IL NOME DEL MORTO. Sul fallimento del “laboratorio politico-sociale” latinoamericano

«Il Brasile, ha sottolineato il nuovo Presidente Bolsonaro, “non poteva continuare a flirtare con il socialismo, il comunismo, il populismo e l’estremismo della sinistra”. Il risultato del voto in Brasile segna anche una nuova sconfitta per i partiti e i leader protagonisti della cosiddetta “marea rosa” progressista che investì l’America Latina all’inizio del secolo XXI, dopo le vittorie elettorali del centrodestra in Argentina, Cile, Perù e Colombia e le derive autoritarie in Venezuela e Nicaragua» (Ansa.it). “Socialismo”, “comunismo”, “marea rossa”, “derive autoritarie”: ma di cosa stiamo parlando? Quale progetto politico è fallito in America Latina? Chi è il morto che bisogna seppellire in fretta? Cerco di dare una prima risposta a queste scottanti domande con una riflessione messa giù ieri.

Ho appena letto un articolo di Daniele Benzi sull’America Latina, e più precisamente sulla grave, e forse financo mortale crisi che sta interessando le forze politiche “progressiste” che per diverso tempo, un quindicennio, sono state al potere in diversi Paesi latinoamericani. «Daniele Benzi vive in America latina dal 2008. Ha studiato, fatto ricerca ed insegnato a Cuba, in Venezuela, Bolivia, Messico ed Ecuador. Attualmente risiede in Brasile»: così recita la nota di presentazione al suo artcolo, il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: Chiuso per fallimento (e lutto). Insomma, Benzi sembra avere qualche buon titolo per parlare con una certa credibilità su ciò che accade in America Latina. Ebbene, cosa bisogna considerare «chiuso per fallimento e per lutto» secondo il Nostro? È presto detto: «il “laboratorio” politico latinoamericano». Mi verrebbe da dire: l’eterno, e puntualmente fallimentare, «“laboratorio” politico latinoamericano», che per molti sedicenti anticapitalisti attivi nel secolo scorso ha rappresentato una sorta di “terza via” rispetto al modello sovietico, andato definitivamente in malora alla fine degli anni Ottanta, e al modello cinese, che invece proprio in quegli anni ha iniziato a macinare successi (*). Dalla Cuba castrista in poi, l’America Latina ha offerto ai “marxisti” occidentali “modelli rivoluzionari” sempre nuovi, a getto continuo, si potrebbe dire; modelli che hanno avuto un solo punto debole: non avere mai avuto nulla a che vedere con un autentico processo sociale anticapitalistico, con una autentica prospettiva di emancipazione delle classi subalterne e dell’intera umanità. Nulla, e solo il retaggio stalinista e maoista, che ancora oggi pesa come un macigno sulla “sinistra radicale” occidentale (a cominciare da quella italiana, particolarmente nostalgica del “bel tempo che fu”), ha potuto far sorgere nella testa di molti “anticapitalisti” l’idea di un «nuovo mondo possibile» francamente miserabile, e in ogni caso interamente confinata nel mondo dominato dai rapporti sociali capitalistici.

A dire il vero la tesi di Benzi, che nasce da un investimento politico, a mio avviso completamente sbagliato, in «un progetto di radicale rifondazione e sperimentazione sociale con un orizzonte anticapitalista», non mi è nuova, e io stesso ne avevo parlato in un articolo del 2015 dedicato al Venezuela e al cosiddetto “Socialismo del XXI Secolo”, soprattutto ai suoi ridicoli simpatizzanti italiani. E cosa sosteneva Benzi tre anni fa? Questo: «Un progetto che, tuttavia, lungi dall’avere raggiunto i suoi principali obiettivi programmatici, per differenti ragioni si è impantanato, sino al paradosso di avere in effetti accentuato le differenti facce del modello rentier. […] In termini politici, si configura sostanzialmente come un modello di relazioni clientelari che si nutre e sostenta della rendita (in spagnolo appunto “renta”) che uno Stato capta dal mercato mondiale. Un modello spesso accompagnato da pratiche assistenzialiste e paternaliste che si sposano bene con stili e metodi di governo populisti o autoritari. Semplificando, questa dinamica perversa e potenzialmente distruttiva è generata dal potere e dall’apparente libertà che la rendita petrolifera, essendo un’entrata economica legata a un bene estratto e non prodotto il cui valore commerciale è fissato dal mercato mondiale, dà allo Stato per distribuirla senza esigere contropartite particolarmente onerose. La dimensione della rendita e la capacità di distribuzione rappresenterebbero quindi i limiti più importanti che affrontano i suoi gestori. Lo “Stato magico” nasce in queste condizioni, e così le sue qualità miracolose e l’ipertrofica corte burocratica con il conseguente centralismo, corruzione, verticalismo, improvvisazione, clientelismo e inefficienza. È qui che il ruolo dello Stato venezuelano prende storicamente forma “come elemento istituzionale chiave nel controllo della rendita petrolifera”» (Petrolio e petrodollari nella politica estera del Venezuela, Visioni LatinoAmericane, numero 11, Luglio 2014).

