ROJAVA MIA BELLA…

donna3Pare che nella regione di Rojava (Ovest in curdo), a Nord della Siria e lungo tutta la linea di confine con la Turchia, «è in marcia una rivoluzione». Si tratta allora di capire di che rivoluzione si parla, per decidere come meglio atteggiarsi nei suoi confronti.

Quel che mi appare invece con estrema – direi violenta – evidenza è che in quella parte di mondo si combatte una spietata guerra di annientamento, che pone sul terreno diverse poste, alcune delle quali possono mettere in crisi l’equilibrio geopolitico dell’intero quadrante mediorientale.

In premessa, e a scanso di antipatici equivoci, ribadisco la mia posizione di assoluto antagonismo nei confronti: del macellaio (nonché perito chimico) di Damasco (il quale all’ombra dei bombardamenti aerei americani continua la sua opera di anniento degli oppositori), del cosiddetto Stato Islamico (un “mostro” sfuggito al controllo di chi lo ha creato e foraggiato), di tutte le Potenze regionali (dall’Iran alla Turchia, dall’Iraq all’Arabia Saudita, ecc.), di tutte le Potenze mondiali (dagli Stati Uniti alla Russia, dall’Europa alla Cina) e, dulcis in fundo (ma con assoluta priorità in quanto cittadino italico), degli interessi italiani nell’area geopolitica in oggetto. Il lettore a questo punto si chiederà: «Ma al netto di tutto questo, cosa rimane?». Considero questa domanda come estremamente sintomatica dello stato reale delle cose.

Giudico imperialista, senza se e senza ma, lo scontro in atto tra il cosiddetto Califfato Islamico e le Potenze regionali e internazionali. Il fatto che l’opinione pubblica internazionale chieda all’imperialismo più forte del pianeta (Stati Uniti*) di usare la sua potenza finanziaria, tecnologica e militare per «salvare vite umane» e per fare il bravo poliziotto nei confronti dei cattivi di turno (gli odiosi tagliatori di teste devoti ad Allah), a mio avviso questo fatto la dice lunga sull’attuale impotenza delle classi subalterne di tutto il mondo, alle quali non è concessa altra prospettiva che non sia quella di acconciarsi al «male minore» e di simpatizzare per  questo o quell’imperialismo. Chi non si adegua ai rapporti di forza e non si piega alla maligna logica della realpolitik passa per un astratto idealista e per un “oggettivo” fiancheggiatore dei cattivi di turno e del male maggiore: è precisamente contro questa logica del Dominio che cerco di reagire, su tutti i fronti della prassi sociale. Resistere oggi significa anche non cedere ai ricatti politici e psicologici del cattivo mondo, il quale ci chiede tutti i giorni di «fare qualcosa a favore dei meno fortunati», ma solo se questo qualcosa serve alla continuità del Male, magari spacciato come “minore”.

Ciò premesso, il lettore mi consentirà di arrivare al punto nodale attraverso un breve ragionamento, che può apparire una divagazione sul tema ma che non lo è affatto. Almeno così mi pare. Insomma, la prendo alla lontana, come si dice.

enhanced-27753-1410801561-1Uno degli errori più frequenti che nel passato hanno caratterizzato l’azione politica e l’elaborazione teorica della “sinistra radicale” europea in materia di “internazionalismo proletario” e di “lotta antimperialista” è stato quello di innamorarsi di inesistenti terze vie rispetto al “capitalismo reale” e al “socialismo reale”, ovvero di inventarsi esperienze rivoluzionarie «del tutto originali» rispetto al sempre più screditato modello stalinista. È stato così ai tempi della rivoluzione nazionale-borghese di Mao Tse-tung, interpretata dai “marxisti” occidentali come rivoluzione socialista di nuovo conio, e alla stessa stregua sono state interpretate tutte le rivoluzioni nazionali e anticoloniali dagli anni Cinquanta in poi: da Cuba al Vietnam, dall’Eritrea al Nicaragua. Il fatto è che quasi tutti i capi e i partiti che si sono messi alla testa dei movimenti di liberazione nazionale hanno definito se stessi come «marxisti-leninisti», soprattutto nel tentativo, risultato spesse volte vano e sempre politicamente molto costoso (lo stesso Mao ne seppe qualcosa), di ricevere l’appoggio dell’Unione Sovietica, la patria del falso socialismo e di un aggressivo nazionalismo spacciato ovviamente per “internazionalismo proletario”.

Sotto questo aspetto, Il PKK di Abdullah Öcalan non fa eccezione, e solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 questa formazione politica, nazionale-borghese secondo programma e funzione storica, iniziò quel lungo processo di revisione politico-ideologica che la porterà sulle attuali posizioni di «confederalismo democratico», basate sul piano dottrinario sull’«ecologismo sociale» e sul «comunalismo democratico» di Murray Bookchin, anch’egli peraltro passato da giovane attraverso la devastante esperienza stalinista.  Frequentemente mi è capitato di leggere che «il Partito dei lavoratori del Kurdistan è un’organizzazione politica di ispirazione marxista», o «marxista-leninista». Ora, se per «marxismo» o «marxismo-leninismo» si intende lo stalinismo comunque reinterpretato e attualizzato secondo le concrete situazioni storiche e in base ai reali contesti geopolitici, ebbene occorre ammettere che il PKK è, o almeno era a “bei tempi” della guerra fredda, «un’organizzazione politica di ispirazione marxista», o «marxista-leninista». Per lo stesso motivo chi scrive è pronto a querelare chiunque definisse la sua modesta concezione politica «di ispirazione marxista», o, peggio ancora, «marxista-leninista» (dove l’allusione a Stalin, «l’erede di Lenin» secondo la vulgata, è più evidente).

Questo semplicemente per dire che il mito del «marxismo-leninismo» del PKK su di me non ha alcun effetto, se non quello di costringermi alla breve precisazione di cui sopra. Per sostenere la causa nazionale-borghese (laicismo e femminismo militante/militare inclusi) del popolo curdo non ho bisogno di fantasticare “marxismi”, “socialismi” e “comunitarismi”, ancorché riverniciati di verde o dei colori dell’arcobaleno, che a giudizio di chi scrive esistono solo nella testa dei “marxisti”, dei “socialisti” e dei “comunitaristi” che oggi mi chiedono di «sostenere incondizionatamente l’esperimento socialista in atto a Rojava». Sul «socialismo delle comuni di Rojava» vorrei porre qualche condizione, se mi è concesso, e comunque lascio volentieri ad altri politicamente più dialettici e svegli di me l’incombenza di vendere al mondo l’ennesimo “nuovo modello di socialismo”. E qui potrei anche mettere un punto, perché l’essenziale è stato detto. Invece continuo la riflessione, per giungere rapidamente alla conclusione.

