LA FRANCIA DI MACRON. Un primo tentativo di approccio non ideologico al “fenomeno-Macron”

Non mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotshild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese. Né, ancor meno, mi convincono gli entusiasmi “europeisti” di chi in Italia (vedi Romano Prodi) pensa che in Macron la Cancelliera di Ferro basata a Berlino abbia finalmente trovato un argine, un freno, o quantomeno del pane meno morbido che in passato da masticare, e che questo non possa non favorire il nostro Paese, alla perenne ricerca di sponde che ne possano sostenere gli interessi nei numerosi tavoli negoziali aperti nell’Unione Europea. Come dimostra la vicenda del 1996 che ebbe proprio in Prodi e nell’allora Presidente del Consiglio spagnolo José Maria Aznar i suoi protagonisti (il primo cercò, invano, di convincere il secondo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht sulle condizioni imposte dai trattati per l’ammissione al club dell’euro), le astuzie tattiche della classe politica italiana lasciano un po’ a desiderare, diciamo.

Condivido invece la tesi di chi vede nell’esibito europeismo di Emmanuel Macron una copertura politico-ideologica che cela il tentativo, almeno di una parte della classe dominante francese, di impostare in termini completamente nuovi, cioè a partire da rapporti di forza più favorevoli per la Francia, quell’asse Franco-Tedesco che anche in passato parlava assai più la lingua tedesca che quella francese, a dimostrazione che alla fine, e “materialisticamente”, è la potenza economica (tedesca) che detta le proprie regole alla potenza politico-militare (francese).

Scriveva l’altro ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: «La Germania è troppo forte, lo squilibrio di potenza fra Germania e Francia è troppo accentuato, perché i vecchi tempi possano ritornare. Resta il fatto che ci proverà». Diciamo pure che i «vecchi tempi» appartengono più alla leggenda che alla realtà, visto che l’asse (o motore) franco-tedesco è stato più un’invenzione propagandistica franco-tedesca, una  cortina fumogena politico-ideologica intesa a celare i reali e mai sopiti antagonismi sistemici fra i due Paesi, che qualcosa di tangibile sul piano politico e geopolitico. Per opposti interessi, tanto Berlino (e prim’ancora Bonn) quanto Parigi avevano  e hanno l’interesse ad accreditare l’esistenza di questo fantomatico asse (o “motore”), che in concreto si è risolto, come anticipato sopra, nel costante e mai riuscito tentativo francese di contenere e frenare la potenza espansiva del capitalismo tedesco, con ciò che ne segue necessariamente sul piano politico – e geopolitico. Scrivevo su un post del maggio 2013 (Francia e Germania ai ferri corti): «La Francia ha perso il confronto sistemico con la Germania che va avanti, sotto la miseranda copertura del “progetto europeista”, dalla fine della Seconda guerra mondiale, e la sua perdita di peso sul mercato mondiale, la sua crisi economico-sociale che rischia di farla scivolare verso Sud, verso la periferia dell’Euro, sono fatti che non possono più essere nascosti dietro il sempre più fantomatico asse franco-tedesco. Alla fine la potenza capitalistica tedesca ha avuto la meglio su tutte le illusioni europeiste e su tutti i calcoli politici fatti a tavolino a Parigi, a Berlino e a Bruxelles. Per dirla con il filosofo, la volontà di potenza del Capitale (non importa in quale guisa nazionale) trova sempre il modo di affermarsi».

Macron sembra aver preso sul serio la profonda crisi sistemica che da anni infierisce sulla Francia, e ha capito che per evitare al suo Paese una deriva “meridionalista” che lo trascinerebbe verso il poco ambito Club Med (a tener compagnia ai famigerati Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) egli deve avvinghiarsi con decisione alla Merkel, e che per farlo senza sminuire il ruolo – residuale – della Francia in Europa e nel mondo deve in parte “germanizzarne” l’organizzazione economico-sociale. Da qui non si scappa! Hic Rhodus, hic salta! Non c’è possibilità alcuna, per qualsiasi statista francese, di sottrarsi a questo circolo, che oggi per l’Esagono è fortemente vizioso. Per esorcizzare l’eterno mito/spauracchio francese della sottomissione alla Germania, i francesi devono emulare quanto di buono sono riusciti a fare i tedeschi. Invece di fingere di essere grande, magari esibendo di tanto in tanto qualche muscolo militarista, come è accaduto anche durante la Presidenza dello scialbo Hollande (1), la Francia deve diventare grande, e per farlo deve affrontare e risolvere le sue non poche magagne sistemiche. Forse è questa visione “strategica”, che ho cercato di sintetizzare alla meglio, che orienta la politica macroniana.

