Libia e continuità storica. Cambiando l’ordine cronologico dei regimi politico-istituzionali, il risultato non cambia. E si chiama IMPERIALISMO.

Cambiando l’ordine cronologico dei regimi politico-istituzionali, il risultato non cambia. E si chiama IMPERIALISMO.

 

Saranno pure prive di qualsivoglia fondamento e politicamente poco serie, come si è affrettato a liquidarle il Governo Gentiloni, ma le minacce scagliate contro l’Italia da quello che giornalisticamente passa come «l’uomo forte di Tobruk», ossia dal generale Kalifa Haftar, non è precisamente di quelle che si prestano a una diplomatica – e scaramantica! – alzata di spalle. D’altra parte l’opinione pubblica italiana, alle prese con il Generale Agosto che ordina ben altre operazioni di massa, andava prontamente rassicurata: fatto! Si tratta adesso di vedere se la buona sorte assisterà la “missione umanitaria” organizzata dal nostro Paese. In ogni caso vale la pena di ricordare le minacce che incombono sulla proverbiale inclinazione “pacifista” e “umanitaria” del nostro imperialismo: «Kalifa Haftar in tarda serata ha ordinato alle sue forze di bombardare le navi italiane, secondo quanto riporta in serata l’emittente panaraba Al Arabiya. Per Hatar la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica» (ANSA, 2 agosto 2017). E, com’è noto, non si sbaglia prevedendo il peggio – o il meglio, punti di vista – quando la posta in palio si chiama «sovranità nazionale», per quanto malmessa e declassata possa essere la nazione, o solo una parte di essa, che si sente minacciata dal nemico. Negli ambienti diplomatici italiani si sospetta e si sussurra che Parigi abbia, se non caldeggiato o suggerito la postura aggressiva assunta dal rais della Cirenaica nei confronti di Roma, certamente creato le condizioni politiche e “psicologiche” per un atteggiamento così esplicitamente avverso agli interessi italiani.

Intanto l’altro ieri il Qatar ha annunciato una commessa all’Italia per la fornitura di 7 navi da guerra, un contratto firmato con la Fincantieri (1) del valore di 5 miliardi di euro. «Lo ha annunciato da Doha, dov’è in visita, il ministro degli Esteri Angelino Alfano. Stando a indiscrezioni della stampa si tratterebbe di 4 corvette, una nave da sbarco anfibia e due incrociatori. Alfano dal canto suo ha affermato che “si tratta di una vera operazione di sistema, non solo di un contratto di vendita, ma di una collaborazione di lunga durata finalizzata, per i prossimi 15 anni, anche alla manutenzione, all’assistenza tecnologica e all’addestramento con il supporto, per quest’ultimo aspetto, del ministero italiano della Difesa”. L’operazione coinvolgerà mille lavoratori italiani» (G. Keller, Notizie Geopolitiche). Mille italianissimi posti di lavoro: buttali via di questi tempi! È il lato buono dell’Imperialismo! Si scherza, compagno internazionalista, si scherza.

Provo a sintetizzare un editoriale-video di Fabrizio Molinari (La Stampa): «In Libia è in corso una prova di forza fra potenze europee e Stati musulmani che ha in palio l’assetto del Maghreb e che vede in vantaggio la Francia perché è l’unica ad avere una strategia di dimensione regionale. In questo grande gioco il maggiore rivale dell’Eliseo è l’Italia, non solo per i suoi cospicui interessi economici in Tripolitania (2), ma perché attraverso una sapiente politica diplomatica il nostro Paese è riuscito ad affacciarsi sul Sahel (3), ed è proprio questa sua proiezione geopolitica che probabilmente ha messo in allarme la Francia. La sfida è comunque solo all’inizio». Una sfida che come abbiamo visto a proposito della cantieristica navale e del settore finanziario-assicurativo coinvolge diversi aspetti della competizione capitalistica tra imprese e tra sistemi-Paese.

