PROFITTO VERSUS RENDITA

Alcune considerazioni intorno ai concetti di profitto, rendita e lavoro produttivo nel
Capitalismo 2.0.

FSebbene muovendo da un punto di vista schiettamente apologetico, Giulio Sapelli mostra di aver capito l’essenza dell’economia basata sul profitto più di quanto si è soliti apprezzare, ad esempio, nei teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo. Pochi passi sono sufficienti a dimostralo: «I paesi industrializzati europei hanno un misuratore infallibile della bassa crescita: il progressivo trasferimento di quote ingenti di capitali dal profitto alla rendita, a quella immobiliare e a quella improduttiva pubblica e privata. Quindi la persistenza di alte quote di risparmio è indice di bassa crescita … Ecco un altro dato fondamentale. Laddove si investe, non si investe più nei tradizionali confini. Si pensi alla Germania. Ebbene la Germania ha potentemente delocalizzato la sua industria e ha promosso investimenti in aree strategiche del nuovo mondo industrializzato … Solo il profitto capitalistico rivoluziona la società, costringe gli operatori all’innovazione e alla benefica e darwiniana lotta per l’esistenza, che rinvigorisce le menti con la progettazione strategica … La dialettica rendita-profitto deve tornare a essere un elemento di misurazione della salute dell’economia e della società. Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario … I classici da rileggere per meditare come sia difficile vivere in un mondo senza industria manifatturiera, sono quelli che vedevano nell’industria, nel profitto e nella nascita il sale della crescita e della civilizzazione» [1].

Qui si esprime senza infingimenti la lotta furibonda fra i diversi capitali (industriali, commerciali, finanziari) per la spartizione del bottino. L’espansione della rendita e del parassitismo sociale, pubblico e privato, non rappresentano il «farsi rendita del profitto» [2], quanto piuttosto un attacco al profitto industriale (espressione diretta del plusvalore primario) e, quindi, all’accumulazione capitalistica, la cui base relativamente deve declinare a causa di una insufficiente quota di profitti da capitalizzare nel processo produttivo. Se le condizioni generali dell’economia restano sfavorevoli all’investimento produttivo, cospicue masse di capitali saranno sempre attratte dalla rendita, dalla speculazione e dal parassitismo genericamente inteso.

«Dal profitto alla rendita: non si è capito proprio nulla». Impossibile, per chi scrive, non condividere queste parole. Mi permetto di citarmi:«Il fatto che ormai da oltre un secolo il centro di comando delle attività economiche sia radicato nella sfera della finanza mondiale non ha mutato il meccanismo della creazione della ricchezza sociale nella peculiare forma capitalistica, ma lo ha piuttosto enormemente potenziato ed espanso, creando una gigantesca base sulla quale è possibile il più ardito e spericola­to gioco d’azzardo. Il profitto non si fa rendita, ma piuttosto in certe situazioni la permanente “dialettica” tra l’uno e l’altra si radicalizza … “La rendita non è mai una nuova creazione di reddito, ma sempre una parte del reddito già creato”: Marx accolse questa definizione ricardiana di rendita come decurtazione di parte del profitto industriale e, dunque, come poggiante in ultima analisi sul plusvalore estorto al lavoro sociale complessivo» [3].

La teoria del profitto e della rendita di Toni Negri, Carlo Vercellone e degli altri “cognitivisti”, rovescia completamente l’analisi marxiana delle tendenze immanenti allo sviluppo capitalistico. Infatti, mentre i primi teorizzano il farsi rendita del profitto, che implica il superamento del Capitalismo fondato sull’estorsione del plusvalore nella sfera della produzione delle merci (dal «Capitalismo fordista» al «Capitalismo cognitivo»), Marx dava conto di un processo storico-sociale che vedeva il farsi profitto della rendita, ossia il prevalere del rapporto sociale ca­pitalistico anche nell’ultima enclave dell’economia precapitali­stica, nell’agricoltura, assoggettata progressivamente al moderno capitale (perso­nificato nel fittavolo borghese). Il capitale, sviluppando «le scienze naturali e l’agronomia», non rese solo più fertile il terreno, au­mentandone la composizione organica (il terreno da risorsa naturale diventa capi­tale fisso, «terre-capital», ossia «strumento di produzione»), ma rende soprattutto più fertile, per così dire, il lavoro di chi lo coltiva (il salariato agricolo), accrescendone la produttività. Naturalmente negli scritti marxiani non si riscontra alcuna hegeliana identità assoluta tra profitto e rendita, nella misura in cui questi due redditi rimandano a due differenti classi sociali interessate alla spartizione dello stesso plusvalore: quello generato dal lavoro salariato industriale e agricolo – qui la distinzione è meramente formale.