L’agenda delle “riforme strutturali” è comunque fissata da tempo; essa prevede che si metta mano quanto prima al mercato del lavoro, all’organizzazione del lavoro, alla struttura economica del Paese (che continua a “vantare” un cospicuo settore pubblico), al welfare, al sistema pensionistico, e così via. Tre perle macroniane illustrano bene la situazione che si va delineando per i lavoratori francesi: «La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti»; «gli operai che pretendono il posto sicuro nel mondo globalizzato di oggi sono già morti»; «i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher». C’è del lavoro sporco da fare al servizio del Capitale, e il giovane Presidente francese è pronto alla bisogna, in modo che in futuro qualche sfigato leader europeo potrà dire con invidia che «i francesi hanno la fortuna di aver avuto un Emmanuel Macron». Dagli anni Ottanta la Lady di Ferro è il punto di riferimento di ogni leader europeo che voglia “modernizzare” il proprio Sistema-Paese. Sapranno reagire i lavoratori, i disoccupati, i precarizzati, i marginali d’ogni tipo al progetto “riformista” che Macron, buon ultimo, cercherà di implementare in Francia senza nulla concedere alle sirene “populiste”, sovraniste e protezioniste di “destra” e di “sinistra”? C’è da sperarlo, è ovvio dalle mie parti, ma i dubbi che ciò possa davvero accadere sono molto forti. Molto.

Macron sostiene il progetto “europeista” centrato sulla necessità, per i Paesi del Vecchio Continente, di costruire un polo imperialista europeo in grado di reggere il confronto con gli altri poli (statunitense, cinese e russo), ma teme che la perdurante debolezza francese, per un verso indebolisca quel progetto, intaccando di fatto anche gli interessi del suo Paese, e per altro verso spinga i tedeschi a considerare definitivamente i “cugini” d’oltre Reno incapaci di affiancarli degnamente nella sua realizzazione. La dialettica politico-sociale tra la Francia e la Germania qui appena abbozzata è tutt’altro che nuova: essa caratterizza i rapporti franco-tedeschi dell’ultimo secolo, quantomeno. Per capirlo basta rileggere il dibattito che negli anni Trenta vide in Francia misurarsi i filo-tedeschi e gli anti-tedeschi (2).

Macron sembra ora dire ai suoi compatrioti: «Abbandoniamo la nostra malcelata invidia verso la Germania, la cui potenza è tutta opera del duro lavoro dei tedeschi, della loro disciplina, della loro coesione sociale, e facciamo in modo che anche noi possiamo affrontare con successo e ottimismo le sfide del nostro tempo. Non si tratta di diventare anche noi tedeschi, ma di diventare anche noi forti e seri come lo sono indubbiamente loro».

Inno alla gioia!

Il sovranista (o lepenista) di “sinistra” Jean-Luc Mélenchon si batte per una «Francia non sottomessa»: esattamente come Macron. Si tratta di vedere, alla luce non delle sparate ideologiche vetero o post staliniste ma del reale processo sociale che oggi ha una dimensione mondiale, quale sia la strada più realistica, più praticabile e più fruttuosa per conseguire quell’obiettivo che scalda i cuori di ogni buon patriota francese. Come sanno i miei lettori, quando si parla di Patria (fosse anche quella europea, con tanto di Inno alla gioia!) e di interessi nazionali la mia mano corre subito alla pistola, in mancanza di meglio. La mia “Patria” non è di questo – capitalistico – mondo. Ma questo non è il luogo giusto per parlare delle mie utopie.

