1921-2021. CENTENARI CHE SUONANO MENZOGNERI

La celebrazione della data di fondazione del cosiddetto Partito Comunista Cinese probabilmente non è mai stata così importante come oggi, per il suo virtuale centenario. Infatti, dopo oltre un anno di pandemia questa celebrazione lungamente preparata dal Partito-Regime assume un significato particolare non solo per la Cina, ma per tutto il mondo, visto che essa cade nel momento in cui il grande Paese asiatico si presenta agli occhi di tutti come la potenza che esce trionfante dalla guerra pandemica, la sola grande nazione che non ha fatto registrare indici di sviluppo negativi (nel 2020 il Pil cinese è cresciuto di circa il 2,3%) e che si appresta a farne registrare di fortemente positivi già quest’anno. Spesso il Presidente Xi Jinping ha ricordato i cosiddetti due obiettivi del centenario: la costruzione di una «società moderatamente prospera» entro il 2021, centesimo anniversario della fondazione del PCC, e la creazione di «un’economia prospera e avanzata» entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Obiettivi molto ambiziosi, non c’è dubbio.

«La Cina dichiara vinta la battaglia contro la povertà assoluta. La provincia Sud-Occidentale del Guizhou ha cancellato le ultime nove contee dalla lista delle aree che versano in stato di povertà. La linea ufficiale di povertà in Cina è stata fissata nel 2010 al di sotto di un reddito annuo di 2.300 yuan (294,18 euro al cambio attuale) più bassa quindi della soglia fissata dalla Banca Mondiale di 1,90 dollari al giorno. L’obiettivo fissato nel 2015, e da raggiungere entro la fine di quest’anno, era di eliminare la povertà assoluta, ma il governo cinese deve fare ancora i conti con il forte divario di reddito tra la popolazione urbana e quella rurale e le disparità tra le varie province» (Agi). Sulla reale condizione di vita e di lavoro dei migranti cinesi, cioè del grande esercito di lavoratori che tutti gli anni si sposta dalle zone rurali del Paese per raggiungere i distretti industriali cinesi, dove sarà sfruttato a dovere dal capitale nazionale e internazionale, rimando al post La pessima condizione dei migranti cinesi.

All’inizio di questo breve post ho scritto «cosiddetto Partito Comunista Cinese» e «suo virtuale centenario»: perché?  Perché quello che oggi si chiama Partito Comunista Cinese, e che costituisce l’impalcatura politica, ideologica e burocratica dello Stato (capitalista/imperialista) cinese, non ha nulla a che fare con il Partito fondato il Iº luglio 1921 a Shanghai da alcuni esponenti del Movimento del 4 maggio (1919), tra i quali ricordo Ch’en Tu-hsiu,  professore di filologia che fu il primo segretario del PCC, caduto in disgrazia dopo i sanguinosi eventi del 1927, e Li Ta-chao, tra i fondatori nel 1918 della Società per lo studio del marxismo. Catturato da un Signore della guerra nel 1927, Li Ta-chao venne strangolato dalla polizia dopo lunghe torture.  Il Movimento del 4 maggio si caratterizzò per un acceso antimperialismo rivolto contro le potenze occidentali e contro il Giappone, il quale grazie alla Conferenza di Versailles ereditò tutti i diritti acquisiti nel corso degli anni dalla Germania, la potenza battuta dall’Intesa.

Mao Tse-tung, «un povero studente hunanese, sempre avvolto in un’unica vestaglia nera, ancora preso dai complessi di inferiorità del contadino da poco giunto nella capitale» (E. C. Pischel), partecipò al congresso di fondazione del PCC, ma non vi ebbe un ruolo rilevante. Solo alla fine degli anni Venti Mao crebbe in statura politica, per acquisire nel gennaio del 1935 quel ruolo centrale nella vita del PCC che manterrà per molto tempo, tra cadute mai rovinose e risalite sempre “prodigiose”. A quel punto si trattava però di un soggetto politico, certamente rivoluzionario, ma di natura borghese – nazionalista e antimperialista.

Il Partito Comunista Cinese, nato nel 1921 come un promettente soggetto rivoluzionario proletario radicato nelle grandi città costiere della Cina, subì una completa “mutazione genetica” (cioè di classe) dopo la disastrosa disfatta subita dal giovane, ancora esiguo ma già molto combattivo proletariato cinese nel 1927 a Nanchino, a Canton e a Shangai. Dal 1920 al 1926 il proletariato cinese diede il più grande, se non l’unico, esempio di lotta di classe indipendente nei movimenti anticoloniali che presero corpo tra le due guerre mondiali, pur con i non pochi limiti dovuti al contesto storico e sociale cinese. Il PCC di Mao fu il prodotto della sconfitta del movimento operaio internazionale (non solo cinese) degli anni Venti e il legittimo figlio del populismo nazionalista di Sun Yat-sen. Da embrionale soggetto rivoluzionario proletario, il PCC si trasformò rapidamente in un partito nazionale-borghese, e in questa radicale trasformazione molto peso ebbe l’Unione Sovietica stalinizzata, la quale con la sua politica di alleanza con il Kuomintang del generale Ciang-Kai-shek fu una delle cause dell’esito disastroso delle lotte di classe nella Cina degli anni Venti. La politica moscovita subordinava gli interessi strategici del proletariato cinese agli interessi della rivoluzione nazionale-borghese in Cina, con un completo rovesciamento della politica comunista pensata da Lenin per i Paesi capitalisticamente arretrati e assoggettati al dominio coloniale. Tale politica era centrata sull’assoluta autonomia politico-organizzativa del proletariato, autonomia che i comunisti avrebbero dovuto difendere come un principio al quale subordinare ogni singola scelta tattica. Più che di un vero e proprio tradimento, per lo stalinismo si trattò piuttosto della prima significativa dimostrazione della sua natura controrivoluzionaria, la quale non poteva non avere delle puntuali ricadute e conferme sul piano internazionale. Il calcolo degli interessi nazionali russi, codificati nella teoria del «socialismo in un solo Paese», portava il regime stalinista a cercare un’alleanza organica con il nazionalismo cinese.

L’accesa conflittualità che si manifesterà a partire dai primi anni Sessanta tra l’Unione Sovietica “revisionista” e la Cina ”maoista” si spiega non tirando in ballo dispute politico-ideologiche, ma con la natura capitalistica dei due Paesi: il primo saldamente al vertice della competizione imperialistica mondiale, insieme agli Stati Uniti, e il secondo che cercherà di svilupparsi come grande nazione sottraendosi dall’influenza economica e militare delle due Super Potenze.

Il nuovo PCC degli anni Trenta non fu, dal punto di vista sociologico, sociale, politico e ideologico, il Partito dei contadini, ossia l’espressione diretta dei loro interessi di classe, ma piuttosto un Partito borghese-nazionale che cercò nei contadini la sua fondamentale base sociale d’appoggio per centrare obiettivi di natura squisitamente borghese-nazionale: in primis, l’indipendenza nazionale e lo sviluppo del capitalismo – anche attraverso una riforma agraria più o meno radicale. Scrive Arturo Peregalli nella sua ottima Introduzione alla storia della Cina: «È quindi a giusto titolo che Mao può richiamarsi a Sun Yat-sen, dichiarandosi suo discepolo e continuatore della sua politica. Se Mao è il “vero Dio” della rivoluzione cinese, Sun Yat-sen fu il suo profeta».

Il particolare rapporto politico-sociale che strinse il PCC e i contadini spiega, non solo la completa esclusione della classe operaia del Paese dalla strategia rivoluzionaria dei “comunisti” cinesi, il cui esclusivo obiettivo era, al di là della fuffa ideologica tipica dei soggetti politici d’ispirazione stalinista, l’ascesa della Cina nel “concerto” mondiale in quanto grande nazione capitalistica; ma spiega anche l’andamento contraddittorio, e spesso conflittuale (fino alla violenza armata), di quel rapporto, dal momento che il mondo rurale cinese presentava una complessa stratificazione sociale – a cominciare dalla storica divisione tra contadini poveri e contadini ricchi.

Sulla natura borghese-nazionale della Rivoluzione cinese e del PCC, nonché sulla natura capitalistica della Cina (da Mao a Xi), tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ad alcuni miei scritti dedicati al grande Paese asiatico:  Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Sulla campagna cinese; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.

