UGO RUSSO. E TUTTI NOI

Ma nel 2020 si può morire a quindici anni per una rapina “andata a male”? Evidentemente sì, è successo, il fatto è, come si dice, inoppugnabile, e nessuna indignazione, di qualsivoglia matrice etica o politica essa sia, può riavvolgere il metaforico nastro della vita e cambiare il finale della brutta storia . Il quindicenne Ugo Russo è stato ucciso da un carabiniere in abiti civili e fuori servizio perché con una pistola giocattolo aveva cercato di rubare il costoso orologio che il militare portava al polso: questo il fatto “nudo e crudo”. Inutile straziare l’orecchio del pubblico ripetendo il mantra, sempre utile in simili circostanze: «Questo fatto è inaccettabile!». Oppure: «Un simile fatto non deve più ripetersi!» Simili fatti continueranno a ripetersi, semplicemente perché continueranno a sussistere tutte le condizioni sociali che hanno determinato la morte di Ugo. Chi abita poi a Napoli, o in qualche altra città del Mezzogiorno (come Catania, ad esempio), non può certo affettare sorpresa per quel che è capitato al ragazzino ingoiato anzitempo da questa mostruosa (leggi: disumana) società. Il “degrado sociale” (economico, culturale, psicologico, “antropologico”) di molti quartieri di quelle città è, come si dice, palpabile, denso e spesso come gli oggetti che manipoliamo; il “disagio sociale” vissuto da molte famiglie proletarie spesso “degenera” in episodi di violenza “gratuita” ai danni delle persone più disparate, le quali agiscono da capri espiatori e da sfogatoi per una ribollente e incontrollabile rabbia. Orde di ragazzini e di ragazzine, figli e figlie di famiglie sottoproletarie, vagano per il centro città alla ricerca di qualche povero disgraziato sul quale riversare il velenoso frutto della loro disperata condizione esistenziale. Una potente carica di “odio nichilista” acceca, avvelena e anima il sottoproletariato e una parte del proletariato meridionale.

«Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, dopo una tentata rapina con una pistola giocattolo a Santa Lucia, quartiere in agonia da decenni, da quando è finito il contrabbando di sigarette che lo aveva reso “la Fiat di Napoli”. Da un lato i palazzi della burocrazia, i condomini borghesi, dall’altro il quartiere popolare, che arranca tra affitti ai turisti e disoccupazione cronica. È l’alchimia della città che costringe a vivere vicini ricchi e poveri, magistrati e criminali, onesti lavoratori e disonesti, laureati e persone che a stento hanno un diploma di terza media» (R. Saviano, La Repubblica). Una simile “alchimia” deve necessariamente generare tensioni sociali, frustrazioni, invidia sociale, impazienza e tentazioni che non si armonizzano né con la vigente legalità, né con il sistema etico dominante.

Molte persone mi criticano perché tenderei a giustificare, tirando in ballo la natura capitalistica della società, ciò che secondo il loro metro di giudizio sarebbe ingiustificabile. In particolare, pare che amerei giustificare e difendere soprattutto le ragioni di chi ha torto, di chi milita nel campo avverso al bene, di chi alimenta le cause perse che nessun avvocato vorrebbe mai difendere. «Perché, a parità di condizioni economico-sociali, non tutti rubano, ma solo alcuni? Perché non tutti usano la violenza contro il prossimo, ma solo alcuni? Perché alcuni sono onesti cittadini e buoni genitori, mentre altri non lo sono affatto?». A questa obiezione rispondo che, in primo luogo, io non giustifico nessun comportamento ritenuto asociale ed eticamente scorretto (ad esempio rubare, vendere droga, prostituirsi, ecc.), ma mi sforzo piuttosto di ricondurre le più disparate pratiche al contesto sociale, particolare e generale, senza considerare il quale esse non trovano una spiegazione “razionale” convincente, almeno per me; in secondo luogo chiamare in causa il cosiddetto libero arbitrio («Siamo ciò che decidiamo e vogliamo essere») mi appare un po’ consolatorio e auto assolutorio, alla luce di una condizione esistenziale che ci rende tutti socialmente impotenti per ciò che riguarda l’essenza della nostra vita. E ciò è dimostrato anche dalla vicenda virale che inquieta i nostri giorni. Su questo fondamentale aspetto rinvio al mio precedente post.

Condannare, anche solo moralmente, chi ruba, chi cerca di intascare denaro in uno dei tantissimi modi che si possono inventare sempre di nuovo, chi fa violenza contro il prossimo, ecc., senza condannare, in primo luogo, la causa ultima di tutto ciò, ossia la società che trasforma ogni bisogno umano in un’ammiccante occasione di profitto e ogni oggetto inteso a soddisfare i bisogni in una merce; la società che ha nel denaro il suo vero e unico Dio, onnipotente e onnipresente; la società che trasuda violenza da tutti i pori e che non raramente la pratica su scala più o meno vasta; la società che offende e nega ciò che di autenticamente umano siamo ancora in grado di esprimere; la società che esalta il successo («Purché ricercato con mezzi moralmente e penalmente leciti»: sic!) e che schifa l’insuccesso; ecco questo “doppio standard” etico mi sembra una clamorosa dimostrazione di incomprensione, per non dire altro. Le persone che fanno uso di un simile criterio di valutazione non hanno ancora capito, e non so se mai lo capiranno, con quale mostruosità abbiamo a che fare tutti i giorni. Naturalmente per mostruosità intendo la nostra società, la società che il cittadino onesto e civile vorrebbe rendere più onesta e più civile: condoglianze! Pardon: auguri!

Allora questo vuol dire che sto dalla parte di Ugo? Certamente non sto dalla parte del carabiniere che lo ha ucciso, né dello Stato che difende l’ordine sociale che rende possibile ogni genere di contraddizione e di violenza. C’è poco di che rimanere esterrefatti, poste le odierne condizioni sociali. Recito la parte del cinico perché mi piace stupire e provocare l’interlocutore? Nemmeno per idea! Come sempre cinica è la realtà, non chi si limita a darle voce senza aver paura di apparire antipatico e “politicamente scorretto”. Io sto dalla parte della possibilità di farla finita con questa escrementizia società, una possibilità che purtroppo le classi subalterne e tutti i maltrattati dal Moloch non riescono ancora a vedere, a volere, a incarnare. Che tragedia!

Come sempre e su ogni cosa, dopo l’uccisione di Ugo Russo l’italica opinione pubblica si è divisa in due opposte “scuole di pensiero”: quella che sostiene che Napoli è diventata una sola, grande Gomorra, e quella che ribatte che Gomorra non rappresenta affatto la città partenopea. «”Noi non siamo Gomorra” e mentre lo diciamo, abbiamo dimenticato cos’è Gomorra e quindi abbiamo dimenticato cosa non vogliamo essere: un cancro che si nutre del sangue dei suoi ragazzi e delle sue ragazze, e degli errori che non hanno soluzione» (R. Saviano). Per come la vedo io, il vero “cancro” è invece la società capitalistica in quanto tale, la quale rende possibile anche Gomorra e ogni altra fenomenologia del Male con caratteristiche più o meno regionali e locali. La società italiana, in particolare, è messa malissimo; dopo 160 anni di storia unitaria essa continua a essere segnata da una vasta e complessa costellazione di contraddizioni sociali, con relative magagne politico-istituzionali, che non  consentono nemmeno di avviare una seria trasformazione del tessuto economico-sociale del Mezzogiorno, salvo rare eccezioni.

La società raccoglie sempre ciò che semina, e l’anticapitalista lascia ai progressisti il compito, ultrareazionario, di sistemare le cose, di turare le falle che sempre di nuovo si aprono sui fianchi della nave, mentre si tratterebbe di lasciarla affondare e di imbarcarsi su una nave nuova di zecca, e così iniziare un nuovo viaggio. «Che utopia!» Concordo. E infatti do a tutti i realisti, soprattutto se progressisti, appuntamento al prossimo fattaccio degno della loro rituale indignazione.

IRAN. OGGI E IERI

1. Oggi

«Negli ultimi anni, i caffè sono nati anche in abbinamento a librerie e a gallerie d’arte. L’aspetto è moderno, tant’è che potrebbero essere a Parigi o in qualsiasi metropoli occidentale. Ci si accorge di essere a Teheran solo per i codici di comportamento, soprattutto nel vestiario. Mi è capitato di assistere in uno di questi posti a uno shooting fotografico, con una modella, truccatissima e con il foulard, che sfilava. La gente guardava con indifferenza: è uno spettacolo usuale. Eppure, la modella, la pubblicità, il consumismo erano quanto la Rivoluzione Islamica voleva combattere. Questo è un tratto tipico degli iraniani: sanno adattarsi, rielaborare e fare proprio qualcosa che viene da fuori secondo i propri canoni. A proposito, in quel caffè ho bevuto un mojito. Naturalmente reinventato dagli iraniani senza alcol!» (A. Vanzan). Naturalmente. D’altra parte la “rivisitazione” dei rapporti sociali capitalistici in chiave locale (regionale, nazionale, continentale) è un fenomeno che riguarda tutti i Paesi del mondo: dalla Cina al Giappone, dall’India al Brasile. Soprattutto nel settore dell’abbigliamento e dell’alimentazione il Capitale si avvantaggia delle specificità culturali e “antropologiche” dei vari Paesi: merci e servizi per tutti i gusti e per tutte le sensibilità – nazionali, etniche, religiose, sessuali e quant’altro. Il Capitale ama la “libertà” e la “creatività”. Mi fanno ridere, per non dire altro, gli intellettuali occidentali di diverso orientamento ideologico (ma di identica militanza sociale al servizio della conservazione) che paventano una «deriva consumistica» della società iraniana (e magari anche di quella nordcoreana!), i cui giovani si troverebbero esposti alla demoniaca influenza dei social media che li invitano a partecipare alla luccicante ed eterna festa della globalizzazione capitalistica. Questi intellettuali possono anche accettare, bontà loro, l’economia di mercato, purché ben temperata e attenta ai bisogni del “capitale umano”, ma insieme al Santissimo Papa Francesco e alla Guida Suprema Ali Khamenei essi gridano un forte e irremovibile NO alla società di mercato: si può essere così intellettualmente indigenti?

«Un’altra parte degli Iraniani, quella dei sobborghi, che ha come uniche certezze nella vita la religione e la povertà, è soggiogata dalla propaganda religiosa. Le moschee attirano giovani per arruolarli sin da piccoli nelle milizie irregolari con i loro bastoni da hooligan. Due facce così diverse dello stesso paese dove, per un giovane, non ci sono alternative ad un modello edonista e decadente oppure ad uno estremista e violento» (L. Tavi). Lo sviluppo ineguale del Capitalismo (su scala mondiale, nazionale e regionale) si presenta con aspetti particolarmente contraddittori, e persino paradossali, nei Paesi storicamente “ritardatari” che hanno alle spalle un lungo periodo di sfruttamento coloniale e imperialistico.

«Proibire l’inglese alle elementari, e magari anche gli hamburger e la coca cola. La reazione dei conservatori alle proteste di piazza si manifesta anche così, ma riapre la spaccatura fra ultrà e riformisti, con il presidente Hassan Rohani contrario alla nuova stretta e che anzi invita a capire i giovani, perché «pensano in maniera diversa» (G. Stabile, La Stampa). Anche la pizza, ci fa sapere Stabile, è stata “attenzionata” dai puristi iraniani, benché la nota prelibatezza italiana sia stata “reinventata” in salsa iraniana. Secondo il “moderato” e “riformista” Rohani l’inglese invece serve ai giovani iraniani per «trovare lavoro»: «Il governo accoglie le critiche e credo che tutti dovrebbero essere criticati, persino Maometto ha permesso alle persone di criticare. Il problema è la distanza tra noi e le nuove generazioni. La pensano diversamente sul mondo e sulla vita». Se non è un invito a bombardare il quartier generale, poco ci manca, e comunque la presa di posizione del Presidente iraniano ci dice quanto dura sia diventata la più che decennale lotta di potere al vertice del regime. E qui arriviamo agli eventi di questi giorni.

Violenta oppressione politica, ideologica e culturale (che tocca in primo luogo le donne e le minoranze religiose), alta disoccupazione giovanile (oltre il 26%), crescente inflazione (12,5%), carovita, crisi in alcuni comparti industriali, crescenti e vistosissime (soprattutto nei grandi centri urbani) diseguaglianze sociali, piccoli imprenditori e piccoli risparmiatori gettati sul lastrico dal fallimento di alcune finanziarie, oppressione etnica (azeri, curdi, armeni), centri urbani elefantiaci e zone rurali spopolate, una spesa militare sempre crescente in grado di supportare le aspirazioni di grande potenza regionale coltivate dal Paese (a discapito ovviamente delle condizioni di vita delle classi subalterne: «Occupatevi di noi, non della Siria!», gridano i manifestanti), un Capitalismo, gestito in gran parte dalla “casta” degli ayatollah e dai vertici dei Pasdaran, sempre più inefficiente e aperto alla corruzione sociale (una parte dello stesso proletariato iraniano è interessato al mantenimento della greppia clerico-statalista: il “clientelismo” non è un fenomeno esclusivo dell’Italia!), alto inquinamento in molte zone del Paese, e molto altro ancora: gli ingredienti della crisi sociale esplosiva in Iran ci sono tutti. E non si tratta certo di una condizione sociale prodottasi negli ultimi mesi o negli ultimi anni, tutt’altro. Né la crisi sociale in quel sensibilissimo quadrante geopolitico attraversa solo l’Iran, come ben dimostra il movimentismo politico che da parecchi mesi si segnala in Arabia Saudita, il nemico/concorrente numero.[1] Per non parlare della cosiddetta Primavera Araba del 2011. Le proteste contro il carovita che si stanno sviluppando in Tunisia in questi giorni certamente non sono di buon auspicio per i due regimi diversamente islamici.

«Il consenso verso il regime è, per molti versi, oggetto di uno scambio: finché gli ayatollah garantiscono buone condizioni di vita, i cittadini accettano obtorto collo di rinunciare alla propria libertà e adeguarsi alle censure del clero. Ma quando la borsa è vuota, il regime clericale viene messo in discussione. Le attuali proteste potrebbero quindi rivelarsi molto pericolose per il regime. […] Se la Rivoluzione verde del 2009 mirava a una svolta moderata del regime, ma non ad abbatterlo, queste proteste hanno un carattere maggiormente anti-establishment. Meno politicizzate e più spontanee delle precedenti, sembrano mancare nel proporre un’alternativa al regime, ma il loro carattere anarchico le rende imprevedibili. Il dissenso è un fenomeno carsico e tacitarlo per alcuni giorni, mesi, persino anni, non significa averlo sconfitto. Al di là del loro esito, queste proteste hanno segnato un passaggio di mentalità: se le immagini della guida suprema possono essere fatte a pezzi, vuol dire che anche il regime può cadere. Come ricordato da Kader Abdollah, scrittore e oppositore del regime, gli iraniani hanno compreso che il potere degli ayatollah non è eterno né inevitabile. Se vorrà conservarsi alla guida del paese, il clero dovrà andare incontro alle esigenze dei cittadini. La repressione e la censura autoritaria non sono più opzioni possibili» (East Journal). In ogni caso, il regime continua come e più di prima a usare il pugno di ferro, e sono quasi quattromila i manifestanti finiti in galera, per non parlare dei morti e dei feriti. Già si registrano diversi casi di “suicidio” (assistito?) nelle carceri, notoriamente luoghi di tortura, oltre che di infinito dolore.

