CONTINUA IL BAGNO DI SANGUE IN UCRAINA

ucrainaContinua il bagno di sangue in Ucraina. «Fonti mediche della città di Donetsk, in Ucraina, hanno riportato che ammonterebbe almeno ad una trentina il numero dei morti degli scontri di ieri fra i miliziani filo-russi e i militari di Kiev, cosa riscontrabile dai cadaveri presenti all’obitorio. […] I miliziani filo-russi sono sempre più isolati dal Cremlino, al quale palesemente interessa solo mantenere il controllo sull’annessa Crimea, dove ha la potente base militare della Flotta del Mar Nero, anche come risarcimento per i debiti non pagati di Kiev: le truppe russe ai confini sono state ritirate e ieri il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha detto di essere pronto al dialogo con il neo-eletto presidente ucraino Petro Poroshenko, “ma senza mediatori”» (Notizie Geopolitiche, 27 maggio 2014).

Si tratta dell’«ennesima vergogna euro-americana», come sostengono i tifosi italiani di Putin? Non c’è dubbio, se vogliamo rimanere sul terreno dell’indignazione etica.

Peccato che essi non vedano l’altra faccia dell’escrementizia medaglia: l’attivismo dell’Imperialismo russo, il suo decisivo ruolo nella maledetta vicenda. Chi giustifica, di fatto, la Russia con l’argomento che essa, «in fondo», si muove dentro il suo cortile di casa, dentro il suo storico «spazio vitale», si piega nel modo più «vergognoso» alla sanguinosa logica degli interessi nazionali (quelli che, ad esempio, motivano la controffensiva di Kiev nell’Est del Paese) e imperialistici (vedi la contesa globale tra Cina, Russia, Stati Uniti, Europa, Giappone, ecc.).

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IL PUNTO SULLA “QUESTIONE UCRAINA”

Scontri a Kiev2014. Morire per l’Europa: è il sobrio, ma nient’affatto beneaugurante, titolo dell’articolo di Oxana Pachlovska pubblicato nell’interessante numero di Limes (20/2014) dedicato alla cosiddetta «Crisi Ucraina». Perché cosiddetta? Lo spiega la stessa Pachlovska: «Ciò che designiamo con l’espressione “crisi ucraina” non costituisce un conflitto locale, bensì uno scenario di proporzioni mondiali. Non si tratta di un conflitto tra Kiev e Sinferopoli, bensì uno scontro frontale e ormai senza infingimenti tra Russia ed Europa e tra Mosca e Washington, “nuova Cartagine” da distruggere nell’ottica euroasiatica. […] Nell’ottica russa un’Ucraina indipendente protesa verso l’Europa non può e non deve esistere». Quale sia l’interesse strategico della potenza russa è chiaro a tutti, anche se le potenze concorrenti sorvolano sul punto per evidenti ragioni di marketing geopolitico. Meno chiari e certamente più contraddittori appaiono invece gli interessi occidentali, per il semplice motivo che 1. non esiste una Europa in quanto organico e coerente spazio geopolitico, bensì una serie di Paesi europei i cui specifici interessi nazionali non sempre consentono una efficace “sintesi unitaria” , e 2. non sempre gli interessi delle due sponde dell’Occidente separate/unite dall’Atlantico collimano, e anzi dalla fine della cosiddetta Guerra Fredda le occasioni di una divaricazioni di interessi strategici tra almeno una parte dei Paesi europei (pensiamo a ciò che accadde durante l’invasione americana dell’Irak) e gli Stati Uniti si sono moltiplicate.

«La crisi ucraina e i conseguenti rapporti più o meno autenticamente burrascosi dell’Unione europea con la Russia stanno gettando le tracce di una nuova geopolitica del gas: per quanto sia difficile che realmente quanto sta accadendo nel paese di Kiev possa incrinare in modo duraturo i rapporti fra i due blocchi specialmente in tema di energia, certo è che la strategia delle minacce fa intravvedere nuovi e possibili scenari interessanti. E se c’è qualcuno che si preoccupa, qualcun altro si sfrega le mani» (Notizie Geopolitiche, 17 aprile 2014). Fra chi si «sfrega le mani» poteva mancare la Germania? Certo che no: «In soccorso di Kiev è arrivata la tedesca RWE: il colosso dell’energia elettrica con sede ad Essen, nella Renania Settentrionale (Vestfalia), ha infatti iniziato a vendere il proprio metano a Kiev, unica tra tutte le società europee a farlo dall’inizio delle ostilità con la Russia, tramite un gasdotto che attraversa la Polonia. Si tratta di un contratto firmato con l’ucraina Naftogaz per una fornitura annuale a pieno regime di 10mld di m3, al prezzo, com’è stato spiegato, “d’ingrosso europeo»”. Forse a qualche vecchio polacco l’attraversamento del gasdotto germanico lungo il suolo patrio fa balenare vecchi e brutti ricordi.

