LA TRISTE SCIENZA DI LUCIANO GALLINO

enhanced-20800-1412372961-1Scrive Luciano Gallino, uno dei più prestigiosi scienziati sociali del nostro Paese e fra i più stimati sostenitori di una radicale riforma del Finanzcapitalismo: «Dopotutto lo scopo sostanziale dell’economia consiste nel provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile usando insieme con altri mezzi a esso subordinati – il lavoro, la terra, la conoscenza – anche lo strumento finanziario, il denaro» (1). Di Gallino mi sono occupato altre volte in passato, e sempre con un intento fortemente critico, polemico. Come mai? Niente di personale: le sue tesi costituiscono un ottimo esempio di quella concezione economica che Marx definì una volta volgare fino alla trivialità, cosa che mi permette di esternare qualche elementare concetto utile a combattere la stessa idea di un capitalismo a misura d’uomo.

Infatti, cosa leggiamo nel passo sopra citato? In primo luogo un pensiero minimamente critico non può mancare di cogliere il carattere ingenuamente astratto del concetto di economia che vi compare, un concetto privo di quelle determinazioni storiche e sociali che sono le sole che possono riempirlo di reali, vitali e dinamici contenuti, togliendolo con ciò dal platonico mondo delle idee nel quale lo ha collocato Gallino. D’altra parte il nostro scienziato sociale non fa che muoversi lungo il percorso abbondantemente arato dall’economia borghese del XX secolo. Due nomi su tutti: Schumpeter e Keynes.

Scriveva ad esempio Schumpeter: «L’attività economica può avere qualsiasi motivazione ma il suo significato è sempre la soddisfazione dei bisogni. […] La produzione segue dunque i bisogni; è, per così dire, al loro rimorchio. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per l’economia di scambio. […] L’utilità regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica» (2). Si noti anche qui la generalizzazione storico-sociale malamente impostata dall’economista austriaco. Il capitalismo come economia dei bisogni è una vera e propria bestemmia, gridata non contro la faccia del comunista di Treviri, ma contro la verità della prassi capitalistica. Come anche un bambino può capire, sotto il regime capitalistico la produzione segue il profitto, è, per così dire, al suo rimorchio; essa ha necessariamente nella ricerca del massimo profitto il suo più verace significato e il suo più formidabile movente. È questa ricerca che «regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica», come cercò di dimostrare Marx introducendo il fondamentale concetto di composizione organica del capitale. Anche per Keynes, che Gallino vorrebbe attualizzare, «Ogni produzione ha lo scopo finale di soddisfare un consumatore. […] Per ripetere cose ovvie, il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica» (3). Al pensiero economico borghese appare insomma come ovvia una realtà presentata a testa in giù, capovolta cioè da un presupposto ideologico che non è capace di afferrare l’essenza della prassi economica in regime capitalistico.

Ora, si dà appunto il caso che l’economia dei nostri mercantilistici giorni, l’economia dominata dal rapporto sociale capitalistico (il Capitale che sfrutta il Lavoro con mezzi e metodi sempre più scientifici), non abbia come scopo essenziale quello di «provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile», come pensa Gallino nella sua commovente ingenuità, bensì quello, forse meno “eticamente corretto” ma certamente più vero e necessario (posto il vigente status quo sociale), di generare profitti, «al più alto livello possibile» e nel modo più rapido e facile possibile. È il capitalismo (tout court, senza altre inutili e forvianti aggettivazioni), bellezza! E nel capitalismo la soddisfazione dei bisogni ha un carattere puramente strumentale, è cioè subordinata alla soddisfazione dei bisogni che fanno capo all’investimento capitalistico: per dirla nei consueti termini marxiani, il valore di scambio delle merci domina necessariamente sul loro valore d’uso (4).

Questo disumano dominio ha un esempio particolarmente pregnante nella distruzione su vasta scala delle materie prime alimentari (vegetali e animali) che lo Stato degli Stati Uniti organizzò nei primi anni Trenta nel tentativo di frenare il crollo dei prezzi di quelle materie prime. E questo mentre milioni di persone morivano letteralmente di fame. «Agli agricoltori americani il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovra­produzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popola­zione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimen­tari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (5). La fame di profitti ebbe insomma la meglio sulla fame degli uomini, com’è necessario che accada sulla base del capitalismo. Come sempre, il cinismo delle parole non fa che esprimere il cinismo della cosa.

A ben vedere, tutto il gran parlare di deflazione oggi non ha altro significato che quello appena evocato.

enhanced-18618-1412373039-3Scrive Gallino a proposito dell’«investimento irresponsabile» dei risparmi: «L’effetto perverso deriva dal fatto che nel tutelare gli interessi dei risparmiatori gli investitori istituzionali sono del tutto indifferenti alla natura e alle conseguenze degli investimenti che effettuano con i soldi degli altri. L’unico criterio che li guida è la massimizzazione del rendimento del capitale investito – preferibilmente a breve termine» (p.19). Insomma, Gallino bolla come «perverso» ciò che invece rappresenta la normalità, il solo criterio naturale che orienta qualsiasi investitore sulla base dell’economia fondata sul profitto. Come sempre il riformatore sociale dell’«economia mondo» (leggi capitalismo) respinge i “lati cattivi” di questo regime sociale, senza metterne in discussione i presunti “lati positivi”. Ecco perché le sue tirate contro «il lavoro mercificato» e «le tecnologie usate contro l’intelligenza» appaiono non più che impotenti lamentele. Miseria del riformismo sociale, avrebbe detto l’uomo con la barba.

«Per quasi una generazione si è affermata la credenza e una prassi per cui qualità e quantità della sussistenza, scalzata dalla sua posizione di scopo ultimo [sic!], potevano derivare soltanto dall’ascesa al potere della finanza» (p. 16). A quando Gallino data questo maligno capovolgimento di paradigma? Bisogna risalire alla «de-regolamentazione dei mercati finanziari e dell’ambito di attività delle banche che è partita dagli Stati Uniti nel 1974. […] Il sistema finanziario mondiale ha subito una trasformazione da strumento dell’economia reale a suo padrone» (p. 17). Intanto, già il vegliardo autore del Capitale ebbe modo di osservare in Inghilterra la sempre più spinta “finanziarizzazione” dell’economia, che egli interpretò come necessaria conseguenza dello sviluppo capitalistico, del farsi potenza sociale del Capitale. Sviluppo delle funzioni del credito, formazione di sempre più grandi società per azioni: per Marx si tratta dell’annullamento del carattere privato dell’iniziativa economica capitalistica «sulla base del sistema capitalistico stesso» (6). Per non parlare poi di chi già agli inizi del XX secolo individuò proprio nel dominio del capitale finanziario la caratteristica saliente del capitalismo giunto nella sua piena maturità: vedi L’imperialismo di J. A. Hobson (1902), il Capitale finanziario di R. Hilferding (1909) e l’Imperialismo di Lenin (1916).

Contrapporre la finanza (compresa quella speculativa) all’economia reale, come fa Gallino (in eccellente e numerosa compagnia, peraltro), significa non aver compreso almeno l’ultimo secolo di sviluppo capitalistico. Partendo da questi presupposti concettuali anche la crisi finanziaria americana del 2007, lungamente preparata dentro l’economia reale (per reagire al declino del saggio del profitto, per allargare sempre di nuovo le occasioni di investimento profittevole, ecc.), deve apparire sostanzialmente come il prodotto di scelte sbagliate in materia di politica economica. Né può avere una corretta interpretazione l’attuale conflitto sistemico che scuote dalle fondamenta l’Unione europea, spiegato sostanzialmente come il frutto di un rapido svuotamento della democrazia volto a «proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni» (7).

È invece vero che all’inizio degli anni Settanta, quando apparve fin troppo chiaro che il lungo e poderoso ciclo economico espansivo seguito alla Seconda guerra mondiale si era chiuso definitivamente, nel capitalismo avanzato si posero tre problemi di grande portata e strettamente connessi l’uno all’altro. Vediamoli in brevissima sintesi e senza la pretesa di aver con ciò esaurito la gamma dei problemi in gioco.

1) Come adeguare la struttura finanziaria venuta fuori a Bretton Wood nel ’44 ai profondi mutamenti intervenuti nel frattempo nell’economia mondiale (“reale” e “finanziaria”) e ai nuovi equilibri politici ed economici fra i Paesi capitalisticamente più forti del pianeta: Stati Uniti, Germania e Giappone, in primis. 2) Come dare soddisfazione (“sfogo”) alla massa dei capitali che, non trovando più remunerativo l’investimento produttivo primario (industriale), iniziò a premere sulla sfera dei servizi (inclusi quelli finanziari) in cerca di più allettanti rendimenti. Trattasi della marxiana sovraccumulazione, o eccesso, ovvero pletora di capitale, fenomeno che si realizza appunto quando la profittabilità dell’investimento produttivo declina, come accadde nelle metropoli capitalistiche ben prima che esplodesse la crisi finanziaria degli anni Settanta. 3) Come riformare il welfare e il rapporto Stato-mercato sorti come risposta alla Grande Crisi del ’29 ed entrati in crisi con la nuova fase storica del capitalismo internazionale. La dottrina dell’«aggiustamento strutturale» di Milton Friedman e di Edmund Phelps non spiega la crisi dell’ortodossia keynesiana, ma quest’ultima spiega semmai la prima, la quale ha il fondamento oggettivo che ho cercato di abbozzare.

Come ho scritto altre volte, se non si tengono presenti questi processi strutturali la famigerata «controrivoluzione neoliberista» che porta i nomi della Thatcher e di Reagan appare come un fatto deciso sostanzialmente in sede politica dalla classe dominante per schiacciare un proletariato diventato troppo forte. Una lettura dei fatti fin troppo ideologica, tesa soprattutto a incensare la sinistra politica e sindacale attiva nei trent’anni d’oro dell’accumulazione capitalistica postbellica.

enhanced-16625-1412371899-1«Per una società che voglia fondarsi su una concezione oggettiva piuttosto che strumentale di ragione – la ragione che riguarda, come scriveva Max Horkheimer, non il mero calcolo del rapporto tra mezzi e fini, bensì l’ideale del massimo bene, il problema del destino umano, il modo di realizzare i fini ultimi – non appare sostenibile il tipo di essere umano, ovvero di personalità o di carattere, che l’economia contemporanea è orientata a produrre» (pp. 191-192). Di qui, per Gallino, la necessità di abbandonare l’economia basata sugli «investimenti irresponsabili» (egli è anche l’autore dell’Impresa irresponsabile) per orientarsi verso un’economia centrata sugli «investimenti responsabili», ossia sugli investimenti tesi a sviluppare la produzione dei «beni pubblici» (scuola, trasporti, sanità) e a finanziare attività produttive ecosostenibili. Questo progetto riformista dovrebbe ottenere il sostegno di una finanza ricondotta finalmente alla sua originaria funzione di ancella dell’economia reale. Come tutti i riformatori del capitalismo, da Proudhon in poi, Gallino sconosce la natura del denaro in regime capitalistico, e difatti esso gli appare non come l’espressione di un peculiare rapporto sociale, non come il risultato (storico, logico e sociale) di un processo che inizia con lo sfruttamento del lavoro (vedi il concetto marxiano di lavoro astratto o sociale, fondamento del valore di scambio e quindi del denaro), ma appunto come strumento funzionale alla cosiddetta economia reale. Insomma, il denaro come cosa, come tecnologia economica, secondo il fenomeno feticista a suo tempo magistralmente illuminato dal noto psicoanalista della merce. Che tutte le magagne economiche, sociali ed esistenziali lamentate nei numerosi libri di Gallino hanno come loro fondamento la tanta celebrata «economia reale», ebbene questo fatto risulta del tutto incomprensibile alla coscienza del nostro scienziato sociale. In regime capitalistico, l’impresa socialmente responsabile è quella orientata al massimo profitto, per conseguire il quale essa non deve farsi scrupoli di sorta dinanzi alla necessità di licenziare i lavoratori «in esubero».

«La ragione – scriveva Max Horkheimer – è ormai completamente aggiogata al processo sociale; unico criterio è diventato il suo valore strumentale, la sua funzione di mezzo per dominare gli uomini e la natura. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (8). Di qui, l’urgente necessità, per chi scrive, di superare alla radice il processo sociale capitalistico. Un’urgenza che purtroppo oggi non trova una “base di massa” su cui fare leva, per così dire. Cosa che d’altra parte non la fa apparire meno vera, almeno da quello che definisco punto di vista umano. Parlare di «ideale del massimo bene», del «problema del destino umano» e di «fini ultimi» sul fondamento della vigente «economia mondo», magari riformata nel senso auspicato da Gallino (più che di un’utopia si tratta di una chimera), significa fare dell’ideologia e sostenere “da sinistra” lo status quo sociale.

(1) L. Gallino, Con i soldi degli altri, pp. 5-6, Einaudi, 2009.
(2) J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, pp. 9-10, Sansoni, 1971.
(3) J. M. Keynes, Teoria generale, pp. 204-264, UTET, 1978.
(4) «L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato [base oggettiva del plusvalore] ed al rapporto fra questo lavoro non pagato ed il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto ed al rapporto fra questo profitto ed il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 312, Editori Riuniti, 1980).
(5) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di Capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.
(6) Vedi il capitolo 27, libro terzo del Capitale.
(7) Vedi L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013.
(8) M. Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 25-160, Einaudi, 2000.

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ORRORE E DITTATURA SECONDO VIVIANE FORRESTER

enhanced-22720-1411069238-10«Il peggio, del resto, non è sempre la morte,
ma la vita massacrata nei vivi» (Viviane Forrester).

