SIRIA: UN MINIMO SINDACALE DI “INTERNAZIONALISMO”

Il massacratore di Damasco se la ride

L’Ufficio stampa del CC del KKE ha diramato un comunicato nel quale si condanna l’«aggressione imperialista in Siria». Tra le altre cose vi si legge: «Un intervento militare imperialista in Siria provocherà una significativa distruzione materiale e umana nel paese, e in aggiunta priverà il popolo palestinese di un alleato stabile nella sua lotta, un alleato dei movimenti antimperialisti nella regione, e spianerà altresì la strada all’aggressione imperialista contro l’Iran, con il pretesto del suo programma nucleare».

Premetto che non intendo affatto polemizzare con il partito stalinista basato in Grecia, non sono ancora caduto tanto in basso; mi servo piuttosto di quella posizione perché essa esprime una diffusa corrente di opinione all’interno del «Movimento di opposizione sociale», soprattutto quello più avvezzo a sostenere posizioni riconducibili al cosiddetto «internazionalismo proletario». E qui, come vuole il noto luogo comune, la domanda sorge spontanea: si tratta di autentico “internazionalismo” o non piuttosto del decrepito terzomondismo riverniciato per l’occasione? La domanda è, per dirla col gergo giudiziario, suggestiva, nel senso che suggerisce la risposta. E non è un male.

Che tutto quello che sta avvenendo – e si sta preparando – intorno alla Siria non abbia nulla a che fare con i «Diritti Umani» è cosa che qui do per acquisita: dalla microscopica Italia alla gigantesca Cina si estende un’unica Società-Mondo contrassegnata dal disumano rapporto sociale capitalistico. Sotto il vasto cielo del Capitalismo mondiale nessun Paese può dunque impartire agli altri lezioni di “umanità”. Questo è un minimo sindacale critico che adesso non approfondisco, perché qui il mio referente non è «la classe», ma piuttosto le sue “avanguardie”.

Un altro minimo sindacale della critica è inquadrare la vicenda di cui parliamo nella rubrica dell’Imperialismo. Ma quando parlo di Imperialismo non mi riferisco solo alle potenze occidentali, o solo alle grandi potenze mondiali come la Cina e la Russia: in quel concetto inglobo anche gli altri attori della vicenda, a iniziare dalla Siria e dall’Iran.

Un internazionalismo degno di questo nome rigetta come la peste la scelta di campo tra gli opposti carnefici, e nulla cambia il significato imperialista della cosa, nemmeno l’evidente squilibrio di potenza fra le forze in campo. Pesce grande mangia pesce piccolo: questo è il significato della competizione capitalistica mondiale, e chi ha a cuore solo gli interessi delle classi dominate, e si batte per una prospettiva di reale emancipazione degli individui dalla vigente Società-Mondo, deve rifiutare la falsa scelta tra il sanguinario più forte e quello più debole. Un tempo la chiamavano «indipendenza di classe», o «autonomia di classe». Lenin inquadrò la “dialettica del pesce” nella teoria dello sviluppo ineguale del Capitalismo.

Sulla faccia della terra non esiste un solo Stato che meriti di essere sostenuto dagli internazionalisti, magari solo «transitoriamente» e «tatticamente»: la teoria di Lenin sui movimenti nazionali antimperialistici ebbe senso nel tempo in cui diverse grandi aree del mondo (basti pensare allo stesso spazio geopolitico russo, alla Cina, all’India, al Medio Oriente, all’Africa) giacevano sotto il diretto dominio politico-militare, e non solo economico, delle grandi potenze, e potevano ancora dire qualcosa di progressivo sul piano dello sviluppo storico – nel senso dello sviluppo capitalistico, beninteso. Da molto tempo questa fase storica si è chiusa, e riproporre nel XXI secolo quello schema è francamente ridicolo.

(Sia detto di passata: Lenin tenne sempre fermo il punto dell’autonomia politico-organizzativa del proletariato anche all’interno delle rivoluzioni nazionali, e subordinò sempre la prassi dei comunisti a quell’imprescindibile condizione. Lo stalinismo ribaltò, di fatto, questa impostazione «classista»: di qui la tragedia della rivoluzione cinese del 1927 e la trasformazione del PCC in partito rivoluzionario nazional-popolare, ossia borghese).

