QUALCHE RIFLESSIONE SULLO STATALISMO. ASPETTANDO IL 25 APRILE…

idraAlberto Mingardi scopre una «sorprendente continuità» fra la Repubblica nata dalla resistenza e il regime fascista. Questa continuità, che secondo Mingardi trova un puntuale riscontro nella Costituzione repubblicana, è a dir poco imbarazzante (beninteso per gli adoratori della «Costituzione più bella del mondo», non per il sottoscritto) soprattutto per quanto riguarda la sfera economica. «Nel 1956, l’Italia postfascista si dota del Ministero delle Partecipazioni statali, che si dà il compito di coordinare i tentacoli della piovra. […] Il sistema delle “partecipazioni statali”, anche se allora non si chiamava così, era perfettamente coerente con l’ideologia e la prassi dell’Italia fascista. “Niente oltre lo Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, nello Stato”» (p. 298). Questa tesi non può certo sorprendere, e tanto meno indignare, uno che, come chi scrive, sostiene da sempre che la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in un contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.

Mingardi individua appunto nello statalismo non solo il filo nero che lega intimamente Fascismo e Repubblica, ma anche il vizio d’origine che ha minato tanto la democrazia italiana, ben presto degenerata in un regime burocratico e partitocratico, quanto la struttura economica del Paese, diventata assai rapidamente obsoleta, vittima di un aggressivo parassitismo sociale e infiacchita da un debito pubblico sempre più elefantiaco. «Se lo Stato non ha limiti, se nelle cultura di un paese non c’è un’idea radicata e diffusa di che cosa la politica non può fare, essa tenderà a fare tutto. Per lo Stato, cercare di fare più cose è coerente sia con gli interessi della burocrazia che con quelli della politica. Moltiplicando le attività dello Stato, la burocrazia acquisisce potere. La sua parola diventa l’ultima in un numero sempre più vasto di frangenti. Ma, parimenti, moltiplicando le attività dello Stato, la classe politica sa che una quota crescente della popolazione ne dipenderà. Queste persone votano» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, p. 303, Marsilio, 2013).

La mitica – e famigerata – spending review, che dovrebbe snellire, razionalizzare e moralizzare il settore della Pubblica Amministrazione («forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica», secondo Luca Ricolfi*), deve fare i conti con questa realtà: «Queste persone votano». Soprattutto nel Mezzogiorno…

Per dirla sempre con Ricolfi, «Più acquisti, più stipendi pubblici, più pensioni, più sussidi, più rendite finanziarie, (titoli di Stato): in breve, più parassitismo. Questo meccanismo ha permesso agli italiani di vivere per vent’anni [1972-1992] al di sopra dei propri mezzi». Lo giuro, non è il mio caso! Ma la critica liberista di Ricolfi è di ampio respiro, e coinvolge la stessa genesi dello Stato unitario italiano: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). In effetti, l’intima compenetrazione fra capitale privato e capitale pubblico ha caratterizzato lo sviluppo capitalistico dell’Italia postrisorgimentale, e se nel primo periodo dell’accumulazione tale modello si impose come necessario, dal momento che il Paese si trovava a competere con sistemi capitalistici ben più forti e strutturati, e conseguì rilevanti successi, alla fine esso mostrò tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni.

L’esigenza di fare dell’Italia una Potenza almeno di media grandezza (che diamine, un posto al sole anche per la «nazione proletaria»!), la Prima guerra mondiale e la crisi degli anni Trenta misero da parte i pur timidi tentativi governativi tesi a rendere più “liberale” il Capitalismo italiano, e piuttosto «crearono tutte le premesse economiche e politiche della fase più recente di sviluppo dell’economia italiana, contrassegnata dal prevalere di una forma organica di capitalismo monopolistico di Stato» (P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, p. 31, Einaudi, 1971).

Di qui, e mi si permetta di sintetizzare per ovvi motivi molti passaggi logici e storici, per un verso la necessità di promuovere quelle «riforme strutturali», economiche e istituzionali, in grado di svecchiare e dinamizzare l’anchilosato sistema capitalistico italiano, e per altro verso l’esistenza di forti e radicate rendite di posizione che conferiscono a questa improcrastinabile (e tuttavia rimandata sempre di nuovo, di anno in anno) azione “riformista” un carattere altamente problematico, al limite della mission impossible. Decennio dopo decennio, i “decisionisti” e i “rottamatori” di turno hanno dovuto arrendersi dinanzi alla pervicace resistenza dei «poteri forti», e subire un triste destino da rottamati. Sotto questo aspetto, la vicenda di Bettino Craxi è davvero esemplare, come in parte lo è, mutatis mutandis, anche quella di Berlusconi, che nel ’93 sostenne di «scendere in campo»  per avviare quella «rivoluzione liberale» che altri Paesi (come l’Inghilterra della Thatcher e gli Stati Uniti di Reagan) avevano già alle spalle, salvo sprofondare nella solita «palude conservatrice», e di Bossi, la cui «rivoluzione federalista» fu ben presto depotenziata e derubricata a riformetta istituzionale inconcludente.

destra-sinistra-bohDiversi miei interlocutori «di sinistra» non capiscono perché un «devoto a Marx» debba avercela così tanto con il Capitalismo di Stato, senza contare «la tua posizione fin troppo morbida a proposito del craxismo, del leghismo e del berlusconismo». Ribadito che la “devozione” a Marx che si legge sul profilo del mio blog è un’ironica battuta di un’amica, chiarisco ciò che dovrebbe apparire abbastanza ovvio sulla scorta dei miei modesti scritti: non faccio alcuna distinzione di principio tra capitale pubblico e capitale privato, che sono due modi diversi di esistere della stessa escrementizia sostanza storico-sociale. Sovente attacco lo statalismo non perché faccio il tifo per il «liberismo-selvaggio», magari inseguendo la ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio» (per me il tanto peggio è sempre, ogni giorno che il Capitale manda in terra), e tanto meno per scimmiottare ridicolmente le battaglie “liberoscambiste” del giovane Marx; lo faccio perché 1. molte volte lo statalismo è stato presentato sotto le menzognere vesti del “comunismo”, o comunque di un modello meno disprezzabile che non il modello liberista, e 2. per mettere in luce ciò che accomuna fascismo e stalinismo, ossia la fede nel Moloch-Stato (capitalistico).

