L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

Lenin-reading-Pravda-c_19-007Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi (Lenin).

Secondo Lucio Caracciolo, per gli abitanti di Kiev che hanno abbattuto l’ultima statua di Lenin, quest’ultimo «non è solo il padre dell’impero sovietico che li oppresse per settant’anni, è il fustigatore dell’indipendentismo ucraino che alla fine della prima guerra mondiale aveva sperato di emanciparsi dalla stretta russa. L’autore dell’ultimatum contro i secessionisti “borghesi”, con cui il 17 dicembre 1917 il nascente potere sovietico volle chiarire che non avrebbe tollerato l’indipendenza ucraina» (1). Ma le cose, almeno per ciò che riguarda il rapporto tra Lenin e l’Ucraina del suo tempo, stanno davvero così? Vediamo.

In effetti il 4 (17) dicembre il Consiglio dei Commissari del Popolo presieduto da Lenin presentò alla Rada di Kiev un ultimatum, che imponeva: 1. di cessare ogni attività disgregatrice al fronte; 2. di proibire l’afflusso di forze controrivoluzionarie verso il Don; 3. di abbandonare l’alleanza con Kaledin; 4. di restituire in Ucraina le armi ai reggimenti rivoluzionari e ai reparti della Guardia Rossa. A Caracciolo tuttavia sfugge un insignificante – faccio dell’ironia – particolare: la Russia, considerata in tutta la sua estensione geopolitica (ossia Grande Russia e nazionalità oppresse), a quel tempo fu attraversata da una tempesta rivoluzionaria che mise all’ordine del giorno il superamento della fase borghese iniziata nei primi mesi del ’17, e che aveva messo fine al regime zarista. Il tutto, in stretta connessione con quanto andava producendosi nel resto del Vecchio Continente, soprattutto in Germania, dove il proletariato d’avanguardia sembrava poter «fare come in Russia». Sembrava, appunto. Ma questo è un altro capitolo della storia.

Alle smaliziate orecchie di Caracciolo la tesi leniniana secondo la quale «I comunisti della Russia e dell’ucraina, con un lavoro comune e paziente, [si battono] per la distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, per la repubblica federativa sovietica mondiale» (2), deve naturalmente suonare come puramente propagandistica. E ideologica gli deve apparire lo sforzo leniniano di tenere insieme la dimensione classista del processo sociale rivoluzionario russo, e la sua dimensione nazionale, che originava dal retaggio storico della Russia.

Ciò testimonia la sua assoluta incomprensione di quel processo, che egli legge attraverso schemi, concetti e categorie mutuate dalla dottrina geopolitica, mentre ovviamente l’approccio critico-rivoluzionario alla storia della Rivoluzione d’Ottobre gli è precluso dalla sua concezione (borghese) dei rapporti tra le classi, tra gli Stati, tra le Nazioni e via dicendo. D’altra parte, bisogna sempre considerare l’ombra e il discredito che lo stalinismo ha gettato su quella Rivoluzione, rispetto alla quale esso si è posto non in continuità, magari contraddittoria e non del tutto coerente, bensì in radicale, totale e drammatica cesura, insomma come controrivoluzione. Possiamo dunque, in tutta onestà, essere troppo severi nel considerare le “lacune” storiche del nostro accreditato esperto di cose geopolitiche? Io non me la sento. Personalmente sono disposto a concedergli l’attenuante stalinismo. Piuttosto, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali.

360_putin_illo_1219Checché ne possa pensare Caracciolo dall’alto della sua scienza geopolitica (3), affermo senza alcun dubbio che l’aggressivo imperialismo energetico di Vladimir Putin è, mutatis mutandis, in assoluta continuità storica con l’Impero zarista e con l’Imperialismo staliniano sorto dalle ceneri della Rivoluzione d’Ottobre. La metaforica anima di Lenin non ha nulla a che spartire con l’esistenza e la vitalità della «Madre Russia». Per questo quando una statua di Lenin cade in un luogo qualsiasi dell’immenso spazio Russo e russificato, personalmente non posso che sorridere, pensando malignamente agli stalinisti ancora attivi nel Bel Paese: come le macerie del famigerato Muro, quelle miserabili statue cadono sulla loro zucca sedicente “comunista”.

Scriveva Trotsky il 29 maggio 1920, dal suo “mitico” vagone militare: «Oggi, maggio 1920, nuove nubi si addensano sulla Russia sovietica. La borghese Polonia, col suo attacco all’Ucraina, ha dato il via alla nuova offensiva dell’imperialismo mondiale contro la Repubblica sovietica […] L’armata rossa guidata dagli operai comunisti distruggerà la borghese Polonia, e questo dimostrerà ancora una volta la potenza della dittatura del proletariato, infliggendo così un duro colpo allo scetticismo borghese (kautskismo) ancora presente nel movimento della classe operaia […] Noi combattiamo per L’Internazionale Comunista e per la rivoluzione proletaria internazionale. La posta è grande da entrambe le parti, e la lotta sarà dura e dolorosa. Noi speriamo nella vittoria, poiché ne abbiamo ogni diritto storico» (4). Chissà se Caracciolo è in grado di apprezzare in tutta la sua portata storica la radicale differenza che passa tra una guerra rivoluzionaria e una guerra “ordinaria”, ossia imperialistica, del tipo di quella che insanguinò l’Europa nel periodo 1914-18, e di quella che annegherà nel sangue il mondo nel 1940-45. Non credo. D’altra parte, se non si è in grado di afferrare quella differenza non si può comprendere la reale posta in gioco che allora si giocò nella Grande Russia e in Ucraina.