«La Repubblica Araba di Siria continua ad essere vittima di una cospirazione nella strategica area del Vicino Oriente, oggetto di un’aggressione che diventa di giorno in giorno sempre più dura e spietata. È per questo che il Coordinamento Progetto Eurasia e il Comitato “Giù le mani dalla Sira!” impegnati, fin dal primo giorno della cospirazione a far emergere la verità e portare solidarietà al governo e al popolo siriano aggredito, ritengono più che mai necessario continuare a scendere in piazza per sensibilizzare i cittadini del nostro paese». Questa posizione va respinta nella maniera più recisa: la solidarietà ai popoli non va mai, in nessun caso, estesa ai governi ultrareazionari (come lo sono tutti i governi del pianeta: dall’Italia al Venezuela, dagli Stati Uniti a Cuba, dal Giappone alla Cina) che li opprimono e che difendono l’ordine sociale capitalistico – non importa quanto questo Capitalismo sia arretrato o sviluppato, statalista o liberista. Questo è, a mio modesto avviso, l’ABC dell’«internazionalismo proletario», soprattutto nell’epoca in cui lo stesso concetto di popolo – o di moltitudine, nella variante radicale-borghese 2.0 – non ha molta pregnanza storica e, soprattutto, politica. Invece, c’è gente che spinge il proprio “internazionalismo” fino a negare i massacri perpetrati dalle piccole o piccolissime potenze regionali, solo perché esse rischiano di finire ingoiate da potenze ben più forti e strutturate sul piano capitalistico-imperialistico.

Allora bisogna stare a guardare, senza far niente, la lotta tra pescecani di diversa taglia? Nemmeno per idea! Anche perché le vittime di questa guerra sono in primo luogo le classi dominate. Di qui, l’esigenza di condannare «senza se e senza ma» tutti gli attori della contesa; certo, a partire da quelli più prossimi a noi, dall’Italia, sia in quanto membro di una determinata alleanza imperialistica, come in quanto essa ha degli interessi nazionali peculiari da difendere nell’area mediorientale. Nella notte buia dell’Imperialismo la vacca italiana è, per un “internazionalista” italiano, quella più nera delle altre.

Veniamo adesso al luogo comune della Siria e dell’Iran come alleati storici della causa palestinese. In realtà, Paesi come l’Iran, l’Egitto, la Siria, il Libano e la Giordania condividono, pur con modalità e graduazioni differenti, le stesse responsabilità storiche di Israele in fatto di putrefazione della «Questione Palestinese». Quei Paesi, tra loro concorrenti sul terreno della leadership regionale in quella delicata parte di mondo, si sono serviti di quell’annosa e purulenta «Questione» come strumento di lotta politica, economica, ideologica e, non di rado, militare, sul piano interno come su quello internazionale. È un fatto che di palestinesi ne hanno sfruttati, oppressi e massacrati più i loro “Fratelli Arabi”, che l’odiato demonio Stellato.

Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992, Mursia, 1994).  Assai illuminante è proprio il ruolo che ha avuto la Siria in questo sporco affare: «Nell’aprile 1971, Assad non solo proibì alle formazioni palestinesi presenti in Siria di lanciare attacchi contro Israele, ma obbligò pure le formazioni che dipendevano da al Saiqa, cioè il gruppo controllato dalla Siria, di abbandonare il paese per trasferirsi anche loro nel sud del libano … Quello di Assad fu dunque, anche, un calcolo proiettato sul futuro: attendere, e vedere che cosa poteva accadere in Libano, per poi cercare di approfittarne, come difatti farà, intervenendo dapprima per proteggere i falangisti cristiano-maroniti contro i palestinesi, e massacrando così questi ultimi, nel 1976, nel campo di Tall el Zaatar senza sollevare in Europa particolare scandalo, a differenza, invece, di quel che accadrà col massacro dei campi di sabra e Chatila ad opera dei falangisti alleati di Israele; e permettendo poi ai dissidenti filo-siriani dell’OLP di scacciare nell’83 da Tripoli i palestinesi di Arafat».

