LA “DIGNITÀ” CHE UCCIDE

«Ieri un operaio edile di origine marocchina si è dato fuoco davanti al municipio di Verona, è stato soccorso in tempo, era senza stipendio da quattro mesi». Inizia così la squallida apologia del lavoro salariato e della miserabile esistenza di chi vive del «proprio duro lavoro» comparsa  sulla Repubblica di ieri (La Spoon River della crisi) a firma di Adriano Sofri.

«Il lavoro davvero rende liberi, perdere il lavoro vuol dire perdere la libertà. È un affare di libertà e di dignità delle persone. Perdere il lavoro vuol dire perdere il proprio posto, fisso o no, nel mondo. Questo contagio di suicidi è infatti un segno di resa e di solitudine, ma non solo. È una rivendicazione estrema di dignità». Come non pensare alla cinica, quanto sintomatica, insegna apposta all’ingresso dei campi di sterminio nazisti: Arbeit macht frei?

Il lavoro salariato non rende liberi!

Non solo il lavoro salariato – perché di questo si tratta – non ha mai reso libero nessuno, ma il suo presupposto è proprio la radicale assenza di libertà nella società dominata dal Capitale, una potenza storico-sociale che ricusa la libertà e l’umanità (due facce della stessa medaglia) anche agli stessi capitalisti, ridotti alla stregua di più o meno gaudenti funzionari dell’economia basata sul profitto. Detto questo, va riconosciuto, col filosofo dell’ovvietà e senza infingimenti moralistici, che è di gran lunga preferibile la condizione del «gaudente funzionario», che non quella del funzionario nullatenente.

Attribuire dignità al lavoro salariato, e alla prassi sociale che lo presuppone e che necessariamente ne consegue, significa appunto tessere la più cinica apologia di un rapporto sociale che ci precipita tutti i giorni nell’abisso della disumanità. Che perdendo il lavoro, un salariato, o un piccolo imprenditore che per vivere sfrutta se stesso e il proprio “collaboratore” all’inverosimile (e che, quasi sempre, si vede costretto a evadere le tasse), si percepiscono come non più funzionali al meccanismo che li rende socialmente indigenti, sotto ogni rispetto, ebbene questo è proprio l’aspetto più tragico e odioso della questione. Rivendicare la propria funzione servile, non solo per sopravvivere fisicamente, ma per riempire di senso la propria esistenza, ci fa capire quanto radicale sia il male che afferra tutti in una micidiale morsa di disumanità. Questa morsa non ci lascia comprendere la natura maledetta del lavoro salariato, che mentre ci tiene in vita come cittadini al contempo ci uccide in quanto uomini.

L’olocausto di lavoratori e di piccoli imprenditori «Fa ricordare, dopo una lunghissima parentesi, quella onorabilità borghese per la quale ci si vergognava di una rovina, anche la più onesta, e si scriveva una lettera di amore e di perdono alla famiglia. Affare di gente all’antica: con tangentopoli, i suicidi furono pochi e soprattutto “di rango”, che li dettasse la protesta o la disperazione, mentre un’intera classe dirigente mostrava una pusillanimità incresciosa … Quella dignità all’antica sembra ritornata negli operai restati senza lavoro, negli imprenditori che si danno del tu coi propri dipendenti e se ne sentono responsabili, negli stranieri che avevano fatto il loro pezzo di salita e si vedono di colpo riprecipitati in fondo. Il movimento operaio è passato attraverso l’ideologia del lavoro e anche l’ ideologia del non-lavoro. Non ci si dà fuoco da soli, chiedendo di lasciare in pace la propria donna, per un’ideologia. Lo si fa per una fede offesa, come i giovani tibetani, o per una destituzione di sé, come un padre di famiglia italiano di 58 anni».

Quanta miseria sociale insiste in questo voler contrapporre la vecchia e cara «onorabilità borghese», la cui bandiera finita nel fango del “Capitalismo speculativo” e della “Casta politica” è stata finalmente impugnata dai “ceti produttivi” che vivono di «duro ma onesto lavoro», con la «pusillanimità incresciosa» di chi ai tempi della cosiddetta «Rivoluzione Giudiziaria» trovò nel suicidio la sua personale via di fuga dal carcere e dall’autodafé! Se vuole ritornare a essere più di una semplice locuzione ideologica ormai priva di reale significato, il «movimento operaio» deve lasciarsi alle spalle quanto prima la fede di cui parla Sofri, officiata soprattutto nella Chiesa Progressista, ieri di rito cattostatalista, oggi di rito cattobenecomunista. Scriveva Paul Lafargue nel lontanissimo 1880: «Eppure, anche il proletariato, la grande classe che, emancipandosi, emanciperà l’umanità dal lavoro servile, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Tutte le miserie individuali e sociali sono nate dalla sua passione per il lavoro» (Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia).