Sotto ogni punto di vista (sociale, politico, ideale) non solo non si scorge alcuna continuità tra il PCC del 1921 e il Partito che cento anni dopo porta lo stesso nome e dice di volerne celebrare la nascita, ma quest’ultimo rappresenta piuttosto la più radicale negazione del Partito di Ch’en Tu-hsiu e Li Ta-chao, il quale ancora fragile dal punto di vista sociale e politico, e ancora immaturo da quello dottrinario, mosse nondimeno i primi promettenti passi in un momento in cui la rivoluzione proletaria internazionale sembrava ancora possibile. Scriveva Li Ta-chao nel 1918: «Il fine dei bolscevichi è di distruggere i confini che sono ostacoli al socialismo e di distruggere il sistema di produzione in cui il profitto è monopolizzato dal capitalista. I soviet uniranno il proletariato del mondo e creeranno la libertà universale. Questa è la teoria della rivoluzione del nostro secolo!  La rivoluzione russa non è che una delle rivoluzioni del mondo. La campana ha suonato l’ora dell’umanità, l’alba della libertà è arrivata». Solo retrospettivamente è possibile comprendere come nel 1921, l’anno di nascita del Partito Comunista Cinese e del Partito Comunista d’Italia, la marea della rivoluzione mondiale si stesse rapidamente ritirando, lasciando i bolscevichi isolati nell’oceano del capitalismo mondiale e a dover fare i conti con la catastrofe sociale creata dalla guerra imperialista e dalla guerra civile. La controrivoluzione antiproletaria che porterà il nome di Stalin (ma che non ha a che fare con la cattiva personalità di chicchessia) ebbe in quel tragico isolamento i suoi fondamentali presupposti, e a farne le spese saranno anche i proletari e i comunisti degli altri Paesi, Cina e Italia compresi.

Mutatis mutandis, la celebrazione del centenario della nascita del Partito Comunista Cinese e quella del Partito Comunista Italiano hanno un comune risvolto ideologico, si celebra cioè  una grande menzogna che affonda le sue radici, appunto, nello stalinismo internazionale e nella sconfitta del movimento operaio internazionale, della quale il primo fu, al contempo, una delle principali cause e la più verace e odiosa espressione. Odiosa soprattutto perché siamo ancora qui a parlare del cosiddetto “comunismo” cinese e italiano.

Dal Partito Comunista Cinese del 1921 al Partito Capitalista Cinese del 2021: cosa marca la continuità storica tra i due soggetti politici? L’acronimo!

Scriveva ieri Le Monde: «La Cina crede già di aver vinto la partita con gli Stati Uniti, e forse sta qui il suo maggiore errore di valutazione». Vedremo chi si sbaglia. Di certo non sbaglia chi lotta, “senza se e senza ma”, contro l’Imperialismo Unitario (*).

(*) Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporta con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitario. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato invece da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

SULLA CAMPAGNA CINESE

Qiao Wanying, il pittore contadino

Ho raccolto in questo scritto gli appunti che mi sono stati “sollecitati” dalla lettura di un breve saggio sulla Cina scritto nel 2013 da Samir Amin, l’economista franco-egiziano scomparso nel 2018, e pubblicato da Antiper il 16 marzo 2020.

Come spesso mi capita, anche questa volta non ho avuto il tempo di rivedere il testo, per eliminare errori e ripetizioni, e di questo naturalmente mi scuso con i lettori. Anche la scansione temporale degli eventi qui trattati non segue sempre una direzione cronologicamente lineare, anche perché ciò che qui mi interessa mettere in primo piano è la dimensione storico-sociale essenziale di quegli eventi, più che il loro concatenarsi e susseguirsi nel tempo, cosa che d’altra parte è possibile trovare in moltissime e perlopiù assai apprezzabili ricostruzioni storiche, passate e recenti, dedicate alla Cina. Il titolo che ho dato a questo scritto è puramente indicativo, proprio in ragione della complessa trama di questioni (economiche, politiche, geopolitiche, teoriche), intimamente intrecciate tra loro, qui affrontata – spero con risultati non del tutto disprezzabili: come sempre le mie aspettative sono realistiche… Non si può capire il presente senza capire il passato: è, questa, un’affermazione che certamente suonerà banale a molti lettori, ma alla quale nessuno può negare almeno un briciolo di verità. D’altra parte, la comprensione del passato ha sempre bisogno di una strumentazione (mediazione) concettuale che naturalmente non è politicamente neutra, ed è per questo che sulla storia passata non esiste un solo punto di vista, ma diversi, non di rado troppi, e spesso essi sono più radicati su ciò che siamo e pensiamo oggi, che sugli effettivi fatti del passato più o meno remoto che ci troviamo ad analizzare e commentare. C’è chi dice che non esistono fatti, ma solo una loro interpretazione, la quale in ogni caso non può fare a meno di fare i conti con l’oggettività delle cose, secondo quella dialettica di oggetto e soggetto che a mio avviso realizza la sola realtà a cui possiamo accedere. Inutile dire che anche il mio punto di vista “storico” sulla Cina moderna deve essere giudicato secondo quanto ho appena sostenuto, e mi auguro solo che in ogni caso esso sia di un qualche interesse per chi avrà la bontà di prenderlo in considerazione.

Scrive Samir Amin: «Dire, come si sente alla nausea, che il successo della Cina dovrebbe essere attribuito all’abbandono del maoismo (il cui “fallimento” era ovvio), e all’apertura verso l’esterno, con l’ingresso di capitali stranieri è semplicemente idiota. La costruzione maoista ha posto le basi senza le quali l’apertura non avrebbe raggiunto il suo noto successo». Concordo! ». Chi scrive non ha mai né glorificato né demonizzato l’esperienza cosiddetta maoista. Il merito storico e politico di Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e politico, ma tuttavia ancora unito sul piano nazionale (anche in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale. Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del “socialismo con caratteristiche cinese”, come blateravano ai “bei tempi” i maoisti europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti del “socialismo cinese”.

«La Cina non ha seguito un percorso particolare solo dal 1980, ma dal 1950, sebbene questo percorso abbia attraversato fasi che sono fra loro diverse sotto molti aspetti. La Cina ha sviluppato un progetto sovrano coerente, adeguato alle proprie esigenze. Questo non è certamente il capitalismo, la cui logica richiede che la terra agricola sia trattata come una merce. Questo progetto rimane sovrano in quanto la Cina rimane al di fuori della globalizzazione finanziaria contemporanea. Il fatto che il progetto cinese non sia capitalista non significa che sia “socialista”, ma solo che consente di avanzare sulla lunga strada del socialismo. Tuttavia, è ancora minacciato da una deriva che lo sposta da quella strada e finisce con un ritorno, puro e semplice, al capitalismo». Concordo sulla sostanziale continuità storico-sociale della Cina da Mao Tse-tung a Xi Jinping, mentre le altre tesi di Samir, a cominciare dalla supposta deriva che minaccerebbe il «progetto cinese», mi appaiano del tutto infondate, a dir poco. Qui di seguito cercherò di spiegare perché. Non prima di aver detto, con una certa ironia, che esattamente come la Cina, tutti i Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta hanno una struttura economico-sociale che, “oggettivamente” parlando, consente loro «di avanzare sulla lunga strada del socialismo». Ed esattamente come negli altri Paesi del mondo, anche in Cina la splendida possibilità dell’emancipazione umana è violentemente negata dalle classi dominanti, in primis mediante il loro cane da guardia più terribile e minaccioso: lo Stato capitalistico. Com’è noto, in Cina lo Stato coincide con il cosiddetto Partito Comunista Cinese, un Partito-Regime con spiccatissime caratteristiche orwelliane – un modello molto apprezzato anche in Occidente, come abbiamo visto durante la recente crisi pandemica.

Qui il testo in formato PDF

1. Scrive l’economista franco-egiziano: «In realtà la domanda “la Cina è capitalista o socialista?” è mal posta, è troppo generale e astratta perché qualsiasi risposta abbia senso nei termini dell’alternativa assoluta posta da quella domanda. In effetti, la Cina ha effettivamente seguito un percorso originale dal 1950, e forse anche dalla rivoluzione Taiping nel diciannovesimo secolo» [1]. A mio avviso invece quella domanda è perfettamente legittima, sia sul piano storico come su quello politico-sociale, mentre convengo sull’originalità di cui parla Samir. Si tratta piuttosto di afferrare la natura storica e sociale di quell’originalità, di comprenderne la dinamica e la direzione di marcia. L’obiezione di Samir lascia tuttavia intendere che nel caso della Cina le categorie storico-sociali di capitalismo e socialismo non colgono, o lo fanno solo parzialmente e in modo non adeguato, la reale dinamica del processo sociale che ha radicalmente cambiato il volto della Cina dopo la Liberazione del 1949. Personalmente concordo anche sul carattere estremamente complesso e contraddittorio di quel processo sociale, soprattutto per ciò che concerne il primo decennio del regime maoista, e tuttavia ritengo che esso possa venir ricondotto senza alcuna forzatura nell’alveo dell’alternativa secca (“la Cina è capitalista o socialista?”) rifiutata da Samir.
Gli Stati Uniti d’America sono un Paese capitalista o socialista? Ecco, questa “bizzarra” domanda, che ad alcuni può suonare come provocatoria, per molti e fondamentali aspetti ha per me la stessa consistenza (o inconsistenza) della domanda che Samir giudica «mal posta», e tra poco si capirà il senso di questa polemica affermazione.