Anziché fare un’opera di preziosa demistificazione critica circa la reale natura delle rivoluzioni nazionali e della loro relazione con l’imperialismo sovietico (e poi anche cinese), i “marxisti” cui accennavo sopra si accodarono alla moda, forse anche per non essere accusati di oggettivo fiancheggiamento dell’Imperialismo, individuato sempre e solo negli USA e nei suoi alleati. Anche intellettuali fecondi come Marcuse non seppero resistere all’ondata di dilagante terzomondismo, e negli anni Sessanta teorizzarono un epocale passaggio di fase: centrale nella prassi rivoluzionaria non era più la lotta di classe “tradizionale” tra Capitale e Lavoro nelle metropoli capitalistiche, ma quella tra Nord e Sud, tra Paesi a capitalismo maturo e Paesi sottosviluppati. Era anche un modo, certamente sbagliato, di reagire alla strapotenza della società capitalistica occidentale (e Giapponese), la quale sembrava poter integrare pacificamente nel “sistema” una classe operaia sempre più “imborghesita”. Alla reale impotenza del proletariato occidentale, peraltro intimamente correlata alla controrivoluzione stalinista che aveva seppellito l’esperienza rivoluzionaria sovietica (nel senso dei «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini» del ‘17), si reagiva proponendo come validi anche per l’Occidente modelli di lotta e di società che non esprimevano affatto un passo avanti rispetto alle condizioni di sfruttamento e di oppressione del proletariato occidentale. Al capitalismo altamente avanzato dell’Occidente molti “marxisti” europei pensarono bene di contrapporre il giovane e non ancora sviluppato capitalismo della periferia del mondo, trasformato con la bacchetta magica dell’ideologia in «originali esperimenti di costruzione del socialismo». Ci fu un tempo in cui l’intero pianeta brulicava di «esaltanti esperimenti sociali alternativi», Cambogia dei Khmer rossi inclusa…

donna2Nei primi anni Ottanta partecipai a diversi comitati di solidarietà con il popolo nicaraguegno in lotta contro l’imperialismo americano e i proprietari terrieri ex somozisti a esso legati. Ebbene, tutte le volte che provavo a gettare acqua sul fuoco delle illusioni circa il “socialismo” con caratteristiche sandiniste mi trovavo in netta minoranza; non c’era verso di introdurre nel dibattito politico il concetto, peraltro elementare, secondo cui il popolo del Nicaragua andava sostenuto secondo realtà e verità, mentre chiedere a questo popolo di dare e di essere quello che esso non poteva dare e non poteva essere, per ragioni che adesso sarebbe troppo lungo spiegare, creava solo autoinganno. E dall’autoinganno alla delusione il passo è assai breve, e sovente le persone politicamente e umanamente più sensibili questo passo lo compiono, mentre i più ideologicamente e psicologicamente corazzati perseverano nell’errore, ad oltranza, contro qualsiasi evidenza: «tanto peggio per i fatti!». D’altra parte, i fatti vanno sempre interpretati…

Tutte le volte venivo accusato, del tutto gratuitamente, di voler sminuire, se non addirittura denigrare, «l’eroica lotta del popolo nicaraguegno per la libertà e il socialismo». Lo ripeto: niente di più falso. Cercavo semplicemente di sostenere una lotta popolare con coscienza, non con ideologia, ossia senza proiettarvi sopra significati che esistevano solo nella testa dei “rivoluzionari duri e puri”. Il fatto che il FSLN di Daniel Ortega si concepisse come un movimento politico «di ispirazione marxista» e si dichiarasse a favore della costruzione in Nicaragua di una «inedita forma di socialismo», questo fatto non faceva velo alle mie analisi sulla natura sociale del sandinismo e sul significato del suo programma di riforme economiche (vedi ad esempio il cosiddetto Piano ‘80). Come sempre, tenevo anche ferma la tesi marxiana secondo la quale i movimenti sociali si giudicano sulla base di ciò che essi sono e fanno, e non a partire da ciò che essi pensano di essere e di fare. D’altra parte, il cattivo retaggio stalinista (anche nella sua variante Terzomondista) aveva fatto sì che qualsiasi cosa (movimento sociale, movimento politico, nazione, imperialismo) si opponesse agli interessi degli Stati Uniti fosse, ipso facto, quantomeno antimperialista e sicuramente progressista.

Dico questo per rendere chiaro al lettore il criterio che uso quando approccio il processo sociale colto nella sua complessità e nella sua dimensione geosociale. Con questo criterio ho ad esempio analizzato la cosiddette “Primavera araba”, venduta da molti “marxisti” occidentali come una «nuova rivoluzione sociale», salvo poi tentare correzioni di rotta non sempre credibili. In questi casi il testacoda è sempre in agguato.

Per Yasin Sunca, «I curdi stanno portando avanti un esperimento di socialismo nel Medio-Oriente, una delle regioni politicamente più problematiche del mondo, e la sinistra internazionale è di conseguenza responsabile alla stessa maniera di conservare l’emergere di questa speranza socialista. Questo esperimento ha bisogno del sostegno incondizionato di tutti i socialisti del mondo e della solidarietà internazionale» (Global Projet, Kobane, socialismo e questione dell’intervento: la miseria della sinistra in Europa, 15 ottobre 2014). Come vedete ci risiamo: una lotta democratico-nazionale, che personalmente e per quel che vale apprezzo e sostengo come tale, ci viene presentata con i crismi del socialismo con caratteristiche curde. Si dice: ma lo stesso PKK oggi rifiuta la prospettiva nazionalista e si muove su una più larga prospettiva politica e sociale. Ne prendo atto, e d’altra parte la vecchia impostazione politico-ideologica della lotta nazionalista non poteva sopravvivere alla fine della guerra fredda, né ai processi sociali che hanno attraversato la Turchia nell’ultimo quarto di secolo, e che ne hanno rafforzato la struttura economico-sociale. La conversione ecologista e confederalista di Öcalan, ancorché resa necessaria dai tempi, testimonia certamente a favore dell’intelligenza politica del leader curdo. Ma i termini (storici, sociali e geopolitici) del problema non mutano di una sola virgola, salvo che non si voglia giocare con le parole, come ama fare la “sinistra radicale”.

enhanced-7920-1412224569-1«I curdi», scrive Sunca, «stanno sperimentando un nuovo modello democratico-socialista a Rojava che ha bisogno del sostegno e della solidarietà della sinistra in Europa. Per questo, come socialisti curdi che vivono in Europa, ne abbiamo abbastanza di questa infinita discussione tra gruppi di sinistra senza nessun concreto passo in avanti. Riguardo al tema della solidarietà internazionale, la sinistra in Europa è in un ciclo di disperazione, avendola portata in una prospettiva misera di cui si dovrebbe liberare senza indugi e senza ulteriori ritardi». Non avendo mai avuto niente a che fare né con la sinistra di governo né con quella di opposizione a cui Sunca si riferisce con tanto comprensibile sdegno, la sua critica nemmeno mi sfiora.

Come il lettore avrà capito, il mio sostegno, sempre per quel che vale, alla lotta del popolo curdo non si nutre delle stesse speranze (illusioni?) “socialiste” di Yasin Sunca.