Nel frattempo, la crisi economico-sociale venezuelana si è aggravata, e di molto, e la drammatica vicenda dei migranti rappresenta solo il sintomo più evidente di una situazione sociale che definire catastrofica non è affatto esagerato, e che può avere sul piano politico e geopolitico conseguenze ancora più gravi per le classi subalterne di quel Paese. Basti pensare al fatto che l’imperialismo americano di certo non resterà a guardare senza reagire con tutti i mezzi necessari all’espansione cinese in quella che da sempre Washington considera il cortile di casa degli Stati Uniti; espansione economica e politica resa possibile anche dalla fallimentare gestione del potere da parte del “progressismo” latinoamericano, il quale nel tentativo di fuggire dalla padella americana oggi si trova a doversi gettare dentro la gigantesca brace cinese, un po’ come accadde, mutatis mutandis, al nazionaldemocratico Fidel Castro agli inizi degli anni Sessanta, quando fu costretto a saltare sul carro dell’imperialismo sovietico (cioè Russo) non trovando più negli Stati Uniti la sperata e fino all’ultimo ricercata “fraterna collaborazione”. Questo a dimostrazione del fatto che parlare di sovranità nazionale nell’epoca della competizione tra potenze imperialistiche è quantomeno ridicolo. Quantomeno.

Analogo discorso si può fare per il Nicaragua, l’altro solido punto di riferimento della “sinistra” mondiale, almeno fino a qualche mese fa. Rispetto a tre anni fa oggi Benzi scrive concetti ancora più chiari e per certi versi definitivi sulle speranze “rivoluzionarie”, o quantomeno “progressiste”, andate ampiamente deluse in America Latina.

Riporto dunque un ampio stralcio del suo articolo per contribuire a disegnare un quadro realistico su quanto avviene in quel delicato quadrante geopolitico. L’intenzione politica di chi scrive è sempre la stessa (si spera con un esito diverso…): comunicare a chi legge, chiunque egli sia, che i pietosi fallimenti dei cosiddetti “comunisti”, “socialisti”, “progressisti”, “sinistri” ecc. registrati in ogni parte del globo, non compromettono affatto la possibilità di una fuoriuscita rivoluzionaria delle classi subalterne e dell’umanità intera dalla disumana dimensione capitalistica, e questo semplicemente perché quei personaggi non hanno mai avuto niente a che fare né con la teoria né con la prassi dell’anticapitalismo militante. Al più, si è trattato e si tratta di sostenitori di un Capitalismo di Stato più o meno integrale, più o meno “originale” (vedi certi teorici del “Comune”), più o meno autoritario/democratico. Non più di questo.

«Comunque vadano le cose [in Brasile e in Venezuela], in questi e in altri paesi (Nicaragua in primis), il peggio per le sinistre purtroppo è già accaduto. Il “laboratorio” politico latinoamericano che le aveva ridato fiato, fiducia e speranze non è temporaneamente chiuso per ferie, ma per fallimento. E lutto. Rivelando, fra le altre cose, che almeno per ora un altro mondo non è possibile». Il vero problema, come ho accennato sopra, è capire la natura sociale di questo mondo supposto nuovo rispetto alla società capitalistica. Gli “esperimenti sociali” di cui oggi si attesta il fallimento hanno tradito le speranze solo di chi, sbagliando in modo a dir poco imbarazzante, hanno creduto che essi potessero andare oltre una diversa gestione della società capitalistica, e in verità essi si sono dimostrati fallimentari anche da questo punto di vista, peraltro il solo pertinente nella fattispecie. Il problema qui posto non è teorico, ma strettamente politico, perché creare falsi “mondi possibili”, per poi vederli puntualmente fallire e morire, non può che aumentare il senso di impotenza delle classi subalterne, le quali sono indotte a credere che davvero non si dà alcuna reale (e soprattutto degna di venir perseguita) alternativa al mondo dominato dal Capitale. Ma riprendo la citazione.