Approcciamo il problema prendendola alla lontana, come si dice, per cercare di dare alla “problematica” un inquadramento teorico generale. Com’è noto, quando alla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta del XIX secolo Marx si rese conto che nel movimento che si richiamava alle sue opere si stava affermando una tendenza volgarmente determinista, egli subito cercò di precisare il suo punto di vista sulla necessità storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico in ogni parte del mondo. Marx negò questa necessità considerata in senso astratto, a prescindere dalla storia reale dei vari Paesi e Continenti, e lo fece ad esempio, e nel modo più chiaro, in relazione alla proprietà comune della terra nella Russia zarista.

Soprattutto Marx fu assai sfavorevolmente colpito nel costatare che Il Capitale stava diventando in Russia una sorta di “Bibbia” dei sostenitori dello sviluppo capitalistico, i quali lo usavano soprattutto per sostenere la fatalità storica della trasformazione in senso capitalistico della campagna russa. «Signor redattore», scriveva Marx nel novembre del 1877 alla redazione di Otiecestvennye Zapiski, «l’autore dell’articolo Karl Marx al tribunale di Shukovskij, è evidentemente un uomo di spirito, e se egli avesse trovato nella mia esposizione dell’accumulazione originaria, un solo passo in appoggio alle sue conclusioni, l’avrebbe citato. […] Infine, poiché non mi piace lasciare adito a supposizioni, parlerò senza ambagi. Per poter giudicare con cognizione di causa lo sviluppo economico della Russia, ho appreso il russo, e ho studiato, durante lunghi anni, le pubblicazioni ufficiali e altre che riguardavano questa materia. Sono arrivato a questo risultato: se la Russia continua a camminare sul sentiero percorso dopo il 1861, essa perderà la più bella possibilità che la storia abbia mai offerto a un popolo, e subirà tutte le fatali peripezie del regime capitalista». Le «fatali peripezie» hanno dunque per Marx un ben preciso presupposto («se la Russia continua a camminare sul sentiero percorso dopo il 1861») che non ha nulla di deterministicamente necessitato. «Il capitolo sull’accumulazione originaria», continua Marx, «vuole solo tracciare la via attraverso la quale, nell’Europa occidentale, l’ordinamento economico capitalistico è uscito dal seno dell’ordinamento economico feudale. Esso espone quindi il movimento storico che, separando i produttori dai loro mezzi di produzione, trasforma i primi in salariati (proletari nel senso moderno della parola), e i detentori dei mezzi di produzione in capitalisti. […] Il mio critico ha assolutamente bisogno di trasformare il mio schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica del cammino generale, fatalmente imposto a tutti i popoli, quali che siano le circostanze storiche in cui essi si trovano, per arrivare infine a questa formazione economica che assicura, col più grande sviluppo delle capacità produttive del lavoro sociale, lo sviluppo più integrale dell’uomo. […] Avvenimenti la cui analogia colpisce, ma che si svolgono in ambienti storici differenti, conducono a dei risultati del tutto differenti. Studiando a parte ognuno di questi processi, e paragonandoli poi, si troverà facilmente la chiave di questo fenomeno, ma non si arriverà mai col grimaldello di una teoria storico-filosofica generale, la cui suprema virtù consiste nell’essere sopra-storica» [2]. Altro che determinismo economico! Contro i limpidi chiarimenti di Marx circa la sua concezione materialistica (non deterministica) della storia, nel cosiddetto “marxismo” degli epigoni iniziò ad affermarsi una corrente di pensiero contraria a quella concezione e che farà della stessa transizione dal capitalismo al socialismo una “inevitabile fatalità storica” che altrettanto fatalmente non verrà mai ricercata da quegli epigoni – un nome su tutti: Karl Kautsky.

Interrogato da Vera Zasulič circa i destini della comune agricola russa (Obščina) nel contesto dello sviluppo economico-sociale della Russia [3], Marx rispose che la sua analisi  esposta nel Capitale non poteva venir semplicemente generalizzata in guisa di schema valido per tutte le situazioni storico-sociali: la sua analisi era da lui «espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. […] L’analisi presente nel Capitale non offre dunque ragioni né pro né contro la vitalità della comune rurale» [4]. Tuttavia, ciò che a Marx appariva chiaro e incontestabile era che, al punto in cui si trovava il processo sociale capitalistico considerato da una prospettiva mondiale, la sola dimensione geosociale adeguata alla natura di quel processo, l’Obščina avrebbe dovuto comunque, in ogni caso, conoscere una sua radicale trasformazione: si trattava di vedere sotto quali condizioni storico-sociali sarebbe potuta avvenire questa trasformazione: sotto il capitalismo o sotto il socialismo? Marx chiarì la sua posizione nel gennaio del 1882, nella Prefazione alla nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista: «In Russia, accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e assieme alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, oltre la metà del suolo si trova sotto forma di proprietà comune dei contadini. Si presenta, quindi, il problema: la comunità rurale russa, questa forma – è vero – in gran parte già dissolta dell’originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera? O dovrà attraversare, prima, lo stesso processo di dissoluzione che ha costituito lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista» [5]. Come si vede, se uno si chiedesse quale fosse il retroterra concettuale delle strategie rivoluzionarie da applicare alla Russia elaborate da Lenin («doppia rivoluzione») e da Trotsky («rivoluzione permanente») nei primi anni del Novecento, è in Marx che troverebbe la risposta.

Come scrive Marcello Musto, «Diversi sono stati gli autori che hanno proposto una lettura “terzomondista” dell’elaborazione dell’ultimo Marx, con conseguente presunto mutamento del soggetto rivoluzionario dagli operai delle fabbriche alle masse delle campagne e delle periferie» [6]. Presunto, appunto. Come afferma giustamente Marian Sawer, citata dallo stesso Musto, «Ciò che accade, in particolare nel corso degli anni Settanta, non fu che Marx cambiò la sua opinione sul carattere delle comuni di villaggio, né decise che esse avrebbero potuto diventare la base del socialismo così com’erano; piuttosto egli prese a considerare la possibilità che le comuni avrebbero potuto essere rivoluzionate non dal capitalismo, ma dal socialismo. […] Con l’intensificazione della comunicazione sociale e la modernizzazione dei metodi di produzione, il sistema di villaggio avrebbe potuto essere incorporato in una società socialista. Nel 1882, questo appariva a Marx ancora come una genuina alternativa alla completa disintegrazione dell’Obščina sotto l’impatto del capitalismo» [7]. Le cose andarono altrimenti, ed è possibile analizzare il processo di trasformazione della campagna russa leggendo il ricco materiale prodotto dalla socialdemocrazia russa, perlopiù in polemica con il populismo. Al tempo in cui il giovane Lenin scriveva i suoi saggi dedicati allo sviluppo capitalistico in Russia (e alla critica dell’ideologia populista), «la più bella possibilità» colta da Marx era sostanzialmente tramontata.

Qui mi sembra di poter rimarcare due punti importanti: in primo luogo Marx respinse ogni concezione determinista del processo storico basata su una metafisica (nell’accezione dispregiativa del termine) «teoria storico-filosofica del cammino generale»; in secondo luogo, egli legò strettamente e indissolubilmente il “destino” della comune rurale russa al più vasto movimento rivoluzionario internazionale, perché già ai suoi tempi la prospettiva del «socialismo in un solo Paese», tanto più se socialmente arretrato, appariva del tutto infondata e risibile.

Mutatis mutandis, e in realtà non poco, la prospettiva marxiana qui appena considerata conserva la sua forza analitica anche per ciò che riguarda la Cina della seconda metà del XIX secolo. Infatti, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, cioè da quando la Cina (insieme al Giappone) venne trascinata a forza nel vortice del processo sociale mondiale dalle potenze imperialiste/colonialiste del tempo,  andò progressivamente chiudendosi per la Cina la possibilità di evitare lo sviluppo economico con caratteristiche occidentali, cioè capitalistiche. Il futuro capitalistico di quel grande (in tutti sensi) Paese non era dunque iscritto nel destino; esso non era nelle mani delle leggi fatali e inesorabili del Progresso, e solo da un certo momento in poi la trasformazione della società cinese dovette necessariamente imboccare la strada del capitalismo. In Russia, per un breve periodo (1917-1921), sembrò potersi realizzare la “profezia marxiana” («la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente»); in Cina le cose andarono fin dall’inizio (disfatta del movimento contadino-operaio del 1927, Rivoluzione nazionale-borghese del 1949) in tutt’altro modo. Intanto ho introdotto, quasi di soppiatto, il concetto di Rivoluzione nazionale-borghese in riferimento all’esperienza maoista. È lo stesso Mao che ci mette sulla pista corretta: «La nostra rivoluzione è sostanzialmente una rivoluzione contadina e l’attuale resistenza antigiapponese è la resistenza contadina antigiapponese. […] L’80 per cento della popolazione cinese è costituito da contadini; il problema contadino è diventato perciò il problema principale della rivoluzione cinese e la forza dei contadini è la forza principale della rivoluzione cinese» [8]. Se la «forza principale» di una rivoluzione che prende corpo nel XX secolo è costituita dai contadini; se «il problema contadino» rappresenta il motore propulsivo di quella rivoluzione, ebbene essa deve essere necessariamente una rivoluzione borghese, perché dalla campagna si sviluppano le condizioni “naturali” dell’accumulazione capitalistica: non si tratta di ideologia, ma di processi sociali materiali [9]. La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 può essere definita proletaria, e non contadina, perché essa aveva al centro il programma politico del proletariato, e non solo di quello russo, ma del proletariato internazionale; a questo programma fu subordinato «il problema contadino», che per il proletariato russo (e quindi internazionale) rappresentò, al contempo, un fattore di estrema forza (perché rese possibile il suo rapido successo) e un fattore di estrema debolezza, perché ne condizionò fin da subito la politica e alla fine ne determinò la sconfitta. Su questo punto ritornerò dopo.

Nella seconda metà del XIX secolo la Cina appare – ed è – un Paese ritardatario non in assoluto, non in relazione a un mitico Calendario della Storia e del Progresso, che ovviamente non esiste, ma rispetto ai Paesi occidentali che con sempre maggiore insistenza e violenza si adoperarono ad “aprirla al mondo”, ossia  ai loro traffici mercantili. Com’è noto, la millenaria storia cinese fa segnare invece molti e significativi “anticipi” rispetto alla storia occidentale, a cominciare dal precocissimo sviluppo in Cina del feudalesimo, quando l’Occidente era ancora immerso in piena epoca schiavista, con il passaggio già nel III secolo a.C.  dal feudalesimo aristocratico, che apparirà in Europa dopo parecchi secoli, a quello che alcuni storici hanno definito «feudalesimo di Stato», attraverso la soppressione della vecchia e rissosa aristocrazia terriera e la presa in carico di tutta la terra da parte della celebre burocrazia statale (imperiale) cinese. Per farsi un’idea anche solo approssimativa della civiltà cinese considerata nel momento in cui l’Europa usciva a fatica dai secoli più bui seguiti al disfacimento dell’Impero Romano, è sufficiente leggere la famosa testimonianza resa da Marco Polo, che visitò la Cina dal 1275 al 1291 [10]. Ma facciamo adesso un grande balzo in avanti nella storia!

Per tutto il Settecento la Cina dei Qing rivaleggiò con successo con la Russia e con i maggiori Paesi europei per il controllo dell’Asia, ma già all’inizio del secolo successivo apparve chiaro che il Celeste Impero non riusciva più a reggere il confronto con i più dinamici Paesi occidentali, il cui dinamismo economico sopravanzava di molto l’espansionismo cinese, il quale aveva il suo motore principale nell’esigenza di rafforzare i confini terrestri dell’Impero per tenere a bada la pressione esercitata su di essi dai popoli “barbari”, la cui stessa esistenza minacciava la struttura sociale della Cina. Con la guerra dell’oppio (1840-1842) imposta dagli inglesi [11], alla classe dominante cinese apparve drammaticamente chiaro che la tradizionale economia autarchica non poteva più reggere, e che la piena integrazione della Cina nella divisione internazionale del lavoro era diventata solo una questione di tempo. Si trattava piuttosto di capire quale posizione il Paese avrebbe occupato in essa. A differenza del Giappone però la Cina non seppe rispondere prontamente e adeguatamente all’epoca mutamento dei tempi.

Da sempre la figura del «piccolo produttore di merci» ha avuto un ruolo molto importante nella struttura economico-sociale della Cina, soprattutto nelle sue campagne. «Il piccolo produttore di merci può essere considerato, in prima approssimazione, come una “categoria sociale mediana”, cioè né capitalista né proletario» Il piccolo produttore di merci sfrutta se stesso e la propria famiglia (moglie e figli sottomessi al marito-padre-padrone): egli è, per così dire, il capitalista e il proletario di sé stesso, e in ciò risalta il carattere impersonale, astratto (e potentemente concreto) del rapporto sociale capitalistico. La piccola produzione di merci è dominata da quel rapporto esattamente come lo sono la grande produzione agricola e quella industriale – posto che tale distinzione abbia un senso nel moderno capitalismo. «Tale categoria è caratterizzata da lavoro familiare, proprietà privata dei mezzi di produzione, e dipendenza dai mercati per la sua produzione e riproduzione» [12]. Qui abbiamo il concetto di piccola produzione come “incubatrice” di capitalismo, di borghesia, di rapporti sociali capitalistici; concetto che, a mio avviso, invita a non contrapporre schematicamente piccola e grande produzione di merci, ma a considerarle piuttosto nella loro intima, dinamica e complessa dialettica. Beninteso, si tratta di una dialettica sociale non priva di contraddizioni, come del resto ogni altra dialettica capitalistica.

La penetrazione economica occidentale in Cina mise in crisi la struttura economico-sociale della campagna cinese, la quale per molti versi assomigliava molto alla struttura del mondo rurale giapponese, a cominciare appunto dalla presenza dei cosiddetti «piccoli produttori di merci»: «L’analisi del rapido sviluppo del Giappone dal 1868 in poi ha a lungo sottovalutato la funzione che l’accumulazione non solo di ricchezza, ma anche di conoscenze tecnico-scientifiche e di esperienza manageriale, ha avuto nelle campagne giapponesi durante il periodo Tokugawa (1603-1868) [13]. Alla metà dell’800 quando lo scontro con l’Occidente e poi la decisione di una classe dirigente decisa ad evitare la colonizzazione iniziarono la modernizzazione del Giappone, le campagne giapponesi avevano già subito una trasformazione che, nonostante la formale assenza di proprietà privata della terra, aveva determinato una vivace commercializzazione e una marcata differenziazione sociale. Questa diffusa “piccola produzione di merci” sarà alla base dopo il 1868 di un vasto fenomeno di accumulazione di capitale riversato nell’industria locale; fino alla fine della Seconda guerra mondiale le tasse pagate dalle campagne hanno finanziato tutta la modernizzazione del Giappone. Dalla “piccola produzione di merci”, per effetto di una politica fiscale che penalizzava gli strati rurali più poveri, emerse una miriade di padroncini di piccole aziende industriali e di terre date in affitto che gestì in modo autoritario e paternalistico il potere nelle campagne. Il capitale accumulato dai “piccoli produttori di merci” fu così la molla indispensabile per rendere possibile lo sviluppo moderno che fu poi gestito al centro da uno strato superiore della classe dirigente  dotato di una cultura cosmopolita e dalla conoscenza dei meccanismi finanziari internazionali» [14]. Una simile modernizzazione capitalistica in Cina non ebbe modo di verificarsi per il “combinato disposto” realizzato dall’aggressiva politica imperialista/colonialista dell’Occidente e dalla risposta che le classi dominanti cinesi diedero alle sfide sistemiche che piombarono addosso al Paese. Forse l’essere stata per lunghissimo tempo al vertice della civiltà mondiale, condusse la Cina a un’imperdonabile sottovalutazione del pericolo che veniva da Ovest.