Nel suo saggio Una strana dittatura (Ponte alle grazie) del 2000 la scrittrice Viviane Forrester denunciava l’emergere di «un regime politico nuovo, non dichiarato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un regime che si è insediato sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorgesse, non clandestinamente ma insidiosamente, poiché la su ideologia rifiuta il principio stesso della politica e la sua potenza non sa che farsene del potere e delle sue istituzioni. […] Per questo regime, non si tratta di organizzare una società, di stabilire in questo senso forme di potere, ma di mettere in opera un’idea fissa, potremmo dire maniacale: l’ossessione di aprire la strada al gioco senza ostacoli del profitto, al gusto di accumulare, alle nevrosi del lucro, pronto a tutte le devastazioni, bramoso di accaparrarsi l’insieme del territorio o meglio dello spazio nella sua interezza, non limitato alle sue configurazioni geografiche».

Si tratta di una vera e propria dittatura che «imperversa sotto il termine, preso a prestito, di “globalizzazione”». Come si fa a smascherare una dittatura senza dittatore, una entità anonima che non aspira a prendere il potere semplicemente perché ha già il potere assoluto sulla società e sui politici che dovrebbero smussarne gli “eccessi”?

4269_0Chi ha letto il mio post del 2 ottobre dedicato alla natura totalitaria del regime sociale capitalistico nell’epoca della sussunzione planetaria del pianeta al Capitale (quest’ultimo concepito in primo luogo come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento), non mancherà di cogliere una certa assonanza di concetti tra le tesi là esposte e le argomentazioni della scrittrice francese, morta nel luglio del 2013. Ma si tratta in parte di un’apparenza, nel senso che la Forrester esprime in termini che io giudico ideologici il processo sociale che ho cercato di mettere sotto i riflettori della critica (mia e del lettore) in quel post, cosa che per la verità mi sforzo di fare in tutti i miei scritti, cercando di bersagliare l’obiettivo (la società capitalistica tout court) da prospettive sempre diverse.

In effetti, il «regime politico nuovo» che la scrittrice noglobal assimila a una «ineffabile dittatura» altro non è che «l’ultraliberismo globale», un «sistema ideologico che si dimostra incapace di controllare ciò che suscita, di dominare ciò che scatena». Anche in questi passi echeggiano, appunto in modo capovolto, le mie  tesi  anticapitalistiche: non controlliamo né dominiamo la Potenza sociale cui pure diamo corpo ogni giorno con il nostro lavoro e con le nostre attività e relazioni sociali.

Piccola precisazione: scrivo “mie tesi” non per affettare un’originalità di pensiero che ovviamente so di non avere, ma per non nascondere mie più che probabili insulsaggini dietro la barba di qualche famoso e autorevole (ancorché privo di charme*) personaggio.

Dobbiamo svegliarci e reagire, scriveva ormai quindici anni fa la Forrester (che ho scoperto solo ieri): «Resistere è in primo luogo rifiutare. La priorità delle priorità: rifiutare l’orrore economico, uscire dalla trappola e, partendo di qui, avanzare». Come non essere d’accordo? Ma per reagire in modo efficace alla strapotenza del Moloch e avanzare nella giusta direzione, o quantomeno attrezzarsi adeguatamente per farlo appena possibile, dobbiamo capire con che realtà abbiamo a che fare. Quando si scrive, ad esempio, che il nostro nemico è «questa dittatura ultraliberista che dà al profitto la priorità sul complesso umano», a mio avviso chi la pensa in quel modo testimonia il fatto di non aver ancora compreso con che tipo di bestia l’umanità deve fare i conti dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno. Non si tratta di una dittatura ideologica: non importa se liberista, ultraliberista, turbocapitalista, oppure di altro – e solo apparentemente opposto – segno: statalista, protezionista e quant’altro; si tratta piuttosto di una dittatura che va declinata in termini squisitamente sociali, e che poi trova nella cosiddetta “sovrastruttura” politico-istituzionale una sua più o meno adeguata e puntuale espressione, un suo più o meno efficace strumento di lotta e di controllo sociale. Tanto è vero che la stessa scrittrice deve ammettere che la democrazia e la proclamazione dei diritti umani non hanno impedito il colonialismo, l’imperialismo e la “globalizzazione” che ha posto l’intera umanità sotto il maligno segno del Profitto.

Viviane Forrester - el horror economico«In assenza di etica, non ci sono limiti», si legge nel saggio qui in oggetto. Le cose, purtroppo, non stanno così. Ciò che fa difetto al vigente regime sociale non è l’etica, ma l’umanità. È l’assenza di rapporti sociali autenticamente umani che nega in radice l’autentica libertà, il potere degli individui di padroneggiare il mondo che essi costruiscono tutti i giorni. Come ho scritto altre volte mutuando indegnamente il grande Dostoevskij, se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è nell’ordine “naturale” delle cose, compreso lo sterminio degli individui scientificamente pianificato e attuato: vedi ad esempio le due guerre mondiali del XX secolo, basate a quel che ne so su enormi interessi radicati nell’eticissima economia reale.

Come aveva capito l’economia politica nella sua fase di giovanile spregiudicatezza, la brama di profitto del Capitale non conosce limiti, se non nello stesso processo che crea la ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica (questa è invece un’acquisizione marxiana): di qui, tra l’altro, le periodiche sofferenze e contraddizioni che si registrano nel processo di accumulazione del capitale, che inceppano il meccanismo economico dando luogo alle crisi. E di qui quelle «smanie periodiche, le stagioni di generale illusione, di speculazione selvaggia e credito fittizio» che si trovano già nelle pagine marxiane degli anni Cinquanta del XIX secolo.

Ma è proprio l’essenza del meccanismo capitalistico che la scrittrice non riuscì a comprendere, come dimostrano i passi che seguono, tratti dal suo saggio di maggior successo scritto nel 1996 (l’Orrore economico Ponte alle grazie, 2010): «Il lavoro è la colonna portante dell’economia e della società: questa la grande verità di tutti i tempi, che ha assunto le dimensioni della Grande Truffa. Le ricchezze non hanno più origine nella produzione, bensì nei giochi speculativi, che hanno perso qualunque legame con gli investimenti produttivi. I mercati virtuali non hanno bisogno del lavoro: questa è la prospettiva dello “sviluppo” nelle grandi società democratiche dell’Occidente. Uno sviluppo che però ha ben poco di democratico, giacché salvaguarda il profitto e scarica l’orrore economico sulle masse dei diseredati, ai quali impedisce di stare alle regole che pure impone. Perché per meritarsi di vivere, bisogna lavorare, e il lavoro non c’è. E ce ne sarà sempre meno». Ora, se si ragiona in termini astratti, ossia astorici, di lavoro e di economia; se, cioè, si prescinde dalla natura capitalistica del lavoro (salariato) e dell’economia cosiddetta reale non si arriverà mai a comprendere, ad esempio, le vere cause che resero possibile l’espandersi dell’economia cosiddetta virtuale (la finanza impazzita, come la chiamava Susan Strange) nei Paesi capitalisticamente avanzati alla fine del lungo ciclo di sviluppo economico internazionale seguito alla Seconda guerra mondiale. Salvo introdurre, capovolgendo i termini reali del processo sociale e fare dell’effetto una causa scatenante, il Deus ex machina della “controrivoluzione liberista” modello Thatcher e Reagan, che difatti diventò ben presto il cavallo di battaglia dei keynesiani d’ogni tendenza. E ripetere stancamente il mantra della «crescita esponenziale delle sperequazioni economico-sociali», come ha fatto l’altro ieri il solito Thomas Piketty presentando alla Camera dei Deputati il suo celebratissimo Capitale del XXI secolo. Il giorno prima «l’economista più rock dai tempi di John Maynard Keynes» (Il Foglio) aveva mietuto consensi  e applausi alla Bocconi, «chiesa accademica del neo-liberismo». Non sarà che quelli del Wall Street Journal, bollandolo come cripto-bolscevico, hanno preso una gran cantonata? Si fa per scherzare. Ritorniamo a cose più serie.

Ancora una citazione tratta da La strana dittatura: «La “soluzione” non sta nella proposta di un altro modello, di un kit di sostituzione, nella promessa di una società nuovissima, pulitissima, garantita chiavi in mano; ormai sappiamo quanto valgono i modelli…». È evidente che qui l’autrice allude con qualche amara ironia ai modelli sociali sedicenti alternativi un tempo chiamati «socialismi reali». Il Moloch ringrazia lo stalinismo internazionale (il quale purtroppo sopravvive ancora oggi sotto mentite spoglie) per aver reso repellente le parole stesse che rinviano all’idea di una comunità basata sulla piena soddisfazione dei molteplici bisogni di individui associatisi liberamente fra loro. E Michele Masneri ieri poteva scrivere sul Foglio, a commento della – a quanto pare poco brillante – performance romana di Piketty, «Il capitalismo è il peggiore sistema sociale ad eccezione di tutti gli altri». Come dargli torto, se si prende sul serio il “socialismo” che si predicava e praticava a Mosca e a Pechino?

Nell’Orrore economico Viviane Forrester racconta la derisione con la quale gran parte degli intellettuali occidentali accoglieva le sue denunce anticapitalistiche: «”Ma lo sa che il muro di Berlino è caduto? Davvero le piaceva l’Unione Sovietica? E Stalin?”». La tentazione di rifugiarsi in un cupo e impotente mutismo è stato forte: «Quante parole sono imbevute del fascino del desueto: “profitto”, certo, ma anche “proletariato”, “capitalismo”, “sfruttamento”, o ancora quelle “classi” ormai così impermeabili a qualsiasi tipo di “lotta”. Far ricorso a questi arcaismi sarebbe prova di eroismo. E invece il contenuto reclama queste parole messe all’indice e senza le quali ciò che esse definiscono ritorna a galla senza fine. Privo di questi vocaboli, come può il linguaggio render conto della storia che ne è piena, e che continua a trasportarli? Solo perché un’iniziativa totalitaria e mostruosa ne faceva uso e propaganda, ci devono essere proibiti d’autorità, meccanicamente? Lo stalinismo avrà dunque sradicato tutto? Gli permetteremo di determinare questo mutismo, queste oblazioni che, a partire dalla lingua, mutilano anche il pensiero?».  Certo che no! Quantomeno, cercheremo di reagire all’astuzia del Dominio.

Da ben prima che il famigerato Muro di Berlino cadesse sulle dure teste dei “comunisti” occidentali ho cercato di combattere il maligno lascito dello stalinismo, in primo luogo attraverso la denuncia del carattere capitalistico/imperialistico del regime russo cosiddetto sovietico (analogo discorso e mutatis mutandis vale naturalmente per la Cina di Mao). Il mio mantra preferito: il “socialismo reale” come un capitolo particolarmente mostruoso del Libro Nero del Capitalismo. Naturalmente nemmeno io ho da offrire al mondo che vive nell’orrore capitalistico un modello sociale nuovissimo e garantito chiavi in mano; ma quando penso alle alternative possibili a quell’orrore non posso prescindere dalla convinzione che ho maturato intorno all’esperienza sovietica, dalla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre in poi, che si è appunto manifestata come stalinismo. Ma, questo, è il mio modo di approcciare il problema, e non pretendo che sia l’unico possibile né il più fecondo.

In un’intervista rilasciata a Repubblica molti anni fa, la scrittrice in lotta contro «il pensiero unico» rivendicava nel modo che segue il suo impegno politico: «Scrivere e pensare sono sempre azioni politiche. Scrivere è un’azione sovversiva, pensare è un’azione sovversiva, non a caso i regimi totalitari non tollerano la gente che pensa». Se la mia “declinazione” del concetto di regime totalitario è corretta (il dominio sociale del Capitale è totalitario in un’accezione che deve necessariamente risultare incomprensibile al pensiero politico-giuridico borghese), molte persone che vivono di eterne lotte antifasciste farebbero bene a interrogarsi sulla fondatezza del loro impegno “anticapitalista”.

354px-Marx1* Per Luigi Mascheroni (Il Giornale) «Thomas Piketty, superstar del dibattito economico al tempo della crisi, non ha la barba di Marx, ma molto più charme». Non c’è dubbio. D’altra parte, barba o non barba, charme o non charme sempre di «merda economica» si tratta quando parliamo di Capitalismo e di teorie che cercano di carpirne i segreti.

Probabilmente il pensiero “economico” marxiano non può essere considerato l’ultima parola in fatto di comprensione dell’economia capitalistica. Non credo di possedere i requisiti adeguati per dire parole definitive a questo proposito. Sono però sempre più convinto che il comunista di Treviri rimanga il miglior punto di partenza per chi intenda analizzare criticamente il processo economico-sociale dei nostri tempi, per comprenderne le essenziali “leggi di movimento”. Finora nessun economista moderno è stato capace di incrinare questa forte – spero non ideologica – convinzione, che col trascorrere del tempo si è anzi rafforzata, soprattutto attraverso la lettura – e rilettura: mai fidarsi delle prime impressioni – degli economisti più importanti del XX secolo: in primis Keynes (che piace di più ai sinistrorsi, per via della sua propensione interventista che rincuora gli statalisti) e Schumpeter (più gradito ai destrorsi, a causa della sua «distruzione creatrice», che strizza l’occhio al darwinismo sociale). Non parliamo poi dei loro epigoni più o meno ortodossi del XXI secolo, l’epoca appunto del Capitale di Thomas Piketty, il quale «non ha la barba di Marx, ma molto più charme». Vuol dire che me ne farò una ragione!

SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Un contributo alla critica del regime democratico.

hong-kong-559507Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).

Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.

Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.

In effetti, è almeno dalla fine del XIX secolo, dall’epoca in cui apparve definitivo il passaggio dalla vecchia struttura concorrenziale del Capitalismo (quella, per intenderci, che tanto piaceva a Schumpeter) a quella nuova (basata sui grandi gruppi monopolistici industriali, commerciali e finanziari) che la «crisi della democrazia» riempie libri e riviste specializzate. La stessa «società di massa» ha costretto politologi e filosofi della politica a ridefinire il concetto di democrazia, a declinarlo in termini del tutto nuovi, per certi versi contraddittori, in modo da renderla quantomeno pensabile nell’epoca dei partiti di massa, dei sindacati di massa, delle altre organizzazioni (private, statali e parastatali) rigorosamente “di massa”, dei mezzi di comunicazione di massa – mass media.

