LA DECRESCITA DI LATOUCHE MI FA CRESCERE…

Lo confesso: quando il saggio dell’autostima tende a cadere uso Serge Latouche (ma non solo lui, per la verità) come controtendenza. E funziona! Infatti, subito il nano che c’è in me gonfia il petto, e affetta pose da gigante del pensiero sociale, cosa che gli riesce benissimo al cospetto del teorico della decrescita, le cui panzane economico-sociali crescono con l’acuirsi della crisi economica internazionale, fino a toccare vette d’inusitato parossismo. E rimango nella dimensione dell’eufemismo, giusto per non irritare troppo i tanti seguaci del pensiero decrescista. Personalmente trovo irritante il termine stesso di decrescita, per questioni tricologiche, ma giuro che questo non fa velo al mio giudizio.

Così, con l’autostima a terra, sono andato a caccia di qualche intervento del noto Scienziato Sociale, e per fortuna l’ho trovato, sotto forma di intervista. Già l’introduzione al personaggio di Giovanna Faggionato, l’intervistatrice «da Parigi» per conto di Lettera 43.it, è tutto un programma: «Latouche ha cominciato a parlare di globalizzazione quando la parola non era nemmeno nei dizionari, ma da poco era stato pubblicato il rapporto dell’associazione non governativa Club di Roma sui limiti dello sviluppo e la fine del petrolio. Ha riletto i liberali classici e il padre del comunismo e ne ha concluso che né il capitalismo concorrenziale teorizzato dai primi, né l’economicismo statalista di Marx sarebbero stati capaci di dar vita a una società in equilibrio con l’ecosistema». Stendiamo pure un velo pietosissimo sulle qualità scientifiche del famoso – e per molti anche famigerato – Club di Roma, le cui profezie apocalittiche negli anni Settanta misero di ottimo umore il Capitale, alle prese con lo «shock petrolifero» e con una crisi strutturale molto seria, e i suoi interpreti più seri e sobri. E sorvoliamo pure sulla circostanza per cui non pochi teorici del Capitalismo concorrenziale ammisero la necessità, in alcuni casi, di derogare alla teoria, ad esempio nel caso dei paesi capitalisticamente ritardatari, bisognosi dell’aiuto statale e di politiche protezioniste, come avvenne nel XIX secolo in Francia, in Germania, in Italia, e in Giappone, e poi, nel secolo successivo, in Cina e negli altri ex «paesi in via di sviluppo». Salvo poi, ad «accumulazione primitiva avviata», dare il ben servito allo Stato e procedere lungo il virtuoso sentiero della libera concorrenza.

Lasciamo perdere tutto questo, che può essere opinabile. Ma cosa c’entra il vecchio ubriacone di Treviri con «l’economicismo statalista»? Chi ha letto Marx sa bene come quella concezione non abbia nulla a che vedere con il suo punto di vista critico-radicale, come modestamente ho cercato anch’io di argomentare in diversi post di questo Blog (rimando, ad esempio, a Marx versus statalismo e Il “socialismo di mercato”). Mentre ha moltissimo a che fare con la gran parte dei personaggi che nel tempo si sono detti – e si dicono – “marxisti”. Com’è noto, Marx aborrì di definirsi marxista, soprattutto nel momento in cui il «socialismo di Stato» di Lassalle iniziò a prendere il sopravvento persino nel movimento operaio tedesco, in teoria direttamente influenzato da lui e dal suo amico Engels. Insomma, la terza via decrescista è, come ogni altra «terza via» passata, presente e futura, un’emerita panzana la cui ragion d’essere è radicata in una concezione volgarissima del cosiddetto marxismo e in un’infondata interpretazione dell’esperienza del «socialismo reale», una storia dipanatasi interamente sotto il cielo del Capitalismo mondiale, dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao.

Già solo l’introduzione al personaggio è bastata insomma a rivitalizzare la mia abbacchiata condizione umana, e la lettura dell’intervista l’ha poi addirittura beneficata oltre ogni più rosea aspettativa. Scrive ad esempio Latouche: «Serve una politica risolutamente protezionista. Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta». In attesa di capire che cosa sia il «buon protezionismo», concetto che tradisce la coda di paglia di chi vuole celare il ruolo delle politiche protezioniste degli anni Trenta, accontentiamoci della barzelletta autarchica del nostro amico.

La fine è sempre dietro l’angolo…

«Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all’interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D’altra parte, è stata l’eccessiva specializzazione a renderci così fragili». Ma sì, buttiamo a mare due secoli di sviluppo capitalistico, diamo le dimissioni dal Capitalismo globalizzato e concentriamoci su un Capitalismo «più a misura d’uomo» (ossia più a misura delle nazioni che sentono di stare perdendo la guerra della competizione sistemica globale), rispettoso della natura e dell’uomo (sic!), un Capitalismo libero e bello magari costruito  in un solo Paese, ad esempio il nostro. «Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un’utopia, ma l’utopia concreta della decrescita: superare il lavoro». No, signor Guru della Decrescita, questa non è un’utopia, è la chimera di chi sa immaginare la fuoriuscita dal Capitalismo solo nei termini di un ritorno indietro, nella direzione di un Capitalismo meno globalizzato, meno dinamico e non più “traviato” dalla finanza speculativa. È vero, verissimo: occorre superare il lavoro. Ma di quale lavoro parliamo? Oggi, in tutto il pianeta, non esiste un astratto lavoro, ma il lavoro peculiare di questa epoca storica: il lavoro salariato, quello messo in cima alla Sacra Costituzione Italiana, il quale presuppone il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento capitalistico.

Ecco perché, a mio modesto avviso, non si tratta di fare decrescere il Capitalismo (una pura e semplice chimera, un’ideologia buona a sostenere le ragioni del Capitale perdente nella guerra mondiale per l’accaparramento del plusvalore), ma di «metterlo a letto», per usare il gergo della Mafia, e così celebrare la Magna Grecia (o la Grecia che Magna) che mi ha dato i natali. La costruzione della società a misura d’uomo presuppone l’uscita dal Capitalismo, non l’uscita dall’Euro, dall’Europa, dalla globalizzazione, dal libero mercato, dalla competizione sistemica mondiale, dal capitalismo finanziarizzato  e via elencando sulla scorta delle reazionarie teorie economiche dei progressisti, il cui successo presso i giovani più aperti alla speranza si spiega soprattutto con il trattamento stalinista dell’«utopia concreta».

Un’ultima perla: «La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è un bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta». La moneta senza le banche mi ricorda il Proudhon ridicolizzato da Marx nella Miseria della filosofia, il quale accettava l’esistenza della merce («lato buono») ma aborriva il denaro («lato cattivo»), «riducendo così il socialismo ad un elementare malinteso sulla necessaria connessione tra merce e denaro». Analogamente, lungi dall’essere un «bene comune», uno strumento socialmente neutro al servizio degli individui, come pretende l’economia feticizzata, la moneta è nella sua più intima essenza l’espressione di peculiari rapporti sociali disumani. Ma per i teorici della decrescita questo è solo un filosofema che lascia il tempo che trova. L’autarchia incombe!