ABBOCCA SEMPRE ALL’AMO!

Benvenuti a Miserabilandia

Siccome non professo la religione antiberlusconiana, e anzi mostro di disprezzarla con tutte le forze in quanto insulsa robaccia, presso diversi miei interlocutori “progressisti” passo per un «berlusconiano», almeno «oggettivamente». E chi se ne frega! Certo, per chi ha eletto il primo ministro del Bel Paese a sentina di tutti i mali l’accusa di «berlusconismo» suona come la più sanguinosa, non potrebbe essere più infamante; ma alle mie sicule e non progressiste orecchie ha più pregnanza l’accusa di cornuto. Cornuto no!

Presi dalla loro cieca – e ridicola – ideologia, ma anche da una robusta invidia sociale, nonché da frustrazioni di vario genere, ultimamente i “progressisti” sono scivolati così in basso, da far impallidire il più retrivo dei moralisti bigotti. Al confronto, il Pastore Tedesco mi appare di gran lunga più simpatico, e almeno le sue ultrareazionarie encicliche si fanno leggere con un certo interesse. Anche quando rappresenta la quintessenza della conservazione sociale un pensiero può stimolare almeno una critica feconda, non banale. Al gossip mediatico, soprattutto se di «sinistra», preferisco dunque di gran lunga la «teologia sociale» della checca (si può dire? è politicamente corretto?) assisa al Sacro Soglio Romano. Vivaddio! Persino un intellettuale solitamente intelligente come Slavoj Žižek ha scritto che «Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici (bella scoperta!), ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano» (Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica, da carta.org., 25 giugno 2009). Bella analogia, non c’è che dire. E bella – si fa sempre per dire – analisi: «Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria (perché c’è un potenziale di liberazione nell’islam), significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila». Ma con quali occhi guarda la società italiana il signor Slavoj Žižek ? Anche il teorico del politicamente scorretto ha dunque inforcato gli occhiali del progressismo internazionale? Che peccato!

In effetti, io non ce l’ho – solo o in particolar modo – col Cavaliere Nero, che peraltro trovo divertente alla stregua di un comico più o meno involontario (lascio agli italici patrioti la vergogna che a loro procurano le spassosissime gaffe del premier italiano nei consessi internazionali: son disfattista!); la mia bestia nera è la società capitalistica italiana, europea, mondiale, universale, interstellare… Insomma, è la società borghese tout court. A mio non progressista avviso, il male assoluto non è Berlusconi, né il «berlusconismo», bensì la società mondiale basata sul capitale, sul denaro, sulla merce, sul lavoro salariato – modi diversi di chiamare la stessa sostanza sociale disumana.

Mentre per i cosiddetti progressisti «l’altro mondo possibile» è un’Italia libera dal truce Cavaliere «fascista, mafioso, piduista, ladro-craxiano, corruttore e corrotto, velinista, puttaniere, volgare, pedofilo» («ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra!»), la mia utopia è la libera comunità degli uomini in quanto uomini, l’associazione di uomini umani liberi da qualsivoglia dominio di classe. Quisquilie, mi rendo conto. Anzi, pinzillacchere. Vuoi mettere l’odio contro il nano e calvo Berlusconi! Si sa, i “progressisti” sono indigenti e stitici persino quando odiano e quando amano, come aveva fatto in tempo a capire il buon Giorgio Gaber – Ombretta Colli lo aveva capito assai prima di lui. A furia di odiare un nano, sono diventati nani anche costoro. Altro che Brunetta! Ma in realtà nani lo sono sempre stati; diciamo allora che al peggio non c’è davvero limite.

