocosmo cinese. La loro capitalizzazione di mercato è ormai costantemente sopra i quattrocento miliardi di dollari. Tallonano da vicino nomi come Google, Facebook e Amazon. E la loro forza non è la manodopera a basso costo, ma l’innovazione. Robotica e intelligenza artificiale sono obiettivi dichiarati, per una sfida che sarà tutta da giocare». Ed è esattamente questa potente dinamica economica che inquieta molto l’America di Trump, anche se la malcelata paura della Casa Bianca di poter perdere davvero il confronto sistemico con Pechino va ben aldilà delle bizzarrie caratteriali del Presidente americano oggi al potere. È noto del resto come molti leader del Partito Democratico auspichino da anni l’implementazione di una politica estera americana ancora più dura di quella trumpiana per ciò che riguarda il confronto con la Cina e la Russia. Trump ha cercato di indebolire la relazione tra Mosca e Pechino, puntando sulle molte contraddizioni insite in quella relazione, ma a oggi i risultati per lui non sembrano essere incoraggianti.

Detto en passant, il regime cinese mostra di fare un uso particolarmente intelligente e odioso della robotica e della cosiddetta intelligenza artificiale sul terreno del controllo sociale e della repressione, e certamente il suo modello orwelliano con caratteristiche cinesi, come spesso lo definisco, è fonte di ispirazione per tutti i regimi del mondo (da quello americano a quello italiano, tanto per intenderci), anche se in Occidente la cosa non si deve sapere. Tuttavia il noto evento epidemico ha reso evidente quanto forte sia la tendenza “orwelliana” anche nei Paesi occidentali, e questo già prima della pandemia e a prescindere da essa. Quell’evento ha piuttosto accelerato tendenze sociali (economiche, politiche e tecnoscientifiche) già in atto da tempo.

Ma ritorniamo al documento dell’Amministrazione americana. Per «proteggere il popolo americano, la patria e lo stile di vita americano la China Initiative del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e il Federal Bureau of Investigation stanno orientando risorse per identificare e perseguire i furti, gli hacker e lo spionaggio economico sui segreti commerciali, e per aumentare gli sforzi volti a proteggere le infrastrutture degli Stati Uniti e la loro catena di approvvigionamento da investimenti esteri maligni e dalle minacce derivanti da agenti stranieri che cercano di influenzare la politica americana. […] L’Amministrazione sta inoltre rispondendo alla propaganda del PCC negli Stati Uniti mettendo in evidenza comportamenti maligni, contrastando false narrative e comportamenti privi di convincente trasparenza. Funzionari degli Stati Uniti, compresi quelli della Casa Bianca e dei Dipartimenti di Stato, Difesa e Giustizia, stanno conducendo sforzi per mettere in guardia l’opinione pubblica americana dallo sfruttamento da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese della nostra società libera e aperta per portare in essa il programma del PCC nemico degli interessi e dei valori statunitensi». Secondo la Casa Bianca Pechino starebbe estendendo la sua “maligna” opera di influenza e di spionaggio ben oltre i tradizionali confini assegnati alla “dialettica politica”, alla diplomazia e all’intelligence, configurandosi questa azione cinese a vasto raggio come una vera e propria guerra propagandistica e ideologica portata direttamente sul suolo americano. Forse era dai tempi della prima Guerra Fredda che non si sentivano simili accuse rivolte dagli Stati Uniti a un Paese rivale.

«L’Amministrazione sta combattendo attivamente la cooptazione di Pechino dei propri cittadini che studiano negli USA e di altre istituzioni accademiche degli Stati Uniti. Stiamo lavorando con le università per proteggere i diritti degli studenti cinesi nei campus americani, fornire informazioni per contrastare la propaganda e la disinformazione del PCC e garantire la comprensione dei codici etici di condotta nell’ambiente accademico americano. Gli studenti cinesi rappresentano oggi la più grande coorte di studenti stranieri negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti apprezzano il contributo di studenti e ricercatori cinesi. A partire dal 2019, il numero di studenti e ricercatori cinesi negli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico, mentre il numero di rifiuti di visti studenteschi per i richiedenti cinesi è costantemente diminuito. Gli Stati Uniti sostengono fortemente i principi del discorso accademico aperto, e accolgono studenti e ricercatori internazionali che conducono legittimi studi accademici; stiamo migliorando i processi per escludere la piccola minoranza di candidati cinesi che tentano di entrare negli Stati Uniti con falsi motivi e con cattive intenzioni». Come si vede la cosiddetta America trumpiana si sente sotto attacco da parte della Cina su tutti i fronti, e ciò rende particolarmente sensibile e potenzialmente esplosivo il suo approccio strategico nei confronti di quel Paese.

Naturalmente l’Amministrazione americana attribuisce alle «maligne pratiche» cinesi la responsabilità della politica americana dei dazi praticati su diversi prodotti Made in China. «In risposta alle documentate pratiche commerciali e industriali ingiuste e abusive della RPC, l’Amministrazione sta intraprendendo azioni forti per proteggere le imprese, i lavoratori e gli agricoltori americani e per porre fine alle pratiche di Pechino che hanno contribuito a svuotare la base manifatturiera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono impegnati a riequilibrare le relazioni economiche Stati Uniti-Cina. Il nostro approccio e quello di tutto il governo sostiene il commercio equo e promuove la competitività degli Stati Uniti; promuove le loro esportazioni e abbatte gli ingiusti ostacoli al loro commercio e ai loro investimenti. Avendo fallito, dal 2003, nel tentativo di persuadere Pechino ad onorare i suoi impegni economici attraverso dialoghi regolari e di alto livello, gli Stati Uniti stanno affrontando con un diverso approccio il problema delle pratiche cinesi volte al trasferimento forzato di tecnologia e proprietà intellettuale americane. Queste pratiche distorcono il mercato, e per questo l’Amministrazione americana ha imposto alle merci cinesi in arrivo negli Stati Uniti costi aggiuntivi sotto forma di tariffe. Tali tariffe rimarranno in vigore fino a quando un equo accordo commerciale non sarà concordato tra gli Stati Uniti e la RPC. In risposta al ripetuto diniego di Pechino di eliminare o ridurre i sussidi che distorcono il mercato e favoriscono la sovraccapacità produttiva della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe per proteggere le nostre industrie, strategicamente importanti, dell’acciaio e dell’alluminio».

Washington ci tiene a far sapere ai cinesi, e all’opinione pubblica internazionale, che in questa lotta contro le «cattive pratiche» cinesi gli Stati Uniti non sono soli, tutt’altro: essi guidano, oggi come ai tempi della prima Guerra Fredda vinta contro l’Unione Sovietica, il vasto fronte del “mondo libero”: «Insieme ad altre nazioni politicamente simili, gli Stati Uniti promuovono una visione economica basata su principi di sovranità, mercati liberi e sviluppo sostenibile. Accanto all’Unione europea e al Giappone, gli Stati Uniti sono impegnati in un solido processo trilaterale per sviluppare controlli sulle imprese statali, sui sussidi industriali e sui trasferimenti forzati di tecnologia. Continueremo inoltre a lavorare con i nostri alleati e partner per garantire che gli standard industriali discriminatori non diventino standard globali. Essendo il mercato di consumo più ricco del mondo, la più grande fonte di investimenti esteri diretti e la principale fonte di innovazione tecnologica globale, gli Stati Uniti si impegnano ampiamente con alleati e partner per valutare le sfide condivise e coordinare risposte efficaci per garantire la pace e la prosperità, nel presente e nel futuro». Come sempre l’Imperialismo (che sia americano o cinese, che sia russo o europeo) desidera centrare due soli umanissimi obiettivi: la pace e la prosperità. Ho fatto una battuta? Oppure il maledetto virus ha attaccato quel poco di materia grigia che abita nel mio cranio? Misteri della Pandemia!

Per quanto riguarda il “travaso fraudolento” di tecnologia americana a vantaggio della Cina, bisogna ricordare che già agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (prima Presidenza Reagan) negli Stati Uniti ci si chiedeva fino a che punto gli interessi strategici americani si armonizzassero con il sostegno tecnologico (anche di carattere militare) offerto dalla Casa Bianca alle “quattro modernizzazioni” elaborate da Deng Xiaoping. Ma allora a Washington prevalse la linea del contenimento degli interessi russi e – soprattutto – giapponesi, linea che contemplava appunto il rafforzamento della Cina. Spesso è difficile conciliare tattica e strategia, contingenza e prospettiva.