È ovvio che nel mare della crisi sociale nuotano e prosperano i nemici interni ed esterni della Repubblica Islamica, ma non è certo con la chiave interpretativa dei nemici esterni (americani, sauditi, israeliani) che possiamo capire ciò che accade – e non da oggi – in quel Paese decisivo per gli assetti interimperialistici del Medio Oriente, e non solo di quell’area. A scadenza quasi decennale, i giovani iraniani scendono in strada per rivendicare la fine dell’oppressione esercitata sull’intera società dal regime dei mullah e migliori condizioni di vita, e puntualmente il regime risponde con la ben nota tattica che prevede l’uso della carota (vedi il “partito delle riforme”) e del bastone. Promesse e carcere. Ammiccamenti politici e pallottole “vaganti”. Celebrazione di “libere” elezioni e impiccagioni: anche chi è accusato di offendere in qualche modo Allah è meritevole di morte per «atti ostili contro Dio» (moharebeh). Il regime può anche contare sulla massa d’urto repressiva mobilitata dai Pasdaran (Basji) composta perlopiù da sottoproletari che per un tozzo di pane sono disposti a massacrare di botte chi gli capita a tiro durante le manifestazioni di piazza. «Dai Pasdaran dipendono i Bassij, una diramazione paramilitare molto numerosa nata negli anni 80 durante la guerra contro l’Iraq; si stima che il numero dei Bassij si aggiri intorno ai dieci milioni di iraniani sparsi su tutto il territorio nazionale. Per il reclutamento dei membri lo stato iraniano spende ogni anno centinaia di migliaia di dollari, certo di poter trovare adepti negli strati più poveri della popolazione, incentivati da offerte finanziarie e benefici, in cambio dell’arruolamento. I Bassij sono costituiti per lo più da giovani e il loro ruolo è quello di sopprimere e arginare il più possibile e dal basso, qualsiasi forma di rivolta nei confronti del regime; un altro importante ruolo che gli viene affidato è quello della propaganda e della conservazione di tutti quei valori religiosi e ideologici che fanno capo ai capisaldi del regime dei mullah» (East Journal). Dal loro canto, i Pasdaran oltre a rappresentare «da più di vent’anni la più grande forza economica iraniana, sono in prima linea per impedire che lavoratori e studenti possano riunirsi e discutere dei diritti che li riguardano e reprimono con violenza ogni minimo tentativo di dissenso nei confronti del regime» (E. J.). Tra l’altro, i pii e misericordiosi Guardiani della Rivoluzione gestiscono il traffico illegale dei prodotti di lusso occidentale che entrano di nascosto nel Paese e il cui giro d’affari pare ammontare a una cifra gigantesca: tre volte più grande della ricchezza generata dalle fondazioni legali. La massiccia violenza che i Pasdaran dispiegano contro i “nemici di Dio e dell’Iran” è adeguata agli interessi economici che essi difendono. Sarò pure un materialista volgare e determinista, ma io la penso così!

All’inizio delle proteste il “pragmatico” Presidente iraniano dichiarò che «le persone per le strade non chiedono pane e acqua, ma più libertà», rendendo così palese la guerra intestina che, come detto, da decenni travaglia il regime di Teheran. In realtà, oltre a «più libertà» i manifestanti chiedevano più generi di prima necessità e a più basso costo, e non a caso le manifestazioni sono comparse all’inizio (28 dicembre 2017) nelle aree economicamente più depresse del Paese, dove peraltro più forte è la presenza degli attivisti ultraconservatori. Pare che gli uomini legati all’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, colui che voleva cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente nonché acerrimo nemico dell’attuale Presidente, abbiano in qualche modo favorito la protesta, per evidenti fini strumentali, salvo poi esserne scavalcati. In ogni caso, Teheran li ha subito “attenzionati”, e lo stesso Ahmadinejad è finito definitivamente in disgrazia, seppellito sotto infamanti accuse di corruzione e abusi d’ogni tipo – non ancora di stampo sessuale: questo tipo di calunnie applicate al “pio” Ahmadinejad non sarebbero forse credibili.

Con il consueto tweet, il Presidente americano ha voluto sferrare un facilissimo attacco politico, non solo al regime iraniano, ma anche, se non soprattutto, agli “alleati” europei che intendono proseguire sulla strada del “negoziato diplomatico” tracciata dall’ex Presidente Obama nel 2015 (accordo di Losanna): «Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni, ha fame di cibo e libertà; insieme ai diritti umani, viene saccheggiata la ricchezza dell’Iran!». Anche dalle nostre parti c’è stato qualche idiota che ha caricato la responsabilità dei manifestanti uccisi in Iran solo sulla testa di Donald Trump, reo di essersi sfilato dall’accordo sul nucleare sottoscritto dal cosiddetto 5+1 sotto l’egida dell’Onu. Ovviamente Trump, nella sua qualità di Presidente della prima potenza imperialistica del mondo, ha tutto l’interesse nel gettare benzina sul fuoco del malcontento popolare che attraversa l’Iran, e ciò tanto più dopo il relativo insuccesso americano registrato in Iraq e in Siria, dove la Russia e appunto l’Iran hanno invece riscosso un indubbio successo politico-militare.

Ieri il Financial Times e il New York Times invitano il Presidente americano a una maggiore prudenza nelle sue esternazioni sui fatti iraniani, perché le sue invettive via Twitter potrebbero ricompattare il regime; e gli consigliano anche di non sfilarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, per rendere evidente agli occhi dell’opinione pubblica iraniana il fatto che la moratoria sulle sanzioni non dà alcun beneficio al popolo iraniano, mentre facilita l’investimento del regime in costosi armamenti. «Cinquantadue tra ufficiali militari statunitensi in pensione, membri del Congresso degli Stati Uniti, ex ambasciatori statunitensi, esperti statunitensi della sicurezza nazionale hanno firmato una lettera per sollecitare Trump a non mettere a repentaglio l’accordo con l’Iran» (NYT). Abbaiare furiosamente o tessere intorno al regime di Teheran una fitta rete diplomatica aspettando che la classe media iraniana prepari una seria alternativa in vista dell’auspicato regime change: qual è la tattica più produttiva per gli Stati Uniti? Certo non sarò io a dare buoni consigli! «Il capo della Casa Bianca vorrebbe uscire dall’accordo, in linea con le obiezioni avanzate anche da Israele, e le proteste iraniane dei giorni scorsi lo hanno incoraggiato a farlo; il segretario di Stato Tillerson, quello alla Difesa Mattis, e il consigliere per la Sicurezza nazionale McMaster ritengono che convenga salvarlo» (P. Mastrolilli, La Stampa). È probabile che alla fine anche Trump sarà della partita diplomatica, ma dopo aver chiarito che la Casa Bianca non dà nulla per scontato e che si aspetta dai negoziati risultati concreti – ovviamente dal punto di vista degli interessi americani, i quali sempre più spesso divergono dagli interessi degli “alleati” occidentali, e questo a prescindere da chi pro tempore veste la carica di Presidente degli Stati Uniti.

Il costo finanziario dei successi militari e politici di Russia e Iran è stato molto alto per entrambi i Paesi, e solo la relativa stabilità del prezzo del petrolio (intorno ai 50 dollari il barile) e del gas ha permesso, anche se solo in parte, di tamponare le falle finanziarie che si sono aperte nelle loro casse. L’Iran è impegnato pesantemente anche in Yemen, in una guerra sanguinosissima che ormai si protrae da molti anni e che, com’è noto, è alimentata anche dalle armi fabbricate in Italia: un fatturato tutt’altro che disprezzabile! Non bisogna poi sottovalutare il sostegno che Teheran offre a Hezbollah, «che è una milizia costosa, perché i miliziani Hezbollah sono pagati due volte di più di quanto Israele paga i beduini che lavorano per l’esercito; poi hanno tutta la struttura industriale militare, i missili balistici, ad esempio non li fabbricano, ma li importano dalla Corea del Nord; poi hanno la massa impiegatizia dei clerici ed anche loro sono molto costosi» (E. Luttwak, Notizie geopolitiche). Si segnala anche un crescente attivismo dell’Iran in Afghanistan, cosa che sta mettendo in allarme i pakistani e gli americani.[2]

Può, si chiede il citato Luttwak, un Paese che campa sostanzialmente di rendita petrolifera sostenere un così forte impegno militare e geopolitico? In effetti, un’economia ancora fortemente centrata sull’estrazione e la vendita di petrolio e gas rappresenta, al contempo, il punto di forza e il punto di debolezza dell’ambiziosissima potenza persiana.

L’innegabile sviluppo dell’industria metallurgica, dell’industria tessile e dell’edilizia che si è registrato negli ultimi tre decenni non è stato comunque tale da mutare la struttura del capitalismo iraniano, con ciò che ne segue sul piano degli equilibri politico-istituzionali del Paese. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale di qualche anno fa, il tasso di crescita del PIL iraniano si aggira intorno al 7,4%, ma al netto del settore petrolifero quel tasso precipita a un risicato 1%. Dati forniti dal Ministero degli Esteri del nostro Paese attestano questa struttura del PIL iraniano: «Il petrolio influisce per il 15% sul Prodotto Interno Lordo, il settore manifatturiero, quello edilizio e l’industria mineraria per il 23%, l’agricoltura per il 9%, mentre i servizi occupano il 53% del totale». Il maggiore importatore di prodotti iraniani è la Cina, ma per un valore totale molto modesto, soprattutto se posto in rapporto alle potenzialità industriali dell’Iran: appena 615 milioni di dollari. Proprio ieri l’Italia ha siglato un importante accordo con l’Iran: «Un’intesa che apre a garanzie sovrane da parte dell’Iran per finanziamenti fino a 5 miliardi di euro. I finanziamenti che seguiranno stanzieranno fondi per progetti e partnership in Iran, realizzati congiuntamente da imprese italiane ed iraniane, in settori di reciproco interesse, come ad esempio le infrastrutture e costruzioni, il settore petrolifero e del gas, la generazione di energia elettrica, le industrie chimica, petrolchimica e metallurgica. I due Ministeri [dell’economia] hanno sottolineato come l’accordo sia “un passo importante per il consolidamento della partnership economica e finanziaria tra i due Paesi, le cui origini vanno molto indietro nel tempo. L’obiettivo principale dell’accordo è quello di rafforzare il tessuto economico iraniano, in linea con gli obiettivi stabiliti dal Governo dell’Iran e con le legittime aspirazioni del popolo iraniano”» (La Repubblica). Le «legittime aspirazioni del popolo» sono costantemente in cima ai pensieri dei Governi di tutto il mondo! Troppo facile spiegare i rapporti tra gli Stati e gli affari tra le imprese dei vari Paesi del pianeta con la logica del potere sistemico e del profitto! Volevo fare dell’ironia: ci sono riuscito?

L’economia iraniana appare insomma sempre sul punto di decollare verso un grande boom (fattori di varia natura premono in quel senso)[3], ma diversi problemi strutturali e politici impediscono all’aereo di prendere il volo diretto ai piani alti del Capitalismo mondiale, una destinazione che pure sarebbe alla portata di un Paese che peraltro vanta un antichissimo e luminoso retaggio storico. Un punto molto debole di quell’economia è senz’altro la penuria di investimenti diretti esteri in Iran, che si spiega in larga parte con il ruolo di potenza regionale che il Paese vuole giocare a tutti i costi; una legittima aspirazione che lo porta sovente a cozzare contro gli interessi dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali. Beninteso, all’avviso di chi scrive quell’aspirazione è legittima allo stesso titolo delle aspirazioni dei Paesi concorrenti: dal punto di vista antimperialistico tutte le vacche capitalistiche, piccole o grandi che siano, appaiono nere e meritevoli di finire al macello della rivoluzione sociale. La quale, ahimè, non ne vuole sapere di apparire sulla scena della tragedia.

Pur con tutti i limiti qui sommariamente evidenziati, l’economia iraniana è molto integrata nella divisione internazionale del lavoro, e una sua più piena partecipazione alle dinamiche del mercato mondiale appare ormai come prossima. Salvo devastanti crisi politico-sociali, le quali d’altra parte trovano terreno fertile nell’attuale struttura capitalistica dell’Iran e negli assetti di potere che sono venuti fuori dalla cosiddetta Rivoluzione Islamica.

Scriveva tre anni fa Eugenio Fatigante sull’Avvenire a proposito della struttura economica del Capitalismo iraniano: «C’era una volta la Rivoluzione. Islamica e, sulla carta, socialista.[4] Come tutte le rivoluzioni, però, dello spirito del ’79 è rimasto ben poco nell’Iran di oggi. All’epoca dello Scià un centinaio di famiglie cortigiane dei Pahlevi controllavano l’80% dell’economia locale. Oggi più o meno la stessa percentuale è in mano al lato oscuro degli ayatollah e dei fedeli Guardiani della rivoluzione. Si chiamano Bonyad e sono il vero prodotto doc iraniano, quanto il caviale: un coacervo di religione e pragmatismo affaristico che controlla le leve del potere e il 60% della capitalizzazione della Borsa di Teheran. È la cosiddetta Pasdaran Economy, basata su un labirinto di Fondazioni (come tali esentasse) che negli anni han fatto man bassa dei beni della corona imperiale e delle famiglie benestanti: oggi è divenuto il loro patrimonio, che utilizzano per nuovi affari e per una rete fittissima di donazioni, posti di lavoro e sussidi, necessari per mantenere il potere con metodi clientelari e con un anomalo Welfare state».[5] Questo incredibile intreccio di interessi economici e politici ci fa capire quale è la posta in gioco in Iran e come sia difficile sostituire l’attuale regime con un altro di diverso orientamento politico-ideologico. Per quanto mi riguarda, un regime (capitalistico) vale l’altro, in Iran come nel resto del mondo, e personalmente trovo risibile ogni discorso circa la necessità di sostenere in quel Paese una “rivoluzione democratica e popolare” in attesa che maturino le condizioni per una rivoluzione sociale “pura”. Lascio ai teorici delle “doppie rivoluzioni” questi insulsi discorsi. Tutto invece lascia supporre che le classi subalterne verseranno ancora molto sangue per combattere guerre volute dai loro nemici di classe per difendere e possibilmente ampliare un potere che, come abbiamo visto, si fonda su enormi interessi economici.

2. Ieri

Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso vennero al pettine in Iran tutte le gigantesche contraddizioni e i fortissimi limiti di una “rivoluzione capitalistica dall’alto”, iniziata intorno al 1962 per impulso diretto del regime monarchico; una “Rivoluzione bianca” intesa a modernizzare il Paese a ritmi accelerati senza però troppo incrinare i vecchi assetti di potere (inclusa la preziosa funzione sociale svolta dal clero sciita, sebbene esso fosse stato pesantemente penalizzato sul terreno economico dalla riforma agraria) né mettere in discussione la collocazione geopolitica della moderna Persia, ormai da decenni saldamente ancorata all’Occidente.

Già negli anni Trenta lo Scià Reza Pahlavi aveva tentato una prima modernizzazione/laicizzazione forzata del Paese, espropriando le proprietà dei notabili Qajar e intaccando rapporti sociali feudali che arricchivano il clero sciita. Negli anni Cinquanta il Primo ministro Mohammad Mossadeq, il «nazionalista mistico», continuò l’opera di modernizzazione capitalistica attraverso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera allora controllata dalla Anglo-Persian Oil Company, cosa che gli valse l’ostilità del Regno Unito e degli Stati Uniti. La produzione e l’esportazione di petrolio crollarono immediatamente. Altre riforme politiche e sociali privarono il governo di Mossadeq dell’appoggio del clero sciita e delle componenti politico-sociali che in precedenza lo avevano sostenuto ma che dopo la nazionalizzazione del maggio ‘51 temevano una modernizzazione troppo spinta del Paese. Come conseguenza di un fallito colpo di Stato tentato il 16 agosto 1953 lo Scià Mohammad Reza Pahlavi fu costretto a fuggire dal paese e a riparare a Roma. Un secondo colpo di Stato, attuato tre giorni dopo, ebbe invece successo e mise fine alla breve ma intensa stagione riformista di Mossadeq; il nuovo governo presieduto dal generale Zahedi sottoscrisse un accordo con le principali compagnie petrolifere del tempo (Consorzio delle Compagnie petrolifere: le mitiche Sette sorelle), accordo che sradicò il precedente monopolio della Anglo-Persian Oil Company. Lo Scià ritornò dall’esilio e affidò a uno Stato totalitario e potentemente centralizzato l’opera di svecchiamento definitivo del Paese. Entrambi i colpi di Stato del 1953 furono chiaramente voluti e sostenuti da Washington, che tra l’altro approfittò dell’”aiuto fraterno” offerto a Londra per prenderne il posto come prima potenza imperialista in Iran e in tutto il Medio Oriente. Mai fidarsi degli “aiuti fraterni”!

