IL CARCERE E (È) LA SOCIETÀ

detenuti-carcere1La prigione è “naturale”, come è “naturale” nella nostra società l’uso del tempo per misurare gli scambi … Come potrebbe la prigione non essere immediatamente accettata, quando, rinchiudendo, raddrizzando, rendendo docili, non fa che riprodurre, salvo accentuarli un po’, tutti i meccanismi che si trovano nel corpo sociale? (M. Foucault, Sorvegliare e punire).

Il nostro delitto nei confronti dei delinquenti consiste nel fatto che li trattiamo da mascalzoni. […] Infatti, la colpa, seppure ve ne fosse una, non viene punita: essa è negli educatori, nei genitori, nell’ambiente, in noi, non nell’assassino – intendo le circostanze che lo hanno portato a uccidere (F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

 

Ieri, nel corso del dibattito alla Camera sul messaggio presidenziale intorno alla schifosissima condizione carceraria nel civile e democratico Bel Paese, un deputato berlusconiano, rivolgendosi ai ringhiosi colleghi forcaioli/manettari di 5 Stelle, della Lega e di Fratelli d’Italia, ha dichiarato quanto segue: «I detenuti sono uomini che hanno sbagliato, ma che hanno diritto alla speranza». Hanno sbagliato? In che senso hanno sbagliato?

Certo, gli stessi detenuti non la pensano diversamente, e se interrogati a proposito delle «condizioni disumane e degradanti» in cui versano le carceri italiane, essi risponderebbero pressappoco in questo modo: «Abbiamo sbagliato nei confronti della società, e per questo accettiamo di pagare il prezzo dei nostri errori. Ma la pena che lo Stato giustamente ci infligge non dev’essere contraria al senso di umanità, alla dignità umana; essa deve piuttosto mirare al nostro recupero sociale. Umanizzare il carcere significa anche rendere più efficace la sanzione punitiva dello Stato, che deve fare di noi rei degli onesti cittadini». Lo confesso, contro i miei stessi interessi (vedi l’ingenuità!): quando qualcuno, detenuto compreso, parla di «umanizzazione del carcere», mi vien voglia di commettere tanti bei reati!

L’ingenuità dei rei conferma peraltro la tesi marxiana secondo cui «Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi di produzione intellettuale, cosicché  ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale» (L’ideologia tedesca).

images9OWUYBLWA ben considerare, “sbagliata”, ossia disumana, irrazionale, violenta, non è la condotta del reo, ma la società che ci mette tutti nelle condizioni di “sbagliare”, e che comunque ci confina tutti dentro una dimensione esistenziale ostile all’autentico concetto di dignità umana, semplicemente perché la sua prassi orientata al massimo profitto (e non solo in un’accezione economica) ci toglie dalle mani il comando sulle cose essenziali che decidono della nostra vita. Se si prescinde da questa capacità di decisione, ogni discorso intorno alla dignità umana e alla libertà non è che ideologia, ideologia dominante, per l’appunto.

banksy-codici-a-barreSe non mettono a nudo la struttura di classe di questa società, che rende possibile ogni ignominia pubblica e privata (se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è anche nell’ordine “naturale” delle cose), anche le idee più progressiste e umanamente orientate minacciano continuamente di volgersi nel loro contrario, nella misura in cui non mettono in questione in radice le regole del gioco che preservano e irrobustiscono lo status quo. Se non afferriamo questa dolorosa verità, dal punto di vista “spirituale” non siamo più liberi del detenuto che sconta l’ergastolo nella più fetida delle celle del carcere più schifoso del Bel Paese. Lungi dal sottovalutare la lotta dei detenuti per «migliori condizioni di detenzione», offro a questa auspicata lotta un punto di vista che in sé è già un acquisto di libertà, beninteso nei limiti consentiti da questa società-carcere.