«La Carta della Rojava è straordinaria. È un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e demo­cra­zia; di ugua­glianza e di “ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico”. Ma pro­vate a imma­gi­nare quale sarebbe la situa­zione in que­sti giorni se a fianco dei kurdi ci fosse un movimento euro­peo con­tro la guerra, capace di una mobilitazione ana­loga a quella del 2003 con­tro l’attacco all’Iraq ma final­mente con un interlocutore sul ter­reno. Non ve ne sono le con­di­zioni? Ragion di più per impe­gnarsi a costruirle. È un sogno? Qual­cuno diceva che per vin­cere biso­gna sognare» (Il Manifesto, 8 ottobre 2014). Lottare e sognare, certo. Possibilmente con coscienza, non con ideologia.

roj* «L’impegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico (Isis) rappresenta una miniera d’oro per i produttori di armi statunitensi, i quali vedono incrementarsi i propri profitti. L’ex Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto, cosa che ha fatto oggi anche il Segretario di Stato John Kerry, che il conflitto contro l’Isis durerà a lungo, forse anche decenni, per cui ne consegue che le fabbriche di armi statunitensi rimangono i maggiori beneficiari della crisi» (E. Soltani, Notizie Geopolitiche, 14 ottobre 2014). Difficile stupirsi dinanzi a simili informazioni.

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ASPETTANDO LA FANTERIA

obama-assad-syria-chemical-weapons-iran-diplomacy-engagement-rouhani-negotiationsDunque è ufficiale: quella che si sta delineando nell’area del Califfato Nero è una vera e propria guerra. Una guerra senza se e senza ma. Lo ha ammesso ieri, dopo tante esitazioni radicate anche nell’attuale situazione interna degli Stati Uniti, lo stesso Nobel per la pace Obama, ringraziando quella che Guido Olimpio ha giustamente definito «coalizione delle ambiguità».

Mentre il Presidente USA ha negato ogni coinvolgimento politico della Siria nelle azioni belliche di questi giorni, il macellaio (nonché perito chimico) di Damasco ha subito dichiarato di essere invece parte attiva e centrale dei misericordiosi bombardamenti in corso in Irak e in Siria (e forse domani in Libia, Libano, Algeria, …). Atti bellici, occorre ricordarlo, tesi a estirpare dalla faccia della terra gli altrettanto misericordiosi combattenti di Allah che sventolano la nera bandiera dello Stato Islamico e sgozzano in diretta streaming gli infedeli catturati. C’è che chi spara missili, e c’è chi spara terrore mediatico (peraltro apparecchiando scenografie che ricordano molto da vicino certi videogiochi, e che certamente strizzano l’occhio a certi luoghi comuni intorno all’Islam confezionati in Occidente): è un’esaltazione di modernità!

Dopo l’ultimo macabro episodio avvenuto ieri in Algeria (ex pupilla dell’Imperialismo francese), pare che il Presidente Hollande stia rimontando nei sondaggi. «La Francia non cederà mai al terrorismo, perché è il suo dovere e il suo onore», ha dichiarato il Premier francese. L’ho scritto ai tempi della guerra in Libia: in Francia la guerra si vende ancora bene. La Grandeur non è un’opinione…

Scrive Bernardo Valli (La Repubblica, 24 settembre): «Gli americani escludono di avere coordinato la loro azione con il presidente siriano. Rifiutano di collaborare con lui. Barack Obama l’ha accusato di torturare la sua gente e gli ha negato ogni legittimità. Ma Damasco assicura di essere stato informato da Washington dell’attacco allo Stato islamico e Bashar al Assad dice di essere favorevole ad “ogni sforzo contro il terrorismo internazionale”. Si dichiara insomma soddisfatto delle incursioni americane contro il califfato». Più “ambigui” di così! Sulla “strana coppia” Barack-Assad rinvio a un mio post di fine agosto.

Inutile dire che nell’Amministrazione americana molti stanno suggerendo al Presidente di prendere, per così dire, la bomba al balzo e di andare fino in fondo. «Già che siamo in ballo…». Si tratta, per dirla in breve, di approfittare della congiuntura bellica che si è improvvisamente aperta per ridefinire e stabilizzare la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale. Fare i conti con il rais siriano rientra naturalmente in questa strategia di lungo periodo. Di qui, i timori di Russia, Cina e Iran, ossia del polo imperialista che non pochi sedicenti “antimperialisti” basati in Italia guardano con simpatia e ammirazione.

Fatto importante, Il Comandante in Capo ha tenuto a precisare che «non si tratta di una guerra di religione». Concordo! Infatti, ciò che ci sta dinanzi è l’ennesima guerra di stampo imperialista, la quale come sempre troverà intellettuali, politici e pii uomini di buona volontà pronti a giustificarla tirando in ballo i sacri e inviolabili “diritti umani”, il diritto internazionale, la difesa dei principi democratici, la difesa delle civiltà (notare il plurale politicamente corretto), la logica della riduzione del danno (o logica del male minore) e via discorrendo. «Bisogna pur far qualcosa!». Certo. Proviamole tutte per il bene dell’umanità. Tutte, tranne che la lotta di classe, la rivoluzione sociale e quanto possa mettere radicalmente in discussione l’ordine sociale mondiale, il quale, ovviamente, non smetterà di generare contraddizioni, conflitti, crisi, “catastrofi umanitarie” e ogni sorta di maledizione, immaginabile e pure inimmaginabile. Decennio dopo decennio, guerra dopo guerra, “crisi umanitaria” dopo “crisi umanitaria”, «bisogna pur far qualcosa»: auguri ai signori realisti!

enhanced-27753-1410801561-1Su Limes (24 settembre) Giuseppe Cucchi, generale della riserva dell’Esercito, ha posto il problema che in questi giorni sta tormentando il Presidente Obama: «In nessun paese la “modernizzazione del conflitto” si è spinta così avanti come negli Stati Uniti. Questi, se potessero, cercherebbero di risolvere ogni situazione di tensione utilizzando unicamente il fuoco gestito a distanza, evitando a ogni costo l’eventuale ricorso ai boots on the ground, cioè all’intervento di terra. Siamo dunque arrivati alla fine della lunga e gloriosa storia della “Povera sanguinante fanteria”? Certamente no. Anche se gli Stati Uniti e in subordine il resto dell’Occidente non vorrebbero più essere trascinati nell’alea del combattimento a terra, uomo contro uomo, esistono sempre occasioni e teatri in cui se vogliamo vincere qualcuno deve pur farlo. […] L’unico discorso serio che si potrebbe e dovrebbe fare a questo punto è quello di accettare una svolta radicale dei nostri orientamenti politici e cercare le fanterie tra chi nell’area le possiede, cioè gli sciiti. Anche se ciò vorrebbe dire riabilitare l’Iran e far comprendere agli alawiti di Siria che saremmo ansiosi di aprire un dialogo con ogni eventuale successore del presidente Assad. È troppo? Beh, allora di fanteria mandiamo la nostra. Combatterà e morirà, ma permetterà all’azione di fuoco della coalizione di essere efficace. E forse col tempo di distruggere l’Is. Poor Bloody Infantry!».

Sapere che il Fattore Umano ha una funzione decisiva da svolgere nella guerra ad alta composizione organica del XXI secolo non può che rallegrare un umanista del mio calibro. Ovvero: povero “capitale umano”!