Come ricorda Edward H. Carr, «Tra le nazioni dell’impero zarista, le sole a rivendicare l’indipendenza completa subito dopo la rivoluzione di febbraio furono la Polonia e la Finlandia» (5). Com’è noto, il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione costituiva un punto assai importante del programma bolscevico, e più di una volta Lenin accusò il governo russo insediatosi al potere dopo la caduta dello zar di attuare nei confronti delle nazioni oppresse dalla Grande Russia la stessa politica reazionaria dei vecchi tempi: «La rivoluzione è limitata al fatto che al posto dello zarismo e dell’imperialismo abbiamo una pseudo repubblica, sostanzialmente imperialistica, nella quale persino i rappresentanti degli operai e dei contadini rivoluzionari non sanno comportarsi democraticamente verso la Finlandia e l’ucraina, cioè senza temere la loro separazione» (6). Lenin concepiva l’autodecisione non come un mero espediente tattico, ma come il solo approccio possibile in un Paese che da secoli opprimeva nazioni, popoli, etnie, culture: il veleno nazionalistico che scorreva anche nelle vene del proletariato delle nazioni oppresso poteva venir depotenziato, e poi del tutto superato a vantaggio di un approccio internazionalista delle contraddizioni sociali, solo manifestando, nel Paese oppressore, la massima disponibilità a soddisfare le rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, anche quelle orientate alla separazione delle loro nazioni di riferimento dal centro oppressore.

Il caso ucraino differiva molto da quello polacco e finlandese: «La zona più estesa, la Ucraina orientale, faceva parte dell’impero russo, ma l’Ucraina occidentale, che comprendeva la zona orientale della Galizia, era sotto la dominazione austriaca, e in Galizia la classe dominante era quella dei proprietari terrieri polacchi che avevano alle loro dipendenze contadini ucraini» (7). Si comprende, allora, la forte propensione antipolacca dimostrata dai contadini ucraini durante la guerra russo-polacca del 1920-21. «Non vi fu mai la possibilità che l’Ucraina potesse diventare davvero uno Stato sovrano indipendente, separato dalla Russia. Se i tedeschi avessero vinto la guerra, avrebbe potuto essere creata un’Ucraina formalmente indipendente, ma in realtà satellite della Germania; ma dopo la sconfitta tedesca non vi fu altra possibilità che la creazione di un’Ucraina sovietica, strettamente unita alla Russia» (8).

rougeCome precisa Carr, «Il nazionalismo ucraino era, in sostanza, più antisemitico e antipolacco che antirusso […] La supremazia politica di Mosca o di Pietrogrado poteva dar luogo a risentimenti in una nazione la cui capitale era più antica di mosca e di Pietrogrado. Ma questa capitale, Kiev, era essa stessa una capitale russa. Un nazionalismo ucraino che si fosse fondato anzitutto e soprattutto su un sentimento di ostilità alla Russia non avrebbe incontrato molto favore trai contadini. Per quanto riguarda il proletariato, la situazione era complicata dal fatto che un proletariato ucraino non esisteva. I nuovi centri industriali, la cui importanza era venuta rapidamente crescendo alla svolta del secolo, erano popolati per la maggior parte da immigrati venuti dal Nord; Char’kov, la maggiore città industriale ucraina, era anch’essa quasi esclusivamente gran-russa» (9). A differenza che in Polonia e Finlandia, «che disponevano d’una numerosa e ben sviluppata classe dirigente locale – agraria e feudale in Polonia, commerciante e borghese in Finlandia – (Carr)», il nazionalismo in Ucraina non aveva mai avuto una grande presa, e la stessa cosa vale per la Bielorussia, la cui struttura sociale era ancora più arretrata di quella ucraina.

Scriveva Trotsky nel suo capolavoro sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Rosa Luxemburg sosteneva che il nazionalismo ucraino, che era stato in precedenza un semplice “divertimento” per una dozzina di intellettuali piccolo-borghesi, era stato artificialmente gonfiato al lievito della formula bolscevica del diritto delle nazioni all’autodecisione». Qui mi limito a ricordare le non poche divergenze che sulla questione nazionale divisero Lenin (favorevole in linea di principio all’autodecisione delle nazioni oppresse) e la Luxemburg (sfavorevole in linea di principio all’autodecisione). «Nonostante la sua intelligenza luminosa», continua Trotsky, Rosa Luxemburg «commetteva un errore storico assai grave: i contadini dell’Ucraina non avevano formulato in passato rivendicazioni nazionali per la semplice ragione che, in genere, non aveva raggiunto il livello della politica. Il merito principale della rivoluzione di febbraio, diciamo pure l’unico merito, ma del tutto sufficiente, consistette appunto nell’offrire finalmente la possibilità di parlare a voce alta alle classi e alle nazionalità più oppresse della Russia» (10). Dichiararsi disponibile alla secessione della nazione oppressa, o in qualche modo limitata nei suoi diritti nazionali e culturali, per il soggetto rivoluzionario proletario radicato nella nazione dominante ha il significato di un doveroso mettere le mani avanti, per togliere qualsiasi alibi al sentimento nazionale. Naturalmente Lenin capiva meglio di qualunque altro comunista quanto chimerica fosse l’idea piccolo-borghese dell’uguaglianza tra le nazioni, soprattutto nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico. E difatti, egli non pose mai la questione nazionale sul terreno della libertà e dell’uguaglianza, ma sempre su quello degli interessi della rivoluzione sociale anticapitalistica.