Quanto al mio atteggiamento nei confronti del craxismo, del leghismo e del berlusconismo (ma anche del grillismo e del renzismo), esso può apparire morbido e financo ambiguo solo agli occhi di chi ama scegliersi di volta in volta il male assoluto contro cui combattere. Per me il male assoluto è il regime sociale capitalistico in quanto tale, è il Capitale tout court, a prescindere dalla forza politica che al momento amministra la baracca. Chiamo Miserabilandia l’Italia che si divide in fazioni e tifoserie politico-ideologiche, del genere: berlusconiani e antiberlusconiani, leghisti e antileghisti, renziani e antirenziani, grillini e antigrillini, e via discorrendo. Tutte le fazioni e le tifoserie si agitano scompostamente e ridicolmente sullo stesso melmoso (che eufemismo!) terreno.

Per me si tratta piuttosto di capire le ragioni profonde (economiche, politiche, culturali, psicologiche), d’ordine interno e internazionale, che danno corpo ai fenomeni politico-sociali, ed è per questo che a suo tempo nel caso della Lega non mi sono concentrato sui suoi aspetti folcloristici e ideologici, che portarono fior di politologi e sociologi a pronosticarne la fine nell’arco di pochi anni (vedi anche il loro giudizio su Berlusconi), ma piuttosto sulle sue cause strutturali: l’ineguale sviluppo capitalistico in Italia. Una contraddizione sociale (alludo ovviamente al gap Nord-Sud) che a un certo punto produsse conseguenze politiche. E siamo al referendum secessionista dei Serenissimi di questi giorni…

* L. Ricolfi, Il sacco del Nord, Guerini e Associati, 2012. Come dimostrano i passi che seguono, il libro di Ricolfi è molto interessante: «La distinzione fra settore produttivo e settore improduttivo è al centro del pensiero degli economisti classici, e segnatamente di Adam Smith. La distinzione fra produttori e non produttori è l’idea portante dello schema con cui ho provato a guardare l’Italia. Sulla base di essa è stato possibile distinguere fra redditi primari e redditi derivati, fra ciò che un territorio produce e ciò che un territorio riceve» (p. 26). «Dopo gli economisti classici, la distinzione produttivo-improduttivo ha perso la sua centralità nel discorso degli economisti. […] Ma il colpo di grazia alla dicotomia classica viene dalla nascita, negli anni Quaranta, della moderna contabilità nazionale di tipo occidentale, in cui il settore della Pubblica Amministrazione, forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica, viene trattato esattamente come tutti gli altri settori nonostante non ne possegga le caratteristiche essenziali » (38-39). «In Marx i produttori sono, in buona sostanza, solo i lavoratori manuali e i tecnici che generano plusvalore per un capitalista, dove per plusvalore Marx non intende semplicemente un profitto, ma un profitto che si realizza attraverso la produzione di merci, ossia di qualcosa che “incorpora” valore-lavoro generato dai produttori e nello stesso tempo si separa anche materialmente da essi, ovvero sta loro di fronte come una realtà estranea che li domina (feticismo delle merci). Ciò conduce a considerare improduttivi non solo i dipendenti pubblici e i prestatori di sevizi privati (servizi domestici), ma anche l’intera sfera della circolazione (commercio, credito), dove sia i capitalisti sia i lavoratori da essi impiegati sono “improduttivi” in quanto non creano valore oggettivato in merci, ma si limitano ad appropriarsi di parte del plusvalore in esse incorporato» (38). «Una soluzione chiaramente inappropriata per un’economia moderna» (43). Forse sarà bene ritornare su Ricolfi.

LA MARCIA DEL DEMOFASCISMO SULL’ACROPOLI

grelezLa Disordinata riflessione su Antifascismo e anticapitalismo di qualche giorno fa ha suscitato presso qualche lettore questo tipo di perplessità: «Bene l’anticapitalismo. Ma perché essere indifferenti nei confronti del fascismo? Perché non combatterlo, magari sul terreno che esso predilige, ossia la violenza?». La perplessità è benvenuta perché mi permette di chiarire un punto importante riguardante la scottante faccenda.

Lungi dal condividere qualsiasi forma di indifferentismo per ciò che riguarda i fenomeni sociali in generale, e il fenomeno fascista in particolare, sono piuttosto fra i cultori della materia, se così posso esprimermi, nel senso che da sempre cerco di studiare la genesi storico-sociale del fascismo, per capirne le cause lontane e immediate, materiali e ideologiche, politiche e psicologiche.

Ad esempio, la psicologia di massa del fascismo (come peraltro quella della democrazia e dello stalinismo) mi intriga assai, soprattutto in quanto sintomatologia delle contraddizioni sociali e, cosa che a me interessa particolarmente, dell’impotenza delle classi dominate, ridotte appunto alla condizione di masse manipolate sotto ogni rispetto: da quello organico a quello spirituale, da quello somatico a quello psicologico.

Trovo molto istruttivo leggere Mein Kampf di Hitler, non per cercarvi le patologiche perversioni del noto vegetariano assetato di sangue giudaico, ma per capire il momento storico che l’ha trasformato nel «tamburino» della potente tendenza sociale che gli stava dietro: «l’irresistibile supremazia del potenziale industriale» (W. Adorno, Minima moralia). Sotto quest’aspetto, consiglio di leggere I due volti della Germania, un interessantissimo libro scritto nel 1932, alla vigilia dei noti eventi, dal giornalista americano H. R. Knickerbocker.

Quando la crisi capitalistica si acuisce, il conflitto sociale, sempre latente in questa società piena di antagonismi d’ogni sorta, si radicalizza, e alla fine trova la sua espressione politico-ideologica, magari attraverso un sindacato, come accadde in Polonia nei primi anni Ottanta con Solidarność, oppure in guisa di movimento politico-ideologico neonazista, come sta accadendo oggi in Grecia e in altri Paesi del Vecchio Continente. In ogni caso la materialità del processo sociale trova sempre la sua fenomenologia politico-ideologica, e il pensiero critico-radicale, per mantenersi all’altezza della complessità sociale, non deve mai perdere i nessi che legano la fenomenologia alla sua essenza.