LA “PROPOSTA INDECENTE” DEL MACELLAIO DI DAMASCO E IL PRESIDENTE “RILUTTANTE”

obama-netanyahu-assad-isis-583120La “proposta indecente” di Bashar el Assad agli odiati nemici americani ha fatto molto rumore. Molto rumore per nulla, a giudicare dalla freddezza con cui il Presidente Obama sembra aver accolto la “generosa” iniziativa politico-diplomatica del rais siriano. Ma la situazione è, come si dice, fluida, e scenari impensabili solo pochi giorni fa oggi possono concretizzarsi a dispetto di ogni logica nutrita a pane e ideologia – filo o anti-occidentale.

Frederic Hof, ex (dal 2009 al 2012) consigliere sulla Siria per il Dipartimento di Stato, supplica gli americani a non infilarsi nella «trappola mortale» in agguato in Siria: «Il capo della più grande famiglia criminale della Siria, il presidente Bashar el Assad, aspetta, come un coccodrillo, che il pescatore americano cada fuori dalla barca. Per Assad l’occasione è notevole. Se giocherà bene le sue carte, grazie all’assist dell’inazione americana, potrà tornare nella società civile mentre altri fanno il lavoro sporco contro lo Stato islamico al posto suo. […] La leadership americana deve creare meccanismi che permettano un giorno di processare Bashar el Assad e i suoi principali sostenitori per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questi sono i passi necessari per smascherare le menzogne di Assad». (Il Foglio, 29 agosto 2014). E i passi necessari per mascherare le menzogne di Obama? Ci sarà, «un giorno», un tribunale che giudicherà i crimini di guerra perpetrati dagli americani? D’altra parte, la guerra imperialista in sé, soprattutto quella fatta passare, con suprema ipocrisia, come “umanitaria”, è un crimine contro tutto ciò che odora di umano. E quando parlo di Imperialismo e di guerra imperialista non alludo solo agli Stati Uniti, ma a tutti i protagonisti dell’attuale contesa capitalistica per la spartizione del mondo secondo le direttrici geopolitiche e geoeconomiche create negli ultimi tre decenni dal processo di globalizzazione.

«L’Amministrazione Obama ha risposto bene alla proposta, con un rifiuto sdegnato. Tuttavia, il pericolo rimane nascosto nelle acque dell’intrigo politico siriano». Reggerà il «rifiuto sdegnato» alla prova dei fatti che non mancheranno di prodursi nelle prossime ore nell’infuocato quadrante mediorientale? Vedremo. Intanto, come informa Mattia Ferraresi, «Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, è corso in televisione di prima mattina a cercare di correggere il messaggio uscito in modo maldestro dalla bocca del presidente il giorno prima. A quel punto però non c’era operazione di “damage control” che tenesse o rilievo semantico che potesse attutire gli effetti di una formula che è diventata il nuovo tormento del presidente: “We don’t have a strategy yet”, non abbiamo ancora una strategia. Earnest l’ha spiegata così: il presidente non ha “un piano in questo momento” per combattere lo Stato islamico in Siria, ma ha un “piano generale” contro lo Stato islamico in Iraq» (Il Foglio, 30 agosto 2014). Ma anche se lo avesse, un piano adeguato alla situazione siriana, pensate che il Presedente ne discuterebbe pubblicamente in una conferenza stampa (magari dando i dettagli delle operazioni militari)? È d’altra parte vero che gli americani non vogliono impegnarsi in un conflitto di largo respiro che si annuncia tutt’altro che semplice, sotto tutti punti di vista, senza aver prima esplorato strade meno impervie, e certamente essi non intendono accollarsi il lavoro sporco per conto del fantomatico Occidente, il cui risultato potrebbe risolversi in un rendere più agevoli gli affari economici e geopolitici dei kantiani amici europei. Detto en passant, solo una bella guerra “umanitaria” potrebbe risollevare nei sondaggi lo scialbo Hollande, come accadde a Sarkozy ai tempi dei raid aerei contro il regime di Gheddafi. La Grandeur è una merce che si vende ancora bene in Francia, soprattutto in tempi di deflazione…

obama_grigio_discorso_iraq_ucraina_agosto_2014_500Scriveva Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera del 25 agosto: «Non va dimenticato che le prime manifestazioni contro la dittatura siriana nella primavera 2011 furono pacifiche e non armate. Fin da subito fu invece la gravissima repressione militare a gettare la popolazione nelle braccia dei primi gruppi armati. Assad non lasciò mai alcuno spazio all’opposizione politica interna. La tortura eletta a sistema, l’umiliazione sistematica dei prigionieri politici, i bombardamenti dei villaggi indifesi, gli assassinii dei medici e infermieri, il disprezzo per i diritti civili più elementari si manifestarono in un crescendo intollerante e brutale. Solo chi ha assistito alla repressione in Siria può non dubitare che Assad abbia utilizzato le armi chimiche contro la sua gente. E da violenza nasce violenza. Triste e paradossale che qualcuno possa prendere in seria considerazione l’offerta di Assad». Non so se il Presidente degli Stati Uniti stia prendendo in considerazione in queste travagliate ore (vedi anche il fronte occidentale, sempre più surriscaldato) l’inaspettata offerta del macellaio di Damasco, e probabilmente, anche in questo caso, non vedremo mai una conferenza stampa congiunta Obama-Assad che ci metterà a giorno dell’avvenuto accordo anti-Isis fra USA e Siria. Se esso è già operativo, come sostengono diverse fonti giornalistiche basate tanto a Occidente quanto a Oriente, soprattutto gli americani hanno interesse a non renderlo pubblico, anzi a negarlo senz’altro, mentre il regime siriano, sempre più con l’acqua alla gola, avrebbe piuttosto l’interesse contrario. Probabilmente Assad cerca di afferrare un’insperata occasione di rivincita sul piano politico-diplomatico che possa accreditarlo come un interlocutore credibile e indispensabile per arginare la minaccia del fondamentalismo islamico più aggressivo.

D’altra parte, «Solo l’apparato di proiezione di forza degli Stati Uniti è adatto a sterminare l’IS in tempo breve, in quanto la Russia non dispone dei sistemi d’arma necessari ad un rapido e risolutivo intervento, e non avrebbe neanche la capacità di schierare una forza militare efficiente in tempo breve. La tattica attendista della Russia in Ucraina, potrebbe aver inciso sulla scelta di al-Assad di rivolgersi all’Occidente, e questo si traduce in una Siria alle strette che per evitare di essere sconfitta, ha preferito chiedere aiuto ai suoi oppositori. Pertanto si sta configurando un’alleanza insolita, in quanto gli Stati Uniti hanno fornito armi alle truppe ribelli per rovesciare la dittatura di al-Assad, attività che prosegue tutt’ora, ma solo in favore degli insorti più moderati» (G. Caprara, Notizie geopolitiche, 28 agosto 2014). Come, nel sempre più intricato e insanguinato groviglio siriano, sia possibile distinguere fra insorti “buoni” e insorti “cattivi”, è cosa che esubera la mia modesta capacità di comprensione. Non c’è dubbio, ad esempio, che ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan il futuro pianificatore dell’11 Settembre si presentasse con il volto misericordioso dell’amico più convinto e risoluto dell’imperialismo americano.  Ma, si sa, il mondo è pragmatico.