La società iraniana uscì letteralmente sconvolta dalla seconda “rivoluzione”, soprattutto a causa della riforma agraria varata nel 1963, la quale allontanò dalle campagne milioni di contadini poveri che si riversarono nei centri urbani del Paese per formarvi un esercito industriale a disposizione delle necessità dell’industrializzazione e della stessa urbanizzazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta il 60% della popolazione viveva nella campagna iraniana. Il 15 giugno del ’63 l’esercito iraniano fece fuoco con obici e mitragliatrici sui manifestanti che chiedevano pane e lavoro, uccidendone più di 4.000.

Le città si riempirono a un ritmo vertiginoso di milioni di ex contadini, soprattutto giovani, che non riuscivano a trovare un impiego e che solo nelle “caritatevoli” organizzazioni religiose riuscivano a trovare un qualche conforto materiale e spirituale. Il controllo sociale, com’è noto, ha mille volti, compreso quello barbuto del Misericordioso Mullah. Inutile dire che l’ingerenza della “mano pubblica” nella sfera economica creò una diffusissima rete di corruzione sociale, la quale venne usata dai mullah per esacerbare il rancore degli strati più poveri del proletariato in chiave antimonarchica.

A capodanno del 1978 il Presidente americano Jimmy Carter ebbe l’ardire di dichiarare durante il tradizionale brindisi di fine anno offerto dallo Scià che l’Iran rappresentava un modello di stabilità per tutto il Medio Oriente. Chissà cosa pensò di quelle parole un Pavone ormai ampiamente spennacchiato e prossimo alla fuga più vergognosa. Nel febbraio del 1979, quando la radicalizzazione dello scontro sociale divenne inarrestabile (già ad agosto del ’78 lo Scià fu costretto a promettere «elezioni libere» per il giugno dell’anno successivo), anche i partiti laici, e persino l’Amministrazione americana, si convinsero che puntare sul cavallo chiamato Khomeini fosse la sola opzione possibile per tenere sotto controllo una società in preda a convulsioni e a tensioni di estrema gravità, tali da far temere alle forze antimonarchiche un esito autenticamente rivoluzionario della crisi. La fugace apparizione sulla scena politica del Paese di Sciapur Bakhtiar, dimessosi precipitosamente dal governo all’arrivo trionfale di Khomeini dall’esilio francese, dimostrò che non era possibile una soluzione “convenzionale” (di stampo occidentale) della crisi generale che investiva l’Iran. È anche bene ricordare come solo nel 1978, dinanzi al dilagare delle manifestazioni, l’alto clero sciita iniziò a staccarsi definitivamente dal regime monarchico, dopo averlo supportato più o meno apertamente per decenni e aver contribuito per secoli alla passività delle classi subalterne.

La cosiddetta “rivoluzione islamica” del febbraio 1979 parve insomma surrogare/prevenire una potenziale rivoluzione sociale – resa peraltro impossibile dall’assenza in Iran, come peraltro ovunque nel mondo, di soggetti politici autenticamente rivoluzionari in grado di avere una certa influenza almeno su una parte del proletariato urbano e dei contadini poveri, allora molto numerosi in quel Paese. Ben presto il clero sciita si autonomizzò nei confronti del blocco “laico-socialista” che si era illuso di poter governare il Paese senza la sua ingerenza politica, e prese nelle proprie mani tutte le leve del potere (economico, politico, ideologico), schiacciando brutalmente i partiti che per decenni avevano combattuto il regime di Reza Phalavi. «Khomeini non è un uomo politico: non ci sarà un partito di Khomeini, non ci sarà un governo di Khomeini. Khomeini è il punto di incontro di una volontà collettiva»: così si era espresso Michel Foucault. Sappiamo com’è andata a finire. Come recita il Corano, «L’ipotesi illusoria non fa le veci della verità».[6] Verità che nel caso di specie si “declina” in termini rigorosamente classisti, al netto della fuffa ideologica dai contorni pseudo religiosi che l’avvolge. Che una repressione violentissima volta a ripristinare l’ordine sociale assuma l’aspetto di una “rivoluzione” (ancorché Islamica) è un falso paradosso che può stupire solo chi non ha chiara la natura sociale degli eventi che si dipanano sotto i suoi occhi. Noi italiani non parliamo forse, mutatis mutandis, di “Rivoluzione Fascista”?

Le organizzazioni di estrema sinistra presenti in Iran inquadrarono gli avvenimenti che scuotevano il Paese all’interno dello schema, ormai storicamente superato, della rivoluzione democratica e antimperialista, dimostrando così la loro estraneità a un’autentica posizione anticapitalista. Per quanto strutturalmente ancora debole e legato a doppio filo all’imperialismo occidentale, il capitalismo si era ormai radicato in profondità nel Paese, mettendo definitivamente in crisi i vecchi rapporti sociali basati sulla rendita fondiaria. L’Iran del 1979 non era la Russia del 1917, né la funzione dello Scià era assimilabile a quella dello Zar. Rimanendo nel quadro delle cose contingentemente possibili, in quel Paese non c’era all’ordine del giorno una rivoluzione democratico-nazionale, ma una modernizzazione capitalistica che permettesse al Paese di superare le vecchie e le nuove contraddizioni. Investire anche solo una parte della borghesia iraniana (e del clero sciita!) di una seppur residuale «missione storica progressiva» non solo era infondato sul piano dell’analisi storica, ma soprattutto creava le premesse per una totale subordinazione delle presunte forze rivoluzionarie agli interessi dello status quo sociale. Scenario che infatti si realizzò. La sanguinosa repressione che colpì quelle forze rese evidente la loro incapacità di analisi, incapacità che aveva creato in esse illusioni davvero risibili ma pienamente conformi alla loro ideologia piccolo borghese.

È un fatto che le preziose energie che il proletariato iraniano seppe dispiegare nel biennio 78-79 non ottennero l’effetto di creare un terreno fertile all’autonomia di classe, con la formazione di organismi politici, sindacali e culturali legati agli interessi immediati e strategici delle classi subalterne. Quelle energie andarono disperse o, peggio ancora, furono usate dalle forze della conservazione sociale, non importa se in guisa laica o clericale. Ma ciò testimoniò anche, se non soprattutto, la debolezza politica e sociale del proletariato mondiale, completamente assente sulla scena storica grazie soprattutto al nefasto lavoro dello stalinismo internazionale.

Dal canto loro i partiti antimonarchici che si contendevano la leadership politica del Paese cercarono di usare i “rivoluzionari” come massa d’urto da lanciare contro il vecchio regime ma badando che il movimento sociale rimanesse sui binari di un mero cambiamento di regime politico, che alla fine ci fu. Insomma, solo il clero sciita si dimostrò all’altezza della situazione, dimostrando ancora una volta come la necessità storica spesso lavori con grande creatività politica e ideologica.

Sviluppo “ordinato” dell’economia, forte e capillare controllo sociale, proiezione del Paese nello scenario internazionale, conquista della leadership in Medio Oriente: dalla fine della guerra con l’Iraq (1980-1988) la “democrazia confessionale” degli ayatollah ha cercato di perseguire tutti questi obiettivi. Lungi dal ripristinare i vecchi rapporti sociali, impresa d’altra parte impossibile, il clero sciita si è posto al servizio dello sviluppo capitalistico del Paese, nei modi più conformi al suo nuovo assetto politico-istituzionale e alla sua nuova collocazione nello scacchiere imperialistico. C’è da dire, per concludere, che cacciati dal Paese gli assistenti americani, l’industria petrolifera iraniana si rivolse soprattutto al Giappone, alla Germania e all’Italia per ricevere gli aiuti indispensabili per riavviare la produzione e riprendere le esportazioni di greggio. L’aiuto arrivò, e ciò mise l’Iran nelle condizioni di portare avanti la lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iraq, Paese sostenuto dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Detto en passant, la guerra Iran-Iraq favorì la strana alleanza di fatto tra Iran e Israele, entrambi interessati a frenare le ambizioni del blocco sunnita.

[1] «Oggi per la prima volta le donne saranno ammesse negli stadi in Arabia Saudita. La notizia viene riportata da Arab News» (Ansa). Una notizia davvero epocale! Ho la pelle d’oca! Scherzo, ovviamente. D’altra parte tutto è relativo, come diceva quello. «La decisione era stata annunciata lo scorso 29 ottobre, nell’ambito del processo di riforme avviate dal giovane principe ereditario Muhammad ben Salman».
[2] «L’obiettivo dell’Iran in Afghanistan, sostengono diversi analisti, è contare sempre di più, mantenendo il governo afghano debole, in due modi: aumentando la sua influenza nelle province occidentali afghane, vicine al suo confine, come Farah e Herat; e sostenendo i talebani, che si oppongono anche alla presenza in Afghanistan degli americani e dello Stato Islamico, entrambi nemici dell’Iran. In questo senso è difficile dire se e quanto l’uccisione di Mansour abbia indebolito gli interessi iraniani in Afghanistan. Certamente l’Iran ha perso un importante interlocutore, ma il successore di Mansour, Hibatullah Akhundzada, non ha mostrato finora di avere intenzione di rompere i legami con il governo iraniano. Di certo c’è che l’atteggiamento futuro del Pakistan verso i talebani, e la collaborazione tra il governo pakistano e americano, saranno elementi che condizioneranno il tentativo dell’Iran di farsi largo in Afghanistan» (Il Post).
[3] «La composizione demografica della popolazione, l’alto livello di alfabetizzazione e istruzione (più del 60% degli abitanti ha meno di 30 anni), la posizione geografica strategica (crocevia tra oriente e occidente), e la presenza di una rete sufficientemente sviluppata di infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni, sono ulteriori punti di forza del contesto economico iraniano» (Ministero degli Esteri Italiano).
[4] Ovviamente Fatigante quando scrive «socialismo» intende in realtà parlare del Capitalismo di Stato in salsa iraniana promesso quarant’anni fa dal misericordioso clero sciita alle masse diseredate del Paese. Sul “socialismo islamico” avevano nutrito molte – e pietose – illusioni anche gli stalinisti del Tudeh prima che finissero sotto il tallone di ferro della Repubblica Islamica. Ecco ad esempio ciò che dichiarò a un settimane statunitense un dirigente di quel partito per spiegare l’appoggio accordato dai “comunisti” iraniani all’idea avanzata da Khomeini di creare un Consiglio della rivoluzione islamica:  «La religione sciita ha radici democratiche ed è sempre stata legata alle forze popolari nazionali anti-imperialiste. Credo che non ci sia differenza fondamentale tra il socialismo scientifico e il contenuto sociale dell’Islam. Al contrario ci sono molti punti comuni». Ricordo che nelle tempestose giornate del ’79 iraniano anche molti “comunisti” italiani si produssero in stravaganti ipotesi circa la possibilità di mettere insieme l’islamismo sciita (la «religione degli oppressi») e il “marxismo” (la “coscienza degli oppressi”). C’è anche da dire che nei confronti della parola consiglio (Soviet della rivoluzione islamica!) molti “comunisti” manifestano un alto tasso di feticismo, confermando la tesi di chi sostiene la natura magica di certe parole per certe persone.
[5] Un’inchiesta del 2013 della Reuters ha fatto luce sulla Setad, il mega-colosso finanziario iraniano, controllato direttamente dalla Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. «L’immagine al Paese e al mondo è quella sobria, ma la Guida suprema della Repubblica Islamica controlla un impero economico da 95 miliardi di dollari, oltre 70 miliardi di euro, una cifra ben superiore alle esportazioni petrolifere annuali dell’Iran. Nata per fini caritatevoli, nel corso del tempo la società Setad avrebbe cambiato volto, diventando il braccio armato dei vertici dell’Iran e gonfiandosi di partecipazioni private e pubbliche nei settori più delicati anche dal punto di vista geopolitico» (formiche.net).
[6] Allora avevo diciassette anni e le notizie che venivano dall’Iran mi riempivano di entusiasmo “rivoluzionario”; quando poi Khomeini ordinò alle milizie sciite di regolare i conti con gli ex alleati appartenenti alle diverse tendenze politiche antimonarchiche ci rimasi davvero male. Ricordo che un giorno il mio professore di religione, peraltro persona simpaticissima (in pagella mi dava il massimo dei voti!), mi avvicinò lentamente come un serpente per sussurrarmi all’orecchio la seguente velenosa frase: «Sebastiano, devi rassegnarti, le rivoluzioni vanno a finire tutte così, cioè male». Non seppi come replicare e mi nascosi dietro un sorriso di circostanza. Solo qualche mese dopo fui comunque in grado di impartirgli una circostanziata ricostruzione storico-politica degli eventi iraniani che metteva in luce la vera natura sociale della cosiddetta Rivoluzione Islamica. «Sebastiano», obiettò il prete professore, «non mi hai affatto convinto». E mi prestò un libro il cui autore cercava di mettere insieme religione e marxismo. «Dimmi che ne pensi». Lo lessi e scoprii la fulminante frase che mi portò sul campo del “marxismo”: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Grazie, Padre Papotto!

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TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

UN’UMANITÁ GASATA

La prima vittima di una guerra è sempre la verità: ciò è stato vero in passato e lo è soprattutto oggi, in un’epoca in cui le guerre nemmeno si dichiarano, e che quando si “fanno” (magari “per procura”), spesso vengono definite “umanitarie” da chi ha interesse a promuoverle. Anche oggi qualcuno viene e ricordarcelo: «Ognuno si difende come può, ben sapendo che la prima della vittima di una guerra è sempre la verità». Così scrive oggi Alberto Negri su Il Sole 24 Ore commentando l’ennesima strage siriana. Ma c’è una verità ben più profonda, che non spetta certo agli analisti di geopolitica e ai politici che amministrano la nostra esistenza mettere in luce, che orienta la mia valutazione anche per ciò che riguarda l’episodio bellico di ieri: la natura sociale del conflitto siriano.

Un massacro in più o in meno non può certo cambiare il mio giudizio sul regime siriano e, soprattutto, su ciò che ho definito il Sistema Mondiale del Terrore, concetto che spiega anche la strage di San Pietroburgo. A suo tempo anche Giulio Regeni sperimentò la crudeltà di questo mostruoso sistema terroristico che sfrutta e uccide; tutti i Paesi del pianeta ne sono parte organica, sebbene a vario titolo e con diverso peso specifico. Anche il concetto di Imperialismo va benissimo per orientarci nel caos: grandi e piccoli imperialismi si contendono la torta del Potere (economico e geopolitico); ognuno vuole la propria fetta, anche piccola, a volte piccolissima, e sono disposti a prenderla con tutti i mezzi a disposizione. E noi, i “civili”, siamo continuamente esposti alla fenomenologia di questa guerra sistemica, che a volte reclama vittime in carne ed ossa, in Siria come in Russia, in Turchia come in Francia. Come ho scritto qualche tempo fa, siamo tutti vittime e ostaggi del Sistema Mondiale del Terrore, o Capitalismo mondiale che dir si voglia.

«L’umanità è morta oggi in Siria», ha detto ieri Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. La verità è che l’umanità muore tutti i santi giorni, ovunque nel mondo.