Si è pure parlato di un brusco passaggio dalla «democrazia elitaria» di stampo liberale a quella appunto «di massa», caratterizzata dalla sempre più occhiuta ingerenza dello Stato anche nella sfera “privata” dei cittadini (anche questo concetto ha subito col passare del tempo una straordinaria evoluzione, finendo per incrociare il concetto di “sfera pubblica”) e da un crescente spostamento di potere reale dalle funzioni legislative del Parlamento a quelle esecutive che fanno capo al governo.

La Grande Guerra rese evidente agli occhi delle “larghe masse” che la tanto celebrata democrazia non solo non aveva mantenuto le promesse di graduale ma sicuro riscatto sociale, ma come essa non avesse impedito all’umanità di precipitare, prima col sorriso sulle labbra e poi con il volto sconvolto dall’orrore, nell’abisso dell’inferno bellico.

La Prima guerra mondiale e la società che da essa venne fuori diedero insomma un nuovo e assai ricco materiale di riflessione ai cultori della materia, e soprattutto chiusero definitivamente ogni discorso sulla natura storicamente progressiva della democrazia borghese, la quale quasi spontaneamente si trasformò di fatto (e in alcuni casi anche di diritto) in un regime autoritario nonché, in alcuni importanti Paesi, totalitario. Sotto questo aspetto, l’esempio tedesco degli anni Venti e Trenta del secolo scorso (massacro dei comunisti e distruzione delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato a opera della democrazia, successiva ascesa del Socialnazionalismo) è semplicemente paradigmatico. Anche il caso italiano (dal «biennio rosso» alla «marcia su Roma») fa, come si dice, epoca: il regime democratico fiaccò la volontà di ribellione e di resistenza del proletariato italiano, secondo gli auspici di Giolitti, e il Fascismo completò l’opera controrivoluzionaria, annientando le organizzazioni proletarie e dando nuovo slancio alla riscossa di tutti gli strati sociali del Paese interessati a mettere la classe operaia e i contadini salariati nella condizione di non nuocere.

Solo un pensiero incapace di cogliere i processi sociali nella loro essenza e nella loro complessa dialettica può vedere nel Fascismo un corpo estraneo rispetto alla democrazia liberale che l’ha preceduto (e per molti aspetti generato con parto spontanea), e nel Nazismo (sterminio degli ebrei compreso) una maligna degenerazione della civiltà borghese. Anche Hitler compì un errore per certi versi analogo, che lo portò alla catastrofe: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino […] La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (Minima Moralia, Einaudi, 1994). Della ragione capitalistica, se posso aggiungere. Una potente ragione che il Führer del Terzo Reich che sarebbe dovuto essere Millenario non riuscì a cogliere dietro la «cultura degenerata» (o incultura) degli Stati Uniti, da egli considerati un Paese troppo avvezzo alla impotente e stucchevole prassi democratica e alle delizie della «vita borghese», per poter reggere il confronto con una Nazione virile fatta di sudditi abituati a lavorare duramente e a obbedire disciplinatamente.

kevin-mullin-immortala-300999In realtà, ciò che il pensiero borghese coglie come «crisi» (della politica, della democrazia, della sovranità nazionale, della cultura, della struttura psichica, etica e morale degli individui) altro non è che le continue accelerazioni del processo di espansione del dominio capitalistico, che generano scossoni e a volte veri e propri terremoti in grado di incrinare il vecchio status quo politico-istituzionale di un Paese, o contemporaneamente di più Paesi. Di più: la natura «rivoluzionaria» (nel senso marxiano ripreso anche da Schumpeter con il concetto di distruzione creatrice) del Capitalismo rende la «crisi» della cosiddetta sovrastruttura un fatto permanente e strutturale, fenomeno che si osserva meglio nei Paesi capitalisticamente più dinamici del pianeta (vedi Stati Uniti). In questi Paesi la «crisi» è un dato della realtà così naturale, da risultare praticamente invisibile, salvo apparire in tutta la sua pregnanza quando fa capolino la crisi economica. In Paesi relativamente meno dinamici sul piano economico e politicamente più rigidi (è il caso dell’Italia e, in parte, della Francia), i mutamenti nella sovrastruttura resi a un certo punto necessari e non più dilazionabili dalle trasformazioni tecnologiche e sociali assumono un carattere più dirompente, assumendo appunto il classico aspetto della «crisi».

Quando riflettiamo intorno alla «sovrastruttura» politico-istituzionale di un Paese, non dovremmo mai dimenticare la «struttura» sociale sopra la quale essa riposa. Intendo riferirmi più precisamente alla struttura classista della società, la quale presuppone e pone sempre di nuovo peculiari rapporti sociali di dominio e sfruttamento. «Un vero Stato e un vero governo dello Stato si determinano solo quando sussiste una differenza di classe, quando, cioè, divengono massime la ricchezza e la povertà» (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia). Per Hegel la dimensione classista della società è un fatto insuperabile, contro il quale sarebbe vano e stupido insorgere; Marx, sviluppando criticamente la concezione storico-dialettica dello stesso Ragno di Stoccarda, giunse invece a un’opposta conclusione, ossia che fosse possibile, oltre che auspicabile, il superamento di quella disumana dimensione, tesi che postulava la possibilità/necessità dell’estinzione dello Stato e della stessa politica in quanto espressione dei conflitti di classe. Com’è noto, Marx individuò nel proletariato la sola classe «che non può emancipare se stessa senza emancipare tutte le rimanenti sfere della società» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

Ecco perché la domanda centrale della storia del pensiero politico: «Qual è il governo migliore, quello degli uomini o quello delle leggi?» coglie, magari solo intuitivamente o senza volerlo, il cuore del problema. La mia risposta è che dove regna l’Uomo non può regnare la Legge. E viceversa.

La peculiarità storica dei rapporti sociali, i quali costituiscono la reale struttura portante dell’edificio sociale, ha prodotto forme molto diverse di democrazia (quella classica di Atene e quella borghese, ed esempio), diverse al punto da rendere improponibile ogni comparazione fra le due forme. Ecco perché mi appare infecondo approcciare il tema in oggetto nei termini che seguono: «L’unico modo di intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole, primarie o fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure.” (N. Bobbio, Il futuro della democrazia).

Come scrisse Marx nella Critica al programma di Gotha (1875), un testo, sia detto di passaggio, fondamentale per chi desidera cogliere la differenza abissale che corre fra il pensiero marxiano e il “marxismo” che si affermò nel movimento operaio internazionale, «Il diritto non può essere mai superiore alla configurazione economica e allo sviluppo, da essa condizionato, della società». Ecco perché faccio sempre riferimento non a un astratto diritto, ma al diritto borghese e, ancor più precisamente, al diritto borghese nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico. Con tutto quello che ne segue a proposito di democrazia.

Democratica, autoritaria o dittatoriale che sia, la forma politico-istituzionale del XXI secolo ha ovunque come suo fondamento e presupposto oggettivo (materiale nel senso del marxiano «materialismo nuovo») il dominio dei rapporti sociali capitalistici su scala planetaria. Democratico, autoritario o dittatoriale che sia, il regime politico-istituzionale di un Paese non è che l’espressione di quel Dominio: esso ne è, necessariamente, il cane da guardia, il suo più potente strumento di conservazione ed espansione.

Tutto questo si dà naturalmente sopra le teste del personale politico, prescinde completamente dalla sua buona o cattiva volontà. In perfetta buonafede, il politico agisce in vista di quel «bene comune» dietro il quale si cela la realtà classista appena abbozzata; una realtà fatta di dominati e dominanti, di sfruttati e sfruttatori.

Come ogni altra forma politico-istituzionale, il regime democratico è chiamato a governare la prassi sociale di un Paese all’epoca della sussunzione totalitaria della natura e degli individui sotto gli interessi del Capitale. Più che concentrarsi sui veri o presunti pericoli di «involuzione/deriva autoritaria», chi aspira al pensiero critico-radicale dovrebbe piuttosto puntare i riflettori sulla natura totalitaria di quegli interessi.

Oggi il potere reale (sociale, ossia economico, politico, ideologico, culturale, psicologico) non può che stare nelle mani delle classi dominanti, e questo a prescindere dai soggetti politici che pro tempore sono chiamati a gestire lo Stato nelle sue diverse articolazioni politico-istituzionali.

Nella sua forma ideologica la democrazia è il governo del popolo; nella sua essenza sociale la democrazia equivale a dittatura delle classi dominanti, e questo già ai suoi albori storici, quando le decisioni della città erano influenzate fortemente dai ceti più ricchi, senza parlare dell’esclusione degli schiavi da ogni forma di prassi politica.

Lo stesso concetto di popolo (il «Terzo Stato» della Rivoluzione francese del 1789) presuppone l’esistenza delle classi. Come scrivevano Bouchez e Roux nella loro Storia parlamentare della Rivoluzione Francese (1834), i proclamatori dei diritti umani sacri e inviolabili si opposero risolutamente alla libertà di coalizione riguardante i proletari: «Certo a tutti i cittadini deve essere riconosciuto il diritto di riunirsi», sostenne un amico del popolo all’Assemblea costituente del 1791, «ma non si deve permettere che i cittadini di determinate professioni si riuniscano allo scopo di tutelare i loro presunti interessi comini». A mio avviso qui non si deve leggere solo o essenzialmente un dato di ipocrisia borghese scientemente fabbricato. In effetti, solo con il tempo, attraverso sanguinose esperienze, la democrazia radicale capirà che le organizzazioni del cosiddetto Quarto Stato avevano poco a che fare con le vecchie gilde corporative.

Concetti come popolo e cittadino non realizzavano l’hegeliana notte che rendeva invisibili le contraddizioni sociali e l’antagonismo sociale fra possidenti e nullatenenti. La proclamazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge ben presto mostrerà la sua natura di parte (di classe, insomma borghese), gettando nello sconforto gli intellettuali che in buona fede avevano creduto possibile la realizzazione della Patria degli uomini là dove continuava a imperare la divisione di classe. La stessa esperienza del Terrore giacobino si può almeno in parte spiegare come il vano tentativo messo in opera dall’ala più estrema del Terzo Stato di piegare con la volontà (che si fa violenza passando all’atto, per dirla freudianamente) una realtà irriducibile al progetto illuminista della trasformazione integrale degli individui*. Senza umanizzare l’intero spazio sociale, la pretesa di costruire l’uomo nuovo deve necessariamente generare disastri. D’altra parte, più che di creare il mitico “uomo nuovo” si tratta di rendere possibile la vita agli uomini.

Il concetto di potere del popolo oggi non ha insomma alcun fondamento reale (se non quello ideologico/mistificante che sto cercando di denunciare in queste pagine), mentre in parte lo ha avuto in altre epoche storiche, ad esempio nell’epoca rivoluzionaria dell’ascesa al potere della borghesia, quando persino Napoleone poteva legittimamente dire di essere a capo di un’Armata popolare che mirava a fare, manu militari,  tabula rasa in tutta Europa dei vecchi privilegi monarchici e aristocratici – salvo poi proclamarsi Imperatore dei francesi.

Fare l’apologia del cosiddetto popolo sovrano equivale, eo ipso, a fare l’apologia del Dominio che ci inchioda nella disumana dimensione del Moloch capitalistico.

L’art. 49 della Costituzione italiana recita: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». I limiti di questa “libertà” sono dunque fissati con estrema precisione: essi corrono lungo i solchi tracciati dagli interessi nazionali, i quali necessariamente corrispondono agli interessi delle classi dominanti, o comunque agli interessi di quelle frazioni di esse momentaneamente più forti.  La Nazione moderna è storicamente lo spazio geosociale creato dalla borghesia, e non a caso il nazionalismo (o patriottismo nella fase ascendente della borghesia rivoluzionaria) sostituì la religione come cemento ideologico per tenere unito il popolo. Con piena legittimità lo Stato italiano ricusa il «diritto di associarsi liberamente» a quei soggetti politici che concorrono con metodo rivoluzionario a contrastare la politica nazionale.

Detto en passant, la natura borghese della Costituzione Italiana è rivelata nel modo più chiaro, oserei dire sfacciato, proprio da quell’Art. 1 a cui molti politici, filosofi della politica e giuristi attribuiscono un significato se non proprio socialista, certamente assai prossimo a questo concetto, almeno nella sua concezione triviale. Infatti, che altro sarebbe il lavoro che fonda la Repubblica Italiana se non il lavoro salariato che inchioda i nullatenenti al carro del Capitale? Come non esiste una democrazia in generale, uno Stato in generale, un Imperialismo in generale e via discorrendo, allo stesso modo, e anzi in maniere più pertinente, non esiste il lavoro astrattamente considerato ma una forma storicamente determinata di lavoro. In generale si può solo dire che nelle società divise in classi chi produce la ricchezza sociale è uno sfruttato, schiavo, servo o moderno lavoratore salariato che sia.

Per Emma Baglioni, «Ciò che va sotto il nome di crisi della rappresentanza ha il suo senso pregnante nella rinuncia della democrazia a costituirsi come “politica dell’uomo per l’uomo”» (La crisi del concetto di democrazia, Treccani.it, gennaio 2008). Ma proprio la democrazia, e in generale ogni forma di politica, presuppone la negazione dell’uomo in quanto uomo, il quale non è nemmeno concepibile nel seno di comunità segnate dalla divisione in classi degli individui. Ho sviluppato questi concetti in L’Angelo Nero sfida il Dominio e in Eutanasia del Dominio, e a questi scritti rimando.