Comunque sia, la “proposta indecente” di Assad a me non appare né triste né, tanto meno, paradossale, perché so da sempre che l’imperialismo, piccolo o grande che sia, non agisce sulla scorta di motivazioni etiche e ideali, secondo le fumisterie create scientificamente dall’Ufficio Propaganda (vedi Prima e Seconda carneficina mondiale), bensì perseguendo obiettivi di varia natura, tattici e strategici, che possano rafforzarlo ed espanderlo, o non intaccarlo in maniera irreparabile nelle avverse circostanze. La storia passata e recente è piena di questi “tristi paradossi”, e soprattutto gli americani si sono rivelati i più spregiudicati nella ricerca di alleanze tattiche. L’Afghanistan insegna. Per citare il solito Deng Xiaoping, non importa il colore del gatto, purché questo acchiappi il topo, secondo la vecchia logica che vuole il nemico del mio nemico essere mio amico, almeno tatticamente, a tempo determinato, per così dire. Tragico, più che triste, mi appare semmai un mondo ancora completamente immerso nella hobbesiana dimensione della violenza sistemica: militare, economica, psicologica, esistenziale.

Anche Leonardo Mazzei non si stupisce neanche un po’ dinanzi alla ventilata possibilità di un’alleanza di fatto USA-Siria in funzione anti-ISIS. Scrive Mazzei criticando «certuni che, pur dichiarandosi “antimperialisti” sono soltanto dei “geopoliticisti”» (bravo!): «Secondo costoro la rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 è stata solo una manovra pilotata dagli americani. Ed una creatura americana sarebbe l’ISIS, mentre il governo Assad sarebbe stato in questi anni il faro della resistenza antimperialista in Medio Oriente. Uno schema messo a dura prova dai recenti avvenimenti. Di più: semplicemente ridicolizzato dai fatti. […] Nessuno stupore dunque – ed al tempo stesso nessuna certezza –  sulla possibile alleanza Obama-Assad. Un’alleanza per altro ben vista da Israele. Se alleanza sarà, noi non ci stupiremo. Ma che diranno i sostenitori della visione “geopoliticista”, quella che ritiene che la rivolta siriana sia solo un complotto americano contro Assad?». Probabilmente inventeranno qualcosa di estremamente “antimperialista” e “dialettica”, non c’è da dubitarne. A tal riguardo, aspetto con ansia di leggere cosa scriverà il grande filosofo dei processi sociali Diego Fusaro.

TJEERD_2014-07-18-7750Dopo aver sviluppato un’analisi della situazione mediorientale, soprattutto in rapporto agli interessi statunitensi, che in gran parte condivido, Mazzei conclude: «L’imperialismo americano rimane il nostro principale nemico. Guai a dimenticarlo anche per un solo attimo». Qui non concordo affatto. A mio avviso «il nostro principale nemico» è l’Imperialismo colto nella sua totalità necessariamente contraddittoria e conflittuale. Di più, come proletario sfruttato in Italia io riconosco come mio nemico principale l’imperialismo italiano, e poi quello europeo, se proprio mi vedo costretto a gerarchizzare la mia inimicizia politico-sociale. Come si traduce, ad esempio, la tesi di Mazzei nel caso della crisi ucraina? Personalmente sono contro tutti gli attori in campo, mentre sostengo la (oggi remota) possibilità di un movimento disfattista (ossia ostile alla guerra) in Ucraina e in Russia sulla base della parola d’ordine: Non morire né per Kiev né per Mosca, né per Bruxelles né per Washington*. Vasto programma? Vasto, in tutti i sensi, è il dominio sociale capitalistico, e non è immaginando scorciatoie che esistono solo nelle nostre anticapitalistiche teste che possiamo sperare di prenderne le giuste misure.

Occorre a mio avviso superare la vecchia logica “antimperialista” (di stampo tanto “fascista” quanto “comunista”) che considera la lotta antimilitarista in Italia (e in Sicilia: vedi il movimento di lotta anti-MUOS) in chiave puramente antiamericana, e che continua a trascurare il peso assunto dal militarismo Made in Italy nei processi di militarizzazione del Paese. Riconoscere il nemico più insidioso e immediato nella classe dominante “casalinga” implica anche la lotta contro la Nato, nel cui seno il nostro Paese è stato inserito in seguito alle note vicende occorse ormai sette decenni fa; allo stesso tempo, una lotta contro la Nato coerente e soprattutto non viziata da ideologie nazionaliste presuppone in primo luogo la lotta contro il nemico interno di classe, il quale anche all’ombra di quella Alleanza politico-militare ha perseguito dal secondo dopoguerra in poi i suoi (peraltro legittimi sul terreno capitalistico) interessi nei Balcani, in Medio oriente, nell’Africa del Nord e così via.

Sostengo questo non per un settario e inane scrupolo di coscienza (seppure “di classe”), ma perché non intendo rafforzare in alcun modo la posizione dell’imperialismo italiano e/o dell’imperialismo europeo nel mondo. Basta ricordare gli entusiastici applausi indirizzati a Craxi e Andreotti da moltissimi “antimperialisti” (di “destra” e di “sinistra”) dopo la mitica Notte di Sigonella (ottobre 1985), per capire come una lotta alla NATO non informata dal punto di vista ostile a ogni forma di dominio sociale assai facilmente si presta come formidabile strumento di lotta interimperialistica.

Che un indebolimento dell’imperialismo americano e «il passaggio ad un’epoca multipolare» possano, eo ipso, risolversi in un progresso per l’auspicata «iniziativa di classe» ovunque nel mondo, o solo in Italia, questo non l’ho mai creduto, o capito, faccia il lettore. Mazzei ha comunque ragione quando sostiene che è sbagliato fare dell’America «un avversario invincibile ed onnipotente. Non lo è, e lo scenario mediorientale ce lo dimostra».

Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». Il mio nemico principale è il nazionalismo (oggi soprattutto nella sua variante cosiddetta sovranista), e il fatto che questa posizione oggi appaia – e sia in realtà – eccezionalmente difficile da sostenere, al limite dell’impossibile, ebbene ciò non mi suggerisce alcuna alternativa più facilmente praticabile sul terreno dell’antagonismo di classe. Altri terreni non mi riguardano.

breaking-bad-583087A proposito di altri – e certamente oggi più fecondi di successi – terreni! Scrive Matteo Zola su East Journal (28 luglio: «Se non si è dei tifosi sfegatati delle stelle e strisce, si è sempre contenti quando il mondo unipolare sorto dalle rovine del Muro di Berlino viene messo in discussione». Personalmente sono contento, politicamente parlando, solo quando coloro che per campare sono costretti a vendersi come merce hanno modo di assestare un colpo ai padroni. Ahimè, cosa assai rara di questi critici tempi. Questo fa di me un tifoso sfegatato, o quantomeno un oggettivo (mai mettere limiti all’astuzia dell’Imperialismo Americano!) servo sciocco «delle stelle e strisce»? Non credo. Ma, per dirla col santissimo Padre, chi sono io per dirlo? Continuiamo piuttosto la citazione senza interromperla con personalistiche chiose: «L’emergere di nuove potenze regionali e il (fin qui lieve) declino americano potrebbero portare a una situazione per la quale, nel mondo, a decidere i destini di popoli e dittatori, a disegnare i confini di nuovi stati, a scegliere dove stanno i buoni e i cattivi, non siano solo i signori di Washington. Chissà, magari anche l’Onu – ormai obsoleto strumento di ricomposizione dei conflitti – potrebbe venire ridisegnato in un’ottica più inclusiva. E soprattutto il suo Consiglio di Sicurezza, che comprende i paesi usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale, potrebbe essere reso più rispondente al mondo di oggi».