Arriviamo, dulcis in fundo, all’aspetto militare della questione, ossia a ciò che il documento definisce «Preserva la pace attraverso la forza». Se vuoi la pace, prepara la guerra, dicevano quelli. «Come descritto nella Nuclear Posture Review, l’Amministrazione sta dando la priorità alla modernizzazione della triade nucleare, incluso lo sviluppo di capacità supplementari progettate per dissuadere Pechino dall’usare le sue armi di distruzione di massa o condurre altri attacchi strategici. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a sollecitare i leader cinesi a presentarsi al tavolo e avviare discussioni sul controllo degli armamenti e sulla riduzione strategica dei rischi connessi all’energia nucleare, alla crescita di un moderno arsenale nucleare e alla più grande raccolta al mondo di sistemi missilistici di gittata a medio raggio. Gli Stati Uniti ritengono che sia nell’interesse di tutte le nazioni migliorare la trasparenza di Pechino, prevenire errori di calcolo ed evitare costosi accumuli di armi». Attenzione adesso ai seguenti passi: «Come parte del nostro programma di operazioni intese a garantire la libertà di navigazione in tutto il mondo, gli Stati Uniti stanno respingendo le eccessive pretese egemoniche di Pechino. L’esercito degli Stati Uniti continuerà a esercitare il diritto di navigare e operare laddove il diritto internazionale lo consenta, anche nel Mar Cinese Meridionale. Stiamo parlando con alleati e partner regionali e stiamo fornendo loro assistenza e sicurezza per aiutarli a sviluppare la capacità di resistenza ai tentativi di Pechino di usare le sue forze militari, paramilitari e di contrasto per prevalere nelle controversie». Non so chi legge, ma io qui “sento” odore di polvere da sparo!

Qui si pestano i piedi ai cinesi! Qui si entra sfacciatamente in quello che sempre più si configura come il cortile di casa dell’imperialismo cinese: l’area del Mar Cinese Meridionale, appunto. E si tocca il tasto, delicatissimo e sempre più scottante, di Taiwan: «Gli Stati Uniti continueranno a intrattenere forti relazioni non ufficiali con Taiwan conformemente alla nostra politica “Una Cina”, basata sul Taiwan Relations Act e sui tre comunicati congiunti Stati Uniti-Repubblica popolare cinese. Gli Stati Uniti sostengono che qualsiasi risoluzione delle differenze tra le due sponde dello Stretto deve essere pacifica e secondo la volontà del popolo di entrambe le parti, senza ricorrere a minacce o a coercizioni. L’incapacità di Pechino di onorare i suoi impegni, com’è dimostrato dal suo massiccio sviluppo militare, costringe gli Stati Uniti a continuare a fornire Taiwan di armi così che essa possa organizzare una legittima autodifesa che scoraggi l’aggressione e aiuti a garantire la pace e la stabilità nella

regione. In un memorandum del 1982, il Presidente Ronald Reagan ha insistito sul fatto “che la quantità e la qualità delle armi fornite a Taiwan debbono essere interamente condizionate dalla minaccia rappresentata dalla RPC”. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno venduto armi a Taiwan per oltre 10 miliardi di dollari». Anche alla luce di queste ammissioni si capisce l’aggressivo atteggiamento che Pechino sta esibendo ultimamente nei confronti di Taiwan, il cui destino è sempre più associato a quello di Hong Kong. Sulla natura dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong e Taiwan rimando a un precedente post.

«Il Presidente, il vicepresidente e il Segretario di Stato hanno ripetutamente invitato Pechino a onorare la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 per preservare l’alto grado di autonomia, lo Stato di diritto e le libertà democratiche di Hong Kong, che consentono a Hong Kong di rimanere un hub di successo negli affari della finanza internazionale. Gli Stati Uniti stanno espandendo il proprio ruolo di nazione indo-pacifica che promuove la libera impresa e il governo democratico. A novembre 2019, gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia hanno lanciato la Blue Dot Network per promuovere la costruzione di infrastrutture di alta qualità in tutto il mondo finanziata in modo trasparente e guidata dal settore privato, che aumenterà di quasi 1 trilione di dollari gli investimenti diretti degli Stati Uniti solo nella regione indo-pacifica. Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una relazione dettagliata sullo stato di avanzamento dell’attuazione della nostra strategia per la regione indo-pacifica: Un indo-pacifico libero e aperto; promuovere una visione condivisa». Il Blue Dot Network come risposta Americana alla Belt and Road Initiative? «Il Blue Dot Network è stata formalmente annunciato il 4 novembre 2019 all’Indo-Pacific Business Forum di Bangkok, in Thailandia, a margine del 35° vertice dell’ASEAN. È guidato dalla U.S. International Development Finance Corporation, dalla Japan Bank for International Cooperation e dal Dipartimento per gli affari esteri e il commercio dell’Australia. Si prevede che il Blue Dot Network fungerà da sistema globale di valutazione e certificazione per strade, porti e ponti con particolare attenzione alla regione indo-pacifica. È stato percepito come un contrappeso alla Belt and Road Initiative» (Wikipedia). Di certo è così che l’hanno “percepito” i leader cinesi. Vedremo gli sviluppi dell’ambiziosa iniziativa americana.

Giungiamo finalmente alla conclusione! «L’approccio dell’Amministrazione alla RPC riflette una rivalutazione fondamentale di come gli Stati Uniti comprendono e rispondono ai leader del paese più popoloso del mondo e alla seconda economia nazionale più grande al mondo. Gli Stati Uniti riconoscono la competizione strategica a lungo termine tra i nostri due sistemi». In realtà si tratta di un solo sistema: quello capitalista/imperialista. «Attraverso un approccio governativo completo e guidato da un ritorno al principio realista, il governo degli Stati Uniti continuerà a proteggere gli interessi americani e a far avanzare l’influenza americana. Allo stesso tempo, restiamo aperti a un impegno costruttivo orientato ai risultati e alla cooperazione con la Cina dove i nostri interessi si allineano con quelli cinesi. Continuiamo a impegnarci con i leader della RPC in modo rispettoso ma con occhi limpidi, sfidando Pechino a mantenere i suoi impegni». L’evocazione del realismo geopolitico è un vecchio mantra dei politici repubblicani che ha il solo scopo di polemizzare con la visione geopolitica dei democratici, accusata di “idealismo”. L’esponente forse più famoso e prestigioso della scuola “realista” americana è Henry Kissinger, il fautore della politica di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta, ai tempi dell’Amministrazione Nixon. Come si evince dal sul libro del 2011 dedicato alla Cina (On China), Kissinger apprezza molto la realpolitik praticata  a suo tempo da Mao Tse-tung in materia di politica estera: «Più che sull’ideologia marxista, l’approccio cauto e realista di Mao è basato sugli interessi nazionali della Cina ed è volto  a restituire credibilità al suo Paese, umiliato dalle potenze occidentali, dalla Russia e dal Giappone nel corso del XIX secolo». E fu appunto di natura nazionale-borghese la Rivoluzione che culminò nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Ma questa è la mia opinione, non quella del “realista” Kissinger! Sebbene ultimamente l’ottimismo dell’ex Segretario di Stato circa la pacifica cooperazione tra Cina e Stati Uniti si sia alquanto raffreddato, egli continua a rifiutare l’idea di un’inevitabile resa dei conti finale tra i due Paesi: la prospettiva dell’apocalisse nucleare obbligherebbe Washington e Pechino a rendere possibile una qualche forma di “coesistenza pacifica” cino-americana.

C’è da dire, per concludere davvero, che il cosiddetto “idealismo” del Partito Democratico in materia di politica estera è stato sempre (da Wilson a Kennedy) non più che un vezzo ideologico e fraseologico del tutto ininfluente sulla reale linea politica praticata da quel Partito in sostanziale continuità con quella elaborata (senza troppo concedere all’ipocrita retorica “pacifista” e “umanitaria”) e praticata dal Partito avversario. E questo Pechino lo sa benissimo.

I DIRITTI DELLA CINA SU HONG KONG E TAIWAN

Hong Kong non ha mai perso il suo status di
colonia. Siamo semplicemente passati da un
padrone imperialista a un altro (Joshua Wong).

Gli economisti borghesi vedono soltanto che
con la polizia moderna si può produrre meglio
che, ad es., con il diritto del più forte. Essi
dimenticano soltanto che anche il diritto del più
forte è un diritto, e che il diritto del più forte
continua a vivere sotto altra forma nel loro
Stato di diritto (Karl Marx).

 

Alla vigilia dei giorni che ricordano la strage di Tienanmen, vorrei ricordare in estrema sintesi la mia posizione sul movimento di opposizione politica che ormai da diversi anni scuote la vita sociale di Hong Kong con le molteplici implicazioni, di natura interna e internazionale, che qui è inutile ricordare. In particolare cercherò di definire la natura storico-sociale dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong – e, mutatis mutandis, su Taiwan. Anticipo la conclusione: il ritorno di Hong Kong – e in prospettiva di Taiwan – alla madrepatria cinese si configura nel XXI secolo come un processo di espansione imperialista.