Per ribadire un elementare concetto.

Invece di bruciare, più o meno simbolicamente, i nostri corpi di lavoratori, di precari, di disoccupati, di “padroncini” ecc., dovremmo piuttosto bruciare le ideologie che per decenni ci hanno tenuti inchiodati al carro della «responsabilità sociale» e degli «interessi generali del Paese». Priva di umana dignità non è la condizione di disoccupato, o di imprenditore “fallito”, ma piuttosto la condizione sociale ed esistenziale che ci tocca vivere tutti i santi giorni in quanto onesti e zelanti cittadini.

SIAMO MERCE E NON VOGLIAMO PIÙ ESSERLO! Un contributo alla Manifestazione del 15 Ottobre 2011

«Il 15 ottobre sarà una data importante che forse scriverà una pagina nei libri di storia. Per la prima volta il mondo intero si mobiliterà in ogni grande piazza di ogni nazione per pretendere un cambiamento radicale dell’attuale sistema economico, politico e sociale, basato sullo sfruttamento dell’individuo e delle risorse» (Non siamo merce di politici e banchieri!, da Rete dei cittadini, 13 ottobre 2011).

Benissimo: sarò anch’io della partita! Poi, però, continuo la lettura e l’entusiasmo un poco scema: «Un sistema che annienta popoli interi in nome del profitto di pochi potenti: la finanza speculatrice, le banche, le multinazionali, i governanti corrotti, unite da tempo in un meccanismo di arricchimento sulle spalle di persone oneste che non vedono più nel loro futuro un lavoro stabile, un’istruzione adeguata, una sanità pubblica funzionante, la possibilità di una casa propria, di una famiglia, una pensione sicura, in poche parole di UNA VITA DEGNA DI ESSERE VISSUTA».

Non riesco a capire se si rivendica una società umana, ossia libera dal rapporto di dominio e di sfruttamento capitale-lavoro (il lavoro salariato che compare nella Sacra Costituzione Italiana all’Art. 1, per intenderci), ovvero un capitalismo «dal volto umano», ossia una società basata sul «duro, gratificante ed eticamente corretto» lavoro svolto nella sfera della cosiddetta «economia reale», e sul cosiddetto Stato Sociale. Insomma, si ha nostalgia per qualche forma di economia capitalistica fortemente penetrata dallo sguardo Paterno del Leviatano, pardon: dello Stato?

Se così fosse, la rivendicazione di un mondo a misura d’uomo suona un tantino contraddittoria. Anche alla luce dell’incontestabile fatto storico per cui la tanto stigmatizzata finanziarizzazione dell’economia ha la sua possente e inestirpabile (salvo rivoluzione sociale, beninteso!) radice nella «buona e onesta economia reale».
Per questo fare delle Banche e della finanza speculativa le sole responsabili, sul versante economico, della crisi, nonché della riduzione degli individui a mera merce (perché oggi siamo merce, siamo «capitale umano» che produce e consuma merce), per un verso significa esporsi alle manovre dei settori capitalistici che oggi hanno interesse a fare della Finanza il capo espiatorio verso cui orientare il malessere e l’indignazione della gente; e per altro verso attesta l’esistenza di un pensiero feticistico, il quale non comprende che il denaro e la merce non sono oggetti demoniaci, ma espressioni di peculiari rapporti sociali. Per mutuare il noto detto popolare, il pesce puzza alla radice.

Ecco, modestamente io suggerisco di organizzare l’indignazione su questa base teorica e politica. Solo così, infatti, la riflessione intorno alle forme politiche della lotta anticapitalistica e dell’organizzazione sociale nel suo complesso assume una dimensione davvero radicale, tale da inorridire i politici, gli intellettuali, gli artisti e i Miliardari che oggi giocano alla «Rivoluzione dell’Indignazione».

VITE PRECARIE

Società di massa, 2011

Leggo su un post dedicato al precariato: «Il precariato non è un evento spontaneo (non esistono eventi spontanei, nella società), ma il risultato di una serie di politiche socio-economiche» (dal Blog precariementi). Per chiarire il concetto, l’autore del post cita The precariat: The New Dangerous Class di Guy Standing. «Negli anni Settanta, un gruppo di economisti orientati ideologicamente si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici. L’asse portante del loro modello “neo-liberista” era che la crescita e lo sviluppo dovessero dipendere dalla competitività del mercato: pur di massimizzare competizione e competitività, e di permettere ai principi del mercato di permeare ogni aspetto della vita, qualsiasi azione doveva essere intrapresa».