A questo punto di vista rigorosamente geopolitico va a mio avviso contrapposto il punto di vista critico-radicale che intende mettere in discussione non il vigente status quo geopolitico, ma il ben più essenziale status quo sociale. Una breve autocitazione: «A molti miei interlocutori rigorosamente “antimperialisti”, quelli che amo rubricare come mosche cocchiere, sfugge l’abissale differenza che corre, soprattutto nell’attuale epoca di dominio planetario e totalitario (oserei dire terroristico) dei rapporti sociali capitalistici, fra il concetto di status quo sociale e quello di status quo geopolitico, e così essi affettano di lanciare solidi ponti politico-concettuali fra le opposte sponde dell’abisso che esistono solo nella loro testa. Se le mosche cocchiere avessero avuto ragione contro i «”rivoluzionari” che non vogliono sporcarsi le mani col mondo reale», saremmo già da un pezzo nel migliore dei mondi possibili, magari in guisa “sovietica”, o “comunarda” – qui alludo al Grande Timoniere cinese, non a quello padovano che di nome fa Antonio. I realisti hanno bensì avuto ragione, ma come inconsapevoli strumenti del processo sociale capitalistico» (Riflessioni agostane intorno al bellicoso mondo).

putin-nucleare-atomica-atomico-bomba-584171* Scrive oggi Anna Zafesova (La Stampa): «Mosca continuerà ad accrescere il suo arsenale nucleare e ricorda a tutto il mondo che “è meglio non avere a che fare con la Russia”. È il monito che Vladimir Putin lancia il giorno dopo che Kiev ha denunciato l’inizio dell’invasione russa: “Grazie a Dio, penso che a nessuno oggi venga in mente un conflitto su larga scala con noi”». E se il buon Dio non esistesse davvero, come azzardano certi loschi individui? Meglio fare gli scongiuri e agire come se Dio esistesse!

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L’ALTERNATIVA DEL DOMINIO SECONDO MASSIMO FINI

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imagesSSR8VPRDA Massimo Fini non manca certo il dono della chiarezza, che egli ama spingere fino a quella franca brutalità antioccidentale che l’ha reso celebre: «Se devo scegliere in questa guerra degli orrori scelgo quelli dell’Isis». Ma il punto, a mio avviso, è che dobbiamo rifiutare radicalmente questa vera e propria alternativa del Dominio, proprio per non alimentare l’orrore di una carneficina mettendoci, anche solo idealmente, al servizio degli interessi che fanno capo a uno dei suoi macellai, non importa se in guisa di  «esercito regolare» (magari targato ONU),  di «terrorista» o di «guerrigliero».

«Colpisce la ferocia dell’Isis ma non è più nobile uccidere sparando missili. L’unica differenza è che nel secondo caso non si vede la strage. Nel primo, invece, la testa mozzata fa orrore. […] Noi siamo quelli regolari, i nostri nemici, invece, sono sempre terroristi. Questa è la forma che ha assunto il razzismo in quest’epoca: l’idea che esista una cultura superiore, la nostra». Ai miei occhi Fini sfonda una porta da sempre spalancata quando svela l’ipocrisia dell’Imperialismo occidentale (Stati Uniti e Unione europea), il quale, com’è noto, ama presentare la sua disumana prassi bellica come un’azione di polizia tesa a soccorrere l’aggredito e a mettere l’aggressore nelle condizioni di non nuocere; come un «intervento umanitario», tanto doloroso quanto legittimo e necessario, pieno dei più nobili sentimenti ispirati dal diritto internazionale e dalla civile religione dei «diritti umani». E proprio per questo agevolmente supero il rischio di rimanere impigliato nella sua virile prosa politicamente scorretta, e per questa via colgo facilmente il fondo ultrareazionario del suo ragionamento, il quale si limita ad accreditare il terrorismo e la prassi guerrigliera come legittime modalità belliche nell’epoca della cosiddetta guerra asimmetrica. Anche la “scandalosa” riflessione del pentastellato Alessandro di Battista a proposito del terrorista che non va sconfitto «mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore» si muoveva sullo stesso escrementizio terreno.

Questo discorso intorno alla «guerra asimmetrica» ha una sua validità dottrinale e politica in sede borghese, fra i cultori della scienza geopolitica e del diritto internazionale, ad esempio. “Asimmetrica” o meno, la «Terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli» cui accennava Papa Francesco qualche giorno fa rimane pur sempre una guerra imperialista, senza se e senza ma.

Va da sé che non sono così sciocco da attribuire a Massimo Fini “colpe” o “contraddizioni” che si possono cogliere solo mettendosi dalla prospettiva critico-rivoluzionaria. Semmai stupisce – qui faccio dell’ironia – che fior di militanti “antimperialisti” usi a sventolare bandiere rosse e a cantare l’Internazionale dalla mattina alla sera seguano la stessa logica ultrareazionaria del nostro eroe borghese, ad esempio schierandosi a favore del Macellaio di Damasco, o, tanto per cambiare quadrante geopolitico, degli «antifascisti» russofili dell’Ucraina.

A girl holds a cartoon during an anti-terrorism rally by members of the Al-Hadi Center in Virginia, as part of their small protest to call for greater U.S. involvement in Iraq, in WashingtonNorma Rangeri oggi scrive sul Manifesto che l’unico intervento legittimo in Iraq sarebbe quello dell’Onu, «come ha auspicato il papa». È almeno dalla Prima Guerra del Golfo (1991) che sento ripetere, «guerra locale» dopo «guerra locale», questo insulso mantra pacifista. Per economia di pensiero mi permetto di citarmi: «ONU: non si muove foglia che l’Imperialismo non voglia. Si dice e si scrive: “Tutto il mondo è attraversato da guerre, piccole o grandi che siano. Ovunque si contano migliaia di morti e feriti. E l’ONU sta a guardare! Ma allora, a che serve l’ONU?” Già, a che serve questo “covo di briganti”? Non sarà che all’ONU non si muove foglia che l’Imperialismo (naturalmente a cominciare dalle Potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione europea a trazione tedesca) non voglia? Sono enigmi che mi tolgono il sonno, e pure l’appetito!».