Scrive giustamente Lucio Caracciolo (in realtà è una sorta di intelligente mantra che egli ripete crisi geopolitica dopo crisi geopolitica): «Nelle crisi ci svegliamo per quel che siamo e non per quel che vorremmo essere. Vale anche per gli attori geopolitici» (Lo specchio ucraino, Limes 4/14). Il mio mantra dice: «È l’eccezione che svela la vera natura della regola *». L’eccezione è la crisi (economica, geopolitica, sociale, esistenziale); la regola è il Capitalismo/Imperialismo.

1397464947232_fotocolore_8_500Ma ritorniamo a Caracciolo: «Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, catastrofico per l’unione Europea. Bilancio molto provvisorio, da riverificare nel futuro prossimo. Eppure ineludibile, se vogliamo intendere il senso di una partita la cui prima posta è la ridefinizione della sempre mobile frontiera fra impero russo e spazio euroatlantico». Detto che all’anacronistico concetto di «impero russo» preferisco quello più storicamente adeguato (almeno dai tempi di Stalin in poi) di Imperialismo russo, almeno in parte condivido l’analisi di Caracciolo. In effetti, l’attivismo politico-militare di Mosca non riesce a nascondere un dato di fatto: l’Ucraina colta nella sua precedente configurazione nazionale ha opposto una inaspettata resistenza a una sua organica integrazione nello spazio egemonico russo. La Russia ha investito tantissimo, in termini economici (alcune stime parlano di 200 miliardi di euro spesi negli ultimi venti anni) e politici, su Kiev per scongiurare l’esito a cui stiamo assistendo, e certamente farà di tutto per non trovarsi la NATO alle sue frontiere. Sulla debolezza strutturale dell’Imperialismo energetico russo rimando qui.

Già che ci sono formulo la solita retorica e provocatoria (ma solo alle orecchie delle tante mosche cocchiere del Bel Paese che svolazzano allegramente sulla cacca della competizione interimperialistica) domanda: possono gli antimperialisti occidentali che lottano contro la NATO allearsi “tatticamente” con l’Imperialismo russo? La risposta mi sembra già contenuta nella suggestiva domanda. A ogni buon conto, rimando il lettore ai miei precedenti post “geopolitici”.

Anche Caracciolo mostra di prendere sul serio l’unione Europea, sebbene per mostrarne le magagne: le divisioni, le contraddizioni, gli “egoismi nazionali”. I maggiori analisti geopolitici del pianeta sanno bene che solo la Germania potrebbe conferire peso sistemico e direzione strategica a un’Unione Europea di nuovo conio (un Quarto Reich?), ma naturalmente cosa ciò significhi in termini di competizione tra le Potenze è a loro altrettanto evidente.

«La Germania», lamenta Ian Bremmer, «ha una visione economica e non geopolitica» (La Stampa, 15 aprile 2014). Diciamo piuttosto che la Germania “ha fatto” geopolitica attraverso l’economia, come ben dimostra la Riunificazione del Paese e la creazione di un’area del Marco che coincide con l’area capitalisticamente più forte e dinamica del Vecchio Continente. D’altra parte, Berlino sa bene che Parigi, Londra, Mosca, Washington ecc. amano così tanto la Germania, che ne vorrebbero almeno tre (visto che due non sono bastate…). Da questo punto di vista è vero che la potenza sistemica del capitalismo tedesco è fonte di inquietudine per la stessa classe dirigente tedesca, la quale ha paura di assecondare anche geopoliticamente la natura capacità espansiva del Made in Germany. Gestire una macchina potente non sempre è facile.

Secondo Gregor Gysi, capogruppo parlamentare della Linke, «Molti russi si sentono umiliati dal crollo dell’impero sovietico. Quello che Putin ha fatto in Georgia, in Siria e ora in Ucraina dà ai russi la sensazione di essere ancora importanti». Non c’è dubbio, e chi lotta contro l’Imperialismo mondiale (russo, americano, europeo, cinese, italiano, ecc.) deve mostrare alle classi dominate il contenuto ultrareazionario del sentimento patriottico alimentato sempre di nuovo dalla propaganda nazionalista. La tesi marxiana secondo la quale l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti, ossia quella che sorge spontaneamente sulla base dei vigenti rapporti sociali, nell’epoca della sussunzione totalitaria del mondo al capitale è più vera che mai. Non solo non bisogna “cavalcare”, alimentare e carezzare i “sentimenti popolari”, come fanno coloro che lavorano per la difesa dello status quo sociale (e magari “tirare su” tanti bei voti), ma bisogna piuttosto bastonarli con la più intransigente e puntuale delle critiche *.