Ad esempio, e così ci avviciniamo al focus della questione, quel pensiero non può farsi distrarre dal folcloristico razzismo della Lega Nord al punto da perdere la strada che conduce alla sua radice materiale, al suo momento genetico: il peculiare sviluppo capitalistico italiano, dal 1861 in poi, naturalmente nel suo necessario rapporto con i processi storico-sociali mondiali – vedi la geopolitica del Vecchio Continente post-muro di Berlino e l’ulteriore accelerazione nel processo di globalizzazione capitalistica. Oggi è facile cogliere il rapporto che insiste fra il gap sistemico Nord-Sud del Paese e le “istanze” leghiste, ma vent’anni fa si correva il rischio di passare per filo-leghisti se si metteva in primo piano nell’analisi del fenomeno in questione, non gli sguaiati slogan antimeridionali di Umberto Bossi e dei suoi verdi accoliti, ma lo sviluppo ineguale del Capitalismo dentro e fuori i confini nazionali, con tutte le conseguenze, anche d’ordine psicologico (“sentirsi” più tedeschi o più tunisini a ragione della ricchezza prodotta e consumata), a esso necessariamente correlate. Chi non voleva correre il rischio di passare per un “legista oggettivo”, nei primi anni Novanta doveva fare un solenne giuramento antileghista, che postulava di individuare nei rozzi Lumbard il nemico numero uno dell’umanità. Poi venne Berlusconi… E poi arrivò anche Monti…

anazzSostenere che il fascismo non è che una delle forme politico-ideologiche del Dominio sociale capitalistico, non significa rimanere disarmati dal punto di vista politico nei confronti dei movimenti fascisti – parlo di quelli veri, non di quelli immaginari. Significa piuttosto contrastarli, con tutti i mezzi necessari, non nel nome della democrazia, o per “ripristinare” la democrazia, ossia l’altra faccia della cattiva medaglia, ma in quanto espressione degli interessi delle classi dominanti, o di una parte di essi. Questo significa respingere alla radice l’idea, ultrareazionaria, secondo la quale dinanzi al fascismo la lotta di classe “pura” deve fare un passo indietro: si tratta invece di spingerla due passi in avanti, proprio perché quel fenomeno ci testimonia la radicalizzazione del conflitto sociale, con tutto ciò che la cosa presuppone e pone. Non si abbandona, di fatto, il terreno classista proprio quando il processo sociale ci sfida apertamente confermando la tesi secondo la quale al peggio non può esservi fine, nel Capitalismo.

L’antifascismo interclassista, alla partigiana, tanto per intenderci, per un verso non estirpa le radici sociali del fascismo, e per altro verso consegna le classi subalterne nelle mani delle fazioni capitalistiche vincenti, che magari sono le stesse che prima hanno aizzato il cane fascista contro i lavoratori, i disoccupati, gli immigrati e via di seguito. Proprio l’antifascismo interclassista del PSI rafforzò politicamente e ideologicamente il movimento fascista nella sua fase genetica, mentre indebolì fortemente la capacità di resistenza del proletariato agli attacchi demofascisti  della
borghesia liberale ed ex liberale del Bel Paese.

Il problema non è, in primo luogo, il cane, ma la mano che lo tiene saldamente al guinzaglio, e che lo usa quando c’è bisogno di “lavorare sporco”. E del cane, che ne facciamo? Occorre difendersi dai suoi morsi, è ovvio, ma senza dimenticare la potenza sociale che la malabestia serve. Solo in questo modo la difesa diventa un attacco, per dirla con il maestro di Wing Chun Ip Man.

arAltro che Insieme in Europa per la democrazia, come recita l’appello dei politici e degli intellettuali antifascisti radunati oggi ad Atene! Piuttosto insieme in Europa e nel mondo contro il Capitalismo, contro la sua crisi e contro il Leviatano posto a sua difesa, qualunque sia la sua contingente coloritura politica: democratica, fascista, neostalinista – in Grecia i nipotini di Stalin sono ancora molto forti, e la crisi rischia di irrobustirli ulteriormente. È su questa base che, a mio avviso, occorre lavorare per la costruzione di un associazionismo di classe “a 360 gradi”: politico, “economico”, culturale e quant’altro; il solo in grado di togliere dall’attuale stato di impotenza gli strati sociali subalterni e di rispondere adeguatamente all’associazionismo antiproletario del tipo di quello promosso ad esempio in Grecia da Alba Dorata.

Ovviamente su questo terreno ci si scontrerà anche con i fascisti. Ma su questo terreno, non su quello della democrazia o della «difesa dei diritti dell’uomo» (oscena ideologia che cela la reale disumanità della Civiltà capitalistica: vedi, come Eccezione che rivela la Regola, l’ennesima “strage degli innocenti” di ieri a Newtown), ossia sul terreno delle classi dominanti.

Proprio l’antifascismo interclassista può diventare un eccellente cemento ideologico per tenere insieme gli strati sociali più azzannati dalla crisi (occhio soprattutto ai ceti medi in via di rapida proletarizzazione), i quali, in mancanza di un’alternativa autenticamente anticapitalistica, rischiano di venir reclutati, tragica coazione a ripetere, dagli opposti ma socialmente convergenti eserciti: di qua i fascisti, di là gli antifascisti. In mezzo, schiacciata come sempre, la possibilità dell’emancipazione di tutti e di ciascuno.

IL VOLTO DEL DIAVOLO SECONDO NICHI NARRAZIONE VENDOLA

Quando Nichi Narrazione Vendola dichiara, soprattutto per tenere a bada i suoi inquieti militanti, che «il liberismo è il diavolo», e invita il bel Pierferdinando a «convertirsi», in fondo non fa altro che ricordare la sua provenienza catto-statalista. Sapendo di trovare presso l’ambiente cattolico bazzicato da Casini non pochi nascosti consensi (il denaro come sterco del demonio ha molto a che fare con l’antiliberismo rivendicato dal leader barese), Vendola ha voluto giocare una carta molto furba, in grado per un verso di rassicurare la base del suo movimento, disorientata dal movimentismo sempre più spericolato del capo, e per altro verso di civettare con la sensibilità dei cattolici praticanti impegnati in politica. Detto per inciso, Giulio Tremonti, l’antimercatista ispirato da Benedetto XVI (vedi l’enciclica Spe Salvi), ha scavalcato di molto, non so se più a “destra” o più a “sinistra”, il nostro amico pugliese in quanto a ideologia antiliberale.