E sapete in che cosa si specializzarono questi «dissidenti filo-siriani»? Nel terrorizzare e massacrare altri palestinesi, quelli che non si mostravano troppo sensibili alla causa dell’imperialismo stracciano della Siria: «All’interno del movimento palestinese – anche nella sinistra – c’è chi considera i contadini palestinesi costretti ad andare a lavorare in Israele traditori della causa palestinese, e usano le bombe negli autobus che trasportano i pendolari palestinesi» (Intervista a un militante del Fronte Democratico Palestinese, Combat, maggio 1986).

E qui, per adesso, mi fermo.

Per un approfondimento rimando a un capitolo di un mio studio sulla questione israelo-palestinese dell’estate 2006 intitolato Due popoli, due disgrazie.

BOMBA IRANIANA E TERZOMONDISMO2.0

Noam Chomsky ha uno strano – si fa per dire – modo di denunciare il sionismo israeliano e l’imperialismo statunitense: appoggiare, di fatto, le ragioni dei nemici altrettanto imperialistici e aggressivi di Israele e Stati Uniti. Nel suo articolo pubblicato dal Manifesto Chomsky si diffonde in una perorazione del nucleare iraniano e in una criminalizzazione del nucleare israeliano, per concludere che «il mondo ha paura di Israele, non dell’Iran». «Il concetto dei più seri fra gli analisti israeliani e statunitensi è stato espresso con chiarezza da Bruce Riedel, un veterano con 30 anni di Cia sulle spalle, che nel gennaio scorso ha dichiarato che se lui fosse un consigliere per la sicurezza nazionale iraniano auspicherebbe certamente di avere armi nucleari come fattore di dissuasione» (N. Chomsky, La bomba iraniana, Il Manifesto, 18 marzo 2012). Ora, non bisogna essere veterani della Cia per capire che le classi dominanti (un concetto che evidentemente fa il solletico alla Scienza Sociale2.0) dell’Iran hanno tutto l’interesse a possedere tanti missili a testata nucleare, non solo «come fattore di dissuasione» (un delicato eufemismo che Chomsky non usa per Israele, chissà perché…), ma come strumento di espansione e di pressione nell’area mediorientale, ossia nel cortile di casa della potenza iraniana. Lo Stato Iraniano ha tutto il diritto (borghese) di possedere la bomba «fine di mondo», allo stesso titolo degli altri Stati capitalistici, vicini e lontani.

Ma chi combatte «per la pace e per la libertà dei popoli» deve mettersi dal punto di vista delle classi dominanti, ovunque esse opprimano e sfruttino uomini e donne? Se il Terzomondismo puzzava peggio di una carogna trent’anni fa, figuriamoci oggi! Chi crede che «tatticamente» convenga appoggiare l’imperialismo più straccione, per indebolire quello contingentemente più forte, non solo è un povero illuso e manifesta tutta la sua indigenza storica, ma entra, forse suo malgrado, nel merito della competizione interimperialistica per schierarsi con questo o quel Paese, con questa o quell’alleanza imperialistica. Il fatto che nel XXI secolo tutto il Pianeta stia sotto il cielo del Capitalismo, ai terzomondisti di ritorno non dice niente.

Demoniaca Potenza!

Pur di mettere in cattiva luce Israele, Chomsky arriva ad accreditare la bizzarra tesi del «tenente colonnello Warner Farr», secondo la quale «”un obiettivo delle armi nucleari israeliane, che non si usa precisare ma che è ovvio, è impiegarle negli Stati Uniti”, presumibilmente per garantire un appoggio continuo di Washington alle politiche di Israele». In buona sostanza, si vuole stabilire un’analogia tra Israele e la Corea del Nord, Paese che campa letteralmente di terrore nucleare: «Se non mi aiutate sparo missili nucleari a destra e a manca!» D’altra parte, l’11 Settembre 2001 non è forse stato pianificato dai sionisti, in combutta con i petrolieri americani? Mi pare che Giulietto Chiesa continui a vendere – nel senso mercantile della parola – questa perla. Ma se sbaglio, mi scuso con i complottisti di tutto il mondo. Dalla perorazione “pacifista” di Chomsky non esce bene  solo l’Iran, ma fanno la loro bella figura anche «I paesi non-allineati, un movimento che raggruppa 120 nazioni, che hanno vigorosamente appoggiato il diritto dell’Iran di arricchire l’uranio», la Cina e la Russia che «si oppongono alla politica Usa rispetto all’Iran, come pure l’India, che ha annunciato che non rispetterà le sanzioni statunitensi e aumenterà il volume dei suoi commerci con l’Iran. Idem la Turchia». Detto di passata, l’India è oggi il primo Paese  importatore di armi al mondo. Qualcuno vuol forse negare alle classi dominanti indiane il diritto di armarsi come vogliono e quanto vogliono?