In ogni caso, quanto debole, politicamente e socialmente, fosse il nazionalismo ucraino, che pure segnò una certa ripresa dopo la Rivoluzione di febbraio, lo testimonia la linea politica filo-tedesca e filo-polacca seguita di volta in volta dalla Rada di Kiev, costituitasi nel marzo 1917 sotto la presidenza dello storico Hruševskijche, e che aveva nell’intellettuale Vinničenko e nell’autodidatta Petljura i suoi due massimi esponenti. Naturalmente alla Rada premeva soprattutto scongiurare l’avanzata della marea rossa, che nell’estate del ’17 si era appalesata con la formazione di Soviet di operai e di soldati a Kiev e in altre parti dell’Ucraina. C’è da dire, en passant, che mentre i bolscevichi ucraini scontavano una certa impreparazione organizzativa, surrogata in qualche modo dalla chiara visione strategica di Lenin, nell’Ucraina orientale erano molto attivi i partigiani capeggiati dal contadino anarchico (o «anarco-comunista») Nestor Machno, i quali «combattevano ora per i bolscevichi ora contro di loro» in vista di una non meglio definita Comune contadina. Questo per dire quanto ribollente dal punto di vista sociale fosse l’Ucraina d’allora, insanguinata peraltro dall’esercito controrivoluzionario di Denikin foraggiato dall’imperialismo occidentale, e segnata dalla carestia e dal dilagare di gravi malattie infettive.

Come ammise lo stesso Vinničenko, non solo la Rada non poté mai fondarsi su una vasta base popolare, ma i consensi della popolazione ucraina andavano sempre più orientandosi verso i bolscevichi, che almeno sembravano poterla difendere dal tirannico giogo dei tedeschi e dei polacchi. Solo i cannoni dei tedeschi e i fucili dei polacchi allungarono l’agonia del governo provvisorio di Kiev, e quando Petljura, il 2 dicembre 1919, firmò un accordo con il governo polacco che prevedeva l’abbandono da parte dell’Ucraina delle rivendicazioni sulla Galizia orientale, e per il Paese un futuro di satellite nel neo costituito Impero Polacco, il fragile e contraddittorio nazionalismo polacco fece bancarotta. Infatti, niente ossessionava di più il contadino ucraino che i grandi proprietari polacchi.

La stessa adesione dell’Ucraina a quella che sarebbe diventata la RSFSR, si spiega in larga misura con gli interessi dei contadini ucraini di scongiurare la prospettiva di una vittoria dei «bianchi», i quali «non nascondevano la loro volontà di restaurare il vecchio regime e di restituire ai proprietari fondiari le terre di cui si erano impossessati i contadini» (11). La paura dei contadini ucraini di perdere le terre da essi confiscate nell’estate del 1917, e le forti divisioni nazionalistiche, politiche, sociali e religiose che opponevano la parte orientale del Paese alla sua parte occidentale, resero possibile il realizzarsi di quella alleanza politico-sociale che fu alla base della creazione di un’Ucraina Sovietica nell’ambito della nuova Russia rivoluzionaria.
Quanto ambigua, instabile, strutturalmente fragile e alla fine insostenibile fosse quell’alleanza, che da virtuosa si trasformò rapidamente in viziosa, è ciò che ho cercato di spiegare nel mio lavoro sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre Lo scoglio e il mare.

lenin_statua_500«Nell’aprile 1917 Lenin diceva: “se gli Ucraini vedono che abbiamo una repubblica dei soviet, non si distaccheranno; ma se abbiamo una repubblica di Miljukov, si distaccheranno”. Anche questa volta aveva ragione» (12). La controrivoluzione stalinista che da lì a poco avrebbe seppellito l’intera esperienza rivoluzionaria segnata dal genio strategico leniniano non può cancellare questa eccezionale pagina di storia, per intendere la quale, però, non è sufficiente l’intelligenza e la cultura dello scienziato geopolitico.

(1) L. Caracciolo, La statua di Lenin, l’Ucraina contro la Russia e la scelta dell’Europa, Limes, 11 dicembre 2013.
(2) Lenin, Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina in occasione delle vittorie riportate su Denikin, Opere, XXX, p. 265, Editori Riuniti, 1967.
(3) «Il 24 agosto 1991 l’Ucraina si è proclamata indipendente – peraltro nei confini disegnati dal potere sovietico, prima da Lenin poi da Stalin e in ultimo da Krusciov» (L. Caracciolo, La statua…). Il «potere sovietico» da Lenin a Krusciov è un’assoluta assurdità, per apprezzare la quale bisogna però conquistare un punto di vista critico-rivoluzionario sulla Rivoluzione d’Ottobre.
(4) L. Trotsky, Introduzione alla prima edizione inglese (1920) di Terrorismo e Comunismo.
(5) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 279, Einaudi, 1964.
(6) Lenin, Discorso al Primo Congresso dei Soviet, 4 (17) giugno 1917, 30, XXV, 1967.
(7) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, IV, Laterza, 1977.
(8) Ivi.
(9) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 283.
(10) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 936, Mondadori, 1978.
(11) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista.
(12) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 954.

EGITTO (MA ANCHE SIRIA E LIBANO): PIOVE SANGUE SU QUELLO GIÀ VERSATO

piramidi-egittoLeggo dal blog Invisible Arabs: «Questa rivoluzione non è più tale, oggi. O forse è quel tipo di rivoluzione che prevede il sangue, tanto sangue: la rivoluzione sanguinosa di cui criticava l’assenza un giornalista francese a un fine intellettuale egiziano, due anni fa, in una conversazione tra pochi intimi. Perché, diceva, ogni rivoluzione passa attraverso un lavacro di sangue. Credevo non avesse ragione, e che la sua critica fosse originata dal suo essere francese, cresciuto nel mito di un’altra rivoluzione. E ora mi devo ricredere» (Umm al Dunya, prego per te, 14 agosto 2013). Come ho scritto nei precedenti post dedicati alle cosiddette “primavere arabe”, la “rivoluzione” egiziana (o tunisina) non è mai stata tale, almeno che non si voglia assecondare la moda per cui qualsiasi movimento sociale, soprattutto se sporco di sangue, è ipso facto “rivoluzionario”.

Diciamo subito che non è la quantità di sangue versato, né la quantità delle masse in movimento, che fanno di un evento sociale caratterizzato da lotte di strada una rivoluzione*. D’altra parte, in Egitto la sola rivoluzione che la storia, non chi scrive, ha messo all’ordine del giorno è quella anticapitalista, perché con tutti i limiti e le contraddizioni, peraltro comuni a tutte le società che insistono nella turbolenta area che va dal Medio Oriente al Maghreb,  quella egiziana è da tempo una società capitalista. Lo era, beninteso, anche quando qualche leader egiziano straparlava di «socialismo arabo», civettando con gli stalinisti e i maoisti occidentali.

Detto di passata, il Capitalismo di Stato in salsa araba, spacciato appunto per socialismo con caratteristiche egiziane, se ha promosso un certo sviluppo economico del Paese e una sua relativa indipendenza nazionale in epoca postcoloniale, ha d’altra parte generato una serie di magagne sistemiche, di natura sia economica sia politica, che alla fine ne hanno di molto rallentato l’ulteriore processo di modernizzazione.  Questa dialettica sociale, che naturalmente dev’essere vista da una prospettiva geopolitica di ampio respiro, in qualche modo segna la dinamica sociale di tutte le nazioni che insistono nel quadrante geopolitico di riferimento. In quasi tutti questi paesi l’esercito ha svolto un’importante funzione sociale (la cui natura borghese è fuori discussione) che però, a un certo punto, nel nuovo scenario mondiale creato dall’ultima ondata di globalizzazione capitalistica, ha presentato i conti in termini di arretratezza sistemica. Questa situazione ha messo all’ordine del giorno, ormai almeno da vent’anni, la transizione dal vecchio modello di sviluppo capitalistico a uno nuovo in grado di affrontare con successo le nuove sfide sistemiche. In gioco non c’è solo la stabilità sociale del Paese, ma le sue ambizioni di potenza regionale in un’area particolarmente densa di nazioni che aspirano alla leadership politica, economica, militare e ideologica regionale. Si comprende bene come il fronte interno e quello esterno siano intimamente intrecciati.

EGITTO~1Nel Paese delle piramidi stiamo dunque assistendo al dispiegarsi di fenomeni sociali che in gran parte si spiegano sulla base delle contraddittorie tendenze riconducibili a precisi interessi di classe, da conservare o da promuovere, che fanno capo a una «società civile» che, per quanto relativamente arretrata se valutata con gli standard occidentali, può ben definirsi borghese. Nell’analisi dei processi sociali non bisogna farsi sviare dalla coloritura politico-ideologica, nella fattispecie in gran parte riconducibile alla tensione inter-religiosa o allo scontro tra forze religiose e forze laiche, che gli interessi materiali cui facevo cenno assumono.

Naturalmente le tendenze sociali che spingono nella direzione del cambiamento urtano contro la resistenza degli strati sociali e dei gruppi di potere che hanno interesse al mantenimento dello status quo, o quantomeno a negoziare da posizione di forza la ristrutturazione del sistema, rendendola “più sostenibile” attraverso una serie di compromessi. Non è un caso che la crisi egiziana e la crisi siriana esplodono quando i primi risultati delle «riforme strutturali» varate dai regimi del Cairo e di Damasco intorno al 2004 hanno reso evidente come la transizione sistemica reclamasse le sue vittime, al vertice della piramide sociale come nei suoi gradini più bassi, cosa che peraltro spiega il sostegno di massa di cui godono i gruppi borghesi interessati a frenare le tendenze “modernizzatrici”.

In Egitto questi gruppi si sono finora dimostrati in grado di intercettare e mobilitare il crescente disagio sociale del proletariato urbano, del sottoproletariato e dei contadini poveri, ossia degli strati sociali che più degli altri hanno subito i colpi dall’ondata “riformista” che, sotto l’egida della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ha interessato il Paese.

Scrive Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente: «Il compromesso raggiunto da Morsi con i nuovi “giovani ufficiali” guidati da el-Sisi, che portò alla deposizione del Maresciallo Tantawi e al consolidamento del potere di Morsi, nell’agosto 2012, sancì un nuovo equilibrio: Morsi si sottraeva al controllo dei militari, a cui però veniva garantita la conservazione di quella larga area di potere economico, sociale e di privilegio cui erano assuefatti. L’errore di Morsi è stato quello di considerare il compromesso raggiunto come consolidato e definitivo, mentre per l’esercito esso era un punto d’equilibrio da sottoporre a verifica e condizionato» (Apprendisti stregoni e sepolcri imbiancati, L’Huffington Post, 17 agosto 2013).