Ancora la Baglioni: «D’altra parte la crisi della democrazia è, per se stessa, non solo crisi del potere (krátos) e delle istituzioni, delle loro procedure, dei loro equilibri, ma anche crisi dei cittadini (démos) sempre più dimentichi della responsabilità di soggetti politici, sempre più passivi portatori di emozioni irriflesse, pronti a seguire chi sa eccitarle e cavalcarle» (La crisi del concetto di democrazia). Qui siamo dinanzi alla classica ideologia borghese che presenta la democrazia come il migliore dei mondi concepibili. Ora, come dimostra la prassi quotidiana ormai da qualche secolo, non solo il potere politico, qualunque sia la sua configurazione istituzionale, è saldamente nelle mani delle classi dominanti, ma il Potere Sociale, che è un concetto assai più decisivo e che comunque incorpora il politico, fa capo direttamente e mediatamente alla prassi economica, la quale è dominata dalla ricerca del massimo profitto. Già Marx parlava del capitale come di una potenza sociale estranea e ostile agli individui, che pure la producono sempre di nuovo, producendo e distribuendo la ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica. Nemmeno i singoli detentori di capitale (i «funzionari del capitale», insomma i capitalisti) controllano il meccanismo economico che pure genera i loro profitti. Se questo era vero ai tempi dell’antidemocratico Marx, a suo tempo fustigatore dei socialisti piccolo borghesi ammalati di democraticismo (la democrazia come feticcio), figuriamoci oggi, all’epoca del dominio totalitario (sempre nella pregnante e radicale accezione del concetto che ho cercato di mettere in luce) e mondiale del Capitale.

Oggi il libero arbitrio si dà interamente dentro la società strutturata fin nei minimi dettagli dai rapporti sociali capitalistici. È dentro la dimensione dominata dal discorso del Capitale, per dirla con Lacan, che esercitiamo la nostra libertà di scelta sul mercato della vita: mercato delle merci, delle idee (politiche, religiose, filosofiche, ecc.), delle relazioni affettive e via di seguito. Parlare «dei cittadini» nei termini di «soggetti politici responsabili» significa dunque fare dell’ideologia, ossia negare una realtà che fa degli individui degli oggetti sociali sussunti da una prassi che per l’essenziale essi non controllano e che piuttosto li controlla.

Posto tutto questo, ha senso parlare di responsabilità personale? Comunque sia, la ricerca del significato e dei limiti di questa responsabilità non può prescindere dal quadro di radicale disumanità e illibertà (due modi di alludere alla stessa cosa) qui solo abbozzato. Questo, naturalmente, se non si vuole fare dell’ideologia e dell’apologia dello status quo sociale.

Non controllando il mondo che lo circonda, nonostante sia un suo prodotto, il non-ancora-uomo non ha potere nemmeno su se stesso, come ha messo in luce anche la psicoanalisi. Per questo, come osservò Adorno, «La massima “Sii ciò che sei”», usatissima in pubblicità (che fa del singolo consumatore il centro del mondo, che dico: dell’Universo!), «diventa una beffa»: essa suona infatti come una cinica apologia dell’impotenza sociale degli individui. Lotta contro ciò che sei! Lotta contro ciò che il Dominio ti fa essere. Chi, al pari di chi scrive, si sforza di conquistare un punto di vista autenticamente critico-radicale sulle cose del mondo non può chiudere gli occhi dinanzi a questa vera e propria tragedia dei nostri tempi. Scriveva Max Horkheimer (Sociologia e filosofia): «La società, la quale è diventata alla fine proprio la mostruosità che Hobbes ha descritto al suo inizio, scoraggia il pensiero che cerca di coglierla come intero». Dobbiamo farci coraggio.

Una breve divagazione intorno al concetto di coscienza di classe.

La coscienza di essere sfruttati dal Capitale non è sufficiente, da sola, a fare dei lavoratori una classe rivoluzionaria. Infatti, si può benissimo dare, e nei fatti essa si dà come regola, la circostanza per cui i lavoratori considerino il proprio sfruttamento come rispondente a una legge metastorica che assegna ad alcuni individui la funzione dello sfruttato e ad altri quella dello sfruttatore. «Da che mondo è mondo esistono sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, governati e governanti, pecore e lupi, gazzelle e leoni. È inutile e infantile opporsi a questo destino ultra millenario». Quante volte abbiamo ascoltato questo sermone realistico proferito da chi vive nei bassifondi della scala sociale! Mio padre, un muratore bruciato dal sole, azzannato dal freddo e brutalizzato dal Capitale me lo ripeteva sempre.

Semmai, si criticano le esasperazioni, le “degenerazioni” e gli eccessi di una simile Legge, che sono vissuti come ingiustizia, mentre il fatto in sé stesso viene collocato appunto in una tetragona dimensione atemporale e naturale. Appena qualcuno fa cadere nel discorso il fatidico «Da che mondo è mondo», la mia mano corre istintivamente alla pistola.

Alla coscienza dello sfruttamento deve affiancarsi qualcos’altro. La ricerca – la definizione – di questo qualcosa mi appare molto affascinante, oltre che decisiva sul terreno della prassi.

maltempo-york-295073Una volta Arthur Schopenhauer scrisse che «Dove c’è colpa ci deve anche essere responsabilità» (La libertà del volere umano). Ebbene, la Colpa che a mio avviso fa luce (non sto dicendo che annulla ma che relativizza, contestualizza, spiega) su ogni altra colpa che ha come protagonista il singolo individuo deve essere individuata nella struttura classista della società. «Se infatti un’azione cattiva proviene dalla natura, cioè dall’innata qualità dell’uomo, la colpa è evidentemente dell’autore di questa natura. Per questo si è inventata la libertà del volere». Inutile dire che l’autore del Mondo come volontà e rappresentazione alludeva all’Artefice Massimo di tutte le cose, a Dio. «Pertanto», concludeva Schopenhauer, «l’uomo rimarrebbe innocente in ogni caso… mentre lo si fa responsabile». Aggiungo: di tutto.

Scriveva Arthur Rosenberg a proposito della «democrazia proletaria» che si realizzò ad Atena ai tempi di Pericle, di Sofocle e di Nicia: «È significativo che Atene, proprio dopo la presa del potere da parte del proletariato [461 a.C.], si sia contemporaneamente lanciata in due vere e proprie guerre di rapina: una contro i persiani per la conquista dell’Egitto, l’altra nella stessa Grecia per annientare due concorrenti commerciali come le repubbliche di Egina e di Corinto» (Democrazia e lotta di classe nell’antichità). Questo equivale forse a dire che è nella “natura umana” fare il Male?  Credo proprio di no. Significa piuttosto, e mi scuso per la ripetizione, che il Male è radicato nella struttura classista della società, che allora non venne sostanzialmente intaccata dalle riforme sociali. Infatti, «La politica estera imperialista intrapresa dall’Atene democratica fu a tutto vantaggio degli interessi degli imprenditori». Attraverso la guerra di rapina i nullatenenti ateniesi (teti) cercarono di partecipare nelle migliori condizioni alla spartizione del bottino. Le distinzioni di classe scomparvero solo sul piano formale e «il potere della maggioranza più povera», come definì Rosenberg la democrazia ai tempi di Pericle e degli altri democratici radicali, si rivelò alla fine incapace di vero Potere. Non solo, ma lo stesso proletariato ateniese partecipò con entusiasmo e raddoppiata violenza allo sfruttamento esercitato da Atene ai danni delle altre città. «Ciò che si propone di prosperare sotto il dominio, rischia di riprodurre il dominio stesso» (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).

Nonostante la loro formale uguaglianza di diritti, le classi subalterne anche in democrazia risultano di fatto completamente esclusi tanto dall’attività politica dirimente ai fini dell’effettivo governo del Paese, quanto dall’amministrazione della cosiddetta giustizia – o, più correttamente, della giustizia nella sua attuale configurazione borghese. Per un verso, la prassi elettorale si risolve, soprattutto per i nullatenenti salariati, in una “scelta” dell’albero a cui impiccarsi (albero di “destra”, di “centro” e di “sinistra”); e per altro verso, questa stessa prassi attesta la completa subalternità politico-ideologica di chi per vivere è costretto a vendere la propria capacità lavorativa. Se davvero il proletaria potesse impadronirsi del potere attraverso le elezioni, possiamo star certi che queste ultime verrebbero immediatamente soppresse come la più “eversiva” delle attività concepibili in regime democratico. È perché la prassi elettorale esprime l’ideologia dominante, in tutte le sue svariate coloriture apprezzabili nel mercato politico (e quello italiano è, sotto questo aspetto, particolarmente ricco e “frastagliato”), che essa si presta assai bene come strumento politico-ideologico di gestione delle contraddizioni e tensioni sociali. Finché è possibile usare la carota, la classe dominante non ha alcun interesse a mettere in campo quelle procedure di repressione e di controllo sociale che meglio si prestano a gestire il conflitto sociale in condizioni di acuta crisi del sistema capitalistico. Un mix di carota e di bastone: è questa la normalità della prassi democratica.

Chi parla di «vera democrazia», contrapponendola alla «democrazia reale», con chiara allusione al cosiddetto «socialismo reale», a mio avviso non comprende l’essenza del processo storico passato e presente. Invece di rivendicare la «vera democrazia», chi si batte per l’emancipazione degli individui dovrebbe lottare per il superamento della società divisa in classi, cosa che postula la rivoluzione sociale anticapitalistica.

Va da sé che gli ideologi delle classi dominanti non smettono di bollare come utopistica, e di denunciare come «foriera di folli e violente avventure rivoluzionarie», la tesi anticapitalistica appena svolta. Ma è il loro mestiere, devono farlo, e certo non sarò io a stigmatizzarne il legittimo impegno al servizio dello status quo.

Il mio impegno è un altro, questo: cercar di convincere le persone che la struttura classista della società in generale, e della società capitalistica in particolare non ha nulla di naturale, ma che essa è il prodotto di una genesi storica che chiunque è in grado di capire, se davvero ha interesse e desiderio di capirla.

All’obiezione, “classica”, secondo la quale l’esperienza del cosiddetto «socialismo reale» confuta la mia tesi, rispondo che 1) il mondo non ha ancora conosciuto nessun tipo di socialismo (soprattutto quello “reale”, che fu in realtà un Capitalismo di Stato), e che 2) la sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (che ebbe nello stalinismo la sua maligna fenomenologia) prova solo che la vittoria delle rivoluzioni non è assicurata in anticipo o decisa per decreto, umano o divino che sia. A mio avviso, questa tesi vale tanto più se si riflette sull’eccezionalità storica di quella esperienza: un proletariato socialmente assai minoritario si organizzò per qualche tempo in potere autonomo (sovietico, ossia basata sui soviet) in un Paese capitalisticamente molto arretrato. Di qui, l’estrema debolezza di quel potere, che si palesò in tutta la sua drammatica misura quando il proletariato occidentale rifluì su una posizione di attesa, e poi di rinuncia. Su questo aspetto rimando al mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre.

«La novità sconvolgente per un marxista critico è che la dimensione “rivoluzionaria” è passata dall’altra parte. È il capitale che viaggia con ritmi rivoluzionari, tali da determinare istantaneamente dei cambiamenti radicali. Chi sta dall’altra parte non può che praticare forme di gradualismo! Negli anni ’30 si poteva ancora scommettere sul crollo: dalla testa di Giove sarebbe scaturita la Minerva del nuovo ordine, senza danni evidenti, anzi, con grandi vantaggi per le masse. Ma oggi più che mai, nell’interdipendenza globale, con i processi di urbanizzazione così spinti, un crollo del capitalismo non lascerebbe sopravvivere alle proprie macerie quasi nulla. Non solo perché non c’è un modello alternativo di società; ma perché questa società è così implicata coi suoi meccanismi, dai quali siamo diventati così dipendenti, che non saremmo in grado di sopravvivere senza» (La crisi del capitalismo e la mancanza di alternative, Il Corsaro, 23 febbraio 2012). Così scriveva Marco Revelli due anni fa, quando sulla scia del suo maestro Norberto Bobbio sceglieva di appoggiare, ovviamente in odio all’ex Cavaliere Nero di Arcore, il «male minore»: «Io oggi considero Monti il male minore». Evidente l’ex Premier col loden era chiamato a svolgere una funzione katéchontica in vista di tempi più propizi alla nota Palingenesi sociale. Come diceva Kant, il caos è peggiore persino di un ordine cattivo. Faccio dell’ironia, è chiaro.

Dopo aver sostenuto per decenni, magari con qualche “riserva critica”, lo stalinismo in tutte le sue versioni nazionali (dal titoismo al maoismo, dall’oxhismo al castrismo); dopo aver cianciato per decenni di terze e quarte vie tutte rigorosamente di stampo statalista, oggi i “marxisti critici” scoprono che alle viste «non c’è un modello alternativo di società»; non solo, ma hanno capito, a beneficio dell’intera umanità (soprattutto a beneficio dei lavoratori, si capisce), «che non saremmo in grado di sopravvivere senza questa società». Personalmente ricuso di concedere anche un solo atomo di credibilità a personaggi di tal fatta.

* «Quindi in Francia il regime del Terrore doveva soltanto servire, con i suoi possenti colpi di maglio, a far sparire come per incanto dal suolo francese le rovine feudali. La borghesia, timida e riguardosa, non sarebbe venuta a capo per decenni di questo lavoro. L’azione cruenta del popolo le preparò dunque soltanto la strada» (K. Marx, La critica moraleggiante e la morale criticante). Si tratta, per così dire, dell’astuzia del processo storico-sociale.

PSICOECONOMIA, DEFLAZIONE E ALTRO ANCORA

imagesV4NAZEUQCon gli allarmistici articoli dedicati alla deflazione («Incombe l’incubo della deflazione») questa estate abbiamo assistito al più classico dei processi di inversione di causa ed effetto. Un po’ come quando lo stolto attribuisce la causa della sua febbre al termometro, l’innocuo strumento che si limita a registrare l’effetto termico della malattia che tanto lo tormenta (1).

«Per ritrovare una fase depressiva così lunga sul fronte dei prezzi – scriveva Il Corriere della Sera del 12 agosto –, occorre andare indietro di oltre mezzo secolo. Oggi combattiamo contro una recessione recidiva, che sta sfibrando il tessuto produttivo. E perché il calo dei prezzi non è una buona notizia? Non è tanto per il fatto in sé quanto piuttosto per l’effetto che genera sulle aspettative del consumatore. Che aspettandosi ulteriori cali rinvia potenzialmente all’infinito gli acquisti in programma convinto che così facendo risparmierà ulteriormente. Un bel grattacapo per l’economia». Un grattacapo che da sempre ossessiona soprattutto quella che possiamo chiamare psicoeconomia, ossia l’economia politica che ha messo al centro della prassi economica le aspettative: dei consumatori, degli investitori, dei lavoratori, dei creditori e via discorrendo.