«Dall’altra parte», continua Gysi, «Putin è prigioniero di un vecchio modo di pensare. Cerca – come gli Stati Uniti, del resto – di mantenere e consolidare la sua sfera d’influenza. Questo bisogna saperlo se si vuole convincere il governo di Mosca a non procedere verso l’escalation» (Intervista del Tagesspiegel, 8 aprile 2008). Peccato che quel «vecchio modo di pensare» sia radicato profondamente e necessariamente nella vigente dimensione del Dominio. Sono piuttosto le categorie di “vecchio” e di “nuovo”, declinate in modo ideologico, ossia tale da non consentire di afferrare la reale dinamica dei processi sociali, che bisogna dismettere una volta per sempre. Questo bisogna saperlo se non vogliamo farci arruolare anche solo “spiritualmente” in uno dei campi imperialistici in reciproca competizione.

images* «La trincea non è il non-luogo nel quale è sospesa la Legge della Civiltà, come suggerisce anche De Roberto, ma piuttosto l’eccezione che illumina a giorno la normalità (la Regola) di una dimensione esistenziale dominata da rapporti sociali che negano con tetragona necessità ogni autentica umanità» (1914-2014. La grande paura).

** «Per la popolarità Marx nutriva un sovrano disprezzo. […] La  folla era per lui il gregge senza idee, che riceveva pensieri e sentimenti dalla classe dominante. Finchè il socialismo non si è fatto spiritualmente strada tra le masse, per Marx il plauso della folla non può che andare a gente che si oppone al socialismo» (W. Liebknecht, Colloqui con Marx, p. 177, Einaudi, 1977).

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SULLA QUESTIONE UCRAINA

Un contributo

kiev1_6401.Il principio di autodeterminazione dei popoli sotto l’egida dell’Imperialismo è stato da sempre una cinica menzogna, e lo è ancor di più oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale. Citare acriticamente le posizioni di Lenin o di Trotsky relative alla questione dell’autodecisione nazionale elaborate in un’altra fase storica, stavo per dire in un’altra era geologica (per rimarcare i tanti e profondi mutamenti intervenuti da allora nella struttura economica e geopolitica del capitalismo mondiale), significa, a mio parere, obliterare la sostanza del metodo storico-dialettico che informarono quelle posizioni.

2. Il nucleo vitale di esse va rintracciato nel principio secondo il quale i marxisti si approcciano ai problemi nazionali «non dal punto di vista dell’utopia piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di “giustizia”, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, contro il capitalismo». Mentre gli «utopisti piccolo-borghesi sognano l’eguaglianza e la pace tra le nazioni in regime capitalista» (Lenin, Il proletariato e il diritto di autodecisione, 1915), i marxisti all’opposto approcciano anche la questione nazionale dal punto di vista della rivoluzione sociale anticapitalista. Non bisogna d’altra parte dimenticare che nella polemica che lo oppose ai sostenitori dell’indifferentismo in materia di rivendicazioni nazionali nel quadro geopolitico europeo (pensiamo a Rosa Luxemburg), Lenin considerava la questione dal punto di vista di un marxista russo, ossia di un anticapitalista nato in un Paese che opprimeva molte nazioni, etnie, culture, e che, fra l’atro, «non ha ancora compiuto la sua rivoluzione democratica borghese» (Lenin). Per questo egli può parlare senza opportunistici peli sulla lingua della democrazia borghese in Russia e negli altri paesi ritardatari in termini di sviluppo capitalistico (basti pensare alla Cina e all’India) come di un fatto storicamente progressivo.

3. Ciò che intendo dire è che la sostanza concettuale di molte delle parole che l’anticapitalista usa per descrivere e per cambiare il mondo, muta di significato e di funzione al mutare della struttura sociale. Di certo Marx non riscriverebbe allo stesso modo la parte programmatica del Manifesto del 1848, pensato in un’epoca in cui, ad esempio, la borghesia tedesca radicale aveva ancora molto da dire in termini di progresso storico.

4. Appoggiare l’iniziativa politica della Russia in materia di “autodecisione dei popoli” significa sostenere le ragioni dell’Imperialismo russo, così come appoggiare l’iniziativa politica di Kiev tesa a difendere l’integrità del territorio nazionale significa sostenere le ragioni della classe dominante ucraina filo-occidentale e quelle dell’Imperialismo occidentale (europeo e americano), il quale non smette di attrarre la periferia dell’ex “Impero Sovietico” verso la sua orbita. Nel caso ucraino si confrontano insomma interessi che non solo nulla hanno a che spartire con gli interessi delle classi subalterne di tutte le nazioni coinvolte direttamente e/o indirettamente nella contesa, ma la cui difesa rafforza ed espande l’oppressione materiale e spirituale di quelle classi. Compito di chi non vuole dare il proprio contributo a questa contesa interimperialistica e interborghese dovrebbe essere quello di demistificare il contenuto ultrareazionario del conflitto in atto, mostrando la reale posta in gioco celata (piuttosto malamente, peraltro) dietro le frasi circa il diritto all’autodecisione dei popoli, la difesa della democrazia referendaria e/o elettiva, la difesa della sovranità nazionale, la difesa del diritto internazionale e via di seguito.