Ma qui la battuta vendoliana, tutta spesa in un «teatrino della politica» sempre più grottesco e squalificato, mi serve solo per mettere in questione una leggenda metropolitana molto cara alla “sinistra”: la colpa per le condizioni disastrate dell’economia italiana è da attribuirsi all’ondata di liberismo che avrebbe sconvolto il Bel Paese negli ultimi venti, venticinque anni. Altri vanno più a ritroso nell’individuazione delle responsabilità, fino a incrociare i famigerati nomi di Reagan, della Thatcher e di Craxi. Intanto è semplicemente ridicolo contrapporre, sul piano della teoria economica come su quello dell’effettiva dinamica capitalistica, liberismo e interventismo, due modi di essere della politica economica di un Paese che in linea di principio non si annullano vicendevolmente, se non sul piano meramente ideologico, come accade nel confronto di idee fra i sostenitori del laissez faire  «senza se e senza ma» e i sostenitori del più rigido e assoluto dirigismo statale. Nella realtà di tutti i paesi capitalisticamente avanzati si osserva un mix di politiche liberali e di politiche interventiste, che si integrano a vicenda, con la prevalenza delle une rispetto alle altre in base all’andamento del ciclo economico e alle condizioni sociali generali di un Paese. Il dibattito politico-culturale intorno alle “virtù” dell’una o dell’altra linea di politica economica è lo schermo dietro il quale si celano interessi e contraddizioni reali. Fino a quando esistono margini di compromesso fra liberismo e interventismo le classi dominanti hanno tutto l’interesse a usare entrambe le leve, per rendere «socialmente più sostenibile», per usare il linguaggio dei politici e dei sindacalisti, l’accumulazione capitalistica e la competizione sistemica di un Paese.

Il tempo delle scelte radicali giunge non quando si afferma nella società una scuola di pensiero di “destra” piuttosto che di “sinistra” circa il modo in cui un Paese deve guadagnarsi da vivere, ma quando quei margini vengono progressivamente erosi dal reale processo sociale colto nella sua totalità e nella sua necessaria connessione con il più generale processo sociale mondiale. E quest’ultimo passo naturalmente chiama in causa le nuove fabbriche del mondo: la Cina, l’India e gli altri ex «paesi in via di sviluppo», ma rinvia direttamente anche alla potenza socialmente egemone del Vecchio Continente, alla Germania, necessario standard sistemico che costringe gli altri paesi dell’Unione ad assumerlo come loro punto di riferimento sistemico. Per colpa del «liberismo selvaggio», o della solita e mai domata volontà di potenza della Germania? No, per “colpa” del Capitalismo, del Capitalismo nudo e crudo, per dirla gergalmente, o sans phrase, per affettare pose intellettualistiche che mal si conciliano con il mio – infimo – status sociale. La Germania persegue una politica di potenza? Sarebbe strano il contrario! Se il cane morde l’uomo, non c’è notizia. Per mutuare ignobilmente Nostro Signore, e così entrare nelle grazie di Nichi, dico alle nazioni europee ed extraeuropee (Stati Uniti) che mal digeriscono l’attuale supremazia sistemica tedesca nel Continente: chi non persegue una politica di potenza scagli la prima pietra.

Come ho ricordato altre volte, la cosiddetta «controrivoluzione liberista» degli anni Ottanta (come se nel periodo precedente ci fosse stata la rivoluzione, o una mezza rivoluzione, almeno in Italia: un’altra mitologia fabbricata nei salotti buoni della nostra “sinistra”) fu la risposta dei paesi occidentali a una crisi economica strutturale (chiusura definitiva, alla fine degli anni Settanta, del lungo ciclo keynesiano negli Stati Uniti e in Inghilterra) aggravata dall’irresistibile ascesa del Giappone, un sistema-Paese ad alta produttività e a bassa spesa pubblica. Attaccare la vecchia struttura del Welfare e liberalizzare tutti i rapporti economici un tempo sussidiati o controllati in qualche modo dallo Stato ebbe allora un preciso significato economico-sociale, prim’ancora che politico-ideologico. Si trattava di attaccare la spesa pubblica improduttiva, di alleggerire un Welfare non più sostenibile a causa dei rallentati ritmi di crescita del prodotto interno lordo, di comprimere i salari, di rendere più «flessibile» e più produttiva la capacità lavorativa. Ma sto parlando del mondo occidentale degli anni Ottanta o dell’Italia del 2012? Fate un po’ voi!

Quanto poco in Italia il «liberismo selvaggio» sia stato di casa, lo dimostra proprio la storia degli anni Ottanta: dopo tutto il gran parlare di «riforme strutturali», di svecchiamento della società, di taglio degli annosi «lacci e lacciuoli» e di Capitalismo «da bere», la struttura sociale del Paese cambiò solo marginalmente, e soprattutto nel Mezzogiorno, riserva di caccia elettorale dei grandi partiti di massa, il peso del parassitismo sociale rimase praticamente inalterato. Solo il Nord del Paese ha continuato a reggere il confronto con le aree economicamente e socialmente più dinamiche del Vecchio Continente, sebbene penalizzato da un sistema-Paese nel suo insieme scarsamente competitivo, inefficiente e costoso. La nascita del movimento leghista si spiega, fondamentalmente, non con il razzismo del Nord, ma innanzitutto con le contraddizioni strutturali della società italiana, e la stessa analisi va applicata all’odierno dibattito europeo fra tedescofili e tedescofobi. È ben vero che l’economia non spiega immediatamente i movimenti della politica e delle idee, ma è altrettanto vero che i processi economici alla lunga devono necessariamente produrre delle conseguenze politiche, ideologiche e financo psicologiche. Ad esempio, e per dirla con Weber, le condizioni materiali del Mezzogiorno italiano (ma anche greco, spagnolo e portoghese) spiegano il «tipo ideale» dell’assistito-statalista che tanto irrita la laboriosa gente del Nord. È vero che, come ha dichiarato Monti a Der Spiegel, in Italia crescono pericolosamente i sentimenti antitedeschi, ma non è che in Germania i sentimenti antimeridionali stiano decrescendo, anzi, e tutto questo movimento “sentimentale” esprime il profondo travaglio sociale che alla fine cambierà il volto della Vecchia Europa.