RIFLESSIONI AGOSTANE INTORNO AL BELLICOSO MONDO

isisScriveva con legittimo orgoglio Aldo Bolognini Cobianchi il 21 luglio (Il Giornale): «La collaborazione tra gli italiani e le forze armate del Libano è alla base della stabilità dell’area che viene presa a modello in tutto il resto del Libano. Nonostante l’escalation militare tra Israele e i palestinesi, la pace qui regge bene. I razzi lanciati pochi giorni fa sono un fatto isolato e anche Hamas, seppur dietro le quinte, è interessata a mantenere la calma in quest’area, tant’è che ha aiutato a scovare chi materialmente ha lanciato gli ordigni verso Israele. […] Sui Lince stanno già sistemando le mitragliatrici in ralla, altri soldati arrivano correndo con cassette di munizioni: uno, due, tre, in un attimo otto mezzi bianchi con le scritte UN sono pronti a partire. Altrettanto rapidamente arriva l’ordine e la colonna si avvia a velocità sostenuta nella notte. Tutto si è svolto, quasi in un attimo, senza confusione e con grande professionalità». Si rimane davvero ammirati dinanzi all’ordinata professionalità dei soldati italiani, i quali dal 2006 operano come «forza di interposizione ONU» tra gli israeliani ed Hezbollah, i miliziani libanesi sciiti foraggiati dall’Iran e dalla Siria. Un intervento militare a suo tempo molto ben considerato anche da una parte del pacifismo militante, che vi vide – è il caso di dirlo? – un corpo contundente da agitare sulla testa di Israele. È anche di queste “buone intenzioni” che si nutre l’italico imperialismo.

Ma si ha appena il tempo di ringraziare i bravi ragazzi e le brave ragazze del Genova Cavalleria per il loro coraggioso impegno “pacificatore” in un luogo particolarmente vivace, per così dire, del pianeta, che subito bisogna passare alle dolenti note: «Milizie dell’Isis si scontrano con l’esercito nell’enclave sunnita nel sud dominato da Hezbollah. I sunniti non si sentono protetti. E il fragile equilibrio libanese è a rischio, suscitando le ire e le accuse degli sciiti Hezbollah, che in Siria combattono apertamente al fianco delle truppe di Damasco. Uno stallo su cui Arabia Saudita e Iran stanno giocando l’ennesima lotta di potere e che rischia di far precipitare il fragile equilibrio sul quale si regge il Libano» (A. Milluzzi, Pagina 99, 6 agosto 2014). Con il Grande Califfato dei pii sunniti è meglio non scherzare: ci si può perdere la testa, e qui, come attesta la cronaca giornalistica corredata di foto oltremodo realistiche, non si tratta di metafora.

La prospettiva dei miliziani dell’Isis di espandere lo Stato Islamico in direzione del Levante chiama in causa direttamente quantomeno il territorio di Libano, Giordania, Palestina e Turchia meridionale. Per Teheran la distruzione di Hezbollah rappresenterebbe un colpo davvero duro, perché indebolirebbe l’asse sciita in un momento in cui il caos generale che investe il Medioriente (e non solo: vedi crisi ucraina) lascia aperte soluzioni che non contemplano compromessi accettabili per le parti in conflitto. Per essi si dà la possibilità di vincere tutto, o di perdere tutto, almeno per un lungo periodo.

«L’aggravarsi della crisi irachena ha spinto il governo iraniano a organizzare le proprie forze e intervenire. L’Iran ha già mandato in Iraq circa 500 uomini delle forze Quds, il suo più temibile corpo d’élite appartenente alla Guardia Rivoluzionarie (forza militare istituita dopo la rivoluzione del 1979), specializzato in missioni all’estero e già attivo da tempo in Iraq. Le forze Quds sono probabilmente il corpo militare più efficiente dell’intero Medioriente, molto diverse dal disorganizzato esercito iracheno che è scappato da Mosul per non affrontare l’avanzata dell’ISIS. Con l’intervento dell’Iran e di altre milizie sciite che fanno riferimento a potenti leader religiosi sciiti locali, è difficile pensare che l’ISIS possa avanzare ulteriormente verso Baghdad – che tra l’altro è una città a grandissima maggioranza sciita – mentre è più facile che provi a rafforzare il controllo sulle parti di territorio iracheno a prevalenza sunnita che è già riuscito a conquistare. I rischi di un massiccio intervento iraniano in Iraq ci sono eccome, comunque (E. Zacchetti, Il Post, 19 luglio 2014).

isis-579979Non è un mistero per nessuno che l’Isis, una “scheggia impazzita” cresciuta nella galassia alqaedista,  sia stato foraggiato per anni dall’Arabia Saudita per colpire il regime siriano e i suoi alleati iraniani, e che gli Stati Uniti e la Comunità Europea abbiano lasciato fare il lavoro sporco ai futuri nemici convinti, come sempre, di poter controllare l’incendio orientandolo a loro piacimento. Salvo scottarsi, come è successo in Afghanistan e in Iraq. Oggi Stati Uniti e Iran sono costretti a marciare insieme contro un comune nemico strategico, e questo, detto di passata, non può non mettere in allarme Israele, che già si è visto rifiutare dagli amici americani un importante rifornimento di missili dopo gli “eccessi” di Gaza. Questo per dire quanto complessa sia la matassa della contesa interimperialistica.

La settimana scorsa l’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino ha offerto un’analisi della situazione geopolitica del Medio Oriente di un certo interesse: «Dal risveglio arabo del 2011 è in corso una lotta all’ultimo sangue all’interno della comunità sunnita, e cioè da una parte tra Turchia e Qatar sostenitori dei Fratelli musulmani, e quindi di Hamas, Morsi, Ennahda, e dall’altra Arabia Saudita ed Emirati Arabi sostenitori dei salafiti. È in palio la predominanza geopolitica e geostrategica dell’intera regione, Libia compresa. Ma a questo conflitto mortale si aggiunge a quello tradizionale tra sunniti e sciiti, e dunque con l’Iran, che come vediamo ha come teatri l’Iraq e la Siria, e per completare il quadro è in corso una guerra di successione all’interno della famiglia Saud. Nel caso dell’Egitto o della Libia lo scontro è dunque intra-sunnita. In Siria, Iraq e Libano invece vi è un intreccio tra le due dimensioni che rende lo scontro ancora più acuto, e inefficaci i tentativi di mediazione come gli “Amici della Siria”. Ma il vero nodo è che questi “nuovi” attori regionali come Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati, dispongono di una potenza finanziaria e mediatica senza precedenti. Oggi, l’unica superiorità occidentale rimane quella militare, che è stata a volte, come nel 2003, malamente usata. E quei Paesi si muovono anche senza nessuna attenzione al diritto internazionale e umanitario» (La Stampa, 10 agosto 2014). Sul «diritto internazionale e umanitario» è meglio stendere un pietosissimo velo.