C_4_articolo_2030075_upiImagepp5. In questo senso è corretto dire che i problemi nazionali che oggi investono l’Ucraina sono in sostanza problemi dell’Imperialismo unitario (russo, americano, europeo, cinese). Imperialismo unitario ma non unico né privo di dialettica interna. Sotto questo aspetto, è importante cogliere tanto la dinamica interna al blocco europeo, fra i diversi paesi del Vecchio Continente (Germania, Francia e Inghilterra in testa, ovviamente), quanto la tensione dialettica che non smette di crescere tra questo blocco imperialista che da decenni cerca di darsi una coerenza (e qui il ruolo della Germania è centrale) e quello statunitense. Stati Uniti e Russia sono tentati di riproporre lo schema della Guerra Fredda proprio per tenere sotto più stretto controllo l’Europa. Tuttavia, oggi sembrano non esserci le condizioni per riporre una Guerra Fredda 2.0.

6. L’Imperialismo è unitario in primo luogo sotto questo peculiare significato, che la sua struttura e la sua logica interna non possono in alcun modo incrociare positivamente la lotta anticapitalistica del proletariato ovunque questa lotta dovesse dispiegarsi. «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti»: questa tesi marxiana è il minimo sindacale teorico e politico che possiamo pretendere da un comunista (possibilmente non solo di nome) attivo nella Società-Mondo del XXI secolo.

7. In altri termini, non esistono imperialismi più/meno imperialisti degli altri, secondo le vecchie teorie terzomondiste che di fatto individuavano nell’Imperialismo occidentale praticamente il solo Imperialismo attivo sulla scena mondiale, e in ogni caso il nemico numero uno dei popoli. Nel XXI secolo il nemico numero uno delle classi dominanti del pianeta e della possibilità emancipatrice dell’intera umanità è appunto l’Imperialismo (o Capitalismo) unitario. Ciò peraltro implica dialetticamente la mia lotta contro le basi NATO in Italia e contro l’Imperialismo italiano in quanto militante critico-radicale (non voglio scomodare abusivamente altre definizioni) basato nel Bel Paese.

8. Tanto per essere chiaro fino in fondo: non verserò una sola lacrima (figuriamoci se una sola goccia di sangue!) nel caso in cui il Veneto, o qualche altra regione italiana, dovesse decidere di separarsi dall’odierno Stato nazionale. Né d’altra parte mai mi batterei per sostenere «il diritto all’autodeterminazione» del popolo veneto piuttosto che di quello siciliano, e invece cercherei di orientare il disagio sociale dei lavoratori e dei proletari veneti e siciliani su un terreno schiettamente classista. Certamente oggi non sostengo l’opera di repressione condotta dallo Stato italiano contro i cosiddetti serenissimi, ma anzi mi servo dell’occasione repressiva per mostrare soprattutto ai proletari il vero volto del regime democratico, il quale all’occorrenza sa usare bene tanto la carota quanto il bastone.

9. Come ho detto altre volte, più si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria, in questa o quella tifoseria nazionale o/e imperialista. Una lotta, quella qui delineata a grandi linee, che non può avere altra sponda che non sia quella, oggi inesistente, del movimento operaio e proletario nazionale e internazionale. Non è sparando con i metaforici (?) fucili degli altri (ad esempio, da quelli offerti dal virile Vladimir Putin ai partigiani del «principio di autodeterminazione dei popoli», o da Xi Jinping ai tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi») che l’antimperialista può surrogare una potenza politica che oggi non ha. Prima di armare (sempre metaforicamente parlando, maresciallo!) la nostra mano, dovremmo armare la nostra testa.

10. Scrive Jacques Sapir: «Dal punto di vista del diritto internazionale sono in conflitto due principi, l’inviolabilità delle frontiere e il diritto dei popoli all’autodeterminazione» (Voci dall’estero, 17 marzo 2014). Ora, come il punto di vista del diritto interno alle nazioni è il punto di vista delle classi dominanti, almeno per chi non crede nell’ideologia borghese del Patto sociale, analogamente il diritto internazionale è il punto di vista dell’Imperialismo mondiale in generale, e delle Potenze imperialiste più forti, in particolare. Per questo russi, europei, americani e cinesi possono ad esempio usare la Crimea o il Kosovo secondo i loro interessi, affermando una tesi per poi magari smentirla con un’altra di segno contrario, e sempre rivendicando il diritto internazionale, che a quanto pare è di dubbia interpretazione. Diciamo così.