Sia detto per non creare equivoci che quando parlo di parassitismo sociale non intendo affatto esprimere un giudizio di valore: rimango piuttosto sul piano dell’analisi obiettiva dell’accumulazione allargata del capitale, la quale notoriamente risente grandemente della qualità della distribuzione del reddito, del carico fiscale e della produttività generale di un sistema-Paese. Sul piano etico non faccio alcuna differenza tra un piatto di lenticchie mangiato a sbafo e lo stesso piatto guadagnato col biblico sudore della fronte. Lascio agli apologeti del lavoro salariato (quello dell’Art. 1) militare nel partito dell’onestà e del sudore.  Un partito che, detto di passata, vedrebbe bene insieme Vendola e Casini: mai dire mai!

Tanto più che i due simpatici personaggi, tutt’altro che una «strana coppia», condividono l’interesse strategico di fondo: salvare il Paese dalla bancarotta. Un piccolo saggio della ricetta anticrisi narrata da Nichi: «Tutti dicono che andremo incontro a periodi durissimi. Ebbene, il rigore può essere declinato in molti modi: puoi falcidiare il welfare, continuare a colpire i redditi dei ceti medio-bassi oppure puoi decidere per un’imposta patrimoniale, per la tassazione delle rendite finanziarie» (Intervista a La Repubblica del 4 agosto 2012). Ecco la politica dei sacrifici “declinata” da un adoratore di Enrico Berlinguer, uno che i sacrifici li ha addirittura teorizzati – con un’argomentazione “filosofica” che colpì molto favorevolmente l’austera intellighenzia cattolica del Bel Paese. I fatti si incaricheranno di dimostrare fino a che punto questa classica ricetta sinistrorsa sia adeguata alle esigenze del Capitalismo italiano, o non sia, invece, come quel raggio di luce che ci arriva da una stella già morta, a ricordo di un’epoca finita da molto tempo.

Rispetto a chi scrive il signor Capitale ha una ben diversa etica, e il modo in cui il metaforico piatto di lenticchie arriva sulla tavola del lavoratore ha per lui una grande importanza, direi addirittura decisiva, venendo a impattare direttamente sul processo economico-sociale che gli permette di esistere come pilastro della vigente società. E non bisogna essere “marxisti” per sapere queste cose: basta leggere, ad esempio, il Manifesto liberale di Oscar Giannino, il quale, partendo dal presupposto che «i problemi odierni sono gli stessi di vent’anni fa, solo incancreniti», e che «l’inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia», vuole «costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno». Nientemeno.

Per i liberali-liberisti del Paese la discesa in campo del Cavaliere di Arcore è stata una cocente delusione, come del resto la vicenda craxiana a suo tempo, e certamente la prospettiva di un governo catto-statalista guidato dal trio Bersani-Vendola-Casini deve procurar loro forti dolori di testa. Tanto più che lo stesso governo Monti, nato con i migliori auspici “liberali”, ha mostrato tutti i suoi limiti dinanzi alle radicate magagne corporative della società italiana. La “tecnica” dei bravi professori non è riuscita a incidere sul corpaccione delle rendite di posizione difese dai partiti, dai sindacati, dalla Confindustria e da tutti gli interessi organizzati. Che fare? Ho il sospetto che Vendola avesse in mente proprio Oscar Giannino quando ha pensato al diavolo.

LA MAGNA GRECIA…

Un contributo alla riflessione sulla Questione Meridionale da parte di un’antimeridionalista convinto. Ossia, come difenderci dalla politica lacrime e sangue del governo nazionale e transnazionale senza scadere nel solito vittimismo meridionalista e revanscista, nonché nella suggestiva ideologia del capro espiatorio: la colpa è del Nord, dei poteri forti, della Germania, del destino cinico e baro, dei meridionali traditori, soprattutto di quelli convintamente antimeridionalisti… Naturalmente parlo del meridionalismo come di una peculiare ideologia politica radicata nella storia di questo Paese, che ebbe, a giudizio di chi scrive, una ragion d’essere e una funzione critica solo agli inizi dell’epoca post Unitaria, per trasformarsi successivamente in uno strumento concettuale e politico obsoleto, nello stesso campo d’azione della borghesia meridionale, e del tutto incapace di creare coscienza nel seno delle classi subalterne del Mezzogiorno.

Nel 1960 un articolo di Vera Lutz pubblicato sul Mondo Economico (Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno) suscitò un vasto dibattito negli ambienti economici e politici del Paese intorno alla rancida Questione Meridionale. In quell’articolo l’autrice spostava i termini dell’annoso – e persino stucchevole, sotto diversi riguardi – problema dal tradizionale confronto tra il livello di sviluppo delle regioni del Nord e quello delle regioni del Sud, al rapporto tra il livello di sviluppo del Capitalismo italiano, considerato nella sua totalità nazionale, e quello degli altri paesi europei, nella prospettiva di una più accentuata integrazione dell’Italia nell’area capitalisticamente più forte del Vecchio Continente. Era l’epoca d’oro del boom economico internazionale (con le “tre tigri” sconfitte nella seconda guerra mondiale: Germania, Giappone e Italia, a fare da locomotive), basato soprattutto nel Bel Paese su uno sfruttamento assai intensivo della capacità lavorativa e su bassi livelli salariali, la cui lentissima dinamica ascendente incrocerà la curva discendente dell’espansione economica alla fine degli anni Sessanta.

Il mutamento concettuale suggerito dalla Lutz rappresentò nient’altro che una presa d’atto della reale dinamica del processo di sviluppo capitalistico italiano nel quadro del più generale sviluppo capitalistico europeo e mondiale, nel senso che esso andava a sottolineare le ragioni del sostegno politico al Nord industriale (anche attraverso una politica di migrazione interna tesa a portare in quell’area forza-lavoro a basso costo), capace di competere sul mercato internazionale, mentre affidava la soluzione definitiva dell’arretratezza del Mezzogiorno ai tempi lunghi di uno sviluppo che si estendesse a macchia d’olio dalle zone più forti alle regioni strutturalmente più deboli. Il “settentrionalismo” trovò allora il suo primo sdoganamento, dopo decenni di ipocrisie vetero- risorgimentali. La morte per così dire ufficiale del classico meridionalismo (d’accatto, vittimista, il più delle volte) può farsi risalire proprio agli inizi degli anni Sessanta.