Insomma, nel suo piccolo il cosiddetto imperialismo straccione di casa nostra non rinuncia a tessere, riparare e, all’occasione, estendere la propria rete commerciale, politica e militare nella sua storica riserva di caccia in Africa e in Medio Oriente (4). Cosa che necessariamente lo mette in diretta competizione con l’assai più esperto e robusto imperialismo d’Oltralpe, il quale non perde occasione di ricordare al cugino italiano il prestigiosissimo retaggio coloniale francese e, perché no?, l’esito della Seconda carneficina mondiale. Mentre Parigi esibisce la sua tradizionale e sempre meno credibile grandeur, zitta zitta Roma continua a praticare la sua politica internazionale che in termini puntualmente scientifici potremmo chiamare del chiagni e fotti. Certo, si può sempre fare meglio, come pretendono gli incontentabili del tipo di Alessandro Di Battista («il risultato della situazione in Libia è che i francesi si beccano il petrolio mentre l’Italia i barconi») e del Professore Galli della Loggia: «L’Italia è sola. Dalla questione dei migranti al contenzioso con la Francia è questo il referto che ci consegna la situazione internazionale. E così la solitudine diventa inevitabilmente subalternità e irrilevanza. In tutti gli scenari geopolitici caldi che ci circondano, dall’Ucraina/Russia alla Siria, all’Iraq, alla Turchia, appariamo di fatto a rimorchio degli altri» (Corriere della Sera). Ci vorrebbe un sussulto di dignità nazionale, come quello che vide protagonista Craxi nella mitica notte di Sigonella (ottobre 1985), un colpo di reni geopolitico che ci rimetta in piedi: «Nel Mediterraneo perfino su Malta — della quale pure, se ben ricordo, garantiamo l’indipendenza con un apposito trattato! — non riusciamo ad avere la minima influenza. Sul teatro libico, infine, subiamo da anni le conseguenze dello smacco inflittoci a suo tempo dall’iniziativa franco-inglese con relativi flussi migratori che ci si sono rovesciati addosso». È una vergogna! Mi scuso. È uscito il patriota che c’è in me. Non succederà più!

Fonte: Limes

Per Franco Venturini (Corriere della Sera), «È una missione di deterrenza, quella che la Marina e altre forze italiane svolgeranno davanti alla Tripolitania subito dopo l’approvazione parlamentare». C’è da chiedersi: «missione di deterrenza» nei confronti di chi? Nei confronti dei «trafficanti di carne umana» o dell’attivismo francese? «Criticata da noi stessi per la sua passività», continua Venturini, «la “politica libica” dell’Italia va questa volta elogiata per il suo coraggio. Un coraggio sulla carta superiore a quello dell’incontro Sarraj-Haftar di Parigi. Ma l’esito della nostra discesa in campo, come quello delle buone promesse patrocinate da Macron, resta appeso a un filo. Che è in mano ai libici». Allora possiamo stare tranquilli, diciamo…

Livio Caputo (Il Giornale) interpreta il sentimento di molti compatrioti che patiscono «lo sfrenato protagonismo di Macron»: «Cossiga amava dire che “ad atto di guerra si risponde con atto di guerra”, mentre Andreotti chiosava che “di guance ne abbiamo solo due e dopo il secondo schiaffo bisogna rispondere adeguatamente”. […] La partita è complessa, ma se vogliamo giocarcela con qualche possibilità di successo, non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo mantenere un ruolo dì media potenza, non possiamo continuare a ridurre, di bilancio in bilancio, le spese per la politica estera e la difesa». E questo è vero. D’altra parte il debito pubblico italiano fa sentire il suo peso su diversi aspetti del Sistema-Italia, azzoppandone gravemente la capacità competitiva. Una magagna che certo non può togliermi né il sonno né l’appetito. E ho detto tutto!