11. Orientarsi sulla base del diritto internazionale significa per le classi dominate scegliere l’albero a cui impiccarsi, magari con l’illusione di partecipare a chissà quale progresso umano. Lo abbiamo visto soprattutto in occasione dei due primi macelli mondiali. E poi lo abbiamo rivisto tante altre volte: in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, in Irak e via di seguito. Chi si illude di poter usare strumentalmente (tatticamente) il diritto internazionale in chiave antimperialista, mostra di muoversi nel mondo di oggi alla stregua di una mosca cocchiera.

sic12. Gianni Petrosillo se la prende con i media «russofobi» occidentali, e in particolare con Limes, la nota «rivista italiana di geopolitica», per aver riservato alle cadenti statue di Lenin in Ucraina una riflessione a dir poco insolente: «Limes, quantunque sia diretta da una persona competente come Lucio Caracciolo, ha pubblicato articoli di odio e razzismo russofobo, dove si potevano leggere frasi come questa: “Persino le statue di Lenin erano ancora al loro posto, prima di essere abbattute finalmente solo un paio di mesi fa”. Prendiamocela pure con i monumenti e col passato dato che non siamo all’altezza né dei grandi personaggi che hanno fatto la Storia europea del XX secolo né del futuro che ci attende (al varco)» (Conflitti e strategie, 8 aprile 2014). Lenin come un Garibaldi russo? Forse forzo l’interpretazione. Sia come sia, e ricordato che per me il nome Lenin evoca una straordinaria pagina di lotta di classe anticapitalista di respiro internazionale (e dunque che ci azzecca la statua di Lenin, non dico in Ucraina, ma su questo pianeta?), mi permetto di citarmi, giusto per dare un senso al luogo comune secondo il quale la vita è bella perché è varia.

«Quando una statua di Lenin – o di Marx – finisce miseramente a terra, la materia di cui essa è composta finisce virtualmente sulla testa e sulla coscienza di chi non ha fatto nulla durante i trascorsi decenni per spiegare alle classi dominate del pianeta che il famigerato «socialismo reale» non ha mai avuto niente a che fare con l’autentica prospettiva dell’emancipazione degli individui. Vedere il “padre della Rivoluzione d’Ottobre” ridotto a monumento ideologico eretto nel nome e per conto di un Capitalismo e di un Imperialismo mascherati da “Socialismo”, ancorché “reale” (sic!): è stata questa la pena che hanno dovuto patire gli autentici comunisti da quando la Rivoluzione d’Ottobre è caduta sotto i colpi dello stalinismo. Certo, preferirei che i monumenti di Lenin – e di Marx – fossero abbattuti da una moltitudine di proletari coscienti della storia e, soprattutto, delle urgenze del momento; ma ultimamente mi accontento di poco. Ad esempio, mi accontento di trasformare una notizia apparentemente insignificante per ribadire concetti che, a quanto pare, sono di assai difficile assimilazione. Non sono pessimista: pessima è la realtà, con o senza statue di Lenin – e di Marx. E tuttavia! (Quando una statua di Lenin – o di Marx – cade).

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KIEV. ANCORA SANGUE A PIAZZA MAIDAN

1390468211-1390468060-10Nuovo sangue scorre a Kiev. Ieri a piazza Maidan* si sono contati almeno 20 morti, mentre centinaia sono i feriti e i manifestanti arrestati. Dopo qualche giorno di apparente dialogo con l’opposizione “europeista”, il regime filo-russo del Presidente Victor Yanukovich ha deciso di usare nuovamente le maniere forti, adesso che cominciano ad arrivare i primi “aiuti” dalla Russia. Naturalmente Mosca ha ancora una volta accusato l’Occidente di voler sobillare il popolo ucraino per impedirgli di nutrire quella “fraterna amicizia” con la vicina Russia che è scritta nella storia dei due paesi.

«Il popolo ucraino, senza esagerazione, sta versando il proprio sangue in nome dei valori europei per una società libera e giusta. Spero che lo apprezziate». Così scriveva lo scrittore ucraino Jurij Andruchovych in una lettera ai media occidentali del 5 febbraio. Io non solo non apprezzo questo salasso di sangue, ma in nome degli interessi delle classi subalterne dell’Ucraina e del mondo intero lo denuncio come una vera e propria tragedia.

È sufficiente un minimo di coscienza critica per capire che i cosiddetti «valori europei» altro non sono che gli interessi del Capitalismo-Imperialismo occidentale, così come i “valori” difesi dalla Madre Russia che parla con la virile voce di Putin corrispondono agli interessi del Capitalismo-Imperialismo russo. Sarebbe bello vedere il proletariato ucraino lottare per i propri esclusivi interessi materiali e politici, cosa che lo porterebbe a scontrarsi con tutte le fazioni capitalistiche del Paese: con quelle che guardano a Ovest come con quelle che guardano a Est. Per mutuare ignobilmente l’ubriacone di Treviri, contro il proletariato tutte le cosche (nazionale e sovranazionali) capitalistiche sono unite. Sarebbe bello, ma temo che nei prossimi giorni il film racconterà un’altra storia.

Sperando di poter ritornare sull’argomento con nuove riflessioni, mi permetto un’autocitazione (da L’Ucraina e i sinistri profeti) e un rimando ai miei precedenti post sull’Ucraina.