Lungi da me negare l’esistenza di moventi psicologici individuali e di massa nella sfera economica; il mio “materialismo” non è poi così volgare come forse crede qualche lettore dei miei modesti post. È però vero che a mio avviso ciò che domina l’intero processo capitalistico di produzione e distribuzione della ricchezza sociale è la legge del valore così come fu elaborata da Marx attraverso l’hegeliano superamento critico degli economisti “classici”. O, diciamo meglio, credo che la teoria marxiana del valore-lavoro rappresenti ancora oggi, ai tempi di Toni Negri e di Thomas Piketty, il miglior punto di partenza per chi voglia comprendere il Capitale del XXI secolo. È dentro la cornice oggettiva appena evocata che, ad esempio, colloco il sempre più seducente, ossessivo e feroce discorso del Capitale, che ha nello slogan pubblicitario Take the waiting out of wanting (2), usato alla fine degli anni Settanta per il lancio delle carte di credito negli Stati Uniti, forse la sua sintesi più efficace. Ma non è di questo che intendo trattare adesso.

Che l’inversione di causa ed effetto abbia radici teoriche e storiche molto profonde, lo capiamo, fra l’altro, leggendo alcune pagine dell’importante libro scritto da Henryk Grossmann alla vigilia della Grande Crisi del 1929 (Il crollo del capitalismo, Jaca Book, 1977), e anche per questo tanto più significativo, soprattutto se confrontato con le coeve opere dei pezzi grossi dell’economia politica del tempo – a cominciare da Keynes e Schumpeter. Detto en passant, è solo dopo aver letto i pesi massimi del pensiero economico del XX secolo (come appunto Keynes e Schumpeter) che ci si rende davvero conto della superiorità teorica di Marx nei confronti della moderna scienza economica, o «economia volgare», giusto per mutuare il lessico del vecchio ubriacone di Treviri. Un’esperienza che ho potuto rinnovare questa estate, dopo un’ennesima full immersion nella «merda economica». Ma il lettore non fugga schifato: ho avuto modo di ripulirmi tuffandomi in letture più limpide e certamente più feconde per lo Spirito, tipo Le storie di Giacobbe di Thomas Mann. Sperando che la cosa non risulti sgradita ai tagliatori di teste del Grande Califfato… Ma bando alle ciance!

Ecco alcuni passi tratti dalle pagine (91-93) dell’opera di Grossmann cui accennavo sopra. Buona lettura.

imagesCFNIO5PO«Che cosa occorre considerare come condizione caratteristica per il ciclo di riproduzione capitalistico, come condizione determinante per esso? Lederer  scorge questa condizione nel fatto della mutazione dei prezzi nel corso del ciclo congiunturale, nel fatto che tutti i prezzi delle merci e della forza-lavoro crescono durante il periodo di espansione mentre cadono poi nel periodo di crisi e in quello di depressione. La sua impostazione del problema è dunque questa: come può avvenire nel periodo di espansione una crescita generale dei prezzi? L’estendersi della dimensione produttiva, che è tipico del periodo congiunturale  favorevole, è possibile secondo Lederer in conseguenza dell’aumento dei prezzi. Occorre quindi prima di tutto spiegare questo fatto. Lederer individua l’impulso all’aumento dei prezzi soltanto nella creazione di credito addizionale; a questo dunque viene ascritto il ruolo principale nelle configurazioni del decorso congiunturale.

Diversamente si pronuncia Spiethoff. Egli osserva: “Il segno distintivo e il fattore determinante delle cause dell’espansione è la crescita degli investimenti di capitale. L’espansione suole durare parecchi anni. La sua caratteristica concettualmente determinante è il crescente investimento di capitale e l’aumento del consumo indiretto”. In questo caso non viene fatto alcun cenno all’aumento dei prezzi. Dalla ricca enumerazione di sintomi che ci offre lo schema congiunturale dell’istituto Harvard o un qualche altro schema, avremmo potuto con eguale giustificazione addurre molti altri segni come “tipici” e ciononostante non ci saremmo tuttavia avvicinati di un passo alla chiarificazione del problema.

Che gli aumenti dei prezzi di regola durante l’espansione si presentino effettivamente, questo non dice ancora che ne siano necessariamente connessi. L’impostazione del problema data da Lederer: come può accadere un aumento generale dei prezzi con cui è possibile l’espansione, è dunque falsa come la questione: come può essere provocato lo sviluppo di fumo con cui il proiettile viene sparato? Se si suppone che l’aumento dei prezzi sia un presupposto necessario all’espansione, ci si trova poi sprovveduti nei confronti di una situazione come quella dell’espansione degli Stati Uniti d’America, che presentava temporaneamente non soltanto nessun aumento ma al contrario persino una caduta dei prezzi (3).

L’erronea scelta del punto di partenza è evidente. Per gli imprenditori capitalisti tanto gli aumenti dei prezzi quanto l’estensione degli investimenti produttivi sono in sé equivalenti. Il processo di produzione capitalistica è infatti duplice: è un processo di lavoro per la produzione delle merci, dei prodotti; ed esso è contemporaneamente un processo di valorizzazione, per il conseguimento del profitto, del plusvalore. Ma solo quest’ultimo processo costituisce il fattore stimolante ed essenziale della produzione capitalistica, che decide della sua vita e della sua morte, mentre la produzione dei beni rappresenta per l’imprenditore soltanto un mezzo per lo scopo, un inevitabile malum necessariu (4). L’imprenditore proseguirà dunque la sua produzione e la estenderà soltanto se per mezzo di essa può aumentare il suo guadagno. L’estensione degli investimenti produttivi, l’accumulazione, è puramente una funzione della valorizzazione, della grandezza del guadagno. Anche il livello dei prezzi in sé è indifferente all’imprenditore. Non i prezzi in aumento determinano il suo comportamento, ma i guadagni. Questi risultano però dalla differenza  di due fattori: i prezzi e i costi. Anche con stabili o addirittura decrescenti i profitti possono crescere, se la riduzione dei costi è più grande del decrescere dei prezzi.

Già queste considerazioni mostrano che la questione dell’aumento dei prezzi, tanto per la teoria quanto per la prassi, è del tutto indifferente sul piano del principio. Con profitti crescenti la produzione viene estesa, con la scomparsa della valorizzazione viene invece sospesa. Tanto l’una situazione quanto l’altra può subentrare con prezzi costanti, o decrescenti e crescenti».

imagesSOF3RKHA(1) In generale, l’economia politica è avvezza a considerare come essenziali e dirimenti ai fini della comprensione del meccanismo economico capitalistico i fenomeni osservabili nella sfera della circolazione. Questo non solo perché tale approccio si presta a più facili, oserei dire comode, considerazioni, ma anche a motivo di ben più importanti ragioni d’ordine socio-politiche che toccano il cuore stesso della società borghese colta nella sua totalità. Il più delle volte queste ragioni passano sopra la testa degli stessi economisti, i quali credono di muoversi su un terreno rigorosamente scientifico, e perciò stesso neutrale quanto a preferenze politiche. Due soli esempi, peraltro paradigmatici, di approccio “rigorosamente scientifico” caduti nella corrosiva critica marxiana.

Scriveva Marx a proposito della “bronzea” legge della domanda e dell’offerta: «In breve, la concorrenza deve addossarsi il dovere di spiegare tutte le assurdità degli economisti, mentre al contrario sono gli economisti che dovrebbero spiegare la concorrenza» (K. Marx, Il capitale, III, p. 983, Editori Riuniti, 1980). Per il comunista germanico dietro «l’apparenza della concorrenza» si cela… Avete capito: la bronzea legge del profitto, ossia la valorizzazione dell’investimento attraverso l’uso intensivo della capacità lavorativa. Ecco l’altro esempio, che tocca la delicata funzione creditizia: «La superficialità dell’economia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi» (K. Marx, Il capitale, I, p. 693, Editori Riuniti, 1980). Nel momento in cui in tutto il mondo si praticano e si invocano politiche economiche basate sul quantitative and qualitative easing, mi sembra che il discorso marxiano assuma una particolare pregnanza empirica, oltre che teoretica.

Come sempre, le mie citazioni marxiane hanno l’intento di suscitare nel lettore una certa curiosità per l’opera marxiana, e quindi di rimandarlo alla fonte originaria.

(2) E, già che ci siamo, oltre all’attesa togliamo pure lo sforzo. E l’orgasmo, se il Capitale vuole, è servito:

«Siate oneste, donne: quante volte vi siete dovute fermare nel bel mezzo della masturbazione perché sentivate di sviluppare la sindrome del tunnel carpale? Se vi manca la destrezza di polso di un batterista di jazz, o se siete pigre, c’è qualcuno che vi darà letteralmente una mano: si chiama The Glov ed è il nuovo “sex toy” bionico che vi permetterà autoerotismo senza fatica.

Attualmente ogni oggetto di penetrazione sul mercato richiede un uso innaturale e forzato. Bisogna prenderlo alla base, inclinarlo a 90° e usare il braccio per dare il ritmo. The Glov affatica di meno e dà più soddisfazione. È un guanto che permette di controllare il vibratore con tre sole dita centrali, regolando la velocità da un comando sul dorso. Massima stimolazione e minimo sforzo, unito a un design tech» (Dailydot.com).

Permettetemi questa banalità di stampo psicopolitico che do via a saldi di fine stagione: il Capitale ci dà davvero una mano, ovunque. E pensare che c’è ancora qualcuno (l’attempato artigiano del sesso, il sudaticcio manovale dell’orgasmo, il  precapitalista “dentro” sordo a ogni discorso modernista) che ne parla male. «Massima stimolazione e minimo sforzo, unito a un design tech»: signori (e signore), con il discorso del Capitale non c’è proprio partita! Ed è un discorso che possono udire anche i sordi.

Occorre dunque appendere «la critica senza riguardi di tutto ciò che esiste» al metaforico chiodo? Non sto suggerendo questo suicidio intellettuale, e comunque ognuno si regoli come gli pare.   Qui mi sento solo di dare un modesto consiglio, questo: nessuno si azzardi a tentare l’astuzia di Odisseo ai danni delle Sirene. Sarebbe fatica sprecata. Una guerra perduta in partenza. Non ci rimane che alzare le mani e sventolare la bianca bandiera. Infatti, la Sirena che titilla con feroce insistenza un desiderio ridotto a servo sciocco della Potenza sociale vive dentro di noi. Di più: quella Sirena siamo noi. Verità ancora più tragica, buona per palati avvezzi a cibi filosoficamente più sofisticati: siamo fatti della stessa sostanza dell’evocato Moloch, ed è questo che ci rende socialmente impotenti, vittime di un desiderio che non conosce saturazione.

Prometeo si è fatto Sirena: è questo che cerco, un po’ subdolamente e vigliaccamente, di dire? Al momento non so rispondere. Ci rifletterò sopra, magari di notte, magari supportato da uno stimolante filosofico dall’eccellente design tech che mi metta almeno al passo coi tempi. Alludo forse ai sex toy per maschietti così ben reclamizzati sul Web? No, sono un consumatore a bassissima composizione organica.

Ma che tragedia non poter nemmeno dire, col poeta, «Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore»!

(3) Alla vigilia del grande crack cadeva anche il saggio d’interesse: «Perché», si chiedeva Grossmann polemizzando «con l’affermazione di Marshall secondo cui l’impiego di capitali cresce in modo proporzionale alla diminuzione del saggio d’interesse», «perché dunque nonostante il basso saggio d’interesse la produzione negli Stati Uniti non viene più estesa (il 1927 mostra piuttosto nelle più importanti industrie del paese già una rilevante limitazione della dimensione produttiva); perché nonostante la riduzione del saggio di interesse il capitale viene esportato, invece di essere investito negli Stati Uniti stessi? Se si risponde che all’estero la remunerazione del capitale a prestito è più alta che negli Stati Uniti, in questo modo il problema viene soltanto spostato. Perché negli Stati Uniti il saggio d’interesse decresce? Perché laggiù esiste una sovraofferta di capitali?» (Il Crollo, p. 30). Inutile insistere sulla scottante attualità della domanda posta allora da Grossmann intorno al rapporto fra saggio di interesse e investimenti produttivi.

(4) Keynes e Schumpeter misero invece proprio questo malum necessarium («Nel modo di produzione capitalistico – scriveva Marx – il processo di lavoro compare soltanto come mezzo per il processo di valorizzazione») al centro della loro concezione economica, e comunque ne fecero il punto di partenza della loro analisi dei fenomeni capitalistici. Scriveva ad esempio Schumpeter: «L’attività economica può avere qualsiasi motivazione ma il suo significato è sempre la soddisfazione dei bisogni. […] La produzione segue dunque i bisogni; è, per così dire, al loro rimorchio. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per l’economia di scambio […] L’utilità regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica» (J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, pp. 9-10, Sansoni, 1971). Si noti la generalizzazione storico-sociale malamente impostata dall’economista austriaco. Il Capitalismo, dunque, come economia dei bisogni! In realtà sotto il regime capitalistico la produzione segue il profitto, è, per così dire, al suo rimorchio; essa ha necessariamente nella ricerca del massimo profitto il suo più verace significato e il suo più formidabile movente. È questa ricerca che «regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica», come cercò di dimostrare Marx introducendo il fondamentale concetto di composizione organica del capitale.

SOTTOCONSUMISTA SARÀ LEI!

imagesNessuno ha compreso come Marx la
potenza mostruosa e la vitalità della
società borghese (Wilhelm Liebknecht).