fordQuando la scienza (o, in una sua accezione più larga e pregnante, General Intellect, per usare una terminologia di gran moda presso i “marxisti cognitivisti”, i quali per l’essenziale non hanno compreso la dialettica reale che le dà sostanza); quando la scienza, dicevo, diventa la madre di tutte le forze produttive si ha il passaggio «dalla sottomissione formale del lavoro al capitale», la quale lasciava al lavoratore un residuo di autonomia pratica (tecnica) e intellettuale, alla «sottomissione reale del lavoro al capitale», la quale segna il completo asservimento del salariato al Moloch del processo di valorizzazione diretto scientificamente. Il Capitalismo 2.0 non segna il passaggio dalla sussunzione reale al General Intellect («La produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale di creazione di valore», scriveva Carlo Formenti nel 2009), ma, semmai, il passaggio alla sussunzione totalitaria della società (natura compresa) al Capitale come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento – per questo il più delle volte uso la c maiuscola.

La società-fabbrica come metafora può anche avere una sua pregnanza teorica e politica, ma solo se non oblitera la reale dialettica immanente al processo di creazione della ricchezza sociale nella sua attuale connotazione sociale, processo che non realizza l’hegeliana notte che fa nere (ossia produttive di plusvalore) tutte le vacche. La creazione del plusvalore nell’inferno industriale (Inferno 2.0, se la cosa può suonare meno arcaica) segna ancora il limite storico del Capitalismo, che il Capitale cerca di superare in ogni modo. Senza riuscirvi, come dimostra anche l’attuale crisi economica.

La conoscenza nell’attuale configurazione sociale non è un «bene comune» di cui il Capitale si appropria gratuitamente e illegittimamente, saccheggiando un mondo (il cosiddetto Comune) che per molti aspetti già non gli appartiene più, ma è all’opposto il prodotto più tipico del Capitalismo giunto nella sua più alta fase di sviluppo, che corrisponde appunto allo sfruttamento capillare, invasivo, violento e, soprattutto, scientifico di tutto ciò che sta tra terra e cielo. Il General Intellect è in radice l’intelligenza del Capitale. È vero che, come scrive Marx, «Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma», ma esso può farlo perché «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» (Il Capitale, I).

Lo sviluppo capitalistico promuove sempre di nuovo l’espansione del «cervello sociale» (scuola, università, agenzie formative, pubbliche e private, di vario genere, relazioni sociali mediate tecnologicamente e via di seguito), e questo a sua volta accresce direttamente e indirettamente la potenza sociale del Capitale, il quale sa come mettere a profitto lo sviluppo complessivo della sua società. Solo il rovesciamento rivoluzionario del Dominio può rendere possibile il pieno dispiegamento delle tendenze emancipatrici di cui è gravida, e non da oggi, la società borghese. Per Negri «Tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti». Non c’è dubbio: nel Comunismo, però, non certo nel Comune dei “cognitivisti”.

Adesso ritorniamo, anzi: precipitiamo nel mondo perduto dell’industria.

rivoluzione-industriale-lavoro-minorile«Industria: sì, pronunciamo coraggiosamente la parola», scrive Sapelli nel suo elogio del profitto industriale, prendendo un po’ in giro quegli economisti che fino al 2007 teorizzavano e magnificavano la creazione del denaro a mezzo di denaro. Tanto per lui quanto per chi scrive l’industria rappresenta il cuore pulsante della Civiltà borghese; ma mentre per Sapelli questa Civiltà parla il linguaggio del progresso (economico, tecnologico, scientifico, culturale, spirituale, antropologico), sebbene al netto delle inevitabili contraddizioni e magagne, peraltro sempre superabili ed emendabili; per me la società capitalistica parla invece il duro e maligno linguaggio del Dominio e dello sfruttamento. Proprio perché la produzione industriale è il cuore del processo sociale di produzione del plusvalore, base per ogni sorta di profitto (industriale, commerciale, finanziario) e per ogni genere di rendita; per questo il luogo della creazione immediata del plusvalore è per i salariati il luogo maledetto per eccellenza.