Il ruolo politico-istituzionale dell’esercito egiziano è radicato in una funzione economica ancora molto forte, che genera consenso negli strati sociali occupati nelle imprese industriali e commerciali gestite più o meno direttamente dall’esercito.  Scriveva Roberta Zunini sul Fatto Quotidiano del 5 luglio scorso: «Una cosa è certa: l’esercito pesa enormemente sull’economia egiziana fin dall’inizio dell’Ottocento quando furono aperte numerose fabbriche militari per la produzione di uniformi e armi. Da allora la spa militare non ha mai dovuto fronteggiare momenti di crisi. Nemmeno durante questo anno e mezzo di collasso finanziario del Paese dovuto alla transizione dall’era Mubarak a quella della Fratellanza musulmana. L’esercito egiziano controllerebbe circa il 30% dell’economia. Le imprese di proprietà dei militari realizzano la maggior parte dei beni di consumo: dai computer ai televisori, dai frigoriferi alle lavastoviglie. Dominano settori essenziali come l’alimentare producendo e vendendo, nei propri supermercati, olio, pane, carne. Sono entrate in partnership con compagnie automobilistiche come la Jeep per realizzare Cherokee e Wrangler. Hanno partecipazioni nelle compagnie energetiche e nell’industria alberghiera. Le società controllate dai quadri dell’esercito fanno lauti affari anche e soprattutto nel campo delle costruzioni dove i soldati hanno diritto di lavorare da quando stanno per andare in pensione. È cosa loro il nuovo complesso dell’Università del Cairo, la costruzione delle principali arterie stradali e la maggior parte degli alberghi sul Mar Rosso […] In questo ultimo anno scosso da un’inflazione alle stelle, nei negozi gestiti dall’esercito i beni di sua proprietà, come l’acqua minerale Safi, la più popolare del Paese, la carne e il pane sono stati venduti a metà prezzo rispetto alle catene private. Il ministero della produzione militare impiega inoltre da solo circa 40mila lavoratori civili».

islamisti-egittoChi oggi deplora il ruolo dell’esercito, magari dopo averlo sostenuto quando si trattò di sbarazzarsi di Morsi, deve fare i conti con questa realtà strutturale che trova un preciso riscontro politico-istituzionale al vertice del potere egiziano e nelle sue sanguinose convulsioni. A mio avviso sbaglia anche chi vede nella gigantesca polveriera araba solo la mano dell’imperialismo occidentale, a cominciare ovviamente dal «Grande Satana» e dal suo «perfido» alleato mediorientale, Israele. Un antiamericanismo e un terzomondismo sempre più sclerotizzati per un verso non consentono di valutare adeguatamente le contraddizioni e gli interessi radicati nei singoli paesi sconvolti dalla guerra civile e nell’area geopolitica in questione (basti pensare al ruolo che l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar stanno giocando nel decorso della crisi in Egitto e in Siria), e per altro verso, spingono le «masse diseredate» del Sud e del Nord a schierarsi con una delle fazioni (lealisti versus ribelli, laici versus religiosi, statalisti versus liberisti, filo-arabi versus filo-occidentali, ecc.) coinvolte nel bagno di sangue.

Scrivevo il 7 luglio a proposito di Samir Amin, sostenitore di «un’alleanza tra l’Egitto e paesi come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’India, il Brasile e la Nuova Turchia»: «È anche contro questa logica di collaborazione “tattica” tra masse diseredate e borghesia “progressista e antimperialista”, uno schema ideologico qualificabile come reazionario già negli anni Settanta del secolo scorso e che oggi puzza di rancido lontano un miglio, che bisogna lottare, a Sud come a Nord – si tratta della “triade Stati Uniti/Europa/Giappone” (Samir). Inutile dire che chi scrive non ha nulla a che fare con la “sinistra radicale” evocata da Samir, la quale si orienta ancora sulla base della vecchia bussola maoista centrata sulla pseudo-dialettica “nemico principale/nemico secondario”. A mio modesto avviso le classi dominate del pianeta devono fronteggiare un solo nemico di classe: il dominio capitalistico colto in tutte le sue molteplici “declinazioni” sociali – comprese le forme che cadono sotto l’occhio indagatore del geopolitico. Nel XXI secolo non si dà autentica lotta all’Imperialismo senza un’assoluta e tetragona autonomia di classe. Tutto il resto è contesa interimperialistica».

Conference on youth unemployment in Europe in BerlinA proposito di contesa interimperialistica: «E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina» (L. Caracciolo, Il rebus arabo, La Repubblica,  5 luglio 2013). Gli Stati Uniti devono sempre più fare i conti con gli interessi dei loro alleati nella regione, la quale appare assai più fluida e contraddittoria che ai “bei tempi” della guerra fredda, quando il mondo bipolare rendeva possibile strategie di dominio e di controllo abbastanza facili da applicare e prevedibili sul piano analitico. Per quanto riguarda l’Europa, un titolo di un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung del 30 luglio dedicato alla crisi egiziana rende bene la situazione circa la politica estera dell’Unione: Catherine Ashton, mediatrice utile ma non decisiva. Utile ma non decisiva! In realtà non esiste una politica estera dell’Unione, ma tante politiche estere quanti sono i paesi dell’Unione, almeno di quelli più importanti. Anche l’Italietta in quello scottante quadrante geopolitico ha qualche carta da giocare autonomamente, magari per prevenire una nuova sortita anglo-francese. Della serie: fratelli coltelli!

«È vero che l’Ue accorda generosi aiuti finanziari all’Egitto (5 miliardi di euro in crediti e aiuti solo per il 2012-2013), ma tradizionalmente non se ne serve come leva nelle trattative politiche. Il denaro serve da sostegno alla protezione dei diritti umani, della democrazia, dell’istruzione e al progresso del paese» (Frankfurter Allgemeine Zeitung). Quanto è “umano” l’Imperialismo europeo! Quasi mi commuovo. Quasi. Anziché commuoversi, è forse meglio predisporsi a rispondere alla nuova «guerra umanitaria» che già si prepara a pochi chilometri dalla Sicilia.

imagesDal suo mitico blog Grillo tuona: «Per l’Occidente la democrazia è un concetto relativo, che si applica caso per caso, quando gli conviene. Per i militari egiziani non si applica» (Egitto, massacri e democrazia). Diciamo piuttosto che la democrazia è, in politica interna come in politica estera, un eccezionale strumento di controllo, di dominio e di propaganda politico-ideologica che non esclude affatto l’uso della violenza. Proprio la secolare prassi sociale occidentale ci ammaestra in questo senso. «La polveriera Egitto», continua lo statista di Genova, «rischia di travolgere ogni equilibrio in Medio
Oriente e in tutto il Mediterraneo mentre l’Italia fa da comparsa. Il ruolo che le riesce meglio». Qui insiste il vecchio pregiudizio ideologico, di matrice fascio- stalinista, dell’Italia «serva sciocca» di qualcuno, di solito degli Stati Uniti. Eppure da sempre il Bel Paese ha cercato di ritagliarsi un ruolo geopolitico autonomo, naturalmente nei limiti posti alla sua politica estera dalla sua reale forza sistemica e dall’alleanza imperialistica cui esso è parte, nell’area balcanica e nel quadrante che va dal Medio Oriente alla Libia. Ma, si sa, si può fare di meglio e di più. «Italiani!»

* «Rivoluzionario è il processo sociale che mette in discussione non un regime politico, ossia la mera forma politico-istituzionale di un dominio sociale, bensì questo stesso dominio, i peculiari rapporti sociali che lo rendono possibile. Come dimostra, ad esempio, la transizione italiana dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda carneficina mondiale, i regimi passano, il dominio capitalistico continua. Salvo, appunto, l’irruzione sulla scena storica del processo sociale chiamato Rivoluzione, un evento che, marxianamente, presuppone il farsi “classe per sé” delle cosiddette masse, ossia la metamorfosi dell’oggetto (materia prima vivente) del Capitale in soggetto politico-sociale autonomo, in cosciente produttore di nuova storia. Già lo stesso parlare di “masse”, anziché di classe nell’accezione qualitativa appena accennata, contraddice il concetto di rivoluzione sociale anticapitalista. Per questo, per fare altri due noti esempi, la cosiddetta rivoluzione komeinista del ’79 non fu una rivoluzione (sebbene probabilmente ce ne fossero i cosiddetti presupposti materiali), né fu rivoluzionario il crollo del cosiddetto “socialismo reale” dopo il fatidico ‘89» (dal post Egitto e dintorni).

LA MACELLERIA SIRIANA SECONDO AMMAR BAGDASH

siria-strage-degli-innocentScrive Ammar Bagdash, segretario del Partito – cosiddetto, ed è già un eufemismo – Comunista Siriano: «Nell’analisi dei comunisti siriani le condizioni [della guerra civile] sono state create anche dalle contraddizioni create dalle misure liberiste in economia adottate intorno al 2005. Questa politica ha prodotto tre effetti negativi: un aumento della polarizzazione sociale; la crescita dell’emarginazione sociale nelle periferia di Damasco; il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Ciò ha favorito le forze reazionarie, come i Fratelli musulmani, che si sono appoggiati sul sottoproletariato, soprattutto rurale» (da Contropiano.org). Questo retroterra sociale del conflitto siriano è omogeneo un po’ a tutti i Paesi che a più riprese e con diverse modalità hanno conosciuto le cosiddette “Primavere arabe”: si tratta, in effetti, di un doloroso processo capitalistico di ristrutturazione sistemica volto a superare vecchissime magagne strutturali e istituzionali che rendono sempre più difficile l’esistenza di quei Paesi nel nuovo contesto regionale e mondiale creato dall’ultima ondata global. Gli analisti economici e politici parlano di «modernizzazione capitalistica», un processo sociale che in Medio Oriente e in Nord’Africa ha avuto un andamento assai irregolare e contraddittorio a causa di fattori di natura nazionale (divisioni interne alle classi dominanti dei Paesi di cui si tratta), regionale (forte rivalità fra le nazioni dell’area geopolitica in questione) e internazionale (sfruttamento imperialistico e retaggio del vecchio assetto coloniale).

Si tenga presente che in Egitto nel 2004 Mubarak varò quelle «misure liberiste in economia» che generarono un vasto malcontento sociale e la reazione, prima sottotraccia e poi sempre più evidente e attiva, dell’esercito egiziano, assai interessato al mantenimento dello status quo. Appena un anno dopo, secondo le informazioni del nostro “comunista”, anche Assad vara un programma di «riforme strutturali» tese a dinamizzare un’economia sempre più asfittica e obsoleta. Come sempre e ovunque, le «riforme strutturali» creano tensioni sociali che alla fine trovano il modo di avere delle conseguenze politiche, e ciò tanto più se quelle «riforme» mettono in questione interessi materiali e politici molto radicati a tutti i livelli della gerarchia sociale. Che i Fratelli musulmani, in Siria come in Egitto, nuotino come pesci nella torbida acqua della miseria sociale ciò non deve stupire nessuno, mentre molto deve far riflettere chi si aspetta la nascita della coscienza rivoluzionaria, e magari la sua formalizzazione in partito politico, dal mero aggravamento dell’oppressione economica e politica ai danni delle “masse diseredate”. Purtroppo le cose sono un tantino più complesse, e la lezione iraniana del ’79, per rimanere nel quadrante geopolitico qui trattato, deve sempre ammonirci in questo senso. Naturalmente non ho ricette preconfezionate da vendere.

536fb2f75a1cb6a372b51c688f2788b0_L«In Siria», dice Bagdash, «le forze reazionarie volevano ripetere quanto era accaduto in Egitto e Tunisia. Ma lì si trattava di due paesi filo-imperialisti. Nel caso della Siria era diverso». Perché mai diverso? La domanda è puramente retorica. Come si capirà tra poco. In effetti, qui si chiarisce la natura “comunista” del nostro amico siriano, il quale giudica imperialisti solo i Paesi occidentali, a iniziare naturalmente dal Grande Satana: gli Stati Uniti d’America, e a seguire dal Piccolo Satana (Israele), lunga mano dell’imperialismo americano in Medio Oriente.

«In Siria, a differenza di Iraq e Libia, c’è sempre stata una forte alleanza nazionale. I comunisti collaborano con il governo dal 1966, ininterrottamente». E già solo questo fatto chiarisce, al di là di ogni ragionevole dubbio, quanto Bagdash c’entri con il comunismo: nulla. Magari ha molto a che fare con il nazionalismo, non so se di matrice panaraba, un veleno per le classi subalterne che è tale ormai a ogni latitudine del pianeta, perfino in quei rari luoghi in cui si pone ancora, peraltro in una forma sempre più residuale, una questione nazionale – è il caso della Palestina; ma con il comunismo… A meno che per “comunismo” non intendiamo riferirci a una fra le mille forme nazionali, una più miserabile dell’altra, che ha assunto lo stalinismo. In questo caso il nostro amico ritorna a essere comunista (senza virgolette!) e chi scrive rivendica con orgoglio l’etichetta di anticomunista viscerale.

«La Siria non avrebbe potuto resistere contando solo sull’esercito. Ha retto perché ha potuto contare su una base popolare. Inoltre può contare sull’alleanza con l’Iran, la Cina, La Russia». Il tentativo di presentare la Siria alla stregua di un Paese in qualche modo “progressista” e antimperialista, e l’Iran, la Cina e la Russia come Paesi immacolati sul piano della contesa interimperialistica è quantomeno ridicola, e trova la sua unica legittimazione in quel Terzomondismo che, come ho più volte sostenuto, già negli anni  Settanta non aveva più alcuna pregnanza storica e sociale in gran parte del pianeta, mentre bene esso si prestava come copertura politico-ideologica degli imperialismi concorrenti a quelli occidentali. «Dal nostro V Congresso abbiamo valutato l’Iran sulla base di come si rapporta all’imperialismo. La nostra parola d’ordine è per un Fronte Internazionale contro l’imperialismo». Qui per «imperialismo» s’intende appunto l’Occidente e tutti i Paesi che in qualche modo collaborano con gli Stati Uniti d’America. Che l’antiamericanismo non connoti affatto una posizione autenticamente internazionalista e antimperialista, mentre supporta benissimo gli appetiti di grandi e piccole potenze (nella fattispecie: l’Iran), non convincerà mai i teorici del «nemico principale», individuato sempre e immancabilmente nel Grande Satana a stelle e strisce.

siria-assad-massacro-pacifinti-focus-on-israel«Ci sono reazionari pro-imperialisti come i Fratelli musulmani e progressisti come Hezbollah o lo stesso Iran. Non sono un amante del modello iraniano ma sono nostri alleati nella lotta contro l’imperialismo». Questa griglia concettuale, a ben considerare, spiega anche il patto russo-tedesco del ’39: infatti, nella lotta contro l’imperialismo “maggiore” (gli anglo-americani) anche il nazismo poteva apparire come una forza autenticamente “progressista”. Poi, com’è noto, i nazisti tradirono la fiducia del Grande Stalin. Ma questa è – forse – un’altra storia, anche se a me appare la stessa ripugnante storia che il dominio sociale capitalistico non smette di scrivere anche ai nostri giorni, mutatis mutandis.

La dialettica tra reazionari progressisti e reazionari «pro-imperialisti» è qualcosa che sfugge alla mia comprensione. D’altra parte, com’è noto, la mia indigenza in materia di dialettica materialistica è grande. Ma non me ne dispiaccio più di tanto, anche alla luce di certe analisi sociali e geopolitiche. Mi si lasci nell’indigenza, please!

Anche se la popolarità del regime siriano avesse un minimo di fondamento, e non fosse un miserabile condimento propagandistico a uso dei massacratori di regime, i soggetti autenticamente rivoluzionari dovrebbero adoperarsi per mettere in crisi questa presunta popolarità, la quale testimonia, in Siria come ovunque nel mondo, l’impotenza sociale e politica dei dominati. Invece, con la scusa dell’unità nazionale antimperialista (sic!) certi personaggi che amano nascondersi dietro la barba dell’ubriacone di Treviri reiterano da decenni il loro escrementizio sostegno alle classi dominanti o a singole fazioni di esse.

«La nostra è una lotta internazionalista». Quasi ci credo. Quasi. «Un esperto russo mi ha detto: “Il ruolo della Siria adesso assomiglia a quello della Spagna contro il fascismo”». Davvero un augurio di pace! Infatti, la guerra civile spagnola fu, com’è noto, il preludio e la prova generale della Seconda guerra mondiale. Questo al netto della fumisteria ideologica che allora accecò, in Spagna e altrove in Europa (ma anche negli Stati Uniti), tanti proletari e militanti politici che si mobilitarono a sostegno di interessi nazionali (in guisa monarchica o repubblicani, franchista o antifascista) e internazionali (Paesi fascisti versus Paesi democratici) reazionari. Comunque la si pensi sulla natura sociale della guerra civile spagnola (so di sostenere un punto di vista ultra minoritario anche su questo terreno), appare meschino il tentativo di riproporre lo schema spagnolo per spiegare il bagno di sangue siriano, i cui protagonisti nazionali (governativi e ribelli), regionali e internazionali congiurano contro la vita di uomini, donne, vecchi e bambini per conseguire obiettivi che niente hanno a che fare con il bene del «popolo», per non parlare degli interessi dei salariati urbani e contadini, sempre più negletti.