L’«economista, politologo e saggista Edward N. Luttwak, esperto di strategia militare e di politica internazionale» non ha dubbi: l’Italia deve papparsi la Libia, e gestirla, mutatis mutandis, come ai bei vecchi tempi: «L’unico Stato al mondo che ha la conoscenza, la capacità e la necessità di organizzare la Libia è l’Italia. Gli italiani hanno creato la Libia. La Libia non è mai esistita nella storia fino a quando l’Italia non l’ha costruita. La Cirenaica e la Tripolitania erano divisi perfino all’epoca degli antichi romani: una era provincia greca, l’altra era una provincia che parlava latino. È stata l’Italia che poi ha aggiunto il sud, il Fezzan. L’unico Paese che può portare alla stabilizzazione della Libia è l’Italia e lo può fare molto facilmente perché è un Paese con oltre 60 milioni di abitanti, ha la perfetta capacità di reclutare un esercito sufficiente di 100 – 120 mila soldati. Non queste missioni dove si mandano 173 soldati in Asia, non cretinate di questo tipo, non con mezzi militari, io parlo di occupazione militare. Questa occupazione verrà immediatamente appoggiata da moltissimi libici. Questa cosa andava fatta dall’inizio. I francesi in Libia ci vanno ‘con la mano sinistra’, con lo scopo di mettere le mani su qualche affare: commercio petrolifero o la vendita di qualche aeroplano. I francesi non hanno alcun interesse alla riunificazione della Libia: avere la Francia in Libia, vuol dire avere un Paese non stabilizzato che continua a riversare i suoi problemi sull’Italia. Mentre le poche ciliegie e qualche torta, che ci sono, se le mangiano i francesi. L’Italia è di fronte alla Libia, l’ha creata, ha capacità di stabilizzare la sua ex colonia. In Italia ci sono moltissimi disoccupati che si arruolerebbero ben volentieri nelle forze armate». Riecco il lato buono dell’imperialismo! Non a caso il colonialismo italiano si sviluppò sotto la copertura ideologica sintetizzabile nel concetto, ripreso poi da Mussolini, di Nazione Proletaria.

(1) Ecco cosa ha dichiarato l’Onorevole Stefano Fassina nel corso del dibattuto parlamentare sullo scottante caso Fincantieri-Stx: «Quello che fino a ieri è stato il vostro campione di europeismo e di liberismo oggi riscopre un’antica e grande parola del movimento operaio: nazionalizzazione. Magari lo fa a scopo strumentale, in ogni caso egli dà lustro a una parola che voi avete abbandonato da trent’anni». Ecco la «vera sinistra» secondo Fassina, il quale da buon nipotino di Stalin associa il movimento operaio al Capitalismo di Stato. Merda!
(2) Scriveva Pietro Saccò su Avvenire del 27 marzo del 2011, nel momento in cui l’esito dell’operazione anglofrancese volta a destabilizzare gli interessi italiani in Libia appariva ancora incerto: «In Libia economia vuol dire petrolio. I calcoli del Fondo monetario internazionale dicono che l’attività di estrazione, trasporto e vendita di greggio e gas naturale vale il 92% del prodotto interno lordo libico. Alla fine dello scontro in corso nel Paese, che con 46,4 miliardi di barili di oro nero e 55mila miliardi di metri cubi di gas naturale ha le riserve di idrocarburi più vaste dell’Africa, chi avrà preso il controllo dei giacimenti e dei terminal dove il greggio viene caricato sulle petroliere delle multinazionali avrà l’economia libica nelle proprie mani. E le stime dicono che in Libica c’è ancora molto petrolio che ancora non è stato scoperto. […] Se si guarda al conflitto libico attraverso le lenti della guerra per il petrolio, allora anche l’interventismo del Regno Unito e della Francia ha un aspetto meno solidale e motivazioni più comprensibili, così come si spiegano la maggior cautela dell’Italia e tutte le perplessità della Germania (che con Wintershall è il secondo produttore di greggio nella terra di Gheddafi)». Questo semplicemente per dire che nessuno ha mai dato credito alla natura “umanitaria” e antitotalitaria dell’iniziativa anglofrancese del 2011.
(3) «Quella del Sahel è una guerra dimenticata. I francesi sono alla testa di un’operazione anti terrorismo dall’estate 2014 – il dispositivo Barkhane – che prevede la presenza di 3.000 soldati tra Mauritania, Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad, quest’ultimo è l’alleato più importante di Parigi in Africa. I tedeschi hanno una presenza sempre maggiore in Mali, e per la logistica si appoggiano all’aeroporto di Niamey, capitale del Niger. I due alleati europei si muovono in stretto coordinamento con una presenza ormai sempre meno discreta: quella degli Stati Uniti, che hanno speso, secondo The Intercept, 100 mila dollari per l’apertura di una base per i droni Reaper e Predator ad Agadez, snodo di contrabbando di migranti, armi, droga e quant’altro nel cuore del Niger. La Francia ha annunciato nei mesi scorsi un investimento di 42 milioni di euro per l’addestramento delle forze armate di paesi del Sahel e ha inviato nei giorni scorsi tra 50 e 80 uomini delle sue Forze speciali in Niger, al confine con il Mali» (Il Foglio).
(4) «La Marina si ritrova immersa in uno scenario regionale fattosi più competitivo. Con il Mediterraneo nuovamente nell’occhio del ciclone e un arco di instabilità che corre dalle sabbie nordafricane fino alle profondità dell’Anatolia, il relativo disimpegno della flotta statunitense dal bacino offre nuove opportunità di manovra e altrettanti motivi di apprensione. Più dell’ampliamento della presenza russa fra Bosforo, Levante e Cirenaica o della comparsa delle prime unità da guerra cinesi a nord di Suez, preoccupano i piani di riarmo navale di ambiziosi attori regionali come Algeria, Egitto e Turchia, finalizzati a dotare le rispettive Marine di nuove capacità di proiezione del potere militare con cui puntellare la propria politica estera spesso assertiva. Episodi come la campagna anglo-francese di Libia del 2011, inoltre, ricordano come la competizione investa ormai anche i rapporti fra paesi alleati e possa assumere di colpo i tratti di aspri scontri diplomatico-commerciali come quello andato in scena fra Roma e Parigi per la megacommessa navale da quasi 5 miliardi di euro alla Marina del Qatar» (Citazione da La Marina prova a tornare grande, Limes).