Una piccola digressione. Nel corso dell’illustrazione della Nota di variazione al DEF per il 2012-2015 al Senato della Repubblica (5 ottobre 2012), il Sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo dichiarò che «come scrivevano economisti importanti, da Marx a Keynes, se non riparte il meccanismo dell’accumulazione l’economia rimane bloccata». Secondo il Sottosegretario ciò che blocca l’accumulazione è innanzitutto il ristretto margine (di profitto) delle imprese, il cui margine operativo lordo medio si aggira intorno al 33% sul valore aggiunto, un livello troppo basso soprattutto alla luce della fiscalità italiana. Più che la diminuzione dei consumi privati (quasi -3%), deve destare preoccupazione soprattutto il crollo degli investimenti, che ha fatto registrare quest’anno un inquietante -10%. Se il margine (di profitto) non cresce (oggi è al 7-8%), disse Polillo, gli investimenti ristagnano, impedendo la ripresa dell’accumulazione: come uscire da questo vero e proprio circolo vizioso?

Polillo individuò ovviamente nella scarsa produttività delle imprese italiane il problema centrale da risolvere, se si vuole dare una rapida risposta all’angosciante domanda di cui sopra. E la scarsa produttività chiama in causa direttamente il famigerato cuneo fiscale, ossia la differenza fra costo del lavoro, altissimo in Italia, e salario diretto, che è invece inferiore alla media dei paesi europei. Questa forbice tra quanto il lavoro costa all’impresa e quanto intascano realmente i lavoratori ha nel compromesso tra grande impresa, sindacato parastatale (trimurti sindacale) e Stato forse la sua spiegazione più importante.

Ecco cosa pensa Sapelli, da buon liberale, dello Stato e del sindacato italiano: «Meno lo Stato interviene e meglio è. Bisogna detassarle le imprese, e bisognerebbe fare una forte politica sindacale per aumentare i salari, ma questo non spetta allo Stato, spetta alle organizzazioni sindacali che devono finalmente ritornare ad essere dei sindacati e devono ricominciare a difendere i lavoratori» [4]. Che un liberale scavalchi “a sinistra” il sindacato collaborazionista, ciò può sorprendere solo chi non conosce l’autentico pensiero liberale, il quale non nega affatto l’esistenza del conflitto sociale, e anzi vi vede un contributo al rinnovamento sociale, un male che può generare un bene, secondo la nota astuzia del Dominio. Salvo riconoscere al Leviatano, che del Dominio è il più feroce cane da guardia, la piena legittimità di usare il bastone, il fucile e il carcere tutte le volte che questo conflitto supera i bronzei limiti della Civiltà borghese.

A proposito di Leviatano! Ecco cosa scrive Loretta Napoleoni, “economista di riferimento” (a quanto si dice) del movimento grillino, intorno all’Economia canaglia: «La genesi dello stato-nazione è la storia del contratto sociale attraverso il quale gli individui creano le nazioni e ne preservano all’interno l’ordine sociale. I presupposti di tale contratto dipendono dalla volontà dei cittadini di cedere alcuni diritti al governo in cambio della garanzia di pace e stabilità. La legittimità dei politici nasce quindi dalla volontà del popolo di ratificare il contratto sociale. Alla radice del contratto sociale c’è il caos dello stato di natura, sinonimo di anarchia. In tale stato non esiste la nozione di diritto … L’economa canaglia, caotica, anarchica e illegale, ricorda lo stato di natura» [5]. Qui la concezione pattizia che fonda sul piano politico-ideologico il potere delle classi dominanti non poteva essere esplicitata in termini più chiari e semplici, e forse con intenti pedagogici.