Insomma, tutti i paesi imperialistici, ultrareazionari e aggressivi del Pianeta vanno bene, salvo Israele e Stati Uniti. Sento puzza di bruciato. Mi sono sbagliato: si tratta di cacca, in guisa “antimperialista”.

SI FA PRESTO A DIRE RIVOLUZIONE!

Tunisia, Algeria, Egitto: ma davvero stiamo assistendo a delle rivoluzioni in diretta televisiva? Davvero le mitiche masse arabe diseredate, a pochi chilometri dalle nostre coste meridionali, stanno impartendo una dura lezione di Rivoluzione al sonnecchiante e obeso proletariato occidentale? Insomma, ha ragione il bifolco manettaro dell’Italia dei Valori, quando suggerisce ai giovani, ai disoccupati e a chi non ne può più del Nero Cavaliere, di «fare come in Egitto»? Calma e gesso. Già i consigli populisti-giustizialisti dei manettari di casa nostra dovrebbero metterci sulla buona strada, nella ricerca di una risposta non banale a quelle domande. Non farò un’analisi della situazione sociale dei Paesi nordafricani oggi in ebollizione; cercherò piuttosto di afferrare e tirare un solo filo politico della questione, a mio avviso di notevole interesse, anche teorico. Per le analisi sociali e geopolitiche accurate c’è sempre tempo.
Avendo da sempre criticato la concezione feticista – ideologica – delle parole, non starò qui ad impiccarmi su un termine (rivoluzione), peraltro quanto mai abusato e inflazionato dal marketing politico e pubblicitario (scusate la distinzione…). Ma al suo concetto però sì! Ebbene, se con rivoluzione vogliamo intendere un processo sociale alla fine del quale la vecchia classe dominante viene spazzata via dal potere (economico, politico, ideologico, sociale tout court) dalla classe prima dominata, la quale costruisce una nuova società (non solo un nuovo governo), certamente quello che sta accadendo in Africa settentrionale e che rischia di terremotare il Medio Oriente non entra nei “parametri” appena citati. Non solo la posta in gioco in quei Paesi non è il potere sociale, ma i movimenti di protesta che li attraversano di fatto tendono a rafforzare le fazioni della classe dominante che hanno interesse a cambiare regime politico, chi per rallentare il processo di modernizzazione, chi invece per accelerarlo.
Non basta che le moltitudini affamate e oppresse scendano in strada, e che usino anche le forme più violente della lotta politica, per poter – per così dire – scomodare il concetto (non la parola) di rivoluzione. Infatti, non di rado le fazioni della classe dominante si combattono a suon di “rivoluzioni”. In Cina gli imperatori promuovevano Celesti Rivoluzioni per regolare i conti con le dinastie nemiche. «Sparare sul quartier generale!», diceva l’Imperatore Mao ai tempi della cosiddetta «Rivoluzione Culturale Proletaria». La stessa «rivoluzione komeinista» di fine anni Settanta ci dice fino a che punto la rabbia delle classi dominate può venir usata per scopi ultrareazionari.
Il quid che ormai da moltissimo tempo manca ai movimenti sociali, in Occidente come in Oriente, a Nord come a Sud del mondo, è ciò che con antica – ma non per questo meno vera – fraseologia possiamo chiamare «soggettività politica», ossia la coscienza delle classi dominate di poter coltivare interessi diametralmente opposti da quelli «generali del Paese», i quali fanno capo, in modo più o meno diretto e mediato, alle classi dominanti.
È possibile la rivoluzione (nel significato radicale appena delineato) nella società mondiale del XXI secolo? E’ su questa domanda che, a mio avviso, vale la pena di spendere qualche riflessione, magari dopo aver spento la televisione che ci mostra la povera gente dare il sangue per i salvatori della patria di turno.