LA TRISTE SCIENZA DI LUCIANO GALLINO

enhanced-20800-1412372961-1Scrive Luciano Gallino, uno dei più prestigiosi scienziati sociali del nostro Paese e fra i più stimati sostenitori di una radicale riforma del Finanzcapitalismo: «Dopotutto lo scopo sostanziale dell’economia consiste nel provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile usando insieme con altri mezzi a esso subordinati – il lavoro, la terra, la conoscenza – anche lo strumento finanziario, il denaro» (1). Di Gallino mi sono occupato altre volte in passato, e sempre con un intento fortemente critico, polemico. Come mai? Niente di personale: le sue tesi costituiscono un ottimo esempio di quella concezione economica che Marx definì una volta volgare fino alla trivialità, cosa che mi permette di esternare qualche elementare concetto utile a combattere la stessa idea di un capitalismo a misura d’uomo.

Infatti, cosa leggiamo nel passo sopra citato? In primo luogo un pensiero minimamente critico non può mancare di cogliere il carattere ingenuamente astratto del concetto di economia che vi compare, un concetto privo di quelle determinazioni storiche e sociali che sono le sole che possono riempirlo di reali, vitali e dinamici contenuti, togliendolo con ciò dal platonico mondo delle idee nel quale lo ha collocato Gallino. D’altra parte il nostro scienziato sociale non fa che muoversi lungo il percorso abbondantemente arato dall’economia borghese del XX secolo. Due nomi su tutti: Schumpeter e Keynes.

Scriveva ad esempio Schumpeter: «L’attività economica può avere qualsiasi motivazione ma il suo significato è sempre la soddisfazione dei bisogni. […] La produzione segue dunque i bisogni; è, per così dire, al loro rimorchio. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per l’economia di scambio. […] L’utilità regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica» (2). Si noti anche qui la generalizzazione storico-sociale malamente impostata dall’economista austriaco. Il capitalismo come economia dei bisogni è una vera e propria bestemmia, gridata non contro la faccia del comunista di Treviri, ma contro la verità della prassi capitalistica. Come anche un bambino può capire, sotto il regime capitalistico la produzione segue il profitto, è, per così dire, al suo rimorchio; essa ha necessariamente nella ricerca del massimo profitto il suo più verace significato e il suo più formidabile movente. È questa ricerca che «regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica», come cercò di dimostrare Marx introducendo il fondamentale concetto di composizione organica del capitale. Anche per Keynes, che Gallino vorrebbe attualizzare, «Ogni produzione ha lo scopo finale di soddisfare un consumatore. […] Per ripetere cose ovvie, il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica» (3). Al pensiero economico borghese appare insomma come ovvia una realtà presentata a testa in giù, capovolta cioè da un presupposto ideologico che non è capace di afferrare l’essenza della prassi economica in regime capitalistico.

Ora, si dà appunto il caso che l’economia dei nostri mercantilistici giorni, l’economia dominata dal rapporto sociale capitalistico (il Capitale che sfrutta il Lavoro con mezzi e metodi sempre più scientifici), non abbia come scopo essenziale quello di «provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile», come pensa Gallino nella sua commovente ingenuità, bensì quello, forse meno “eticamente corretto” ma certamente più vero e necessario (posto il vigente status quo sociale), di generare profitti, «al più alto livello possibile» e nel modo più rapido e facile possibile. È il capitalismo (tout court, senza altre inutili e forvianti aggettivazioni), bellezza! E nel capitalismo la soddisfazione dei bisogni ha un carattere puramente strumentale, è cioè subordinata alla soddisfazione dei bisogni che fanno capo all’investimento capitalistico: per dirla nei consueti termini marxiani, il valore di scambio delle merci domina necessariamente sul loro valore d’uso (4).

Questo disumano dominio ha un esempio particolarmente pregnante nella distruzione su vasta scala delle materie prime alimentari (vegetali e animali) che lo Stato degli Stati Uniti organizzò nei primi anni Trenta nel tentativo di frenare il crollo dei prezzi di quelle materie prime. E questo mentre milioni di persone morivano letteralmente di fame. «Agli agricoltori americani il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovra­produzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popola­zione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimen­tari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (5). La fame di profitti ebbe insomma la meglio sulla fame degli uomini, com’è necessario che accada sulla base del capitalismo. Come sempre, il cinismo delle parole non fa che esprimere il cinismo della cosa.

A ben vedere, tutto il gran parlare di deflazione oggi non ha altro significato che quello appena evocato.

enhanced-18618-1412373039-3Scrive Gallino a proposito dell’«investimento irresponsabile» dei risparmi: «L’effetto perverso deriva dal fatto che nel tutelare gli interessi dei risparmiatori gli investitori istituzionali sono del tutto indifferenti alla natura e alle conseguenze degli investimenti che effettuano con i soldi degli altri. L’unico criterio che li guida è la massimizzazione del rendimento del capitale investito – preferibilmente a breve termine» (p.19). Insomma, Gallino bolla come «perverso» ciò che invece rappresenta la normalità, il solo criterio naturale che orienta qualsiasi investitore sulla base dell’economia fondata sul profitto. Come sempre il riformatore sociale dell’«economia mondo» (leggi capitalismo) respinge i “lati cattivi” di questo regime sociale, senza metterne in discussione i presunti “lati positivi”. Ecco perché le sue tirate contro «il lavoro mercificato» e «le tecnologie usate contro l’intelligenza» appaiono non più che impotenti lamentele. Miseria del riformismo sociale, avrebbe detto l’uomo con la barba.

«Per quasi una generazione si è affermata la credenza e una prassi per cui qualità e quantità della sussistenza, scalzata dalla sua posizione di scopo ultimo [sic!], potevano derivare soltanto dall’ascesa al potere della finanza» (p. 16). A quando Gallino data questo maligno capovolgimento di paradigma? Bisogna risalire alla «de-regolamentazione dei mercati finanziari e dell’ambito di attività delle banche che è partita dagli Stati Uniti nel 1974. […] Il sistema finanziario mondiale ha subito una trasformazione da strumento dell’economia reale a suo padrone» (p. 17). Intanto, già il vegliardo autore del Capitale ebbe modo di osservare in Inghilterra la sempre più spinta “finanziarizzazione” dell’economia, che egli interpretò come necessaria conseguenza dello sviluppo capitalistico, del farsi potenza sociale del Capitale. Sviluppo delle funzioni del credito, formazione di sempre più grandi società per azioni: per Marx si tratta dell’annullamento del carattere privato dell’iniziativa economica capitalistica «sulla base del sistema capitalistico stesso» (6). Per non parlare poi di chi già agli inizi del XX secolo individuò proprio nel dominio del capitale finanziario la caratteristica saliente del capitalismo giunto nella sua piena maturità: vedi L’imperialismo di J. A. Hobson (1902), il Capitale finanziario di R. Hilferding (1909) e l’Imperialismo di Lenin (1916).

Contrapporre la finanza (compresa quella speculativa) all’economia reale, come fa Gallino (in eccellente e numerosa compagnia, peraltro), significa non aver compreso almeno l’ultimo secolo di sviluppo capitalistico. Partendo da questi presupposti concettuali anche la crisi finanziaria americana del 2007, lungamente preparata dentro l’economia reale (per reagire al declino del saggio del profitto, per allargare sempre di nuovo le occasioni di investimento profittevole, ecc.), deve apparire sostanzialmente come il prodotto di scelte sbagliate in materia di politica economica. Né può avere una corretta interpretazione l’attuale conflitto sistemico che scuote dalle fondamenta l’Unione europea, spiegato sostanzialmente come il frutto di un rapido svuotamento della democrazia volto a «proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni» (7).

È invece vero che all’inizio degli anni Settanta, quando apparve fin troppo chiaro che il lungo e poderoso ciclo economico espansivo seguito alla Seconda guerra mondiale si era chiuso definitivamente, nel capitalismo avanzato si posero tre problemi di grande portata e strettamente connessi l’uno all’altro. Vediamoli in brevissima sintesi e senza la pretesa di aver con ciò esaurito la gamma dei problemi in gioco.

1) Come adeguare la struttura finanziaria venuta fuori a Bretton Wood nel ’44 ai profondi mutamenti intervenuti nel frattempo nell’economia mondiale (“reale” e “finanziaria”) e ai nuovi equilibri politici ed economici fra i Paesi capitalisticamente più forti del pianeta: Stati Uniti, Germania e Giappone, in primis. 2) Come dare soddisfazione (“sfogo”) alla massa dei capitali che, non trovando più remunerativo l’investimento produttivo primario (industriale), iniziò a premere sulla sfera dei servizi (inclusi quelli finanziari) in cerca di più allettanti rendimenti. Trattasi della marxiana sovraccumulazione, o eccesso, ovvero pletora di capitale, fenomeno che si realizza appunto quando la profittabilità dell’investimento produttivo declina, come accadde nelle metropoli capitalistiche ben prima che esplodesse la crisi finanziaria degli anni Settanta. 3) Come riformare il welfare e il rapporto Stato-mercato sorti come risposta alla Grande Crisi del ’29 ed entrati in crisi con la nuova fase storica del capitalismo internazionale. La dottrina dell’«aggiustamento strutturale» di Milton Friedman e di Edmund Phelps non spiega la crisi dell’ortodossia keynesiana, ma quest’ultima spiega semmai la prima, la quale ha il fondamento oggettivo che ho cercato di abbozzare.

Come ho scritto altre volte, se non si tengono presenti questi processi strutturali la famigerata «controrivoluzione neoliberista» che porta i nomi della Thatcher e di Reagan appare come un fatto deciso sostanzialmente in sede politica dalla classe dominante per schiacciare un proletariato diventato troppo forte. Una lettura dei fatti fin troppo ideologica, tesa soprattutto a incensare la sinistra politica e sindacale attiva nei trent’anni d’oro dell’accumulazione capitalistica postbellica.

enhanced-16625-1412371899-1«Per una società che voglia fondarsi su una concezione oggettiva piuttosto che strumentale di ragione – la ragione che riguarda, come scriveva Max Horkheimer, non il mero calcolo del rapporto tra mezzi e fini, bensì l’ideale del massimo bene, il problema del destino umano, il modo di realizzare i fini ultimi – non appare sostenibile il tipo di essere umano, ovvero di personalità o di carattere, che l’economia contemporanea è orientata a produrre» (pp. 191-192). Di qui, per Gallino, la necessità di abbandonare l’economia basata sugli «investimenti irresponsabili» (egli è anche l’autore dell’Impresa irresponsabile) per orientarsi verso un’economia centrata sugli «investimenti responsabili», ossia sugli investimenti tesi a sviluppare la produzione dei «beni pubblici» (scuola, trasporti, sanità) e a finanziare attività produttive ecosostenibili. Questo progetto riformista dovrebbe ottenere il sostegno di una finanza ricondotta finalmente alla sua originaria funzione di ancella dell’economia reale. Come tutti i riformatori del capitalismo, da Proudhon in poi, Gallino sconosce la natura del denaro in regime capitalistico, e difatti esso gli appare non come l’espressione di un peculiare rapporto sociale, non come il risultato (storico, logico e sociale) di un processo che inizia con lo sfruttamento del lavoro (vedi il concetto marxiano di lavoro astratto o sociale, fondamento del valore di scambio e quindi del denaro), ma appunto come strumento funzionale alla cosiddetta economia reale. Insomma, il denaro come cosa, come tecnologia economica, secondo il fenomeno feticista a suo tempo magistralmente illuminato dal noto psicoanalista della merce. Che tutte le magagne economiche, sociali ed esistenziali lamentate nei numerosi libri di Gallino hanno come loro fondamento la tanta celebrata «economia reale», ebbene questo fatto risulta del tutto incomprensibile alla coscienza del nostro scienziato sociale. In regime capitalistico, l’impresa socialmente responsabile è quella orientata al massimo profitto, per conseguire il quale essa non deve farsi scrupoli di sorta dinanzi alla necessità di licenziare i lavoratori «in esubero».

«La ragione – scriveva Max Horkheimer – è ormai completamente aggiogata al processo sociale; unico criterio è diventato il suo valore strumentale, la sua funzione di mezzo per dominare gli uomini e la natura. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (8). Di qui, l’urgente necessità, per chi scrive, di superare alla radice il processo sociale capitalistico. Un’urgenza che purtroppo oggi non trova una “base di massa” su cui fare leva, per così dire. Cosa che d’altra parte non la fa apparire meno vera, almeno da quello che definisco punto di vista umano. Parlare di «ideale del massimo bene», del «problema del destino umano» e di «fini ultimi» sul fondamento della vigente «economia mondo», magari riformata nel senso auspicato da Gallino (più che di un’utopia si tratta di una chimera), significa fare dell’ideologia e sostenere “da sinistra” lo status quo sociale.

(1) L. Gallino, Con i soldi degli altri, pp. 5-6, Einaudi, 2009.
(2) J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, pp. 9-10, Sansoni, 1971.
(3) J. M. Keynes, Teoria generale, pp. 204-264, UTET, 1978.
(4) «L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato [base oggettiva del plusvalore] ed al rapporto fra questo lavoro non pagato ed il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto ed al rapporto fra questo profitto ed il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 312, Editori Riuniti, 1980).
(5) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di Capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.
(6) Vedi il capitolo 27, libro terzo del Capitale.
(7) Vedi L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013.
(8) M. Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 25-160, Einaudi, 2000.

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PSICOECONOMIA, DEFLAZIONE E ALTRO ANCORA

imagesV4NAZEUQCon gli allarmistici articoli dedicati alla deflazione («Incombe l’incubo della deflazione») questa estate abbiamo assistito al più classico dei processi di inversione di causa ed effetto. Un po’ come quando lo stolto attribuisce la causa della sua febbre al termometro, l’innocuo strumento che si limita a registrare l’effetto termico della malattia che tanto lo tormenta (1).

«Per ritrovare una fase depressiva così lunga sul fronte dei prezzi – scriveva Il Corriere della Sera del 12 agosto –, occorre andare indietro di oltre mezzo secolo. Oggi combattiamo contro una recessione recidiva, che sta sfibrando il tessuto produttivo. E perché il calo dei prezzi non è una buona notizia? Non è tanto per il fatto in sé quanto piuttosto per l’effetto che genera sulle aspettative del consumatore. Che aspettandosi ulteriori cali rinvia potenzialmente all’infinito gli acquisti in programma convinto che così facendo risparmierà ulteriormente. Un bel grattacapo per l’economia». Un grattacapo che da sempre ossessiona soprattutto quella che possiamo chiamare psicoeconomia, ossia l’economia politica che ha messo al centro della prassi economica le aspettative: dei consumatori, degli investitori, dei lavoratori, dei creditori e via discorrendo.

Lungi da me negare l’esistenza di moventi psicologici individuali e di massa nella sfera economica; il mio “materialismo” non è poi così volgare come forse crede qualche lettore dei miei modesti post. È però vero che a mio avviso ciò che domina l’intero processo capitalistico di produzione e distribuzione della ricchezza sociale è la legge del valore così come fu elaborata da Marx attraverso l’hegeliano superamento critico degli economisti “classici”. O, diciamo meglio, credo che la teoria marxiana del valore-lavoro rappresenti ancora oggi, ai tempi di Toni Negri e di Thomas Piketty, il miglior punto di partenza per chi voglia comprendere il Capitale del XXI secolo. È dentro la cornice oggettiva appena evocata che, ad esempio, colloco il sempre più seducente, ossessivo e feroce discorso del Capitale, che ha nello slogan pubblicitario Take the waiting out of wanting (2), usato alla fine degli anni Settanta per il lancio delle carte di credito negli Stati Uniti, forse la sua sintesi più efficace. Ma non è di questo che intendo trattare adesso.