Ecco perché non ho bisogno di aspettare inchieste internazionali di qualche tipo (l’ONU non è che un «covo di briganti»), volte a stabilire chi ieri ha usato il gas nervino Sarin contro i civili siriani (come nell’agosto 2013: oltre 1500 morti), per schierarmi contro tutte le parti in conflitto: contro il macellaio/chimico di Damasco Bashar Assad (peraltro degno figlio di cotanto padre) e i suoi alleati, Russia e Iran in primis (con la Cina che non gli fa mancare il suo sostegno politico); e contro chi lo combatte con gli stessi mezzi non certo per far trionfare la causa della libertà, della giustizia e dei “diritti umani”, bensì per i già menzionati interessi di potere, all’interno della Siria e in tutta la regione mediorientale. E qui chiamo in causa l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Turchia, l’Arabia Saudita. L’elenco è lungo, da una parte e dall’altra, e qualche Paese può dunque essermi sfuggito. Tuttavia non commetterò il grave errore di non citare l’Italia tra le piccole/medie potenze regionali da sempre interessate a raccogliere bottino in Nord’Africa (vedi Libia) e in Medio Oriente.

Quella che va in scena ormai da sei anni in Siria non è «una guerra sporca», come dicono taluni sinistrorsi che si nascondono dietro la complessità geopolitica del conflitto forse perché si vergognano di sostenere apertamente il regime di Assad e i Paesi che lo puntellano (per quanto tempo ancora?); si tratta invece, e mi scuso per la ripetizione, di una guerra per il Potere, un Potere che si “declina” nei tradizionali termini capitalistici. Punto. Su un’analisi più dettagliata del conflitto siriano rimando ai tanti post pubblicati sul Blog – e raccolti nel PDF La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

Scrive su Repubblica Vittorio Zucconi, dopo aver denunciato il prepotente ritorno alla moda della «“Realpolitik” cara ai Kissinger e ai Nixon (e nel nostro piccolo agli Andreotti)»: «Sulle doppie rovine della dottrina del “cambio di regime” cara a Bush e poi della “primavera araba” coltivata da Obama e da Hillary Clinton, si rialza trionfante il cinico realismo». Ma cinico – cioè disumano – è il Sistema Mondiale del Terrore in quanto tale, e lo è stato sempre, anche quando andava di moda la geopolitica cosiddetta “idealista” che tanto piace a Zucconi e ai suoi amici progressisti.

Confesso a chi legge queste modeste riflessioni che ciò che oggi mi irrita è soprattutto la consapevolezza che la mia “denuncia” non salverà un solo bambino, un solo vecchio, una sola donna, un solo uomo, in Siria e altrove. Dare voce all’impotenza delle classi subalterne non è certo gratificante.

TUTTO IL MALE DEL MONDO

Quale verità per Giulio Regeni?

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«Il suo volto così come restituito dall’Egitto era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Sul suo viso ho visto tutto il male del mondo che si è riversato su di lui» (Paola Regeni).

Ho appena finito di leggere un interessante e istruttivo articolo di Alberto Negri dedicato alla «storia ignobile di Giulio Regeni», pubblicato il 31 marzo dal Sole 24 Ore. Istruttivo soprattutto per quel che riguarda la “fenomenologia” politico-diplomatica dell’imperialismo nostrano. Eccone un’ampia sintesi:

«Regeni è stato ammazzato probabilmente dalla polizia egiziana, che fosse italiano è secondario: lavorava per un’istituzione accademica britannica, aspetto importante che però non è così decisivo. La polizia ha l’ordine di tenere d’occhio gli stranieri che ficcano il naso negli affari interni: per sostituire l’islamismo serve un nazionalismo ferreo, implacabile, anche stupido, esercitato in ogni direzione. Il sistema conta più delle persone o dobbiamo ricordare tutti i morti. L’Italia è stato il primo governo in Europa a sdoganare il generale golpista. Consegnando il corpo e facendo fuori quattro criminali da strapazzo, Al Sisi pensava di chiudere il caso: un “incidente” che ha coinvolto il cittadino di un Paese sempre pronto a corteggiarlo pur di fare affari, non diversamente peraltro da russi e francesi che vendono caccia e incrociatori. Loro, peraltro, sono anche suoi alleati in Cirenaica, in contrasto evidente con i nostri interessi in Tripolitania. I misteri? Ce ne sono ma non così fitti. Il più evidente è perché abbiano gettato il cadavere in un fosso quando anche i più stupidi tra “i bravi ragazzi” l’avrebbero occultato sotto tre metri di cemento. La scena è questa: Al Sisi avrà chiesto a un suo sottopancia perché un ministro italiano dell’Economia invece di parlare con lui solo di affari avesse chiesto dove fosse finito un suo connazionale. I raìs non gradiscono imprevisti. Il capo si è inferocito e scendendo per i rami gerarchici e dell’apparato di sicurezza gli autori dell’omicidio, impauriti, si sono liberati in giornata del cadavere pensando di simulare un incidente. Perché questa era la prima versione con cui speravano di cavarsela con il Capo, non con noi che per loro non contiamo nulla. Da qui è partita una sequela di errori e giustificazioni. Persino il Capo nell’intervista procurata a un giornale italiano cerca di accreditare la teoria del complotto: un sabotaggio agli affari dell’Eni. Musica per noi giornalisti che sulle dietrologie non ci batte nessuno. Ma questa è una storia sbagliata, dove la sorte terribile di una vittima ingigantisce l’infamia e la stupidità dei suoi assassini. E ora cerchiamo “soddisfazione” da chi non può darcela, tentando di montare un intrigo internazionale perché non sappiamo cosa fare. Fateci caso. I due marò, Regeni, la Libia di Gheddafi: siamo diventati i campioni delle fregature, noi, il Paese dei furbetti. Di Regeni in molti dissero, prima di correggere il tiro con la consueta eleganza, che forse non doveva ficcare il naso tra gli operai e i sindacati, ora è diventato un eroe “italiano”, la maschera sanguinante dove nascondere le nostre meschinità e indecisioni. È questa, come cantava Guccini, la piccola storia ignobile del nostro Paese e gli altri la conoscono bene. Cambiarla dipende da noi, non dal generale Al Sisi».

Cambiare la «piccola storia ignobile del nostro Paese»? Io mi chiamo fuori! Personalmente sono attratto da cambiamenti assai più epocali e utopistici: il realismo, come sa il lettore avvezzo a questo Blog, non è mai stato il mio forte e comunque lo lascio volentieri nelle mani di chi ama «il nostro Paese», non importa se “declinato” da “destra” o da “sinistra”. Il «nostro Paese» colleziona “brutte figure” in giro per il mondo? Benissimo! Mille di queste “brutte figure”! Faccio del disfattismo antinazionale? Mi pare oltremodo ovvio. «Vedremo se il governo Renzi, davanti a questo caso politico-diplomatico gravissimo, inalbererà l’orgoglio tricolore come per i due marò sotto processo in India, oppure si comporterà in maniera codarda col pretesto della “realpolitik”» (CampoAntimperialista). Ecco, il mio punto di vista antinazionale si colloca su un terreno “dottrinario” e politico affatto diverso, più precisamente: opposto da quello che ha fatto germogliare la perla “Antimperialista” appena citata. Nella mitica e fatidica “Notte di Sigonella”* Bettino Craxi mostrò coraggio dinanzi agli arroganti alleati americani, e gli “antimperialisti” dell’epoca si produssero in un miserabile (quanto non sorprendente) applauso di approvazione nei confronti di un Premier decisionista che era riuscito a inalberare l’orgoglio tricolore mille volte maltrattato; allora come oggi la natura “antimperialista” di certi “antimperialisti” è piuttosto sospetta, diciamo. A volte l’”antimperialismo” ama mostrarsi con il volto del nazionalismo più ottuso: misteri della “dialettica”!

C’è un modo rapido e “dignitoso” per venire fuori dal cul de sac politico-diplomatico nel quale si è cacciata la relazione speciale italo-egiziana? «Come può difendere la propria dignità un paese come l’Italia? Continuando a insistere per ottenere verità e giustizia, senza abbandonare i propri interessi» (Il Foglio). Dello stesso avviso è ovviamente Paolo Scaroni, vicepresidente della banca Rotschild ed ex amministratore delegato di Enel ed Eni, grande conoscitore del Medio Oriente e sostenitore della divisione della Libia nelle tre storiche “macroregioni” (Cirenaica, Tripolitania, Fezzan) poi accorpate violentemente dall’Italia fascista nel 1934 – naturalmente la Tripolitania dovrebbe essere di nostra competenza. «Faccio solo due osservazioni. Mi sembra un po’ presto per tirare le conclusioni della vicenda Regeni. Primo, dobbiamo essere vigili ed esser certi di non essere presi in giro, per rispetto della famiglia e per la nostra stessa dignità nazionale. Le conclusioni vanno tirate quando sarà chiaro se hanno voglia di darci una risposta seria o meno. Secondo, il maggior interesse al gas di Zohr non è dell’Eni o dell’Italia ma dell’Egitto stesso, che ne ha un bisogno disperato. Con lo sviluppo di quel giacimento, il Cairo tornerà infatti a essere autosufficiente. Per questo vanno valutate reazioni intempestive, che invece di punire il colpevole, finiscano per penalizzare la parte sbagliata» (Il Corriere della Sera).

Ora, per come la vedo io è proprio la logica «del nostro Paese», della «nostra dignità nazionale», degli «interessi nazionali» (logica da estendersi a tutti i Paesi del mondo) che ci tiene inchiodati ideologicamente e psicologicamente alla croce di questa ignobile società mondiale che ci espone a ogni sorta di trattamento disumano e a ogni tipo di pericolo: non siamo sicuri nemmeno quando aspettiamo o prendiamo un mezzo di trasporto, o quando ci concediamo un momento di relax secondo il nostro insuperabile “stile di vita” – oggi preso di mira dal “nichilismo islamico”. Ogni luogo di ritrovo è diventato parte del fronte bellico. Figuriamoci cosa può capitare a chi si mette in testa la bizzarra idea di «ficcare il naso tra gli operai e i sindacati» di un altro Paese!

Ieri il Premier Renzi ha ribadito un concetto che corrisponde agli interessi attuali e alle preoccupazioni** dell’imperialismo italiano: è sbagliato sostenere che siamo in guerra contro il Califfato Nero, perché la guerra la fanno gli Stati; si tratta piuttosto di una lotta al terrorismo che va approcciata secondo criteri adeguati alla natura del problema. Sulla guerra sistemica in corso rimando al mio ultimo post e agli altri post dedicati al tema. Il punto decisivo che ho cercato di mettere in luce in questi post è il carattere necessariamente aggressivo, competitivo, violento, terroristico, in una sola parola disumano della vigente società mondiale, e questo tanto in regime di “pace” quanto in regime di “guerra guerreggiata” – la quale rivela il vero volto del Moloch che ci sovrasta.

A parer mio, fino a quando le classi subalterne continueranno a ragionare secondo la logica delle classi dominanti (ossia in termini di «dignità nazionale», di «interessi del Paese» e via dicendo) non c’è nemmeno da ipotizzare la possibilità di un futuro assetto umano della nostra esistenza, e ogni ulteriore peggioramento della nostra condizione non è solo possibile, ma è altamente probabile. In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema.

Chiedere “giustizia” per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica «del mio Paese» e della «dignità nazionale». Tanto per cominciare.

Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una “Verità per Giulio” assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: chiamasi “effetto collaterale”. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno “problematica”, e tuttavia…

 

* «Era ancora un’Italia che non si era scrollata completamente di dosso la ferita dell’8 settembre ‘43 quella che si presentava armata nella notte del 10 ottobre 1985 sulla pista della base Nato di Sigonella. Ma i carabinieri al comando del generale Bisognero (padre dell’attuale ambasciatore italiano a Washington) che presidiavano il Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro non si sarebbero opposti con tanta fermezza alla Delta Force americana senza una catena di comando unitaria e una guida politica inflessibile, quella di Bettino Craxi, che li guidò in quelle difficili ore restituendo quell’onore perso in guerra quarant’anni prima davanti agli occhi del mondo» (G. Pelosi, Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015).

** «Il formidabile caos libico ci riguarda sempre più da vicino perché l’Italia nei mesi scorsi si era offerta per un ruolo guida che aveva perduto nell’ex colonia con la caduta di Gheddafi nel 2011. Fu la più grave e sostanziale débâcle della nostra politica estera dalla fine della seconda guerra mondiale. Adesso, come recuperare la Libia?» (Il sole 24 Ore, 2 aprile 2016). «Siamo tutti alleati qui in Occidente, ma definirci amici a volte è un po’ azzardato. In compenso siamo sicuramente concorrenti, al punto che in ogni vicenda oscura, a torto o a ragione, vediamo sullo sfondo, nell’ombra, l’artiglio di interessi economici inconfessabili: non è così anche per il caso Regeni?» (A. Negri, Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2016).

L’ECONOMIA E IL MONDO SECONDO YANIS VAROUFAKIS

shooty_greeceQualche giorno fa il Premier greco Alexis Tsipras ha detto che «potrebbe ricorrere ad un referendum popolare sulla permanenza della Grecia nell’area euro se i paesi creditori continueranno a fare richieste che il governo ritiene inaccettabili» (Reuters). Già lo scorso marzo, in una dichiarazione al Corriere della Sera poi da lui stesso smentita, il Ministro delle Finanze Yanis Varoufakis aveva adombrato questa possibilità. «Se la soluzione va oltre il nostro mandato, non avrò il diritto di violarlo, quindi la soluzione dovrà essere approvata dai greci”», ha detto Tsipras a Star tv. Della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti. I funerali democratici del “popolo sovrano” saranno celebrati tra qualche mese? Difficile dirlo. Intanto il Premier greco conferma la sua «piena fiducia» al suo Ministro delle Finanze, il quale com’è noto gode di pessima reputazione tra i suoi colleghi europei. «Yanis Varoufakis è un grande asset per il governo greco», ha dichiarato l’altro ieri Tsipras nello stesso momento in cui provvedeva a “commissariarlo” mettendolo in regime di “amministrazione controllata”. Ma molti esperti di cose greche sostengono che si tratti dell’ennesima manfrina informata dalla “filosofia” del rinvio che sembra ispirare la leadership di Syriza: «Dobbiamo evitare il panico. Chi si spaventa in questo gioco perde» (Tsipras). E qui sembra affacciarsi la Teoria dei giochi che tanto affascina il reietto  – o spauracchio, o eroe: punti di vista – Ministro delle Finanze della malmessa Grecia.

Nel suo ultimo libro (dal titolo assai “materialista”: È l’economia che cambia il mondo, Rizzoli), il già evocato «marxista irregolare» cerca di spiegare alla figlia adolescente della compagna (la quale tanta invidia sociale sta suscitando fra i declassati ellenici) la genesi dell’attuale “bizzarra” distribuzione della ricchezza nel mondo e le cause strutturali della crisi che attanaglia soprattutto l’Occidente. Dalla invenzione dell’agricoltura nella Mezzaluna Fertile («poco meno di 12.000 anni fa») ai nostri giorni, passando per la Rivoluzione Industriale («che non fa che aumentare la concentrazione di potere e denaro in poche mani») e la Seconda Guerra mondiale («Quanto più rare erano le sigarette in relazione agli altri beni, tanto maggiore era il loro valore di scambio e quindi gli acquisti che consentivano di fare. Dopo ogni bombardamento il loro valore di scambio arrivava alle stelle»); dal primo accumulo di surplus alimentare agli albori della storia umana, all’attuale condizione che ci vede ballare «sull’orlo della catastrofe ecologica». Diciamo che l’affascinante marxista ha voluto approcciare la scottante questione sociale da una prospettiva storica di ampio respiro (forse seguendo anche le orme di Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond), e ciò non può che meritare da parte di chi scrive un plauso – per quel nulla che vale, si capisce.