Scriveva Domenico Novacco dieci anni dopo: «La questione meridionale non si sollevò mai al rango, che le competeva di pieno diritto, di nodo capitale per lo sviluppo equilibrato dell’intero paese. In effetti, due alternative sono in gioco: o il progresso equilibrato dell’intero paese entro gli istituti della democrazia, secondo il modello delle grandi società industrializzate o il ristagno dell’intero paese nel pantano del sottosviluppo. A meno che non venga addirittura a significare, terza infausta alternativa, l’anticamera del divorzio tra l’Italia dello sviluppo e l’Italia del sottosviluppo» (La questione meridionale ieri e oggi).

Altri quarant’anni sono trascorsi, e la «terza infausta alternativa» si sta ponendo all’ordine del giorno con una forza che lo stesso Novacco certamente non avrebbe potuto immaginare. Egli pose un problema reale, e cioè la necessità per il Capitalismo italiano di procedere lungo la strada di uno sviluppo complessivo, più organico e diffuso; uno sviluppo che finalmente investisse in maniera forte, penetrante e capillare anche le aree del Paese che non solo si trovavano tagliate fuori dal mercato europeo, ma che non riuscivano a ritagliarsi uno spazio competitivo nemmeno nell’area del bacino mediterraneo. Per questo oggi ascoltare Raffaele Lombardo giurare con sicula indignazione che «la Sicilia non è la Grecia» mi fa scompisciare dal ridere, letteralmente. In effetti, la bella isola non è la Grecia, è la Magna Grecia. Anche nel senso («qualunquista e antipolitico») di «è tutto un magna magna». Soprattutto in quel senso. Non bisogna essere scienziati della Bocconi, o demoniaci teorici del liberismo selvaggio, per conoscere il robusto legame che insiste tra assistenzialismo e sottosviluppo economico, obesità amministrativa e povertà relativa delle famiglie, quella denunciata ieri dall’Istat.

Il dualismo Nord/Sud sembrava già allora esser giunto al suo punto critico, e la nascita del fenomeno leghista nella seconda metà degli anni Ottanta ne fu in effetti il sintomo più evidente: la contraddizione socio-economica generò una contraddizione politica che tendeva a squassare l’assetto istituzionale venuto fuori dalla seconda guerra mondiale; di più: essa sembrava spingere lo stesso Stato nazionale oltre le forme impresse dal processo storico risorgimentale (alludo, naturalmente, alla «questione federalista»). Mentre negli altri paesi capitalisticamente avanzati le istanze di ammodernamento e di ristrutturazione del vecchio “Stato sociale“ hanno trovato, a partire dai primi anni Ottanta, una sponda nei tradizionali soggetti politici (i conservatori in Inghilterra, i repubblicani negli Stati Uniti, i neogollisti in Francia), l’Italia ha dovuto attendere la nascita di un soggetto politico “eversivo“ per conoscere la salutare (per il sistema-Paese, beninteso) «rivoluzione dei ceti produttivi».

Le due grandi “ondate“ di investimenti industriali, pubblici e privati, nel Mezzogiorno – la prima è del 1955 e la seconda del 1965 – non hanno intaccato, se non marginalmente, la natura dei rapporti economici tra Nord e Sud; rapporti che hanno visto il Mezzogiorno rappresentare per lo più un mercato privilegiato di sbocco per la produzione settentrionale, e un fornitore di forza-lavoro a buon mercato non solo per il settentrione, ma anche per altri paesi europei ed extraeuropei (con un ritorno in termini di rimesse al Paese d’origine tutt’altro che disprezzabile, sia dal punto di vista della bilancia dei pagamenti, sia dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica). In questo contesto lo Stato è stato chiamato continuamente a sussidiare i redditi delle popolazioni meridionali, soprattutto attraverso la spesa pubblica, che ha significato un’espansione nel Mezzogiorno del lavoro improduttivo, il quale non solo ha reso particolarmente esplosiva quella crisi del vecchio modello di “Stato sociale“ che pure si riscontra in tutti i paesi avanzati; ma ha ristretto pericolosamente la stessa base su cui può contare l’accumulazione, il solo processo che può sostenere l’intero sistema-Paese.

Come scriveva Otto Bauer a proposito della crisi economica europea degli anni Trenta, «le masse popolari delle regioni industriali depresse debbono essere mantenute a spese delle altre regioni» (Tra due guerre mondiali?); questo oggi sembra non essere più possibile, e come scrive il direttore del Tempo Mario Sechi il fenomeno leghista stava – e sta – tutto dentro queste contraddizioni. Ha un senso dire del leghismo quanto ebbe a dire nel 1924 il nittiano Finocchiaro Aprile, futuro capo del separatismo siciliano nel ‘43, a proposito del fascismo: «è l’esponente del capitalismo settentrionale», solo se si prende in considerazione il quadro complessivo che ho cercato di abbozzare. Se non fosse scivolata sulla buccia del noto scandalo, oggi la Lega avrebbe le vele gonfiate dal vento della crisi economica, perché le magagne che la spiegano si sono rafforzate. Altro che grillismo!

Fattori vecchi e nuovi, interni e internazionali, politici ed economici impongono al Paese la definizione di una nuova strategia, di una “nuova politica economica“ per il Mezzogiorno. Naturalmente anche nel nuovo contesto il dato di partenza caratterizzato dalla presenza di una forza-lavoro a buon mercato può costituire un eccellente volano per lo sviluppo di questa regione, e difatti a partire dagli anni Novanta i governi hanno rispolverato la teoria anglosassone delle «aree depresse», con annesse gabbie salariali volte a spingere i salari meridionali verso i minimi contrattuali (ma di fatto ancora più giù). Tuttavia, interessi consolidati di vario genere (economici, sindacali, politici, sociali in senso lato: di spesa pubblica improduttiva vivono centinaia di migliaia di persone) hanno finora impedito l’implementazione di questa strategia, la sola che può avere successo. D’altra parte, lo scenario entro cui tale strategia si colloca è ben diverso da quello precedente, caratterizzato dalla possibilità di una migrazione interna e internazionale delle popolazioni meridionali, e dalla possibilità per lo Stato di “drogare“ con la spesa pubblica il processo di accumulazione, attraverso prestiti a fondo perduto, “rottamazioni” e sussidi di diverse, e a volte bizzarre, tipologie. Se non altro perché la signora Germania dice nein!