Che l’inversione di causa ed effetto abbia radici teoriche e storiche molto profonde, lo capiamo, fra l’altro, leggendo alcune pagine dell’importante libro scritto da Henryk Grossmann alla vigilia della Grande Crisi del 1929 (Il crollo del capitalismo, Jaca Book, 1977), e anche per questo tanto più significativo, soprattutto se confrontato con le coeve opere dei pezzi grossi dell’economia politica del tempo – a cominciare da Keynes e Schumpeter. Detto en passant, è solo dopo aver letto i pesi massimi del pensiero economico del XX secolo (come appunto Keynes e Schumpeter) che ci si rende davvero conto della superiorità teorica di Marx nei confronti della moderna scienza economica, o «economia volgare», giusto per mutuare il lessico del vecchio ubriacone di Treviri. Un’esperienza che ho potuto rinnovare questa estate, dopo un’ennesima full immersion nella «merda economica». Ma il lettore non fugga schifato: ho avuto modo di ripulirmi tuffandomi in letture più limpide e certamente più feconde per lo Spirito, tipo Le storie di Giacobbe di Thomas Mann. Sperando che la cosa non risulti sgradita ai tagliatori di teste del Grande Califfato… Ma bando alle ciance!

Ecco alcuni passi tratti dalle pagine (91-93) dell’opera di Grossmann cui accennavo sopra. Buona lettura.

imagesCFNIO5PO«Che cosa occorre considerare come condizione caratteristica per il ciclo di riproduzione capitalistico, come condizione determinante per esso? Lederer  scorge questa condizione nel fatto della mutazione dei prezzi nel corso del ciclo congiunturale, nel fatto che tutti i prezzi delle merci e della forza-lavoro crescono durante il periodo di espansione mentre cadono poi nel periodo di crisi e in quello di depressione. La sua impostazione del problema è dunque questa: come può avvenire nel periodo di espansione una crescita generale dei prezzi? L’estendersi della dimensione produttiva, che è tipico del periodo congiunturale  favorevole, è possibile secondo Lederer in conseguenza dell’aumento dei prezzi. Occorre quindi prima di tutto spiegare questo fatto. Lederer individua l’impulso all’aumento dei prezzi soltanto nella creazione di credito addizionale; a questo dunque viene ascritto il ruolo principale nelle configurazioni del decorso congiunturale.

Diversamente si pronuncia Spiethoff. Egli osserva: “Il segno distintivo e il fattore determinante delle cause dell’espansione è la crescita degli investimenti di capitale. L’espansione suole durare parecchi anni. La sua caratteristica concettualmente determinante è il crescente investimento di capitale e l’aumento del consumo indiretto”. In questo caso non viene fatto alcun cenno all’aumento dei prezzi. Dalla ricca enumerazione di sintomi che ci offre lo schema congiunturale dell’istituto Harvard o un qualche altro schema, avremmo potuto con eguale giustificazione addurre molti altri segni come “tipici” e ciononostante non ci saremmo tuttavia avvicinati di un passo alla chiarificazione del problema.

Che gli aumenti dei prezzi di regola durante l’espansione si presentino effettivamente, questo non dice ancora che ne siano necessariamente connessi. L’impostazione del problema data da Lederer: come può accadere un aumento generale dei prezzi con cui è possibile l’espansione, è dunque falsa come la questione: come può essere provocato lo sviluppo di fumo con cui il proiettile viene sparato? Se si suppone che l’aumento dei prezzi sia un presupposto necessario all’espansione, ci si trova poi sprovveduti nei confronti di una situazione come quella dell’espansione degli Stati Uniti d’America, che presentava temporaneamente non soltanto nessun aumento ma al contrario persino una caduta dei prezzi (3).

L’erronea scelta del punto di partenza è evidente. Per gli imprenditori capitalisti tanto gli aumenti dei prezzi quanto l’estensione degli investimenti produttivi sono in sé equivalenti. Il processo di produzione capitalistica è infatti duplice: è un processo di lavoro per la produzione delle merci, dei prodotti; ed esso è contemporaneamente un processo di valorizzazione, per il conseguimento del profitto, del plusvalore. Ma solo quest’ultimo processo costituisce il fattore stimolante ed essenziale della produzione capitalistica, che decide della sua vita e della sua morte, mentre la produzione dei beni rappresenta per l’imprenditore soltanto un mezzo per lo scopo, un inevitabile malum necessariu (4). L’imprenditore proseguirà dunque la sua produzione e la estenderà soltanto se per mezzo di essa può aumentare il suo guadagno. L’estensione degli investimenti produttivi, l’accumulazione, è puramente una funzione della valorizzazione, della grandezza del guadagno. Anche il livello dei prezzi in sé è indifferente all’imprenditore. Non i prezzi in aumento determinano il suo comportamento, ma i guadagni. Questi risultano però dalla differenza  di due fattori: i prezzi e i costi. Anche con stabili o addirittura decrescenti i profitti possono crescere, se la riduzione dei costi è più grande del decrescere dei prezzi.

Già queste considerazioni mostrano che la questione dell’aumento dei prezzi, tanto per la teoria quanto per la prassi, è del tutto indifferente sul piano del principio. Con profitti crescenti la produzione viene estesa, con la scomparsa della valorizzazione viene invece sospesa. Tanto l’una situazione quanto l’altra può subentrare con prezzi costanti, o decrescenti e crescenti».

imagesSOF3RKHA(1) In generale, l’economia politica è avvezza a considerare come essenziali e dirimenti ai fini della comprensione del meccanismo economico capitalistico i fenomeni osservabili nella sfera della circolazione. Questo non solo perché tale approccio si presta a più facili, oserei dire comode, considerazioni, ma anche a motivo di ben più importanti ragioni d’ordine socio-politiche che toccano il cuore stesso della società borghese colta nella sua totalità. Il più delle volte queste ragioni passano sopra la testa degli stessi economisti, i quali credono di muoversi su un terreno rigorosamente scientifico, e perciò stesso neutrale quanto a preferenze politiche. Due soli esempi, peraltro paradigmatici, di approccio “rigorosamente scientifico” caduti nella corrosiva critica marxiana.

Scriveva Marx a proposito della “bronzea” legge della domanda e dell’offerta: «In breve, la concorrenza deve addossarsi il dovere di spiegare tutte le assurdità degli economisti, mentre al contrario sono gli economisti che dovrebbero spiegare la concorrenza» (K. Marx, Il capitale, III, p. 983, Editori Riuniti, 1980). Per il comunista germanico dietro «l’apparenza della concorrenza» si cela… Avete capito: la bronzea legge del profitto, ossia la valorizzazione dell’investimento attraverso l’uso intensivo della capacità lavorativa. Ecco l’altro esempio, che tocca la delicata funzione creditizia: «La superficialità dell’economia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi» (K. Marx, Il capitale, I, p. 693, Editori Riuniti, 1980). Nel momento in cui in tutto il mondo si praticano e si invocano politiche economiche basate sul quantitative and qualitative easing, mi sembra che il discorso marxiano assuma una particolare pregnanza empirica, oltre che teoretica.

Come sempre, le mie citazioni marxiane hanno l’intento di suscitare nel lettore una certa curiosità per l’opera marxiana, e quindi di rimandarlo alla fonte originaria.

(2) E, già che ci siamo, oltre all’attesa togliamo pure lo sforzo. E l’orgasmo, se il Capitale vuole, è servito:

«Siate oneste, donne: quante volte vi siete dovute fermare nel bel mezzo della masturbazione perché sentivate di sviluppare la sindrome del tunnel carpale? Se vi manca la destrezza di polso di un batterista di jazz, o se siete pigre, c’è qualcuno che vi darà letteralmente una mano: si chiama The Glov ed è il nuovo “sex toy” bionico che vi permetterà autoerotismo senza fatica.

Attualmente ogni oggetto di penetrazione sul mercato richiede un uso innaturale e forzato. Bisogna prenderlo alla base, inclinarlo a 90° e usare il braccio per dare il ritmo. The Glov affatica di meno e dà più soddisfazione. È un guanto che permette di controllare il vibratore con tre sole dita centrali, regolando la velocità da un comando sul dorso. Massima stimolazione e minimo sforzo, unito a un design tech» (Dailydot.com).

Permettetemi questa banalità di stampo psicopolitico che do via a saldi di fine stagione: il Capitale ci dà davvero una mano, ovunque. E pensare che c’è ancora qualcuno (l’attempato artigiano del sesso, il sudaticcio manovale dell’orgasmo, il  precapitalista “dentro” sordo a ogni discorso modernista) che ne parla male. «Massima stimolazione e minimo sforzo, unito a un design tech»: signori (e signore), con il discorso del Capitale non c’è proprio partita! Ed è un discorso che possono udire anche i sordi.

Occorre dunque appendere «la critica senza riguardi di tutto ciò che esiste» al metaforico chiodo? Non sto suggerendo questo suicidio intellettuale, e comunque ognuno si regoli come gli pare.   Qui mi sento solo di dare un modesto consiglio, questo: nessuno si azzardi a tentare l’astuzia di Odisseo ai danni delle Sirene. Sarebbe fatica sprecata. Una guerra perduta in partenza. Non ci rimane che alzare le mani e sventolare la bianca bandiera. Infatti, la Sirena che titilla con feroce insistenza un desiderio ridotto a servo sciocco della Potenza sociale vive dentro di noi. Di più: quella Sirena siamo noi. Verità ancora più tragica, buona per palati avvezzi a cibi filosoficamente più sofisticati: siamo fatti della stessa sostanza dell’evocato Moloch, ed è questo che ci rende socialmente impotenti, vittime di un desiderio che non conosce saturazione.

Prometeo si è fatto Sirena: è questo che cerco, un po’ subdolamente e vigliaccamente, di dire? Al momento non so rispondere. Ci rifletterò sopra, magari di notte, magari supportato da uno stimolante filosofico dall’eccellente design tech che mi metta almeno al passo coi tempi. Alludo forse ai sex toy per maschietti così ben reclamizzati sul Web? No, sono un consumatore a bassissima composizione organica.

Ma che tragedia non poter nemmeno dire, col poeta, «Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore»!

(3) Alla vigilia del grande crack cadeva anche il saggio d’interesse: «Perché», si chiedeva Grossmann polemizzando «con l’affermazione di Marshall secondo cui l’impiego di capitali cresce in modo proporzionale alla diminuzione del saggio d’interesse», «perché dunque nonostante il basso saggio d’interesse la produzione negli Stati Uniti non viene più estesa (il 1927 mostra piuttosto nelle più importanti industrie del paese già una rilevante limitazione della dimensione produttiva); perché nonostante la riduzione del saggio di interesse il capitale viene esportato, invece di essere investito negli Stati Uniti stessi? Se si risponde che all’estero la remunerazione del capitale a prestito è più alta che negli Stati Uniti, in questo modo il problema viene soltanto spostato. Perché negli Stati Uniti il saggio d’interesse decresce? Perché laggiù esiste una sovraofferta di capitali?» (Il Crollo, p. 30). Inutile insistere sulla scottante attualità della domanda posta allora da Grossmann intorno al rapporto fra saggio di interesse e investimenti produttivi.

(4) Keynes e Schumpeter misero invece proprio questo malum necessarium («Nel modo di produzione capitalistico – scriveva Marx – il processo di lavoro compare soltanto come mezzo per il processo di valorizzazione») al centro della loro concezione economica, e comunque ne fecero il punto di partenza della loro analisi dei fenomeni capitalistici. Scriveva ad esempio Schumpeter: «L’attività economica può avere qualsiasi motivazione ma il suo significato è sempre la soddisfazione dei bisogni. […] La produzione segue dunque i bisogni; è, per così dire, al loro rimorchio. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per l’economia di scambio […] L’utilità regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica» (J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, pp. 9-10, Sansoni, 1971). Si noti la generalizzazione storico-sociale malamente impostata dall’economista austriaco. Il Capitalismo, dunque, come economia dei bisogni! In realtà sotto il regime capitalistico la produzione segue il profitto, è, per così dire, al suo rimorchio; essa ha necessariamente nella ricerca del massimo profitto il suo più verace significato e il suo più formidabile movente. È questa ricerca che «regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica», come cercò di dimostrare Marx introducendo il fondamentale concetto di composizione organica del capitale.

MARX, KEYNES E CARLO FORMENTI

marx-keynes-capitalismo-2014Su un post di qualche giorno fa, scrivendo a proposito dei «cosiddetti economisti eterodossi, ossia di scuola keynesiana e di scuola “marxista”», facevo notare che «non sempre questa distinzione ha un senso». Carlo Formenti, bontà sua, ha voluto subito confermare la mia bizzarra tesi.

Lo ha fatto recensendo Marx & Keynes. Un romanzo economico (Jaca Book) di Pierangelo Dacrema. L’autore di questo «romanzo economico» fa incontrare «questi due giganti del pensiero moderno» nella dimensione del fantastico (anche troppo), per farli discutere intorno all’«economia finanziarizzata e marchiata da spaventosi tassi di disuguaglianza che caratterizza questo indigesto inizio di secolo». «In quale misura», si chiede quello che a giusta ragione è considerato uno dei maggiori teorici del Capitalismo cognitivo/digitale in Italia, «i due potrebbero utilizzare le categorie analitiche da loro inventate per capire cosa sta succedendo al nostro mondo? Penserebbero di avere sbagliato tutto o troverebbero una qualche conferma, ancorché parziale, alle loro diagnosi e previsioni? Infine, se fosse loro concesso di dialogare, come giudicherebbero le rispettive teorie: le riterrebbero almeno parzialmente confrontabili o del tutto alternative e incompatibili?» (MicroMega, 19 giugno 2014).

Ebbene, come finisce il dialogo fra i due Giganti, («i quali, malgrado le radicali differenze di carattere, esperienza ed estrazione sociale sembrano fatti per intendersi alla perfezione»)? È presto detto: «i due sembrano alla fine concordi nell’attribuire al denaro – a un denaro “impazzito” e sviato dalla sua originaria funzione di medium dello scambio – la colpa della catastrofe che stiamo vivendo, per cui la seconda vita della coppia sarà destinata alla elaborazione dei principi di una economia post monetaria».

Che delusione, il Marx rincitrullito dal Finanzcapitalismo fantasticato da Dacrema per il sollazzo dottrinario di Formenti e di tutti i tifosi dell’alleanza Marx-Keynes in funzione antiliberista. Personalmente preferisco di gran lunga l’avvinazzato di Treviri che, contro ogni concezione feticistica del meccanismo economico (ad esempio, quella proudhoniana da egli derisa nella Miseria della filosofia), individuò nel denaro non una cosa, una tecnologia economica basata sulla naturale socialità degli uomini, così inclini a scambiarsi ogni genere di cose per la reciproca soddisfazione, ma piuttosto l’espressione di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento il cui presupposto e il cui risultato è la produzione non di valori d’uso (beni) destinati alla mera soddisfazione di bisogni individuali e collettivi, ma di valori di scambio (merci) la cui ragion d’essere sta unicamente nella loro natura di contenitori di valore (valore e plusvalore), base materiale di ogni forma di profitto e di rendite. Senza la misura astratta del valore di scambio, radicata nell’altrettanto astratto (cioè sociale) lavoro vivo, il denaro non sarebbe nemmeno concepibile: altro che «originaria funzione di medium dello scambio»!

Come già avevano capito gli economisti “classici”, il segreto del denaro (e di tutto ciò che a esso fa in qualche modo capo, in modo diretto o mediato) è il lavoro sociale: tutto il resto non è che circolazione di ricchezza fittizia, teologica moltiplicazione dei pani e dei pesci (ad esempio sottoforma di derivati e sottoderivati), arricchimento dell’uno ai danni dell’altro, creazioni di bolle speculative che fanno il successo (o la disgrazia) degli investitori – e dei creatori di balle dottrinarie intorno al Capitalismo 2.0.