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DUE PAROLE SUL PERICOLOSISSIMO INTRIGO LIBICO

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DUE PAROLE SUL PERICOLOSISSIMO INTRIGO LIBICO

italy-lybia013-805x600Qualche giorno fa Niccolò Locatelli registrava con entusiasmo il ritorno della diplomazia italiana nella capitale della nostra ex colonia africana, e spiegava bene la posta in gioco per l’imperialismo made in Italy in Libia: «La visita del ministro dell’Interno italiano Marco Minniti ieri a Tripoli è venuta con un annuncio importante: oggi l’ambasciatore Giuseppe Perrone presenterà le sue credenziali al governo di Faiez Serraj e l’ambasciata d’Italia aprirà i battenti con tanto di servizi consolari. È un colpo importante per la diplomazia tricolore, sotto diversi aspetti. In primo luogo, a Tripoli non è presente neanche l’Onu, per non parlare degli altri paesi occidentali che, a parte una presenza britannica informale, sono del tutto assenti; l’apertura delle loro ambasciate è improbabile a breve termine. […] In secondo luogo, l’apertura dell’ambasciata è un segnale agli altri paesi coinvolti nella crisi, in primis l’Egitto e la Russia che sempre più apertamente sostengono il “governo” rivale del generale Haftar: per Roma il governo legittimo è quello che sta a Tripoli, semmai si tratta di negoziare l’entrata di Haftar in quello schema. A tale scopo, la presenza dell’Italia nel Consiglio di sicurezza Onu potrebbe rivelarsi un asset: se Roma sarà in grado di fare le alleanze giuste, potrà mantenere in piedi l’impalcatura di risoluzioni Onu approvate sotto Obama che danno la golden share non solo della politica ma soprattutto delle transazioni economiche e petrolifere alle strutture basate a Tripoli» (Limes). E infatti come sempre la politica estera (strumento militare incluso) è chiamata in primo luogo a supportare gli interessi economici che fanno capo a imprese pubbliche e private. Questa, e non altra, è l’essenza dell’Imperialismo.