«Nessuno, neanche il più scettico, avrebbe potuto immaginare una disfatta di queste proporzioni. Sembrerebbe naturale, quindi, puntare il dito contro l’imperialismo e i suoi “lacchè”, responsabili di “guerre economiche”, di “golpe parlamentari”, “mediatici”, “giudiziari” e tante altre improbabili cospirazioni. È la logica binaria dei leninisti, il loro sport preferito quando il Palazzo d’Inverno è assediato dai bianchi o sta per crollare. L’imperialismo, però, come fenomeno inerente allo sviluppo storico del capitalismo, è un problema troppo serio per essere ridotto a capro espiatorio, a teorema del complotto, a deus ex machina a discolpa del fallimento dei governi “progressisti”. […] Questa spiegazione, tuttavia, non riesce a cogliere il fallimento del “laboratorio” politico latinoamericano se non mette a fuoco, al di là delle specificità nazionali e di ciò che hanno in comune le “rivoluzioni passive”, anche l’“eccezione globale” nel suo insieme. L’America del Sud è stata l’unica regione al mondo, come sostiene Perry Anderson, in cui si è sperimentata la convivenza fra movimenti sociali ribelli e governi eterodossi. Ciò è stato possibile sulla scia della poderosa e multiforme resistenza al neoliberismo e perché gli Stati Uniti si erano temporaneamente allontanati dal cortile di casa. (Da qui gli impressionismi iniziali sulla “moltitudine” o il miraggio della ricomposizione populista che, almeno, ha captato gli elementi salienti del momento della “rottura”). Ma è stato possibile grazie anche al boom delle materie prime. Paradossalmente è questo che, da apparente punto di forza (e delirio di onnipotenza nel caso venezuelano), si è rivelato il tallone d’Achille dei governi “progressisti”. Non occorre essere economisti o marxisti per capirlo.

Stregati dalle straordinarie quotazioni mondiali del petrolio, del gas, dei minerali, della soia (transgenica), dell’olio di palma e di altre materie prime, non c’è stato leader o governo che non si sia lanciato con foga nell’esplorazione e sfruttamento indiscriminato delle risorse disponibili sul proprio territorio, o che non abbia cercato di ampliare la frontiera agricola favorendo l’agricoltura estensiva e d’esportazione. Certo, in teoria avevano delle buone ragioni e dei buoni propositi come risolvere la questione sociale e riprendere il cammino dell’industrializzazione. Ma la verità è che non ne sono stati capaci. Le politiche sociali ed altri sussidi e incentivi sono riusciti fino al 2013 a ridurre considerevolmente gli indici di povertà e ad estendere l’accesso a servizi e diritti fondamentali, ma hanno inciso molto poco o per niente sulla struttura delle disuguaglianze, cioè, sull’espressione più compiuta dei rapporti di classe in una società. Il rilancio dell’industrializzazione, invece, è stato o altalenante e mediocre (Brasile e Argentina), fallimentare (Ecuador), immaginario (Bolivia) o addirittura disastroso (Venezuela). Ovunque, il peso delle risorse naturali è cresciuto significativamente nel paniere delle esportazioni e nella composizione del Pil, consolidando anziché invertire il processo di deindustrializzazione in atto dagli anni ottanta. Oggi, certamente, l’America latina è più dipendente e periferica nell’economia politica globale che quindici anni fa. I costi di affidarsi a un modello di accumulazione e di sviluppo basato sull’effimero boom delle commodity sono stati altissimi per i governi “progressisti”. Ne ha danneggiato o spezzato in modo irrimediabile l’alleanza con la galassia ecologista ed alcuni movimenti indigeni e sociali che, d’altro canto, a torto e a ragione spesso si sono rinchiusi in una logica difensiva senza avanzare proposte alternative realistiche. Li ha esposti a relazioni altamente pericolose con grandi gruppi transnazionali e finanziari e ne ha sancito la dipendenza dai capitali cinesi. Li ha illusi di potere coccolare a suon di sussidi e privilegi vari (di cui ha beneficiato anche chi scrive) quelle stesse classi medie e settori economici che oggi appoggiano la restaurazione neoliberale e financo fascista. Li ha spinti a fare dei ritocchi solo cosmetici o rinviare sine die una riforma tributaria così necessaria nella regione più disuguale del pianeta. Ne ha ridotto, anche, i margini di cooperazione sul piano dell’integrazione regionale generando, anzi, logiche di competizione oggi francamente risibili che però hanno portato allo stallo l’ALBA-TCP e l’UNASUR ben prima dell’offensiva delle destre e dell’imperialismo. Li ha convinti, infine, di poter prescindere dal supporto attivo, cosciente ed autonomo delle classi popolari, cioè, di poterle comprare facendole comprare (e indebitare) un po’ di più».