Insomma, anche nel XXI secolo il denaro presuppone il mondo capitalistico, a partire da quella cosiddetta “economia reale” fondata sul lavoro salariato (cioè sfruttato) che tanto piace ai miserabili cultori dell’etica del lavoro e del “giusto profitto” ottenuto attraverso il “duro ma dignitoso” lavoro che la società assegna ai detentori di capitale. È questo mondo, sussunto in maniera sempre più stringente e totalitaria alla bronzea legge del profitto, che ha reso storicamente possibile il dominio del capitale finanziario su ogni forma di attività economica e che rende possibile ogni “avventura speculativa” tutte le volte che al capitale monetario si presenta l’occasione di più alti, rapidi e comodi profitti che non quelli prospettati dalla “economia reale”. “Impazzito” non è il denaro, ma un regime sociale sequestrato nella dimensione dell’astratto valore di scambio, e quindi nella maligna dimensione del lavoro salariato, il quale presuppone e pone sempre di nuovo, con ossessiva coazione a ripetere, il rapporto sociale capitalistico della vigente epoca storica.

6a594e45ed004f2f26d5d903a890e77fUscire dalla dimensione dell’economia monetaria significa necessariamente superare la dimensione capitalistica, a cominciare dalla magagna suprema: il lavoro salariato, che poi è un altro modo di chiamare il Capitale. Puntare i riflettori sul “denaro impazzito” significa continuare ad alimentare il luogo comune del denaro come sterco del Demonio che da sempre ha facile presa sull’opinione pubblica, soprattutto su quella parte di essa più colpita dalle crisi economiche. I “populisti” e i “demagoghi” d’ogni tempo e tendenza politica hanno sempre trovato il modo di cavalcare quel luogo comune ai fini della conservazione sociale.

Secondo Formenti il Marx e il Keynes immaginati da Dacrema si sono «resi conto di essere stati resuscitati per compiere una missione precisa»: salvare il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni (come si evince anche dalle riflessioni di Formenti)? Una cosa del genere appare plausibile per un Keynes, il quale operò sempre ed esplicitamente in questo senso. La stessa cosa mi appare ridicola oltre ogni misura in rapporto al comunista tedesco, anche sul terreno della più fervida immaginazione. Ma naturalmente ognuno è libero di immaginare ciò che più gli aggrada, tanto più se il “cane morto” è morto davvero e non può più mordere chi lo chiama inopinatamente in causa. (La cosa ovviamente vale anche e soprattutto per chi scrive, che non a caso ricusa di definirsi col nome del Moro di Germania, pace all’anima sua).

Dimenticavo un dettaglio di una certa pregnanza: «Per compiere quest’ultima missione Marx e Keynes saranno trasformati in docenti di economia all’Università di Bangor, da dove inizieranno a diffondere il nuovo verbo». Una conclusione più “gramsciana” di questa difficilmente si sarebbe potuta concepire: la funzione egemonica dell’intellettuale ha dunque ancora qualcosa da dire! Perlomeno sul piano della fantasia…

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Insieme alla tesi che individua nella maligna speculazione finanziaria la causa ultima della crisi economica, la tesi sottoconsumista è senz’altro quella che gode dei maggiori suffragi negli ambienti economici e politici orientati “a sinistra”. E fin qui nulla da dire. Il fatto è che la vulgata economica progressista da sempre (da Karl Kautsky a Conrad Schmidt) cerca inopinatamente di arruolare il barbuto di Treviri nel triste partito sottoconsumista.

Scrive ad esempio Robert Skidelsky, emerito professore di economia politica alla University of Warwick, nonché illustre biografo di Keynes: «Hobson sostiene che a causa della distribuzione diseguale del reddito e della ricchezza le famiglie rimangono con troppo poco potere d’acquisto per acquistare i prodotti che contribuiscono a produrre. Per dirla più precisamente, il gap eccessivo tra consumo e produzione o, che è lo stesso, “l’eccesso di risparmio” fa sì che si produca di più di quanto il reddito disponibile per il consumo possa acquistare a prezzi che garantiscono un profitto ai produttori. Quindi la società si ritrova periodicamente con troppo capitale, e la conseguenza è la crisi. Questo punto di vista ha diverse affinità con la teoria della crisi del capitalismo di Karl Marx, o almeno con una delle sue teorie. Marx sostiene che poiché la classe dei lavoratori è privata di una parte della crescita della produttività, non possiede i mezzi per acquistare una quantità sempre crescente dei beni prodotti dal suo lavoro. Quindi, come nell’economia di Hobson, in quella di Marx ci sono periodiche “crisi di realizzazione”» (1).

E per chiarire il concetto, il nostro professore cita «Un’analisi tipicamente sotto-consumista della Grande Depressione fornita da Marriner Eccles, governatore della Federal Reserve dal 1934 al 1948: “Un’economia di produzione di massa deve essere accompagnata dal consumo di massa. A sua volta, il consumo di massa richiede una distribuzione della ricchezza che fornisca agli uomini il potere d’acquisto. Invece di raggiungere quel tipo di distribuzione, una gigante pompa idrovora fino al 1929 ha portato in poche mani una proporzione crescente della ricchezza prodotta. Questo è servito all’accumulazione di capitale. Ma togliendo potere d’acquisto dalle mani della massa dei consumatori, i risparmiatori hanno negato a sé stessi il tipo di domanda effettiva per i loro prodotti che giustificherebbe il reinvestimento in nuovi impianti dei loro capitali accumulati. Di conseguenza, come nel gioco del poker, quando le chips sono concentrate sempre in meno mani, gli altri giocatori possono rimanere nel gioco solo prendendo a prestito. Quando il credito si esaurisce, il gioco si ferma”».

L’analisi però non spiega perché solo a un certo punto il circolo che appariva virtuoso diventa improvvisamente (almeno secondo l’apparenza fenomenologica della cosa) vizioso: perché il capitalista si ritira dalla feconda (per il Capitale, beninteso) sfera dell’investimento produttivo, e inizia a tesaurizzare capitale o a investirlo in ardite speculazioni finanziarie? Perché l’esiguo (rispetto alla produttività sociale del lavoro) potere di consumo delle masse solo a un certo punto diventa un problema?

Come scrive Nicolò De Vecchi sintetizzando la teoria marxiana della crisi, «La sovrapproduzione di merci ha luogo, non perché la produzione non può essere realizzata, ma perché non deve essere realizzata. Infatti, alle mutate condizioni di organizzazione del lavoro (di tecnica e di sfruttamento) non è più possibile ottenere un determinato saggio di profitto, non perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto alla capacità di spesa di capitalisti e di salariati in assoluto, ma perché si producono troppi mezzi di produzione e troppi mezzi di consumo rispetto a una possibilità d’impiegarli “come mezzo di sfruttamento degli operai a quel saggio di profitto” (Marx)» (2).

L’origine della «pletora di capitale», ossia della formazione di un capitale in eccesso rispetto alle reali possibilità di un suo investimento redditizio, il solo capitalisticamente concepibile, va insomma ricercata, in ultima analisi, nel processo di valorizzazione originaria (industriale) del capitale, processo colto nella sua dimensione sociale (che oggi ha la dimensione fisica del pianeta), e non in quello della sua realizzazione, processo che viene a imbattersi sulla crisi, aggravandola e rendendo più accidentato e socialmente costoso il percorso di risanamento, come sua causa secondaria.

«La soluzione di Reagan e Thatcher al problema del capitalismo ha ricreato il problema Hobsoniano del sottoconsumo. A partire dagli anni ‘80 i ricchi, nei paesi occidentali, sono stati in grado di appropriarsi della fetta del leone della crescita della produttività. Ecco perché crisi future sono inevitabili. Per evitarle dobbiamo riequilibrare la nostra vita economica: dal consumo verso il tempo libero, dalla finanziarizzazione verso la sostenibilità, dalla globalizzazione verso la comunità, dall’amore per il denaro verso l’etica. Come farlo è una questione politica, a cui ora dovrebbero dedicarsi i post-keynesiani».

Mentre i «post-keynesiani» si dedicano alla chimera del Capitalismo equo e solidale, ecologicamente e umanamente sostenibile [sic!], nel mio infinitamente piccolo provo a mettere in discussione la triviale tesi del Marx sottoconsumista, la quale ben si presta a fare del comunista rivoluzionario tedesco un progressista riformista con una forte coloritura statalista («Da Marx ricaviamo una spiegazione del perché la disuguaglianza della ricchezza e dei redditi è inerente a un’economia capitalistica non regolata»: e se fosse «regolata»?). Ripromettendomi di ritornare sull’argomento, pubblico alcune pagine del mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, scaricabile dal blog; rinvio anche a Sviluppo e crisi nel Capitalismo. Il respiro dell’economia fondata sul profitto (vedi nei testi scaricabili).

13Ho scritto che la natura dell’economia capitalistica è così al­tamente contraddittoria (differenza tra tempi di produzione e tempi di circolazione, sproporzione tra sfera della produzione e sfera del consumo, sproporzione tra i diversi rami produttivi, autonomizzazione del credito nei confronti della produzione, e via di seguito), che una crisi può svilupparsi in ogni momento del ciclo economico a causa di una sola delle tante contraddi­zioni immanenti al vigente sistema economico. Più che stupirci per l’insorgere della crisi, sempre latente sulla base del modo capitalistico di produzione, dovremmo piuttosto stupirci per il suo carattere transitorio e, paradossalmente, risanatore.

La crisi che catturò l’attenzione di Marx è soprattutto quella che prende corpo a partire dal processo di valorizzazione ori­ginario del capitale, perché è in essa che si mostra in maniera dispiegata la peculiarità storica e sociale del Capitalismo, e per­ché essa può degenerare in catastrofe, portando al parossismo tutte le normali «magagne» del ciclo economico. Per Marx si trattava di capire il meccanismo per cui le normali «magagne» del ciclo economico allargato (produzione-circolazione), a un certo punto, degenerano in concause delle crisi più devastanti. […]

1242324410430_001Scrive Jeremy Rifkin nel più famoso dei suoi saggi: «Nel primo volume del Capitale, pubblicato nel 1867, Karl Marx ar­gomentava che i produttori tentano continuamente di ridurre il costo del lavoro e di guadagnare un maggior controllo sui mezzi di produzione attraverso la sostituzione dei lavoratori con le macchine in ogni situazione che lo consenta […] Marx prevedeva che i progressi dell’automazione della produzione avrebbero potuto giungere alla completa eliminazione del la­voro come fattore di produzione. Il filosofo tedesco si riferiva a ciò che definiva eufemisticamente “la metamorfosi finale del lavoro”, con la quale “un sistema automatizzato di macchine” avrebbe alla fine sostituito gli esseri umani nel processo pro­duttivo […] Marx era convinto che il continuo sforzo dei pro­duttori per sostituire il lavoro umano con quello delle macchi­ne si sarebbe dimostrato, alla fine, autolesionista. Eliminando direttamente il lavoro umano dal processo di produzione e creando un esercito di riserva di disoccupati – la cui pressione sui salari contribuisce alla riduzione del costo del lavoro – il capitalista scava la propria fossa, dal momento che riduce pro­gressivamente il numero di consumatori che detengono un potere d’acquisto sufficiente a sostenere la domanda dei beni che produce» (3).

Delle due l’una: o il prestigioso scienziato sociale ameri­cano non ha letto Marx di prima mano, come del resto capita alla gran parte dei suoi colleghi che affettano di saperla più lunga del barbuto di Treviri, ma ha sbirciato qua e là in qual­che manualetto economico degli epigoni; ovvero il poverino si è sorbito il palloso «filosofo tedesco» capendo assai poco – e vogliamo essere eufemistici – dei suoi scritti «economici». In primo luogo, per Marx il capitale non cerca, fondamentalmen­te, «un maggior controllo sui mezzi di produzione», bensì sulla capacità lavorativa vivente, perché il capitalismo moderno, quello basato innanzi tutto sull’uso sistematico di mezzi tec­nologici sempre più sofisticati, e non sulla mera divisione del lavoro – come accadeva nel suo periodo manifatturiero –, si fonda sul dominio reale, e non semplicemente «formale», del Capitale sulla capacità lavorativa. La macchina rappresenta lo strumento fondamentale attraverso cui il Capitale esercita il suo dominio sul lavoro vivo. Ecco come assai più chiaramente si esprime l’eterno travisato: sulla base della «sottomissione formale, cioè della subordinazione diretta del processo lavo­rativo, si erge un modo di produzione tecnologicamente spe­cifico che trasforma la reale natura del processo lavorativo e le sue condizioni – il modo di produzione capitalistico. Solo quando questo inizia, si verifica una sottomissione reale del lavoro al capitale […] La sottomissione reale del lavoro al ca­pitale viene sviluppata in tutte le forme che sviluppano il plu­svalore relativo a differenza di quello assoluto … Si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scala, si sviluppa l’applicazione di scienze e macchine nel pro­cesso di produzione immediato»(4).

In secondo luogo, la teoria marxiana del valore-lavoro esclu­de in radice che il Capitale possa «estorcere» il vitale plusvalore dalle macchine. Il plusvalore è vitale in un duplice senso: esso è il motore dell’iniziativa capitalistica, essendo la base della ric­chezza sociale nell’odierna forma capitalistica; esso origina uni­camente dall’uso della capacità lavorativa vivente nel processo di produzione immediato. Questo processo media l’accaparra­mento di plusvalore da parte del capitale, perché «La produzio­ne capitalistica non è soltanto produzione di merci, è essenzial­mente produzione di plusvalore»(5).

Avendo compreso le radici del modo di produzione capitalistico, Marx non poteva certo soggiacere alle suggestioni delle visioni tecno-utopistiche che proprio ai suoi tempi iniziarono a diffondersi, quasi sempre sotto forma di «utopie negative» – in quanto proiettavano sul futuro la «merda capitalistica» (Marx docet) del presente. Quan­do i detentori di capitali affermano che i loro «collaboratori» (cioè i loro lavoratori) rappresentano «il capitale più prezioso», essi non affettano alcun ipocrita «buonismo», ma confessano la più assoluta delle verità, e cioè che la loro ricchezza si fonda interamente sullo sfruttamento dei loro «collaboratori». Sotto questo aspetto la Costituzione Italiana è esemplare, quando nel suo primo articolo ammette che «L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul lavoro» (salariato).

In terzo e ultimo luogo, Marx non solo non fece alcuna concessione alla concezione sottoconsumista cui fa riferimen­to Rifkin, ma ne svelò piuttosto il fondamento inconsistente, facendo rilevare, ad esempio, come i momenti di bassa con­giuntura del ciclo economico hanno come loro retroterra (non come loro causa) l’espansione del consumo delle masse, il quale con il sopraggiungere della crisi deve necessariamen­te contrarsi. Non con il consumo delle masse Marx mette in rela­zione l’introduzione delle macchine nel processo produttivo, bensì con l’aumento del grado di sfruttamento della capacità lavorativa vivente, alla sua svalorizzazione – ottenuta attra­verso la diminuzione dei prezzi delle merci che entrano nel consumo dei lavoratori, frutto appunto della produzione ba­sate sull’impiego massiccio delle macchine –, e, soprattutto, al saggio del profitto. Naturalmente a Marx non sfuggiva il fatto (poteva sfuggirgli un aspetto politicamente così importante nelle contraddizioni capitalistiche?) che «la capacità di con­sumo dei lavoratori è limitata in parte dalle leggi del salario, in parte dal fatto che essi vengono impiegati soltanto fino a quando possono essere impiegati con profitto per la classe dei capitalisti»; egli non ignorava, cioè, come «la povertà e la limi­tazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società» (6), crei la condizione, per così dire ideale, dell’insorgere della crisi.

Lo sviluppo, nel capitalismo avanzato, di tutta una serie di strumenti creditizi tesi a favorire il consumo di massa anche di prodotti non «strettamente necessari» alla riproduzione della capacità lavorativa (concetto, quello di «strettamente necessa­rio», che comunque va accolto solo con mille cautele, e solo in senso relativo, perché la qualità del consumo dipende sem­pre dalle condizioni generali d’ogni paese), sorge proprio su questa base, ha cioè come motore la necessità del Capitale di espandere la capacità di consumo anche delle «larghe mas­se».