Anche se, a onor del vero, l’inizio del breve saggio ricorda quell’approccio naturalistico-robinsoniano che a suo tempo Marx rimproverò all’economia politica borghese giunta nella sua fase volgare (“post-classica”). Un solo esempio: «Il mercato esisteva anche quando vivevamo sugli alberi, prima che comparisse l’agricoltura. Quando uno dei nostri progenitori offriva una banana chiedendo in cambio una mela, si realizzava una forma di scambio; uno scambio rudimentale, certo, in un cui il prezzo di una mela equivaleva a quello di una banana e viceversa». Per Varoufakis, quindi, qualsiasi forma di scambio di beni fra umani realizza ipso facto un mercato, ancorché primitivo, all’interno del quale si confrontano non solo beni diversi, ma anche prezzi diversi, e quindi merci diverse – perché il prezzo presuppone, oltre al valore d’uso, il valore di scambio, e questo a sua volta presuppone una certa “tipologia” di lavoro umano («quello che si manifesta in valori di scambio e non in meri valori d’uso», per dirla con l’autore del Capitale*), e via di seguito; presuppone, insomma, un lungo processo storico-sociale che per venir condensato in poche righe ha bisogno di una grande padronanza della materia da parte di chi si cimenta nella benemerita quanto ardua impresa.

«Ho sempre pensato che, se non riesci a spiegare le grandi questioni economiche in un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti, vuol dire semplicemente che non le hai capite». Ma la comprensibilità del linguaggio non deve darsi a spese della verità.  Ed è proprio questo il punto da chiarire: qual è la verità del Capitalismo secondo Varoufakis? Il lettore che la sa più lunga di chi scrive quanto a materialismo storico potrebbe a questo punto potrebbe rispondere che la prassi governativa del Greco, tutta spesa sull’altare degli interessi nazionali del suo Paese, ci fornisce la risposta più veritiera; e avrebbe ragione. Ciò però non ci impedisce di svolgere qualche altra riflessione.

Il pensiero economico borghese non può non considerare le venerabili categorie economiche sub specie aeternitatis. L’autore dice di voler usare «un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti», e questo gli fa certamente onore; ma qui non si opina sulla forma, ma sulla sostanza dei concetti che si intendono comunicare. Il limite della semplificazione, superato il quale si scade nella piatta volgarizzazione, è la verità storica e sociale dei concetti che usiamo per comunicare idee di una certa complessità.  Portare il mercato e il prezzo sugli alberi dei nostri ancora troppo pelosi progenitori mi sembra un tantino eccessivo. «Non so se l’hai notato, ma nella società in cui viviamo c’è la tendenza a identificare i beni con le merci», osserva giustamente Varoufakis; salvo poi collaborare egli stesso alla maligna tendenza! Caro Yanis (mi sia consentita questa confidenza), portare il prezzo sugli alberi non ci aiuta a svelare «il rapporto sociale nascosto sotto il velo delle cose» (Marx).

Forse il marxista greco intende comunicare agli adolescenti e agli adulti che il problema non sta tanto nel mercato, nella forma-prezzo, nel denaro e via di seguito, ma nell’uso che l’uomo del XXI secolo fa di questi strumenti, i quali dovrebbero servirlo, anziché asservirlo, come non smette di ricordarci il Santissimo Padre, ultima parola del progressismo mondiale. E l’errore teorico di fondo, come ho altre volte scritto scopiazzando malamente il Vangelo marxiano, sta proprio qui, ossia nel credere, feticisticamente, che con il mercato, con il prezzo, con il denaro ecc. abbiamo a che fare con delle mere tecnologie economiche socialmente neutre, le quali possono essere usate in vista del bene come in vista del male: toccherebbe a noi decidere verso quale direzione piegarne l’uso. Invece le categorie economiche qui brevemente considerate esprimono in primo luogo una peculiare formazione storico-sociale: quella capitalistica, appunto.

Alcune perle di saggezza tratte sempre dal libro qui preso di mira: «Noi umani ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi, di mercati impersonali e disumani» (e via con le consuete citazioni letterarie e cinematografiche: dal Frankenstein di Mary Shelley, «allegoria della tendenza delle società di mercato a utilizzare la tecnologia per renderci schiavi», all’Iliade, dall’amatissimo Matrix, «l’evoluzione estrema di ciò che pensava il più conosciuto rivoluzionario del XIX secolo, Karl Marx», a Tempi moderni, da Blade Runner a Terminator); «L’Europa ha smarrito la sua anima. Abbiamo prestato più attenzione alla finanza che alla democrazia» (come se «l’anima» dell’Europa fosse stata, nell’ultimo secolo e mezzo, la democrazia – borghese – e non invece il Capitale!**); «È incredibile la facilità con cui tendiamo a considerare “logica”, ”naturale” e “giusta” la distribuzione della ricchezza, specialmente se ci favorisce. Non cedere mai alla tentazione di accettare una spiegazione logica per le disuguaglianze che finora, da ragazza che sei, hai ritenuto inaccettabili». Insomma, rifiutiamo la pillola azzurra che ci offrono i “poteri forti” e ingoiamo la pillola rossa del «pensiero critico» che ci aiuta a «non accettare mai nulla solo perché ti hanno detto di farlo». Come si fa a non essere d’accordo con quest’ultimo consiglio: bravo Yanis! A me la pillola rossa, presto! Altro che «incompetente, dilettante, perditempo e venditore di fumo», come dicono di te i tuoi colleghi ministri dell’Unione Europea a trazione tedesca! È tutta invidia, eroico Yanis, non mollare! Wolfgang Schaeuble chi molla!

Un solo appunto: da marxista – ancorché cool ed erratico – quale indubbiamente sei non dovresti concentrarti soprattutto sulla ricchezza sociale in quanto tale, ossia nella sua vigente forma capitalistica, anziché martellare ossessivamente sulla sua distribuzione (la quale, come sai meglio di me, è necessariamente e indissolubilmente connessa al rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che rende possibile la creazione di quella ricchezza storicamente determinata)?  Non dovresti tentare di spiegare, sempre nella tua qualità di marxista e con il linguaggio semplice che padroneggi a meraviglia, quanto avviene nella sfera della circolazione a partire dalle contraddizioni che minano sempre di nuovo la salute dell’accumulazione capitalistica (vedi alla voce Le alterne vicende del saggio del profitto), e che, ad esempio, sollecitano la moltiplicazione delle attività speculative e l’espansione parossistica del credito così da forzare sempre di nuovo i limiti della «domanda in grado di pagare» (si spera!)? Non dovresti insomma, far capire, servendoti della fenomenologia del dominio capitalistico (diseguaglianze, inquinamento, razzismo ecc.), che il problema risiede nell’essenza capitalistica della cosa che cerchiamo di padroneggiare con la testa, e non tanto – non solo – sulle contraddizioni immanenti alla cosa stessa?

Mi scuso per il “tu” e per le antipatiche domande, le quali probabilmente sorvolano sull’eccellente intenzione dell’autore di rendere accessibile la «merda economica» anche agli adolescenti. Fatta la doverosa autocritica, ripristino la distanza.

Come usciamo dalla disumanità dei “mercati”? È presto detto: occorre rifiutare «la menzogna e l’inganno in cui vivono tutti coloro che credono a quel che dicono i manuali degli economisti, gli analisti “seri”, la Commissione europea, i pubblicitari di successo». Nel mio infinitamente piccolo, io aggiungerei alla lista delle menzogne e degli inganni i luoghi comuni venduti a prezzi stracciati (siamo anche in deflazione ideologica!) alle classi subalterne da chi intende salvare il Capitalismo da se stesso (voglio «consentire al lettore di vedere la crisi con occhi diversi e di capire le vere ragioni per cui i governi si rifiutano caparbiamente di prendere le decisioni che porterebbero alla liberazione delle nostre società, in Europa, in Grecia e in tutto il mondo»: ma liberazione da cosa?), attraverso robuste (e dolorose?) iniezioni di “economia reale”, di statalismo e di egualitarismo («le banche sono parassitarie per antonomasia mentre lo Stato ha il ruolo indispensabile di stabilizzatore»), e magari invita il “popolo sovrano” a «scegliere democraticamente» fra la padella e la brace, fra la moneta unica europea e la divisa nazionale, fra la Germania e la Russia, fra europeismo e nazionalismo, fra i sacrifici declinati “da destra” e i sacrifici declinati “da sinistra”, e via di seguito con le odiose alternative del Dominio che siamo costretti a sorbirci dalla mattina alla sera.

Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro: così recita il sottotitolo del libro di Varoufakis. Se non capiamo che è la stessa radice della disuguaglianza che va recisa una volta per tutte ho l’impressione che per l’uomo in quanto uomo, che per quella vita autenticamente umana che anche l’autore dice di volere non ci sia alcun futuro.

«Tutto il giorno ci affanniamo per ottenere cose che in realtà neanche vogliamo e di cui non abbiamo bisogno, solo perché la Matrix del marketing e della pubblicità è riuscita a proiettarle nelle nostre teste». Non so perché, ma considerata in alcuni contesti concettuali la parola testa evoca in me l’esperienza giacobina. Certo, mutatis mutandis. E difatti, finisco questo post abbozzando la seguente ( e abbastanza stiracchiata, lo ammetto) “utopia negativa”: non avendo trovato, dopo aver lungamente cercato, «la Matrix del marketing e della pubblicità», alcuni Sapienti pensarono che fosse venuto il momento di prendere in seria considerazione l’idea di mondare in qualche modo le teste più compromesse con il Male – leggi: con il Finanzcapitalismo globalizzato. Naturalmente questa confessata forzatura non intende in alcun modo riferirsi al nostro amico greco, sulla cui bontà d’animo sono pronto a giurare; essa vuole piuttosto suggerire al lettore l’idea che una radicalità mal concepita non raramente indirizza la teoria e la prassi su sentieri molto scivolosi. Diciamo così. Per adesso metto un punto, ripromettendomi di ritornare in modo più puntuale e argomentato sul libro di Varoufakis, di cui ho letto solo alcune pagine accessibili sul Web.

Finisco con un’ultima suggestione, a proposito di teste da redimere (magari usando un’accetta bene affilata) e di fondamentalismo mercatista. Da qualche parte ho letto: «L’Islam non permette l’uscita del fedele dalla comunità dei credenti». Il Capitalismo pure.

* «Il prezzo è l’espressione monetaria del valore relativo di un prodotto», ma d’altra parte «La moneta non è una cosa, è un rapporto sociale» (K. Marx, Miseria della filosofia, pp. 119-149, Opere, VI, Editori Riuniti, 1973).

** A questa scuola di pensiero “diversamente europeista” appartiene anche Slavoj Žižek (e Toni Negri?), il quale in una interessante intervista rilasciata a Der Spiegel il 14 marzo si è definito un «Esponente dell’estrema sinistra eurocentrica». Cerchiamo di capire meglio il senso di questa “scandalosa” autorappresentazione: «Io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio». Sarebbe a dire? «L’eredità dell’illuminismo»: «La Cina, Singapore, India e – più vicino a casa nostra – la Turchia non fanno ben sperare per il futuro. Io credo che il capitalismo moderno si è evoluto in una direzione in cui funziona meglio senza istruiti democratici. L’aumento negli ultimi dieci anni del cosiddetto capitalismo con i valori asiatici solleva in ogni caso dubbi e domande: che cosa succede se è il capitalismo autoritario sul modello cinese, e non la democrazia liberale, come la intendiamo noi, a guidare lo sviluppo economico? […] Molti mi considerano come un pazzo marxista, in attesa della fina dei tempi. Posso essere molto eccentrico, ma non sono un pazzo. Sono un comunista in mancanza di meglio, disperato per lo stato dell’Europa. Un anno e mezzo fa ero in Corea del Sud e ho tenuto conferenze sulla crisi del capitalismo globale, il solito blah, blah, blah, insomma. Il pubblico si mise a ridere e alcuni mi interruppero: “Di cosa stai parlando? Guarda noi (Cina, Corea del Sud, Singapore, Vietnam): proponiamo una economia che va abbastanza bene. Allora, chi è in crisi? Distingui! La tua Europa occidentale è in crisi, più precisamente, alcune regioni di essa”. C’è una parte di verità in questa reazione. Perché noi europei viviamo la nostra situazione come una crisi in piena regola? Credo perché riteniamo che in crisi non è solo il capitalismo, ma il futuro della nostra democrazia occidentale. All’orizzonte, qualcosa di oscuro si forma, le prime tempeste di vento ci hanno già raggiunto. Mentre non sono uno dei migliori amici di Jürgen Habermas, su questo punto sono pienamente d’accordo con lui. Dovremmo essere più sensibili che mai sulla necessità di difendere il progetto dell’Illuminismo europeo. Solo con esso è possibile immaginare i contorni del cambiamento, rendere fattibile questo cambiamento».

Ora, ha ancora un significato, anche solo di carattere residuale, difendere «l’eredità dell’Illuminismo» nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutti e su tutto? E se sì, in quali termini e in vista di che cosa? E soprattutto: chi deve difendere il «progetto dell’Illuminismo»: le “avanguardie rivoluzionarie”? il proletariato? la “moltitudine”? gli intellettuali? le Università occidentali? gli Stati europei (in competizione sistemica col resto del mondo)? le istituzioni sovranazionali europee? Chi? Secondo Žižek «La responsabilità di numerosi insuccessi dell’Europa ricade sull’inerzia del continente». Si tratta di capire di quale Europa si parla e in che termini dovremmo reagire alla «nostra inerzia». Spero di poter tornare presto anche su questo importante e complesso tema, le cui scottanti implicazioni politiche certo non sfuggono al lettore di questo blog.

Aggiunta del 5 maggio

Ho letto il libro di Yanis Varoufakis qui criticato, e debbo dire in tutta onestà (intellettuale!) che il giudizio formulato nel post sulla scorta di poche pagine di quel saggio ne esce confermato e rafforzato. L’idea che mi sono fatta è questa: l’autore, che si sforza di spiegare con un linguaggio semplice e accattivante la genesi del moderno Capitalismo (ribadisco: intenzione assai pregevole), vuole il mercato ma non il mercato capitalistico “selvaggio”, vuole il capitale ma non i capitalisti spregiudicati e “irresponsabili”, vuole il sistema bancario ma non i banchieri, vuole il denaro ma non le “magagne” economiche, sociali ed esistenziali che esso necessariamente genera sempre di nuovo. Lo so, state pensando alla dottrina dei lati (buoni/cattivi) criticata a suo tempo da Marx: «Il movimento dialettico proprio di Proudhon è la distinzione dogmatica del bene e del male. […] Siamo ormai al punto che il lato buono di un rapporto economico è sempre quello che afferma l’eguaglianza; il lato cattivo è quello che la nega e che afferma l’ineguaglianza. […] I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia, pp. 175-181-185).

Anche per quanto riguarda l’impianto “filosofico” che ispira È l’economia che cambia il mondo credo che le mie intuizioni escano confermate: si tratta di un illuminismo di stampo “giacobino” che forse merita il noto detto: la prima volta come tragedia, la seconda

Ecco alcuni passi tratti dal libro:

«Il sistema bancario, ossia la radice del male». […] Di norma, lo Stato dovrebbe salvare le banche (in effetti, è molto importante che non chiudano, perché non si perdano i depositi dei cittadini e non crolli il sistema dei pagamenti, che costituisce il nerbo del sistema circolatorio dell’economia), ma non i banchieri. La cosa giusta da fare sarebbe mandarli a casa, risanare le banche e, dopo, se lo Stato non desidera tenerle, rivenderle a nuovi proprietari, i quali però devono sapere che, nel caso in cui provocassero una nuova bancarotta, le perderebbero. Purtroppo, la maggior parte delle volte i politici che salvano le banche salvano anche i banchieri… con denaro che viene sottratto ai cittadini più poveri. In cambio di questo trattamento amichevole, i banchieri ne finanziano le campagne elettorali. Il risultato è una relazione un po’ troppo “intima” tra politici e banchieri. […] La ragione per cui il denaro non può che essere politico, e la sua quantità non può che essere manovrata da qualche autorità statale, è che solo in questo modo può esistere una flebile speranza (nessuna certezza, certo) di trovare una rotta che eviti da un lato la Scilla delle bolle del debito e dello sviluppo non sostenibile e, dall’altro, la Cariddi della deflazione e della crisi. E dal momento che gli inevitabili interventi sul denaro pubblico sono per definizione politici (visto che influenzano diversi settori e classi sociali), la nostra unica speranza per una gestione «sopportabile» del denaro è il suo controllo democratico da parte di coloro che lo gestiscono per conto della società».