L’entusiasmo del governo Gentiloni si è forse un po’ raffreddato dopo la reazione a dir poco preoccupante del generale Khalifa Haftar, ex uomo di fiducia degli americani quando si trattò di dare il benservito a Gheddafi nel 2011, e che a più riprese ha minacciato di usare i profughi libici e i migranti africani come materiale bellico “umano” («inonderemo le coste italiane di gente povera»), e questo nell’intento di ottenere dall’Italia armi, denaro e consenso politico. Oggi Haftar denuncia «una nuova occupazione militare» da parte dell’Italia. Non c’è da star sereni, diciamo.

Gli interessi strategici italiani in Libia sono minacciati da più parti, come ha chiaramente dimostrato l’«intervento umanitario» del 2011 voluto soprattutto dalla Francia, dall’Inghilterra e dall’Arabia Saudita. Ma in questo momento è soprattutto l’attivismo russo che desta più di una preoccupazione a Roma. «La Russia è già riuscita a mettere il piede in Egitto, altro alleato di Tobruk, dopo che l’amministrazione di Barack Obama ha sostenuto i Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi contro l’attuale governo di Abdel Fatah al-Sisi, per cui ad Alessandria sorgerà una base navale russa. Haftar, in cambio del sostegno, ha in questi giorni stretto un’intesa con i russi per la costruzione di una base in Cirenaica e, a quanto riportano i media arabi, starebbe cercando di assicurarsi il controllo delle basi aeree situate nella parte sud-orientale del paese. Lì si avvallerebbe del supporto delle milizie delle tribù fedeli all’ancien régime, cioè al defunto colonnello Muammar Gheddafi, le quali preferirebbero sostenere Tobruk piuttosto che Tripoli» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche).

Secondo il generale Carlo Jean (Quotidiano Nazionale) l’attivismo politico-militare della Russia di Putin in Libia avrebbe più che altro un respiro tattico, e non strategico, perché secondo lui quel Paese non avrebbe le risorse finanziarie adeguate per esporsi a lungo termine in più fronti nello scenario Mediorientale e in Nord-Africa, e lo stesso Presidente russo farebbe piuttosto bene a non sottovalutare il malessere sociale che cresce in Russia. In effetti, non si campa solo di orgoglio nazionale e di spirito di rivincita verso un Occidente che intendeva fare della Grande Russia una Potenza di rango regionale, come sostenne una volta l’odiato Obama. Come reagirà il neo Presidente Trump all’aggressiva politica estera dell’amico Vladimir? Quanto durerà la “luna di miele” tra i due “amici”? Lo scopriremo presto.

Intanto siamo qui a denunciare, per quel che vale, l’attivismo politico-diplomatico del governo italiano in Libia (e altrove: vedi la Diga di Mosul in Iraq), attivismo che fra l’altro ci espone ancor di più al rischio di diventare degli “obiettivi sensibili” nel contesto dell’attuale «Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti».

GUERRA E – COSIDDETTA – PACE

aut trÈ dal 2003, dai tempi della Seconda guerra in Iraq, che intellettuali francesi “non allineati” (al pensiero mainstream progressista) come Alain Finkielkraut e André Glucksmann martellano le posizioni “pacifiste” europee, rubricate come Spirito di Monaco e vetero pacifismo ideologico. Ad esempio, dalle colonne dell’International Herald Tribune del 12 marzo 2003 Glucksmann rimproverò i governi di Parigi e Berlino di riprodurre «gli argomenti dei “Movimenti per la Pace” staliniani» della guerra fredda. Un’accusa che, al netto della posizione guerrafondaia sostenuta dall’intellettuale francese in difesa dei Sacri Valori Occidentali, ebbe allora il merito di mettere in luce tutta l’ambiguità della “politica estera” europea in generale, e di quella franco-tedesca in particolare. Sempre concesso che si possa parlare con qualche fondamento di una “politica estera” europea. Come il lettore ricorderà, allora si parlò di una Nuova Europa (i «volenterosi» amici di Bush: Inghilterra, Italia e Spagna) e di Vecchia Europa (gli avversari dell’intervento militare in Iraq, con alla testa la Francia di Jacques Chirac).