Insieme alla tesi che individua nella maligna speculazione finanziaria la causa ultima della crisi economica, la tesi sottoconsumista è senz’altro quella che gode dei maggiori suffragi negli ambienti economici e politici orientati “a sinistra”. E fin qui nulla da dire. Il fatto è che la vulgata economica progressista da sempre (da Karl Kautsky a Conrad Schmidt) cerca inopinatamente di arruolare il barbuto di Treviri nel triste partito sottoconsumista.

Scrive ad esempio Robert Skidelsky, emerito professore di economia politica alla University of Warwick, nonché illustre biografo di Keynes: «Hobson sostiene che a causa della distribuzione diseguale del reddito e della ricchezza le famiglie rimangono con troppo poco potere d’acquisto per acquistare i prodotti che contribuiscono a produrre. Per dirla più precisamente, il gap eccessivo tra consumo e produzione o, che è lo stesso, “l’eccesso di risparmio” fa sì che si produca di più di quanto il reddito disponibile per il consumo possa acquistare a prezzi che garantiscono un profitto ai produttori. Quindi la società si ritrova periodicamente con troppo capitale, e la conseguenza è la crisi. Questo punto di vista ha diverse affinità con la teoria della crisi del capitalismo di Karl Marx, o almeno con una delle sue teorie. Marx sostiene che poiché la classe dei lavoratori è privata di una parte della crescita della produttività, non possiede i mezzi per acquistare una quantità sempre crescente dei beni prodotti dal suo lavoro. Quindi, come nell’economia di Hobson, in quella di Marx ci sono periodiche “crisi di realizzazione”» (1).

E per chiarire il concetto, il nostro professore cita «Un’analisi tipicamente sotto-consumista della Grande Depressione fornita da Marriner Eccles, governatore della Federal Reserve dal 1934 al 1948: “Un’economia di produzione di massa deve essere accompagnata dal consumo di massa. A sua volta, il consumo di massa richiede una distribuzione della ricchezza che fornisca agli uomini il potere d’acquisto. Invece di raggiungere quel tipo di distribuzione, una gigante pompa idrovora fino al 1929 ha portato in poche mani una proporzione crescente della ricchezza prodotta. Questo è servito all’accumulazione di capitale. Ma togliendo potere d’acquisto dalle mani della massa dei consumatori, i risparmiatori hanno negato a sé stessi il tipo di domanda effettiva per i loro prodotti che giustificherebbe il reinvestimento in nuovi impianti dei loro capitali accumulati. Di conseguenza, come nel gioco del poker, quando le chips sono concentrate sempre in meno mani, gli altri giocatori possono rimanere nel gioco solo prendendo a prestito. Quando il credito si esaurisce, il gioco si ferma”».

L’analisi però non spiega perché solo a un certo punto il circolo che appariva virtuoso diventa improvvisamente (almeno secondo l’apparenza fenomenologica della cosa) vizioso: perché il capitalista si ritira dalla feconda (per il Capitale, beninteso) sfera dell’investimento produttivo, e inizia a tesaurizzare capitale o a investirlo in ardite speculazioni finanziarie? Perché l’esiguo (rispetto alla produttività sociale del lavoro) potere di consumo delle masse solo a un certo punto diventa un problema?

Come scrive Nicolò De Vecchi sintetizzando la teoria marxiana della crisi, «La sovrapproduzione di merci ha luogo, non perché la produzione non può essere realizzata, ma perché non deve essere realizzata. Infatti, alle mutate condizioni di organizzazione del lavoro (di tecnica e di sfruttamento) non è più possibile ottenere un determinato saggio di profitto, non perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto alla capacità di spesa di capitalisti e di salariati in assoluto, ma perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto a una possibilità d’impiegarli “come mezzo di sfruttamento degli operai a quel saggio di profitto” (Marx)» (2).

L’origine della «pletora di capitale», ossia della formazione di un capitale in eccesso rispetto alle reali possibilità di un suo investimento redditizio, il solo capitalisticamente concepibile, va insomma ricercata, in ultima analisi, nel processo di valorizzazione originaria (industriale) del capitale, processo colto nella sua dimensione sociale (che oggi ha la dimensione fisica del pianeta), e non in quello della sua realizzazione, processo che viene a imbattersi sulla crisi, aggravandola e rendendo più accidentato e socialmente costoso il percorso di risanamento, come sua causa secondaria.

«La soluzione di Reagan e Thatcher al problema del capitalismo ha ricreato il problema Hobsoniano del sottoconsumo. A partire dagli anni ‘80 i ricchi, nei paesi occidentali, sono stati in grado di appropriarsi della fetta del leone della crescita della produttività. Ecco perché crisi future sono inevitabili. Per evitarle dobbiamo riequilibrare la nostra vita economica: dal consumo verso il tempo libero, dalla finanziarizzazione verso la sostenibilità, dalla globalizzazione verso la comunità, dall’amore per il denaro verso l’etica. Come farlo è una questione politica, a cui ora dovrebbero dedicarsi i post-keynesiani».

Mentre i «post-keynesiani» si dedicano alla chimera del Capitalismo equo e solidale, ecologicamente e umanamente sostenibile [sic!], nel mio infinitamente piccolo provo a mettere in discussione la triviale tesi del Marx sottoconsumista, la quale ben si presta a fare del comunista rivoluzionario tedesco un progressista riformista con una forte coloritura statalista («Da Marx ricaviamo una spiegazione del perché la disuguaglianza della ricchezza e dei redditi è inerente a un’economia capitalistica non regolata»: e se fosse «regolata»?). Ripromettendomi di ritornare sull’argomento, pubblico alcune pagine del mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, scaricabile dal blog; rinvio anche a Sviluppo e crisi nel Capitalismo. Il respiro dell’economia fondata sul profitto (vedi nei testi scaricabili).

13Ho scritto che la natura dell’economia capitalistica è così al­tamente contraddittoria (differenza tra tempi di produzione e tempi di circolazione, sproporzione tra sfera della produzione e sfera del consumo, sproporzione tra i diversi rami produttivi, autonomizzazione del credito nei confronti della produzione, e via di seguito), che una crisi può svilupparsi in ogni momento del ciclo economico a causa di una sola delle tante contraddi­zioni immanenti al vigente sistema economico. Più che stupirci per l’insorgere della crisi, sempre latente sulla base del modo capitalistico di produzione, dovremmo piuttosto stupirci per il suo carattere transitorio e, paradossalmente, risanatore.

La crisi che catturò l’attenzione di Marx è soprattutto quella che prende corpo a partire dal processo di valorizzazione ori­ginario del capitale, perché è in essa che si mostra in maniera dispiegata la peculiarità storica e sociale del Capitalismo, e per­ché essa può degenerare in catastrofe, portando al parossismo tutte le normali «magagne» del ciclo economico. Per Marx si trattava di capire il meccanismo per cui le normali «magagne» del ciclo economico allargato (produzione-circolazione), a un certo punto, degenerano in concause delle crisi più devastanti. […]

1242324410430_001Scrive Jeremy Rifkin nel più famoso dei suoi saggi: «Nel primo volume del Capitale, pubblicato nel 1867, Karl Marx ar­gomentava che i produttori tentano continuamente di ridurre il costo del lavoro e di guadagnare un maggior controllo sui mezzi di produzione attraverso la sostituzione dei lavoratori con le macchine in ogni situazione che lo consenta […] Marx prevedeva che i progressi dell’automazione della produzione avrebbero potuto giungere alla completa eliminazione del la­voro come fattore di produzione. Il filosofo tedesco si riferiva a ciò che definiva eufemisticamente “la metamorfosi finale del lavoro”, con la quale “un sistema automatizzato di macchine” avrebbe alla fine sostituito gli esseri umani nel processo pro­duttivo […] Marx era convinto che il continuo sforzo dei pro­duttori per sostituire il lavoro umano con quello delle macchi­ne si sarebbe dimostrato, alla fine, autolesionista. Eliminando direttamente il lavoro umano dal processo di produzione e creando un esercito di riserva di disoccupati – la cui pressione sui salari contribuisce alla riduzione del costo del lavoro – il capitalista scava la propria fossa, dal momento che riduce pro­gressivamente il numero di consumatori che detengono un potere d’acquisto sufficiente a sostenere la domanda dei beni che produce» (3).

Delle due l’una: o il prestigioso scienziato sociale ameri­cano non ha letto Marx di prima mano, come del resto capita alla gran parte dei suoi colleghi che affettano di saperla più lunga del barbuto di Treviri, ma ha sbirciato qua e là in qual­che manualetto economico degli epigoni; ovvero il poverino si è sorbito il palloso «filosofo tedesco» capendo assai poco – e vogliamo essere eufemistici – dei suoi scritti «economici». In primo luogo, per Marx il capitale non cerca, fondamentalmen­te, «un maggior controllo sui mezzi di produzione», bensì sulla capacità lavorativa vivente, perché il capitalismo moderno, quello basato innanzi tutto sull’uso sistematico di mezzi tec­nologici sempre più sofisticati, e non sulla mera divisione del lavoro – come accadeva nel suo periodo manifatturiero –, si fonda sul dominio reale, e non semplicemente «formale», del Capitale sulla capacità lavorativa. La macchina rappresenta lo strumento fondamentale attraverso cui il Capitale esercita il suo dominio sul lavoro vivo. Ecco come assai più chiaramente si esprime l’eterno travisato: sulla base della «sottomissione formale, cioè della subordinazione diretta del processo lavo­rativo, si erge un modo di produzione tecnologicamente spe­cifico che trasforma la reale natura del processo lavorativo e le sue condizioni – il modo di produzione capitalistico. Solo quando questo inizia, si verifica una sottomissione reale del lavoro al capitale […] La sottomissione reale del lavoro al ca­pitale viene sviluppata in tutte le forme che sviluppano il plu­svalore relativo a differenza di quello assoluto … Si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scala, si sviluppa l’applicazione di scienze e macchine nel pro­cesso di produzione immediato»(4).

In secondo luogo, la teoria marxiana del valore-lavoro esclu­de in radice che il Capitale possa «estorcere» il vitale plusvalore dalle macchine. Il plusvalore è vitale in un duplice senso: esso è il motore dell’iniziativa capitalistica, essendo la base della ric­chezza sociale nell’odierna forma capitalistica; esso origina uni­camente dall’uso della capacità lavorativa vivente nel processo di produzione immediato. Questo processo media l’accaparra­mento di plusvalore da parte del capitale, perché «La produzio­ne capitalistica non è soltanto produzione di merci, è essenzial­mente produzione di plusvalore»(5).

Avendo compreso le radici del modo di produzione capitalistico, Marx non poteva certo soggiacere alle suggestioni delle visioni tecno-utopistiche che proprio ai suoi tempi iniziarono a diffondersi, quasi sempre sotto forma di «utopie negative» – in quanto proiettavano sul futuro la «merda capitalistica» (Marx docet) del presente. Quan­do i detentori di capitali affermano che i loro «collaboratori» (cioè i loro lavoratori) rappresentano «il capitale più prezioso», essi non affettano alcun ipocrita «buonismo», ma confessano la più assoluta delle verità, e cioè che la loro ricchezza si fonda interamente sullo sfruttamento dei loro «collaboratori». Sotto questo aspetto la Costituzione Italiana è esemplare, quando nel suo primo articolo ammette che «L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul lavoro» (salariato).

In terzo e ultimo luogo, Marx non solo non fece alcuna concessione alla concezione sottoconsumista cui fa riferimen­to Rifkin, ma ne svelò piuttosto il fondamento inconsistente, facendo rilevare, ad esempio, come i momenti di bassa con­giuntura del ciclo economico hanno come loro retroterra (non come loro causa) l’espansione del consumo delle masse, il quale con il sopraggiungere della crisi deve necessariamen­te contrarsi. Non con il consumo delle masse Marx mette in rela­zione l’introduzione delle macchine nel processo produttivo, bensì con l’aumento del grado di sfruttamento della capacità lavorativa vivente, alla sua svalorizzazione – ottenuta attra­verso la diminuzione dei prezzi delle merci che entrano nel consumo dei lavoratori, frutto appunto della produzione ba­sate sull’impiego massiccio delle macchine –, e, soprattutto, al saggio del profitto. Naturalmente a Marx non sfuggiva il fatto (poteva sfuggirgli un aspetto politicamente così importante nelle contraddizioni capitalistiche?) che «la capacità di con­sumo dei lavoratori è limitata in parte dalle leggi del salario, in parte dal fatto che essi vengono impiegati soltanto fino a quando possono essere impiegati con profitto per la classe dei capitalisti»; egli non ignorava, cioè, come «la povertà e la limi­tazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società» (6), crei la condizione, per così dire ideale, dell’insorgere della crisi.

Lo sviluppo, nel capitalismo avanzato, di tutta una serie di strumenti creditizi tesi a favorire il consumo di massa anche di prodotti non «strettamente necessari» alla riproduzione della capacità lavorativa (concetto, quello di «strettamente necessa­rio», che comunque va accolto solo con mille cautele, e solo in senso relativo, perché la qualità del consumo dipende sem­pre dalle condizioni generali d’ogni paese), sorge proprio su questa base, ha cioè come motore la necessità del Capitale di espandere la capacità di consumo anche delle «larghe mas­se».

(E ciò, fra l’altro, confuta l’idea luxemburghiana, esposta ne L’accumulazione del capitale del 1913, secondo la quale i lavoratori non possono realizzare il plusvalore).

La scottante vicenda dei titoli subprime, che ha come base non solo la speculazione, ma anche il sostegno offerto alla capacità di consumo di centinaia di migliaia di famiglie americane già indebitate e insolventi nei confronti dello Stato e dei privati, la dice lunga sulla tendenza del capitale produttivo ad allargare oltre ogni limite «naturale» il consumo di massa. Solo nei mo­menti di crisi, quando il processo di compravendita esige alla stregua di un imperativo categorico la comparsa sul mercato del «vecchio e caro» denaro contante, ci si rende conto della gran massa di merci e servizi passata da una mano all’altra, dalla produzione al consumo, senza la mediazione di reale de­naro, bensì mercé i suoi mille surrogati cartacei ed elettronici.