(E ciò, fra l’altro, confuta l’idea luxemburghiana, esposta ne L’accumulazione del capitale del 1913, secondo la quale i lavoratori non possono realizzare il plusvalore).

La scottante vicenda dei titoli subprime, che ha come base non solo la speculazione, ma anche il sostegno offerto alla capacità di consumo di centinaia di migliaia di famiglie americane già indebitate e insolventi nei confronti dello Stato e dei privati, la dice lunga sulla tendenza del capitale produttivo ad allargare oltre ogni limite «naturale» il consumo di massa. Solo nei mo­menti di crisi, quando il processo di compravendita esige alla stregua di un imperativo categorico la comparsa sul mercato del «vecchio e caro» denaro contante, ci si rende conto della gran massa di merci e servizi passata da una mano all’altra, dalla produzione al consumo, senza la mediazione di reale de­naro, bensì mercé i suoi mille surrogati cartacei ed elettronici.

La formazione della malthusiana classe improduttiva e con­sumatrice ha la stessa origine: «La sua (di Malthus) più grande speranza – che egli stesso indica come più o meno utopistica –, è che si accresca in grandezza la classe media e che il proleta­riato (operaio) costituisca una parte relativamente sempre più piccola della popolazione totale (anche se cresce in linea asso­luta). Questo è in realtà il cammino della società borghese» (7). La lettura di questi passi ci fa ancora una volta comprendere quanto poco fondata sia l’accusa rivolta a Marx di aver misco­nosciuto l’esistenza delle «terze» e «quarte» classi, in virtù del suo schema sociale duale basato sulle due canoniche classi an­tagoniste: borghesia e proletariato. Ma qui il punto da eviden­ziare è un altro.

La ristretta capacità di consumo delle masse operaie in rap­porto alle straordinarie capacità produttive del Capitalismo è un dato naturale e permanente, non è qualcosa che si realiz­za a un dato momento del ciclo economico provocandone la crisi. Se quella contraddizione fosse, «in sé e per sé», la causa della crisi economica, non si avrebbe mai alcuna espansione del ciclo, mai alcuna accumulazione, e la crisi sarebbe il dato «strutturale» del vigente modo di produzione. Il che eviden­temente non è, non può essere. Solo a date condizioni, come abbiamo visto sopra, quella necessaria «disarmonia» tra con­sumo e produzione diventa patologica. «È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare […] Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne rice­vesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinato al suo consumo. Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e “semplice” buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica compren­da delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa pro­sperità della classe operaia, e sempre soltanto come procel­laria di una crisi» (8).

Marx fa notare come nei momenti di pro­sperità «non cresce soltanto il consumo dei mezzi necessari di sussistenza; la classe operaia (in cui è entrato ora attivamente il suo intero esercito di riserva) partecipa anche momentanea­mente al consumo di articoli di lusso, che in generale le sono inaccessibili». E tuttavia, a un certo punto, subentra la crisi.

«Quanto agli Stati Uniti, mai come negli anni venti del XX secolo il paese sembrava così prospero e la società così sana. Il prodotto reale saliva, ma soprattutto i titoli azionari scalavano altezze vertiginose, contesi da avidi investitori, che speravano di farsi la loro parte nel nuovo meraviglioso gioco di ricavare qualcosa dal nulla. Le fabbriche non riuscivano a soddisfare con la loro produzione l’insaziabile domanda di automobili, frigoriferi, apparecchi radio, stufe e bruciatori a petrolio; i tre­ni erano sovraccarichi; a centinaia di migliaia sorgevano nella periferia delle grandi città o nelle nuove cittadine industriali del Sud e dell’Ovest nuove case in stili bizzarri. Cinematografi affollati, vendite di articoli sportivi per gli uomini, di cosmeti­ci per le donne; spettacolo, jazz, canzoni. Era la “Nuova Era” del sogno americano … Ma nell’ottobre del 1929 fu il crollo; il 24 del mese fu la catastrofe» (9).

Come fu possibile passare, quasi senza soluzione di continuità, dall’opulenta e spensiera­ta «Nuova Era» all’immane catastrofe sociale che conosciamo? Se la produzione di «beni e servizi» faceva fatica a tenera die­tro alla domanda, perché all’improvviso tutta la struttura eco­nomica del paese capitalisticamente più avanzato del mondo andò in frantumi? «Non è qui che daremo la risposta. Quel che è certo è che il “sistema” nel suo insieme non resse, travolto dalle forze che lo avevano generato» (p. 139). Non c’è dubbio. Però oc­corre spiegarne il senso: come accadde che le stesse forze che avevano reso possibile lo straordinario circolo virtuoso della «Nuova Era», a un certo punto, innescarono il circolo vizioso che portò il sistema alla catastrofe? […]

Diversi economisti mettono in relazione la scarsa capacità di consumo delle masse con la crisi economica (teoria sotto­consumista). Coloro che invocano un generalizzato rialzo dei salari come mezzo per espandere la domanda, e per questa «virtuosa» e «politicamente corretta» via superare la «bassa congiuntura», evidentemente non sanno che per il Capitale in­dustriale il problema non è in primo luogo vendere le proprie merci, ma soprattutto venderle con profitto, con un profitto che giustifichi largamente il suo sforzo d’impresa. Se la pro­duzione cessa di essere profittevole per il Capitale, non c’è «capacità di spesa» che tenga, ed esso preferisce di gran lunga mandare in malore le merci già prodotte e il macchinario che le ha prodotte, piuttosto che continuare a sfornare merci esan­gui, anemici di plusvalore. Si tratta di quella svalorizzazione o «distruzione di capitale» che secondo Marx, alla fine, contri­buisce in modo essenziale al ristabilimento delle condizioni di profittabilità. L’anoressia del saggio di profitto, non del mero flusso di liquidità, è la chiave del «fenomeno-crisi», e scambia­re la causa con l’effetto – il quale ovviamente agisce a sua volta come concausa interagendo su altri fattori e momenti del ciclo economico allargato – è tipico dell’economia «volgare».

Il mitico «boom economico» del secondo dopoguerra, che raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni Sessanta (so­prattutto in Giappone, Germania e Italia) si realizzò, non no­nostante, ma anche grazie al basso livello dei salari reali, che garantirono ai capitali industriali un elevatissimo saggio del plusvalore, mentre il declino di quel lungo ciclo espansivo fu caratterizzato proprio dall’ascesa continua di quel livello. Men­tre la «capacità di spesa» delle masse cresceva a ritmi mai visti in precedenza, inaugurando la cosiddetta «civiltà dei consumi» – in realtà civiltà della merce, della universale mercificazione –, la redditività del capitale si contraeva, fino a toccare i livelli critici nei primi anni Settanta, quando la crisi economica inter­nazionale mise all’ordine del giorno un profondo processo di innovazione tecnologica e organizzativa, il quale diede i suoi primi risultati nella seconda metà degli anni Ottanta (prima in Giappone, poi in Inghilterra e successivamente negli Stati Uni­ti, che tra il 1994 e il 2000 conobbero un «piccolo boom»). Il livello dei salari venne violentemente strattonato verso il basso, sia mediante l’azione rivoluzionaria del Capitale (ristrutturazio­ne dei processi produttivi e riorganizzazione nella divisione del lavoro, innalzamento della produttività ed espulsione di capa­cità lavorativa divenuta eccedente); sia con l’ausilio della poli­tica chiamata a rendere più efficace (ad esempio attraverso la riforma dello «Stato sociale») il lavoro “sporco” dei capitalisti.

Scriveva Galbraith a proposito della crisi economica degli anni 1929-33: «L’elevata produzione degli anni venti non aveva superato, come certi hanno sostenuto, i bisogni della popo­lazione. Durante quegli anni, a questa si era in effetti fornito un crescente volume di beni. Ma non è affatto provato che il suo desiderio di automobili, di oggetti di vestiario, di viaggi, di divertimenti, o anche di prodotti alimentari, fosse comple­tamente sazio. Al contrario, i fatti successivi hanno dimostra­to una capacità di ulteriore forte aumento nel consumo. Una depressione non era necessaria perché i bisogni della gente si mettessero al passo con la sua capacità di produrre» (10). In effetti, nel Capitalismo «i bisogni della gente» sono per defini­zione insaturabili, anche perché esso cerca di crearne sempre di nuovi (come attesta il marketing, la vera scienza esatta di quest’epoca storica), fra l’altro dando corpo nella sofisticata testa dell’intelligenza progressista all’ingenua distinzione tra «bisogni naturali» e «bisogni artificiali» – mentre la vera distin­zione nella natura sociale dei bisogni passa dal loro carattere umano o disumano, cioè dall’assetto umano o disumano del­la società che è chiamata a soddisfarli e a promuoverli sempre di nuovo. Nel seno di questo peculiare modo di produzione la «capacità di produrre» non deve armonizzarsi con i bisogni, ma con le vitali esigenze della valorizzazione.

«Agli agricoltori – americani – il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovra­produzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popola­zione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimen­tari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (11). Il progres­sista Stato degli Stati Uniti finanziò la distruzione dei prodotti agricoli per sostenerne il prezzo. La fame di profitti ebbe la meglio sulla fame propriamente detta, com’è necessario sulla base del Capitalismo.

Naturalmente Roosevelt e i teorici del New Deal interpreta­rono la crisi in chiave «sottoconsumista», secondo l’ideologica inversione di causa ed effetto. «Bisogna far crescere a tutti i costi il potere d’acquisto della gente» fu il mantra più recitato in quei duri anni di depressione – non solo economica, per la verità. La spesa pubblica come indispensabile volano per «l’e­conomia reale» diventò il cavallo di battaglia della scienza eco­nomica del tempo, ma non solo del tempo, considerato che quel principio «indiscutibile» rimase in auge fino alla seconda metà degli anni Settanta. In realtà, la politica di sostegno ai redditi «delle larghe masse» ebbe più che altro una valenza po­litico-sociale, più che economica in senso stretto, dal momen­to che allora bisognava assolutamente scongiurare una «deriva rivoluzionaria» come quella che si era verificata soprattutto in Germania nei primi anni Venti. D’altra parte è facile constatare come praticamente tutte le politiche economiche adottate dai maggiori paesi capitalistici per far fronte alla Grande Crisi fos­sero in gran parte simili, al di là di alcune sfumature che risen­tivano delle peculiarità storiche e sociali delle diverse nazioni.

Quando, alla fine del 1937, la crisi ritornò a mordere, dopo un breve periodo di allentamento, apparve chiaro che il vo­lano della spesa pubblica era una chimera, sotto il rispetto della ripresa della redditività capitalistica, la sola cosa che conta in questa epoca storica. Non bastò più evitare la «rivo­luzione sociale», bisognava ritornare a far profitti, anche per uscire dal circolo vizioso della depressione. Come ormai tutti i migliori economisti del mondo acconsentono, il «crollo del Capitalismo» iniziato nel ’29, ma preparato ancor prima nelle viscere del processo produttivo di valore, fu superato solo con la seconda guerra mondiale, con l’espansione economica che l’accompagnò e la seguì. La guerra, oltretutto, è un ecceziona­le mezzo di distruzione di valori, e niente meglio della svalo­rizzazione universale del Capitale può agire da balsamo e da tonico per una valorizzazione che soffre.

(1) R. Skidelsky, Keynes, Hobson, Marx, Keynes Blog, 2 agosto 2013.
(2) N. De Vecchi, Crisi, pp. 34-35, Bollati Boringhieri, 1993.
(3) J. Rifkin, La fine del lavoro, pp. 43-44, Mondadori, 2002.
(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, pp. 62-63, New­ton, 1976.
(5) K. Marx, Il Capitale, I, p.556, Editori Riuniti, 1980. «Il primo risultato delle macchine è di ingrandire il plusvalore e insieme la massa dei prodotti nella quale esso si presenta, e dunque di ingrandire, assieme alla sostanza di cui si nutrono la classe dei capitalisti le sue appendici, questi stessi strati della società» (p. 489). «Ciò che in realtà gli operai producono è il plusvalore. Finché lo producono, essi possono consumare. Non appena ne cessa la produzione, cessa il loro consumo, perché cessa la loro produzione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 573, Einaudi, 1958).
(6) K. Marx, Il Capitale, III, p. 569.
(7) K. Marx, Storia delle teorie economiche…, III, p. 64.
(8) K. Marx, Il Capitale, II, pp. 429-430, Einaudi, 1980.
(9) Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, pp.138-139, Einaudi, 2008.
(10) J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 191, Boringhieri, 1972.
(11) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di Capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.

PROFITTO VERSUS RENDITA

Alcune considerazioni intorno ai concetti di profitto, rendita e lavoro produttivo nel
Capitalismo 2.0.

FSebbene muovendo da un punto di vista schiettamente apologetico, Giulio Sapelli mostra di aver capito l’essenza dell’economia basata sul profitto più di quanto si è soliti apprezzare, ad esempio, nei teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo. Pochi passi sono sufficienti a dimostralo: «I paesi industrializzati europei hanno un misuratore infallibile della bassa crescita: il progressivo trasferimento di quote ingenti di capitali dal profitto alla rendita, a quella immobiliare e a quella improduttiva pubblica e privata. Quindi la persistenza di alte quote di risparmio è indice di bassa crescita … Ecco un altro dato fondamentale. Laddove si investe, non si investe più nei tradizionali confini. Si pensi alla Germania. Ebbene la Germania ha potentemente delocalizzato la sua industria e ha promosso investimenti in aree strategiche del nuovo mondo industrializzato … Solo il profitto capitalistico rivoluziona la società, costringe gli operatori all’innovazione e alla benefica e darwiniana lotta per l’esistenza, che rinvigorisce le menti con la progettazione strategica … La dialettica rendita-profitto deve tornare a essere un elemento di misurazione della salute dell’economia e della società. Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario … I classici da rileggere per meditare come sia difficile vivere in un mondo senza industria manifatturiera, sono quelli che vedevano nell’industria, nel profitto e nella nascita il sale della crescita e della civilizzazione» [1].

Qui si esprime senza infingimenti la lotta furibonda fra i diversi capitali (industriali, commerciali, finanziari) per la spartizione del bottino. L’espansione della rendita e del parassitismo sociale, pubblico e privato, non rappresentano il «farsi rendita del profitto» [2], quanto piuttosto un attacco al profitto industriale (espressione diretta del plusvalore primario) e, quindi, all’accumulazione capitalistica, la cui base relativamente deve declinare a causa di una insufficiente quota di profitti da capitalizzare nel processo produttivo. Se le condizioni generali dell’economia restano sfavorevoli all’investimento produttivo, cospicue masse di capitali saranno sempre attratte dalla rendita, dalla speculazione e dal parassitismo genericamente inteso.

«Dal profitto alla rendita: non si è capito proprio nulla». Impossibile, per chi scrive, non condividere queste parole. Mi permetto di citarmi:«Il fatto che ormai da oltre un secolo il centro di comando delle attività economiche sia radicato nella sfera della finanza mondiale non ha mutato il meccanismo della creazione della ricchezza sociale nella peculiare forma capitalistica, ma lo ha piuttosto enormemente potenziato ed espanso, creando una gigantesca base sulla quale è possibile il più ardito e spericola­to gioco d’azzardo. Il profitto non si fa rendita, ma piuttosto in certe situazioni la permanente “dialettica” tra l’uno e l’altra si radicalizza … “La rendita non è mai una nuova creazione di reddito, ma sempre una parte del reddito già creato”: Marx accolse questa definizione ricardiana di rendita come decurtazione di parte del profitto industriale e, dunque, come poggiante in ultima analisi sul plusvalore estorto al lavoro sociale complessivo» [3].