Gli ultimi avvenimenti in Ucraina e in Libia hanno riaperto anche in Italia il dibattito “teorico” intorno all’atteggiamento europeo in materia di conflitti armati: ha ancora senso parlare di ripudio della guerra quando nel cuore stesso dell’Europa e a due passi dalla Sicilia divampano conflitti che rischiano di incenerirci mentre proferiamo le rituali e sempre più stucchevoli frasi pacifiste? Scriveva ieri Stefano Folli (La Repubblica): «La Libia ha creato quasi all’improvviso un fatto nuovo che rende obsoleti certi comportamenti e richiama tutti alla serietà. […] La campana della Libia suona per tutti, salvo che per le forze che si pongono fuori del sistema». Sarà forse per questo che chi scrive non l’ha sentita, almeno nei termini in cui li ha posti il bravo editorialista: «La minaccia è reale e incombente, tocca da vicino gli interessi italiani e si somma all’emergenza dei profughi». Non c’è dubbio: la campana libica suona per gli interessi strategici del Paese, che rischia di farsi scavalcare non solo dalla più aggressiva, esperta e militarmente attrezzata Francia, come ai tempi della “guerra umanitaria” contro Gheddafi, ma anche dall’Egitto, la cui ombra già si estende sulla Cirenaica. La campana della guerra sistemica (non solo militare) suona per gli interessi strategici del Paese, appunto, non certo per gli interessi delle classi subalterne, e certamente non per chi scrive, almeno nel significato qui messo in luce.

Ernesto Galli della Loggia prende molto sul serio, per criticarla da par suo (ossia con intelligenza e fine sarcasmo), l’ideologia pacifista che condannerebbe l’Europa all’impotenza e che la esporrebbero a pericoli esistenziali di cui ancora non ci rendiamo conto: «Gli europei sono incapaci di pensare alla loro sicurezza innanzi tutto perché sono ormai incapaci di pensare alla guerra. Di pensare concettualmente la guerra. Di convincersi cioè che quando in una situazione di crisi una delle due parti appare decisa per segni indubitabili a usare la violenza, c’è un solo modo di fermarla: minacciare di usare una violenza contraria. E quando è inevitabile, usarla».

Della Loggia ridicolizza soprattutto il vezzo politically correct tutto europeo di ricondurre la Guerra in generale, il fatto bellico come concetto, a «inutile strage» secondo la celebre definizione papale applicata alla Grande Guerra: «Inutile dunque l’indipendenza della Polonia, dell’Ungheria o dei Paesi baltici che scaturì da quel conflitto. E perché? In che senso, da quale punto di vista? Inutile pure il risveglio politico di tutto il mondo islamico in seguito al crollo dell’impero ottomano: ma chi può dirlo? Così come inutile, naturalmente, nel suo piccolo, anche il ritorno all’Italia di Trento e Trieste, non si capisce in base a quale criterio. In base al criterio, si risponde, che tutto questo è costato un enorme numero di morti. È vero. Ma un enorme numero di morti, per fare solo qualche esempio, sono costate anche le invasioni barbariche, le guerre di religione del Seicento, la battaglia di Stalingrado, per non parlare, che so, della colonizzazione dell’America in seguito alla scoperta del Nuovo mondo: si è trattato perciò di avvenimenti “inutili”? Ma via, che modo è mai questo di fare storia, assumendo come criterio chiave il numero dei morti?» (Il Corriere della Sera, 16 febbraio 2015). Il titolo dell’interessante articolo dell’editorialista è molto significativo: Cattiva coscienza europea.