Prima Varoufakis aveva scritto: «In parole povere: senza la violenza dello Stato l’esistenza stessa del guadagno privato e dell’economia di mercato sarebbe stata impossibile». Non c’è dubbio, e nel capitolo 24 del libro primo del Capitale (La cosiddetta sacculazione originaria) Marx ha ben illustrato il ruolo che la violenza dello Stato ebbe nella genesi del moderno Capitalismo. Ma la cosa è nel frattempo radicalmente mutata? Qual è la funzione dello Stato nel Capitalismo del XXI secolo?

«La verità è che noi umani siamo diventati schiavi delle macchine che abbiamo inventato perché fossero a nostra disposizione. La verità è che, invece di essere i mercati a servirci, ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi di mercati impersonali e disumani». Di qui, l’urgenza di lottare per mercati con caratteristiche umane. Scherzo!

C’è da dire che Varoufakis non parla mai di capitalisti (nel senso marxiano di detentori di capitali), ma piuttosto di «imprenditori», di «potenti» di «ricchi» (forse per non spaventare gli adolescenti…): «La ricchezza veniva prodotta collettivamente (dai lavoratori, dagli inventori, dai funzionari pubblici e dagli imprenditori)  ma si concentrava solo nelle loro mani», nelle mani appunto dei «potenti, e in particolare dei banchieri». Egli non smette mai di sottolineare il «forte cinismo da parte dei padroni del denaro privato, i banchieri», i quali sono «gli astuti avvoltoi del sistema finanziario». Insomma, la punta della sua critica è sempre puntata contro i detentori privati del capitale finanziario, e non contro il Capitale (considerato nelle sue diverse fenomenologie: merce, denaro, tecnologia, salario) come rapporto sociale – di dominio e di sfruttamento. E questo in piena armonia con la filosofia ultrareazionaria dei ceti produttivi cara anche ai “comunisti” italiani da Togliatti in poi. Miseria di quella filosofia!

L’ANSCHLUSS DI VLADIMIRO GIACCHÉ

Fußball-Weltmeisterschaft, Spiel DDR-BRDVladimiro Giacché non vuole gettare, insieme all’acqua sporca degli «indirizzi sbagliati di politica economica» elaborati e praticati dalla leadership della defunta Rdt, il bambino del «sistema economico socialista» dell’ex Germania dell’Est: è sostanzialmente questa l’intenzione ideologica che sorregge il suo libro sull’unificazione tedesca dall’evocativo titolo Anschluss. L’annessione – Imprimatur, 2014.

Scrive Giacché: «Gli indirizzi sbagliati di politica economica ebbero un grande peso nel determinare la crisi degli ultimi anni della Rdt. Essi non possono essere dedotti in quanto tali dal sistema economico. […] Politica è, in ultima analisi, la crisi della Rdt». Come ho scritto su un recente post, l’intellettuale italiano è tentato di declinare ogni cosa nei termini del primato della politica.

Scrive l’economista: «Va qui riaffermata una verità molto semplice, che soltanto un fondamentalismo di mercato come quello in auge in questi ultimi anni poteva far dimenticare: una qualificata presenza dello Stato nell’economia nei settori strategici per orientare lo sviluppo, può essere economicamente più produttiva e meno dispendiosa di uno stato a cui è lasciato il compito di raccogliere i cocci dei fallimenti del mercato». Ora, può un anticapitalista incallito come il sottoscritto battersi per «una qualificata presenza dello Stato (borghese: mi scuso per l’antipatica sottigliezza dottrinaria) nell’economia»? Non so il lettore, ma personalmente sarei tentato di rispondere, più che con un forte No!, con una gigantesca risata. Ma la mia risata non è in grado di seppellire nemmeno una mosca (magari cocchiera) di questo sciagurato mondo.

«La storia raccontata in queste pagine insegna che il mercato puro non esiste. Insegna che il mercato è un luogo di rapporti di forza. E che pensare che le istituzioni pubbliche possano o addirittura debbano ritirarsi completamente da esso rappresenta una pericolosa mistificazione». A mio modesto avviso «una pericolosa mistificazione» è quella messa in campo da chi si sforza, nonostante tutto, di presentare come «socialista» il regime della Rdt (e degli altri «Paesi fratelli»). Della serie, il lupo azzoppato dalla caduta del Muro di Berlino perde il pelo ma non il vizio. E ovviamente ultrareazionaria mi appare l’operazione tesa a legittimare agli occhi delle classi subalterne «le istituzioni pubbliche» (borghesi).

Sulle orme della vulgata veterostalinista (che tanto deve anche al «socialismo di Stato» di Lassalle), Giacché confonde il Capitalismo di Stato, con tanto di pianificazione centralizzata, con il Socialismo, e perciò dà per assolutamente scontata la natura socialista di quel sistema, che intende appunto sottrarre all’oblio e alla denigrazione. Un’operazione che considero ultrareazionaria, sotto ogni rispetto. Per me, infatti, il «socialismo reale» del XX Secolo (e quello «con caratteristiche cinesi» del XXI) ha rappresentato la più grande menzogna mai confezionata dalla classe dominante di questo pianeta ai danni dei dominati, i quali si sono visti sequestrare anche la possibilità di una futura emancipazione: «Se il socialismo è quello, forse conviene tenerci il capitalismo!» Magari con qualche correzione keynesiana…

Ma senza esagerare: a furia di correzioni lo Stato si espande e il “socialismo” uscito dalla porta rientra alla chetichella dalla finestra. È quello che, ad esempio, accadde in Italia tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, allorché il grande capitale industriale si trovò in larga parte (intorno all’80%) nelle mani dello Stato, in modo diretto o indiretto. E difatti, allora molti economisti e politici parlavano dell’economia italiana come di un’economia «praticamente socialista». Scommetto che a Giacché quel modello di Capitalismo non dispiaccia affatto. Ma non divaghiamo!

dhm_farbe_fuer_die_republik_traktoristin_580x237«L’ideale della completa e inostacolata libertà delle forze di mercato non è soltanto un’utopia: tradotto in pratica, esso finisce necessariamente per coincidere con la proverbiale “libera volpe in libero pollaio”». Non basta “lasciar fare al mercato” per avere efficienza economica, sviluppo ed equità sociale». Qui il Nostro non fa che ripetere la nota posizione keynesiana intorno alla fallimentare «economia tradizionale» basata sulla filosofia del laissez faire. Certo, dalla sua prospettiva, assimilabile a quella dei tanti economisti che, bontà loro, vogliono salvare il Capitalismo dalle sue stesse magagne, repetita iuvant.

Per capire il tipo di “socialismo” che Giacché ha in testa, è sufficiente leggere quanto segue: «Per quanto riguarda il sistema economico, le tesi, formulate nel 1946 da un esponente di primo piano della Sed quale Anton Ackermann , di una “particolare versione tedesca del socialismo”, furono presto accantonate e l’economia tedesco-orientale fu riorganizzata adottando il modello sovietico, che prevedeva una rigida centralizzazione economica e direzione amministrativa dell’economia. […] Il sistema [proposto da Ackermann] avrebbe dovuto basarsi su misure oggettive dei prezzi (per poter determinare valori, profitti e perdite); ma nell’economia socialista della Rdt i prezzi erano fissati in maniera amministrativa e arbitraria, e non fondati su rapporti di mercato di domanda e offerta: e quindi non rappresentavano un metro di misura affidabile». Le tesi di Ackermann furono rigettate dalla leadership tedesco-orientale e per Giacché si trattò di un errore.

Ed errato, sempre secondo l’autore di Anschluss, fu anche il modello di Welfare costruito nella Germania dell’Est, il quale alla fine portò a un calo dell’accumulazione e a un restringimento degli investimenti produttivi nel settore manifatturiero, con relativa obsolescenza tecnologica di gran parte delle imprese tedesco-orientali. La cosa mi fa pensare al mantra delle «riforme strutturali» e dei «compiti a casa» di moda in Europa ai nostri critici tempi.

Al contempo, «Si ebbe una crescita ininterrotta nel bilancio dello Stato del peso dei prezzi sovvenzionati, che giunsero a pesare per il 30 per cento del totale nel 1988. Queste sovvenzioni a un certo punto non poterono più essere finanziati con i profitti delle imprese statali e costrinsero lo Stato a un sempre maggiore indebitamento. […] La Rdt stava vivendo “al di sopra delle sue possibilità”: lo stesso Honecker lo ammetterà, e proprio con queste parole. Ma lo farà troppo tardi. […] Il più importante tentativo di riforma del sistema economico della Rdt fu effettuato nei primi anni Sessanta e trovò il sostegno di Walter Ulbricht, allora segretario della Sed. Il “Nuovo sistema economico di pianificazione dell’economia” [aveva] l’intento di “trasformare il sistema prevalentemente amministrativo di pianificazione e direzione in un sistema prevalentemente economico, in un’economia orientata al profitto e alla redditività”». A quanto pare, anche questo tentativo “riformista” non sortirà un apprezzabile successo.

La tesi, insomma, è che allora nella “socialista” Rdt si confrontarono due ipotesi di «via nazionale al socialismo»: una che propugnava un “socialismo” altamente competitivo e dinamico (alla “tedesca”, un po’ sul modello cinese del cosiddetto «socialismo di mercato»), l’altra che sosteneva l’idea di un “socialismo” scarsamente competitivo e dinamico, ma in compenso molto burocratico e “amministrato” – sul modello appunto del Capitalismo di Stato, pardon: del “socialismo” di matrice stalinista. Vinse la seconda ipotesi, e per il “socialismo” con caratteristiche tedesco-orientali non fu un buon affare. Detto en passant, per Giacché concetti quali «valori, profitti e perdite» non solo non contraddicono il carattere socialista di un’economia, ma nel caso della Rdt proprio la prassi fondata su quei concetti avrebbe potuto fare del “socialismo” tedesco-orientale un modello di successo. D’altra parte, il «socialismo con caratteristiche cinesi» non dimostra forse la possibilità di costruire su questa terra un vincente «socialismo di mercato»?

03-ostalgie-culture-dall-oblio-di-un-sogno-interrottoIl profitto socialista può far inorridire solo un dottrinario dilettante della mia fatta, non certo l’economista che indaga la struttura economica delle società con il massimo rigore scientifico. Ciò comunque non mi impedisce di pensare che il «controllo e direzione sociale dell’economia» immaginato da Giacché non è meno reazionario e respingente «dell’ideologia del mercato salvifico e in grado di autocorreggersi»: ideologia statalista (non importa qui se gabellata in guisa “socialista” o keynesiana) e ideologia liberista non sono che le facce della stessa capitalistica medaglia. Ho sempre invitato i miei colleghi proletari a non impiccarsi politicamente e ideologicamente a uno dei due rami del cattivo albero. Invano!

Per Giacché, nonostante tutte le sue debolezze strutturali, in parte causate dagli errori della sua leadership politica, e le contraddizioni della sua società, la Rdt era ben lungi dall’assomigliare a quell’immagine di nazione fallita che la propaganda occidentale cercò di accreditare alla fine degli anni Ottanta, per i motivi imperialistici che non hanno bisogno di dettagliate spiegazioni. Di qui, penso, il concetto di Anschluss, di annessione, preferito a quello di Riunificazione. Mi si permetta di svolgere la seguente conclusiva riflessione.

Esattamente come la Germania dell’Ovest, la Germania dell’Est fu una pedina importantissima del sistema imperialista incentrato sulle due note superpotenze venuto fuori dal secondo macello mondiale. Prescindere da questo dato di fatto significa precludersi la possibilità di cogliere l’essenza degli avvenimenti che porteranno alla riunificazione tedesca e allo sfaldamento del polo imperialistico dominato dall’Unione Sovietica, la cui debolezza strutturale (alludo alla sua economia, assimilabile a quella dei Paesi in via di sviluppo centrata sull’esportazione di materie prime) fu alla base della sua sconfitta nella cosiddetta Guerra Fredda.

Scrive Carlo  Jean nel suo Manuale di geopolitica (Laterza, 2003): «La disgregazione dell’impero interno ed esterno dell’URSS al termine della Terza guerra mondiale (la guerra fredda) è stata il frutto della maggiore efficienza del liberalismo sul capitalismo di Stato». Al netto di ciò che possiamo dire sul concetto di «liberalismo» applicato all’imperialismo cosiddetto occidentale, qui almeno si ha la decenza di non scomodare il “socialismo”, ancorché “reale”: chapeau!

Lungi dall’essere il «servo sciocco» dell’Occidente, secondo l’opinione dei nipotini di Stalin e di Mao colpiti in pieno dalle macerie del famigerato Muro, Michail Gorbaciov incarnò quasi plasticamente la fase terminale di una crisi sistemica iniziata in tutto il blocco “socialista” già alla fine degli anni Sessanta. Agli inizi degli anni Ottanta apparve chiaro a tutti gli analisti (a esclusione naturalmente dei filosovietici ad oltranza o “kabulisti” che dir si voglia) fino a che punto il Comecon dipendesse dall’intervento finanziario della Germania occidentale. La dipendenza finanziaria di Mosca da Bonn crebbe ulteriormente in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan e alle cosiddette Guerre Stellari inaugurate dagli Stati Uniti di Ronald Reagan. La crisi polacca fu solo l’inizio dell’inevitabile tracollo.

L’Ostpolitik non ebbe altro significato se non quello di esprimere la progressiva penetrazione commerciale e finanziaria del capitale tedesco nell’Europa dell’Est, che Bonn si guardò bene dal portare fino alle estreme conseguenze politiche per non alterare gli equilibri geopolitici che comunque avevano consentito al Paese di svilupparsi partendo da una situazione a dir poco catastrofica.

Peraltro, Giacché si mostra assai indulgente con l’opera di spoliazione imperialistica praticata dalla Russia di Stalin ai danni della Germania orientale che in parte spiega, come lui stesso afferma, l’insuccesso della Rdt, giustificandola soprattutto con i venti milioni di morti russi patiti dall’Unione Sovietica nel corso della Seconda guerra mondiale.

Evidentemente anche su questa guerra, definita dalla propaganda dei vincitori «Guerra di Liberazione dal nazifascismo», egli coltiva un’idea completamente opposta alla mia.