La formazione della malthusiana classe improduttiva e con­sumatrice ha la stessa origine: «La sua (di Malthus) più grande speranza – che egli stesso indica come più o meno utopistica –, è che si accresca in grandezza la classe media e che il proleta­riato (operaio) costituisca una parte relativamente sempre più piccola della popolazione totale (anche se cresce in linea asso­luta). Questo è in realtà il cammino della società borghese» (7). La lettura di questi passi ci fa ancora una volta comprendere quanto poco fondata sia l’accusa rivolta a Marx di aver misco­nosciuto l’esistenza delle «terze» e «quarte» classi, in virtù del suo schema sociale duale basato sulle due canoniche classi an­tagoniste: borghesia e proletariato. Ma qui il punto da eviden­ziare è un altro.

La ristretta capacità di consumo delle masse operaie in rap­porto alle straordinarie capacità produttive del Capitalismo è un dato naturale e permanente, non è qualcosa che si realiz­za a un dato momento del ciclo economico provocandone la crisi. Se quella contraddizione fosse, «in sé e per sé», la causa della crisi economica, non si avrebbe mai alcuna espansione del ciclo, mai alcuna accumulazione, e la crisi sarebbe il dato «strutturale» del vigente modo di produzione. Il che eviden­temente non è, non può essere. Solo a date condizioni, come abbiamo visto sopra, quella necessaria «disarmonia» tra con­sumo e produzione diventa patologica. «È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare […] Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne rice­vesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinato al suo consumo. Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e “semplice” buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica compren­da delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa pro­sperità della classe operaia, e sempre soltanto come procel­laria di una crisi» (8).

Marx fa notare come nei momenti di pro­sperità «non cresce soltanto il consumo dei mezzi necessari di sussistenza; la classe operaia (in cui è entrato ora attivamente il suo intero esercito di riserva) partecipa anche momentanea­mente al consumo di articoli di lusso, che in generale le sono inaccessibili». E tuttavia, a un certo punto, subentra la crisi.

«Quanto agli Stati Uniti, mai come negli anni venti del XX secolo il paese sembrava così prospero e la società così sana. Il prodotto reale saliva, ma soprattutto i titoli azionari scalavano altezze vertiginose, contesi da avidi investitori, che speravano di farsi la loro parte nel nuovo meraviglioso gioco di ricavare qualcosa dal nulla. Le fabbriche non riuscivano a soddisfare con la loro produzione l’insaziabile domanda di automobili, frigoriferi, apparecchi radio, stufe e bruciatori a petrolio; i tre­ni erano sovraccarichi; a centinaia di migliaia sorgevano nella periferia delle grandi città o nelle nuove cittadine industriali del Sud e dell’Ovest nuove case in stili bizzarri. Cinematografi affollati, vendite di articoli sportivi per gli uomini, di cosmeti­ci per le donne; spettacolo, jazz, canzoni. Era la “Nuova Era” del sogno americano … Ma nell’ottobre del 1929 fu il crollo; il 24 del mese fu la catastrofe» (9).

Come fu possibile passare, quasi senza soluzione di continuità, dall’opulenta e spensiera­ta «Nuova Era» all’immane catastrofe sociale che conosciamo? Se la produzione di «beni e servizi» faceva fatica a tenera die­tro alla domanda, perché all’improvviso tutta la struttura eco­nomica del paese capitalisticamente più avanzato del mondo andò in frantumi? «Non è qui che daremo la risposta. Quel che è certo è che il “sistema” nel suo insieme non resse, travolto dalle forze che lo avevano generato» (p. 139). Non c’è dubbio. Però oc­corre spiegarne il senso: come accadde che le stesse forze che avevano reso possibile lo straordinario circolo virtuoso della «Nuova Era», a un certo punto, innescarono il circolo vizioso che portò il sistema alla catastrofe? […]

Diversi economisti mettono in relazione la scarsa capacità di consumo delle masse con la crisi economica (teoria sotto­consumista). Coloro che invocano un generalizzato rialzo dei salari come mezzo per espandere la domanda, e per questa «virtuosa» e «politicamente corretta» via superare la «bassa congiuntura», evidentemente non sanno che per il Capitale in­dustriale il problema non è in primo luogo vendere le proprie merci, ma soprattutto venderle con profitto, con un profitto che giustifichi largamente il suo sforzo d’impresa. Se la pro­duzione cessa di essere profittevole per il Capitale, non c’è «capacità di spesa» che tenga, ed esso preferisce di gran lunga mandare in malore le merci già prodotte e il macchinario che le ha prodotte, piuttosto che continuare a sfornare merci esan­gui, anemici di plusvalore. Si tratta di quella svalorizzazione o «distruzione di capitale» che secondo Marx, alla fine, contri­buisce in modo essenziale al ristabilimento delle condizioni di profittabilità. L’anoressia del saggio di profitto, non del mero flusso di liquidità, è la chiave del «fenomeno-crisi», e scambia­re la causa con l’effetto – il quale ovviamente agisce a sua volta come concausa interagendo su altri fattori e momenti del ciclo economico allargato – è tipico dell’economia «volgare».

Il mitico «boom economico» del secondo dopoguerra, che raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni Sessanta (so­prattutto in Giappone, Germania e Italia) si realizzò, non no­nostante, ma anche grazie al basso livello dei salari reali, che garantirono ai capitali industriali un elevatissimo saggio del plusvalore, mentre il declino di quel lungo ciclo espansivo fu caratterizzato proprio dall’ascesa continua di quel livello. Men­tre la «capacità di spesa» delle masse cresceva a ritmi mai visti in precedenza, inaugurando la cosiddetta «civiltà dei consumi» – in realtà civiltà della merce, della universale mercificazione –, la redditività del capitale si contraeva, fino a toccare i livelli critici nei primi anni Settanta, quando la crisi economica inter­nazionale mise all’ordine del giorno un profondo processo di innovazione tecnologica e organizzativa, il quale diede i suoi primi risultati nella seconda metà degli anni Ottanta (prima in Giappone, poi in Inghilterra e successivamente negli Stati Uni­ti, che tra il 1994 e il 2000 conobbero un «piccolo boom»). Il livello dei salari venne violentemente strattonato verso il basso, sia mediante l’azione rivoluzionaria del Capitale (ristrutturazio­ne dei processi produttivi e riorganizzazione nella divisione del lavoro, innalzamento della produttività ed espulsione di capa­cità lavorativa divenuta eccedente); sia con l’ausilio della poli­tica chiamata a rendere più efficace (ad esempio attraverso la riforma dello «Stato sociale») il lavoro “sporco” dei capitalisti.

Scriveva Galbraith a proposito della crisi economica degli anni 1929-33: «L’elevata produzione degli anni venti non aveva superato, come certi hanno sostenuto, i bisogni della popo­lazione. Durante quegli anni, a questa si era in effetti fornito un crescente volume di beni. Ma non è affatto provato che il suo desiderio di automobili, di oggetti di vestiario, di viaggi, di divertimenti, o anche di prodotti alimentari, fosse comple­tamente sazio. Al contrario, i fatti successivi hanno dimostra­to una capacità di ulteriore forte aumento nel consumo. Una depressione non era necessaria perché i bisogni della gente si mettessero al passo con la sua capacità di produrre» (10). In effetti, nel Capitalismo «i bisogni della gente» sono per defini­zione insaturabili, anche perché esso cerca di crearne sempre di nuovi (come attesta il marketing, la vera scienza esatta di quest’epoca storica), fra l’altro dando corpo nella sofisticata testa dell’intelligenza progressista all’ingenua distinzione tra «bisogni naturali» e «bisogni artificiali» – mentre la vera distin­zione nella natura sociale dei bisogni passa dal loro carattere umano o disumano, cioè dall’assetto umano o disumano del­la società che è chiamata a soddisfarli e a promuoverli sempre di nuovo. Nel seno di questo peculiare modo di produzione la «capacità di produrre» non deve armonizzarsi con i bisogni, ma con le vitali esigenze della valorizzazione.

«Agli agricoltori – americani – il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovra­produzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popola­zione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimen­tari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (11). Il progres­sista Stato degli Stati Uniti finanziò la distruzione dei prodotti agricoli per sostenerne il prezzo. La fame di profitti ebbe la meglio sulla fame propriamente detta, com’è necessario sulla base del Capitalismo.

Naturalmente Roosevelt e i teorici del New Deal interpreta­rono la crisi in chiave «sottoconsumista», secondo l’ideologica inversione di causa ed effetto. «Bisogna far crescere a tutti i costi il potere d’acquisto della gente» fu il mantra più recitato in quei duri anni di depressione – non solo economica, per la verità. La spesa pubblica come indispensabile volano per «l’e­conomia reale» diventò il cavallo di battaglia della scienza eco­nomica del tempo, ma non solo del tempo, considerato che quel principio «indiscutibile» rimase in auge fino alla seconda metà degli anni Settanta. In realtà, la politica di sostegno ai redditi «delle larghe masse» ebbe più che altro una valenza po­litico-sociale, più che economica in senso stretto, dal momen­to che allora bisognava assolutamente scongiurare una «deriva rivoluzionaria» come quella che si era verificata soprattutto in Germania nei primi anni Venti. D’altra parte è facile constatare come praticamente tutte le politiche economiche adottate dai maggiori paesi capitalistici per far fronte alla Grande Crisi fos­sero in gran parte simili, al di là di alcune sfumature che risen­tivano delle peculiarità storiche e sociali delle diverse nazioni.

Quando, alla fine del 1937, la crisi ritornò a mordere, dopo un breve periodo di allentamento, apparve chiaro che il vo­lano della spesa pubblica era una chimera, sotto il rispetto della ripresa della redditività capitalistica, la sola cosa che conta in questa epoca storica. Non bastò più evitare la «rivo­luzione sociale», bisognava ritornare a far profitti, anche per uscire dal circolo vizioso della depressione. Come ormai tutti i migliori economisti del mondo acconsentono, il «crollo del Capitalismo» iniziato nel ’29, ma preparato ancor prima nelle viscere del processo produttivo di valore, fu superato solo con la seconda guerra mondiale, con l’espansione economica che l’accompagnò e la seguì. La guerra, oltretutto, è un ecceziona­le mezzo di distruzione di valori, e niente meglio della svalo­rizzazione universale del Capitale può agire da balsamo e da tonico per una valorizzazione che soffre.

(1) R. Skidelsky, Keynes, Hobson, Marx, Keynes Blog, 2 agosto 2013.
(2) N. De Vecchi, Crisi, pp. 34-35, Bollati Boringhieri, 1993.
(3) J. Rifkin, La fine del lavoro, pp. 43-44, Mondadori, 2002.
(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, pp. 62-63, New­ton, 1976.
(5) K. Marx, Il Capitale, I, p.556, Editori Riuniti, 1980. «Il primo risultato delle macchine è di ingrandire il plusvalore e insieme la massa dei prodotti nella quale esso si presenta, e dunque di ingrandire, assieme alla sostanza di cui si nutrono la classe dei capitalisti le sue appendici, questi stessi strati della società» (p. 489). «Ciò che in realtà gli operai producono è il plusvalore. Finché lo producono, essi possono consumare. Non appena ne cessa la produzione, cessa il loro consumo, perché cessa la loro produzione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 573, Einaudi, 1958).
(6) K. Marx, Il Capitale, III, p. 569.
(7) K. Marx, Storia delle teorie economiche…, III, p. 64.
(8) K. Marx, Il Capitale, II, pp. 429-430, Einaudi, 1980.
(9) Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, pp.138-139, Einaudi, 2008.
(10) J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 191, Boringhieri, 1972.
(11) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di Capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.

IL MONDO SDOPPIATO DELL’ECONOMIA CAPITALISTICA

Pubblico alcune pagine dello studio “economico” che potete scaricare da questo blog: Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica. Uno studio sulla doppia natura dei «fattori produttivi». Il PDF è attingibile anche dai Testi scaricabili. Nel 1937 Henryk Grossmann, polemizzando con quei “marxisti” che si credevano «straordinariamente intelligenti per il fatto di aver arricchito il mondo di “materiali” grazie all’esperienza dell’ultima crisi», invitava coloro i quali volevano comprendere quegli stessi “materiali” a «ricominciare da capo con l’ABC della teoria marxiana». Un invito che presso chi scrive ha sempre il significato di un invito a nozze. Conosci le tue debolezze!

Due anime abitano, ahimè, nel suo petto,
e l’una dall’altra si vuol separare!
Goethe, Faust.

