LE RADICI DELLE PANZANE SULLA CINA “SOCIALISTA”

CINA_-_LavoratoriPer Francesco Maringiò «qualsiasi discussione sul futuro della Cina non può prescindere dal fondamentale contributo dato da questo paese alla lotta per il Socialismo» (Alcune radici del Socialismo con caratteristiche cinesi, Marx XXI, 10 settembre 2013). A dimostrazione di quanto possa essere vario il mondo delle idee è sufficiente richiamare la mia posizione sulla Cina nel contesto storico e geopolitico mondiale che la riguarda: qualsiasi discussione sul futuro della Cina non può prescindere dal fondamentale contributo dato da questo Paese allo sviluppo capitalistico mondiale. E la «lotta per il Socialismo»? Nemmeno a parlarne! Avrei voluto aggiungere alla risposta un «ovviamente», ma a questo mondo nulla, a quanto pare, è ovvio.

Ad esempio, per molti “comunisti” nostrani – che poi sono gli stessi che continuano a pregare con il viso devotamente rivolto verso Mosca e Pechino – nemmeno la natura ultrareazionaria del regime siriano mostra i tratti dell’ovvietà.

Per legittimare le «radici del Socialismo con caratteristiche cinesi» Maringiò ricorre alla storia della Russia Sovietica e allo sviluppo del Capitalismo mondiale come viene fuori dall’interpretazione offerta da Kenneth Pomeranz nel noto saggio La Grande Divergenza. La cosa mi offre l’occasione per rimandare il lettore a due miei studi (i PDF sono scaricabili da questo blog): Lo scoglio e il mare, sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre in quanto rivoluzione proletaria, e Tutto sotto il cielo – del Capitalismo, sulla storia Cinese in generale, e sulla storia della cosiddetta Rivoluzione Culturale in particolare. Tra l’altro, un capitolo del mio lavoro sulla Cina è dedicato proprio al citato saggio di Pomeranz.

Scrive il nostro “socialista” con caratteristiche cinesi: «È interessante notare come nei primi 15 anni dalla nascita dell’URSS (1917-1932), ci siano state tre diverse “configurazioni” di Socialismo: a)    il Comunismo di Guerra (1918-1921), da Gramsci definito il “collettivismo della miseria”; b) la Nuova Politica Economica (1921-1929), su impulso di Lenin; c) la Collettivizzazione dell’agricoltura e la centralizzazione integrale dell’economia (1929-1932), su impulso del nuovo gruppo dirigente bolscevico, a seguito della morte di Lenin (1924)». A mio modesto avviso lo schema qui proposto è del tutto privo di fondamento. Mi si consenta l’antipatica autocitazione (da Lo scoglio e il mare):

«Come sempre nelle svolte decisive che segnarono il percorso del partito Bolscevico e del processo rivoluzionario in Russia, anche ai tempi del varo della NEP Lenin si trovò in pratica da solo a sostenere una decisione assai dura da digerire per coloro che, di fatto, senza averla mai teorizzata e avendola anzi sempre rigettata anche sul piano politico (in chiave antipopulista), avevano tuttavia maturato l’idea che la “tappa capitalistica” potesse venir risparmiata alla Russia, anche senza il “soccorso rosso” della rivoluzione internazionale. L’idea di arretrare dal “Comunismo di Guerra” (un “comunismo” certo sui generis, oberato da mille insufficienze, ma vivaddio pur sempre “comunismo”!) al capitalismo, sebbene sotto la ferrea vigilanza dello Stato proletario e solo come misura «tattica», gettò nello sconforto la gran massa dei bolscevichi, e non pochi comunisti occidentali videro in quel passaggio il segno chiaro della sconfitta.

COPERTINANell’ottobre del ’21, presentando al Partito La Nuova Politica Economica, Lenin ammise con la consueta franchezza la grande illusione nella quale i bolscevichi avevano vissuto durante tutto il periodo precedente: “In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste […] Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così” (La Nuova Politica Economica, Opere, XXXIII).

Se di arretramento si doveva parlare, esso andava dunque riferito a questo “errore” di valutazione, a questa vera e propria illusione ottica (come sembra più corretto dire a chi quella storia cerca di capire post festum), e non certo a dati di fatto reali, a reali conquiste economiche che allora non ci furono perché non potevano esserci.

Tra l’altro, la confessione leniniana getta luce sul carattere in gran parte oggettivo, necessario, della prassi bolscevica di quel periodo, inclusa l’elaborazione collettiva di una idea (il passaggio diretto al comunismo) che si fece strada come razionalizzazione e interpretazione di eventi materiali che in misura notevole esuberavano la capacità teorica e pratica del soggetto rivoluzionario che avrebbe dovuto controllarli, orientarli e prevederne, almeno per grandi linee, gli ulteriori sviluppi. Proprio la natura oggettiva di quella prassi, sia nel rapporto tra il Partito e gli eventi esterni che esso era chiamato a padroneggiare, quanto nella sua interpretazione e teorizzazione di essi, deve suggerirci, quando andiamo a criticare gli “errori”, le “colpe”, e i “tradimenti” commessi dai protagonisti di quell’eccezionale vicenda, la cautela metodologica richiamata più volte in queste pagine».