La teoria del profitto e della rendita di Toni Negri, Carlo Vercellone e degli altri “cognitivisti”, rovescia completamente l’analisi marxiana delle tendenze immanenti allo sviluppo capitalistico. Infatti, mentre i primi teorizzano il farsi rendita del profitto, che implica il superamento del Capitalismo fondato sull’estorsione del plusvalore nella sfera della produzione delle merci (dal «Capitalismo fordista» al «Capitalismo cognitivo»), Marx dava conto di un processo storico-sociale che vedeva il farsi profitto della rendita, ossia il prevalere del rapporto sociale ca­pitalistico anche nell’ultima enclave dell’economia precapitali­stica, nell’agricoltura, assoggettata progressivamente al moderno capitale (perso­nificato nel fittavolo borghese). Il capitale, sviluppando «le scienze naturali e l’agronomia», non rese solo più fertile il terreno, au­mentandone la composizione organica (il terreno da risorsa naturale diventa capi­tale fisso, «terre-capital», ossia «strumento di produzione»), ma rende soprattutto più fertile, per così dire, il lavoro di chi lo coltiva (il salariato agricolo), accrescendone la produttività. Naturalmente negli scritti marxiani non si riscontra alcuna hegeliana identità assoluta tra profitto e rendita, nella misura in cui questi due redditi rimandano a due differenti classi sociali interessate alla spartizione dello stesso plusvalore: quello generato dal lavoro salariato industriale e agricolo – qui la distinzione è meramente formale.

fordQuando la scienza (o, in una sua accezione più larga e pregnante, General Intellect, per usare una terminologia di gran moda presso i “marxisti cognitivisti”, i quali per l’essenziale non hanno compreso la dialettica reale che le dà sostanza); quando la scienza, dicevo, diventa la madre di tutte le forze produttive si ha il passaggio «dalla sottomissione formale del lavoro al capitale», la quale lasciava al lavoratore un residuo di autonomia pratica (tecnica) e intellettuale, alla «sottomissione reale del lavoro al capitale», la quale segna il completo asservimento del salariato al Moloch del processo di valorizzazione diretto scientificamente. Il Capitalismo 2.0 non segna il passaggio dalla sussunzione reale al General Intellect («La produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale di creazione di valore», scriveva Carlo Formenti nel 2009), ma, semmai, il passaggio alla sussunzione totalitaria della società (natura compresa) al Capitale come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento – per questo il più delle volte uso la c maiuscola.

La società-fabbrica come metafora può anche avere una sua pregnanza teorica e politica, ma solo se non oblitera la reale dialettica immanente al processo di creazione della ricchezza sociale nella sua attuale connotazione sociale, processo che non realizza l’hegeliana notte che fa nere (ossia produttive di plusvalore) tutte le vacche. La creazione del plusvalore nell’inferno industriale (Inferno 2.0, se la cosa può suonare meno arcaica) segna ancora il limite storico del Capitalismo, che il Capitale cerca di superare in ogni modo. Senza riuscirvi, come dimostra anche l’attuale crisi economica.

La conoscenza nell’attuale configurazione sociale non è un «bene comune» di cui il Capitale si appropria gratuitamente e illegittimamente, saccheggiando un mondo (il cosiddetto Comune) che per molti aspetti già non gli appartiene più, ma è all’opposto il prodotto più tipico del Capitalismo giunto nella sua più alta fase di sviluppo, che corrisponde appunto allo sfruttamento capillare, invasivo, violento e, soprattutto, scientifico di tutto ciò che sta tra terra e cielo. Il General Intellect è in radice l’intelligenza del Capitale. È vero che, come scrive Marx, «Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma», ma esso può farlo perché «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» (Il Capitale, I).

Lo sviluppo capitalistico promuove sempre di nuovo l’espansione del «cervello sociale» (scuola, università, agenzie formative, pubbliche e private, di vario genere, relazioni sociali mediate tecnologicamente e via di seguito), e questo a sua volta accresce direttamente e indirettamente la potenza sociale del Capitale, il quale sa come mettere a profitto lo sviluppo complessivo della sua società. Solo il rovesciamento rivoluzionario del Dominio può rendere possibile il pieno dispiegamento delle tendenze emancipatrici di cui è gravida, e non da oggi, la società borghese. Per Negri «Tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti». Non c’è dubbio: nel Comunismo, però, non certo nel Comune dei “cognitivisti”.

Adesso ritorniamo, anzi: precipitiamo nel mondo perduto dell’industria.

rivoluzione-industriale-lavoro-minorile«Industria: sì, pronunciamo coraggiosamente la parola», scrive Sapelli nel suo elogio del profitto industriale, prendendo un po’ in giro quegli economisti che fino al 2007 teorizzavano e magnificavano la creazione del denaro a mezzo di denaro. Tanto per lui quanto per chi scrive l’industria rappresenta il cuore pulsante della Civiltà borghese; ma mentre per Sapelli questa Civiltà parla il linguaggio del progresso (economico, tecnologico, scientifico, culturale, spirituale, antropologico), sebbene al netto delle inevitabili contraddizioni e magagne, peraltro sempre superabili ed emendabili; per me la società capitalistica parla invece il duro e maligno linguaggio del Dominio e dello sfruttamento. Proprio perché la produzione industriale è il cuore del processo sociale di produzione del plusvalore, base per ogni sorta di profitto (industriale, commerciale, finanziario) e per ogni genere di rendita; per questo il luogo della creazione immediata del plusvalore è per i salariati il luogo maledetto per eccellenza.

Una piccola digressione. Nel corso dell’illustrazione della Nota di variazione al DEF per il 2012-2015 al Senato della Repubblica (5 ottobre 2012), il Sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo dichiarò che «come scrivevano economisti importanti, da Marx a Keynes, se non riparte il meccanismo dell’accumulazione l’economia rimane bloccata». Secondo il Sottosegretario ciò che blocca l’accumulazione è innanzitutto il ristretto margine (di profitto) delle imprese, il cui margine operativo lordo medio si aggira intorno al 33% sul valore aggiunto, un livello troppo basso soprattutto alla luce della fiscalità italiana. Più che la diminuzione dei consumi privati (quasi -3%), deve destare preoccupazione soprattutto il crollo degli investimenti, che ha fatto registrare quest’anno un inquietante -10%. Se il margine (di profitto) non cresce (oggi è al 7-8%), disse Polillo, gli investimenti ristagnano, impedendo la ripresa dell’accumulazione: come uscire da questo vero e proprio circolo vizioso?

Polillo individuò ovviamente nella scarsa produttività delle imprese italiane il problema centrale da risolvere, se si vuole dare una rapida risposta all’angosciante domanda di cui sopra. E la scarsa produttività chiama in causa direttamente il famigerato cuneo fiscale, ossia la differenza fra costo del lavoro, altissimo in Italia, e salario diretto, che è invece inferiore alla media dei paesi europei. Questa forbice tra quanto il lavoro costa all’impresa e quanto intascano realmente i lavoratori ha nel compromesso tra grande impresa, sindacato parastatale (trimurti sindacale) e Stato forse la sua spiegazione più importante.

Ecco cosa pensa Sapelli, da buon liberale, dello Stato e del sindacato italiano: «Meno lo Stato interviene e meglio è. Bisogna detassarle le imprese, e bisognerebbe fare una forte politica sindacale per aumentare i salari, ma questo non spetta allo Stato, spetta alle organizzazioni sindacali che devono finalmente ritornare ad essere dei sindacati e devono ricominciare a difendere i lavoratori» [4]. Che un liberale scavalchi “a sinistra” il sindacato collaborazionista, ciò può sorprendere solo chi non conosce l’autentico pensiero liberale, il quale non nega affatto l’esistenza del conflitto sociale, e anzi vi vede un contributo al rinnovamento sociale, un male che può generare un bene, secondo la nota astuzia del Dominio. Salvo riconoscere al Leviatano, che del Dominio è il più feroce cane da guardia, la piena legittimità di usare il bastone, il fucile e il carcere tutte le volte che questo conflitto supera i bronzei limiti della Civiltà borghese.

A proposito di Leviatano! Ecco cosa scrive Loretta Napoleoni, “economista di riferimento” (a quanto si dice) del movimento grillino, intorno all’Economia canaglia: «La genesi dello stato-nazione è la storia del contratto sociale attraverso il quale gli individui creano le nazioni e ne preservano all’interno l’ordine sociale. I presupposti di tale contratto dipendono dalla volontà dei cittadini di cedere alcuni diritti al governo in cambio della garanzia di pace e stabilità. La legittimità dei politici nasce quindi dalla volontà del popolo di ratificare il contratto sociale. Alla radice del contratto sociale c’è il caos dello stato di natura, sinonimo di anarchia. In tale stato non esiste la nozione di diritto … L’economa canaglia, caotica, anarchica e illegale, ricorda lo stato di natura» [5]. Qui la concezione pattizia che fonda sul piano politico-ideologico il potere delle classi dominanti non poteva essere esplicitata in termini più chiari e semplici, e forse con intenti pedagogici.

Alla radice del cosiddetto contratto sociale ovviamente non c’è «il caos dello stato di natura», ma precisi rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, per tutelare i quali i dominanti si sono legittimamente impossessati del monopolio della violenza, imposto ai dominati col crisma della difesa del «bene comune» e della comune Civiltà. La genesi del moderno Stato-Nazione è la storia della moderna «società civile», spinta dal processo sociale sul terreno delle grandi aspirazioni storiche, ben oltre i vecchi limiti feudali e comunali. Per Hegel: «La società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato individuale di tutti contro tutti»; e Marx chiosava da par suo: «È notevole la definizione della società civile come bellum omnium contra omnes». La società civile, signora Napoleoni, non il Capitalismo nella sua variante “degenerata”: «neo-liberale», «selvaggia», «illegale» ecc. Nel Capitalismo, ossia nella società più selvaggia e violenta che sia mai comparsa sulla faccia della Terra, il Diritto e la Politica devono necessariamente assecondare i processi sociali che disegnano sempre di nuovo il territorio della «società civile», ossia il luogo hobbesiano degli interessi materiali. Canaglia è l’economia capitalistica tout court, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia al Brasile, dalla Svezia al Sudafrica.

londra-rivoluzione-industriale-gustave-doreNaturalmente la Napoleoni non è la sola scienziata sociale che individua nella ripresa d’iniziativa economica del Leviatano il punto di svolta che può allontanarci dall’«economia canaglia». Ad esempio, Giorgio Ruffolo e S. Sylos Labini individuano, sulla scia di Hobsbawn e degli altri teorici della «terza via» (oltre il «socialismo» e oltre il Capitalismo liberista: che straordinaria originalità!) nel Capitalismo di Stato, o quantomeno nell’«economia mista che ci vide all’avanguardia fino agli anni Settanta», la strada da imboccare per uscire dalle secche della crisi sistemica. Ai due scienziati piace particolarmente il modello nazista di keynesismo. Ecco le prove: «Una reazione significativa per contrastare le tendenze involutive del capitalismo durante una crisi fu quella sperimentata in Germania agli inizi degli anni Trenta sotto l’impulso del ministro dell’Economia di Adolf Hitler, Hjalmar Schacht. Per sottrarre la Germania alla dittatura dei mercati finanziari che la stava trascinando a fondo, il regime nazista attivò delle misure eccezionali per riportare la sovranità monetaria sotto il controllo politico. Si realizzò così un mutamento fondamentale della strategia economica, che permise allo Stato di riprendere in mano le leve del finanziamento dello sviluppo sostituendo la propria autorità a quella del mercato. Naturalmente non c’è bisogno di Hitler»[6]. Naturalmente.

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata. D’altra parte, quel tipo di interventismo statale può avere successo solo se applicato in maniera massiccia, mentre il suo uso omeopatico è del tutto inefficace. Ma a quel punto la catastrofe sociale sarebbe imminente, e l’elmetto passerebbe, per dir così, dalla teoria alla prassi.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» [7]. Non a caso, come ricorda la storica dell’economia Amity Shlaes ne L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione, i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano» [8].

Quanto poi allo Stato che avrebbe riacquistato la perduta sovranità finanziaria e avrebbe «ripreso in mano le leve del finanziamento dello sviluppo sostituendo la propria autorità a quella del mercato», ebbene si tratta di una mitologia coltivata da chi non riesce a vedere ciò che si celò allora dietro l’apparenza, ossia il pieno asservimento del Leviatano agli interessi strategici del «mercato», cioè dei peculiari rapporti sociali capitalistici. Per questo Adorno poté scrivere nel 1944 i significativi passi che seguono: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino … La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» [9]. Della ragione dominante, ossia del Dominio sociale nell’epoca dello sfruttamento scientifico di uomini e cose. Il massimo della razionalità posta al servizio di Potenze sociali irrazionali, cioè a dire ostili all’uomo, che pure le produce sempre di nuovo, giorno dopo giorno. È la tragedia dei nostri giorni.

Porre l’alternativa tra Stato (buono) e Mercato (cattivo) non è solo espressione di una concezione ultrareazionaria e disumana del mondo, ma è anche indice di un’indigenza dottrinaria davvero abissale.

Segue qui (da p. 11).

[1] G. Sapelli, La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, pp. 9-13, Bollati Boringhieri, 2008.
[2] C. Vercellone, Il ritorno del rentier, in Posse – novembre 2006.
[3] S. Isaia, Dacci oggi il mostro pane quotidiano, p. 266. Testo scaricabile dal Blog.
[4] Dove va il capitalismo italiano, intervista a G. Sapelli di Rai News 24, 30 marzo 2011.
[5] L. Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore, p. 251, 2008.
[6] G. Ruffolo, S. S. Labini, Il film della crisi, p. 116, Einaudi, 2012.
[7] J. M. Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory).
[8] Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione», (A. Shlaes, L’uomo dimenticato, p. 24, Feltrinelli, 2011). Un giudizio che in parte mi sento di condividere.
[9] W. Adorno, Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994.

ELOGIO DELL’ACCUMULAZIONE

Interessante intervento ieri al Senato della Repubblica del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo. Nel corso dell’illustrazione della Nota di variazione al DEF per il 2012-2015, Polillo ha dichiarato che «come scrivevano economisti importanti, da Marx a Keynes, se non riparte il meccanismo dell’accumulazione l’economia rimane bloccata». Secondo il Sottosegretario ciò che blocca l’accumulazione è innanzitutto il ristretto margine (di profitto) delle imprese, il cui margine operativo lordo medio si aggira intorno al 33% sul valore aggiunto, un livello troppo basso soprattutto alla luce della fiscalità italiana. Più che la diminuzione dei consumi privati (quasi -3%), deve destare preoccupazione soprattutto il crollo degli investimenti, che ha fatto registrare quest’anno un inquietante -10%. Se il margine (di profitto) non cresce (oggi è al 7-8%), ha osservato il Sottosegretario, gli investimenti ristagnano, impedendo la ripresa dell’accumulazione: come uscire da questo circolo vizioso?

Intanto è da rilevare che come ogni serio difensore del sistema capitalistico (vedi Keynes), più che della disoccupazione dei lavoratori l’esponente del Governo si preoccupa della disoccupazione del capitale, e si pone il problema di come favorire l’occupazione dei «fattori produttivi». Su questo punto è da tempo aperta la disputa tra neokeynesiani e neoliberisti, che qui tralascio di prendere in considerazione.

Polillo individua ovviamente nella scarsa produttività delle imprese italiane il problema centrale da risolvere, se si vuole dare una rapida risposta all’angosciante domanda di cui sopra. E la scarsa produttività chiama in causa direttamente il famigerato cuneo fiscale, ossia la differenza fra costo del lavoro, altissimo in Italia, e salario diretto, che è invece inferiore alla media dei paesi europei. Questa forbice tra quanto il lavoro costa all’impresa e quanto intascano realmente i lavoratori ha nel compromesso tra grande impresa, sindacato parastatale (trimurti sindacale) e Stato forse la sua spiegazione più importante.

La voracità fiscale del Leviatano italiano per un verso ha distrutto molte fonti di profitto (il capitale investito in attività produttive) e ridotto i «margini» delle imprese; e per altro verso ha azzoppato la capacità competitiva di queste ultime, direttamente, ossia drenando risorse private altrimenti disponibili alla ricerca e allo sviluppo, e indirettamente, cioè non allocando nel privato capitali pubblici a sostegno delle iniziative imprenditoriali, a partire proprio dalla fondamentale politica aziendale volta all’innovazione tecnologica, a monte (strumenti produttivi e organizzazione del lavoro) e a valle (nuovi prodotti da collocare sul mercato).