A mio parare, avendo avuto la Seconda guerra mondiale una natura imperialista esattamente come la Prima, la responsabilità del sangue versato su ogni parte del gigantesco fronte bellico (l’intero pianeta) va caricato sulle spalle di tutte le nazioni coinvolte nella carneficina. Nella fattispecie, l’alto numero dei morti russi non si spiega solo con la micidiale volontà espansiva del Terzo Reich Tedesco, ma anche, almeno per chi scrive, con l’altrettanto micidiale volontà della nazione russa, ossia del Capitalismo-Imperialismo russo, di non cedere un solo millimetro di territorio al nemico – ex alleato strategico contro le «plutodemocrazie del corrotto Occidente» prima della proditoria Operazione Barbarossa. Intendiamoci, una volontà del tutto legittima sul terreno degli interessi capitalistici, e proprio per questo da respingere “senza se e senza ma” sul terreno degli interessi dei proletari, i quali, come diceva l’internazionalista di Treviri, non hanno patria (soprattutto se sedicente socialista) ma tutto un mondo da conquistare. Si chiama «disfattismo rivoluzionario», un atteggiamento giustamente bollato dalle classi dominanti come «tradimento dei sacri interessi nazionali» e per questo fatto oggetto della mira dei plotoni di esecuzione. Su questo aspetto della faccenda rinvio al breve post Uomini come carbone.

a (12)Per chiarire il mio punto di vista sull’esportazione del “socialismo” sui cingoli dei carri armati sovietici, e così illuminare meglio la critica svolta sopra, può essere di qualche utilità quanto scrivevo nel post George Orwell e il ventre dello stalinismo:

«Lo stalinismo non fu una forma imperfetta o degenerata di comunismo, quanto piuttosto un’assoluta negazione – nella teoria e nella prassi – di quest’ultimo. Come ho scritto altrove, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali. Il Professor Sabino Cassese, ieri ospite della “rossa” sacerdotessa di Otto e mezzo, tra le tante sciocchezze ammannite al pubblico televisivo (“Dal 1848 a oggi quasi l’intero Manifesto comunista di Marx ed Engels è stato realizzato”) ha pure proferito la seguente perla storiografica: «Il comunismo sovietico fu una versione asiatica e zarista del comunismo marxista». Solo l’altra ospite, la “comunista” Luciana Castellina, è riuscita a superare l’Emerito in fatto di baggianate. E anche questo suona tutt’altro che strano alle mie orecchie. Trattasi dei “bassifondi mentali”, per dirla con Orwell, dell’italico “comunismo”. […]

Lo stalinismo come espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura): questa, in estrema sintesi, è la tesi antistalinista che da sempre sostengo contro il partito del “socialismo reale” e contro il partito del Libro nero del comunismo. Inutile dire che per me quei due partiti non sono che le facce della stessa escrementizia medaglia».

Sulla mia interpretazione della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre rimando a Lo scoglio e il mare.

LA POLITICA ESTERA DI EMMA BONINO

107139321-586x389Oggi Il Foglio di Giuliano Ferrara se la prende con «il bluff dei furbetti che fanno gli interventisti con i droni degli altri»: «Prendere una posizione senza prendere nessuna posizione. Non avere una linea e poi fingere di averne una solidissima. Sostenere i diritti umani e fischiettare di fronte alla violazione dei diritti umani. Promuovere la necessaria unità dell’Europa e poi romperne l’unità. Declinare l’atlantismo per una vita e poi fare gli atlantisti con i droni degli altri. Da qualsiasi punto di vista la si voglia osservare, la decisione del governo italiano, e del ministro degli Esteri Emma Bonino, di non intervenire in Siria, di subordinare l’azione militare al sì delle Nazioni Unite, di non mettere a disposizione le proprie basi militari, di rimanere neutrali di fronte alla scelta di agire in Siria per fermare il massacro portato avanti dal presidente Assad non è soltanto un bluff strategico, ma è anche un formidabile suicidio politico».

In realtà si tratta della tradizionale politica estera italiana, soprattutto per ciò che concerne l’area geopolitica che va dai Balcani al Maghreb, passando per il Medio Oriente; politica che ha come obiettivo quello di far sedere il Paese al tavolo dei vincitori con il minimo investimento economico, politico e militare possibile. In quell’area il Bel Paese sa di poter recitare un ruolo relativamente autonomo, anche in diretta concorrenza con gli “alleati” francesi e inglesi, come ha dimostrato ampiamente la crisi libica, e per questo esso strizza l’occhio alla Germania, la quale oggi è poco interessata a un intervento “umanitario” il cui esito è tutt’altro che scontato. Che poi l’obiettivo venga effettivamente centrato, questo naturalmente è tutto da verificare.

Ma sbaglia, e non poco, chi appiattisce la politica estera italiana su quella americana, manifestando peraltro una posizione sovranista (di “dignità nazionale”) che la dice lunga sulla natura politica di un certo pacifismo e di un certo “antimperialismo”, riconducibili, più o meno direttamente, al vecchio antiamericanismo di matrice terzomondista e/o stalinista. Ricordo benissimo le scene di giubilo che ebbero come protagonisti i “pacifisti” e i “comunisti” italiani la notte in cui a Sigonella (ottobre 1985) il cinghialone Craxi osò dire NO! agli americani. Un’ondata di “dignità nazionale” percorse allora tutto il Paese, irritando non poco (ma solo metaforicamente, sia chiaro!) i miei organi riproduttivi.

Per quanto mi riguarda, in quanto proletario critico-radicale “basato” in Italia, il nemico principale da prendere di mira è sempre e comunque l’imperialismo italiano. È da questa peculiare prospettiva politica che invito i miei interlocutori ad analizzare la geopolitica mondiale, i conflitti interimperialistici, le crisi “umanitarie”, per non rimanere schiacciati sotto il peso dell’Imperialismo mondiale e degli interessi nazionali.

Picture0204Che Emma Bonino si muova nel solco della tradizionale politica estera italiana, quella che da leader radicale ha sempre stigmatizzato per un eccesso di disinvolto opportunismo, può sorprendere solo chi è abituato a scrutare la superficie della società, a chi ferma lo sguardo sui movimenti politico-ideologici che la rigano, mostrando così di non possedere la chiave per decifrarne il senso profondo. Come sanno bene anche i realisti geopolitici, la politica estera italiana, esattamente come quella di ogni altro Paese, è innanzitutto scritta dagli interessi strategici del Paese, e ai leader politici che si alternano al potere spetta il compito di saperli difendere e promuovere facendo i conti con la situazione concreta con cui di volta in volta essi sono chiamati a confrontarsi.

Per questo a mio avviso è importante ricondurre le contraddizioni, reali o apparenti, che si riscontrano nella politica estera italiana all’interno della cornice interpretativa appena abbozzata – che merita ovviamente una più approfondita trattazione –, per non smarrire il senso profondo che informa quella politica.

L’ONORE DI MISERABILANDIA E IL CANONE CAPITALISTICO

aberlusconi-charlot1Il Paese assiste con una certa apprensione alla guerra fra bande intorno all’Onore di Miserabilandia. La cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra si disputano l’Oscar della credibilità internazionale e della dignità nazionale. «Monti ci ha venduto agli interessi tedeschi», gridano i sovranisti di “destra” e di “sinistra”, mentre il Partito Europeista e Responsabile ribatte che la mummia berlusconiana attenta ai sacri interessi della Nazione, al suo prestigio internazionale, alla sua credibilità presso i governi e i mercati. Europeisti e antieuropeisti, filo-spread e anti-spread, si disputano l’alloro di migliori patrioti e, dunque, di migliori servitori di Miserabilandia.

È dal 1994 che sento dire dai manettari e dai moralizzatori di professione che «se vince quel debosciato, mi dimetto da italiano». Il «debosciato» in questione è naturalmente il Silvio nazionale. O dovrei dire antinazionale? Chi scrive si è “dimesso” da italiano nel giorno in cui ha letto la prima riga di un libro di Carletto Marx. Non è un vanto, beninteso, è una mera constatazione, che mi serve per rendere chiara la prospettiva, davvero particolare, dalla quale guardo questo sfoggio di italico patriottismo; un punto di vista rigorosamente antipatriottico e antinazionale, che definisco semplicemente umano, il quale mi suggerisce il concetto di Miserabilandia quando osservo appunto l’ennesima zuffa tra le opposte tifoserie, oggi peraltro incarognite dalla crisi economica e dalla enorme posta politica in palio. «Emancipando se stesso il proletariato emancipa l’intera umanità»: letto questo potentissimo aforisma il Sebastiano sedicenne, ancora pieno di capelli e di illusioni “movimentiste”, mandò a quel Paese il… Bel Paese.

Quando sento parlare alcuni sedicenti marxisti di «Italia dei lavoratori», o dell’«Italia dell’articolo 1 della Costituzione nata dalla resistenza: è questa l’Italia che vogliamo»; quando ascolto queste frasi escrementizie, ovvero “diversamente patriottiche”, la mia mano corre verso la metaforica pistola.

Scrive Matteo Pucciarelli su MicroMega del 10 dicembre: «No, no, e ancora no. Stavolta non ci dobbiamo cascare. Stavolta ci dobbiamo porre l’impegno morale di ignorare (e semmai combattere) chi di professione gridava alla difesa della democrazia, poi dopo amorevolmente calpestata per far posto ai “tecnici” grazie all’unione contronatura tra Pd-Pdl-Udc. Tutto in nome del dio spread. Le mignotte, i cucù, le bugie, i cortigiani, le corna, il sesso malato, Mediaset, conflitti di interessi, la cricca, Dell’Utri, la mafia, gli appalti, le barzellette, Feltri e Sechi che sfondano quotidianamente il muro del buonsenso, Cicchitto, le gaffe, i video delle gaffe, “il ruolo di kapò”, Ghedini fuori dal tribunale di Milano. E poi, speculari: i post-it, le raccolte firme, le manifestazioni, i popoli viola, il Fatto Quotidiano comprato a mo’ di dichiarazione partigiana, post indignati, i libri su di lui, gli anatemi su di lui, la vergogna per lui, Valigia Blu, mille bolle blu, Se non ora quando? e le scrittrici radical-chic sul palco, Santoro e Bella Ciao. No, no, e ancora no. Basta col giochino dei soldatini blu e dei soldatini rossi». Provo disgusto, non pena o godimento (questo lo attendo semmai da altre prassi…) dinanzi a questa ammissione di abissale indigenza politica, povertà, si badi bene, non dal mio punto di vista (non amo sparare sulla Croce Rossa), ma da quello della stessa politica borghese, cosa che, ad esempio, fa apparire un Giuliano Ferrara un autentico gigante del pensiero. Tutto è relativo, no?

E come conclude il pentito di cui sopra? Vediamolo: «Allora no, no, e ancora no. La scelta non può essere ancora una volta tra quelli per e quelli contro il signor B. E il voto utile, oggi, non è più tra soldatini rossi e soldatini blu. La sfida è tra chi ha intenzione di non discostarsi dalle politiche del rigore a senso unico impartite da Bce e Fmi e chi invece crede che non può essere il neo-liberismo, lo stesso che ha causato la crisi, a rappresentare la soluzione» (Ma con l’anti-berlusconismo non ci fregate più). Le classi subalterne sono dunque chiamate a schierarsi dalla parte di un Programma politico schiettamente reazionario: la difesa “da sinistra” degli interessi capitalistici in generale, e degli interessi capitalistici nazionali in particolare. Ammessa, ma non concessa, la risibile contrapposizione fra capitale internazionale e capitale nazionale che amano fare i sovranisti delle diverse tendenze, sostenitori di più o meno ortodosse politiche antiliberiste, che non pochi di essi spingono fino al protezionismo più intransigente e generalizzato.

A proposito di protezionismo! Scriveva Engels contro i protezionisti sinistrorsi dei suoi tempi: «Il sistema protezionistico, mentre fornisce armi al capitale di un paese contro il capitale di paesi stranieri, mentre rafforza il capitale contro gli stranieri, crede che il capitale così armato, così rafforzato, sarà debole, impotente e inerme di fronte alla classe lavoratrice. Ciò significherebbe appellarsi alla misericordia del capitale come se il capitale, in sé, potesse mai essere misericordioso» (Il congresso liberoscambista di Bruxelles, 1847). Prevengo la facile obiezione modernista del “marxista del XXI secolo” osservando che oggi il Capitalismo fa impallidire, in termini di mostruosa potenza, quello analizzato dalla strana coppia tedesca nel XIX secolo. Due guerre imperialistiche mondiali sono lì a testimoniarlo. Questo, fra l’altro, la dice lunga sulla “libertà” dei nostri tempi, e sulla natura sociale della democrazia nell’epoca dominata dagli interessi economici capitalistici, “liberisti” o “antiliberisti” che siano.

Non si tratta di non farsi fregare più dal berlusconismo o dall’anti-berlusconismo: si tratta piuttosto di acquisire una coscienza autenticamente anticapitalistica. Per aver sostenuto questo minimo sindacale di pensiero critico, nel corso degli ultimi venti anni ho dovuto “difendermi” da chi mi ha accusato di “oggettivo” berlusconismo. Al solito, dimmi chi è il tuo Nemico e ti dirò chi sei.

aaaaaMentre Sallusti, sempre più simile a un D’Annunzio 2.0, dichiara guerra alla Germania, e accusa Il Corriere della Sera di intelligenza col nemico, come ai tristi giorni della Repubblica di Salò, Ezio Mauro tira in ballo contro il Gran Puttaniere di Arcore nientedimeno che il Canone occidentale: «È questo che l’Italia paga, ed è da tutto questo che deve sentirsi offesa, per il danno subito e per il costo nel suo onore internazionale. Ciò che scrivono i giornali, ciò che dicono i Cancellieri è soltanto la conferma che il canone occidentale non è quello di Arcore, cui hanno acconsentito per anni gli intellettuali italiani, una Chiesa accomodante, un establishment prono fino alla crisi del Cavaliere, quando si poteva rialzare la testa. E attenzione: il populismo antieuropeo che Berlusconi prepara per la campagna elettorale è un’altra volta un’eccezione. Che spaventa l’Europa, più dell’idea incredibile del suo ritorno» (La Repubblica, 12 dicembre 2012).

L’eccezione, com’è noto, ha bisogno di risposte eccezionali. Beninteso, io mi schiero contro il Canone capitalistico.

CINESERIE. Aspettando il Congresso del PCC.

Per quanto possa apparire assurdo, almeno a chi ha un minimo di sale critico in testa, ancora nel XXI secolo c’è gente che prende sul serio la natura «comunista» del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Un esempio tra i tanti: Diego Angelo Bertozzi.

Nel suo articolo dedicato al prossimo Congresso del PCC in programma per l’8 novembre, dopo aver cantato alte lodi al vincente Capitalismo-Imperialismo cinese, promosso dal «più grande partito comunista al mondo [sic!], forte di oltre 80 milioni di selezionatissimi iscritti» [mi sento piccolo piccolo al confronto!], Bertozzi così scrive: «Difficile che il prossimo congresso possa sancire nell’immediato grandi rotture ma agirà nel solco di un progetto già chiaro: la sfida principale del PCC, come partito di governo, è quella della garanzia della coesione sociale – la “società armoniosa” e dello “sviluppo scientifico” delineata dall’attuale dirigenza – nell’ambito dello sviluppo economico e politico del socialismo cinese» (da Marx21.it). Insomma, il Nostro è un tifoso, uno dei tanti, della seconda potenza capitalistica mondiale, la cui natura “socialista” si giustifica solo con l’abissale indigenza storica, teorica e politica dei vetero e dei post maoisti.

Quando, ad esempio, Bertozzi parla del «futuro sviluppo del partito sorto a Shanghai nel lontano luglio del 1921», egli mostra di non conoscere la storia dell’attuale PCC, il quale ha semmai le sue salde radici nella svolta maoista delineatasi dopo la sanguinosa repressione del giovane movimento proletario cinese nel 1927 a Shangai e negli altri pochi centri urbani relativamente sviluppati della Cina, e nel consolidamento della controrivoluzione in Russia. Alla fine degli anni Venti in Cina con l’aggettivo “comunista” si fa in realtà riferimento a un partito rivoluzionario borghese-nazionale basato sui contadini.

La natura rivoluzionaria del maoismo si esaurì appunto all’interno del compito nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina (e nelle altre ex colonie e semi-colonie): indipendenza nazionale (affrancamento dall’imperialismo occidentale e giapponese), riforma agraria, accumulazione capitalistica originaria, modernizzazione del Paese, coesione nazionale (sconfitta, non definitiva, delle tendenze centrifughe attive nella periferia dell’Impero), costruzione di una forte ed efficiente macchina statale, anche in vista della futura competizione interimperialistica. Un compito di grande respiro storico, non c’è che dire, ma tutto interno ai rapporti sociali capitalistici. Al netto, ovviamente, di quella fumisteria ideologica pseudomarxista, generata in gran copia a Pechino come a Mosca, che tanto irritò gli occhi dei “comunisti” basati nel decrepito Occidente.