Ecco intanto la notizia del giorno: «I curdi, appoggiati dai raid americani, hanno riconquistato la diga di Mosul, la più grande in Iraq, strappandola ai jihadisti dell’Isis. Lo hanno annunciato funzionari curdi. La diga, a nord di Mosul, fornisce l’acqua e l’elettricità alla maggior parte della regione nel nord dell’Iraq, indispensabile per l’irrigazione dei campi nella provincia di Ninive. Attorno alla diga, conquistata dall’Isis dieci giorni fa, si è sviluppata una battaglia tra jihadisti e curdi, sostenuti dai ripetuti raid americani con caccia e droni, oltre 20 tra ieri ed oggi» (ANSA). Inutile dire che il Pentagono si è affrettato a ribadire la natura «strettamente umanitaria» dell’intervento militare USA in Iraq. Riuscirà Obama a vincere la resistenza dell’Isis facendo l’economia delle sue truppe di terra? Lo vedremo fra qualche giorno, o settimana.

obama-drone-vignetta-579899Il conflitto in corso prende l’aspetto confessionale ed etnico ma la sua radice è squisitamente economico-sociale, come sempre e dappertutto del resto. L’elemento religioso e/o etnico della contesa, che naturalmente esiste e che sarebbe sciocco negare, offre agli interessi materiali dei diversi Stati e strati sociali il necessario collante politico-ideologico senza il quale questi interessi non potrebbero radicarsi in profondità né espandersi nello spazio e nel tempo. Come diceva qualcuno, l’ideologia è essa stessa una forza materiale al servizio di peculiari interessi nazionali e di classe. Si tratta piuttosto di afferrare questi ultimi seguendo anche le complesse mediazioni che si diramano dalla cosiddetta sovrastruttura. Chi leggesse la cosiddetta Primavera Araba a partire dalla coscienza che di essa hanno avuto i suoi protagonisti politici e sociali, capirebbe ben poco di ciò che veramente quella stagione mediorientale significò, e che in larga misura, mutatis mutandis, continua a rappresentare, perché le cause sistemiche che la generarono sono tutt’altro che scomparse. Si sono rafforzate, piuttosto. Il processo sociale (alcuni parlano di globalizzazione capitalistica) che ha minato i vecchi equilibri politici e sociali del Medio Oriente e dell’Africa alimenta sempre di nuovo tensioni d’ogni genere (comprese quelle rubricate come religiose, etniche, razziali, ecc.), conflitti sociali e guerre (ultrareazionarie, ça va sans dire) che hanno l’obiettivo di conquistare o difendere potere economico e/o politico.

Ancor meno capirebbe chi si approcciasse alla «Primavera Araba» sulla scorta delle analisi offerte al mondo in questi anni dai teorici della “rivoluzione permanente”, ossia dagli intellettuali basati in Occidente che vedono “rivoluzioni” un po’ dappertutto, non appena una qualsiasi piazza del bellicoso pianeta si riempie di gente che urla la propria insofferenza nei confronti di una condizione sociale sempre più disumana e incomprensibile.

imagesQI8T6Y6ATutti i fautori dell’intervento “umanitario” nel conflitto iracheno, alcuni dei quali propugnano apertamente una Crociata 2.0 sotto il misericordioso vessillo di Papa Francesco, sostengono che bisogna acquisire la capacità di distinguere tra aggressori e aggrediti. Come sempre accade nei momenti critici questa “capacità” deve tuttavia fare i conti con la prospettiva dalla quale si osserva il conflitto. La stessa cosa vale per la definizione di “terrorista”: chi stabilisce la natura terroristica di un soggetto che legittima e pratica la violenza per conseguire obiettivi politici? Ad esempio, il Partito-Stato cinese definisce terroristi – ma anche «teppisti» – della peggiore specie gli Uiguri (un’etnia minoritaria turcofona e islamica, concentrata principalmente nella regione semi-desertica dello Xinjiang, nel nord-ovest del Paese, dove costituiscono la maggioranza relativa regionale) che si battano per l’indipendenza dal Celeste Imperialismo. Viste però dalla Turchia, le sempre più numerose e violente azioni armate degli Uiguri appaiono come necessari momenti di una coraggiosa resistenza al processo di progressivo annientamento etnico e culturale della minoranza turcofona voluto da Pechino a esclusivo vantaggio dei «cinesi puri» (Han).

Come altre volte ho scritto, dalla mia prospettiva gli aggressori e i terroristi sono tutti i soggetti (Stati, nazioni, organismi internazionali tipo ONU, organizzazioni politico-militari nazionali e sovranazionali più o meno informali,  organizzazioni cosiddette non governative, e via di seguito) che in vario modo e a diverso titolo difendono lo status quo sociale del pianeta, magari attraverso il sovvertimento del suo status quo geopolitico e geoeconomico. Come si vede, non mi servo delle categorie offerte dal Diritto (borghese) per definire la natura dei miei nemici.

A molti miei interlocutori rigorosamente “antimperialisti”, quelli che amo rubricare come mosche cocchiere, sfugge l’abissale differenza che corre, soprattutto nell’attuale epoca di dominio planetario e totalitario (oserei dire terroristico) dei rapporti sociali capitalistici, fra il concetto di status quo sociale e quello di status quo geopolitico, e così essi affettano di lanciare solidi ponti politico-concettuali fra le opposte sponde dell’abisso che esistono solo nella loro testa. Se le mosche cocchiere avessero avuto ragione contro i «”rivoluzionari” che non vogliono sporcarsi le mani col mondo reale», saremmo già da un pezzo nel migliore dei mondi possibili, magari in guisa “sovietica”, o “comunarda” – qui alludo al Grande Timoniere cinese, non a quello padovano che di nome fa Antonio. I realisti hanno bensì avuto ragione, ma come inconsapevoli strumenti del processo sociale capitalistico.

imagesUn esempio di politica estera tesa a prefigurare un radicale cambiamento negli assetti geopolitici del mondo l’ha offerto ultimamente il pentastellato Alessandro Di Battista, preso di mira da gran parte del carrozzone politico e dei media per le sue “scandalose” (in realtà semplicemente realistiche, a tratti perfino banali, nonché informate da quell’antiamericanismo che in Italia ha sempre trovato un certo riscontro, a “destra” come a “sinistra”) dichiarazioni a proposito del terrorista che non va sconfitto «mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore». Scrive l’amico del giaguaro, pardon, del Grillo: «L’Isis avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. È evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli Usa non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la Ue promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’Alba, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’Ue intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il Ttip il prima possibile. Essere alleati degli Usa non significa essere sudditi. L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera».

Diciamo pure che le mappe geopolitiche del pianeta non sono mai scritte in modo definitivo. Stavo per dimenticare la cosa più importante della faccenda, almeno dal mio punto di vista: è con il sudore (leggi sfruttamento) e con il sangue degli individui, soprattutto di quelli che hanno la ventura di sopravvivere negli affollati piani bassi dell’edificio sociale, che il Potere scrive la storia del mondo, con allegate mappe geopolitiche. Terrorista, nell’accezione politica e filosofica più pregnante del concetto, è il Dominio sociale che molte persone vorrebbero rendere migliore attraverso robuste iniezioni di etica.

Solo per amore di polemicuccia agostana un sincero sovranista tricolore è stato fatto passare dai soliti «giornaloni servi dei poteri forti» per amico del terrorismo internazionale. Se fossi un pentastellato, e non un disfattista antisovranista non suscettibile di “elevazioni diplomatiche” di sorta quale invece mi onoro di essere, mi indignerei, e “di brutto”. Se!