Ciò che intendo dire è che anche Macron, e non solo gli opposti “populismi” di “destra” e di “sinistra”, è una verace espressione della crisi generale (economica, politica, identitaria, sociale nel senso più vasto del concetto) che da anni azzoppa la Francia. Egli ritiene, non a torto, che la chiusura sovranista e protezionista proposta da Marine Le Pen e da Mélenchon (3) rappresenti la passiva accettazione da parte di tanti francesi di un declassamento del Paese nel rating delle grandi nazioni: una Francia grande sola a chiacchiere, insomma, ma di fatto piccolissima e inconsistente sullo scenario europeo e mondiale. Probabilmente il nuovo Presidente considera se stesso come la sola, e forse anche ultima, possibilità che rimane al Paese di recuperare il tanto terreno perduto soprattutto nei confronti della Germania, nazione che da sempre rappresenta il modello di riferimento della parte capitalisticamente più dinamica della società francese. Che poi egli ci riesca, questo è tutta un’altra storia. Ad esempio, il citato Panebianco è piuttosto pessimista su questo punto: «Comunque vadano le elezioni tedesche del prossimo settembre, la speranza francese è destinata a essere frustrata. Macron non riuscirà a ricostituire il “governo” franco-tedesco dell’Europa, come non ci sono riusciti alcuni presidenti (come Sarkozy) che lo hanno preceduto». L’atro ieri sul Financial Times Gideon Rachman avanzava molti dubbi circa la fattibilità del progetto “riformista” di Macron, il quale ben presto si troverà a dover fare i conti con la reazione di quella consistente parte della società francese che si sente minacciata da quel progetto e che si illude che un ripiegamento sovranista e protezionista della Francia costituisca il male minore per i cosiddetti perdenti della globalizzazione. L’alternativa “populista”, osserva Rachman, ha perso una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ed è pronta a prendersi la rivincita al più tardi fra quattro anni.   Alla vigilia del ballottaggio lo scrittore e filosofo francese Didier Eribon aveva dichiarato: «Una votazione per Macron oggi è un voto per Marine Le Pen tra quattro anni». Che paura!

Le Legislative di giugno chiariranno meglio la reale portata politica del fenomeno-Macron, che fin qui ha potuto contare sulla tradizionale Union Sacrée antilepenista. C’è anche da chiedersi fino a quando possa durare questa Union Sacrée “Repubblicana”. Una domanda che peraltro non mi inquieta neanche un po’

Magari!

(1) «Per Toni Negri le elezioni francesi sono molto importanti anche in chiave europea, perché insiste all’ordine del giorno la necessità di “un rinnovamento democratico dell’Unione”, e, sotto questo aspetto, il Front National di Marine Le Pen “costruisce un ostacolo serio” all’implementazione di “programmi di rifondazione dell’Europa”. Negri apprezza il convergere dell’estrema sinistra francese “verso Hollande”, che dopo un momento di pericolosa oscillazione ha lasciato alla sola destra gollista e nazionalista la demagogia antieuropea; e poi si chiede, con il consueto gesuitismo: “Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?” Dall’”Europa dei banchieri” all’Europa del Comune? Gran bella speranza, niente da dire. Dimenticavo: sono ironico, per usare un eufemismo» (Francia. Per chi vota Toni Negri?, 28/04/2012).
(2) Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie». «Attribuire la disfatta, e poi il regime di Vichy, al tradimento o al complotto non porta a nulla. […] Il nuovo regime non fu il risultato di un intrigo. Cercherò di dimostrare che ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle èlite. I suoi programmi s’ispiravano non tanto al modello tedesco o a quello italiano [questo è da escludersi in linea di principio!], quanto alla soluzione di conflitti interni di lunga data. […] Tutte le iniziative prese a Vichy furono in certo senso una reazione alle paure suscitate dalla sua decadenza. Più in particolare, la sconfitta fornì la motivazione e l’opportunità di misure più radicali volte a rovesciare quel lungo declino» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, pp. 32-143, Il Saggiatore, 1999). Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «Se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale i conti non tornavano. (3) Su un post di qualche mese fa scrivevo: «Il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: “Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini”. Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia! Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, “un’ideologia anti-capitalista”, allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità».