DIALETTICA DEL DOMINIO SOCIALE. Sui concetti di classe dominante e dominio di classe

1.
Classe politica, élite, establishment, classe dirigente, oligarchia, casta tecnocratica, burocrazia, tecnoburocrazia, casta dei competenti, La Casta: la terminologia politologica e sociologica si arricchisce continuamente di termini, concetti e definizioni che sembrano fabbricati apposta per confondere le acque, soprattutto ai danni di chi frequenta per necessità (per “condizione sociale”) i piani bassi dell’edificio sociale. Il direttore del Foglio Claudio Cerasa il 2 settembre cercava “disperatamente” la nuova classe dirigente; il 7 settembre sembrava averla già trovata: «Preparati e globalizzati: medici e professionisti sono la nuova classe dirigente». Auguri!

La confusione terminologica qui richiamata ha beninteso anche una sua spessa consistenza oggettiva, ha cioè delle precise motivazioni sociali sintetizzabili, con qualche forzatura riduzionista (diciamo pure semplicistica), con il concetto di complessità. Si tratta tuttavia di una complessità che a sua volta ha una sua ben riconoscibile connotazione storica e sociale, la quale rinvia a “problematiche” (economiche, politiche, istituzionali, ideologiche) di grande rilievo che cercherò di toccare in questo scritto – senza peraltro approfondirle.

In questi tempi calamitosi molto si parla, quasi sempre in modo elogiativo, del grande ruolo che gli scienziati e gli “esperti” starebbero svolgendo a favore del “bene comune”; tuttavia non sono pochi gli intellettuali che, non condividendo l’entusiasmo di Cerasa, rimproverano i decisori politici di aver lasciato uno spazio di manovra e di discrezionalità eccessivamente largo a quella “nuova classe dirigente”, peraltro esentata dal vaglio elettorale, con ciò che ne segue in termini di “controllo democratico”. Addirittura c’è chi si spinge a parlare senza alcun timore di dittatura degli scienziati e degli esperti: che esagerazione! In questo l’accusa di “complottismo negazionista” è assicurata e immediata. Qualcuno parla addirittura di Tecnocene [1], in evidente continuità polemica con il concetto di Antropocene: due esempi su come affibbiare un nome a una cosa considerandola da una prospettiva completamente capovolta: a testa in giù, come avrebbe detto l’uomo con la barba. Si vede il dominio della tecnica o di una prassi umana genericamente (astoricamente) considerata, là dove insiste invece il dominio del Capitale, ossia dei rapporti sociali capitalistici.

Carl Schmitt criticava la «neutralizzazione passiva» della politica attraverso il suo farsi tecnica e scienza, e ne metteva in luce il momento ideologico, ossia il voler negare da parte della politica una realtà che contraddice in radice ogni discorso intorno alla possibilità di una società pacificata, libera dal conflitto e da ogni forma di antagonismo – tra le classi, tra gli Stati, tra le nazioni, tra i singoli individui. La tecnoscienza come modello “demoniaco” che la politica deve rifiutarsi di far suo: «La tecnica resasi con il passare del tempo sempre più autonoma e più importante nella produzione economica ha prodotto, grazie alle sue invenzioni, l’unificazione mondiale dei mercati, gettando il germe della futura unità politica mondiale. L’uomo moderno, assoggettato alla logica dell’utile, ha perso così ogni dimensione culturale e disinteressata e vive unicamente in vista di bisogni artificiali, quali il comfort e la ricerca di sicurezza» [2]. Come se la tecnica e la scienza non fossero due modi di essere fondamentali del Capitale, il quale diventa potenza dominante proprio grazie al loro uso sistematico nel processo produttivo. La concezione schmittiana della modernità capitalistica è viziata da quel feticismo tecnologico che non smette di fare proseliti in diversi ambiti culturali e politici. Che la «logica dell’utile», cioè del profitto, domini necessariamente e in modo sempre più stringente la società capitalistica colta nella sua totalità, ebbene questo è un concetto incomprensibile per l’intellettuale borghese (di “destra” o di “sinistra” che sia), il quale riscalda il proprio cuore con la chimerica idea di un capitalismo dal volto umano: «Si tratta di scacciare i suoi lati cattivi e tenerci quelli buoni». Dalla mia utopistica prospettiva rido di questa pessima e miserrima illusione. Ma qui rischiamo di “allargarci” troppo! Ritorniamo dunque “sul pezzo”.

Intanto va rilevato, a proposito di scienziati e competenti vari, che in tutti questi mesi di “crisi sanitaria” i virologi, gli scienziati e i tecnici coinvolti nella gestione della crisi hanno detto – e continuano a dire – tutto e il contrario di tutto, fornendo tuttavia al governo una preziosa collaborazione intesa a giustificare/legittimare agli occhi dell’impotente opinione pubblica le sue decisioni, le sue indecisioni, le sue contraddizioni. La politica ha sempre potuto invocare, nella buona come nella cattiva sorte, il “parere degli esperti”, e tutte le volte che è stato necessario i decisori politici hanno usato il registro della colpevolizzazione, sempre supportati dal “parere degli esperti”: «Per colpa di qualche irresponsabile rischiamo di mandare in fumo i sacrifici che abbiamo fatto»; «Tutto dipende da noi», ecc. A mio avviso sbaglia chi pensa che siano gli scienziati e i tecnici a dirigere il traffico. I comitati tecnico-scientifici rappresentano la continuazione della politica con altri mezzi. Cosiddetti competenti e governanti (nell’accezione più larga del termine che include anche l’opposizione parlamentare e sindacale) sono naturalmente al servizio della classe dominante.

Chi aspetta l’agognato vaccino per tirare un sospiro di sollievo, crede in perfetta buonafede che la nostra salute e la nostra stessa vita siano nelle mani della scienza; in realtà siamo tutti, scienziati compresi, nelle mani del Capitale. E a proposito di “crisi sanitaria”, occorre dire che abbiamo avuto, e abbiamo a che fare, con una crisi sociale nel senso più puntuale del concetto, perché il cosiddetto evento pandemico si inscrive per intero, tanto per la sua genesi quanto per le sue conseguenze di portata globale, nel quadro della vigente Società-Mondo. Credere che il problema sia il Virus, e non la società che l’ha trasformato in una fonte di malattia, di sofferenze e di crisi sistemica: è ciò che chiamo, con scarsa originalità di pensiero, feticismo virale.

«Sono d’accordo con l’introduzione dei robot nell’industria e nei servizi a condizione che a comandare sia l’uomo, non il robot: quante volte abbiamo sentito e letto queste “sagge parole”? Tantissime, fin troppe! In questo caso ci troviamo dinanzi a un feticismo di tipo tecnologico, il quale impedisce ai “saggi” di capire che chi comanda l’uomo è il Capitale, che si serve del mezzo di produzione chiamato robot per sfruttare nel modo sempre più economicamente razionale tutti i “fattori della produzione”, a cominciare dal «lavoro vivo».

Poco sopra ho evocato la classe dominante, locuzione assente nell’elenco terminologico che apre questo scritto, e anche di questa mancanza si dovrà dare una qualche spiegazione. Quello di classe dominante non è forse un concetto troppo vecchio, anzi antico?  Qui è solo il caso di dire che chi giudica i concetti e le parole che usiamo per esprimerli adoperando le categorie di “vecchio”e “nuovo”, spesso mostra, quantomeno agli occhi di chi scrive, di avere un approccio superficiale e formale con la realtà. Nel caso che ci riguarda, si tratta di vedere se il concetto di classe dominante è ancora in grado di dar conto dei più importanti fenomeni sociali che rigano e plasmano sempre di nuovo la società del XXI secolo. È attuale (non “vecchio” o “nuovo”) il concetto di classe dominante? E in che senso si può parlare oggi “materialisticamente” (ossia da una prospettiva storica e sociale critica, non ideologica) di classe dominante?

Scriveva Marx a proposito del «denaro come rapporto sociale»: «Questi rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali (il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi) si presentano anche così: che gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l’uno dall’altro. L’astrazione non è però altro che l’espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano» [3]. Il Capitale realizza il dominio dell’astratto sul concreto, della totalità sociale sul particolare. Su questo concetto, sviluppato a partire dalla teoria marxiana del valore, rinvio al mio scritto Il dominio dell’astratto. Credo che i concetti di classe dominante e di dominio di classe debbano essere fondati «sul rapporto di dipendenza materiale» di cui parlava Marx.

L’ultimo libro di Thomas Piketty Capitale e ideologia, destinato ovviamente a diventare in fretta un altro bestseller, «è una fluviale (1.232 pagine) denuncia delle crescenti e non più tollerabili disparità create dal capitalismo [sai che novità!], con alcune proposte dirompenti come “superare la proprietà privata e sostituirla con una proprietà sociale e temporanea”» [4]. Proposte davvero “dirompenti”, non c’è che dire; e già mi pare di vedere e di sentire il Moloch tremare e urlare: «Che paura!» Scherzi a parte, ha senso contrapporre la proprietà privata alla proprietà sociale? Cercherò di rispondere a questa domanda nelle pagine che seguono. Come vedremo, attraverso l’espropriazione della proprietà privata individuale/personale precapitalista e semicapitalista, a cominciare dalla proprietà centrata sui produttori diretti trasformati, con le buone e – soprattutto – con le cattive”, in lavoratori salariati, si realizza quel monopolio sociale dei mezzi di produzione e del prodotto del lavoro che sta a fondamento della moderna società capitalistica [5]. Questo monopolio, il cui fondamento sociale si rinnova sempre di nuovo, giorno dopo giorno, produzione dopo produzione, conferisce alla proprietà capitalistica una peculiare natura sociale che per l’essenziale prescinde dalla forma giuridica che questa proprietà assume nei diversi Paesi e nelle diverse congiunture storiche. Semplificando al massimo: privata o statale che sia, la proprietà capitalistica ha sempre un preciso connotato di classe. Questa tesi è valida anche alla luce del fatto che lo Stato non è una classe sebbene, in determinate circostanze, esso può surrogare le funzioni della classe dominante? Credo proprio di sì.

L’essenza del Capitale come viene fuori dalla teoria marxiana non ha a che fare con la proprietà privata personale, sebbene strutturata economicamente e giuridicamente in coerenza con una nuova configurazione storica (borghese): tale essenza va appunto individuata nel carattere di forza sociale che il Capitale ha fin dall’inizio. Vedremo in seguito in che senso possiamo parlare di proprietà privata sul fondamento della vigente società.

Quando parlo di classe dominante e di dominio di classe è dunque a questa precisa costellazione concettuale che faccio riferimento; al centro di essa pulsa come «momento egemone» il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (dell’uomo e della natura) che oggi ha la dimensione del nostro pianeta e che in mille modi orienta la nostra esistenza, penetrandone anche la sfera psicosomatica grazie soprattutto all’ausilio della tecnoscienza. Il concetto di biopolitica, peraltro oggi usato e abusato in certi ambienti politico-intellettuali in guisa di segno di riconoscimento identitario, non è in grado di restituire per intero la radicalità della prassi del dominio.

Per Jacques Bidet, filosofo e “teorico sociale” francese, «la classe dominante comprende due poli, uno attorno alla proprietà capitalista e l’altro attorno all’organizzazione presumibilmente competente». Egli contrappone il mercato a una non meglio specificata, e a dire il vero assai confusa, organizzazione, regno, se ho capito bene, dei «competenti». «La tesi di Marx spingeva all’idea che fosse necessario abolire il mercato, cioè anche la proprietà privata dei mezzi di produzione, contemporaneamente al capitale. Questa era la strada seguita dai sovietici» [6]. Diciamo piuttosto che quella era la strada che i sovietici dicevano di voler seguire, mentre in realtà ne seguivano un’altra e opposta: quella del Capitale, e quindi la strada del mercato e della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione.  «Mi sembra molto importante che l’organizzazione domini il mercato. E questo è, mi sembra, il caso della Cina oggi. In questo senso, il termine “capitalismo di Stato”, non più che “socialismo di mercato”, mi sembra che gli si addica. Ma io sono un sostenitore del comunismo, non del socialismo». A me risulta che più che «un sostenitore del comunismo», il Nostro sia un estimatore del “comune”, il quale «apre una prospettiva di democrazia economica partecipativa e discorsiva». Anche qui non posso che dire: auguri! D’altra parte, chi sono io per giudicare il “comunismo” degli altri?

Tuttavia mi sento di dire che contrapporre il comunismo al socialismo, anziché porli in una dialettica relazione concettuale e storica, ha senso solo se si ammette la natura socialista dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”, cosa che personalmente ho sempre negato nel modo più assoluto. Quel che si può certamente affermare, e qui l’intellettuale francese ha ragione, è che nel caso della Cina (come negli altri casi analoghi) si debba parlare solo ed esclusivamente di capitalismo: se di “Stato” o altro, qui è secondario. Capitalismo, beninteso, in senso stretto, nell’accezione più conforme ai concetti marxiani sviluppati come critica dell’economia politica intesa a penetrare la natura sociale del Capitale.

Scrive Bidet a proposito della funzione sociale dei cosiddetti competenti: «Tra capitalisti e cosiddetti competenti c’è la doppia possibilità di convergenza e divergenza. I competenti, se sono attratti da un’alleanza con i capitalisti mentre questi ultimi predominano, possono anche, almeno per grosse frazioni, trovare più interessante allearsi con la gente comune, con la speranza di prendere l’iniziativa. Questa possibilità di alleanza dipende, per la maggior parte, dalla forza politica organizzata della gente comune. Inoltre, è in queste condizioni che da un secolo sono state impegnate le grandi rivoluzioni comuniste nel mondo. Ma, una volta emarginati i capitalisti, i competenti sono diventati una nuova classe dirigente». Detto che a me non risultano «grandi rivoluzioni comuniste nel mondo» nel XX secolo, salvo quella, poi finita malissimo, del 1917 in Russia; detto questo, ha un senso parlare dei competenti nei termini di «una nuova classe dirigente»? E poi, quanto per Bidet il concetto di classe dirigente è assimilabile a quello di classe dominante? Il dubbio nasce perché egli parla di «nuova classe dirigente» in relazione alla “emarginazione” dei capitalisti: si tratta di un confronto, di un’assimilazione funzionale o cos’altro? E cosa intende Bidet per «gente comune»? Quest’ultima domanda occorre guardarla alla luce della critica che il francese rivolge alla moltitudine di Toni Negri: «Questo discorso “moltitudinale” è venuto a sostituire il discorso classista. Il problema non è la sua risonanza teologica, è il fatto che ci libera da considerazioni analitiche, soprattutto in termini di sfruttamento, a cui ci chiama l’analisi di classe». Condivido questa critica, ed è per questo che la «gente comune» mi sembra una categoria sociologica quantomeno vaga, diciamo così.

Classe dominante e classe dominata (o subalterna) si corrispondono reciprocamente con assoluta necessità: l’una presuppone e pone sempre di nuovo l’altra, esattamente come il Capitale presuppone e pone sempre di nuovo il lavoro salariato, e viceversa. Si tratta piuttosto di capire come fondare il concetto di classe dominante andando oltre il punto di vista meramente sociologico (empirico/statistico), non per negare o sottovalutare la concreta realtà con cui facciamo tutti i giorni i conti, ma per comprenderla nella sua intima natura. A mio avviso, la ricerca sociologica empiricamente orientata mostra tutti i suoi limiti concettuali ed euristici proprio nella ricerca di presunte nuove classi dominanti, sforzo che finora non ha mai contribuito a spiegare nulla di veramente significativo circa la struttura di classe della società e la sua dinamica, mentre di fatto costringe il pensiero che vuole diventare critico a distogliere lo sguardo dall’essenziale, dai rapporti sociali di produzione.

In ogni caso, la stessa esistenza di una classe di senza riserve (di proletari, come li chiamavano Marx ed Engels) ci obbliga a parlare del dominio sociale capitalistico nei termini di un dominio di classe – in quanto esso si fonda appunto sullo sfruttamento di una classe. E dove c’è un rapporto di sfruttamento, deve esistere con assoluta necessità un rapporto di dominio che si estende a tutta la società, ben oltre i confini della sfera della produzione. Dominio di classe e dominio sociale sono due nomi diversi per una stessa Cosa.

Scrive Luciano Gallino: «Dovendo effettuare una scelta tra un elevato numero di dimensioni o indicatori di classe, io credo che la combinazione più utile sia ancora quella classica, anche se piuttosto comune, che include la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo. […] Tutte queste dimensioni devono esser considerate da un punto di vista societario; ciò che importa è il reddito “tipico” di ogni classe in rapporto a tutte le altre classi della società, il prestigio che i membri di una classe ricevono in media ovunque essi vadano, il potere che essi hanno all’interno dell’organizzazione sociale totale e su di essa» [7]. Nella determinazione della classe dominante ciò che invece importa è a mio avviso come si dispongono le diverse classi in relazione al rapporto sociale di produzione dominante, mentre tutto il resto («la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo») ne discende dialetticamente, cioè in termini di mediazione tra generale e particolare, essenza e fenomeno. Detto in altri e più brutali termini (ma brutale è la realtà!), si tratta di stabilire chi sfrutta e chi viene sfruttato, chi produce la ricchezza sociale (in termini marxiani: valore e plusvalore) e chi e perché si appropria di questa ricchezza; chi (o che cosa) domina e chi viene dominato. Tra l’altro, assimilare senz’altro ricchezza e reddito è tipico dell’economia politica volgare, per dirla sempre con l’autore del Capitale, con ciò che ne segue in termini di analisi della struttura di classe di un Paese. Marxianamente parlando, il reddito è cioè che non viene reinvestito nel processo di accumulazione ma consumato improduttivamente – dal punto di vista capitalistico.

Lo spazio d’intervento che anche nei Paesi occidentali lo Stato sta conquistando sul terreno immediatamente economico è certamente una delle più importanti fenomenologie della crisi capitalistica che la nostra società sta attraversando. Un’economia incapace di remunerare a sufficienza il capitale investito in ogni ambito di attività (produzione, distribuzione, servizi finanziari, ecc.), costringe di fatto lo Stato a intervenire nel “mondo degli affari” per puntellare investimenti bisognosi di profitti che oggi il “libero mercato” non è in grado di assicurare, e per far fronte ai problemi sociali che derivano dal fallimento generalizzato delle imprese. Gettando lo sguardo oltre l’apparenza fenomenologica, la quale restituisce al pensiero privo di profondità analitica e critica il quadro che tanto inquieta i nemici del “socialismo”, non è lo Stato che si serve del Capitale per allargare il proprio potere sulla società, ma è piuttosto il secondo che si serve del primo per “ossigenare” una congiuntura economica diventata asfittica, e per stabilizzare la struttura economico-sociale sottoposta a gravi tensioni sociali [8]. Qui per “Capitale” intendo sempre la potenza sociale dominante – e non solo “in ultima analisi” – su scala mondiale. Il rafforzamento del ruolo dello Stato anche nelle democrazie capitalistiche di stampo occidentale va sempre considerato alla luce di quanto accade e si muove nel “mondo degli affari”, il quale ormai da oltre un secolo è legato in mille modi al “mondo della politica”. Sul concetto di capitalismo di Stato ritornerò più diffusamente in seguito.

Per comprendere la portata politica, e non meramente dottrinaria, del tema qui posto a riflessione, credo sia sufficiente richiamare la circostanza per cui in tutti i più importanti Paesi del mondo la cosiddetta opinione pubblica mostra d’essere estremamente permeabile ai discorsi di demagoghi e populisti di ogni genere, intesi a individuare capri espiatori su cui scaricare rabbia, frustrazione, paure, angoscia, invidia sociale e quant’altro questa pessima società è in grado di produrre a ritmi industriali. Capire il pessimo mondo in cui viviamo è fondamentale nella ricerca delle vie che portano oltre i suoi confini, verso un mondo autenticamente umano. Più che di un viaggio, in realtà si tratta di una distruzione e di una costruzione. Come diceva qualcuno, le classi subalterne possono distruggere tutto, perché tutto possono costruire; esse possono distruggere il presente perché possono costruire il futuro. Possono, è in loro potere farlo. Evocata questa eccezionale possibilità, qui bisogna però arrestarsi, sempre per non allargare eccessivamente il campo “problematico” che proverò a indagare.

Devo lo spunto della riflessione che consegno al giudizio dei lettori alla lettura dell’ultimo libro di Raffaele A. Ventura Radical choc, dal quale mi piace citare i passi, forse ispirati dal comunista di Treviri, che seguono: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di rischi. L’anno 2020 ce lo ha ricordato nel modo più incisivo» [9]. Di qui, all’avviso di chi scrive, la necessità e l’urgenza di farla finita con rapporti sociali (non semplicemente con individui sociologicamente caratterizzati) che determinano per tutti gli esseri umani, e per i senza riserve in particolare, una condizione di permanente disumanità e pericolo. A me pare che sempre più la salvezza dell’umanità e della natura coincide con la distruzione del regime sociale capitalistico, il quale per l’una e per l’altra rappresenta un problema (anzi: il problema), non certo la soluzione: è una tra le poche certezze che ho e che mi piace coltivare e condividere con gli altri. Inutile dire che la riflessione che segue ha molto a che fare con queste mie anticapitalistiche considerazioni.

2.
La rilettura, a distanza di moltissimi anni, del libro che Bruno Rizzi [10] pubblicò a Parigi nel 1939 (La Bureacratisation du Monde), e che nel suo interessante libro Ventura cita ampiamente, ha insinuato nella mia curiosa (in tutti i sensi!) testa la paradossale quanto bizzarra domanda che segue: posta la società capitalistica, avrebbe un senso parlare di dominio di classe nel caso – del tutto ipotetico – in cui non fosse più possibile individuare una classe dominante nell’accezione sociologica del concetto? È “legittimo” parlare, sempre in linea di principio, del dominio di classe nei termini di una fitta rete di interessi [11] del tutto impersonale (ossia empiricamente “impalpabile”) e dunque totalmente sociale (o astratta in questo preciso significato)? È concettualmente concepibile un dominio di classe che non abbia come suo fondamento una classe dominante? Nelle pagine che seguono cercherò di dare un senso, più che una risposta, a queste domande. Qui faccio rilevare che l’espressione totalmente sociale usata sopra chiama in causa il totalitarismo sociale realizzato (nella prassi, non nella teoria) dai rapporti sociali capitalistici, e che sta a fondamento della dittatura del Capitale che informa la prassi sociale di tutti i Paesi, a prescindere dal loro regime politico-istituzionale. È soprattutto in opposizione a questa dittatura sociale che Marx sviluppò il concetto di «dittatura rivoluzionaria del proletariato».

Va ribadito, a scanso di equivoci, che qui non cercherò di illustrare la situazione storica attuale, né di riflettere su casi storici particolari, né, tanto meno, di azzardare previsioni di medio o lungo periodo sulla scorta delle tendenze individuate nel processo sociale; cercherò piuttosto, e assai più modestamente, di usare materiali storici, politici e teorici per rendere più chiara possibile (in primis a me stesso!) la concezione che ho maturato ormai da molto tempo sulla natura della vigente Società-Mondo. Ragionare “al limite”, focalizzando l’attenzione su una mera ipotesi (la scomparsa della classe dominante concepita come sommatoria di capitalisti individuali) può forse aiutarci a capire meglio la concreta realtà della società capitalistica del XXI secolo. D’altra parte, occorre anche dire che quell’ipotesi ha, come vedremo, un preciso fondamento storico e sociale  nel capitalismo come il mondo ha imparato a conoscerlo nell’epoca dei monopoli, del capitale finanziario e dell’imperialismo.

Molti degli studiosi che hanno analizzato il Capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni storiche, hanno commesso l’errore di identificare la classe dominante con lo Stato, di appiattire senz’altro l’una nell’altro, con ciò eliminando la tensione dialettica che è sempre esistita tra il sociale propriamente detto (l’hegeliana società civile) e il politico, e questo proprio perché essi non sono riusciti a cogliere ciò che sovrasta e, al contempo, regge la struttura sociale. Il pensiero che aspira alla “concretezza” ha bisogno di toccare con mano, per così dire, gli oggetti che indaga, salvo poi ritrovarsi a contemplare una cattiva concretezza, una concretezza  vuota di determinazioni socialmente significative perché non contiene al suo interno il momento della totalità. Si tratta di una «concretezza fantomatica» (Marx) che non è in grado di spiegare la società nel suo incessante, contraddittorio e conflittuale movimento.

Nel Capitalismo sviluppato il dominio sociale non è esercitato da un soggetto personale, o dalla somma sociologicamente caratterizzata di persone (i capitalisti), ma da un soggetto impersonale (o, marxianamente parlando, astratto) che è il prodotto delle attività economiche informate dal rapporto sociale capitalistico: si produce (un “bene” o un “servizio”, cioè una merce) in vista di un profitto. È appunto la potenza sociale di cui parla il comunista di Treviri, e che personalmente spesso caratterizzo, non so con quanta accuratezza “scientifica”, come Moloch, una mostruosa creazione interamente umana – ossia realizzata dalle attività e dalle relazioni umane.  Dalla mia prospettiva, il Capitale-Moloch nei termini qui proposti appare ben più di una metafora o di una semplice figura retorica.

Scriveva Marx: «Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essa, della quale essi non sanno né donde viene né donde va, che quindi non possono più dominare, e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini ed anzi dirige questo volere e questo agire» [12]. Nei passi del Capitale che Marx dedica al feticismo della merce troviamo gli stessi fondamentali concetti. Potere sociale e rete/intreccio di interessi sono due modi diversi di chiamare in causa la stessa Cosa: il dominio sociale capitalistico. Si tratta di mettere in dialettica questo concetto con quello di classe dominante.

Alle spalle degli individui prende dunque corpo una volontà sovraumana (meglio, disumana) che si impone su tutti e su tutto. Non a caso sempre Marx affermò che nel capitalismo il lavoro morto domina sul lavoro vivo: che mostruosa aberrazione! Il Capitale ha dunque una sua volontà, o, meglio, ciò che possiamo concettualizzare nei termini di una volontà, ancorché essa non abbia come “sede” un cervello comunemente concepito; è in grazia di questa peculiare volontà, che, è bene ribadirlo, ha un carattere puramente oggettivo (sociale), che il Capitale merita a mio avviso lo status di soggetto sociale. Scrive lo psicoanalista Alfredo Eidelsztein: «La questione è che non si riconosce l’esistenza di un soggetto se non pensando a un individuo in carne e ossa, responsabile di detti, sogni, lapsus e sintomi» [13]. Mutatis mutandis, penso che si possa dire qualcosa di analogo a proposito del soggetto di cui parlo in questo scritto.

Continua qui.

 

[1] «Questi manager detengono conoscenze tecniche e ingegneristiche, capacità di coordinamento e direzione, sanno guidare, amministrare e gestire, organizzare, sovraintendere e la distanza tra la loro preparazione tecnica e quella necessaria al lavoratore medio aumenta di giorno in giorno. Inoltre, a causa del progresso tecnologico, queste funzioni diventano sempre più specializzate, complesse, decisive» (D. De Masi, Lo Stato necessario, Rizzoli, 2020).
[2] M. salvato, L’origine della politica e il problema della tecnica nel pensiero politico di Carl Schmitt, PDF, p. 3.
[3] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), I, p. 107, La Nuova Italia, 1978.
[4] Intervista di T. Piketty al Corriere della Sera, 31/8/2020. L’economista francese si lagna della censura subita dall’editore cinese del suo libro: «A mio parere questa censura illustra il nervosismo crescente del regime cinese e il suo rifiuto di un dibattito aperto sui diversi sistemi economici e politici. È un peccato; nel mio libro adotto una prospettiva critica ma costruttiva sui diversi regimi inegualitari del pianeta e sulle loro ipocrisie, in Cina ma anche negli Stati Uniti, in Europa, in India, Brasile, Medio Oriente e altri. È triste che il “socialismo dai colori cinesi” di Xi Jinping si sottragga al dialogo e alla critica». La mia critica dei diversi regimi capitalistici del pianeta (compreso ovviamente quello con caratteristiche cinesi) è invece tutt’altro che costruttiva, essa è anzi radicalmente distruttiva, irriducibilmente negativa. D’altra parte Piketty si batte per un diverso assetto (meno “inegualitario” e “più umano”: sic!) del capitalismo, e quindi la prospettiva anticapitalistica gli è completamente estranea. Ma il “socialismo dai colori cinesi” non bada a questi dettagli!
[5] L’espropriazione dei liberi produttori da parte del Capitale è, come scrisse Marx nel suggestivo Capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), l’atto fondativo della moderna società borghese. A un polo il Capitale (mezzi di produzione, materie prime, merci, scienza, industria, commercio, finanza), al polo opposto il lavoratore, proprietario di mera capacità lavorativa. Questo rapporto sociale realizza la sostanza della proprietà capitalistica, la quale come scrisse sempre Marx è in primo luogo proprietà sul tempo di lavoro altrui. Che sia un singolo capitalista, o la classe dei capitalisti oppure un capitalista “collettivo” (ad esempio, lo Stato) a disporre di questa proprietà non fa alcuna differenza quanto all’essenza della cosa.
[6] J. Bidet, Marx, Althusser, Foucault e il presente, Bollettino culturale, 6/9/2020.
[7] L. Gallino, L’evoluzione della struttura di classe in Italia (1970), Quaderni di sociologia, 26/27 2001.
[8] Scriveva Paul Mattick nel 1934, analizzando il capitalismo di Stato come venne a configurarsi negli anni Trenta: «Il capitalismo di Stato non è una forma economica più elevata del capitalismo monopolistico, bensì soltanto una sua variante camuffata; esso ha lo scopo di compensare politicamente gli squilibri tra le forze di classe, poiché nel capitalismo monopolistico, a causa dell’assottigliamento della classe dirigente e dei suoi lacchè, è necessario un intervento più diretto dello Stato per la conservazione del dominio di classe» (P. Mattick, La crisi permanente, in AA. VV., Capitalismo e fascismo verso la guerra, La Nuova Italia, 1976).
[9] R. A. Ventura, Radical choc, p. V, Einaudi, 2020. Il Capitale di Marx si apre come segue: «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immensa” raccolta di merci”» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 67, Editori Riuniti, 1980). Produzione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica e produzione di rischi e di magagne d’ogni tipo (e sottolineo d’ogni tipo) sono, a mio avviso, due facce della stessa medaglia, due inscindibili modi di essere e di apparire del Capitale.
[10] «Poggio Rusco 1901, Bussolengo 1977. Nel gennaio 1921 prende parte a Livorno ai lavori di fondazione del nascente Partito Comunista d’Italia (PCd’I), cui aderisce fin dal suo sorgere. Ben presto, però, in seguito alle scoraggianti informazioni che giungevano dall’Unione Sovietica, assume un atteggiamento sempre più critico nei confronti delle pratiche poste in essere dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica e dal Comintern. Negli anni trenta, convinto che fosse ancora possibile reincanalare nel giusto alveo lo stato di cose scaturito dalla Rivoluzione d’Ottobre, si avvicina al movimento internazionale capeggiato da Lev Trockij. In questo compito è facilitato anche dalla sua attività di rappresentante di calzature, che gli permette di viaggiare per tutta Europa, toccando grandi capitali come Parigi e Londra» (Wikipedia).
[11] «Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”, […] intreccio, incontro di interessi» (Amadeo Bordiga, lettera a Onorat Damen del 9 luglio 1951, in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, p. 39, Prometeo, 2010). Ecco chi mi ha suggerito la locuzione fitta rete di interessi! Quanto al concetto sottostante non so se, o fino a che punto, esso rispecchi il pensiero di Bordiga. Rileggendo dopo molti anni i suoi scritti sul falso socialismo sovietico, credo che i “miei” concetti di dominio sociale e di classe dominante hanno molti punti di contatto con la concezione bordighiana che informa l’analisi del capitalismo di Stato, in generale, e di quello russo in particolare. Ma, ripeto, posso anche sbagliarmi. Personalmente sono arrivato alla “rete di interessi” seguendo Marx, e la stessa cosa dice di aver fatto Bordiga, il quale peraltro riteneva di essere un mero «ripetitore di Marx»; ma non volendomi nascondere né dietro l’autorità del comunista italiano né dietro quella, assai più riconosciuta, del comunista tedesco, preferisco assumermi la piena responsabilità dei concetti che esprimo. D’altra parte, a differenza di Bordiga io penso che citare un autore significhi già interpretarlo, farlo nostro, restituirlo agli altri attraverso la nostra pregnante mediazione, che lo si voglia o meno. «Propendiamo per sostenere che in Bordiga, proprio in seguito alla riflessione da lui sviluppata sulla struttura economico-sociale dell’URSS, la categoria dì “classe capitalista” tende a decadere come categoria sociologica – indicante cioè un gruppo sociale ben definito – e resta come pura categoria economica» (L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, p. 83, La Pietra, 1982).  Categoria economico-sociale, o sociale tout court, mi permetto di “correggere”. Anche qui vale ciò che ho scritto sopra.
[12] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972.
[13] A. Eidelsztein, L’origine del soggetto in psicoanalisi, p. 36, Paginaotto, 2020.

LA TRISTE SCIENZA DI LUCIANO GALLINO

enhanced-20800-1412372961-1Scrive Luciano Gallino, uno dei più prestigiosi scienziati sociali del nostro Paese e fra i più stimati sostenitori di una radicale riforma del Finanzcapitalismo: «Dopotutto lo scopo sostanziale dell’economia consiste nel provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile usando insieme con altri mezzi a esso subordinati – il lavoro, la terra, la conoscenza – anche lo strumento finanziario, il denaro» (1). Di Gallino mi sono occupato altre volte in passato, e sempre con un intento fortemente critico, polemico. Come mai? Niente di personale: le sue tesi costituiscono un ottimo esempio di quella concezione economica che Marx definì una volta volgare fino alla trivialità, cosa che mi permette di esternare qualche elementare concetto utile a combattere la stessa idea di un capitalismo a misura d’uomo.

Infatti, cosa leggiamo nel passo sopra citato? In primo luogo un pensiero minimamente critico non può mancare di cogliere il carattere ingenuamente astratto del concetto di economia che vi compare, un concetto privo di quelle determinazioni storiche e sociali che sono le sole che possono riempirlo di reali, vitali e dinamici contenuti, togliendolo con ciò dal platonico mondo delle idee nel quale lo ha collocato Gallino. D’altra parte il nostro scienziato sociale non fa che muoversi lungo il percorso abbondantemente arato dall’economia borghese del XX secolo. Due nomi su tutti: Schumpeter e Keynes.

Scriveva ad esempio Schumpeter: «L’attività economica può avere qualsiasi motivazione ma il suo significato è sempre la soddisfazione dei bisogni. […] La produzione segue dunque i bisogni; è, per così dire, al loro rimorchio. La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per l’economia di scambio. […] L’utilità regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica» (2). Si noti anche qui la generalizzazione storico-sociale malamente impostata dall’economista austriaco. Il capitalismo come economia dei bisogni è una vera e propria bestemmia, gridata non contro la faccia del comunista di Treviri, ma contro la verità della prassi capitalistica. Come anche un bambino può capire, sotto il regime capitalistico la produzione segue il profitto, è, per così dire, al suo rimorchio; essa ha necessariamente nella ricerca del massimo profitto il suo più verace significato e il suo più formidabile movente. È questa ricerca che «regola in ultima istanza sia la produzione tecnica che quella economica», come cercò di dimostrare Marx introducendo il fondamentale concetto di composizione organica del capitale. Anche per Keynes, che Gallino vorrebbe attualizzare, «Ogni produzione ha lo scopo finale di soddisfare un consumatore. […] Per ripetere cose ovvie, il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica» (3). Al pensiero economico borghese appare insomma come ovvia una realtà presentata a testa in giù, capovolta cioè da un presupposto ideologico che non è capace di afferrare l’essenza della prassi economica in regime capitalistico.

Ora, si dà appunto il caso che l’economia dei nostri mercantilistici giorni, l’economia dominata dal rapporto sociale capitalistico (il Capitale che sfrutta il Lavoro con mezzi e metodi sempre più scientifici), non abbia come scopo essenziale quello di «provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello possibile», come pensa Gallino nella sua commovente ingenuità, bensì quello, forse meno “eticamente corretto” ma certamente più vero e necessario (posto il vigente status quo sociale), di generare profitti, «al più alto livello possibile» e nel modo più rapido e facile possibile. È il capitalismo (tout court, senza altre inutili e forvianti aggettivazioni), bellezza! E nel capitalismo la soddisfazione dei bisogni ha un carattere puramente strumentale, è cioè subordinata alla soddisfazione dei bisogni che fanno capo all’investimento capitalistico: per dirla nei consueti termini marxiani, il valore di scambio delle merci domina necessariamente sul loro valore d’uso (4).

Questo disumano dominio ha un esempio particolarmente pregnante nella distruzione su vasta scala delle materie prime alimentari (vegetali e animali) che lo Stato degli Stati Uniti organizzò nei primi anni Trenta nel tentativo di frenare il crollo dei prezzi di quelle materie prime. E questo mentre milioni di persone morivano letteralmente di fame. «Agli agricoltori americani il credito fu esteso in cambio della riduzione della produzione. Ed è strano parlare di sovra­produzione quando, di fatto, il cibo è negato ad una popola­zione più che disposta a consumarla. Eppure, derrate alimen­tari di ogni genere venivano gettate via e coperte di calce viva e tossico per impedire agli affamati di servirsene» (5). La fame di profitti ebbe insomma la meglio sulla fame degli uomini, com’è necessario che accada sulla base del capitalismo. Come sempre, il cinismo delle parole non fa che esprimere il cinismo della cosa.

A ben vedere, tutto il gran parlare di deflazione oggi non ha altro significato che quello appena evocato.

enhanced-18618-1412373039-3Scrive Gallino a proposito dell’«investimento irresponsabile» dei risparmi: «L’effetto perverso deriva dal fatto che nel tutelare gli interessi dei risparmiatori gli investitori istituzionali sono del tutto indifferenti alla natura e alle conseguenze degli investimenti che effettuano con i soldi degli altri. L’unico criterio che li guida è la massimizzazione del rendimento del capitale investito – preferibilmente a breve termine» (p.19). Insomma, Gallino bolla come «perverso» ciò che invece rappresenta la normalità, il solo criterio naturale che orienta qualsiasi investitore sulla base dell’economia fondata sul profitto. Come sempre il riformatore sociale dell’«economia mondo» (leggi capitalismo) respinge i “lati cattivi” di questo regime sociale, senza metterne in discussione i presunti “lati positivi”. Ecco perché le sue tirate contro «il lavoro mercificato» e «le tecnologie usate contro l’intelligenza» appaiono non più che impotenti lamentele. Miseria del riformismo sociale, avrebbe detto l’uomo con la barba.

«Per quasi una generazione si è affermata la credenza e una prassi per cui qualità e quantità della sussistenza, scalzata dalla sua posizione di scopo ultimo [sic!], potevano derivare soltanto dall’ascesa al potere della finanza» (p. 16). A quando Gallino data questo maligno capovolgimento di paradigma? Bisogna risalire alla «de-regolamentazione dei mercati finanziari e dell’ambito di attività delle banche che è partita dagli Stati Uniti nel 1974. […] Il sistema finanziario mondiale ha subito una trasformazione da strumento dell’economia reale a suo padrone» (p. 17). Intanto, già il vegliardo autore del Capitale ebbe modo di osservare in Inghilterra la sempre più spinta “finanziarizzazione” dell’economia, che egli interpretò come necessaria conseguenza dello sviluppo capitalistico, del farsi potenza sociale del Capitale. Sviluppo delle funzioni del credito, formazione di sempre più grandi società per azioni: per Marx si tratta dell’annullamento del carattere privato dell’iniziativa economica capitalistica «sulla base del sistema capitalistico stesso» (6). Per non parlare poi di chi già agli inizi del XX secolo individuò proprio nel dominio del capitale finanziario la caratteristica saliente del capitalismo giunto nella sua piena maturità: vedi L’imperialismo di J. A. Hobson (1902), il Capitale finanziario di R. Hilferding (1909) e l’Imperialismo di Lenin (1916).

Contrapporre la finanza (compresa quella speculativa) all’economia reale, come fa Gallino (in eccellente e numerosa compagnia, peraltro), significa non aver compreso almeno l’ultimo secolo di sviluppo capitalistico. Partendo da questi presupposti concettuali anche la crisi finanziaria americana del 2007, lungamente preparata dentro l’economia reale (per reagire al declino del saggio del profitto, per allargare sempre di nuovo le occasioni di investimento profittevole, ecc.), deve apparire sostanzialmente come il prodotto di scelte sbagliate in materia di politica economica. Né può avere una corretta interpretazione l’attuale conflitto sistemico che scuote dalle fondamenta l’Unione europea, spiegato sostanzialmente come il frutto di un rapido svuotamento della democrazia volto a «proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni» (7).

È invece vero che all’inizio degli anni Settanta, quando apparve fin troppo chiaro che il lungo e poderoso ciclo economico espansivo seguito alla Seconda guerra mondiale si era chiuso definitivamente, nel capitalismo avanzato si posero tre problemi di grande portata e strettamente connessi l’uno all’altro. Vediamoli in brevissima sintesi e senza la pretesa di aver con ciò esaurito la gamma dei problemi in gioco.

1) Come adeguare la struttura finanziaria venuta fuori a Bretton Wood nel ’44 ai profondi mutamenti intervenuti nel frattempo nell’economia mondiale (“reale” e “finanziaria”) e ai nuovi equilibri politici ed economici fra i Paesi capitalisticamente più forti del pianeta: Stati Uniti, Germania e Giappone, in primis. 2) Come dare soddisfazione (“sfogo”) alla massa dei capitali che, non trovando più remunerativo l’investimento produttivo primario (industriale), iniziò a premere sulla sfera dei servizi (inclusi quelli finanziari) in cerca di più allettanti rendimenti. Trattasi della marxiana sovraccumulazione, o eccesso, ovvero pletora di capitale, fenomeno che si realizza appunto quando la profittabilità dell’investimento produttivo declina, come accadde nelle metropoli capitalistiche ben prima che esplodesse la crisi finanziaria degli anni Settanta. 3) Come riformare il welfare e il rapporto Stato-mercato sorti come risposta alla Grande Crisi del ’29 ed entrati in crisi con la nuova fase storica del capitalismo internazionale. La dottrina dell’«aggiustamento strutturale» di Milton Friedman e di Edmund Phelps non spiega la crisi dell’ortodossia keynesiana, ma quest’ultima spiega semmai la prima, la quale ha il fondamento oggettivo che ho cercato di abbozzare.

Come ho scritto altre volte, se non si tengono presenti questi processi strutturali la famigerata «controrivoluzione neoliberista» che porta i nomi della Thatcher e di Reagan appare come un fatto deciso sostanzialmente in sede politica dalla classe dominante per schiacciare un proletariato diventato troppo forte. Una lettura dei fatti fin troppo ideologica, tesa soprattutto a incensare la sinistra politica e sindacale attiva nei trent’anni d’oro dell’accumulazione capitalistica postbellica.

enhanced-16625-1412371899-1«Per una società che voglia fondarsi su una concezione oggettiva piuttosto che strumentale di ragione – la ragione che riguarda, come scriveva Max Horkheimer, non il mero calcolo del rapporto tra mezzi e fini, bensì l’ideale del massimo bene, il problema del destino umano, il modo di realizzare i fini ultimi – non appare sostenibile il tipo di essere umano, ovvero di personalità o di carattere, che l’economia contemporanea è orientata a produrre» (pp. 191-192). Di qui, per Gallino, la necessità di abbandonare l’economia basata sugli «investimenti irresponsabili» (egli è anche l’autore dell’Impresa irresponsabile) per orientarsi verso un’economia centrata sugli «investimenti responsabili», ossia sugli investimenti tesi a sviluppare la produzione dei «beni pubblici» (scuola, trasporti, sanità) e a finanziare attività produttive ecosostenibili. Questo progetto riformista dovrebbe ottenere il sostegno di una finanza ricondotta finalmente alla sua originaria funzione di ancella dell’economia reale. Come tutti i riformatori del capitalismo, da Proudhon in poi, Gallino sconosce la natura del denaro in regime capitalistico, e difatti esso gli appare non come l’espressione di un peculiare rapporto sociale, non come il risultato (storico, logico e sociale) di un processo che inizia con lo sfruttamento del lavoro (vedi il concetto marxiano di lavoro astratto o sociale, fondamento del valore di scambio e quindi del denaro), ma appunto come strumento funzionale alla cosiddetta economia reale. Insomma, il denaro come cosa, come tecnologia economica, secondo il fenomeno feticista a suo tempo magistralmente illuminato dal noto psicoanalista della merce. Che tutte le magagne economiche, sociali ed esistenziali lamentate nei numerosi libri di Gallino hanno come loro fondamento la tanta celebrata «economia reale», ebbene questo fatto risulta del tutto incomprensibile alla coscienza del nostro scienziato sociale. In regime capitalistico, l’impresa socialmente responsabile è quella orientata al massimo profitto, per conseguire il quale essa non deve farsi scrupoli di sorta dinanzi alla necessità di licenziare i lavoratori «in esubero».

«La ragione – scriveva Max Horkheimer – è ormai completamente aggiogata al processo sociale; unico criterio è diventato il suo valore strumentale, la sua funzione di mezzo per dominare gli uomini e la natura. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (8). Di qui, l’urgente necessità, per chi scrive, di superare alla radice il processo sociale capitalistico. Un’urgenza che purtroppo oggi non trova una “base di massa” su cui fare leva, per così dire. Cosa che d’altra parte non la fa apparire meno vera, almeno da quello che definisco punto di vista umano. Parlare di «ideale del massimo bene», del «problema del destino umano» e di «fini ultimi» sul fondamento della vigente «economia mondo», magari riformata nel senso auspicato da Gallino (più che di un’utopia si tratta di una chimera), significa fare dell’ideologia e sostenere “da sinistra” lo status quo sociale.

(1) L. Gallino, Con i soldi degli altri, pp. 5-6, Einaudi, 2009.
(2) J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, pp. 9-10, Sansoni, 1971.
(3) J. M. Keynes, Teoria generale, pp. 204-264, UTET, 1978.
(4) «L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato [base oggettiva del plusvalore] ed al rapporto fra questo lavoro non pagato ed il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto ed al rapporto fra questo profitto ed il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 312, Editori Riuniti, 1980).
(5) P. Mattick, La grande crisi e il New Deal, in Due secoli di Capitalismo USA, autori vari, p. 243, Dedalo, 1980.
(6) Vedi il capitolo 27, libro terzo del Capitale.
(7) Vedi L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013.
(8) M. Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 25-160, Einaudi, 2000.

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IL LAVORO-MERCE A SALDI DI FINE STAGIONE

IL LAVORO-MERCE A SALDI DI FINE STAGIONE

hand-viceLa mia attività diventa merce, io sono in tutto e per tutto venale (K. Marx).

Teoria
Nell’accezione marxiana del concetto l’ideologia rimanda a un pensiero che capovolge il rapporto fra la realtà delle cose e le cose come le vorrebbe il filosofico soggetto della conoscenza sulla scorta di certe idee, di determinati principi etici, politici e via di seguito. La realtà “nuda e cruda” delle cose viene sostituita, attraverso un procedimento “astrattivo” che possiamo definire appunto ideologico, da una realtà fittizia che esiste solo nella testa di chi la pensa e la proietta all’esterno, creando un mondo puramente ideale, assolutamente soggettivo – sempre in un’accezione filosofica del termine. Inutile precisare che il soggetto in questione è lungi dall’essere cosciente di un simile procedimento, e anche questo è un aspetto centrale nel concetto marxiano di ideologia.

Quando ho fatto riferimento a una «realtà “nuda e cruda”» non ho inteso affatto postulare un approccio passivo, puramente ricettivo, da parte del soggetto della conoscenza al mondo oggettivo, che il primo si limiterebbe a riflettere (o rispecchiare) più o meno fedelmente; infatti «la concezione materialistica del mondo non è priva di presupposti ma osserva i presupposti materiali come tali ed è perciò, essa sola, la concezione del mondo realmente critica» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca). L’approccio al reale da parte del materialismo storico marxiano non è passivo (come vorrebbe la metafora dello specchio) ma appunto critico, ossia pregno di presupposti concettuali idonei a decodificare in una forma peculiare il mondo che ci circonda. Proprio questa griglia concettuale, che è al contempo presupposto e prodotto della relazione del soggetto con la realtà, consente al materialista storico di osservare «i presupposti materiali come tali», senza avvertire il bisogno di presentarli a se stesso e agli altri sotto mentite spoglie. Qui si intuisce la valenza critico-rivoluzionaria del «nuovo materialismo» marxiano, la cui genesi  si sostanzia in una lotta corpo a corpo, senza compromessi, contro tutte le ideologie apologetiche (vedi gli economisti «triviali» post-classici) e piccolo borghesi – vedi Proudhon e Lassalle.

Nell’Ideologia tedesca si legge: «Max Stirner crede veramente al dominio delle idee astratte dell’ideologia nel mondo attuale, egli crede, nella sua lotta contro i “predicati”, i concetti, di attaccare non già un’illusione, ma le reali potenze dominanti nel mondo. Da ciò il suo sistema di mettere tutto a testa in giù, da ciò l’enorme credulità con cui prende per oro colato tutte le false illusioni, tutte le affermazioni ipocrite della borghesia». Il mondo che ha in testa l’ideologo è popolato soprattutto di idee, di concetti, di predicati, ed egli prende sul serio questa realtà illusoria almeno quanto il sasso che se gli cadesse su un piede lo farebbe imprecare contro la cattiva oggettività. Dalla teoria alla prassi!

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Un saggio di Luciano Gallino porta questo titolo davvero ideologico: Il lavoro non è una merce. Piuttosto sarebbe legittimo affermare che il lavoro non dovrebbe essere una merce, ma che posti i vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento esso deve essere, con tetragona necessità, una merce. Perché negare un presupposto materiale così macroscopico? Ma leggiamo Gallino: «Tra la concezione del lavoro come merce, e quella che ad esso si oppone, le differenze sono sostanziali» (Il lavoro non è una merce, p. 60, Laterza, 2012). Come si vede per il nostro ideologo ciò che “fa premio” non è la realtà nuda e cruda del lavoro salariato, ma la «concezione del lavoro come merce». Se ne ricava che chi intende affermare il principio del lavoro come libera attività umana non deve lottare contro il rapporto sociale capitalistico che fa, necessariamente, del lavoro una merce, bensì contro una maligna concezione.

E difatti per il nostro progressista si tratta di aderire non a una coerente concezione anticapitalista, la quale riconosce come insulsa la posizione di chi accetta la causa (il Capitalismo sans phrase) ma piange sugli effetti “negativi” di essa, ma «al principio per cui il lavoro non è una merce». Ancora una volta: non è o non deve più essere? E dunque: rivoluzione culturale o rivoluzione sociale? Il presente del dominio o il futuro della liberazione? Ideologia antiliberista o pensiero critico-radicale?

«Se il lavoro è una merce, viene naturale pensare alla separazione del lavoro stesso dalla persona del lavoratore e parlare di mercato – il mercato del lavoro – dove la merce stessa viene scambiata e venduta allo stesso titolo di ogni altra merce». Pensare, parlare: il carattere alienante e reificante del lavoro salariato, così come la realtà del mercato capitalistico mondiale del lavoro, perdono ogni consistenza storica e sociale, e diventano per l’essenziale i cascami oggettivi di una cattiva ideologia, quella liberista. Quando Marx scriveva nei suoi appunti sul Salario del 1847 «Salario = prezzo della merce. L’attività umana = merce», lo faceva perché aveva sposato il punto di vista del lavoro come merce, o perché, sulla scorta di certi presupposti concettuali (teorici e politici), aveva compreso l’intima essenza della società capitalistica, ossia la sua disumana tendenza a fare di ogni cosa un oggetto di compravendita in vista di un profitto? «La ricchezza della società nella quale predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci»: nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico non «predomina» ma piuttosto sussume in modo sempre più stringente e totalitario l’intera prassi sociale degli individui, su scala planetaria, perfino il noto incipit marxiano ci appare riduttivo.

La violenta separazione dei mezzi di produzione dal produttore immediato, delle condizioni oggettive del lavoro dalle sue condizioni soggettive, con quello che ne segue sull’intera esistenza del lavoratore, realizza il presupposto storico del Capitalismo che si rinnova sempre di nuovo. Questa scissione è un fatto così essenziale per la sopravvivenza del Capitalismo, e la sua genesi storica rimonta così lontano nel tempo, da apparire al pensiero comune (e alla scienza economica borghese) alla stregua di un presupposto naturale, di un fatto banale su cui è ozioso riflettere. Per questo Marx definì volgare l’economia politica che assumeva il Capitale (in quanto potenza sociale, e per questo scritto con la c maiuscola) come un mero dato di fatto, che non aveva bisogno di alcuna spiegazione storico-sociale. Ma ritorniamo al nostro scienziato sociale antiliberista.

Scrive Gallino: «La pressione volta ad abbassare i salari e le condizioni di lavoro nell’ultimo quarto di secolo [in Usa come in altri paesi] è ben più d’un riflesso della competitività crescente, del declino americano, o di mercati del lavoro ingolfati […] È in parte il risultato d’una strategia concertata del capitale, del governo e della destra politica per tagliare i guadagni ottenuti dal movimento dei lavoratori a metà del XX secolo». Per il progressista duro e puro il diavolo della «destra politica» è sempre al centro del complotto ai danni dell’umanità in generale e dei lavoratori in particolari. Che l’aumento della produttività del lavoro e la sua relativa svalorizzazione siano l’alfa e l’omega del Capitale, a prescindere dal colore politico dei governi pro tempore, allo Scienziato sociale è qualcosa che sfugge. Il responsabile del complotto contro l’umanità e i lavoratori ha un solo nome: Capitale. La politica ovviamente non rispecchia meccanicamente i processi che si sviluppano a livello «strutturale», ma in ultima analisi essa non può fare a meno di assecondarne la possente spinta, cercando di gestire al meglio le contraddizioni sociali e le molteplici magagne che necessariamente il Moloch economico genera sempre di nuovo. L’imbrigliamento del Capitale da parte della «buona ed etica politica» è la chimera che il progressista non si fa mai mancare.

Gallino associa il lavoro-merce alla flessibilità e alla precarietà, mentre il concetto marxiano di lavoro salariato gli è del tutto estraneo, e difatti egli crede alla ridicola favola secondo cui dal secondo dopoguerra  fino «alla metà degli anni Settanta» si è assistito, almeno in Europa, a un processo di «de-mercificazione del lavoro», mentre con l’avvento del liberismo, incarnato – manco a dirlo – da Margaret Thatcher, «è tornato a prevalere il principio per cui, dopo tutto, il lavoro non è altro che una merce. A un periodo di de-mercificazione del lavoro è dunque seguito, e prosegue tuttora, un periodo di accentuata ri-mercificazione del medesimo». Si può essere ammalati di ideologia più di così? D’altra parte, piangere sul latte versato, ossia sulle continue quanto necessarie accelerazioni nel processo di aggressiva espansione (geopolitica, sociale ed esistenziale: è il solo concetto di globalizzazione che mi sembra adeguato ai tempi) del dominio capitalistico, e ovviamente sulle inevitabili contraddizioni e sofferenze che tutto ciò mette in campo, è tipico del progressista­.

Il «mutamento di cultura» avvenuto nella seconda metà degli anni Settanta appare qui non come l’espressione di processi materiali spiegabili alla luce della concezione che vede nella ricerca del massimo profitto il motore fondamentale dell’economia e dell’intera prassi sociale in regime capitalistico, ma piuttosto come la causa ultima di questi stessi processi, secondo quell’inversione di causa-effetto che faceva tanto malignamente sorridere l’avvinazzato di Treviri.

Un intero periodo storico (la cosiddetta epoca d’oro del Capitalismo) e il processo di ristrutturazione capitalistica seguito alla chiusura del lungo ciclo espansivo postbellico (reso possibile, detto per inciso, non dalle politiche keynesiane ma dall’immane distruzione di capitale realizzata dalla guerra), trova insomma una lettura ideologica da parte dell’autorevole professore, secondo il quale oggi possiamo salvarci dal «mantra liberista» solo percorrendo la strada della de-mercificazione del lavoro e della de-finanziarizzazione dell’economia. Ma si tratta di salvarci dal “mantra” capitalistico, di uscire cioè fuori dalla dimensione storico-sociale che fa degli individui «capitale umano» al servizio di una potenza sociale che nessuno (nemmeno il Leviatano degli statalisti) potrà mai controllare. Per mutuare una vecchia (ideologica?) formula, il Moloch si annienta, non si riforma.

L’ALBA DEI MORTI VIVENTI

Ennesimo tentativo di accorpare i rimasugli della sparsa diaspora del “glorioso” PCI. Si chiama Alba (acronimo che mi rifiuto di spiegare, per decenza), ed ha l’ambizione di dar corpo a un «Soggetto Politico Nuovo», probabilmente collocato a “sinistra” del PD. Sponsor ufficiale Il Manifesto, il noto quotidiano che ama definirsi «comunista» – o forse, da domani, benecomunista –, ma che per sopravvivere non disdegna di elemosinare i soldi al Leviatano. Questo a proposito di “comunismo” e di “benecomunismo”.

«Quale urgenza sentono le migliaia di persone che hanno sottoscritto “il Manifesto pubblicato su il manifesto”? Io credo che molti finalmente, dopo la fasulla liberazione da Berlusconi, abbiano capito dove sia il nemico e quale sia la vittima del suo agire spietato e cinico. Il neoliberismo, per la prima volta in crisi di egemonia dopo la caduta del muro di Berlino» (U. Mattei, A Firenze, per cominciare, Il Manifesto, 28 aprile 2012). Si capisce che quanto a originalità gli albisti sono messi piuttosto maluccio. Infatti, è dal 1989, da quando il muro di Berlino è precipitato sulla loro zucca, che gli statalisti dell’ex PCI e dintorni ripetono il mantra del «neoliberismo» cinico e baro. Un po’ più di originalità, cribbio! Adesso che la crisi economica chiama in causa lo Stato per rendere meno dirompente il conflitto sociale e più agevole la ripresa in grande stile dell’accumulazione capitalistica, gli albisti si sentono meno depressi, con ciò stesso rendendo evidente la natura ultrareazionaria (appunto statalista o «benecomunista», per usare un termine meno sputtanato) del loro progetto politico.

I MILLE VOLTI DEL LEVIATANO

«Dobbiamo sostituire il potere degli usurpatori nel minor tempo possibile con un governo partecipato e condiviso che faccia dell’Italia il primo paese occidentale a rompere davvero col neoliberismo (come fatto da diversi paesi e da ultimo l’Argentina con la nazionalizzazione del petrolio». Dopo la Russia, la Cina e Cuba, ecco il nuovo Paese-modello dei social-nazionalisti (uso il termine in senso tecnico, senza alcuna allusione storica) nostrani. Dimenticavo: c’è pure il Venezuela di Chávez. Dal «neoliberismo» che avrebbe fatto fallimento (ricordo che la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale: vedasi Il Capitale) al nazionalismo economico? Se pensiamo che tra i firmatari del manifesto albista figura Luciano Gallino, il teorico del Finanzcapitalismo e promotore di un keynesismo “spinto” che abbia nello Stato il «datore di lavoro di ultima istanza», capiamo bene di che lordura statalista stiamo parlando.