Insomma, per Standing il precariato non si sviluppa, in primo luogo e fondamentalmente, come una necessità avvertita dal processo di accumulazione capitalistica giunto a un altissimo grado di “maturazione” (e quindi travagliato da molte e “problematiche” contraddizioni), ma si dà storicamente innanzitutto come decisione politico-ideologica. La stessa data di fondazione del precariato contraddice però l’assunto di Standing: proprio negli anni Settanta del secolo scorso, infatti, il capitalismo occidentale entrò in una crisi strutturale che obbligò la politica a promuovere un vasto programma di «riforme strutturali» tese a ridurre al minimo la spesa pubblica improduttiva, a finanziare la ricerca tecnologico-scientifica e a rendere più produttiva, disciplinata e flessibile la forza lavoro.

Si dirà: «ma allora, i cinici teorici del liberismo selvaggio hanno ragione?» Dal punto di vista di questa società la verità sta tutta dalla loro parte, ed è per questo che consiglio a chi intende sviluppare una prassi anticapitalistica a stare alla larga da «manovre finanziarie alternative» e da improbabili «contropoteri finanziari»: se si accetta il confronto di merito sul «Bene Comune» le classi dominate hanno tutto da perdere e niente da guadagnare. Cinica e selvaggia è la società basata sullo sfruttamento del lavoro umano (vedi Art. 1 della Costituzione italiana). «Il successo dell’agenda “neo-liberista”, abbracciata in misura variabile da governi di ogni colore, ha creato un mostro politico incombente. Bisogna agire prima che questo mostro prenda vita». Consiglio ai progressisti di prendere molto sul serio l’agenda del Capitale in quanto potenza sociale basata su un peculiare rapporto sociale. Il Mostro famelico di uomini e cose è da un pezzo fra noi.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra, i due paesi occidentali più coinvolti nella crisi sistemica di quegli anni, questa imperiosa necessità dell’accumulazione capitalistica prese la forma della «rivoluzione liberista» (che diventa «controrivoluzione» nella prospettiva dei progressisti) promossa da Reagan e dalla Thatcher.
Il nostro Paese, nonostante il cosiddetto «decisionismo craxiano», fu quello che più debolmente e contraddittoriamente si avviò negli anni Ottanta sulla strada delle «riforme strutturali», e difatti oggi il Sistema Italia appare appesantito da una struttura economico-sociale (politica e istituzioni comprese, naturalmente) davvero obsoleta, soprattutto in rapporto ai suoi competitors di analoga grandezza. La presenza di un forte cattostatalismo (DC-PCI) testimoniava il groviglio di interessi parassitari che si era formato intorno al processo di distribuzione della ricchezza sociale nel Bel Paese.

Non a caso rifondatori dello statalismo come Bertinotti scrivono oggi libri apologetici del tempo in cui il capitalismo di Stato (con annessi sindacati e partiti di massa) italiano gareggiava con il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica. «Formidabili quegli anni!» Certo, ma per chi? Sicuramente per gli statalisti che amavano sventolare bandiere rosse e bandiere bianche.

L’ingresso di Cina, India, Brasile, ecc. sulla scena della competizione capitalistica globale ha radicalizzato processi economici, sociali e politici già in corso in Occidente e in Giappone da lunga data. Ciò che ieri si dava come esigenza, oggi si dà come imperativo categorico. La precarizzazione del lavoro in Occidente si inscrive per intero dentro questo quadro.

Scrive Standing: «Un aspetto centrale della globalizzazione può essere riassunto in un’angosciante dinamica, ‘la mercificazione’. Questa dinamica implica che ogni cosa venga trattata come una merce, che può essere comprata e venduta, soggetta alle leggi del mercato, con prezzi stabiliti dalla domanda e dall’offerta, priva di un’effettiva capacità di ‘intervento’ (una capacità di resistenza). La mercificazione si è estesa a ogni aspetto dell’esistenza – la famiglia, il sistema educativo, l’impresa, le istituzioni del lavoro, la politica di protezione sociale, la disoccupazione, la disabilità, le comunità occupazionali e la politica».