In che senso della Loggia parla di cattiva coscienza europea? È preso, e solo in parte correttamente, detto: «La guerra, gli europei dell’Ue hanno deciso di lasciarla agli americani. Credendo così, tra l’altro, di poterli comodamente giudicare dei “guerrafondai” schiavi della “cultura delle armi” e di potersi sentire quindi moralmente superiori ad essi: in una parola più democratici. E invece è vero proprio il contrario». Sono i temi che il “falco” Robert Kagan propose nel suo Paradiso e potere (Mondadori, 2003) a proposito dell’ambiguo rapporto tra le due sponde dell’Atlantico: «L’Europa sta voltando le spalle al potere. […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza». Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte.

Naturalmente niente di tutto questo, a uno sguardo meno superficiale – diciamo pure meno ideologico – della questione. D’altra parte, declinare la potenza e la forza di un Paese a partire dalla sua dimensione politico-militare è sbagliato, soprattutto nel contesto della società-mondo del XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e di tutti al Moloch capitalistico. Viceversa, sarebbe praticamente impossibile spiegare la forza di attrazione e la potenza sistemica della Germania del secondo dopoguerra. Lo stesso confronto USA-URSS, vinto in modo fin troppo netto dagli americani, fu innanzi tutto un confronto economico, tecnologico e scientifico, nonostante l’opinione pubblica fosse attratta dagli aspetti ideologici (il cosiddetto conflitto fra democrazia e “totalitarismo comunista”: sic!) e militari (sfilate di carri armati e di missili, guerre per procura, e così via) della contesa. Anche la debolezza strutturale (industriale, in primis) dell’imperialismo russo di oggi, non a caso definito dagli analisti di geopolitica secondo la figura retorica (ma non per questo meno veritiera) del gigante dai piedi d’argilla, credo avvalori la tesi qui sostenuta.

1302524382452_guerra_libia_500Ma ritorniamo a Galli della Loggia. Egli spiega senz’altro la prassi degli individui e delle nazioni sulla base della loro ideologia; io, viceversa, mi sforzo di individuare i presupposti storico-sociali, attuali e lontani, delle ideologie, che cerco di spiegare sulla scorta di precisi interessi. Per dirla con il solito Marx, io cerco di fare di un problema ideologico una questione essenzialmente “pratica”, mentre della Loggia rimane sul terreno ideologico e da lì scaglia le sue frecce critiche. Per quanto mi riguarda, l’ideologia pseudo pacifista degli europei per un verso è servita a mascherare un fatto epocale indiscutibile: lo strapotere degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale, che ha annichilito ogni velleità di Grande Potenza da parte dei maggiori Paesi europei, Inghilterra e Francia comprese, che  a ben guardare alla fine risulteranno essere le vere sconfitte di quel conflitto (alludo ovviamente al loro “glorioso” passato coloniale); e per altro verso quell’ideologia è stata sempre usata in chiave polemica dal Vecchio Continente nei confronti degli USA, a volte per smarcarsi da iniziative politico-militari decise da Washington che non rientravano nei suoi interessi strategici, e sempre per contribuire il meno possibile in termini finanziari e politici al mantenimento dell’Alleanza atlantica. Fare del male (l’egemonia statunitense) un bene, avvantaggiarsi quanto più possibile dell’ombrello americano offrendo all’alleato d’Oltre Oceano il meno possibile in tutti i sensi: l’ideologia cosiddetta pacifista degli europei è stata messa al servizio di questa scaltra strategia, che infatti da sempre è stata oggetto delle critiche americane. «È facile affettare pose pacifiste delegando ad altri il lavoro sporco!».

L’opportunismo delle “colombe” europee nei confronti dei “falchi” americani non va dunque letto come un difetto ideologico da parte delle prime, bensì come una politica che risponde a precisi, e il più delle volte inconfessati, interessi.