* «Le manifestazioni di Maidan Nezhaleznosti, Piazza Indipendenza (per inciso, maidan significa piazza, ma i giornalisti italiani continuano a dire “piazza maidan”)» (Dario Quintavalle, Limes, 24 febbraio 2014). A saperlo prima…

310x0_1392787987635_UcrainaGiulietto Chiesa non si smentisce. Quando si dà l’occasione di prendere le parti per l’Ovest o per l’Est, lui si schiera puntualmente dalla parte degli avversari dell’imperialismo occidentale. Che questi soggetti sono a loro volta imperialisti allo stesso titolo che gli odiai “occidentali”, ebbene questo per Chiesa rappresenta un dettaglio insignificante, mentre per me la cosa appare dirimente quando si tratta da che parte stare. Già, da che parte stare?

Per me bisogna stare sempre e comunque dalla parte della prospettiva dell’emancipazione dei dominati, ossia contro tutti gli imperialismi, contro tutti gli Stati-nazione (a cominciare dallo Stato-nazione di casa propria, a Kiev come a Roma, a Mosca come a Washington, a Pechino come a Tokyo), contro ogni forma di Sovranismo (economico, politico, culturale), in una sola parola: contro quel rapporto sociale capitalistico che oggi ha una dimensione planetaria. L’imperialismo sistemico (totale, globale, radicale nell’accezione più pregnante, direi “esistenziale”, del concetto) del XXI secolo fa impallidire l’Imperialismo analizzato a suo tempo da J. A. Hobson e impallinato da Lenin. Come mi è capitato di dire altre volte, è una miserrima illusione quella che spinge non pochi sinistri a credere di portare acqua al mulino delle classi subalterne occidentali appoggiando le ragioni delle classi dominanti che hanno interessi strategici diversi oppure opposti da quelli coltivati e perseguiti dai Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Germania – magari solo fintanto che quest’ultima non deciderà di mettersi alla testa del partito antiamericano, come ai bei tempi di Adolf.

Illudersi di fare la storia, anziché limitarsi a criticarla (si parla di me, è ovvio!), saltando sulla groppa dell’Imperialismo ritenuto “tatticamente” più utile al progresso umano (sic!), può giusto allettare una mosca cocchiera.

[…]

Scrivevo a proposito dell’Intrigo ucraino: «Dal carcere di Kharkiv dove è rinchiusa, Yulia Tymoshenko ha invitato gli ucraini a sollevarsi contro Yanukovich: “Milioni di ucraini devono alzarsi, non lasciare le piazze finché le autorità non saranno state rovesciate con metodi pacifici”, scrive la leader dell’opposizione in una lettera letta ai giornalisti dalla figlia Evghenija. La sua liberazione era una delle condizioni centrali avanzate dalla Ue per la firma dell’Accordo di associazione» (Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2013). Ovviamente chi aderisce a un punto di vista minimamente critico-radicale non può che denunciare la tragica circostanza che vede i dominati ucraini affrontare la polizia per sostenere (magari ammaliati dalle sempre più false speranze di benessere e di libertà made in Occidente, ma forse anche memori della miseria e dell’oppressione made in Russia) il “partito occidentale”, oppure (magari nostalgici della grandeur della Russia Sovietica: «Si stava meglio quando si stava peggio!», ma forse anche atterriti dalla prospettiva di una guerra europea sul suolo ucraino) il “partito orientale”. “Oggi una guerra fra le grandi nazioni d’Europa è quasi impensabile”, scriveva Robert Kagan qualche anno fa. Appunto: quasi. D’altra parte, la guerra sistemica “fra le grandi nazioni” è in corso. Ovunque nel mondo, e non solo nel Vecchio Continente. Come dimostra appunto l’attuale intrigo ucraino, il cui esito è tutt’altro che scontato».

Le tesi di Giulietto Chiesa, il suo modo di approcciare il problema in oggetto, nonché le “alternative” che egli offre alla discussione politica, non escono di un solo millimetro dalla logica del confronto interimperialistico, e per questo le sue analisi geopolitiche (e ancora una volta non faccio della facile ironia) sono dense di violenza e grondano metaforico sangue. Metaforico, peraltro, solo fino a un certo punto.

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2607619-kievGiulietto Chiesa non si smentisce. Quando si dà l’occasione di prendere le parti per l’Ovest o per l’Est, lui si schiera puntualmente dalla parte degli avversari dell’imperialismo occidentale. Che questi soggetti sono a loro volta imperialisti allo stesso titolo che gli odiai “occidentali”, ebbene questo per Chiesa rappresenta un dettaglio insignificante, mentre per me la cosa appare dirimente quando si tratta da che parte stare. Già, da che parte stare?

Per me bisogna stare sempre e comunque dalla parte della prospettiva dell’emancipazione dei dominati, ossia contro tutti gli imperialismi, contro tutti gli Stati-nazione (a cominciare dallo Stato-nazione di casa propria, a Kiev come a Roma, a Mosca come a Washington, a Pechino come a Tokyo), contro ogni forma di Sovranismo (economico, politico, culturale), in una sola parola: contro quel rapporto sociale capitalistico che oggi ha una dimensione planetaria. L’imperialismo sistemico (totale, globale, radicale nell’accezione più pregnante, direi “esistenziale”, del concetto) del XXI secolo fa impallidire l’Imperialismo analizzato a suo tempo da J. A. Hobson e impallinato da Lenin. Come mi è capitato di dire altre volte, è una miserrima illusione quella che spinge non pochi sinistri a credere di portare acqua al mulino delle classi subalterne occidentali appoggiando le ragioni delle classi dominanti che hanno interessi strategici diversi oppure opposti da quelli coltivati e perseguiti dai Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Germania – magari solo fintanto che quest’ultima non deciderà di mettersi alla testa del partito antiamericano, come ai bei tempi di Adolf.