Tutto giusto. Solo che Standing ne parla come se si trattasse di fatti nuovi, accaduti negli ultimi trent’anni. La mercificazione dell’intero spazio esistenziale è immanente alla natura del capitalismo già nella sua fase genetica. L’altro ieri ho letto un residuo referendario sotto forma di manifesto incollata a un muro: «L’acqua non può essere mercificata». L’acqua no, la capacità lavorativa e l’esistenza degli individui invece sì! Signori, l’ideologia gioca brutti scherzi.

La stessa esternalizzazione delle funzioni lavorative non direttamente produttive di plusvalore dal processo industriale, che tanta parte ha avuto ed ha nella precarizzazione di molte figure professionali, è una tendenza radicata nel processo di accumulazione capitalistica, il quale, detto di passaggio, influenza pesantemente anche la struttura del Welfare.

La vitale – per la società nella quale abbiamo la ventura di vivere – ricerca del profitto è da sempre il motore del processo economico considerato nella sua totalità (senza le ridicole distinzioni etiche tra un’economia cosiddetta «reale» e un’altra finanziaria e «speculativa»), e il processo di mercificazione e di precarizzazione dell’intera esistenza degli individui non rappresenta una diabolica deviazione della nostra società decisa dietro le quinte da «economisti orientati ideologicamente». Il fatto è che il processo sociale ci movimenta come sterile terra, e il polverone che si alza tutto intorno ci copre e ci acceca. Nel capitalismo la vita è precaria per definizione.

La precarizzazione della vita che sperimentiamo oggi è solo un ulteriore passo nella disumanizzazione inscritta nella natura del capitalismo d’ogni tempo, del capitalismo tout court. Rendere il più possibile produttiva, flessibile, disciplinata e poco costosa la «risorsa umana» per il Capitale non è un optional, è un imperativo categorico.Senza una visione chiara della reale natura sociale della precarizzazione del lavoro e della vita corriamo il rischio di idealizzare capitalismi «meno disumani» e di rimanere oggetti delle lotte intercapitalistiche.

BEATI GLI OZIOSI, MALEDETTI I LAVORATORI

«”Risparmiate il braccio che fa girare la macina, o mugnaie e dormite tranquille! Che invano il gallo vi annunci il levarsi del giorno! Dao ha imposto alle ninfe il lavoro delle schiave ed ora eccole che saltellano allegramente sulla ruota ed ecco che l’asse messo in moto gira con i suoi raggi, facendo muovere la pesante pietra girevole. Viviamo la vita dei nostri padri ed oziosi godiamo dei doni che la dea ci concede”. Ahimé! gli ozi che il poeta pagano annunciava non sono venuti; la passione cieca, perversa ed omicida del lavoro trasforma la macchina lavoratrice in strumento di asservimento degli uomini liberi: la sua produttività li impoverisce» (Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia, 1883).

Mentre scrivo questa breve e oziosa riflessione, il Pastore Tedesco dirige il processo di beatificazione del Papa più amato dagli italiani (Bertinotti compreso). Forse è in odio a questo epocale evento, che cade proprio nel giorno in cui i sindacati parastatali (FIOM compresa) festeggiano il Lavoro – il Capitale, invece, fa la festa ai lavoratori tutti i Santi giorni -, che i giornali progressisti (tipo Il Manifesto e Liberazione) invocano la santificazione dei lavoratori. Quanto politicamente reazionario sia diventato il Primo Maggio, nato più di un secolo fa come espressione dell’irriducibile conflitto tra Capitale e Lavoro, lo testimonia, tra l’altro, la sede scelta per il comizio nazionale: Marsala. Nell’epoca del capitalismo globale e delle guerre imperialiste (vedi l’operazione libica), i sindacati chiamano i lavoratori alla Sacra Unione Nazionale.

Il lavoro salariato (quello su cui si fonda la Repubblica nata dalla Resistenza: vedi Art. 1) non va né beatificato né santificato, ma piuttosto aborrito come una maledizione che tiene incatenato l’individuo al carro del Capitale (e quindi degli interessi nazionali) proprio quando esistono tutte le condizioni tecniche e scientifiche per la sua liberazione. La stessa lotta per il lavoro e il salario, se non viene fecondata da questa prospettiva umana (e dunque anticapitalistica), assume necessariamente il segno maligno della conservazione sociale. I centri sociali che intendono imporre la chiusura dei negozi nel Sacro giorno della festa dei lavoratori, loro malgrado danno corpo a quel segno.

Insomma, come per il 25 Aprile oggi le classi subalterne non hanno proprio nulla da festeggiare.

Buona scampagnata a tutti!