«Oscuramente», continua Galli della Loggia, «gli europei avvertono che il loro rifiuto della guerra, apparentemente così virtuoso, in realtà copre la paura che in qualche modo la guerra possa resuscitare come d’incanto i démoni che affollano il loro passato così poco democratico. È solo un caso se il Paese non da oggi più pacifista di tutti è la Germania? Il nostro amore per la pace, insomma, assomiglia molto a un antico rimorso divenuto cattiva coscienza». Come ho cercato di argomentare, non si tratta di un rifiuto ideologico della guerra, né di astratte paure legate al retaggio storico, ma piuttosto di interessi sistemici che rendono problematica la decisione degli “europei” di accedere al fatto bellico. Tutti hanno visto come la “pace” e l’ideologia pacifista hanno reso più potente che mai la Germania,  cosa che «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (C. Jean, Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca, un evento che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibile a breve/medio termine, e certamente non auspicabile.

Ascoltiamo l’ultima lamentela antipacifista di Galli della Loggia: «L’Italia in specie poi, si sa, è votata alla pace. Se domani andremo in Libia, se mai ci andremo, anche lì, c’è da giurarci, non andremo per fermare con le armi le orde dello “Stato islamico”, cioè con la guerra. No. Dimentichi che non c’è ipocrisia maggiore di quella delle parole, ma decisi a non dismettere la nostra sciocca ideologia, andremo “per mantenere la pace”». Sull’ipocrisia “pacifista” made in Italy non ho nulla da aggiungere.

quarta spondaHo invece qualcosa da dire a proposito di quanto ha scritto Tommaso Di Francesco sul Manifesto del 14 febbraio in risposta al virile «siamo pronti a com­bat­tere» esternato dal Ministro degli Esteri italiano: «piut­to­sto che un impeto leo­par­diano, asso­mi­glia al solito disprezzo dell’articolo 11 della nostra Costi­tu­zione e anche dell’Onu, la cui egida viene strumen­tal­mente evo­cata ma considerata più che per­dente». Non c’è guerra, o preparazione di un qualsiasi intervento militare da parte del Bel Paese che non evochi, nella testa dei pacifisti, l’Art 11 della Costituzione Italiana: L’Italia ripudia la guerra… Ora, sul piano storico quell’articolo non attesta la natura pacifista della «Repubblica nata dalla resistenza»: ne attesta piuttosto la natura di Paese sconfitto nella Seconda Carneficina Mondiale. Dopo l’occupazione militare angloamericana e la resa incondizionata ottenuta a suon di bombardamenti aerei sulle città italiane, le potenze Alleate ottengono dall’Italia la ratifica di Paese vinto che non cercherà mai più la strada della guerra per accrescere in potenza. Di più: il suo potenziale bellico viene messo a disposizione di istituzioni sovranazionali (NATO e ONU) per consentire «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»; e difatti l’Italia «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Su questa base giuridica all’Italia è consentita la guerra in guisa di piccola o media potenza assoggetta ai vincoli imperialistici che le derivano appunto dall’esito della seconda guerra mondiale. Analogo discorso deve naturalmente farsi per la Germania e il Giappone*.

Insomma, sulla base del citatissimo nonché mitico Articolo 11 della Costituzione l’Italia può benissimo impegnarsi in una guerra internazionale, naturalmente secondo le modalità prescritte da chi di fatto ha scritto quell’Articolo: gli Stati Uniti. È d’altra parte un fatto che all’ombra dell’articolo 11 l’Italietta è riuscita nel corso della Guerra Fredda a ritagliarsi un ruolo di piccola/media potenza nella sua tradizionale riserva di caccia: Balcani, Vicino Oriente, Nord’Africa. Nell’ultimo quarto di secolo questo ruolo si è alquanto indebolito, per una serie di motivi che adesso tralascio di citare e analizzare. E qui ritorniamo all’inquietante attualità.

* «Nella sede del partito di Abe, c’è un ufficio apposito, con tanto di targhetta, per la revisione della Costituzione ultrapacifista imposta dagli Usa vittoriosi. Non ci sarebbe niente di male a cambiare dopo oltre 60 anni una Carta fondamentale dettata dallo straniero: qualsiasi altro Paese l’avrebbe già fatto.  Il problema è che le bozze di revisione fatte circolare hanno fatto accapponare la pelle a molti costituzionalisti» (Stefano Carrer, Il Sole 24 Ore, 2012).