Alla radice del cosiddetto contratto sociale ovviamente non c’è «il caos dello stato di natura», ma precisi rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, per tutelare i quali i dominanti si sono legittimamente impossessati del monopolio della violenza, imposto ai dominati col crisma della difesa del «bene comune» e della comune Civiltà. La genesi del moderno Stato-Nazione è la storia della moderna «società civile», spinta dal processo sociale sul terreno delle grandi aspirazioni storiche, ben oltre i vecchi limiti feudali e comunali. Per Hegel: «La società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato individuale di tutti contro tutti»; e Marx chiosava da par suo: «È notevole la definizione della società civile come bellum omnium contra omnes». La società civile, signora Napoleoni, non il Capitalismo nella sua variante “degenerata”: «neo-liberale», «selvaggia», «illegale» ecc. Nel Capitalismo, ossia nella società più selvaggia e violenta che sia mai comparsa sulla faccia della Terra, il Diritto e la Politica devono necessariamente assecondare i processi sociali che disegnano sempre di nuovo il territorio della «società civile», ossia il luogo hobbesiano degli interessi materiali. Canaglia è l’economia capitalistica tout court, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia al Brasile, dalla Svezia al Sudafrica.

londra-rivoluzione-industriale-gustave-doreNaturalmente la Napoleoni non è la sola scienziata sociale che individua nella ripresa d’iniziativa economica del Leviatano il punto di svolta che può allontanarci dall’«economia canaglia». Ad esempio, Giorgio Ruffolo e S. Sylos Labini individuano, sulla scia di Hobsbawn e degli altri teorici della «terza via» (oltre il «socialismo» e oltre il Capitalismo liberista: che straordinaria originalità!) nel Capitalismo di Stato, o quantomeno nell’«economia mista che ci vide all’avanguardia fino agli anni Settanta», la strada da imboccare per uscire dalle secche della crisi sistemica. Ai due scienziati piace particolarmente il modello nazista di keynesismo. Ecco le prove: «Una reazione significativa per contrastare le tendenze involutive del capitalismo durante una crisi fu quella sperimentata in Germania agli inizi degli anni Trenta sotto l’impulso del ministro dell’Economia di Adolf Hitler, Hjalmar Schacht. Per sottrarre la Germania alla dittatura dei mercati finanziari che la stava trascinando a fondo, il regime nazista attivò delle misure eccezionali per riportare la sovranità monetaria sotto il controllo politico. Si realizzò così un mutamento fondamentale della strategia economica, che permise allo Stato di riprendere in mano le leve del finanziamento dello sviluppo sostituendo la propria autorità a quella del mercato. Naturalmente non c’è bisogno di Hitler»[6]. Naturalmente.

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata. D’altra parte, quel tipo di interventismo statale può avere successo solo se applicato in maniera massiccia, mentre il suo uso omeopatico è del tutto inefficace. Ma a quel punto la catastrofe sociale sarebbe imminente, e l’elmetto passerebbe, per dir così, dalla teoria alla prassi.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» [7]. Non a caso, come ricorda la storica dell’economia Amity Shlaes ne L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione, i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano» [8].

Quanto poi allo Stato che avrebbe riacquistato la perduta sovranità finanziaria e avrebbe «ripreso in mano le leve del finanziamento dello sviluppo sostituendo la propria autorità a quella del mercato», ebbene si tratta di una mitologia coltivata da chi non riesce a vedere ciò che si celò allora dietro l’apparenza, ossia il pieno asservimento del Leviatano agli interessi strategici del «mercato», cioè dei peculiari rapporti sociali capitalistici. Per questo Adorno poté scrivere nel 1944 i significativi passi che seguono: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino … La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» [9]. Della ragione dominante, ossia del Dominio sociale nell’epoca dello sfruttamento scientifico di uomini e cose. Il massimo della razionalità posta al servizio di Potenze sociali irrazionali, cioè a dire ostili all’uomo, che pure le produce sempre di nuovo, giorno dopo giorno. È la tragedia dei nostri giorni.

Porre l’alternativa tra Stato (buono) e Mercato (cattivo) non è solo espressione di una concezione ultrareazionaria e disumana del mondo, ma è anche indice di un’indigenza dottrinaria davvero abissale.

Segue qui (da p. 11).

[1] G. Sapelli, La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, pp. 9-13, Bollati Boringhieri, 2008.
[2] C. Vercellone, Il ritorno del rentier, in Posse – novembre 2006.
[3] S. Isaia, Dacci oggi il mostro pane quotidiano, p. 266. Testo scaricabile dal Blog.
[4] Dove va il capitalismo italiano, intervista a G. Sapelli di Rai News 24, 30 marzo 2011.
[5] L. Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore, p. 251, 2008.
[6] G. Ruffolo, S. S. Labini, Il film della crisi, p. 116, Einaudi, 2012.
[7] J. M. Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory).
[8] Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione», (A. Shlaes, L’uomo dimenticato, p. 24, Feltrinelli, 2011). Un giudizio che in parte mi sento di condividere.
[9] W. Adorno, Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994.