L’obesità del bilancio sovrano ci parla della molta spesa pubblica improduttiva che si è accumulata nel tempo, e che incidere col bisturi, come in effetti si dovrebbe fare, risulta adesso estremamente difficile, perché il parassitismo sociale nel Bel Paese è quanto mai diffuso, radicato e politicamente protetto, avendo avuto esso soprattutto la funzione di ammortizzatore sociale per le sue aree economicamente depresse, nonché di greppia elettorale a disposizione dei partiti – dalla DC al PCI, dal PDL al PD. La tanto strombazzata spending review per adesso rimane un “libro dei sogni”, un vorrei ma non posso, nonostante sia l’Europa a chiedercelo, secondo l’insopportabile mantra ripetuto a destra e a manca. Certo, «è l’Europa che ce lo chiede», perché la Germania non vuole più finanziare il buco nero dell’Europa meridionale; ma soprattutto è il capitalismo italiano, colto nella sua totalità sistemica, che impone una radicale ristrutturazione della società: dalla base tecnologica delle imprese al mercato del lavoro, dalla sfera politico-istituzionale, sempre più inadeguata a rispondere alle sfide della competizione totale e globale tra capitali, Stati e aree sovranazionali,   a quella del welfare, fino a incidere nella stessa mentalità della gente, chiamata a diventare meno italica e più tedesca, secondo gli auspici di molti leader politici italiani che si sono avvicendati nel tempo – Mussolini compreso, ovviamente.

A proposito di buco nero meridionale c’è da dire che è del tutto priva di significato la battuta antileghista secondo la quale il Nord italiano rappresenterebbe il Sud se visto dai paesi posti a settentrione rispetto alla fantomatica Padania. Qui non si tratta di geografia ma di sviluppo ineguale del capitalismo, fenomeno che ha una dimensione tanto nazionale quanto sovranazionale. Scriveva nel lontanissimo 1971 Giovanni Magnifico: «Il processo di unione economica e monetaria dell’Europa andrebbe perseguito delimitando vaste aree economiche e raggruppandole in base alla loro capacità di sviluppare pienamente il loro potenziale produttivo. Ogni singolo gruppo potrebbe comprendere interi paesi membri, ma la delimitazione di ciascuno di essi potrebbe anche non coincidere con le frontiere nazionali» (Una moneta per l’Europa). Non a caso il Professor Miglio, cosiddetto teorico della Lega, teorizzò, agli inizi degli anni Novanta, le Macroregioni europee. Vista da Berlino la Padania appartiene al Nord capitalistico, mentre vista dalla Padania Londra ha un piede nel Mezzogiorno. Chiudo la breve digressione geosociale e ritorno al Senato.

Il solo parametro positivo che il Sottosegretario ha potuto vantare, nel corso di un’analisi dell’economia mondiale, continentale e nazionale che non ha lasciato alcun margine di speranza nel breve termine, riguarda la spesa pubblica primaria, ossia il deficit, che già oggi «è uno dei più virtuosi» in ambito europeo. Per questo, ha detto Polillo – ma con scarsa convinzione –, «Monti ha dichiarato di vedere la luce in fondo al tunnel». Tuttavia, nonostante questo «prestigioso risultato», il cui salatissimo costo è di dominio pubblico, lo stock del debito pubblico non sembra volere invertire il trend di marcia, e il suo 123% sul PIL non consente un’aggressiva riduzione della pressione fiscale, talmente alta da generare una caduta del gettito, confermando il “teorema Berlusconi”: oltre una certa soglia di pressione fiscale ci si sente moralmente autorizzati a evadere/eludere il fisco. Una banalità conosciuta in tutto il pianeta e a suo tempo spacciata come una mostruosità etica dai soliti eroi dell’antiberlusconismo.

La curva Laffer-Berlusconi

Se non riparte l’accumulazione non c’è bacchetta magica che possa risollevare le sorti dell’italica economia: questo, in estrema e brutale sintesi, il concetto centrale difeso ieri al Senato dal Sottosegretario all’Economia, che naturalmente condivido, sebbene a partire da una ben diversa prospettiva “politico-dottrinaria”– compatibile, credo, con il pensiero di Marx, e completamente estranea al punto di vista di Keynes, che lascio volentieri ai progressisti e ai dirigisti di tutte le tendenze politiche.

UNA BRUTTA STORIA CHE CONTINUA A PESARE

1.

Scrive Riccardo Bellofiore: «Se il problema non è il neoliberismo, ma il capitalismo tout court, allora torna in qualche misura sul tappeto il nodo del “socialismo”. In condizioni però di debolezza estrema: e dopo che la storia ha mostrato che la pura e semplice modifica dei rapporti di proprietà soddisfa più chi la promuove che i soggetti in nome dei quali viene proclamata» (R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro e la sinistra, p. 73, Asterios Ed., 2012). Vada per la «debolezza estrema» dei soggetti politici e sociali che oggi avrebbero l’interesse, o semplicemente il desiderio di promuovere il superamento rivoluzionario del Capitalismo, in «vista di una più elevata formazione economica», per dirla con Marx. Su questo punto, come si dice tra noi del volgo, non ci piove: l’impotenza politico-sociale delle classi dominate non è un’ipotesi, è una dolorosa certezza.

È piuttosto l’altro passaggio che non mi convince: a quale storia si riferisce Bellofiore? Ma a quella dell’Unione Sovietica e della Cina maoista, non è ovvio? Ed è appunto questa ovvietà che occorre mettere radicalmente in discussione, tutte le volte che se ne affaccia l’occasione, anche a costo di noiose ripetizioni.

Forse Bellofiore sostiene che alla costruzione economica del Socialismo in Russia e in Cina non è corrisposta un’analoga costruzione sociale-esistenziale, tesa a soddisfare «i bisogni di un’umanità evoluta» (Marx)? La cosa non è chiara, e ciò mi permette di ribadire questa fondamentale tesi: la scomparsa della proprietà privata dei mezzi di produzione non segna in alcun modo il superamento del Capitalismo. Il carattere essenziale (peculiare) della vigente formazione storico-sociale non va individuato nell’esistenza della proprietà privata, come vuole la vulgata social-statalista prima e dopo Lassalle, ma nel potere sul lavoro sociale esercitato in guisa sempre più scientifica e dispotica dal Capitale. La natura sociale anche della proprietà privata è un’elementare nozione che certamente non sfugge alla scienza di Bellofiore.

Per Marx il «detentore di capitali» non è che un funzionario al servizio di una potenza sociale, e per questa ragione la natura giuridica di esso (personale, impersonale, privata, pubblica) non muta in alcun modo la sostanza del rapporto sociale capitalistico. Il fatto che lo Stato si accolli, per dir così, le incombenze della produzione e della distribuzione della ricchezza sociale è qualcosa che può far pensare al socialismo solo chi non ha compreso la natura sociale del capitalismo. «E se lo Stato fosse socialista?»

Il Socialismo non è implicato in alcun modo con la storia della Russia Sovietica, né con quella della Cina maoista: in entrambi i casi si è trattato di una feroce «accumulazione capitalistica originaria» centrata su uno Stato che si proclamava, contro ogni evidenza, “socialista”. Feroce, peraltro, come lo sono state tutte le «accumulazioni originarie» di questo mondo, a partire da quella “classica” (inglese), la quale notoriamente non è stata un pranzo di gala. In Russia l’accumulazione capitalistica decolla con lo stalinismo, dopo i timidi e largamente fallimentari tentativi della NEP; e soprattutto dopo la chiusura su scala internazionale del ciclo rivoluzionario apertosi con l’irruzione della prima guerra mondiale.

Insomma, lo stalinismo come strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati e 3. della continuità imperialistica (con lo zarismo) – di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura.  In Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, perché la «debolezza estrema» di cui parla Bellofiore è tutt’altro che estranea a questo maligno retaggio storico.

Giustamente il Nostro osserva che «il problema non è il neoliberismo, ma il capitalismo tout court», ed è per questo che il Socialismo (magari chiamato “Pippo”, per evitare odiosi equivoci!) non è mai uscito dal tappeto del processo sociale come eccezionale, e sempre più a portata di mano, possibilità. Ma per averne coscienza bisogna allontanarsi dai punti di vista mainstream, quelli che, ad esempio, perorano la causa di un nuovo internazionalismo, «non proclamato a parole, ma nelle lotte e nell’azione politica», per conseguire l’obiettivo di un «inedito New Deal di classe»: «Non è (ancora) Marx. È piuttosto Hyman P. Minsky*» (p. 74). Già, non è ancora Marx. E si vede.

2.

Un cortese lettore del mio articolo sul sistema protezionistico dell’8 settembre ha scritto: «Sulle tesi di Brancaccio invito a leggere il capitolo Contro il liberoscambismo di sinistra, contenuto nel suo ultimo libro: L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa». Suggerimento che ho raccolto con piacere.

«L’ossimoro tentatore che intendiamo qui criticare è un altro: si tratta del “libero-scambismo di sinistra”, un concetto storicamente molto più radicato e insidioso, che opera all’interno di faglie logiche profonde, rinvenibili persino nel pensiero del Marx del 1848» (E. Brancaccio- M. Passarella, L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, p. 104, Il Saggiatore, 2012). Che il Tizio di Treviri, anche nella versione datata qui proposta, nulla a che fare ha con le «faglie logiche profonde» di cui parlano gli autori si capisce a p. 108 dello stesso libro, dove giustamente si scrive che per «Marx, che protezionista non era, il libero scambio andava sostenuto per la sua forza devastatrice, per la sua capacità di agire da vettore della crisi, dello scontro sociale e della rivoluzione, che nel 1848 egli erroneamente considerava prossima».

In sostanza è quello che ho sostenuto anch’io. E molto opportunamente nel libro si ricorda la strumentalità della posizione liberoscambista di Marx, come mostra questo passo: «Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è il libero scambio? È la libertà del capitale … Davvero è difficile comprendere la pretesa dei libero-scambisti, i quali immaginano che l’impiego più vantaggioso del capitale farà scomparire l’antagonismo fra i capitalisti industriali ed i lavoratori salariati. Al contrario, il risultato sarà che l’opposizione fra le due classi si delineerà più nettamente ancora» (K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, Opere Marx-Engels, VI, p 480, Editori Riuniti, 1973). Per questo ho scritto che sarebbe ridicolo basare la sacrosanta lotta contro gli italici protezionisti sulla posizione “liberoscambista” sostenuta da Marx alla vigilia della rivoluzione industriale in Germania e nei paesi ancora capitalisticamente arretrati del Continente. Non senza aver notato la pregnanza teorica e politica della polemica antiprotezionista dell’uomo con la barba, le cui frecce critiche non smettono di colpire bersagli basati nel XXI secolo.

Ne ricavo l’idea generale che accostare il comunista Tedesco ai D’Alema o ai Veltroni, oppure, sebbene su un altro versante politico-ideologico (di “sinistra radicale”), ai Bertinotti, ai Ferrero, ai Vendola ecc. sia sommamente comico.

Nelle pagine del libro in questione facilmente si coglie lo sfondo teorico-politico dell’attacco al «liberoscambismo di sinistra». Pur con i suoi limiti, si legge, il movimento di Seattle seppe affermare una feconda presa di posizione contro la globalizzazione capitalistica: «Al contrario, tra gli eredi del movimento operaio sembra prevalere da tempo una sorta di liberoscambismo acritico, talvolta addirittura apologetico» (pp. 106-107). A quale «movimento operaio» si fa riferimento? A quello egemonizzato a suo tempo dal PCI e dalla variopinta galassia “comunista” che in qualche modo alla storia di quel partito faceva riferimento, anche con forti accenti critici – come i figli che criticano un padre diventato troppo sedentario e incline ai compromessi. È proprio la natura comunista di questa storia che nego alla radice, sulla base di quanto detto sommariamente sopra a proposito dello stalinismo e del maoismo, i quali hanno grandemente segnato la vicenda del cosiddetto movimento operaio internazionale negli ultimi ottant’anni, un movimento tutto interno alle dinamiche sociali e politiche delle classi dominanti dei singoli Paesi come allo scontro interimperialistico: vedi guerra fredda. Per questo non posso che ridere quando leggo a p. 123 che «è giunto il tempo di elaborare il “lutto sovietico”». Che tempismo!

* Economista americano (1919-1996) post keynesiano che, come il maestro, intendeva salvare il capitalismo dalle sue stesse magagne, soprattutto da quelle finanziarie, connesse con la speculazione e il credito facile rivolto al consumo privato. Interventismo statale e riforma della struttura finanziaria per renderla più semplice, più responsabile e meno speculativa: questa, in estrema sintesi, la ricetta di Minsky elaborata attraverso una lettura del pensiero keynesiano in chiave finanziaria. Roba per palati assai sofisticati. La mia modesta mensa si chiama fuori.

L’UOMO NEGATO

Ricorda il mio uomo dimenticato,
gli hai messo un fucile in mano e
l’hai mandato lontano, al grido di
“Hippy hippy  hurrà”, vedi cos’è
diventato.

Ho letto L’uomo dimenticato di Amity Shlaes, già giornalista del Financial Times e oggi ricercatrice di storia economica presso il Council on Foreign Relations, e ho capito il perché delle tante polemiche che sull’interessante e controverso libro si sono accese negli Stati Uniti giusto un anno fa. Protagonisti di quelle polemiche politico-economiche sono stati, da una parte i sostenitori del punto di vista keynesiano (vedi Paul Krugman), e dall’altra i propugnatori di una politica economica liberista «senza se e senza ma». Com’è facile capire, più che la storia degli USA ciò che scotta è l’attualità della crisi economica.

Amity Shlaes racconta la storia della Grande Depressione e del New Deal rooseveltiano in termini così crudi, ricordando ad esempio la vicenda del tredicenne William Troeller, il quale si impiccò alla trave del soffitto della sua stanzetta per disperazione (il padre aveva perso il lavoro), e così poco inclini alla storiografia ufficiale su uno dei peggiori momenti attraversati dalla società americana, da suscitare più di una perplessità e certamente molta irritazione in chi ha sempre sostenuto che fu solo grazie alla politica economica keynesiana adottata dal Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti riuscirono a venire fuori dal tunnel della crisi economica.

Il più alto standard di vita al mondo…

«Roosevelt stava mettendo a punto la sua definizione di uomo dimenticato. Fino ad allora era stato una figura generica, anche se sempre priva di mezzi… Adesso, identificando il suo uomo dimenticato con i gruppi specifici che voleva aiutare, il presidente stava dimenticando gli altri, creando così un nuovo uomo dimenticato. Il paese si stava spaccando fra i protetti da Roosevelt e tutti gli altri». Alla Shlaes interessa soprattutto puntare i riflettori sui tanti «uomini dimenticati» che furono sacrificati sull’altare di una politica economica molto selettiva circa gli strati sociali da colpire o da salvare in base a criteri non sempre decifrabili, al punto che nel 1938 lo stesso Keynes si vide costretto a raccomandare al Presidente un atteggiamento meno ondivago e arbitrario sul piano politico. «L’Amministrazione statunitense aiutò le constituency che l’avevano sostenuta elettoralmente e non l’economia nel suo insieme» (Intervista rilasciata dalla Shlaes al Foglio del 10 aprile 2012).