Illudersi di fare la storia, anziché limitarsi a criticarla (si parla di me, è ovvio!), saltando sulla groppa dell’Imperialismo ritenuto “tatticamente” più utile al progresso umano (sic!), può giusto allettare una mosca cocchiera. E qui ritorniamo all’ineffabile Chiesa.

imagesScrive Giulietto, sceso in guerra contro i politici e i massmedia occidentali proni ai biechi interessi dei poteri forti basati a Berlino e a Washington: «Cosa offrono? Un pesan­tis­simo pre­stito del Fondo Mone­ta­rio Internazionale che legherà l’Ucraina al carro dei mer­cati finan­ziari dell’Occidente. È aiuto? Io lo chia­me­rei inge­renza negli affari interni di un paese vicino. Invece – due pesi e due misure – si con­danna il cattivissimo Putin, che ha con­cesso 15 miliardi di dol­lari di pre­stito a tassi d’interesse ridi­col­mente più bassi di quelli dei mer­cati occi­den­tali e, in più, regala due miliardi di dol­lari all’anno di sconti sul prezzo dell’energia. Anche que­sta è inge­renza? Probabilmente. Ma costa meno» (Il baratro europeo di Kiev, Il Manifesto, 27 gennaio 2014). Naturalmente qui le parole chiave per decifrare il pensiero geopolitico (non faccio dell’ironia!) di Chiesa sono «probabilmente» e «costa meno». Sull’economicità dell’Imperialismo energetico russo rimando a un mio post di qualche mese fa. È anche superfluo dire che la “generosità” del virile Putin dalle mie parti non commuove neanche un po’.

«Ma allora», si chiede sconsolato Giulietto, «che cosa pro­po­niamo all’Ucraina? Di tor­nare alle fron­tiere del 1943? Cedendo la Gali­zia alla Polo­nia? E quanti sareb­bero gli ucraini d’accordo con que­sta idea? E poi che ne sarebbe della fron­tiera tra la Litua­nia e la Polo­nia? Ma l’Europa di Altiero Spi­nelli non nac­que pro­prio, anche, per avviare una fase paci­fica di cooperazione che can­cel­lasse tutte le fron­tiere? Certo – dicono i Pon­zio Pilato che abbon­dano in que­sta Europa dell’austerità, che sta met­tendo in ginoc­chio tutto il sud-Europa, a comin­ciare dalla Gre­cia – è il popolo ucraino che deve deci­dere da che parte stare: se con la Rus­sia o con l’Europa. Ma è solo que­sta l’alternativa?» Detto che solo degli ingenui sprovveduti, o dei cinici venditori di balle ideologiche, possono ancora dare credito alla chimera della “cooperazione pacifica” tra le classi e tra gli Stati nel vigente regime sociale hobbesiano (leggi capitalistico), vediamo la cosiddetta alternativa che ci propone il Nostro: «C’è anche – ma chissà per­ché nes­suno ne parla – l’ipotesi di una Ucraina indi­pen­dente e sovrana, che sta in buoni rap­porti con gli uni e con gli altri, che ne trae van­tag­gio per sé, con­tri­buendo alla pace e alla sicu­rezza comune euro­pea, senza farsi assor­bire, per esem­pio, nella Nato». Alla chimera della spinelliana «pacifica cooperazione» dobbiamo insomma aggiungere la chimera dell’indipendenza nazionale nell’epoca del più spinto imperialismo sistemico. Andiamo bene! Tanto più se si riflette sulla storia dell’Ucraina e sui processi sociali in atto in Europa.

«Qual­cuno», profetizza Chiesa, «punta a tra­sfor­mare l’Ucraina in un mostruoso casus belli al cen­tro dell’Europa: quello che si deli­nea è la rot­tura di tutti gli equi­li­bri della sicu­rezza euro­pea col­let­tiva. È l’inizio di una rot­tura stra­te­gica tra Rus­sia ed Europa. Agli ucraini non sarà dato di deci­dere pacificamente. Sarà un pas­sag­gio vio­lento, e scor­rerà il san­gue. È stata l’Europa – pro­met­tendo sogni che non potrà sod­di­sfare (e i primi a saperlo siamo pro­prio noi) – a volerlo». Quale bandiera impugnerà il nostro cattivo profeta nel caso in cui dovesse scorrere il sangue, lo si capisce bene, e d’altra parte egli scrive esibendo il metaforico elmetto sulla “spinelliana” (o “post-stalinista”?) capoccia.