È per questo che quando Maringiò scrive che l’approccio di Deng Xiaoping allo sviluppo del «Socialismo» attraverso lo sviluppo dell’«economia di mercato» (ossia del Capitalismo) «ricorda molto quello avuto da Lenin con la NEP (Nuova Politica Economica) che introdusse l’idea della transizione come un lungo periodo che vede la compresenza nell’economia di piano e mercato» sfiora il sublime nell’arte di proferir… cavolate. Inseguendo un Lenin e una NEP immaginari (tanto oggi chi fa più caso a certe “sottigliezze” storiche e dottrinarie!) il nostro “cinese” giunge alla seguente conclusione, fin troppo “materialistico-dialettica” per essere compresa da chi scrive: «A determinare la natura capitalistica di un società non è quindi la presenza o meno del mercato in economia. È nel rapporto tra il potere dello stato e quello del capitale che va indagata la natura del carattere capitalistico dello sviluppo economico su basi di mercato: se lo stato non è subordinato all’interesse di classe dei capitalisti, allora l’economia di mercato mantiene un carattere non capitalistico». A prescindere da ogni altra considerazione, solo chi è completamente soggiogato dall’ideologia (vetero, neo, post) maoista non riesce a vedere nello Stato cinese un potente strumento al servizio del Capitale, interno e internazionale, a conduzione statale come a conduzione privata.

Tanto la pianificazione sociale dell’economia (in presenza delle categorie che definiscono il Capitalismo) quanto il ritmo dell’accumulazione costituiscono il contrassegno capitalistico più sicuro della moderna società, la cui natura di classe risiede nei rapporti sociali che la governano. È forse ozioso ricordare ai “marxisti” che per Marx le categorie dell’economia politica sono l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? In effetti, solo chi è gravemente impigliato in una concezione feticistica della realtà può credere che l’esistenza del mercato, delle merci, del denaro, del lavoro salariato e quant’altro non sono sufficienti, da soli, a supportare la “tesi capitalistica” circa la natura sociale di un Paese. Di qui la teorizzazione del «Mercato Socialista» a proposito della «Grande Cina», tesi che prim’ancora che con l’intelligenza fa a pugni con la realtà – o viceversa, fa lo stesso.

Come ho spesso scritto, l’economia centralizzata e condotta dallo Stato concepita come «Socialismo» (o «Socialismo di Stato») è un classico dello statalismo più volgare, da Lassalle in poi, passando per Stalin, Mao e nipotini vari. Lo Stato come eccezionale strumento di accumulazione nella fase «originaria» o «primitiva» dello sviluppo capitalistico è un concetto che non riesce proprio a penetrare nella testa di chi è cresciuto a pane e statalismo di sinistra. Occorre farsene una ragione.

Mao_Zedong_portrait«È interessante osservare come sin dall’era Ming e nella prima fase della dinastia Qing, i governanti cinesi facessero uso del mercato con l’obiettivo di arricchire la nazione. Chén Hóngmóu (1696-1771), filosofo ed influente ufficiale della dinastia Qing, già nel XVII sec insisteva a lungo sul ruolo dello Stato e sull’utilizzo del mercato come strumento di arricchimento della nazione». Non c’è dubbio: il «Socialismo con caratteristiche cinesi» è iscritto nel DNA della Cina. Forse. Qui non posso che rinviare al mio studio sulla Cina.

«Contrariamente a quanto pensava Lenin», conclude Maringiò, «il Novecento non ha visto la crisi generale e conclusiva del capitalismo con conseguente vittoria del socialismo, ma ha lasciato aperta la strada alla ricerca e costruzione di società “altre” dal capitalismo. La Cina popolare, figlia di questa ricerca, si configura oggi come una società dicotomica (non capitalista/non ancora socialista) in cui la prospettiva socialista può vincere solo se la contraddizione oggi presente fra elementi di socialismo e di capitalismo porta alla vittoria dei primi. Questo risultato, se ci sarà, non potrà che essere il frutto di un lungo processo storico (innescato da appena cinque decenni) che durerà alcuni secoli». A parte il fatto che più volte Lenin scrisse che per il Capitalismo in crisi non esistono strade senza uscite (la guerra mondiale è, ad esempio, un’eccellente via di fuga dalla crisi); a parte questo è confortante sapere che il risultato, «se ci sarà», dell’eroica lotta della Cina popolare per l’affermazione del «Socialismo con caratteristiche cinesi» ci sarà fornito tra «alcuni secoli». Difatti, nei tempi lunghi anche le panzane “socialiste” di oggi saranno morte.