Intanto abbiamo appreso che ai “comunisti” siriani piace chiacchierare con gli “esperti” russi, e forse anche con gli “esperti” cinesi, o venezuelani. Oltre che, s’intende, con gli “esperti” iraniani. La tattica “antimperialista” rende molto collaborativo il “comunista”.

sirA proposito di guerra mondiale, ecco un’ottima analisi geopolitica firmata da Lucio Caracciolo: «In Siria si combatte la prima guerra mondiale locale. Mondiale perché vi sono coinvolte le massime potenze planetarie e regionali. Anzitutto, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. A supportare i ribelli che da due anni cercano di rovesciare il regime di Baššār al-Asad agiscono Francia, Gran Bretagna e, molto più tiepidi, Stati Uniti d’America; sul fronte opposto, la Russia è in prima linea, con la Cina, come d’abitudine, alquanto defilata. Poi, i principali attori regionali: Turchia, Qatar e Arabia Saudita guidano lo schieramento anti-Asad; Iran e affiliati libanesi (Hizbullāh) sono impegnati sul terreno a protezione del cliente di Damasco. Mentre Israele prepara contromisure nel caso il conflitto rompesse i modesti argini siriani per incendiare l’intero Levante. Certo, nessuno tra i cinque Grandi e le potenze mediorientali è finora coinvolto direttamente nel conflitto. Ma tutti vi sono a vario titolo invischiati: forze speciali occidentali e soprattutto iraniane; “brigate internazionali” jihadiste e hizbullāh; agenti d’influenza e mercenari d’ogni colore; copiose forniture d’armi – specie russe e arabe del Golfo; fiumi di denaro per tenere in piedi i combattenti impegnati su territori in macerie, sull’orlo della fame; soft power ovvero disinformazione, in cui eccellono le solite emittenti panarabe, Aljazeera (Doha) e al-Arabiya  (Ryad) su tutte (Lucio Caracciolo, La perla di Lawrence, Limes, 4 marzo 2013 ).

Siamo insomma dinanzi a una guerra ultrareazionaria da ogni parte la si guardi. Contro la guerra imperialista, a cominciare da quella che si dà come competizione economica (presupposto della contesa politico-militare tra le nazioni), le classi dominate hanno una sola carta da giocare: quella del disfattismo antinazionale, dell’autonomia di classe, della lotta contro la guerra e per migliori condizioni di vita e di lavoro. È questo il messaggio che, abbastanza velleitariamente, mi sento di lanciare alla moltitudine diseredata del Medio Oriente dal cuore del Capitalismo mondiale – mi riferisco all’Occidente genericamente inteso, non al Bel Paese, con rispetto parlando.

«Ho incontrato recentemente il responsabile dell’Olp e mi ha detto “Se cade la Siria addio Palestina”». Questo la dice lunga sulla perdurante disgrazia del popolo palestinese, la cui leadership da sempre si muove alla coda delle potenze regionali, come d’altra parte oggi appare inevitabile considerati i rapporti di forza che nell’area mediorientale si sono cristallizzati negli ultimi sessantacinque anni. «La politica di Hafez al-Assad nei confronti della causa palestinese è stata sempre improntata al più freddo cinismo. La liberazione della Palestina è stata subordinata agli interessi nazionali siriani e in particolare alla salvaguardia del regime. Malgrado la retorica antisraeliana e gli appelli alla solidarietà panaraba, il regime ha sempre cercato di raggiungere una soluzione di compromesso basata sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 242 del 1967 e n. 338 del 1973 (cessazione delle ostilità in cambio del ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967). Inoltre, l’alleanza tattica con l’OLP o con questa o quella fazione palestinese ha sempre mirato a dominare la compagine politica palestinese per utilizzarla come carta negoziale nei confronti di Stati Uniti e Israele» (E. Bartolomei, Sei luoghi comuni da sfatare, Sinistra Critica, 17 luglio 2013).

Mi permetto di citarmi (Siria: un minimo sindacale di “internazionalismo”, 1 giugno 2012):

«Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, “È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo” (Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992, Mursia, 1994). Assai illuminante è proprio il ruolo che ha avuto la Siria in questo sporco affare: “Nell’aprile 1971, Assad non solo proibì alle formazioni palestinesi presenti in Siria di lanciare attacchi contro Israele, ma obbligò pure le formazioni che dipendevano da al Saiqa, cioè il gruppo controllato dalla Siria, di abbandonare il paese per trasferirsi anche loro nel sud del libano … Quello di Assad fu dunque, anche, un calcolo proiettato sul futuro: attendere, e vedere che cosa poteva accadere in Libano, per poi cercare di approfittarne, come difatti farà, intervenendo dapprima per proteggere i falangisti cristiano-maroniti contro i palestinesi, e massacrando così questi ultimi, nel 1976, nel campo di Tall el Zaatar senza sollevare in Europa particolare scandalo, a differenza, invece, di quel che accadrà col massacro dei campi di sabra e Chatila ad opera dei falangisti alleati di Israele; e permettendo poi ai dissidenti filo-siriani dell’OLP di scacciare nell’83 da Tripoli i palestinesi di Arafat”.

E sapete in che cosa si specializzarono questi “dissidenti filo-siriani”? Nel terrorizzare e massacrare altri palestinesi, quelli che non si mostravano troppo sensibili alla causa dell’imperialismo straccione della Siria: “All’interno del movimento palestinese – anche nella sinistra – c’è chi considera i contadini palestinesi costretti ad andare a lavorare in Israele traditori della causa palestinese, e usano le bombe negli autobus che trasportano i pendolari palestinesi” (Intervista a un militante del Fronte Democratico Palestinese, Combat, maggio 1986)».

manifestazionisiriaPer Bagdash «Non si può realizzare alcun progresso sociale, o la democrazia, se si è subalterni a forze esterne. La parola d’ordine è difendere la sovranità nazionale, e difendere le condizioni di vita». A mio modesto avviso non c’è salvezza per i dominati d’ogni parte del mondo fino a quando essi non romperanno la catena del patriottismo e non si renderanno autonomi dalla politica borghese, nelle diverse forme che essa può assumere nei diversi Paesi e nelle diverse circostanze.