E poi, via, la «rivoluzione sociale» non è mica dietro l’angolo, e qualche soddisfazioncella su questa Terra ce la dobbiamo pure prendere! In attesa del Paradiso in Terra, bisogna cercare di strappare «al sistema» almeno il minor male possibile, magari come momento tattico in vista di più «avanzati equilibri sociali». Altro che «punto di vista umano»! Negli anni Venti del secolo scorso molti comunisti e socialisti, stanchi di «attese messianiche» e desiderosi di pigliarsela subito e rudemente con qualche «potente» (un sindacalista, un «borghese», un intellettuale, un ebreo) si intrupparono nella «Rivoluzione Fascista»: accecati da un cieco «odio di classe» essi scaricarono la loro tensione ideale, politica e psicologica in un movimento politico che prometteva molte soddisfazioncelle a chi voleva «rompere col vecchiume». Per questo, ancor prima di armare le mani, bisogna armare le teste di coloro che avvertono un certo «disagio sociale», affinché essi non vengano bruciati nella lotta tra opposte fazioni borghesi (nazionali e internazionali). Un governo Bertinotti, o Bersani, o Fini – questo nuovo campione del progressismo italiota – sarebbe dunque un «male minore»? Bisogna davvero essere “progressisti” per pensarla in questa indigente maniera. L’ideologia del male minore, o del meglio possibile, non riesce a celare la cattiva condizione umana che la riproduce sempre di nuovo alla stregua di un nuovo oppio dei popoli. Io che non sono un progressista, e che mi sforzo di guardare la società dalla prospettiva che coglie la possibilità della liberazione nell’attualità del dominio, vedo tutti i competitori politici in campo agitarsi su un solo, comune terreno: la società basata sullo sfruttamento scientifico degli uomini e della natura. Da questa – bizzarra? – prospettiva il mondo di chi fischia e di chi applaude l’Ahmadinejad di Arcore appare come una Miserabilandia.

Ma allora, qual è il significato non banale – cioè non “progressista” – della «guerra civile virtuale» che ormai dalla “mitica” (e naturalmente per molti famigerata) «discesa in campo» del capitalista di Arcore non sembra poter conoscere alcuna tregua, nonostante il lavoro di pontieri, pompieri e colombe di diversa collocazione politico-istituzionale? Veramente si confrontano, come ci sentiamo ripetere tutti i santi giorni dai massmedia e dai militanti delle opposte miserie, il «partito della democrazia e della legalità» e il «partito del populismo e dell’illegalità»? Naturalmente no, al netto del fatto che entrambi i partiti, dal punto di vista umano, sono quanto di più reazionario e rivoltante si possa trovare nel peraltro vomitevole panorama politico internazionale. Scrive Piero Ostellino:

«La politica, parafrasando Marx, sta implodendo sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secondariamente per il controllo delle telecomunicazioni che riguardano anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto fra il “partito del rigore” e il “partito della spesa pubblica” e, su quello sociale, fra il “Paese produttivo” e il “Paese parassitario”. È in corso una guerra per la redistribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe dire che ci troviamo di fronte all’accelerazione del processo di modernizzazione del Paese. Nella guerra fra capitalismi e nel confronto sulla spesa pubblica, la parte più impegnata politicamente della magistratura – la sola isola ideologica rimasta – rischia di recitare il ruolo della mosca cocchiera e la politica di finire in una posizione di totale subalternità» (Il Corriere della Sera, 30 novembre 2009).

La contesa borghese intorno al potere economico e politico: ecco a quale guerra stanno partecipando le opposte tifoserie politiche; alcuni sono ben consapevoli della posta in palio, altri sono animati da chissà quali illusioni, tutti comunque sono invitati a recitare il tristo e impotente ruolo di massa di manovra al servizio delle classi dominanti di questo Paese. Il buon Ostellino, da onesto e liberale cittadino qual è, teme «le conseguenze devastanti per la nostra stessa democrazia» della guerra politica, sociale, mediatica e giudiziaria; io, che non aspiro certo al rango di difensore della democrazia e della legalità, temo piuttosto il perdurare della situazione sociale che devasta giorno dopo giorno l’esistenza degli strati sociali subalterni e di tutti gli individui umanamente sensibili di Miserabilandia.


Slavoj Žižek

Slavoj Žižek – Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.

Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].

Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più.

È il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.

E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.