A proposito del chavismo, se di fallimento si deve parlare con serietà di analisi storia e sociale, fuori e contro ogni illusione ideologica, ebbene occorre dire che si tratta di un fallimento non riferito al socialismo comunque declinato (ideale o reale, di vecchia o di nuova concezione), appunto perché questo “esperimento sociale” non ha mai avuto niente a che fare con la costruzione di una società socialista, bensì di una fallimentare esperienza di gestione del potere politico in vista di uno sviluppo economico-sociale del Venezuela che non c’è stato, anzi! Confrontato con la crisi economica mondiale e con la discesa del prezzo del petrolio, il “socialismo petrolifero” inaugurato da Chávez ha fatto bancarotta. Il modello chavista ha dunque dimostrato di essere un modello fallimentare sul solo terreno possibile, considerata la sua natura ultrareazionaria: quello della società capitalistica. A mio avviso, chi si batte contro il capitalismo, in Venezuela e ovunque nel mondo, non ha di che rammaricarsi nel prendere atto del pietoso fallimento dell’ennesimo falso “nuovo socialismo”.

* Chi volesse farsi un’idea di chi siano e di cosa pensino i sostenitori Made in Italy del Celeste Imperialismo Cinese, può leggere l’articolo qui linkato. «In attesa della pubblicazione degli Atti del Convegno, la speranza è quindi che il movimento comunista italiano possa riflettere profondamente sulla necessità di approfondire la “questione cinese”, la quale rimane oggetto di mistero o di repulsione per molti comunisti italiani che, accettando il giudizio liquidatorio del “marxismo occidentale” e della stessa intellighenzia borghese, rischiano di stare dalla parte sbagliata della barricata. Costoro mancheranno di identificare nella Repubblica Popolare Cinese, non tanto un modello teorico da riproporre e a cui fare riferimento per il nostro Paese, quanto piuttosto un alleato potenziale per una possibile alternativa all’eurocentrismo e all’atlantismo, ossia alle strutture dell’imperialismo che dominano ancora vaste aree del globo, compreso il nostro Paese, potenza imperialista di secondo piano e in pari tempo semi-colonia subalterna agli USA e al grande Capitale internazionale». Se ne ricava che secondo gli alleati “comunisti” della Cina, questo Paese ormai al vertice del Capitalismo/Imperialismo mondiale non farebbe parte delle «strutture dell’imperialismo che dominano» il pianeta. Sì, qui solo una risata è adeguata al concetto appena espresso. Bisogna «ripartire non dalle formule magiche, non dai dogmi, non dalle citazioni ripetute meccanicamente, ma dai princìpi originari e dal metodo rivoluzionario del materialismo dialettico». Ora finalmente capisco la mia ostilità nei confronti del Celeste Imperialismo (ostilità peraltro estesa a tutti gli imperialismi, a cominciare da quello italiano): difetto di «materialismo dialettico»! E difatti è con piena consapevolezza che considero gli amici italiani della Cina degli ultrareazionari con i quali non vale nemmeno la pena di scambiare quattro chiacchiere al bar.