E a ciò si deve naturalmente aggiungere l’entrata in grande stile nell’agone della competizione capitalistica mondiale di Paesi che possono contare su un costo del lavoro risibile se confrontato con quello italiano, o tedesco, o francese. L’imperialismo (inteso come esportazione di capitali, investimenti diretti e indiretti all’estero) è una strada che l’Italia ha imboccato con successo negli anni Novanta per contrastare la concorrenza dei paesi emergenti dell’Est asiatico e dell’America Latina. Nel 1996 Gad Lerner scriveva che «Intanto che a Roma il governo discute con sindacati e confindustria su come abbattere il 10-20% il costo del lavoro nelle zone ad alta disoccupazione, partono a migliaia i Tir carichi di macchinari industriali trasferiti in Slovacchia, Romania, Ucraina e Albania dove quel costo si abbatte al 90%» (La Stampa, 1/10/96). Un costo del lavoro abbattuto del 90%: capita l’antifona? Il Capitalismo italiano si vide “costretto” a trovare fuori dai confini geografici del Paese il suo nuovo Mezzogiorno. L’attuale successo delle aziende italiane nell’area balcanica e nel cosiddetto Est-europeo è un fenomeno fin troppo sottovalutato, in Italia.

DOPO LA LEGA “ROMANA”, UNA LEGA “TEDESCA”?

La vicenda politico-giudiziaria che sta “travagliando” la Lega di Umberto Bossi offre allo sguardo dell’analista politico più di un’analogia con l’ingloriosa fine del PSI di Bettino Craxi, e per certi versi di quell’epilogo essa appare alla stregua di una vera e propria nemesi storica. Certo, alludo anche al famigerato cappio esibito dai Verdi Padani nella grigia aula parlamentare dinanzi al cinghialone socialista ormai agonizzante; ma alludo soprattutto ad altro. Anzi, a ben altro, per irritare i nemici del benaltrismo.

Alludo alla Questione Settentrionale. «E la Questione Morale, dove la metti?» Per amor di decenza, e alla luce della Santa ricorrenza, preferisco astenermi dalla risposta, che sarebbe oltremodo volgare e sconveniente. La cosiddetta «Questione Morale» la lascio ai credenti nella società (capitalistica) retta dagli Onesti, soprattutto a quelli che militano nella fazione sinistrorsa di Miserabilandia. Lascio a giornali come Repubblica, Il Manifesto e Il Fascio Quotidiano l’insulsa riproposizione dei luogocomunismi intorno al fenomeno leghista, scioccamente concepito, insieme a quello berlusconiano, come la sentina di tutti gli italici vizi: egoismo individualista, incultura, inciviltà, repulsione per lo Stato (magari!), razzismo e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto, ovviamente, per sbandierata la solita balla della «diversità» progressista. Diversità non solo politico-etica, perché sarebbe ancora troppo poco, inadeguata a cogliere l’abisso che separa il «Popolo de Sinistra» da quello della «Destra». No, la diversità sinistrorsa deve spingersi oltre, fino a toccare, nientemeno, il terreno antropologico, e non a caso in quei giornali sempre più frequentemente si ricorre alla fisiognomica lombrosiana per inchiodare «i ladri» e gli zotici.

Per ridicolizzare la «Sinistra» di Miserabilandia è sufficiente citare un campione della «Destra», Giuliano Ferrara, la cui analisi della vicenda leghista lascia almeno capire qualcosa ai cervelli che rifiutano l’intruppamento luogocomunista e benecomunista – peraltro due facce della stessa medaglia. Scrive oggi Ferrara su Il Giornale: «Del bossismo non ho amato mai nulla, non ho mai urlato il «grazie barbari» del compianto Giorgio Bocca, non ho mai flirtato in chiave antipolitica con il cappio in Parlamento e tutto il resto di “Milano, Italia”. A me piaceva il garibaldino Craxi e, se era per la Lega e i suoi tesorieri, preferivo Citaristi e la Dc. Di nemesi non sono autorizzati a parlare quelli di Repubblica. Sono sempre stati, loro e il loro esercito politico di riferimento, dalla parte del giustizialismo, anche di quello duro e puro alla leghista, se era per colpire chi non rientrava nel cerchio magico dei loro interessi e pregiudizi. Troppe ne abbiamo viste, noi garantisti, di nemesi. A partire dal loro eroe preferito Di Pietro, anche lì macchine sgargianti e un partito padronale-contadino, per finire con la sinistra perbene che i suoi sistemi fatti apposta per abusare dei finanziamenti pubblici e accaparrarsi ogni tipo di finanziamento irregolare li ha messi in piedi senza pudore o, se volete, con grande ipocrisia». Senza parlare della Lega come «costola della sinistra» a suo tempo teorizzata dal noto statista coi baffini, tra l’altro nel periodo in cui Bossi, per non farsi fagocitare dal «mafioso di Arcore», radicalizzava il suo movimento in chiave “secessionista”.