A proposito di fumisteria ideologica, mi correggo e mi scuso per la presunzione affetta poco sopra: in effetti Bertozzi mostra di conoscere la storia mainstream scritta dal maoismo cinese e internazionale, mentre io ho attinto le mie modeste conoscenze sulla Cina moderna dalla storia scritta da chi negli anni Venti del secolo scorso condannò come controrivoluzionaria la politica “cinese” di Mosca, e che proprio per questo finì nel girone infernale dei perdenti. Su quest’aspetto rinvio alla prima parte dell’Appendice del mio studio sulla Cina (Tutto sotto il cielo del Capitalismo) dedicata al ruolo dei contadini nella rivoluzione cinese – Il maoismo come «via cinese» all’indipendenza nazionale e al Capitalismo.

Com’è noto, la storia è scritta da chi vince, e allora vinse lo stalinismo internazionale, di cui il maoismo fu una variante nazionale di successo, come dimostrò, fra l’atro, la crescente tensione che dopo gli anni Cinquanta allontanò Pechino da Mosca, e non certo a causa di controversie dottrinarie intorno all’interpretazione dei “sacri testi”, come pure credettero allora fior di intellettuali “marxisti”, i quali, sulla scorta del «socialismo rozzo e piccolo-borghese» già abbondantemente ridicolizzato da Marx, associavano la proprietà statale dei mezzi di produzione e di distribuzione al socialismo, “dimenticando” che ciò che definisce la natura sociale di un Paese non è lo status giuridico della proprietà (pubblica, privata, mista, ecc.), ma il rapporto sociale che innanzitutto domina la prassi economica, e che poi plasma l’intero spazio esistenziale degli individui.

Mi sembra di scorgere nella lettura che Bertozzi fa della “dialettica” interna al Partito-Stato cinese un analogo errore di prospettiva. Almeno questo capisco quando leggo, ad esempio, affermazioni del genere seguente: «A far discutere è la possibile trasformazione del Partito di Mao e Deng da “partito rivoluzionario” a partito compiutamente “di governo”. Ipotesi, questa, lanciata da Xi Jinping – con ogni probabilità il futuro segretario del partito e Presidente della Repubblica – nel settembre del 2008». Finita la fase progressista borghese, caratterizzata dall’acuto scontro tra le famose «due linee» che si confrontarono all’interno del PCC, già prima del 1949, circa il modello capitalistico da seguire, quel Partito è stato sempre «compiutamente di governo». La stessa mitologica «Rivoluzione Culturale» non fu che la fenomenologia politico-ideologica del governo cinese alle prese con gravi contraddizioni sociali, che si ripercuotevano all’interno del regime (Partito ed Esercito) sotto forma di scontri “dottrinari” e militari. Si può compiutamente governare incitando i giovani a «sparare sul quartier generale», cioè sui nemici di Mao, ovvero processando la famigerata «banda dei quattro».

Se si penetra con il pensiero critico la pesante cortina fumogena dell’ideologia, facilmente si coglie il nocciolo della lotta politica oggi in corso in Cina, che si sostanzia, detto in estrema sintesi, in queste tre grandi questioni, strettamente intrecciate l’una all’altra:

1. Modi e tempi dello sviluppo capitalistico: sviluppo economico concentrato nelle zone costiere o sviluppo diffuso e profondo (per coinvolgere anche l’area rurale del Paese)? industria pesante o industria leggera? privilegiare il settore pubblico o quello privato? liberismo o protezionismo? puntare tutto sull’industria o assecondare e favorire la crescita del terziario?, ecc..

2. Involucro politico-istituzionale più adeguato ai tempi e alle ambizioni della potenza cinese: monopartitismo o pluripartitismo? modello istituzionale asiatico (Singapore, Giappone, Corea del Sud) o occidentale? sindacato di Stato o sindacato libero?, centralismo o federalismo? ecc.;

3. Il ruolo che il Paese deve giocare nel Sud-Est Asiatico, in particolare, e nel mondo in generale: quale linea strategica adottare nella competizione sistemica – globale – con il Giappone, gli Stati Uniti e la Russia? e come inserire stabilmente nell’orbita geopolitica cinese le aggressive Tigri Asiatiche?

Anche l’oscuro affare del «principe rosso» Bo Xilai, caduto in disgrazia ma che gode ancora di non pochi sostenitori all’interno del Partito, e le crescenti tensioni nazionalistiche con il Giappone vanno lette alla luce del quadro appena abbozzato. «La grande crisi economica nata negli Stati Uniti, ha fatto irrimediabilmente perdere lustro al modello capitalistico anglosassone, fino ad allora considerato da Pechino un riferimento cui attingere, ed ha rilanciato quella economia “socialista con caratteristiche cinesi”, i cui settori strategici (dai trasporti alle fonti energetiche), sono fortemente (e sempre più) controllati dallo stato: nell’ultimo triennio le aziende pubbliche sono state le principali destinatarie dello “stimulus” (le misure attuate per favorire la ripresa dell’economia), ed hanno “divorato” una marea di società più piccole, inglobandole e quindi riducendo la concorrenza. Questa tendenza economica si è accompagnata ad una forte riscoperta dei principi del maoismo e della retorica nazionalista» (Elisa Borghi, Verso il Congresso, ritratto dei nuovi leader cinesi, AnalisiCina.it). Occorre anche prendere in considerazione il fatto che lo spettro della dissoluzione sovietica post Muro di Berlino continua ad agitare le notti di non pochi leader cinesi, oltre che, s’intende, dei nostalgici nostrani del «socialismo reale».

Che la classe dominante cinese, come tutte le classi dominanti di questo capitalistico mondo, aspiri all’edificazione di «una società coesa e armoniosa», e che per conseguire un simile umanistico obiettivo essa è disposta a sparare sui «controrivoluzionari e servi dell’imperialismo» (vedi Piazza Tienanmen, giugno 1989), mi sembra fin troppo ovvio. Meno ovvia appare l’apertura di credito che certi “marxisti del XXI secolo” concedono alla seconda potenza capitalistica del pianeta. Incredibile! Rettifico all’istante: credibilissimo. Purtroppo.

Scrive Bertozzi: «Lo stesso Xi Jinping, nell’attuale veste di vice-presidente della Repubblica, aveva sottolineato, in un discorso alla Scuola del partito della fine del 2009, che il Pcc “per restare avanguardia della classe operaia di tutto il popolo” ha il dovere di essere sempre “il rappresentante dell’esigenza di sviluppo delle forze produttive più avanzate”». Insomma, per il Nostro filocinese è plausibile, non dico vero o verosimile, che il Partito-regime cinese sia un’«avanguardia della classe operaia di tuto il popolo», secondo il caratteristico lessico maoista. Siccome a me la cosa non pare plausibile nemmeno per scherzo, non mi rimane che augurarmi un terremoto sociale che spezzi la «coesione e l’armonia», nel Celeste Impero come dappertutto, a cominciare dal Bel Paese, naturalmente.

Cineserie

«In discussione, sebbene sia assai condivisa la necessità di proseguire sulla via della liberalizzazione politica e della costruzione di un moderno stato di diritto, non c’è il ruolo di guida del Partito comunista e la sua autorità [tiro un gran respiro di sollievo!]. La prospettiva più plausibile, a nostro modesto parere, è quella di un approfondimento della collaborazione multipartitica – quindi delle diverse classi sociali rappresentate – con gli altri partiti e movimenti patriottici, nella riedizione di un nuovo Fronte unito». A mio modestissimo parere qui si mastica una robaccia politico-ideologica già incommestibile ai tempi di Mao e dei suoi esaltati epigoni occidentali, figuriamoci oggi. Il «Fronte Unito Patriottico», ancorché «nuovo», puzza di vecchio in maniera indecente.

Dalla lotta in seno al PCC non può uscire altro che conservazione sociale, oppressione e sfruttamento, sia che vinca, mutatis mutandis, la «fazione rossa» (“rivoluzionaria”), sia che vinca la «fazione nera» (“governista”). Ma è possibile che ai “marxisti del XXI secolo”, assai più intelligenti e teoricamente meglio attrezzati di me, sfugga questa elementare verità?

Rinvio agli altri miei post sulla Cina, come Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!

IL SENSO DELLA SOCIETÁ PER LA GUERRA

Nell’ultimo anno il concetto di guerra è stato “sdoganato”, da politici, economisti e intellettuali di diversa tendenza e competenza, con uno zelo che nelle ultime settimane ha rasentato la frenesia. In Italia ne hanno parlato, solo per citare gli ultimi e più “illustri”, l’onorevole Quagliariello, per giustificare l’appoggio del suo partito (PDL) «al governo di salvezza nazionale» di Monti, il nuovo presidente della Confindustria («i risultati della crisi economica sono paragonabili a quelli di una guerra») e, proprio ieri, il premier italiano in persona, al cospetto dei banchieri italiani. Monti ha citato la guerra non meno di dieci volte nell’arco di pochi minuti. Guerra in tutte le salse. Eccone una breve sintesi: «percorso di guerra», «guerra contro la crisi economica», «guerra contro i nostri vizi pubblici e privati», «guerra contro il debito pubblico», «guerra alla concertazione», «guerra contro i pregiudizi interni e internazionali» e, dulcis in fundo, «guerra contro interessi fortissimi». Quest’ultimo concetto Monti l’ha ripetuto più volte, per rimarcare il senso bellico delle sue parole, ossia per mettere nel cono di luce la portata della posta in gioco, la durezza e la dimensione dello scontro in atto nella società italiana (il quale attraversa il Paese in tutte le sue articolazioni: dal livello economico, pubblico e privato, a quello istituzionale, da quello geosociale o regionale a quello culturale), il suo carattere aperto e incerto ma anche il decisionismo con cui il Sovrano intende fare i conti con questa sfida sistemica.

Il solito intellettuale politicamente corretto (e quindi “de sinistra”) ha tenuto a farci sapere che è pericoloso civettare con quella parolina, e certamente ciò dovrebbe essere senz’altro precluso a chi ricopre alte cariche governative, a chi è investito della responsabilità politica più alta. Non è certo la prima volta che qualcuno si prende la briga di condannare il nome della cosa, e non la cosa stessa. E la cosa, oggi, si chiama appunto guerra.

Scriveva ieri Barbara Spinelli: «L’economia può sembrare un tema minore, ma per la storia tedesca non lo è affatto. Quando la Repubblica federale nacque dalle rovine della guerra, l’economia prese il posto della coscienza nazionale, statale, democratica. Il primato economico ha una storia nel pensiero tedesco che va esplorata, se non vogliamo che l’unità europea degeneri in guerra prima verbale, poi civile. L’operazione tedesca è singolare. Parla di Federazione, ma intanto tratta i paesi meridionali dell’Eurozona come se fossero nazioni dimezzate e vinte in guerra, i cui Stati hanno perduto non tanto consistenza, quanto legittimità. Come se tutti dovessero percorrere la via tedesca, pur venendo da storie così diverse» (La Germania davanti al bivio, La Repubblica, 11 luglio 2012).

Lungi dall’essere «un tema minore», l’economia (capitalistica: diamo un preciso significato alle parole!) insiste al cuore del problema che chiamiamo guerra; guerra sistemica, ossia guerra totale: economica stricto sensu, certo, ma anche politica, istituzionale, culturale, psicologica, persino “antropologica” (la fabbricazione del “cittadino europeo” deve avvenire sul modello Nord-europeo o su quello Sud-europeo, ovvero su un ibrido, per non far torto a nessuno? Mussolini preferiva il modello tedesco e aborriva quello meridionale, «frignone, pastasciuttaio e vittimista». Monti e la Fornero anche).

Ma la Spinelli sbaglia in modo colossale quando attribuisce alla sola Germania quella spiccata valenza economica nella sua prassi sociale. L’intero pianeta ruota oggi intorno al principio totalitario dell’accumulazione capitalistica, il quale ovviamente trova la sua massima evidenza e pregnanza nei paesi capitalisticamente più forti e dinamici. In Europa è il caso della Germania, la cui potenza sistemica alla fine ha avuto ragione persino della divisione nazionale stabilita dagli imperialismi vittoriosi nell’ultima carneficina mondiale. Si dimentica, ad esempio, che lo spread, lungi dall’essere la maligna creatura dei cinici gnomi della speculazione finanziaria, si limita a misura il differenziale di produttività sistemica di un Paese rispetto al Paese-standard (in Europa la Germania).

La subordinazione dell’economia alla politica è un’illusione che prima o poi i fatti si incaricano di smentire, con conseguente piagnisteo da parte di chi aveva creduto nelle proprie chimere: «la Civiltà europea ancora una volta paga un salatissimo prezzo al dogma dei mercati e al nazionalismo delle piccole patrie!» Nel processo di unificazione del Vecchio Continente, sempre a rischio di disintegrazione, «la via tedesca» si impone “naturalmente”, a cagione dello sviluppo ineguale del Capitalismo nei diversi paesi, e una parte della stessa classe dirigente tedesca guarda con timore a questo processo, memore dei ben noti disastri. Non è che gli uomini non imparano mai dai loro errori; il fatto è che la storia va avanti, sotto il cielo del Capitalismo mondiale, alle loro spalle. Mi rendo conto che, questo, è un concetto difficile da accettare, ma la verità, per quanto cattiva, va guardata in faccia senza illusioni: essa va compresa, non esorcizzata o depotenziata.

Nel Capitalismo ciò che rende possibile la vita del tutto è, in ultima analisi (la quale in tempi di crisi diventa la prima), l’accumulazione capitalistica, ossia il continuo allargamento del meccanismo che sempre di nuovo crea ricchezza sociale (ossia merci, tecnologie, scienza, capitali, denaro). Senza tenere nella dovuta considerazione questo meccanismo sociale parlare ad esempio di welfare è semplicemente ridicolo. Di qui il razzismo antimeridionale, denunciato da Barbara Spinelli, che si sta diffondendo in Germania: la “formica” non vuole dare pasti gratuiti alla “cicala”, la quale piange e prega la Merkel: «Dacci oggi in nostro pane quotidiano». E di qui la guerra che le classi dominanti europee stanno portando ai lavoratori sotto forma di licenziamenti, ristrutturazioni, svalorizzazione salariale, spending review, e via di seguito.

Commentando il mio post La Germania e la sindrome di Cartagine, un lettore chiedeva: «Che cosa intende quando dice che ci si può attendere tutto il peggio? Intende guerre in seno ai paesi occidentali?» Ecco una parte della mia risposta:

Con il concetto di peggio che non smette di peggiorare alludo in primo luogo alla condizione (dis)umana degli individui nella società-mondo del XXI secolo. A mio modesto avviso questa condizione si fa sempre più critica per l’individuo: infatti, cresce la sua alienazione, la sua mercificazione, la sua atomizzazione, la sua illibertà – al di là dell’ideologia idealista e liberista che cela la dittatura delle esigenze economiche su ogni aspetto della nostra esistenza. Proprio il trattamento che gli individui subiscono dal Dominio sociale li espone a ogni sorta di “avventura populista”, come ho cercato di argomentare nel post Fermate il mondo, voglio scendere! Insomma, per me il peggio è adesso. Guerra o non guerra. E non cessa di peggiorare… Per mutuare Dostoevskij, se l’uomo non esiste tutto il peggio è possibile. Quanto alla guerra, per me non si tratta di prevederla – purtroppo non sono un mago –, ma se mai di concepirla come una possibilità che sta naturaliter sul terreno dell’odierno sistema capitalistico mondiale. Ma, ripeto, quando ho scritto quella locuzione “peggiorativa” non pensavo alla guerra guerreggiata, bensì alla guerra che tutti i giorni questa società fa agli individui. In questo senso, la prima è la continuazione della seconda con altri mezzi.