La tendenza, da parte di chi scrive, a mettere nel cono di luce il momento della creazione del plusvalore primario come base di ultima istanza della ricchezza materiale e finanziaria che circola sui mercati mondiali, ha forse creato nel lettore dei miei scritti “economici” l’impressione di una mia sottovalutazione dei fenomeni che prendono corpo nella sfera della circolazione e della distribuzione. Non è così. D’altra parte occorre tenere presente che la punta della mia critica sul terreno del dibattito economico degli ultimi quattro anni è stata quasi sempre rivolta contro i teorici della finanziarizzazione assoluta del capitalismo del XXI secolo, ossia contro i feticisti del cosiddetto Finanzcapitalismo. Contro questi teorici, che hanno visto realizzata la secolare e permanente tendenza della sfera della circolazione finanziaria a emanciparsi dalla sfera della produzione del valore basico a mezzo dello sfruttamento della capacità lavorativa industriale (settore agricolo compreso, ovviamente); contro questi feticisti della cornucopia, critici di una creazione del denaro a mezzo di denaro che essi hanno visto con orrore essersi infine concretizzata, passando dal mito – e dalla speranza del capitale – alla realtà, ho cercato di sostenere l’idea secondo la quale anche il gigantesco castello di carta eretto dalla Finanza (con annessa speculazione) si spiega, attraverso le mediazioni concettuali e reali che un’analisi non superficiale del meccanismo economico non manca di offrire alla nostra considerazione, con il processo allargato di accumulazione che ha nel capitale il suo soggetto e nel profitto il  suo motore. […]

In generale, spiegare l’attuale crisi economica internazionale a partire dal Moloch finanziario, come fa ad esempio Giulio Tremonti (diventato più “antimercatista” degli “antimercatisti” di sinistra), senza cogliere i giganteschi mutamenti intervenuti negli ultimi trent’anni nella struttura del capitalismo mondiale (la Cina, l’India e gli altri ex «paesi in via di sviluppo» come nuove fabbriche del mondo), significa rimanere alla superficie del problema, là dove facilmente si rimane impigliati nei stratosferici e ipnotici numeri esibiti dalla magica moltiplicazione dei pani e dei pesci – leggi valori cartacei, sotto forma di obbligazioni, titoli, derivati e quanto di meglio e di più sofisticato ha saputo offrire in questi anni la prodigiosa «fabbrica finanziaria». Quando gli economisti si limitano a denunciare l’«insostenibile» circostanza per cui l’«economia virtuale» vale dieci e più volte l’«economia reale» mostrano di non comprendere che cosa ha reso possibile questo apparente paradosso “valoriale”, il quale ha molto a che fare sia (immediatamente) con l’imperativo categorico del profitto, sia (mediatamente) con la dinamica dell’accumulazione capitalistica, assoggettata alle stringenti leggi della valorizzazione del capitale investito. […]

Non è che i fenomeni della circolazione hanno una scarsa importanza nell’analisi critica del processo economico; si tratta piuttosto di affermare l’idea secondo la quale essi acquistano un reale significato e una reale dinamica solo nella loro intima connessione con la sfera della produzione del valore. D’altra parte, a ben guardare, la sfera della circolazione non è che un momento, fondamentale, dello stesso processo di accumulazione del capitale, perché è lì che il processo di valorizzazione, con la creazione di valore e plusvalore attraverso l’uso capitalistico della capacità lavorativa, trova il suo snodo centrale, il suo necessario «salto mortale», con la trasformazione («metamorfosi») dell’astratto valore di scambio in prezzo e dunque in denaro. Questo sdoppiamento di un processo economico che in realtà si dà nella necessaria unità di tutti i suoi momenti (produzione, scambio, circolazione, consumo, accumulazione, riproduzione…) è peraltro la fonte di quel feticismo che Marx riscontrò già negli economisti classici, ma che si dispiegò in modo davvero radicale e «triviale» nell’economia politica postclassica, in parte anche in reazione alla concezione ricardiana della distribuzione del reddito. Ma è un po’ tutta la prassi economica capitalistica che appare sequestrata da un processo di sdoppiamento che ha dei precisi presupposti materiali, che non è, cioè, la conseguenza di un mero difetto d’intelligenza. È per questo che nei confronti del feticismo della merce occorre avere un atteggiamento critico, non ateo, e men che meno esorcistico: non si tratta né di illuminare le coscienze né di cacciare demoni, bensì di afferrare il nucleo capovolto della realtà. […]

La mistificazione che prendo in oggetto in queste pagine non nasce, in primo luogo, nella testa degli economisti e degli «attori dell’economia», ma nel processo di scambio fra capitale e lavoro, che si dà in modalità sdoppiata: prima nella circolazione (compravendita di capacità produttiva) e poi nella produzione (uso, o sfruttamento di questa capacità). Lungi dall’essere un’aberrazione del pensiero, la mistificazione è dunque parte integrante della realtà. Per questo sul terreno del feticismo delle merci l’illuminismo deve dichiarare la propria impotenza. Il finanziamento spericolato (vedi subprime) del consumo, soprattutto negli Stati Uniti, ha avuto soprattutto il significato di allargare la domanda per ogni genere di merce, forzando anche i limiti imposti al consumo dai discendenti livelli salariali, e la speculazione* che vi si è innestata deve essere considerata da questa prospettiva. Il fatto che a partire da un singolo mutuo, e quindi dal valore reale di una singola casa, si possono fabbricare una serie quasi smisurata di titoli, attraverso la magia della cartolarizzazione, ci dice che non un atomo di valore in più è stato creato nella società, ma piuttosto che lo stesso valore passa vorticosamente da una tasca all’altra, da un punto del mondo al suo antipodo, alla velocità della nuova tecnologia informatica. Si confida sul trend ascendente dei prezzi immobiliari e sul fatto che le famiglie che hanno sottoscritto un mutuo non possono fallire tutte nello stesso tempo. Fino a quando il gioco d’azzardo funziona non c’è agenzia di rating che non valuti accettabile il rischio assunto dalle «fabbriche finanziarie» e a concedere loro l’agognata tripla A. Persino l’austero FMI, prima del fallimento della Lehman Brothers, valutava del tutto trascurabile il rischio finanziario made in USA. La stessa operazione di diversificazione e diffusione dei rischi, resa possibile dalla cartolarizzazione parossistica dei mutui, appariva come un’ulteriore garanzia contro i rischi d’insolvenza.

«I derivati rappresentano sempre più un importante veicolo per diversificare i rischi e per allocarli agli investitori più capaci di gestirli», sostenne Alan Greenspan nel 1999, e allora nessuna voce si levò contro ciò che oggi suona come un vero e proprio «azzardo morale». Né i democratici americani ebbero molto da eccepire quando il presidente George W. Bush annunciò, nell’estate del 2002, di voler dare una casa a tutti gli americani, anche a quelli che non avevano soldi. «A questo c’è rimedio», disse il presidente: «Abbiamo bisogno di capitali per gli acquirenti a basso reddito: Fannie Mae e Freddie Mac faranno la propria parte» (Citazione tratta da AV, La grande crisi, Il Sole 24 Ore, ottobre 2008). Fino a quando gli affari vanno bene, e perfino chi non offre sufficienti garanzie patrimoniali può acquistare una casa, magari con la prospettiva di rivenderla e scontare un profitto, non c’è Cassandra che tenga, ed è dalla crisi dei tulipani olandesi della prima metà del XVII secolo che il mondo si chiede, a devastazione economica in corso: «come è potuto accadere?», per concludere puntualmente che «non deve più accadere».

Detto en passant, la bolla speculativa che si è creata negli Stati Uniti, basata in gran parte sul debito contratto dal Paese nei confronti della Cina e del Giappone (secondo questo circolo abbastanza vizioso: acquisto di merci e servizi cinesi e giapponesi da parte degli americani e ritorno in patria dei dollari spesi sotto forma di crediti concessi dalla Cina e dal Giappone), testimonia anche la perdita di competitività sistemica di quella che rimane la sola superpotenza globale del pianeta.

Il mercato ha preso dei rischi che non doveva prendere, lo Stato non ha controllato come avrebbe dovuto fare: tanto il primo quanto il secondo hanno fallito la loro specifica missione. Dopo ogni crisi è questo il mantra che si ode da ogni pulpito. Sono, queste, chiacchere belle e buone, rituali parole che non tengono in considerazione la sola cosa che nel capitalismo conti davvero: la ricerca ossessiva del profitto. Più che il fallimento del capitalismo, la crisi conferma piuttosto il fallimento della prospettiva di liberazione degli individui dal giogo del profitto, nonostante questa possibilità sia, dal punto di vista materiale (ossia dal punto di vista dei valori d’uso), sempre più a portata di mano. Lungi dal contraddire l’economia capitalistica, la crisi ne è piuttosto un aspetto essenziale, fisiologico, addirittura benefico nella misura in cui essa è, al contempo, il sintomo più evidente della “malattia” che periodicamente colpisce l’organismo che crea e distribuisce la ricchezza sociale, e il suo «processo di risanamento», soprattutto attraverso un doloroso trattamento di svalorizzazione universale di uomini e cose. Ed è esattamente quello che sta avvenendo dal 2008 negli Stati Uniti e in Europa. Nel Vecchio Continente il calcolo del rischio è diventato talmente difficile, persino aleatorio, anche per le note vicende legate al debito sovrano dei paesi dell’Unione e alla precarietà esistenziale della moneta unica, da sconsigliare le banche non solo a concedere prestiti alle imprese, salvo che non offrano garanzie a prova di bomba, ma a intessere rapporti con le altre banche. In ogni transazione non si vede più un affare, ma una potenziale magagna. Il denaro liquido tende a gelare nei forzieri delle banche e, come diceva Lenin, alla base del sofisticato capitalismo finanziario riappare il “vecchio” capitalismo, quello che esige la più stretta relazione tra un titolo (un’azione, un’obbligazione, ecc.) e il suo valore reale di riferimento. Il triviale valore di scambio delle merci si prende la sua rivincita! […]

Il plusvalore!

Scriveva Henryk Grossmann nel 1940: «Nella sua interpretazione del marxismo economico la dottrina dominante ha cancellato da esso proprio l’intera teoria del duplice carattere del lavoro, cioè proprio quello che costituisce il momento specifico del marxismo e lo distingue dai classici» (H. Grossmann, Marx, l’economia politica e il problema della dinamica, p. 51, Laterza, 1969). Non il valore di scambio della merce-lavoro (espresso nel salario), ma il suo valore d’uso (l’uso della capacità lavorativa nel vivo processo produttivo) è il presupposto della valorizzazione del capitale (conservazione del vecchio valore e aggiunta di valore ex novo o plusvalore): è la grande scoperta di Marx, che fa della sua economia critica una teoria del tutto nuova, originale rispetto alla teoria del valore di Smith e Ricardo. A questa fondamentale acquisizione teorica occorre aggiungerne un’altra, del tutto originale e concettualmente omogenea alla prima: la funzione che ha nel processo di accumulazione il valore d’uso delle merci espresse nel capitale investito in mezzi di produzione e in materie prime (il marxiano «capitale costante»).  Ciò che propongo è una riflessione «esoterica» intorno al processo di creazione del valore industriale, ossia di quel valore, che definisco basico o primario, sulla cui base si radica il processo di circolazione della ricchezza sociale mondiale «reale» e «virtuale», una distinzione, quest’ultima, che solo nei momenti di acuta crisi economica, come quella che stiamo attraversando, assume tutta la sua pregnanza teorica e pratica.

* «Nei confronti di tutti coloro che pensano che la speculazione sia soltanto un’”escrescenza” che non ha nulla a che fare con una sana espansione, noi sosteniamo l’opinione che la speculazione adempia una funzione necessaria. Essa rende possibile ai capitali sovraccumulati un investimento “redditizio”. L’economia borghese non vuol vedere queste connessioni. Essa nota soltanto i fenomeni come essi si mostrano alla superficie e si perde perciò nella accidentalità» (H. Grossmann, Il crollo del Capitalismo, p. 501, Jaca Book, 1977). Naturalmente sottoscrivo. L’economia del profondo, se mi è concesso civettare con Freud, iniziata da Marx cerca appunto di non cadere nel labirinto delle accidentalità.

TANTO PEGGIO PER MARX!

Ma volete lasciarmi in pace!

Un gentile lettore mi scrive: «Mi piacerebbe che Sebastiano Isaia, implacabile critico dello stalinismo, maoismo, castrismo, etc., potesse descriverci almeno qualche squarcio del “vero comunismo”. Lo hai fatto? Lo farai, Sebastiano? Con stima, ti saluto». Di qui, quanto segue.

Carissimo, intanto ti ringrazio per l’attenzione e per la stima. Detto questo, non è che qualche frammento del famigerato muro è finito anche dalle tue parti? Nel caso, me ne dispiaccio. Ma tu puoi sempre rinfacciarmi il fatto che a pensarla come te sono tantissimi (un intero popolo, quello di sinistra), mentre a pensarla come me… Lasciamo perdere, nevvero? Ora, dal mio infinitamente piccolo e ultra minoritario presidio, io non debbo descriverti proprio nulla, anche perché, almeno in questo simile a Marx, non frequento le bettole nelle quali, tra un sorso di pessimo vino e l’altro, si mettono a punto arditi progetti futuristici. Piuttosto ti chiedo: ti convince di più il mio cosiddetto “punto di vista umano”, che elaboro attraverso i miei modestissimi scritti, ovvero il Comunismo (nota: senza virgolette!) che forse hai appreso alla scuola di Stalin, Togliatti, Mao, Castro, Guevara e compagnia cantando? Scegli! Sei indeciso? Continua a seguirmi.

Ma sì, andate tutti a quel paese!

Se vuoi sapere qualcosa del Comunismo marxiano, non hai che da leggere Marx. Lo hai già fatto, e quello che hai letto ti sembra coerente con il «Socialismo Reale», dalla Russia stalinista alla Cuba castrista, passando per la Cina maoista? Non c’è problema. Dalle mie parti si dice: «la vita è bella perché è varia!» Hai capito, sempre leggendo l’ubriacone di Treviri, che il torto sta dalla mia parte e la ragione da quella dei marxisti che con tanta goduria, ma forse con poca ragione, prendo di mira? Benissimo! Ti prendo sul serio, e dico: mi tengo il mio torto e tanto peggio per Marx!

Ciò non m’impedisce – e se non lo scrivessi non sarei “intellettualmente onesto” almeno con me stesso – di continuare a pensare che ai marxisti (nuovamente senza virgolette!) il Capitale dovrebbe costruire una statua d’oro, per i servigi che hanno reso all’opera di distruzione della stessa idea di emancipazione del proletariato. Dimostrami piuttosto che non ho ragione!

Attenzione: io NON SONO comunista!

Ho scritto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata sconfitta già negli anni Venti (altro che muro di Berlino!), che le rivoluzioni in Cina e a Cuba sono state di natura contadino-borghese (perché, come scriveva Lenin, la campagna sviluppa spontaneamente e necessariamente rapporti sociali capitalistici). E ho scritto, in riferimento ai regimi nati da quei processi sociali tutt’altro che disprezzabili (a patto che se ne comprenda la vera natura storico-sociale), che non basta sventolare bandiere rosse, cantare l’Internazionale e proclamarsi comunisti per essere davvero tali. Non ti ho convinto? Continua a seguirmi, può darsi che al prossimo giro sarò più efficace. Viceversa, la vita è bella perché è varia!