Come hanno scritto in questi giorni i commentatori politici più lucidi del Paese, confondere il leghismo con la sua rozza e imbarazzante (per i non “padani”!) fenomenologia politica e “culturale” significa non capire nulla dei processi sociali, perché ci si accontenta  della schiuma dei fatti. Come altre volte anch’io, molto più modestamente, ho scritto, la Lega si spiega soprattutto con la relativa arretratezza del sistema capitalistico italiano, gravato da quelle magagne (spesa pubblica improduttiva, statalismo soffocante, enorme tassazione, carenza di moderne infrastrutture, ecc.) che oggi ci presentano il salatissimo conto sotto forma di ulteriori stangate fiscali, “riforme” del Welfare e del mercato del lavoro, “commissariamento tecnocratico” e germanico, e quant’altro possiamo osservare in questi amari tempi di crisi. Il gap sistemico tra Nord e Sud sintetizza la Questione Italiana, e spiega l’avvento del leghismo come immediata espressione della Questione Settentrionale. Che le contraddizioni sociali accumulate dal Paese nel corso di 150 anni trovassero il necessario salto qualitativo (politico) nella sua area capitalisticamente più avanzata e dinamica, può sorprendere solo chi è avvezzo alle analisi superficiali, e a chi si fa distrarre dalla coscienza che i movimenti hanno di se stessi. Ma che sotto la volgare canottiera del Senatur si celasse un problema di accumulazione capitalistica, nell’accezione allargata del concetto – quella che, ad esempio, coglie il rapporto tra processo economico e «Stato Sociale» –, non era un mistero per nessuno, salvo che per gli intellettuali gramsciani.

Come può sperare di competere col resto del mondo l’area storicamente più produttiva e moderna del Paese, quando la struttura sociale complessiva (l’economia, la politica, la stessa stratificazione sociale, ecc.) di quest’ultimo mostra tutta la sua inefficienza? Di qui, la Lega. Che già agli inizi degli anni Novanta Bossi, nei suoi godibilissimi comizi «popolani», ponesse con chiarezza la questione del debito sovrano italiano («Dobbiamo dividere il mostruoso debito pubblico fra le diverse macroregioni, e poi ognuno per la sua strada!»), e rivendicasse una politica protezionista nei confronti della Cina, la dice lunga sulla matrice sociale del leghismo, che solo gli indigenti di pensiero hanno creduto di poter ridurre a fenomeno folcloristico, magari dopo essersi illusi di poterlo usare in chiave antiberlusconiana, come accadde nel ’95.

Lungi dall’essersi esaurite, o depotenziate, le ragioni oggettive del leghismo si sono piuttosto rafforzate con l’irruzione della crisi, e quando in Cina Mario Monti, rispondendo alle accuse di incompetenza («per imporre nuove tasse bastava mettere al governo un cretino qualsiasi!») che gli sono state rivolte, ha detto che chi non vuole nuove tasse istiga alla «macelleria sociale, come in Grecia e in Spagna» (e in Inghilterra, aggiungo io), egli ha lasciato intuire cosa bolle in pentola: l’attacco alla spesa pubblica improduttiva, ossia agli stipendi della pubblica amministrazione e a tutte quelle inefficienze che rendono possibile l’esistenza di centinaia di migliaia di individui stipendiati o assistiti, con relative famiglie. Il leghismo non è, in primis, un’ideologia, ma l’espressione di una reale questione. Sotto quest’aspetto, esso si trova anche nelle parole della Cancelliera Tedesca.

Ma trasformare profondamente il Paese è un’impresa che si è rivelata difficile per tutte le classi dirigenti, compresa quella fascista, che a suo tempo si era illusa di «rendere irriconoscibile» l’Italia a se stessa e agli stranieri nell’arco di dieci anni: trasformerò profondamente l’Italia «nel suo volto, ma soprattutto nella sua anima», disse una volta il Duce al limitare degli anni Venti. Insisto con queste analogie storiche per dare il senso della continuità dei problemi strutturali che pesano sulla capacità competitiva del Bel Paese. E poi, in molti discorsi di Monti e della Fornero si coglie l’ambizione e l’urgenza di fare degli italiani dei «cittadini migliori», meno pigri, meno piagnucolosi, meno provinciali, e più produttivi e vogliosi di vincere «le sfide della competizione globale». Mussolini direbbe che è una causa persa, in questo in accordo col defenestrato Cavaliere Nero di Arcore.

Ernesto Galli della Loggia oggi scrive sul Corriere della Sera che la Lega non è riuscita a fare della Questione Settentrionale un progetto nazionale, rimanendo impigliata nella dimensione corporativa e rivendicativa di sindacato del Nord. In effetti, la visione nazionale della Lega cessa di esistere con la morte di Gianfranco Miglio, proprio quando la trasformazione federalista dell’Italia sul modello delle macroregioni proposto dalla Fondazione Agnelli sembrava a portata di mano, dopo il successo elettorale di Berlusconi del ’94. Scriveva «il teorico della Lega» nel ’93: «Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale … Ecco la radice del neofederalismo. È un’idea molto democratica, perché fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla puntualità di tutti i rapporti, sulla eliminazione dell’eternità del patto: si sta insieme per trent’anni, cinquant’anni, poi si ridiscute tutto. Ma per quel periodo l’accordo va rispettato» (G. Miglio, Ex uno Plures, in Limes 4/93). Nella visione strategica di Miglio il federalismo competitivo a guida nordista avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’intero Paese, anche se attraverso una sua ristrutturazione sociale assai dolorosa e costosa, anche sul piano del consenso elettorale.

Il fallimento di questa strategia di ampio respiro più che testimoniare contro le capacità politiche della Lega, rende soprattutto evidente la complessità e la difficoltà dell’impresa. Il movimento di Bossi è dovuto venire a patti con quella complessità e con gli interessi sociali assai radicati nella struttura sistemica (economica, politica, istituzionale, culturale) del Paese, e se nell’ambito delle regioni del Nord la sua «rivoluzione federale» qualcosa di buono (per la società capitalistica, beninteso) ha prodotto, sul livello nazionale il risultato è stato largamente deludente. Ma, ripeto, non tanto per ragioni imputabili principalmente alla Lega, la quale alla fine si è dovuta “romanizzare”, ossia normalizzare sul piano istituzionale, rimanendo alla fine più trasformata dalla situazione nazionale di quanto essa non sia stata in grado di cambiarla – questo è il tratto che accomuna la Lega di Bossi al PSI di Craxi, il «partito del rinnovamento» degli anni Ottanta. I limiti dell’azione leghista ci fanno insomma capire quanto i problemi sistemici che afferrano il Paese siano di difficile soluzione, e non è affatto detto né che la Lega di Bossi sia morta, appunto perché le sue ragioni sociali sono tutt’altro che indebolite, né che, in caso contrario, non arrivi dopo di essa una Super Lega, una Lega al cubo, molto meno “romana”, e assai più tedesca.