A differenza di quello che hanno pensato alcuni miei superficiali lettori, io non sostengo affatto il movimento autonomista/indipendentista/separatista/democratico, o come altro lo si voglia definire, di Hong Kong. In generale, e in linea di principio, non sostengo alcun tipo di separatismo: per quanto mi riguarda ha un significato apprezzabile solo l’autonomia di classe, ossia la separazione delle classi subalterne dal punto di vista delle classi dominanti, difeso dallo Stato (considerato in tutte le sue articolazioni politico-istituzionali) ed espresso in mille forme dagli intellettuali e dagli artisti di regime. Per questo non ho sostenuto, ad esempio, il movimento separatista catalano, né sosterrei, per mera ipotesi, un analogo movimento separatista che nascesse negli Stati Uniti o in Italia – vedi la mitica Padania. Ma non per questo nel 2017 ho “tifato” per l’azione repressiva messa in campo dal potere centrale spagnolo contro l’indipendentismo catalano, né sosterrei Washington o Roma nella loro ipotetica opera repressiva volta a salvaguardare l’unità nazionale statunitense e italiana. Ci mancherebbe altro! Anzi, come ho fatto a proposito dei fatti catalani denuncerei il carattere violento e reazionario di quell’opera, e ne individuerei le contraddizioni, così da scagliare frecce critiche contro l’orgoglio nazionale (sia quello che fa capo ai separatisti, sia quello che fa capo ai centralisti), il quale rappresenta un vero e proprio veleno politico, ideologico e psicologico che i funzionari del dominio sociale inoculano sempre di nuovo nelle vene del corpo sociale, così da poterlo stordire, controllare e mobilitare (in vista delle urne o delle armi) più facilmente.

Non è per ideologia, ma per puntuale visione storica e sociale che i comunisti sostengo il carattere internazionale del proletariato e delle sue lotte, mentre i funzionari del Dominio fanno di tutto per fornirlo di una patria da rispettare e da onorare soprattutto quando il Nemico bussa alle porte. Ma per il proletariato che ha coscienza, il Nemico si chiama Patria, si chiama Paese, si chiama interesse nazionale, si chiama unità nazionale, si chiama rapporto sociale capitalistico. Questo è un inderogabile principio che l’anticapitalista fa valere ovunque: negli Stati Uniti, in Cina, in Russia, in Italia: ovunque.

Naturalmente il regime cinese ha tutto il diritto di reprimere il movimento separatista hongkonghese, esattamente come lo ha avuto il regime spagnolo nei confronti dei catalani e lo avrebbero, sempre per riprendere l’esempio precedente, i regimi statunitense e italiano. Si tratta, per la precisione, di un diritto capitalistico, del diritto esercitato – anche manu militari, all’occorrenza – dallo Stato capitalistico per salvaguardare l’unità nazionale, dovere sacro per ogni soggetto politico-istituzionale devoto ai “superiori interessi” della Patria. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», recita l’Art. 52 della Costituzione Italiana. Si tratta insomma dell’ultrareazionario diritto borghese che da sempre gli anticapitalisti considerano ultrareazionario e che combattono con ogni mezzo necessario adeguato alla situazione.

La “narrazione” messa in piedi dal regime cinese, e propagandata in Occidente dai miserabili tifosi del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, a proposito di Hong Kong e di Taiwan parla di compimento dell’unità nazionale e di chiusura definitiva con l’epoca della secolare umiliazione (1839-1949) patita dalla Cina vittima del colonialismo occidentale e dell’imperialismo giapponese. Si tratta di un’operazione politico-ideologica che trova un terreno molto fertile nel crescente nazionalismo della popolazione cinese. Dal punto di vista “storico-materialista” il nuovo “Risorgimento cinese” ha una base sociale totalmente e violentemente reazionaria: nel 2020 non abbiamo a che fare con il nazionalismo borghese-rivoluzionario in salsa maoista culminato nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (osteggiata prima dagli Stati Uniti e poi anche, e ancor di più, dall’Unione Sovietica) (1), ma con il nazionalismo di una Cina giunta ai vertici della competizione capitalistica e imperialista mondiale. Ancora nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso la Cina di Mao poteva vantare verso la storia mondiale qualche credito progressista (sempre di natura nazionale-borghese), ma già agli inizi del decennio successivo essa entrò a pieno titolo nella dinamica interimperialistica rivendicando per sé uno spazio sempre più ampio nel grande gioco del potere mondiale. Dico questo per sottolineare quanto reazionario sia oggi sostenere il diritto della Cina, potenza imperialista di primissimo rango, di integrare pienamente Hong Kong e Taiwan nel suo spazio nazionale.

Ovviamente la stessa attiva e radicale ostilità va praticata nei confronti dell’imperialismo occidentale (Stati Uniti e Unione Europea), il quale peraltro è tutt’altro che unito in un solo “blocco di civiltà” nei confronti dell’attivismo sistemico (economico, tecnologico, politico, ideologico, militare, “sanitario”) cinese. Germania, Francia e Italia guidano il fronte “filocinese” europeo (2) che tanto irrita il Presidente Trump, il quale com’è noto è molto sensibile ai “diritti umani” – violati negli altri Paesi: «Se fossero riusciti a superare la cancellata, i dimostranti [di Washington] sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose» (Donald Trump). Nei media cinesi, tutti controllati più o meno direttamente dal regime, in questi giorni circola la seguente battuta: «Anziché occuparsi di Hong Kong, il Presidente americano farebbe bene a preoccuparsi di Minneapolis». Come dire che ogni regime è legittimato a occuparsi, per ciò che riguarda il conflitto sociale e politico, solo di quanto avviene nel proprio spazio nazionale: «Padroni di reprimere a casa nostra!»

La stessa classe dominante americana non è totalmente schierata a favore delle sanzioni economiche promesse da Trump contro una Hong Kong ormai “cinesizzata”; le due economie, quella cinese e quella americana, sono fra loro così fortemente integrate e “sinergiche” sul piano finanziario, logistico e produttivo, che sarà difficile per Washington assestare dei seri colpi alla Cina senza danneggiare almeno in parte gli interessi del capitale americano. Molti politici e analisti geopolitici statunitensi spingono dunque per una politica estera americana più realistica e accomodante nei confronti della Cina, rinviando a un momento successivo la resa dei conti con un Paese che in ogni caso rimane il principale nemico strategico degli Stati Uniti (su questo punto negli USA si registra l’unanimità delle opinioni) (3); insomma, qualche lacrimuccia “democratica” e “umanitaria” da versare sui «coraggiosi giovani di Hong Kong e Taipei così attaccati ai valori occidentali», e molta realpolitik geopolitica e affaristica, sperando che la Seconda Guerra Fredda (4) minacciata da Washington e Pechino non si trasformi rapidamente in una Terza Guerra Mondiale.

Concludo questa breve riflessione. Quando, nel giugno del 1989, il Partito-Regime decise di mettere fine con una brutale repressione al movimento studentesco – in realtà definirlo semplicemente studentesco è riduttivo – centrato soprattutto nella capitale cinese, esso fece valere contro la piazza il proprio ultrareazionario diritto di preservare lo status quo politico e sociale che aveva permesso alla Cina di accelerare in modo prodigioso lungo la strada dello sviluppo capitalistico che l’avrebbe portata ai vertici del potere mondiale. Per il capitalismo/imperialismo cinese si trattò allora della scelta più giusta. Per il capitalismo/imperialismo cinese, appunto (5). Il processo storico-sociale procede verso una piena integrazione di Hong Kong (e probabilmente di Taiwan) nel gigantesco corpo del continente cinese; ma la violenza, le tensioni, le sofferenze e le contraddizioni politiche e sociali che questo processo genera, o che potrebbe generare, non trovano l’anticapitalista in una posizione di indifferente fatalità, tutt’altro.

Come ho scritto su un precedente post, il “diritto di ingerenza” che rivendico su quanto accade a Hong Kong, a Minneapolis e in ogni altra città del mondo «non ha nulla a che fare né con il diritto internazionale, che è la continuazione del diritto capitalistico su scala planetaria, né con la cosiddetta difesa dei “diritti umani”, tirata in ballo soprattutto dai Paesi occidentali come strumento politico-ideologico posto al servizio dei loro imperialistici interessi». Questo “diritto di ingerenza” si fonda piuttosto sulla coscienza circa la natura di classe dei conflitti sociali e politici che sorgono ovunque nel mondo: una volta si chiamava “internazionalismo proletario”, e personalmente mi piace chiamarlo ancora così.

 

(1) Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione cinese ho scritto da ultimo un post centrato soprattutto Sulla Campagna cinese. Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio anche a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
(2) «È una questione di principi e valori liberali da difendere. Ma l’Occidente non lo ha capito. L’Italia è l’esempio perfetto: è come cedere alla mafia, perché per qualcuno conviene di più rispetto ai valori dello Stato. Ecco, il partito comunista cinese è una mafia: non ci sono individui, ma membri che giurano fedeltà totale. Non va meglio in Francia, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Germania è la prima a beneficiare dei rapporti con il regime cinese, a livello industriale, commerciale, bancario. Poi però in Europa vuole ergersi a paladina della moralità. Che scandalo. La Germania non critica mai la Cina, neppure quando la gravità del coronavirus è stata inizialmente insabbiata. Berlino ha svenduto il suo futuro a Pechino. E così il resto dell’Occidente sta collassando perché ha rinunciato ai suoi valori» (Ai Weiwei, La Repubblica). A me non sembra che l’Occidente abbaia rinunciato ai suo valori. Di che valori parlo? Dei valori di scambio, è ovvio! Sono i valori che dominano in tutto il mondo: a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud.
(3) A questo proposito segnalo l’interessante documento reso pubblico il 20 maggio dall’Amministrazione statunitense riguardante l’approccio strategico statunitense alla Repubblica Popolare Cinese. Cito alcuni passi: «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese e al suo emergere come uno stakeholder globale costruttivo e responsabile, con una società più aperta. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito comunista cinese di limitare la portata delle riforme economica e politica in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica popolare cinese e il maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito comunista cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto e di tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito comunista cinese. L’uso crescente dei poteri economico, politico e militare da parte del Partito comunista cinese per costringere al consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo.
(4) «Stati Uniti e Cina: in marcia verso un nuovo tipo di guerra fredda? I legami della Cina con gli Stati Uniti per la maggior parte degli ultimi 40 anni sono stati fondati su un’equazione intrinsecamente instabile. Ciascuna parte era disposta a minimizzare le differenze ideologiche e le tensioni strategiche al fine di beneficiare della cooperazione economica. Per decenni, questo atteggiamento ha prodotto notevoli guadagni commerciali a entrambi. Molti a Pechino attribuiscono le tensioni alle insicurezze di una superpotenza in declino: a Washington temono la crescente fiducia di una grande potenza in espansione» (Financial Times).
(5) «Qualche giorno fa Berlusconi ha scritto un “impegnato” articolo centrato sulla necessità, per l’Occidente, di contenere e rintuzzare «l’imperialismo comunista cinese»; ieri il quotidiano spagnolo El País ospitava un lungo articolo dedicato al pericoloso «capitalismo comunista cinese»: più che parlare di ossimoro, bisognerebbe scomodare il concetto di… minchiata! Il problema, almeno per come la vedo io, è che la stragrande maggioranza delle persone crede davvero che la popolazione cinese sia governata da una mostruosità politico-sociale mai vista prima: un “regime comunista” basato su un iper capitalismo. Tra l’altro questa “mostruosità”, la cui natura sociale beninteso non supera di un millimetro la dimensione capitalistica, sta offrendo a tutto il mondo standard e modelli di controllo e di repressione sociale davvero eccellenti, sicuramente all’avanguardia. Ed è anche per questo che seguo con interesse le vicende di Hong Kong – ma anche quelle che riguardano il Tibet e lo Xinjiang» (Da Hong Kong a Minneapolis: mi riguarda! Mi “ingerisco”).

IL COLORE DEL GATTO CINESE

La Cina non è «un Paese socialista con un’economia di mercato», come recita il mantra del mainstream in fatto di “problematiche cinesi”: la Cina è un Paese capitalista la cui “sfera sociale” (comprese le attività economiche) è fortemente e capillarmente controllata dallo Stato. Nel caso di cui ci occupiamo, tuttavia, non si può nemmeno parlare di un Capitalismo di Stato, come ai tempi di Mao, perché ormai in Cina l’iniziativa capitalistica privata è sufficientemente sviluppata e radicata; ma in ogni caso sempre di Capitalismo si tratterebbe. Il fatto è che l’idea ridicola di associare il controllo statale delle imprese capitalistiche (di “beni e servizi”) al “Socialismo” è talmente vecchia (risale quantomeno ai tempi di Marx, il primo fustigatore dei “socialisti di Stato” tipo Lassalle) e vincente, che so benissimo di non poter convincere nessuno circa la colossale balla del “Socialismo reale” passato, presente e futuro – speriamo di no!

Leggo da qualche parte: «La Cina è un paese socialista con un’economia di mercato. In principio la sua economia poggia sul primato di un vasto settore statale, ma quello privato ora rappresenta 3/5 del PIL cinese e 4/5 della forza lavoro. In ogni caso il sistema Cina attinge a uno tra i più potenti strumenti del capitalismo: i mercati del capitale». Ma se così stanno le cose, qual è la qualità occulta che fa della Cina «un paese socialista con un’economia di mercato»? Tanto occulta, la misteriosa qualità non parrebbe, sempre a dar ragione all’opinione comune (cosa che mi guardo bene dal fare!): il Partito-Stato cinese non si definisce forse comunista? Appunto, si definisce. Come diceva Marx, «il nome d’una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull’uomo» (Marx).

«Con la morbida definizione di Nuova Via della Seta (richiamo a Marco Polo che nel 13esimo secolo importò tessuti e fece ricca Venezia), la grande Cina in versione comunista per controllo centralizzato e capitalista per gli immediati obiettivi economici, vuole stabilire grandi vie del commercio per rafforzare l’export nelle aree più ricche. Per vendere di più fuori ed evitare che la propria economia rallenti, con pericolosi riflessi interni. Pechino ha la forza del denaro e delle merci» – cioè del Capitale. La Cina “comunista” è oggi al vertice della competizione capitalistica e imperialista: troppa “dialettica” per il mio piccolo cervello!

E così, per ridurre almeno un poco la mia indigenza in fatto di dialettica applicata a un reale processo storico-sociale, ho creduto bene di leggere un’intervista sulla Cina rilasciata da Rémy Herrera («economista marxista francese, ricercatore al CNRS e alla Sorbona di Parigi»), coautore insieme a Zhiming Long («economista marxista cinese della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua di Pechino») del libro La Cina è capitalista? Non l’avessi mai fatto!

Eppure l’intervista prometteva bene (al netto della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua): «noi siamo marxisti, quindi accordiamo molta importanza alla coerenza tra le statistiche e i concetti e teorie usati a monte». Non solo, ma giustamente Rémy Herrera considera sbagliato stabilire una cesura tra l’epoca maoista, iniziata nel 1949 e durata, con alterne (e violente) vicende, fino alla morte del Grande Timoniere, e quella post maoista decollata alla fine degli anni Settanta sotto la guida del “pragmatico” Deng Xiaoping, richiamato ai vertici del regime dallo stesso Mao nel 1973 dopo un lungo periodo di “rieducazione politica”. Nei miei più che modesti scritti sulla Cina moderna anch’io ho avuto cura di sottolineare la sostanziale continuità storico-sociale tra le “due Cine”, ovviamente e come sempre mutatis mutandis. In ogni caso, continuità e discontinuità si sono date sullo stesso terreno storico-sociale: quello capitalistico, appunto. Naturalmente quando parlo di Capitalismo, alludo anche alla sfera politico-istituzionale del Paese, a cominciare dal Partito-Regime che lo governa ormai da settanta anni.

Peccato che la continuità di cui parlano Rémy Herrera e Zhiming Long nel loro libro non ha nulla a che fare con quella sostenuta da chi scrive: La Cina di oggi è il prodotto di questo passato socialista». Secondo Herrera il «passato socialista» della Cina si spiega sostanzialmente con 1. la proprietà statale dei mezzi di produzione (terra compresa), 2. l’esistenza di un Partito-Regime “comunista” e 3. l’implementazione della riforma agraria, «forse ancora oggi l’eredità più preziosa della rivoluzione maoista». Per quanto riguarda i due primi punti ho già detto all’inizio, e in ogni caso rimando ai miei diversi scritti dedicati alla Cina. Per ciò che concerne il terzo punto, mi limito a ricordare a me stesso (gli «umili economisti marxisti» di certo non ne hanno bisogno) che la riforma agraria non ha, in sé, una natura peculiarmente socialista, ma essa è anzi la misura economico-sociale che più delle altre segna la radicalità di una rivoluzione nazionale-borghese. E difatti il Partito di Mao, erede della sconfitta che il giovane ma assai combattivo proletariato cinese subì alla fine degli anni venti (anche in grazia della politica stalinista ormai trionfante nella moribonda, e forse già morta, Internazionale Comunista), non fu mai un soggetto rivoluzionario comunista, ma si connotò fin dall’inizio come un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese basato socialmente sui contadini poveri.

Scriveva Lin Piao in un opuscolo del 1968 (Viva la vittoria della guerra popolare): «Già nel periodo della prima guerra civile rivoluzionaria, il compagno Mao Tse-tung, aveva sottolineato che il problema contadino occupava una posizione estremamente importante nella rivoluzione cinese, che la rivoluzione democratico-borghese contro l’imperialismo e il feudalismo era, in effetti, una rivoluzione contadina e che il compito fondamentale del proletariato cinese nella rivoluzione democratico-borghese era quello di guidare la lotta dei contadini». Qui è presentato lo schema “leninista” della doppia rivoluzione: il proletariato dei Paesi arretrati prima si mette alla testa della rivoluzione democratico-borghese, per surrogare una borghesia debole e compromessa con l’imperialismo, e poi di slancio, naturalmente se le condizioni interne e internazionali lo consentono, spinge il processo rivoluzionario su un terreno anticapitalista.

Ebbene, la rivoluzione cinese non superò mai i compiti di «una rivoluzione democratico-borghese», e difatti, al di là della propaganda politica e del misticismo ideologico che con il culto della personalità “con caratteristiche cinesi” toccherà inarrivabili punte di parossismo, il proletariato cinese non ebbe alcun ruolo dirigente nel processo rivoluzionario cinese come venne caratterizzandosi a partire dalla Lunga Marcia. D’altra parte era tipico dell’ideologia stalinista, della quale il maoismo non fu che un adattamento nazionale, caratterizzare come “socialista” o “comunista” qualsiasi cosa che avesse a che fare con gli interessi del Regime-Partito. Sono ben lungi dal voler negare a Mao i suoi importanti meriti storici, ma essi a mio avviso non superano minimamente il quadro nazionale-capitalistico. «Ma Mao guidava un Partito Comunista!» Rispondo marxianamente, se mi è consentito: se so che un Partito si chiama Comunista, non so nulla su quel Partito se non attraverso le sue azioni, la sua prassi.

Peraltro mi sembra che Rémy Herrera abbia una visione un po’ troppo apologetica delle riforme economiche che Mao cercò di implementare, anche per emancipare il Paese dalla sempre più invadente “collaborazione” sovietica (*). Ad esempio nulla egli dice sulle disastrose “avventure rivoluzionarie” definite Cento Fiori (1956), Grande Balzo in Avanti (1958), Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (1966); disastri economici e sociali che causarono la morte di moltissimi cinesi – alcuni studiosi parlano di venti milioni, altri di trenta. È anche vero che la modernizzazione capitalistica e la sovranità nazionale non sono esattamente dei pranzi di gala, ma a volte i “comunisti” esagerano! Inutile dire che Mao e i suoi accoliti attribuirono al «revisionismo sovietico» di Chrušcëv gran parte delle responsabilità della spaventosa (probabilmente la più grave mai sperimentata dalla Cina) carestia causata dal Grande Balzo – verso la miseria più nera!

La locuzione «Socialismo di mercato» dovrebbe suonare come un orribile ossimoro alle orecchie di un «economista marxista francese», il quale, avendo letto Marx, dovrebbe sapere che dove c’è il mercato, cioè la merce (e quindi il lavoro salariato, il denaro e tutte le bellissime ed eterne categorie dell’economia politica), domina il rapporto sociale capitalistico, tanto più che nel XXI secolo quel rapporto è dominante in tutti i Paesi del mondo, rendendo effettivo il marxiano concetto di «mercato mondiale». Invece Herrera prende sul serio quella sciocca definizione, e ci viene a parlare di una “dialettica” tra il potere economico e il potere politico: «Noi pensiamo che i detentori del potere economico non sono esattamente i detentori del potere politico in Cina. In altri termini, le classi dominanti non sarebbero esattamente le classi dirigenti. In altri termini ancora, i capitalisti cinesi, che sono molto numerosi e potenti, con dei miliardari tra di loro, nonostante i loro sforzi e malgrado il sostegno internazionale del grande capitale straniero, non sono riusciti a oggi a prendere il controllo dello Stato». Davvero esilarante. Tra l’altro al Nostro sfugge il concetto marxiano di Capitale come potenza sociale astratta, come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento di capacità lavorative e di risorse naturali. Il potere politico cinese, esattamente come accade nel resto del mondo, è al servizio dello status quo sociale, il quale si manifesta anche, e necessariamente, come Imperialismo. Ma per Herrera non è corretto includere la Cina tra le grandi potenze imperialiste: «Non penso che la Cina abbia un comportamento né una natura imperialista, malgrado venga presentata in questa maniera». «Eppure», gli viene obiettato dall’intervistatore, «in Africa sviluppa delle attività economiche, è in espansione, o anche in Asia, nel Pacifico. Non siamo in un’economia imperialista?» Risposta: «Imperialista? No, non penso proprio». Gli amici della Cina preferiscono parlare, nel suo caso, di un «forte protagonismo internazionale, politico ed economico». Che diplomatica delicatezza! Insomma, due pesi (imperialismi), due misure.

Chi scrive non si definisce un marxista né può vantare una laurea in economia, e questo lo mette nelle condizioni di richiamarsi senza temere di far brutta figura dinanzi alle Sacre Cattedre, ai classici dell’Imperialismo (vedi J. A. Hobson, R. Hilferding, Lenin, Rosa Luxemburg, ecc.) per elaborare un proprio concetto di Imperialismo. Ebbene, per farla breve, il caso cinese aderisce come un guanto al concetto di Imperialismo come viene fuori da quei “classici”, i quali giustamente individuano nella sfera economica il suo più forte e peculiare momento genetico (e momento egemone), quello che ha realizzato la “sinergia” di interessi economici e politici che è il tratto distintivo del Capitalismo giunto nella sua “fase matura”. Tra l’altro gli amici occidentali della Cina fanno finta di non vedere il cospicuo riarmo di quel Paese, e quando sono costretti a considerarlo, essi lo giustificano con l’aggressività dell’imperialismo altrui, a partire da quello americano e da quello giapponese. «La risposta della Cina, che non mi sembra essere una risposta aggressiva o imperialista, è stata questa apertura di una nuova “Via della Seta”. Che è una risposta all’accerchiamento aggressivo da parte dell’alta finanza statunitense o anglo-statunitense del Paese». Che faccio, rido? In ogni caso il “soft power” cinese è una balla propagandistica che non inganna nessuno.

Chiede l’intervistatore: «Quindi, per levare ogni ambiguità, secondo voi si tratta di un paese capitalista? Perché voi parlate di “capitalismo di Stato”, di un “capitalismo senza capitalisti” o di “un paese non capitalista ma con capitalisti”, parlate anche di “socialismo di mercato” o di “socialismo con meccanismi di mercato”… Alla fine, la Cina è un paese capitalista?». Risposta Herrera: «Forse lei la pensa così, noi siamo molto più prudenti. Diciamo che ci sono molti capitalisti, questo è sicuro, e molti meccanismi di mercato capitalistici. […] C’è anche una complessità che va rispettata, non è lecito giungere a conclusioni frettolose conclusioni a proposito della sua economia o ancor più della sua società». Va bene l’innegabile complessità della storia cinese e della società cinese; va bene che quando abbiamo a che fare con la Cina dobbiamo ragionare in termini di tempi lunghi, se non lunghissimi (millenari!), ma detto questo io credo che dopo sette decenni e, soprattutto, alla luce di una realtà così evidente che solo i ciechi (e l’ideologia com’è noto rende ciechi) non sono in grado di vedere, ebbene io penso che ciò posto un giudizio netto e documentato sulla natura sociale della Cina del XXI secolo sia tutt’altro che frettoloso, e che sia anzi necessario e urgente, per le implicazioni “classiste” e geopolitiche che un tale giudizio indubbiamente si porta dietro.

Il gatto cinese è nero esattamente come i topi che deve catturare. Questo è certamente poco, ma in compenso è sicurissimo, almeno per chi scrive.

Come tutti i tifosi del Celeste Imperialismo, Herrera ci tiene a sottolineare un concetto: «la Cina non è un nemico»: «Ormai le campagne mediatiche si fanno durissime. La Cina è sempre più presentata, nei confronti dell’Occidente in generale, come un concorrente; ci spaventano l’idea che la Cina intenda dominare il mondo, asservirci. Qualcosa di inquietante. Ma non è vero, la Cina non è un nemico». Ora, ci sono due modi di “declinare” il concetto di nemico: uno è quello borghese (capitalistico, nazionale, geopolitico), l’altro è quello proletario (di classe, anticapitalista, internazionalista, rivoluzionario). Ho usato una vecchia terminologia (borghese, proletario, ecc.) per farmi comprendere da un “umile economista marxista”. Ebbene, dal punto di vista che m’interessa sostenere, quello proletario (sempre nell’accezione marxiana, non meramente sociologica, del termine), la Cina è un nemico delle classi subalterne, esattamente come lo è l’Italia e tutti i Paesi di questo capitalistico mondo. Io sono nemico della relazione economica, politica e “culturale” tra Italia e Cina esattamente come sono sempre stato contro l’analoga relazione tra Italia e Stati Uniti. E ovviamente percepisco come mia nemica “di classe” anche l’Unione Europea, il polo imperialista che cerca di formarsi nel Vecchio Continente per resistere alla pressione degli altri centri dell’imperialismo mondiale: Cina, Stati Uniti, Russia.

Scrive Alberto Bradanini, consigliere commerciale all’ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015: «I capisaldi del socialismo con caratteristiche cinesi sono costituti dal dogma della sovranità nazionale, un ferreo controllo della società, la forte presenza dello Stato in economia, il controllo della finanza, delle grandi aziende/corporazioni e dei settori fondamentali del paese (proprietà e iniziativa private, giudicate utile a generare ricchezza in questo frangente storico, sono de facto attenuate e attentamente monitorate) e la proprietà pubblica della terra (sebbene talvolta il suo possesso sia gestito con metodi capitalisti). Quanto all’iniqua distribuzione della ricchezza, il Partito afferma che si tratta di una fase transitoria che verrà corretta strada facendo, sebbene i rischi di deriva capitalista oltre una soglia di sicurezza vengano giudicati da sinistra quanto mai concreti. Un deficit di attenzione ha riguardato l’ambiente, pesantemente sacrificato negli ultimi 40 anni dalle necessità della crescita, e il mondo del lavoro, le cui condizioni sono in Cina subordinate alle esigenze della produzione». Bisogna avere in testa un concetto assai deprimente (escrementizio) di “socialismo” per associare la descrizione appena riportata al “socialismo”, sebbene «reale» o «con caratteristiche cinesi». Qui di reale c’è sicuramente un Paese capitalistico, “senza se e senza ma”, giunto ai vertici della contesa mondiale per il potere totale: economico, tecnologico, scientifico, politico, ideologico, militare – la guerra “tradizionale” è la continuazione della guerra sistemica con altre modalità. Non ho scritto con altri mezzi, perché nell’epoca delle tecnologie “intelligenti” la distinzione tra mezzi “pacifici” e mezzi bellici è davvero esigua, sfuggente.

C’è da dire che Bradanini è un altro “storico” amico della Repubblica Popolare Cinese, e infatti suggerisce al nostro Paese di abbandonare ogni paura circa un’inesistente pericolo giallo e di approfittare delle buone intenzioni cinesi per allentare la presa degli Stati Uniti. «Dopo 74 anni dalla sconfitta della guerra e dalla conseguente perdita della sua sovranità politica, l’Italia resta un paese gregario, subordinato alle priorità di altri, in particolare Washington e Bruxelles. La storia insegna che anche le alleanze più solide possono essere rimesse in discussione quando cambiano le circostanze che le hanno generate. Nei rapporti internazionali infatti, sosteneva W. Churchill, non vi sono nemici eterni, ma solo interessi eterni». Non si potrebbe sintetizzare meglio il concetto di interesse nazionale, il quale deve fare i conti con l’esistenza della competizione sistemica tra le grandi potenze imperialistiche, e infatti Bradanini ci tiene a porre la distinzione tra sovranità e sovranismo. Oggi come si coltiva meglio l’eterno interesse nazionale dell’Italia e conquistare «un’agibilità politica a noi misteriosamente negata»: mantenendo saldo il rapporto con gli Stati Uniti o avvicinandosi alla Cina? Di certo la risposta non spetta a me: come si è già capito, io sono radicalmente nemico degli interessi nazionali.

«Stalin, secondo il Pcc [guidato da Deng Xiaoping], interpretava il marxismo in forma dogmatica, separando radicalmente capitalismo e socialismo, senza comprendere che il primo andava utilizzato come strumento per giungere al secondo. In buona sostanza il Pcc sembra riconoscere, come Lenin a suo tempo [vedi Nuova Politica Economica, 1921], i meriti di un certo capitalismo quale tappa intermedia sulla strada del socialismo, sebbene non manchi chi da sinistra mette in guardia da un’eccessiva deriva capitalista dalla quale sarebbe poi difficile riprendersi». Bradanini caratterizza la politica stalinista come «marxismo in forma dogmatica», mentre per me si tratta della forma in cui si manifestò la controrivoluzione in Russia nel momento in cui il potere sovietico, già stremato dalla guerra civile e dalla catastrofe economica a essa connessa, si trovò isolato sul piano internazionale. E quando parlo di «piano internazionale» alludo al proletariato internazionale, a cominciare da quello tedesco, il solo che avrebbe potuto dare ossigeno alla dimensione proletaria della Rivoluzione d’Ottobre. La NEP voluta da Lenin rappresentò l’estremo tentativo dei bolscevichi di conquistare tempo in attesa di una rivoluzione internazionale che, com’è noto, non arriverà. Lo stalinismo fu appunto l’espressione politico-ideologica di un processo sociale (non di una personalità più o meno contorta e dogmatica) che ho cercato di analizzare in uno studio di diversi anni fa: Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre – 1917/1924. Insomma, l’analogia proposta da Bradanini regge solo se si considera Socialismo, sebbene “reale” (e quindi imperfetto come tutte le cose reali di questo mondo), il reale Capitalismo/Imperialismo che a mio avviso si realizzò nella Russia di Stalin. In realtà quella analogia è infondata già nei suoi presupposti storico-sociali, visto che la Cina di Mao non conobbe alcuna rivoluzione proletaria.

Ritorniamo, per concludere rapidamente, a Rémy Herrera. «Quello che noi diciamo è che il futuro del socialismo non è irrimediabilmente compromesso con la caduta dell’Unione sovietica. Noi contestiamo questo consenso, intendiamo rompere questo tabù sotto le cui macerie, quelle della caduta del Muro e dell’Urss, è ancora seppellita la sinistra europea, occidentale, radicale. Non ne siamo ancora usciti: non solamente non ne abbiamo ancora fatto un bilancio, ma soprattutto questi tabù impediscono di rimettere l’esigenza del socialismo al centro della ricostruzione delle alternative. Il socialismo ritorna nel dibattito, ma c’è voluto del tempo». Avevo il sospetto che il Nostro “marxista” parlasse da un pulpito non esattamente originale e cristallino quanto a rigore “marxista”: quello dei nostalgici del “Socialismo reale”, del mondo segnato dalla “guerra fredda” e dallo “scontro di civiltà” tra “mondo libero” (sic!) e “mondo socialista” (strasic!). Per mia fortuna, non solo non ho mai fatto parte di quella «sinistra europea, occidentale, radicale» (leggi: filosovietica o/e filomaoista) finita sotto il famigerato Muro, ma l’ho sempre combattuta. Come ho scritto su un post dedicato al Venezuela, «Come ai tempi d’oro dello stalinismo trionfante, gli anticomunisti godono, e legittimamente, bisogna riconoscerlo, tutte le volte che possono usare la balla speculativa del “comunismo” per impartire alle classi subalterne d’Occidente questa semplice lezione: “Vedete che fine fanno, prima o poi, i Paesi che cadono nelle rozze quanto avide mani dei comunisti! Sopportate dunque le ingiustizie del Capitalismo, che qualcosa comunque vi dà, mentre in Venezuela, o a Cuba, si fa fatica anche a procurarsi la carta igienica”. Se i cosiddetti “comunisti” e tutti quelli che negli ultimi vent’anni hanno esaltato i sedicenti trionfi del “Socialismo del XXI secolo” non esistessero, i vari Porro e Salvini dovrebbero inventarli, così da poter continuare a gettare tanta sostanza escrementizia sul nome stesso di “Comunismo”». Il “marxista” mi obietterà: «Ma la Cina, a differenza del Venezuela, mostra al mondo un modello vincente!». Non c’è dubbio: un modello vincente di Capitalismo e di Imperialismo.