L’IMPERIALISMO È LA GRANDE CINA

Nel suo post-Facebook del 28 settembre dedicato alla «Grande Cina», Amedeo Curatoli pone questa domanda: «Che cosa potrebbe dimostrare il fatto che in soli 30 anni la Cina ha raggiunto il più alto tasso di sviluppo del genere umano, mentre in Occidente c’è la stagnazione? Questa mirabile ascesa ci dice forse che la Cina è un paese capitalista giovane e aggressivo che compete con gli altri “vecchi” capitalismi secondo la teoria di Lenin dello sviluppo ineguale del capitalismo in epoca dell’imperialismo?» (L’imperialismo e la grande Cina). A questa domanda, che nelle intenzioni dell’autore forse voleva essere retorica, mentre alle mie orecchie suona fortemente suggestiva (nel senso che mi suggerisce la risposta), rispondo senza alcun tentennamento con un grande . Grande almeno quanto lo è il Capitalismo cinese, giunto ormai da tempo nella sua fase di conclamato imperialismo.

Se ai tempi del regime maoista, almeno nel suo primo periodo rivoluzionario (nazionale-borghese: a ragione Curatoli scrive che «Mao è la nazione cinese»), aveva un significato teorico e politico disquisire intorno alla natura imperialista/antimperialista della Cina (mentre sulla sua natura capitalistica c’era poco da discutere, almeno per il sottoscritto), oggi il solo porre la questione è semplicemente ridicolo, oltre che ultrareazionario sul piano politico. La Cina è imperialista non solo perché è legata con mille fili all’Imperialismo mondiale, ma lo è nel senso capitalisticamente più peculiare, ossia in quanto Paese che non esporta solo capitale in forma di merci (lavoratori compresi), ma anche capitale finanziario stricto sensu, che investe in modo diretto e indiretto in altri Paesi.

Com’è noto, per Lenin l’esportazione di capitali, che, ripeto, è il tratto storicamente distintivo del moderno Imperialismo, determina «una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo», che si manifesta soprattutto in un «più rapido sviluppo capitalistico» nelle zone ancora arretrate del pianeta. Questa funzione il capitale cinese la sta svolgendo soprattutto in Africa, e in parte in America Latina, attraverso la peculiare dialettica dello sfruttamento capitalistico, la quale mette capo allo sviluppo degli stessi Paesi che la subiscono. Oggi la Cina è al centro del Sistema Imperialistico Mondiale, e negarlo è francamente qualcosa che sta, se così posso esprimermi, al di là del bene e del male. Insomma è un’assoluta idiozia, che porta acqua al mulino di uno dei più grandi imperialismi di questo inizio secolo.

La relativa stagnazione economica occidentale è un dato che attesta la maturità capitalistica dei Paesi giunti assai prima della Cina nella fase borghese del loro sviluppo storico-sociale, e niente milita contro un analogo futuro destino dell’economia cinese, oggi condannata a non scendere sotto la soglia critica dell’otto per cento di crescita, pena il crearsi di gigantesche tensioni sociali, che potrebbero mettere in questione persino l’assetto nazionale del Paese. Di qui, tra l’altro, il crescente nazionalismo cinese, del tutto omogeneo a quello che si sta sviluppando in Giappone e in Corea del Sud.

Detto en passant, anche Stalin e, in seguito, Kruscev puntarono i riflettori della propaganda sugli altissimi tassi di sviluppo dell’industria russa per dimostrare la natura socialista dell’economia del Paese, e magnificarne la superiorità nei confronti dei competitori occidentali. Lungi dall’attestare la natura socialista della Russia stalinista, i mitici Piani Quinquennali ne testimoniavano piuttosto l’essenza capitalistica; essi raccontavano, a chi avesse orecchie per ascoltare la verità, il processo «di accumulazione originaria» in un Paese capitalisticamente arretrato e molto ambizioso sul terreno della contesa imperialistica, peraltro in ossequio alla tradizione Grande-Russa del Paese, così odiata dall’uomo che subì l’oltraggio della mummificazione – in tutti i sensi. Di qui l’opzione di politica economica tesa a orientare tutti gli sforzi della nazione verso la costruzione, a ritmi stachanovisti, di una potente industria pesante: più acciaio e meno burro! Com’è noto il burro non fa ingrassare gli arsenali.