«La crisi del ‘29 ebbe alti e bassi per un intero decennio. Ma fu anche l’era del New Deal, che gettò le basi di una rivoluzione culturale e sociale che proiettò i suoi effetti nei decenni successivi. Potevamo aspettarci un nuovo “New Deal”, dopo quella che all’unisono è stata definita la più grave crisi degli ultimi 80 anni? Sarebbe stata una speranza esagerata. Quello era il tempo di Franklin Roosevelt, di John M. Keynes, di Lord Beveridge. A vario titolo, tutti convinti che il vecchio modello liberista si era dimostrato fallimentare, e che un nuovo ruolo spettasse allo Stato per garantire la crescita, il pieno impiego e un nuovo equilibrio sociale. Non erano anticapitalisti, né marxisti. Ma erano l’espressione di una visione del mondo e di una pratica politica che non si fa fatica a definire progressista o di sinistra» (A. Lettieri, La crisi e il lungo silenzio della sinistra, Sinistrainrete). È con «vulgate sulla Grande Depressione» di questo genere che L’uomo dimenticato vuole fare i conti, svelando il fondo ideologico dell’apologetica filo-New Deal. Che il progressismo e il sinistrismo si muovano interamente ed esclusivamente dentro la logica e la prassi della società capitalistica, non avevo alcun dubbio, ma trovare conferme dai diretti interessati fa sempre piacere. Ricordo, en passant, che la crisi economica, anche quella di “proporzioni bibliche”, lungi dall’essere un evento eccezionale e imprevedibile (salvo che per la Scienza Economica, ovviamente), è fin nel concetto immanente al Capitalismo, come ha spiegato con dovizia di particolari un tal Karl Marx, che, a quanto pare, non fu un teorico della «destra liberista».

Parlare delle crisi del passato, del presente e del futuro nei termini di un fallimento imputabile a questo o a quel «modello economico», più o meno liberista, più o meno statalista, è quanto mai infondato, e testimonia di una assoluta mancanza di comprensione della società capitalista.

Lungi dall’aver posto le basi per un suo rapido superamento, il New Deal aggravò piuttosto la crisi, ponendo in essere una serie di misure economiche stataliste ostili alla ripresa degli investimenti privati e perlopiù dettate da esigenze politiche, più che economiche. È la tesi sostenuta dalla Shlaes, che in parte mi sento di condividere, sebbene da una prospettiva che non ha nulla a che fare né con lo statalismo dei keynesiani – soprattutto se in guisa sinistrorsa – né con il liberismo ad oltranza dei teorici del libero mercato «sempre e comunque». Come i lettori del Blog sanno, il mio punto di vista è radicalmente anticapitalista, e dunque ostile a ogni tipo di ricetta economica tesa, keynesianamente, a salvare lo status quo sociale vigente (altrimenti detto «Paese», o «Patria» ovvero «Nazione») dalle sue stesse contraddizioni.

Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione» (A. Shlaes, L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione, p. 24, Feltrinelli, 2011). Un punto molto interessante del libro appare proprio l’accento posto sulla continuità tra le due presidenze, cosa che peraltro appare chiara dal programma democratico del 1932, il quale «chiedeva fra l’altro un “bilancio federale pareggiato annualmente”», da ottenersi con un’«”immediata e drastica riduzione delle spese governative”. Il pareggio di bilancio non era materia d’opinione» (J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 200, Boringhieri, 1972). Solo nel 1933, quando apparve chiaro che dalla recessione si era passati alla depressione più nera, si abbandonò il mantra del pareggio di bilancio e si incominciò a ritenere che «l’intera teologia del New Deal fosse ormai verità rivelata», e che solo il Leviatano potesse a quel punto salvare il Paese dalle infernali spire della miseria, la quale, com’è noto, può diventare cattiva consigliera.

Il libro della Shlaes ha dunque il merito di smontare la leggenda secondo la quale con il New Deal gli Stati Uniti si avviarono verso un rapido superamento della catastrofe sociale. Cito da un’altra fonte, più “obiettiva”: «Nel 1935 la Economic Survey della S. d. N. doveva registrare una ripresa “più superficiale che fondamentale”, e – a sei anni di distanza dal tracollo del 1929 – doveva confessare che le prospettive erano “confuse e poco incoraggianti” … Nell’estate del 1939 l’Economist spendeva accenti gravi sulla “permanente propensione deflazionistica dell’economia americana, tendenza che le spese governative possono rovesciare solo temporaneamente e in modo precario”. Come ha detto Sir William Beveridge “si era ai primi passi di una ripetizione del 1929-32, aumentata di gravità”. L’inizio della nuova crisi fu bloccato dall’avvicinarsi della guerra» (Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo, pp.376-385, Editori Riuniti, 1972). Provvidenziale guerra! Se non fosse arrivata “spontaneamente”, si sarebbe dovuta inventarla…

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata. D’altra parte, quel tipo di interventismo statale può avere successo solo se applicato in maniera massiccia, mentre il suo uso omeopatico è del tutto inefficace. Ma a quel punto la catastrofe sociale sarebbe imminente, e l’elmetto passerebbe, per dir così, dalla teoria alla prassi.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Non a caso, come ricorda la nostra storica dell’economia, i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano».

Ecco l’uomo dimenticato secondo la definizione coniata nel 1883 dal filosofo William Graham Sumner, e ripresa strumentalmente, a scopo propagandistico, da Franklin Delano Roosevelt: «Appena A nota qualcosa che gli sembra sbagliato, qualcosa per cui X soffre, ne parla con B, poi A e B insieme propongono un disegno di legge per sanare il male e venire incontro a X. La loro legge si prefigge di decidere che cosa farà C per X, o al massimo cosa faranno A, B e C… Io intendo studiare C. Vorrei dimostrare che razza di uomo è. Lo chiamo l’Uomo dimenticato. Forse non è una definizione correttissima, ma è l’uomo a cui non si pensa mai … Lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga». E qualche volta, vinto da una condizione disumana ossessionata dal calcolo economico, si toglie la vita. «Che genere di società è in effetti questa, dove in mezzo a parecchi milioni di persone si incontra la solitudine più profonda; dove si può essere sopraffatti da un’incoercibile voglia di uccidersi senza che nessuno lo indovini? Questa società non è una società, è, come dice Rousseau, un deserto popolato di bestie feroci» (J. Peuchet, citato da Marx in Peuchet: del suicidio, Opere, IV, p.549, 1972). È la società dominata dal Capitale. Dal Capitale tout court.

ABOLIRE IL CAPITALISMO

Vasto programma...

Nel suo articolo di oggi Barbara Spinelli evoca già nel titolo il famoso saggio di Ernesto Rossi Abolire la miseria, scritto nel 1942 durante il suo soggiorno al confino di Ventotene. Abolire la miseria: vasto programma, avrebbe detto qualcuno. Ecco cosa scriveva Rossi: «Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale». Combattere la miseria significava per l’intellettuale casertano dare a tutti nutrimento, alloggio, vestiario, sanità, istruzione, affinché l’indigenza non precipitasse le masse in uno stato di frustrazione e disperazione, acqua nella quale nuotano i pesci della demagogia, del totalitarismo e della guerra. Nello stesso anno William Beveridge approntava il piano governativo del Welfare, con il quale la classe dominate inglese si pose non solo il problema di come gestire al meglio contraddizioni sociali diventate troppo onerose sul piano dello status quo, ma anche – e soprattutto – quello di supportare  il processo di accumulazione capitalistico in una fase critica della storia inglese.

Dalla marcia per il lavoro alla marcia contro il nemico del Bene Comune il passo è breve

Sotto questo aspetto è opportuno ricordare, a scorno dei «keynesiani 2.0», come Keynes non pose mai il Welfare nei termini dell’ammortizzatore sociale (ad esempio, come gestione non conflittuale del gap nord-sud nel caso italiano), bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto spontaneamente. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente – in quanto esponente di punta della classe dominante – si preoccupò della disoccupazione del capitale, per risolvere la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Su scala mondiale queste condizioni si realizzarono con l’ingresso della società capitalistica nella seconda guerra mondiale.

La crisi del Welfare si deve soprattutto al fatto che a un certo punto esso è stato usato come un ammortizzatore sociale, a partire dal quale si è generato un sistema sociale (politica inclusa) estremamente parassitario dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica, la quale, occorre ricordarlo, è la fonte originaria della ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica. Ecco perché il cosiddetto «neoliberismo» non rappresenta un ritorno indietro, come pensano i progressisti che teorizzano sacrifici «duri ma equi», ma è l’espressione più genuina della presente sofferenza del meccanismo capitalistico.

Giustamente Giuliano Ferrara ridicolizza il mantra progressista dell’equità, il quale nega l’evidenza di un modo di produzione che per svilupparsi deve creare squilibri e iniquità d’ogni sorta, che sta poi alla società nel suo complesso cercare di gestire nel migliore dei modi. Volere lo sviluppo economico senza le “magagne” che necessariamente esso comporta, come dimostrano i capitalismi più dinamici e virtuosi, significa condannarsi alla stagnazione e alla decrescita. Ecco come parla un esponente della classe dominante che non cerca di addolcire la pillola amara della prassi capitalistica con il luogocomunismo progressista. Marx scrisse la Miseria della filosofia proprio per dimostrare come fosse teoricamente ridicolo e praticamente chimerico separare il «lato buono» del capitalismo da quello «cattivo»: conservare il primo ed eliminare il secondo significa semplicemente «liquidare di colpo il movimento dialettico» (antagonistico) della società capitalistica. Senza considerare che il cosiddetto «lato buono», ossia lo sviluppo economico, si risolve nello sfruttamento sempre più intensivo della capacità lavorativa fisica e intellettuale.

Peraltro c’è da dire che il concetto marxiano di indigenza non ha un significato volgarmente materiale, ma esistenziale nell’accezione più radicale (sociale) del termine. E non può essere altrimenti, nella società nella quale tutti i bisogni, i desideri e i sogni devono incrociare il denaro e la merce. Quel concetto non ha nulla a che fare col pauperismo assoluto di carattere fisiologico (mancanza di alimenti, di alloggio, di vestiario, ecc.): per Marx, infatti, la miseria dei salariati cresce necessariamente perché sempre più produttivo si fa il loro lavoro. La miseria della quale egli tratta non ha mai il carattere assoluto che gli hanno attribuito i detrattori per meglio “confutarne” le «tesi palingenetiche». Anche se nelle crisi economiche devastanti il relativo tende a incrociare l’assoluto, e appunto di questa inquietante tendenza si fa voce Barbara Spinelli.

Sorrisi progressisti

La paura di perdere le briciole ottenute al prezzo di grandi sacrifici può innescare nelle masse un rigetto di quel progetto europeo che, secondo la Spinelli, rappresenta la sola àncora di salvezza per il Vecchio Continente. «Se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell’odio dell’altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che “muoiono così tardi”)» (B. Spinelli, Abolire la miseria, La Repubblica, 28 Dicembre 2011). La crisi di oggi non è una «sorta di guerra»: è la guerra tipicamente capitalistica, la quale non di rado, a causa della sua gravità e della sua dimensione geoeconomica, assume la forma dello scontro bellico tra Nazioni. La vita stessa all’interno di questa società disumana è una vera e propria guerra per la sopravvivenza, con lo scarto dei mal riusciti al reparto Controllo di Qualità. La Spinelli invoca «più Europa» senza capire che ciò deve tradursi necessariamente in «più Germania», e da vecchia militante progressista se la prende con gli slogan antieuropeisti della Lega e con l’antieuropeista «offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute». Le tasse sono belle, diceva la buonanima di Padoa-Schioppa. È proprio il caso di dirlo: miseria dei progressisti!

La Miseria si arrende!

Per Ernesto Rossi «la miseria non è il risultato necessario del sistema capitalistico, e proprio per questo occorre tenere i capitalisti lontani dalla tentazione di credere che la povertà di alcuni strati della popolazione sia la condizione dello sviluppo economico generale, oltre che delle loro private fortune. Per questo occorre trovare il coraggio di predisporre un programma per abolire la miseria» (Rassegna sindacale, n. 14, Aprile 2002) . Per come la vedo io, si fa prima ad abolire il Capitalismo. E non ne parliamo più!

SOTTO IL PELO DELL’ACQUA

Nella sua interessante inchiesta (pubblicata dall’Internazionale, 23/29 Dicembre 2011), Die Zeit parla di «Fine del Capitalismo». Ai tedeschi è sempre piaciuto scherzare con la catastrofe, forse per esorcizzarne la perenne imminenza – e immanenza. Nel 1930 Ferdinand Fried (pseudonimo di Ferdinand Friedrich Zimmermann, futuro programmatore economico del Nazismo) pubblicava La fine del capitalismo, e individuava nella «Filosofia del denaro» la causa del pervertimento economico ed etico che aveva portato la società capitalistica al tramonto. «Il ricco, l’uomo che ha molto denaro, sogna un paradiso della rendita fissa garantita; il povero invece, trova, come disse Max Weber, “la sua posticcia felicità nel grande emporio di merce» (La fine del capitalismo, p. 50, Bompiani, 1932). Fried si fece sostenitore del ritorno all’artigianato, perché «l’artigiano imprenditore produce una merce con amore e abnegazione», mentre il capitalista fa parlare solo il prezzo e insegue ossessivamente il profitto, prescindendo da qualsivoglia considerazione. L’artigiano «cerca di soddisfare un bisogno esistente», il capitalista «lavora lusingando le cupidigie che sonnecchiano nell’uomo». Naturalmente l’«americanismo», concetto equivalente a quello oggi di gran moda di «liberismo selvaggio», venne additato dall’intellettuale tedesco come il paradigma del nuovo capitalismo senz’anima e senza umanità che aveva portato la Civiltà Occidentale al disastro della Crisi di tutti i valori, non solo di quelli azionari.

Lo stesso anno John Maynard Keynes scriveva Prospettive per i nostri nipoti, un breve saggio “visionario” nel quale tra l’altro si legge quanto segue: «L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali» (tratto da La fine del “laissez faire” e altri scritti economico-politici, Bollati Boringhieri, 1991). In poche parole, uno dei maggiori esponenti della Scienza Economica individuava nel denaro un mero strumento al servizio dei «piaceri della vita», e non l’espressione più alta e peculiare dei rapporti sociali capitalistici, basati su quello sfruttamento del lavoro sociale da parte del Capitale che appunto nella forma denaro trova la sua naturale cristallizzazione. A ragione Marx individuò nel denaro come equivalente universale delle merci (e quindi come espressione-rappresentante del lavoro sociale astratto), nel denaro che tutto misura e che tutto compra, la quintessenza del feticismo (vedi La Cosa ha il Diavolo in corpo! e Denaro-Denaro-Denaro: feticismo al cubo).

Nelle Prospettive Keynes si augurava che, nel momento in cui «i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua», l’economia venisse sottratta alla cura di gente impreparata per diventare «un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso». Molto tempo è passato dalle previsioni dell’economista inglese, e la reputazione degli economisti presso l’opinione pubblica mondiale non è mai stata di così infimo conio. Solo il pensiero che essi possano mettere davvero le mani sulle leve del comando fa venire il mal di denti. Come ho più volte scritto su questo Blog, dove esiste il Denaro – forma suprema del Capitale – non può esistere l’Uomo, e viceversa. Si tratta, a mio avviso, di portare al potere «i piaceri della vita», e configurare l’intera esistenza umana (a partire dalla prassi economica) sulla base dei bisogni umanizzati. Certo, se uno pensa, con Keynes, «che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no», le mie Prospettive devono necessariamente apparire assurde.