Come si legge nel Manifesto del 1848 di Marx ed Engels, «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi», e nessun Paese si presta meglio della Cina come esempio e conferma di quella tesi, con lo straordinario numero di guerre contadine e di rivolte sociali, più o meno vaste e generalizzate, che ne hanno costituire il vero motore del progresso sociale. Ancora oggi uno degli obiettivi dichiarati ufficialmente dallo Stato cinese in sede di programmazione economica annuale, è quello di evitare a tutti i costi la formazione di presupposti economico-sociali (carestie, epidemie, disoccupazione, sovrappopolazione, ecc.) che possano originare rivolte sociali. In passato il tramonto delle dinastie imperiali era legato, in modo più o meno diretto, a peridi di gravi turbolenze sociali che scuotevano il Paese dalle fondamenta, e questo retaggio storico evidentemente continua a pesare sul suo presente. Le rivolte contadine hanno sempre funzionato da monito nei confronti delle dinastie cinesi che si sono succedute nel tempo, sviluppando tra l’altro la concezione del mandato popolare conferito dai sudditi ai governanti e revocato tutte le volte che questi ultimi non riuscivano a soddisfare i bisogni primari del popolo. «Il popolo cinese non può essere conquistato e dominato se non con il suo consenso»: era un po’ questo il principio tradizionale universalmente accettato in Cina dai tempi più remoti e che, dietro la sottilissima (ma molto funzionale ed efficace) patina del “consenso”, confermava la struttura di dominio e di sfruttamento delle classi inferiori della società. «Tu Sovrano mi puoi dominare e sfruttare ma solo con il mio consenso, che io suddito ti accordo fin quando garantisci a me e alla mia famiglia un vitto sufficiente, un alloggio adeguato e quanto occorre per sostenere un’esistenza dignitosa e onesta». Naturalmente il concetto di «vita dignitosa» (o di «tenore di vita») mutava con il tempo, anche se molto lentamente, soprattutto nel mondo rurale cinese, i cui tempi di cambiamento si misuravano in secoli. Ancora oggi il Partito-Regime tiene fermo quel principio di consenso/revoca del mandato.

2. «Mao – scrive Samir Amin descrisse la natura della rivoluzione attuata in Cina dal suo Partito Comunista come una rivoluzione antimperialista/antifeudale che guardava al socialismo. Mao non ha mai pensato che, dopo aver affrontato l’imperialismo e il feudalesimo, il popolo cinese avesse “costruito” una società socialista. Ha sempre caratterizzato questa costruzione come la prima fase del lungo percorso verso il socialismo». Questo è il punto di vista maoista sulla rivoluzione cinese come lo presenta Samir. Tra poco cercherò di spiegare qual è invece il mio punto di vista. Per l’economista franco-egiziano è possibile individuare nell’esperienza cinese post 1949 una «specificità cinese» (ad esempio rispetto all’esperienza rivoluzionaria russa del 1917) che ci impedirebbe nel modo più assoluto di caratterizzare la Cina contemporanea (anche nel 2013) come “capitalista”: «La terra non è stata trasformata in una merce». Secondo il Nostro la mancata mercificazione della terra in quel grande Paese asiatico non ci permetterebbe di poter parlare della «Cina contemporanea» come di una società capitalistica, quantomeno in senso stretto, e ciò appunto «perché la strada capitalistica si basa sulla trasformazione della terra in merce». Qui credo che ci si riferisca alla possibilità di scambiare liberamente la terra in cambio di denaro. Per Samir in Cina «la terra delle comunità del villaggio» rimane «un bene comune», le cui forme di utilizzo sono state nel tempo le più diverse. Ciò che egli definisce come «stato di non merce della terra» (mi scuso se dovessi tradurre in modo non del tutto corretto dall’inglese) si riferisce in realtà alla natura statale della proprietà della terra, la quale ha conosciuto nel tempo diverse fenomenologie – come quella cosiddetta collettiva rappresentata dalle comuni di villaggio. Il supposto principio della non mercificazione della terra si base dunque sulla natura statale della proprietà terriera: è sufficiente la forma statale di quella proprietà per negare alla terra il carattere mercantile e a escludere la Cina dal novero dei Paesi pienamente capitalistici? A mio avviso no, nel modo più assoluto. Ciò che determina la natura sociale dell’agricoltura non è né la forma giuridica della proprietà della terra, né la sua contingente condizione giuridica legata alla possibilità di essere alienata in cambio di denaro, ma piuttosto la relazione sociale che stringe il capitale agricolo (privato, statale o “collettivo” [15] che sia) al lavoratore della terra. Se il capitale agricolo, cioè il capitale che sfrutta direttamente i lavoratori della campagna, coincide con il proprietario fondiario, magari in forma monopolistica, come nel caso della proprietà statale della terra, ciò significa semplicemente che il capitale agricolo incamera interamente il plusvalore estorto ai lavoratori, senza spartirlo con un proprietario fondiario.

La proprietà fondiaria è un titolo giuridico che dà il diritto a chi lo possiede di intascare una parte del valore creato dal lavoro [16]. Che la rendita sia intascata dal “privato” o dallo Stato, sempre in pieno capitalismo rimaniamo. Anche se la proprietà della terra è interamente nella disponibilità dello Stato, il quale si oppone a che essa diventi un articolo di commercio, il lavoratore agricolo salariato rimane in ogni caso separato dalle condizioni materiali della propria esistenza, a partire dalla prassi lavorativa, ed è questo, come sostiene giustamente Marx [17], che fa di quel lavoratore un salariato, ossia un individuo asservito ai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento peculiari dell’epoca capitalistica. Questi rapporti sociali determinano la natura storico-sociale della proprietà capitalistica, non la sua contingente e cangiante espressione formale/giuridica.

Scrive Marx: «Se il modo di produzione capitalistico presuppone in generale che i lavoratori siano espropriati delle condizioni di lavoro, esso presuppone per l’agricoltura che i lavoratori rurali vangano espropriati della terra e subordinati a un capitalista, il quale esercita l’agricoltura in vista del profitto» [18]. Queste due condizioni si realizzano in una precisa epoca storica (quella capitalistica) e prescindono, in linea di principio (senza cioè prendere in considerazione la storia di ogni singola nazione), dalla natura del «capitalista» – che per Marx non è una persona fisica, ma una funzione sociale, che può venir assolta dal “privato” come dallo Stato. «Il capitalista è il funzionario non solo necessario, ma dominante della produzione. Invece il proprietario fondiario è, in questo sistema di produzione, del tutto superfluo. Ciò che è necessario, è che la terra non sia proprietà comune, che essa si contrapponga alla classe lavoratrice come mezzo di produzione che non le appartiene, e questo scopo è completamente raggiunto quando essa diventa proprietà statale, e quindi lo Stato percepisce la rendita fondiaria. Il proprietario fondiario, agente essenziale della produzione nel mondo antico e medievale, nel mondo industriale è un’escrescenza inutile. Il borghese radicale, che segretamente vagheggia la soppressione di tutte le altre imposte, arriva quindi teoreticamente alla negazione della proprietà fondiaria privata, di cui egli vorrebbe fare, sotto la forma di proprietà statale, la proprietà comune della classe borghese, del capitale» [19]. Qui il comunista di Treviri non potrebbe essere più chiaro circa la sua concezione della proprietà statale; una concezione che rappresenta la critica più radicale dell’ideologia statalista che informa la concezione e la prassi di molti suoi supposti epigoni – maoisti compresi [20].

Lungi dall’essere una misura di “stampo socialista”, la nazionalizzazione della terra (e la conseguente abolizione della rendita fondiaria pagata dai capitalisti agricoli alla classe dei proprietari terrieri, rendita che storicamente ha agito da freno sull’accumulazione capitalistica) è una misura che rientra nello schema ideale dello sviluppo capitalistico, schema che si ritrova nei grandi teorici dell’economia classica, da Quesnay a Ricardo. Questo schema ideale classico prevedeva lo sviluppo di un prevalente settore industriale, fortemente concentrato sul piano finanziario, la presenza di grandi aziende agricole assoggettate ai moderni metodi di produzione e l’esistenza di un assai ristretto strato sociale intermedio capitalisticamente improduttivo. Si trattava appunto di uno schema ideale, contraddetto in parte o in tutto dal reale processo di sviluppo capitalistico che ha avuto luogo nei diversi Paesi del mondo in periodi diversi. Lo stesso capitalismo di Stato reale come quello che ad esempio abbiamo conosciuto in Unione Sovietica, differiva da quello ideale per la presenza nella sua economia di un’assai diffuso settore cosiddetto informale, quando non “illegale”, la cui produzione (soprattutto agricola e artigianale) non rientrava nelle statistiche ufficiali pur essendo molto importante – anche ai fini della stabilità sociale. È stato nel settore agricolo che il quadro reale del processo economico si è maggiormente allontanato da quello ideale: l’agricoltura capitalistica ha visto, infatti, la compresenza di differenti forme proprietarie e organizzative: grande conduzione, piccola conduzione, mezzadria, cooperativa, grande azienda meccanizzata statale, piccola proprietà familiare, ecc.

Sul populismo cinese, che in parte sarà incarnato dal Partito di Mao, e su tutte le idee egualitarie (molte delle quali del tutto illusorie) coltivate dai contadini cinesi affamati di terra, vale a mio avviso la riflessione che Lenin dedicò nel 1912 a Sun Yat-sen, che si conclude affrontando proprio lo scottante problema della nazionalizzazione della terra. Scriveva Lenin: «L’esempio di Sun Yat-sen ci mostra in che cosa consiste “il significato sociale” delle idee nate da un profondo movimento rivoluzionario di centinaia e centinaia di milioni di uomini i quali sono oggi definitivamente entrati nella corrente della civiltà mondiale capitalistica. Uno spirito democratico combattivo, sincero pervade ogni riga della piattaforma di Sun Yat-sen. […] Una democrazia integrale con la rivendicazione della repubblica. Una impostazione netta del problema delle masse, un’ardente simpatia per i lavoratori e gli sfruttati, la fede nel loro diritto, nella loro forza. Dinanzi a noi sta effettivamente la grande ideologia di un popolo effettivamente grande, il quale sa non soltanto lagnarsi della sua secolare schiavitù, sa non soltanto sognare la libertà e l’uguaglianza, ma anche battersi contro i secolari oppressori della Cina. […] Il rappresentante principale o il principale appoggio sociale di questa borghesia asiatica, ancora capace di un’opera storicamente progressiva, è il contadino» (Lenin, Democrazia e populismo in Cina, Opere, XVIII, p. 152, Editori Riuniti, 1966). E tutto questo quadro, continuava Lenin, appare agli occhi dei marxisti tanto più significativo e apprezzabile se messo a confronto con la «putrefatta borghesia occidentale», con i «Paesi a civiltà progredita», ossia pienamente capitalistici e artefici della politica imperialista che saccheggiava le risorse fisiche e umane di molte regioni del mondo tenendole politicamente in uno stato di minorità nazionale.

Per Lenin il populismo è dunque l’ideologia della democrazia borghese che si appoggia sui contadini. La sostanza oggettiva (storica, sociale) di questa ideologia è «la distruzione del solo sfruttamento feudale», e ciò rappresenta un fatto rivoluzionario in un Paese «arretrato, agricolo, semifeudale come la Cina».Ecco adesso il risvolto, per così dire, reazionario del populismo, sempre secondo Lenin: «Ma questa ideologia della democrazia militante si accoppia, nel populismo cinese, innanzi tutto con dei sogni socialisti, con la speranza di risparmiare alla Cina la via del capitalismo, di prevenire il capitalismo, e, in secondo luogo, col progetto e con la propaganda di una riforma agraria radicale» (p. 154). Lenin giudica in primo luogo «assolutamente reazionaria, piccolo-borghese l’illusione che in Cina sia possibile “prevenire” il capitalismo».  Fin quando il linguaggio del populismo rimane sul terreno della rivoluzione borghese radicale, ed esprime un’oggettiva tendenza storica, il populismo appare ai marxisti un fenomeno storicamente rivoluzionario; non appena questo movimento politico-sociale affetta pose socialisteggianti e pone obiettivi irrealizzabili, esso svela tutti i suoi limiti oggettivi e soggettivi e si apre alla critica del proletariato rivoluzionario, il quale ha tutto l’interesse a chiarire i reali termini della “questione sociale” come si pone storicamente e nel presente. E questo non semplicemente per una questione puramente dottrinale, ma soprattutto per una ragione squisitamente pratica: la difesa dell’autonomia politica, organizzativa, ideale e psicologica dei lavoratori. Come sempre, teoria e prassi sono le due facce di una stessa medaglia, sono l’una la continuazione dialettica dell’altra.

Ancora Lenin: «In sostanza, a che cosa conduce la “rivoluzione economica” di cui parla Sun Yat-sen in modo così ampolloso ed oscuro all’inizio dell’articolo? Al passaggio della rendita fondiaria allo Stato, cioè la nazionalizzazione della terra, a trasmettere la proprietà della terra allo Stato. È possibile una simile riforma nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile, ma rappresenta di per sé il capitalismo più puro, conseguente al massimo grado, idealmente perfetto. Marx lo rilevò nella Miseria della filosofia, lo dimostrò particolareggiatamente nel III volume del capitale e sviluppò questa tesi in modo particolarmente chiaro in polemica con Rodbertus nelle Teorie del plusvalore. […] L’ironia della storia sta nel fatto che il populismo, in nome della “lotta contro il capitalismo”, applica all’agricoltura un programma agrario la cui piena attuazione comporterebbe il più rapido sviluppo del capitalismo nell’agricoltura» (pp. 156-167).

La questione circa la natura giuridica e politica della proprietà della terra non ha dunque assolutamente niente a che vedere con quella della formazione della rendita fondiaria, la quale presuppone l’esistenza del lavoro agricolo salariato, ossia del rapporto capitalistico di produzione. Ad esempio, la rendita differenziale indagata da Marx, la quale dipende dalla fertilità e dalla posizione della terra, ha come suo esclusivo presupposto lo sfruttamento capitalistico del lavoro. Contro la famosa formula trinitaria, che faceva dipendere l’origine della rendita fondiaria, del profitto e del salario rispettivamente dalla terra, dal capitale e dal lavoro, Marx spiegò che solo il lavoro è il “fattore della produzione” capace di creare valore e plusvalore. «In una esatta concezione della rendita, la prima cosa era naturalmente il concetto che essa non deriva dalla terra, ma dal prodotto del lavoro, dal prezzo del prodotto del lavoro» [21]. Questo semplicemente per dire che la natura giuridica della proprietà fondiaria e la qualità della terra “in sé” [22] non ci dicono nulla intorno alla natura sociale che domina il lavoro umano in agricoltura. È qui che la famosa distinzione tra struttura (il rapporto sociale dominante) e sovrastruttura (la forma giuridico-istituzionale che tale dominio assume) mostra tutta la sua potenza concettuale. Molti cosiddetti “marxisti” hanno peraltro gravemente frainteso quei concetti dandone una lettura volgare e meccanicistica [23]. Per quanto mi riguardo, considero struttura la società capitalistica colta nella sua complessa, contraddittoria e inscindibile totalità.

La trasformazione dei rapporti di proprietà non ha dunque niente a che vedere con il passaggio dal capitalismo al socialismo, il quale presuppone invece la trasformazione dei rapporti sociali di produzione, ossia il superamento del rapporto capitale-lavoro salariato. I passi che seguono mostrano nel modo più chiaro la confusione maoista circa la differenza abissale che corre tra quelle due fondamentali categorie economico-sociali: «Alla riunione allargata dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese, tenutasi a Chengtu nel marzo del 1958, fu presa la decisione di ristampare una parte delle note introduttive [agli scritti raccolti nel testo Alta marea del socialismo nelle campagne cinesi], e Mao Tse-tung il 19 marzo scrisse una nota esplicativa. Eccone il testo integrale: “Queste note introduttive si trovano nel libro Alta marea del socialismo nelle campagne cinesi e sono state scritte nel settembre e nel dicembre del 1955; alcune di esse anche oggi non hanno perso il loro significato. C’è tuttavia un punto in cui si afferma che il 1955 è stato l’anno in cui si è sostanzialmente conquistata la vittoria decisiva nella lotta tra socialismo e capitalismo: questa formulazione non è appropriata. Bisognava dire: il 1955 è l’anno in cui si è conquistata sostanzialmente la vittoria per quanto riguarda quell’aspetto dei rapporti di produzione che è il regime di proprietà; negli altri aspetti e in alcuni settori della sovrastruttura, ossia sul fronte ideologico e su quello politico, la vittoria non era stata essenzialmente conquistata, o non era completa: erano necessari ulteriori sforzi”» [24]. Secondo Mao la rivoluzione cinese aveva trionfato sul piano della “struttura” economico-sociale, mentre sul piano della “sovrastruttura” politico-ideologica «erano necessari ulteriori sforzi». In questo modo egli poteva anche giustificare le aspre battaglie politiche che le fazioni che esprimevano interessi diversi e linee politiche di sviluppo economico-sociali reciprocamente alternative conducevano nel seno del PCC, il quale era invece monolitico in primo luogo nei confronti e contro le classi subalterne del Paese, e in secondo luogo per quanto riguardava la difesa della sovranità nazionale: due fronti che facevano scomparire ogni dissidio interno.