A proposito dei sanguinosi fatti cinesi del giugno 1989, c’è da dire che fu proprio per evitare al regime cinese una fine analoga a quella del regime sovietico che Deng Xiaoping, allora segretario del PCC e cavallo vincente su cui aveva puntato l’Occidente (il Carissimo Leader morirà nel 1997), a «ordinare ai militari inviati a reprimere le manifestazioni di piazza Tien An Men, di essere pronti a “spargere del sangue”» (Il Post), cosa che puntualmente accadde. Va ricordato che la sanguinosa repressine del movimento sociale cinese ordinata dai vertici dello Stato-Regime ebbe come non ultima causa l’apparizione, accanto alle organizzazioni studentesche, di primi embrioni di un combattivo associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito: una minaccia intollerabile ai tempi di sviluppo e ai ritmi di sfruttamento imposti dal progetto di fare della Cina del XXI secolo una potenza di rango mondiale tanto sul terreno della competizione economica, quanto su quello della contesa geopolitica. L’ascesa di una nazione nello scacchiere mondiale non è mai stata un pranzo di gala, tanto più se si tratta di una nazione così ricca di peculiarità (storiche, demografiche, ecc.) com’è indubbiamente quella cinese. Allora i Cari Leader tremavano al solo pensiero che il movimento sociale della metropoli potesse saldarsi con la lotta delle minoranze etniche e dei contadini poveri che vivevano in condizioni ancora assai miserabili alla periferia dell’Impero.

Concludo con un’amara confessione. La struttura logica del mio pensiero è purtroppo assai elementare, direi rozza, ed essa mi porta a ragionare in questi termini: dove c’è capitale, c’è Capitalismo. Infatti, il capitale non è una cosa, non è un mero strumento al servizio dell’economia (capitalista o “socialista” che sia): esso è in primo luogo l’espressione di peculiari (sul piano storico) rapporti sociali di produzione, i quali nelle società classiste sono rapporti di dominio e di sfruttamento. La “sovrastruttura” politica, istituzionale e ideologica non può non essere adeguata alla “struttura” economico-sociale che la esprime “dialetticamente” – e necessariamente. Mi scuso per questa trivialità adialettica e antimaterialistica, ma io la penso esattamente così, anche a proposito della Cina!

 

(*) Iniziata un po’ obtorto collo agli inizi degli anni Cinquanta per ottenere un minimo di dotazione capitalistica (capitali, materie prime, macchinario e tecnici) con cui avviare la modernizzazione della società cinese, e per superare l’isolamento internazionale, la modernizzazione capitalistica con caratteristiche sovietiche portò all’adozione del modello stalinista basato sulla collettivizzazione forzata delle campagne (con l’abbandono dell’iniziale distribuzione delle terre ai contadini) e la primazia dell’industria “pesante” su quella “leggera”. Dentro il Partito-Regime si confrontarono (si tratta di un eufemismo!) a lungo i due modelli di modernizzazione: quello, appunto, con caratteristiche staliniste e quello con caratteristiche maoiste. Mao parlò di una «lotta di classe» tra il Popolo (proletari, contadini, piccola borghesia) e la borghesia nazionale che cercava di rialzare la testa con l’aiuto del “revisionismo sovietico” e dell’imperialismo occidentale. Niente di più falso (e demagogico), naturalmente; la “sinistra radicale” europea, stufa dell’anchilosato e sempre più grigio modello sovietico,  accolse invece con entusiasmo il Nuovo Verbo Maoista. Con Deng Xiaoping trionfò il modello Singapore: sviluppo capitalistico “selvaggio” e regime dittatoriale.

 

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

LA VECCHIA VIA DEL PROFITTO E DEL POTERE MONDIALE. Sull’accordo Italia-Cina

LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

LA NATURA DELL’IMPERIALISMO CINESE

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO. Alcune considerazioni sul discorso di Xi Jinping.

L’AFRICA SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO

LA NATURA DELL’IMPERIALISMO CINESE

Un lettore mi scrive su Facebook: «Ciao Sebastiano! Perché la Cina capitalista non esporta conflitti? Era una domanda non una provocazione. Grazie». Sono io che ringrazio il lettore per avermi posto una domanda nient’affatto provocatoria che mi permette di scrivere le poche considerazioni che seguono.

La Cina del XXI secolo pratica un imperialismo che per molti e decisivi aspetti risponde quasi alla lettera alla caratterizzazione che dell’Imperialismo fece Lenin sulla scorta degli studi di J. A. Hobson, di R. Hilferding e di altri economisti borghesi che si misurarono con le profonde trasformazioni intervenute nel Capitalismo mondiale alla fine del XIX secolo e agli inizi del secolo successivo. L’imperialismo che caratterizza la nostra epoca storico-sociale ha la sua più forte e profonda radice, la sua più irresistibile motivazione e potente spinta propulsiva in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che per “mantenersi” in vita ha bisogno che la sfera economica si allarghi sempre di nuovo e si approfondisca in ogni direzione, compresa quella che alcuni filosofi chiamano “esistenziale” e taluni sociologi alla moda chiamano “biopolitica”. In altri termini, l’imperialismo moderno ha come sua base fondamentale la competizione capitalistica volta ad assicurare agli investitori pubblici e privati profitti, mercati, materie prime, infrastrutture e quant’altro.

Questa spinta e questa proiezione economica, che ha nel capitale finanziario la sua più aggressiva e verace espressione, ha coinvolto sempre più gli Stati nazionali, chiamati a puntellare, proteggere e promuovere gli interessi del capitale nazionale, sempre più organizzato (in trust, monopoli, cartelli) e sempre meno rispondente all’ortodossia libero-scambiata – peraltro più frutto della mitologia liberista e antiliberista, che specchio di una concreta realtà economica. La creazione di “sfere di influenza” e di “spazi” vitali” risponde in primo luogo a processi di natura “strutturale” che non mancano di avere un loro puntuale riscontro politico, militare e ideologico.

Ecco, la Cina dei nostri tempi sembra aderire perfettamente, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, al modello “classico” di imperialismo appena abbozzato, e quindi esporta e prepara, insieme ai suoi competitori, le condizioni oggettive dei conflitti bellici e sociali ovunque entrano in gioco i suoi interessi economici e strategici: in Asia, in Africa, in America Latina. Com’è noto, questo modello è particolarmente attivo in Africa, un continente che ormai da anni vede il Celeste Imperialismo al vertice della catena alimentare del Capitalismo mondiale. In Africa, il Capitalismo/Imperialismo con caratteristiche cinesi sfrutta e saccheggia risorse umane e naturali forse come nessun altro Paese occidentale è oggi in grado di fare, e con ciò stesso promuove lo sviluppo capitalistico di molti Paesi africani. Rinvio al mio post L’Africa sotto il celeste imperialismo.

Il grandioso e ambizioso progetto chiamato, un po’ “romanticamente”, Nuove vie della seta è molto rappresentativo di quanto sto cercando di illustrare in modo assai sintetico, forse un po’ troppo sintetico e di ciò mi scuso.

Il fatto che la Cina oggi combatta soprattutto sul terreno economico per affermare la propria primazia capitalistica, mentre gli Stati Uniti e la Russia si impegnano in guerre molto dispendiose sotto ogni aspetto, ciò non dipende, ovviamente, dall’inclinazione “pacifista” del suo regime politico-istituzionale-economico («Socialismo con caratteristiche cinesi» secondo la ben nota e comica definizione), come la propaganda dei Cari Leader cerca di accreditare agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale, ma a mio avviso si spiega 1. con il processo storico considerato complessivamente che ci sta alle spalle, che ha posto l’intero pianeta sotto il dominio di un solo rapporto sociale (quello capitalistico, è il caso di ripeterlo?), e che ha visto la Cina arrivare in forte ritardo al rango di Potenza mondiale di primissimo livello; e 2. con le convenienze strategiche di quel Paese, il quale oggi ha tutto l’interesse a continuare a premere sull’acceleratore della competizione economica e tecnologica, per conquistare potenza sistemica all’interno (vaste aree della Cina non sono ancora state toccate dal boom economico) e all’esterno. Mutatis mutandis, anche la “pacifica” Germania ha lo stesso interesse a mantenere sui binari della competizione sistemica (mercantile, finanziaria, tecnologica, scientifica) la contesa interimperialistica.

L’Europa ha potuto recitare negli anni della “guerra fredda” il miserabile ruolo di “Potenza Pacifista” solo perché ha subito la pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, le due potenze imperialiste uscite trionfanti dal Secondo macello mondiale. Un “pacifismo”, quello dei Paesi europei, molto utile dal punto di vista politico, ideologico ed economico, e difatti da anni Washington chiede agli “alleati” di sborsare di più per finanziare la loro “sicurezza” in Europa e di sporcarsi le mani nelle operazioni di “pulizia internazionale”: basta con la recita “pacifista” all’ombra dei missili atomici e dei morti Made in USA! Oggi la spinta alla formazione di un polo imperialista europeo autonomo a guida franco-tedesca è molto forte.