tymosenko-kievScrivevo a proposito dell’Intrigo ucraino: «Dal carcere di Kharkiv dove è rinchiusa, Yulia Tymoshenko ha invitato gli ucraini a sollevarsi contro Yanukovich: “Milioni di ucraini devono alzarsi, non lasciare le piazze finché le autorità non saranno state rovesciate con metodi pacifici”, scrive la leader dell’opposizione in una lettera letta ai giornalisti dalla figlia Evghenija. La sua liberazione era una delle condizioni centrali avanzate dalla Ue per la firma dell’Accordo di associazione» (Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2013). Ovviamente chi aderisce a un punto di vista minimamente critico-radicale non può che denunciare la tragica circostanza che vede i dominati ucraini affrontare la polizia per sostenere (magari ammaliati dalle sempre più false speranze di benessere e di libertà made in Occidente, ma forse anche memori della miseria e dell’oppressione made in Russia) il “partito occidentale”, oppure (magari nostalgici della grandeur della Russia Sovietica: «Si stava meglio quando si stava peggio!», ma forse anche atterriti dalla prospettiva di una guerra europea sul suolo ucraino) il “partito orientale”. “Oggi una guerra fra le grandi nazioni d’Europa è quasi impensabile”, scriveva Robert Kagan qualche anno fa. Appunto: quasi. D’altra parte, la guerra sistemica “fra le grandi nazioni” è in corso. Ovunque nel mondo, e non solo nel Vecchio Continente. Come dimostra appunto l’attuale intrigo ucraino, il cui esito è tutt’altro che scontato».

Le tesi di Giulietto Chiesa, il suo modo di approcciare il problema in oggetto, nonché le “alternative” che egli offre alla discussione politica, non escono di un solo millimetro dalla logica del confronto interimperialistico, e per questo le sue analisi geopolitiche (e ancora una volta non faccio della facile ironia) sono dense di violenza e grondano metaforico sangue. Metaforico, peraltro, solo fino a un certo punto.

Vedi anche L’ucraina da Lenin a Lucio Caracciolo.

QUANDO UNA STATUA DI LENIN (O DI MARX) CADE

Protesters topple Lenin statue in Kiev«Continuano le manifestazioni di piazza in Ucraina contro la scelta del governo di aderire all’Unione doganale di Putin a scapito del graduale avvicinamento a Bruxelles: almeno 200mila persone si sono radunate nelle piazze di Kiev, anche se è difficile che il presidente Viktor Yanukovich possa avere un ripensamento visto il cappio messo al collo del paese rappresentato dalle forniture di gas e dall’indebitamento con le banche russe, un “buco” nei conti dello Stato di 30 miliardi di dollari» (Notizie geopolitiche, 8 dicembre 2013).

Nel corso della manifestazione filoeuropea «è stato abbattuto il monumento dedicato al padre della Rivoluzione d’Ottobre» (ANSA). Pare che l’audace impresa sia da attribuire ai militanti del partito ultranazionalista Svoboda.

Che dire? In qualità di vecchio (almeno dal punto di vista politico) e incallito antistalinista, nonché di Presidente onorario del Comitato Internazionale per la Distruzione della Mummia di Lenin, non posso che apprezzare il gesto in sé, pur non condividendo in alcun modo l’ideologia politica che l’ha ispirato.  Com’è noto a chi ha la bontà di seguirmi, odio il Sovranismo e l’Imperialismo in ogni loro espressione politico-ideologica: Unione Europea e Russia per me pari sono, e l’alternativa Est-Ovest si presenta ai proletari ucraini alla stregua di un cappio stretto al collo. E tuttavia!

Protesters topple Lenin statue in KievQuando una statua di Lenin – o di Marx – finisce miseramente a terra, la materia di cui essa è composta finisce virtualmente sulla testa e sulla coscienza di chi non ha fatto nulla durante i trascorsi decenni per spiegare alle classi dominate del pianeta che il famigerato «socialismo reale» non ha mai avuto niente a che fare con l’autentica prospettiva dell’emancipazione degli individui. Vedere il «padre della Rivoluzione d’Ottobre» ridotto a monumento ideologico eretto nel nome e per conto di un Capitalismo e di un Imperialismo mascherati da «Socialismo», ancorché «reale» (sic!): è stata questa la pena che hanno dovuto patire gli autentici comunisti da quando la Rivoluzione d’Ottobre è caduta sotto i colpi dello stalinismo.

Protesters topple Lenin statue in KievCerto, preferirei che i monumenti di Lenin – e di Marx – fossero abbattuti da una moltitudine di proletari coscienti della storia e, soprattutto, delle urgenze del momento; ma ultimamente mi accontento di poco. Ad esempio, mi accontento di trasformare una notizia apparentemente insignificante per ribadire concetti che, a quanto pare, sono di assai difficile assimilazione. Non sono pessimista: pessima è la realtà, con o senza statue di Lenin – e di Marx. E tuttavia!