Quando Lin Piao, che nel 1969 si affermò come leader del PCC al posto di Mao, scriveva in un suo Rapporto che «nel 1956 la trasformazione socialista della proprietà dei mezzi di produzione nell’agricoltura, nell’artigianato, nell’industria e nel commercio capitalistici era in complesso completata», egli registrava il processo si statalizzazione dell’economia cinese servendosi del consueto armamentario fraseologico “marxista-leninista”. Detto en passant, la nazionalizzazione della terra si trova anche nel primo programma di Sun Yat-sen. Arturo Peregalli mette in luce il retroscena, per così dire, di questa statalizzazione: «Nel giugno del ’56 il Congresso del Popolo approva che, come risarcimento ai vecchi proprietari, venga dato un interesse fisso sul capitale “espropriato” del 5% annuo per la durata di 7 anni, cioè sino al 1962. Ma giunta la scadenza del percepimento di questi interessi la borghesia pensò bene di prorogarsela. […] Il termine del rimborso è di nuovo scaduto ma nonostante ciò i capitalisti ricevono ancora il loro 5% di interesse che viene poi investito in obbligazioni di stato oppure in altri prestiti statali. […] La borghesia cinese ha cambiato la sua “forma”: da borghesia direttamente industriale è diventata borghesia “rentier”. Il vecchio si è mischiato e fuso, data la particolarità dello sviluppo sociale in Cina, col nuovo. Questo processo di trasformazione della borghesia nella fase dell’imperialismo mondiale avanzato è stato descritto magistralmente più di cent’anni fa da Engels nell’Antidühring. […] I dirigenti cinesi hanno presentato il processo di centralizzazione nell’industria e nell’agricoltura come progressiva introduzione del socialismo. Ma se si esamina storicamente il succedersi delle forme di produzione ed i rapporti sottostanti questo elemento ideologico viene smentito. […] I rapporti di produzione fondamentali della società cinese non sono mai usciti dai rapporti capitalistici di produzione» (A Peregalli, Introduzione alla storia della Cina, p. 86, Ceidem, 1976). Nella sua «Analisi critica della società cinese» Peregalli offre un quadro sinottico dei rapporti di produzione nell’industria e nell’agricoltura estremamente semplice, dettagliato ed esaustivo.

La rivista Chuang ha pubblicato nel 2015 un interessante studio sulla campagna cinese come si presenta oggi [25]; eccone una sintesi:

«L’articolo di Zhang Qian Forrest (Il posto centrale del cambiamento agricolo negli studi sulla Cina rurale) è un primo tentativo di sviluppare un’analisi di classe, che sottolinea gli aspetti dinamici della logica di classe del cambiamento capitalistico agricolo. Sostiene che la Cina rurale sta subendo una trasformazione drammatica, che manca alla maggior parte degli studiosi, sotto la pressione delle strategie di accumulazione capitalista. […] La premessa più importante dell’argomento di Zhang è che la Cina rurale sia capitalista. Uno dei motivi per cui alcuni sostengono ancora che la Cina sia socialista o almeno non capitalista è che la terra rurale è nominalmente di proprietà del collettivo rurale e non è una forma di proprietà privata. Nel complesso, Zhang sostiene che il capitale domina ciascuno dei quattro settori di mercificazione che osserva: terra, lavoro, produzioni e input. A causa di questo dominio, la società rurale cinese ha subito una rapida differenziazione di classe […] Le cinque classi rurali sono: datori di lavoro capitalisti (compresi gestori di aziende agricole e agricoltori imprenditoriali), piccoli agricoltori commerciali borghesi, famiglie a doppia occupazione, lavoratori salariati e agricoltori di sussistenza. Gli agricoltori imprenditori sono i preferiti dallo Stato, che li ha fortemente sostenuti finanziariamente e politicamente, anche a livello locale. […] Il sistema salariale è stato in altri termini usato per capitalizzare e mercificare l’agricoltura familiare e quella di sussistenza. Alcuni lavoratori salariati (la quarta classe rurale) “mantengono la proprietà nominale dei loro diritti sulla terra assegnata”, ma hanno preso in affitto la loro terra e diventano lavoratori a pieno titolo. Altri sono diventati lavoratori salariati a causa della perdita di tutta la loro terra. Zhang conclude che ciò che è ampiamente trascurato nelle discussioni sulla Cina rurale è che essa è stata fondamentalmente trasformata dal capitalismo, e sostiene che “l’agricoltura familiare nell’odierna Cina non è meno capitalistica dell’agricoltura aziendale organizzata che usa il lavoro salariato”. Sottolinea inoltre che non possiamo comprendere i disordini rurali senza prestare attenzione alle faglie delle classi rurali. […] Yan Hairong e Chen Yiyuan (Capitalizzazione agraria senza capitalismo? Dinamica capitalista dall’alto e dal basso in Cina) vedono la piccola produzione di merci come un “semenzaio per il capitalismo agricolo dal basso, che è stato sostenuto dallo Stato. Le fattorie familiari specializzate, che emergono dai piccoli agricoltori borghesi delle materie prime, rappresentano il “capitalismo dal basso”. Pertanto, le fattorie familiari di successo non rappresentano un’alternativa al capitalismo ma un agente chiave del suo sviluppo […] Ye Jinzhong (Il trasferimento di terra e la ricerca della modernizzazione agricola in Cina) cita le statistiche del Ministero dell’Agricoltura che indicano che alla fine del 2013 23 milioni di ettari, ovvero il 26% del totale dei terreni appaltati, erano stati trasferiti alla fine del 2013 a tutte le famiglie di contadini. La quantità di terreni trasferiti a imprese industriali e commerciali è aumentata di 40% dal 2012, dopo un aumento del 34% tra il 2011 e il 2012. Ciò ha effettivamente diviso la proprietà fondiaria, i contratti e i diritti d’uso, Per noi, i trasferimenti di terra rappresentano anche una nuova forma di mercificazione e accumulazione, guidata da un capitale urbano “esterno”, con conseguenze disastrose per i contadini. I trasferimenti di terra provocano cambiamenti nel reddito delle famiglie contadine, della mobilità del lavoro e della struttura sociale rurale, e quindi interrompono l’ordine dei villaggi convenzionali, differenziando i contadini e intensificando i conflitti all’interno dei villaggi. […] Il documento di Shaohua Zhan (Dal corporativismo statale locale al regime delle entrate fondiarie: l’urbanizzazione e la recente transizione dell’industria rurale in Cina) continua lo studio della dinamica della terra e dell’accumulazione. Egli osserva il fenomeno relativamente recente delle entrate fondiarie (tudi caizheng), in cui i governi locali generano surplus “espropriando terreni rurali e vendendoli a società molto grandi”. Secondo Zhan il regime delle entrate fondiarie rappresenta un allontanamento dal regime corporativo statale locale che lo ha preceduto.  Mentre il corporativismo statale locale ha promosso l’industria rurale sostenendo e coinvolgendo la maggior parte dei residenti rurali nella produzione industriale, il regime delle entrate fondiarie ha costretto a chiudere quasi tutte le imprese rurali basate sui villaggi e le ha sostituite con un piccolo numero di società molto grandi, concentrate in parchi industriali. Di conseguenza, i residenti rurali hanno perso le loro imprese e posti di lavoro mentre allo stesso tempo sono stati esclusi dalle grandi società industriali e dai settori urbani redditizi. […] Sotto il regime del corporativismo statale locale, i residenti rurali avevano il diritto di accedere alla terra e ai mezzi di sostentamento basati sulle risorse del villaggio. Quando un governo locale ha preso le risorse del villaggio come terra, acqua e materie prime per lo sviluppo dell’industria rurale, ha dovuto coinvolgere i residenti rurali perché i diritti e i mezzi di sussistenza di quest’ultimo erano collegati a tali risorse. In base ai regimi di entrate fondiarie i diritti e i mezzi di sussistenza dei residenti rurali sono separati dalle risorse del villaggio. […] Lo studio sull’acquacoltura di gamberetti a Leizhou di Huang Yu (Le fattorie capitaliste possono sconfiggere le fattorie familiari? La dinamica dell’accumulazione capitalista nell’acquacoltura di gamberetti nel sud della Cina) illustra come, negli ultimi dieci anni, la concorrenza abbia spinto la piccola produzione familiare a tentare dapprima aggiornamenti tecnici biologicamente rischiosi, e infine a rinunciare alla produzione domestica e diventare lavoratori salariati per l’agroindustria. Huang teorizza questo come un “passaggio del capitale agricolo dalla sottomissione formale del lavoro alla sua  sottomissione reale” [26]. La penisola di Leizhou è rinomata come “la capitale cinese dei gamberetti”, ma anche una delle parti più povere del Guangdong – la provincia più ricca della Cina e pioniera delle riforme economiche di Deng Xiaoping dagli anni ‘80. Leizhou è il più grande centro di acquacoltura di gamberi in Cina sia per la vendita interna che per l’esportazione; a partire dal 2011 l’industria impiega oltre un milione di persone (tra cui 400.000 coltivatori di gamberi). “La prosperità del settore e la difficile situazione dei produttori incarnano i due circoli viziosi in cui cadono i coltivatori di gamberetti: la concorrenza ha spinto gli agricoltori ad aumentare l’intensità di allevamento, portando a crisi sia ecologiche che economiche. Ecologicamente, l’agricoltura ad alta intensità ha degradato l’ambiente dello stagno e ha reso i gamberetti più stressati, rendendoli più vulnerabili alle malattie. […] Economicamente, la sovrapproduzione provoca un deprezzamento del valore dei gamberetti, rendendo difficile per gli agricoltori uscire dalla povertà”. Nel frattempo, le nascenti industrie agroalimentari della regione hanno tratto profitto da questa situazione affermando il controllo “del settore a monte dei crediti e degli input per i gamberetti ancora piccoli, i mangimi composti, le macchine di aerazione e i prodotti farmaceutici a base di gamberi, nonché il settore a valle della trasformazione, della commercializzazione e delle vendite”. Questo è ciò che Huang chiama la “sussunzione reale” del lavoro agricolo nell’industria dei gamberetti all’agro-capitale. […] Secondo Henry Bernstein (Alcune riflessioni sul cambiamento agricolo in Cina) le domande sulla mercificazione, differenziazione e accumulazione dal basso e dall’alto nella campagna cinese ”hanno rilevanza continua nei processi di cambiamento agricolo in corso in Cina”. […] Bernstein spiega innanzitutto il concetto di “cambiamento agricolo” o “transizione” (al capitalismo) introducendo una serie di dieci domande euristiche che riguardano: 1. la mercificazione della sussistenza degli “agricoltori (contadini)”; 2. la mercificazione dei terreni; 3. la formazione delle nuove classi (proprietà fondiaria capitalista, capitale agricolo e lavoro salariato); 4. il procedere dell’accumulazione del capitale in agricoltura (terra, mezzi di produzione, strumenti di lavoro); 5. la differenziazione di classe degli agricoltori attraverso l’accumulazione “dal basso” e “dall’alto”; 6. effetti della crescita della produzione in agricoltura; 7. effetti del capitale urbano che investe nella produzione agricola; 8. “significato del lavoro rurale oltre la fattoria, che determina l’industrializzazione rurale e la regolare migrazione del lavoro rurale come elementi vitali dei redditi e della riproduzione delle classi nelle campagne”; 9. i contributi dell’agricoltura all’industrializzazione; 10), “effetti della formazione e delle interazioni con la divisioni internazionali del lavoro nella produzione agricola, nel commercio internazionale di materie prime agricole e negli investimenti internazionali in agricoltura, e con il sistema statale internazionale”. […] Per quanto riguarda la prima domanda, secondo Bernstein “Dallo smantellamento delle comuni si è verificato un processo più o meno completo di mercificazione della sussistenza degli agricoltori, con la necessità di pagare per i servizi di istruzione e sanitari forniti in precedenza dalle comuni e anche per l’acquisto dei nuovi beni di consumo; e, non ultimo, con l’enorme portata dell’occupazione salariale sia nell’industria rurale, sia attraverso la migrazione dei lavoratori rurali in luoghi distanti”» [27].