Insomma, bisogna diffidare del “pacifismo”, sia da quello con caratteristiche europee, sia da quello con caratteristiche cinesi. Infatti, e concludo, solo un cieco non può vedere con quanta forza e volontà sta procedendo il riarmo della Cina e come cresca rigoglioso e più aggressivo che mai il nazionalismo cinese. Certo, anche il riarmo e il nazionalismo giapponese non va sottovalutato: dalle mie parti l’antimperialismo non conosce alcuna eccezione e non risparmia alcun Paese.

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L’IMPERIALISMO È LA GRANDE CINA

Nel suo post-Facebook del 28 settembre dedicato alla «Grande Cina», Amedeo Curatoli pone questa domanda: «Che cosa potrebbe dimostrare il fatto che in soli 30 anni la Cina ha raggiunto il più alto tasso di sviluppo del genere umano, mentre in Occidente c’è la stagnazione? Questa mirabile ascesa ci dice forse che la Cina è un paese capitalista giovane e aggressivo che compete con gli altri “vecchi” capitalismi secondo la teoria di Lenin dello sviluppo ineguale del capitalismo in epoca dell’imperialismo?» (L’imperialismo e la grande Cina). A questa domanda, che nelle intenzioni dell’autore forse voleva essere retorica, mentre alle mie orecchie suona fortemente suggestiva (nel senso che mi suggerisce la risposta), rispondo senza alcun tentennamento con un grande . Grande almeno quanto lo è il Capitalismo cinese, giunto ormai da tempo nella sua fase di conclamato imperialismo.

Se ai tempi del regime maoista, almeno nel suo primo periodo rivoluzionario (nazionale-borghese: a ragione Curatoli scrive che «Mao è la nazione cinese»), aveva un significato teorico e politico disquisire intorno alla natura imperialista/antimperialista della Cina (mentre sulla sua natura capitalistica c’era poco da discutere, almeno per il sottoscritto), oggi il solo porre la questione è semplicemente ridicolo, oltre che ultrareazionario sul piano politico. La Cina è imperialista non solo perché è legata con mille fili all’Imperialismo mondiale, ma lo è nel senso capitalisticamente più peculiare, ossia in quanto Paese che non esporta solo capitale in forma di merci (lavoratori compresi), ma anche capitale finanziario stricto sensu, che investe in modo diretto e indiretto in altri Paesi.

Com’è noto, per Lenin l’esportazione di capitali, che, ripeto, è il tratto storicamente distintivo del moderno Imperialismo, determina «una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo», che si manifesta soprattutto in un «più rapido sviluppo capitalistico» nelle zone ancora arretrate del pianeta. Questa funzione il capitale cinese la sta svolgendo soprattutto in Africa, e in parte in America Latina, attraverso la peculiare dialettica dello sfruttamento capitalistico, la quale mette capo allo sviluppo degli stessi Paesi che la subiscono. Oggi la Cina è al centro del Sistema Imperialistico Mondiale, e negarlo è francamente qualcosa che sta, se così posso esprimermi, al di là del bene e del male. Insomma è un’assoluta idiozia, che porta acqua al mulino di uno dei più grandi imperialismi di questo inizio secolo.

La relativa stagnazione economica occidentale è un dato che attesta la maturità capitalistica dei Paesi giunti assai prima della Cina nella fase borghese del loro sviluppo storico-sociale, e niente milita contro un analogo futuro destino dell’economia cinese, oggi condannata a non scendere sotto la soglia critica dell’otto per cento di crescita, pena il crearsi di gigantesche tensioni sociali, che potrebbero mettere in questione persino l’assetto nazionale del Paese. Di qui, tra l’altro, il crescente nazionalismo cinese, del tutto omogeneo a quello che si sta sviluppando in Giappone e in Corea del Sud.

Detto en passant, anche Stalin e, in seguito, Kruscev puntarono i riflettori della propaganda sugli altissimi tassi di sviluppo dell’industria russa per dimostrare la natura socialista dell’economia del Paese, e magnificarne la superiorità nei confronti dei competitori occidentali. Lungi dall’attestare la natura socialista della Russia stalinista, i mitici Piani Quinquennali ne testimoniavano piuttosto l’essenza capitalistica; essi raccontavano, a chi avesse orecchie per ascoltare la verità, il processo «di accumulazione originaria» in un Paese capitalisticamente arretrato e molto ambizioso sul terreno della contesa imperialistica, peraltro in ossequio alla tradizione Grande-Russa del Paese, così odiata dall’uomo che subì l’oltraggio della mummificazione – in tutti i sensi. Di qui l’opzione di politica economica tesa a orientare tutti gli sforzi della nazione verso la costruzione, a ritmi stachanovisti, di una potente industria pesante: più acciaio e meno burro! Com’è noto il burro non fa ingrassare gli arsenali.

Dopo aver snocciolato i «mirabili» successi del Capitalismo cinese, citando con ammirazione Maonomics di Loretta Napoleoni (libro da me criticato in Tutto sotto il cielo – del Capitalismo), Curatoli domanda: «Sarebbero possibili questi “miracoli” se non vi fosse un’economia centralizzata dallo Stato? In Cina, per chi fingesse di non saperlo o lo avesse dimenticato, ancora vi sono i Piani Quinquennali e ancora vi saranno». L’economia centralizzata dallo Stato come «Socialismo»: un classico dello statalismo più volgare, da Lassalle in poi, passando per Stalin, Mao e nipotini vari. Lo Stato come eccezionale strumento di accumulazione nella fase «originaria» o «primitiva» dello sviluppo capitalistico è un concetto che non riesce proprio a penetrare nella testa di chi è cresciuto a pane e statalismo di sinistra. Occorre farsene una ragione.

Tanto la pianificazione sociale dell’economia (in presenza delle categorie che definiscono il Capitalismo) quanto il ritmo dell’accumulazione costituiscono  il contrassegno capitalistico più sicuro della moderna società, la cui natura di classe risiede nei rapporti sociali che la governano. È forse ozioso ricordare ai marxisti che per Marx le categorie dell’economia politica sono l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? In effetti, solo chi è gravemente impigliato in una concezione feticistica della realtà può credere che l’esistenza del mercato, delle merci, del denaro, del lavoro salariato e quant’altro non sono sufficienti, da soli, a supportare la “tesi capitalistica” circa la natura sociale di un Paese. Di qui la teorizzazione del «Mercato Socialista» a proposito della «Grande Cina», tesi che prim’ancora che con l’intelligenza fa a pugni con la realtà – o viceversa, fa lo stesso.

L’ignoranza, da parte di certi cosiddetti marxisti, circa l’ABC dello sviluppo capitalistico denota certamente una scarsa padronanza dei testi marxiani, ma soprattutto ci dà la testimonianza di un approccio ideologico – invertito, capovolto – con la realtà, letta a partire da schemi concettuali che esistono solo nella loro “marxistica” testa. Per questo, a differenza di quanto scrive Curatoli, non è affatto «più realistico, convincente e credibile», cioè «non è più “marxista”» (sempre che questa iperinflazionata qualifica conservi ancora un residuo e non equivoco significato) «pensare invece che la Cina è semplicemente “socialista”». Persino l’economia di pensiero spinge verso la “tesi capitalistica”!

Contrapporre poi il capitale internazionale che opera in Cina al capitale autoctono, nazionale è, oltre ogni altra considerazione, del tutto privo di significato. Infatti, lo stesso
capitale nazionale non è che un’espressione – e un’articolazione – del capitale internazionale, una sua manifestazione localizzata, una sorta di sua sezione nazionale, per così dire. Lo stesso Stato nazionale è un nodo geopolitico della fitta rete del dominio sociale capitalistico, la cui dimensione oggi è il mondo. Come aveva ben compreso Marx, il capitale ha una natura necessariamente internazionale, di più: mondiale, anche se storicamente ha dovuto affermarsi attraverso la formazione di un mercato nazionale. Anche per questo l’ideologia Sovranista ha i piedi d’argilla, oltre ad essere una concezione del mondo reazionaria all’ennesima potenza. La contesa imperialistica tra i capitali e gli Stati conferma, non smentisce, la dialettica storico-sociale appena ricordata.

«Una rivista reazionaria statunitense, che titola in copertina L’ascesa della Cina, la caduta dell’America, capisce ciò che sta accadendo, più degli anticinesi di sinistra». Non ho motivo di dubitarne. D’altra parte, io non sono né un’anticinese né un sinistrorso, ma un anticapitalista, puramente e banalmente. Italiano, americano o cinese, in declino o in ascesa, il Capitalismo non lo reggo proprio, come non reggo i suoi apologeti, di destra, di centro e di sinistra, basati a Ovest come a Est, a Nord come a Sud, tifosi dei Chicago Boys o dei nipotini, più o meno revisionati, di Mao.

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