Dopo aver snocciolato i «mirabili» successi del Capitalismo cinese, citando con ammirazione Maonomics di Loretta Napoleoni (libro da me criticato in Tutto sotto il cielo – del Capitalismo), Curatoli domanda: «Sarebbero possibili questi “miracoli” se non vi fosse un’economia centralizzata dallo Stato? In Cina, per chi fingesse di non saperlo o lo avesse dimenticato, ancora vi sono i Piani Quinquennali e ancora vi saranno». L’economia centralizzata dallo Stato come «Socialismo»: un classico dello statalismo più volgare, da Lassalle in poi, passando per Stalin, Mao e nipotini vari. Lo Stato come eccezionale strumento di accumulazione nella fase «originaria» o «primitiva» dello sviluppo capitalistico è un concetto che non riesce proprio a penetrare nella testa di chi è cresciuto a pane e statalismo di sinistra. Occorre farsene una ragione.

Tanto la pianificazione sociale dell’economia (in presenza delle categorie che definiscono il Capitalismo) quanto il ritmo dell’accumulazione costituiscono  il contrassegno capitalistico più sicuro della moderna società, la cui natura di classe risiede nei rapporti sociali che la governano. È forse ozioso ricordare ai marxisti che per Marx le categorie dell’economia politica sono l’espressione di peculiari rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? In effetti, solo chi è gravemente impigliato in una concezione feticistica della realtà può credere che l’esistenza del mercato, delle merci, del denaro, del lavoro salariato e quant’altro non sono sufficienti, da soli, a supportare la “tesi capitalistica” circa la natura sociale di un Paese. Di qui la teorizzazione del «Mercato Socialista» a proposito della «Grande Cina», tesi che prim’ancora che con l’intelligenza fa a pugni con la realtà – o viceversa, fa lo stesso.

L’ignoranza, da parte di certi cosiddetti marxisti, circa l’ABC dello sviluppo capitalistico denota certamente una scarsa padronanza dei testi marxiani, ma soprattutto ci dà la testimonianza di un approccio ideologico – invertito, capovolto – con la realtà, letta a partire da schemi concettuali che esistono solo nella loro “marxistica” testa. Per questo, a differenza di quanto scrive Curatoli, non è affatto «più realistico, convincente e credibile», cioè «non è più “marxista”» (sempre che questa iperinflazionata qualifica conservi ancora un residuo e non equivoco significato) «pensare invece che la Cina è semplicemente “socialista”». Persino l’economia di pensiero spinge verso la “tesi capitalistica”!

Contrapporre poi il capitale internazionale che opera in Cina al capitale autoctono, nazionale è, oltre ogni altra considerazione, del tutto privo di significato. Infatti, lo stesso
capitale nazionale non è che un’espressione – e un’articolazione – del capitale internazionale, una sua manifestazione localizzata, una sorta di sua sezione nazionale, per così dire. Lo stesso Stato nazionale è un nodo geopolitico della fitta rete del dominio sociale capitalistico, la cui dimensione oggi è il mondo. Come aveva ben compreso Marx, il capitale ha una natura necessariamente internazionale, di più: mondiale, anche se storicamente ha dovuto affermarsi attraverso la formazione di un mercato nazionale. Anche per questo l’ideologia Sovranista ha i piedi d’argilla, oltre ad essere una concezione del mondo reazionaria all’ennesima potenza. La contesa imperialistica tra i capitali e gli Stati conferma, non smentisce, la dialettica storico-sociale appena ricordata.

«Una rivista reazionaria statunitense, che titola in copertina L’ascesa della Cina, la caduta dell’America, capisce ciò che sta accadendo, più degli anticinesi di sinistra». Non ho motivo di dubitarne. D’altra parte, io non sono né un’anticinese né un sinistrorso, ma un anticapitalista, puramente e banalmente. Italiano, americano o cinese, in declino o in ascesa, il Capitalismo non lo reggo proprio, come non reggo i suoi apologeti, di destra, di centro e di sinistra, basati a Ovest come a Est, a Nord come a Sud, tifosi dei Chicago Boys o dei nipotini, più o meno revisionati, di Mao.

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