Ottant’anni sono trascorsi dagli anni più bui della grande depressione seguita al crack del ’29, eppure il dibattito sull’attuale crisi economica internazionale sembra avvitarsi intorno agli stilemi concettuali appena richiamati. La prosa si è fatta più sofisticata e apparentemente meno intrisa di ideologia, ma al fondo i concetti masticati son sempre quelli, e la crisi viene spiega soprattutto tirando in ballo magagne rintracciate al di là del meccanismo dell’accumulazione. I mercati, scrive ad esempio Die Zeit, sono stati saturati dal crescente consumo finanziato col debito. Vero. Ma questa è solo una parte del discorso, è solo un pezzo della filiera del profitto e della crisi. La parte essenziale, il tratto iniziale della filiale, ossia il processo di produzione di valore attraverso l’uso sempre più intensivo e scientifico della capacità lavorativa, questo vero e proprio lato oscuro dell’economia non viene illuminato. E invece è proprio lì che bisogna puntare i riflettori, se si vuole comprendere la crisi nella sua essenza capitalistica, se si vuole cogliere ciò che accade «sotto il pelo dell’acqua». Infatti, il crescente consumo finanziato col debito privato e pubblico ha nel capitale industriare il suo più potente impulso, perché è soprattutto nell’interesse di quel capitale espandere sempre di nuovo i limiti del mercato. E lo fa in modo sempre più scientifico, ampliando mostruosamente – nell’accezione filosofica e non moralistica del termine – la capacità di consumo degli individui, ridotti a esseri bulimici che nella merce si identificano sempre più totalmente e necessariamente. Ingoiare fino a scoppiare! è l’imperativo categorico del Capitale, il quale ha un rimedio anche per chi fa indigestione e avverte tutto il disagio di una «condizione umana» interamente impigliata nel meccanismo sociale orientato verso il maggior profitto possibile. Infatti, mai così ricco di articoli in offerta speciale è stato il mercato delle religioni, della spiritualità, delle “filosofie”, dei rimedi farmacologici e psicologici, e così via. Ammacca e ripara. Qualsiasi bisogno capace di pagare non ha che da recarsi «nel grande emporio delle merci», materiali e immateriali. La stessa differenza proposta da Keynes tra «bisogni assoluti» (quelli connessi alla sopravvivenza fisica degli individui) e «bisogni relativi» (quelli legati al «desiderio di superiorità», ossia al prestigio, all’autopromozione, alla simulazione, al «consumo vistoso», ecc.) non regge più alla prova del Capitalismo del XXI secolo. Per la verità essa non aveva molto senso già all’epoca in cui l’economista britannico elaborava le sue teorie, e solo l’irruzione della depressione economica mondiale le conferì una qualche decorosa apparenza.

Zygmunt Bauman, teorico della Vita Liquida

Anche Zygmund Bauman, il teorico della Vita Liquida, batte i soliti tasti della critica al consumismo: «Consumare di più è la nuova religione», con ciò che ne segue anche in termini di sostenibilità ambientale, disagio esistenziale e quant’altro. Siamo passati dalla «società solida dei produttori, alla società liquida dei consumatori». Un tempo il profitto scaturiva «dall’incontro tra capitale e lavoro», oggi viene fuori dal consumo delle merci. «Il potere è il consumo» (intervista a Z. Bauman di Giuliano Battistin, Micromega, 8/2011). No caro sociologo di fama mondiale: il Potere Sociale che ci maltratta in ogni senso continua a chiamarsi Capitale, sans phrase, Capitale in quanto rapporto sociale che fa degli individui mere «risorse umane» da sfruttare come produttori e come consumatori, e delle merci puri contenitori di valori di scambio da realizzare. Consumare di più è sempre stata la «religione» imposta dal Capitale, e in ogni epoca troviamo i soliti intellettuali che se ne lamentano. Bisogna mettere il naso sotto il pelo dell’acqua. Ci si bagna, ma si comprende di più.

Ancora una volta Benedetto XVI ha ripetuto che l’errore fondamentale commesso dall’uomo, che spiega anche la crisi economica, è stato quello di aver voltato le spalle al Signore Misericordioso, e di aver guardato solo a se stesso. Ma la Scienza, la Tecnica e il successo economico non potranno mai parlare al cuore dell’uomo, il quale finisce per smarrire anche la strada della retta prassi economica. La mia “Teologia Politica” osserva invece che il mondo non sta pagando l’assenza di Dio, ma quella dell’Uomo. Mi creda Santità Eminentissima: se l’Uomo non esiste, tutto il peggio è possibile, anche la macellazione di ebrei, di cristiani e di atei nelle camere a gas, nelle città bombardate dalle fortezze volanti, nei gulag e ovunque la voce dell’Uomo non ha modo di farsi sentire. Per questo mi permetto umilmente di tradurre nei termini di una Rivoluzione Sociale la Trascendenza che Lei, dall’alto del Santissimo Scranno Romano, evoca Urbi et Orbi come rimedio impellente per salvarci dal materialismo di un mondo sempre più mercificato. Solo rapporti sociali umanizzati possono rendere del tutto superfluo, anzi inconcepibile, l’attuale Mondo-Merce.

«Mi sa tanto che finisco prima io!»

Alla fine della sua interessante inchiesta Die Zeit si domanda, del tutto retoricamente, se esiste un’alternativa al Capitalismo. C’è bisogno di svelare la risposta? Eccola, comunque: «Le alternative al capitalismo sono naufragate perché si sono rivelate meno efficaci di esso». Ovviamente la rivista tedesca si riferisce al «socialismo reale», il quale di reale aveva solo la sua natura sociale capitalistica. Ma a pensarla così siamo in quattro gatti. Pazienza!

PER LA CRITICA DEL KEYNESISMO 2.0

R. J. Samuelson

Sul Washington Post dell’altro ieri Robert J. Samuelson ha sferrato l’ultimo attacco a Paul Krugman. La contesa tra i due pezzi grossi della Scienza Economica statunitense ruota intorno a questa scottante domanda: è possibile oggi negli Stati Uniti e in Europa una politica keynesiana, più o meno ortodossa, tesa a «stimolare» la crescita economica con la leva della spesa pubblica? Il primo risponde invariabilmente che quel tipo di politica non è più praticabile nel mondo globalizzato di oggi, nel quale peraltro si muovono Stati nazionali molto più grandi (anche in termini di Debito Sovrano) e complessi rispetto a quelli che si trovarono a fare i conti con la Grande Crisi del ’29. Plausibile negli anni Trenta del secolo scorso, oggi l’economia keynesiana merita la definitiva eclissi. «Se Keynes vivesse oggi, egli certamente riconoscerebbe i limiti delle politiche keynesiane» (Bye-bye, Keynes, W. P. del 19 Dicembre 2011).  Il secondo, altrettanto tenacemente, sostiene che solo una politica keynesiana può salvarci dalla spirale della recessione, la quale mena alla più cupa delle depressioni.

Su questo Blog ho più volte polemizzato con le posizioni, a volte espresse in modo davvero bizzarro – ma assai sintomatico: vedi Cercasi Alieni, disperatamente! – del premio Nobel per l’economia. Adesso pubblico un capitolo di un mio vecchio studio (scaricabile da questo Blog: Sviluppo e crisi nel capitalismo, II, 1997) per contribuire a far luce su un dibattito teorico e politico che ha un enorme rilievo nella vita di tutti noi, benché trovi spazio solo in alto loco.

J. M. Keynes

In generale, non critico tanto le teorie di John Maynard Keynes, il quale dopotutto fu un onesto militante del Capitale in un momento particolarmente travagliato della sua burrascosa – e sanguinosa – esistenza, nonché il becchino della vecchia teoria liberale del laissez-faire; quanto piuttosto le elucubrazioni dei suoi tardi epigoni attivi nel XXI secolo, soprattutto per l’odiosa ideologia statalista in salsa progressista che li anima, e che l’economista inglese almeno si risparmiò. Le pagine che seguono sono quindi anche un contributo alla critica del “keynesismo 2.0”.

Il circolo virtuoso-vizioso keynesiano

Secondo Keynes, e nel pieno della crisi economica mondiale dei primi anni Trenta secondo tutti gli economisti ovunque essi vivessero, lo Stato doveva salvare il capitalismo dalla follia di coloro che inseguivano il profitto a discapito degli interessi generali, ossia degli interessi degli stessi capitalisti privati. Lo Stato rispose alla bisogna, e il capitalismo si salvò. Tra l’altro, al di là della sempre verde ideologia del Bene Comune (che cela il Bene del Capitale in quanto rapporto sociale di dominio e di sfruttamento), qui viene in luce la funzione dello Stato come espressione degli interessi generali della classe dominante, funzione che non rare volte si traduce in un attacco del Leviatano a interessi particolari che fanno capo a quella stessa classe. Sacrificare fazioni borghesi sull’altare del «Bene Comune» è un esercizio che esalta lo Stato come riserva di ultima istanza dello status quo sociale.

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LE ODIOSE ILLUSIONI DEGLI STATALISTI E DEI BANCAROTTISTI

A Fausto Bertinotti l’ultima esternazione del Presidentissimo Napolitano – il cui attivismo politico, sia detto en passant, fa impallidire il settennato del «picconatore» Cossiga – non è proprio andata giù. Anche nella sua qualità di prestigioso esponente del Partito Statalista Italiano (un soggetto politico molto “trasversale”: esso, infatti, raccoglie i suoi tristi militi tra ex stalinisti ed ex fascisti, tra neo berlingueriani e neo almirantiani), l’ex Presidente della Camera ha voluto bacchettare l’esortazione quirinalizia di Cernobbio a proposito del debito pubblico.

«Pareggio di bilancio significa sottomissione al diktat dei mercati», ha dichiarato il Rifondatore dello Statalismo; «con il pareggio di bilancio non ci sarebbe stato il New Deal». Soprattutto quando la crisi economica cavalca selvaggiamente sui verdi prati del capitalismo, gli ortodossi della «teologia del New Deal», per dirla con John K. Galbraith, salgono sul pulpito per magnificare la potenza salvifica dell’interventismo statale. Salvifica per il sistema capitalistico in quanto bronzea totalità sociale, beninteso.

Come si vede, presso gli statalisti italioti (ma non solo: vedi il marziano Paul Krugman) l’ultrareazionario mito del New Deal non vuole passare di moda, anche perché in effetti l’intervento dello stato nell’economia è una tendenza sociale oggettiva, soprattutto, appunto, nei momenti di acuta crisi economica, quando lo Stato (capitalistico) è chiamato a funzionare come garante di ultima istanza degli «interessi generali del Paese» (ossia delle classi dominanti, o solo delle sue fazioni vincenti).

Per una critica puntuale e approfondita della teoria keynesiana rimando al mio studio intitolato Sviluppo e crisi nel capitalismo. Il respiro dell’economia fondata sul profitto, II, (1996), soprattutto al capitolo Il circolo virtuoso-vizioso keynesiano. Qui me la cavo sostanzialmente con poche citazioni, per illustrare la vera natura del mito di cui sopra.

Scriveva Susan Strange: «Le politiche di tipo keynesiano o sono state inefficienti, come negli Stati Uniti con il New Deal, oppure sono state finalmente intraprese, come i Francia, Germania e Gran Bretagna, per prepararsi alla seconda guerra mondiale. La dimostrazione più eclatante della loro efficacia, tuttavia, si è avuta negli Stati uniti dopo Pearl Harbour. Nel giro di un anno, la maggior parte dei 13 milioni di disoccupati statunitensi aveva trovato un nuovo lavoro. Il governo aveva provveduto ad assicurare ai settori produttivi legati alla difesa credito prontamente disponibile. Addirittura alcuni settori, di fatto, erano stati nazionalizzati. Sotto il pungolo della guerra, l’”arsenale della democrazia” aveva dimostrato che cosa sapeva fare» (Denaro impazzito, 1998, p.134, Edizione di Comunità).

William Gropper, Construction of Dam, 1939

Prima carne da profitto e poi carne da macello, in vista di una nuova era di prosperità e di democrazia: è il capitalismo, bellezza! Di qui, la nostalgia di Krugman, espressa sotto forma di “provocazione” («ci vorrebbe una minaccia aliena, in modo da giustificare una potente politica di investimenti pubblici!»), per i bei tempi in cui gli Stati potevano ricorrere anche alla guerra mondiale «convenzionale» per superare una grave «congiuntura economica». Maledetta bomba atomica!

Occorre ricordare che nel 1933 Hitler licenziò Luther, presidente della Reichsbank, perché questi non volle appoggiare il piano “keynesiano” socialnazionalista che prevedeva una spesa pubblica praticamente illimitata, tesa ad assorbire la totalità della forza lavoro allora disoccupata. Il nuovo Presidente Hjalmar Schacht assicurò il führer che la Reichsbank avrebbe messo a disposizione dello Stato «Tutto quello che può servire finché la disoccupazione sia eliminata». Più tardi Hitler si vantò del modo perfido in cui liquidò il poco keynesiano Luther: «Quando si ha a che fare con gli esperti finanziari, che in fondo sono tutti bricconi, non vi è nessuna ragione per essere sinceri» (Conversazioni di Hitler a tavola, 1941-1942, p. 121, Longanesi, 1963). Così parla un vero keynesiano!

Scriveva Galbraith nel suo classico saggio sul Grande Crollo: «Dopo il Grande Crollo venne la Grande Depressione che durò, con alti e bassi di gravità, una decina d’anni. Fino al 1941 il valore in dollari della produzione rimase inferiore a quello del 929 … Nel 1938 una persona su cinque era ancora disoccupata» (Il Grande Crollo, 1954, p.186, Boringhieri, 1972). Poi, per la gioia di Krugman, venne la guerra, e il capitalismo americano poté superare definitivamente il Grande Crollo e preparare il giro di vite imperialistico che abbiamo visto all’opera per oltre mezzo secolo. Questo, tra l’altro, a testimonianza di come il «Crollo definitivo e inevitabile del Capitalismo» sia tutt’altro che ineluttabile: senza rivoluzione sociale crollano inevitabilmente solo le illusioni dei crollisti per fede. Certo, il 2012 può riservarci qualche sorpresina…

Il Presidente F. D. Roosevelt firma un provvedimento del New Deal

Ultima citazione: «Lo Stato ha avuto già la funzione di ostetrico nella prima fase del capitalismo, è stato poi messo da parte, e gli viene oggi nuovamente in aiuto in una situazione di sempre più grave difficoltà … L’affinità tra il procedimento logico keynesiano e le teorie autoritarie si potrebbero dimostrare ulteriormente sulla base di molti particolari … Nella misura in cui la revisione keynesiana rimanda al di là della teoria classica, essa non rinvia a un futuro migliore, ma a un futuro fosco» (F. Pollock, La revisione keynesiana del liberalismo economico, 1936, in Teoria e prassi dell’economia di piano, pp. 164-198, De Donato, 1973). Il fosco futuro ci introduce alla scottante questione del debito Sovrano.

Leggo da un volantino redatto dal Movimento Studentesco Catanese (la stella come logo è già «tutto un programma»: e non è affatto bello!): «Dobbiamo definitivamente rifiutarci di pagare il debito. Per alcune ragioni. La prima, banale, è che non possiamo permetterci di pagare, non al prezzo di rinunciare alla nostra dignità». Scusate il settarismo, ma la cosa mi suona ambigua: «Nostra dignità» in che senso? «Dignità» come Nazione? Come Paese? O come «lavoratori»? In ogni caso si naviga nel mare delle classi dominanti. Quanto la questione puzzi maledettamente – naturalmente alle spalle dei bancarottisti – lo testimonia quest’altra frase: «L’Islanda, ad esempio, attraverso un referendum, ha deciso di non pagare il debito pubblico». Qui il Potere Finanziario e il Contropotere Finanziario (dall’«alto» e dal «basso») stanno preparando alle classi dominate un «futuro fosco».

La questione del debito Sovrano assume per le classi subalterne una consistenza socialmente rivoluzionaria solo se entra in gioco il problema del potere politico (altro che referendum!), un evento che oggi appare assai remoto. Porre oggi una simile questione significa legarsi al carro delle classi dominanti (o solo di alcune fazioni in lotta contro le altre) e degli Stati (o coalizioni di Stati) che competono sul mercato globale. Significa, in altri termini, continuare a indebolire le capacità di risposta di chi vive di salario.

Certo, a chi ha un famelico bisogno di miti e di illusioni (ieri: dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao, dalla Cuba di Castro e del Che al Nicaragua dei Sandinisti; oggi: dal Venezuela di Chávez alla «dignitosa» Islanda), non si può chiedere un serio sforzo di analisi e di riflessione intorno all’attuale crisi economico-sociale.