«La conoscenza critica è stata massacrata con la continua aziendalizzazione della cultura, della scuola, dell’università e con il tentativo sempre più vicino al successo di chiudere la bocca al pensiero critico che non vuole stare zitto». La «conoscenza critica» sarebbe dunque coltivata negli istituti formativi della Mala Bestia? «La tendenza alla massima estensione e diffusione della cultura pretende che la cultura stessa rinunci alle sue più alte, nobili e sublimi aspirazioni per dedicarsi al servizio di una qualche altra forma di vita, ad esempio dello Stato» (F. W. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole). Sebbene dal suo particolare punto di vista aristocratico, Nietzsche aveva almeno intuito il significato della «democratizzazione» e massificazione della cultura e dell’istruzione nel seno della moderna società borghese. Ma dagli statalisti incalliti sarebbe vano aspettarsi un solo grammo della profondità critica di un Nietzsche. Lasciamo quindi che essi belino allegramente il loro: «Viva l’acqua pubblica, viva la scuola pubblica, viva i beni pubblici!» D’altra parte, il loro orizzonte concettuale è dichiaratamente chiuso dentro i confini degli interessi nazionali; si tratta, infatti, di «salvare il nostro Paese», le «nostre istituzioni», il «nostro patto fondativo», e il nuovo soggetto politico nasce proprio «per dar stimolo alla creazione di un Cln contro l’occupazione neoliberista del nostro paese». Questi hanno in testa la guerra, ancorché «partigiana», mica la Rivoluzione!

«Dichiarando uno stato di emergenza, tutti i dispositivi della legalità liberale sono stati sollevati». Non è affatto vero. Sollevate, per dir così, sono state piuttosto le illusioni feticistiche intorno alla democrazia, più o meno «partecipata», la quale è da sempre la migliore – la più economica, sotto ogni rispetto – forma politico-ideologica del dominio sociale capitalistico: altro che fumisterie sul «neoliberismo» brutto, sporco e cattivo. D’altra parte, lo stato di eccezione mette a nudo la regola del Dominio, quella che il feticismo di cui sopra impedisce di cogliere nei momenti di routine. Ma «l’esito dei referendum è stato ignorato»! Non aspettatevi la mia “indignazione”, signori benecomunisti. No, non mi avrete come “partigiano del XXI secolo”.

Gratta gratta, sotto il benecomunista di oggi scopri lo statalista di ieri. Una verniciatina, e via, si riparte!

Marco Revelli, nella sua introduzione alla performance fiorentina del 28 aprile che ha lanciato il progetto-Alba, non si è certo tenuto alla larga dai soliti luoghi comuni tipici di chi «scende in campo»: non si tratta di mettere in piedi «un ennesimo partitino a vocazione minoritaria», ma un soggetto politico di nuovo conio «tendenzialmente maggioritario». Ma va? Nel suo discorso non poteva mancare il «cambio di paradigma», e difatti non è mancato, corroborato da un «salto di paradigma»: nientemeno! Per dire cosa, poi? Che bisogna salvare il Paese dal «crollo delle stesse istituzioni repubblicane», e che gli albisti intendono essere «abitanti di un nuovo spazio pubblico». Stabilità dello status quo politico-istituzionale uscito dalla seconda guerra mondiale come si riflette «nel nostro patto fondativo», e neostatalismo ribattezzato benecomunismo: un progetto politico anacronistico che trasuda muffa, e non solo, da tutti i pori.

CONVERGENTI STATALISMI

Banche o Capitalismo tout court?

A proposito del benecomunismo di Toni Negri l’atro ieri scrivevo quanto segue: «Lungi dall’essere l’ennesima “terza via” tra Capitalismo e “Socialismo reale” (leggi: Capitalismo di Stato), il Comune negriano non è che l’attualizzazione del vecchio e decrepito statalismo, che rimane tale nonostante la chirurgia plastica benecomunista. Se non è zuppa, è pan bagnato nella scodella sempre più sbrindellata del progressismo mondiale». Alberto Asor Rosa, suo malgrado, mi dà ragione.

Secondo la definizione di Rodotà, scrive il noto intellettuale progressista, «i beni comuni sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali, e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future» (A. Asor Rosa, Il Nuovo soggetto politico. Tra Toni Negri e Tommaso d’Aquino, Il Manifesto, 27 aprile 2012). Ora, si chiede il Nostro, se le cose stanno così «non potrebbe esser questa anche una buona definizione di “pubblico”?» Non c’è dubbio! Dico questo, beninteso, mettendomi sul terreno dell’ideologia progressista (più o meno vetero o post “marxista”) che accomuna Toni Negri e Asor Rosa. Di qui, per quest’ultimo, l’esigenza di non «procedere negrianamente “oltre il privato e il pubblico”, [e di] considerare la battaglia per i “beni comuni” un allargamento e un rafforzamento di quella per il “pubblico”, in una visione più dinamica e articolata di quella praticata presentemente».

La differenza essenziale che corre tra i due intellettuali è che l’uno vuole uno statalismo «dal basso», e si illude di poter tenere a bada il Leviatano attraverso il «controllo democratico e partecipato della moltitudine» (Negri); l’altro, pur simpatizzando per i benecomunisti (ci mancherebbe!), non disdegna il tradizionale statalismo, basato sulla vecchia forma politica della democrazia dei partiti (Asor Rosa). Tanto più che «Lo Stato democratico-capitalistico moderno, nella sua complessa strutturazione, è il frutto di spinte contrastanti nelle quali la funzione e l’indirizzo loro impresso da esigenze, interessi e modalità di vita propri delle classi cosiddette subalterne, hanno lasciato un segno consistente. Il “pubblico” oggi non s’identifica certo con lo Stato Leviatano; se mai si potrebbe dire che, nei casi migliori, lo Stato è stato (e in parte ancora è) un’articolazione del “pubblico”» (Asor Rosa). Naturalmente qui si manifesta la quintessenza dell’italico progressismo (il Gramsci in salsa togliattiana), il quale si mostra teoricamente impotente in modo davvero imbarazzante. Che l’espansione del “pubblico” nei paesi occidentali, dagli anni Trenta in poi, abbia necessariamente implicato una corrispondente espansione dello Stato, ossia delle sue funzioni (il Leviatano che ci accompagna dalla culla alla tomba) è cosa risaputa, almeno da chi osserva il processo sociale capitalistico senza il metaforico prosciutto negli occhi. Anche la genesi del Welfare europeo (a partire dalla Germania di Bismarck) dovrebbe insegnarci qualcosa intorno al significato del “pubblico” e alla sempre più potente, radicata e capillare capacità di controllo sociale del Dominio. L’attacco al Welfare State a cui assistiamo mette in chiaro la sua struttura sociale, la quale poggia, in ultima analisi, sul processo di accumulazione allargato del Capitale. Sotto questo punto di vista, le «classi cosiddette subalterne» non hanno lasciato alcun «segno consistente» sulla dura pelle dello «Stato democratico-capitalistico moderno».

Per capire quanto forte sia la sirena dello statalismo, evocato da “destra” e da “sinistra” con parole sempre nuove, meno corrose dal tempo (ma la sostanza della cosa non muta di una virgola), è sufficiente leggere, ad esempio, la proposta davvero “rivoluzionaria” di Luciano Gallino di «Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano» (Creare un milione di posti pubblici, Il Manifesto, 29 aprile 2012), la quale, non so perché, evoca nella mia contorta mente eventi assai funesti. Ma forse lo so.

Scrive ancora Asor Rosa commentando il Manifesto per un nuovo soggetto politico: «Un universo di buoni sentimenti – “la compassione e la gioia, l’amore e la speranza, la generosità e il rispetto degli altri”, “il sentimento dell’empatia” – dovrebbe prendere il posto di quello in cui finora siamo sventuratamente nati e cresciuti – quello delle “passioni negative, l’invidia, l’odio, l’orgoglio, l’ira… la rivalità, la voglia di sopraffare…”. Allora, nel nuovo universo, “a predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza…”. Io qui non so cosa dire. Va bene non aver letto (o aver dimenticato) Machiavelli. E Marx. E Schmitt. Ma pretendere di affrontare l’incredibile violenza dell’attuale sistema di sfruttamento globale con il sorriso sulle labbra e le pacche sulle spalle, mi pare indizio di una mentalità che non porta da nessuna parte (naturalmente, anche Negri impernia la sua ideologia multitudinaria sull’”amore”: se no, che biopolitica sarebbe?» Da quale pulpito, signor intellettualone!