Ma ritorniamo a Samir Amin. «La prima etichetta che viene in mente per descrivere la realtà cinese è il capitalismo di stato. Molto bene, ma questa etichetta rimane vaga e superficiale fintanto che il contenuto specifico non viene analizzato. Si tratta davvero di capitalismo, nel senso che la relazione a cui i lavoratori sono soggetti alle autorità che organizzano la produzione è simile [semplicemente “simile”?] a quella che caratterizza il capitalismo: lavoro sottomesso e alienato, estrazione di lavoro in eccesso [plusvalore, per dirla con Marx]. Esistono forme brutali di estremo sfruttamento dei lavoratori in Cina, ad esempio nelle miniere di carbone o nel ritmo furioso degli stabilimenti che impiegano donne». C’è bisogno di aggiungere altro per qualificare come pienamente capitalista la società cinese? A me pare di no, ed è per questo che trovo risibile, per non dire altro, il «simile» di cui sopra. «Questo è scandaloso per un paese che afferma di voler avanzare sulla strada del socialismo»: in buona sostanza, il mio interlocutore accetta come oro colato le affermazioni del Partito-Regime cinese, il quale appunto «afferma di voler avanzare sulla strada del socialismo». Lo scandalo esiste dunque solo nella testa di chi dà come quantomeno plausibili (mentre per chi scrive sono semplicemente risibili) le dichiarazioni dei leader cinesi intorno alla millenaria transizione della società cinese al socialismo – d’altra parte, la Cina è il Paese dai tempi lunghissimi… Ma non si tratta affatto di malafede! Coloro che guardano con simpatia al “socialismo con caratteristiche cinesi” credono davvero che il “socialismo” non sia altro che un capitalismo che veda lo Stato come unico padrone; essi sconoscono del tutto l’abissale distinzione che corre tra statalizzazione e socializzazione, e quindi credono in ottima fede che la socializzazione dei mezzi di produzione ecc. si realizza quando la loro proprietà passa allo Stato (possibilmente autodefinitosi “socialista” o “comunista”): che volgare e ultrareazionaria sciocchezza! Purtroppo questo veleno ideologico di marca stalinista è ancora in circolazione nelle vene del corpo sociale mondiale.

L’accumulazione “socialista” nella fraseologia che Mao riprese interamente dallo stalinismo: «Il fine della rivoluzione socialista è quello di liberare le forze produttive. La trasformazione della proprietà individuale in proprietà collettiva socialista negli ambiti dell’agricoltura e dell’artigianato, e quella della proprietà capitalista in proprietà socialista nell’industria e nel commercio privati porteranno necessariamente a una considerevole liberazione delle forze produttive. Verranno cosi create le condizioni sociali per un enorme sviluppo della produzione industriale e agricola» [28]. Per Mao «Il fine della rivoluzione socialista» non sarebbe dunque l’eliminazione del rapporto sociale capitalistico Capitale-Lavoro, con ciò che ne segue in ogni ambito della prassi economico-sociale, ma la «liberazione delle forze produttive», ossia il compito storico che, com’è noto, Marx individuò nel capitalismo: «Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, esso è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono. […] Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale costituisce la missione storica e la ragione d’essere del capitale» [29]. Mao non dice «liberare le forze produttive» dal dominio capitalistico per assoggettarle alla volontà di un’umanità che intende emanciparsi dalla divisione classista degli individui; egli si limita invece a sottolineare, del tutto genericamente (ma in realtà assai significativamente), la necessità di liberare appunto le forze produttive da fattori pregressi e contingenti che ne impediscono il pieno sviluppo tanto nel settore industriale, quanto in quello agricolo, e ciò corrisponde esattamente alla situazione cinese ai tempi della rivoluzione nazionale-borghese. Mao sottolinea infatti la necessità di  un «enorme sviluppo della produzione industriale e agricola», ossia di uno sviluppo capitalistico adeguato alle arretrate condizioni di partenza dell’economia cinese, e l’urgenza di passare dalla proprietà privata a quella statale, che lui in piena ortodossia stalinista definisce «proprietà collettiva socialista». Nella prospettiva maoista la statalizzazione dell’intera economia cinese avrebbe, per un verso, consentito un rapido decollo capitalistico della Cina, perché lo Stato avrebbe surrogato la mancanza di una robusta e indipendente borghesia nazionale; e per altro verso avrebbe reso possibile la trasformazione del PCC in un vero e proprio regime politico-istituzionale, consentendogli la permanenza al potere per molto tempo: previsione azzeccata!

Naturalmente chi non comprende i concetti che le parole dovrebbero esprimere, non può che prendere acriticamente atto della volontà maoista: «La trasformazione della proprietà individuale in proprietà collettiva socialista»: come no!

«Tuttavia», continua Samir Amin, «l’istituzione di un regime capitalista di stato è inevitabile e rimarrà tale ovunque. Gli stessi paesi capitalisti sviluppati non saranno in grado di entrare in un percorso socialista (che non è oggi all’ordine del giorno) senza passare attraverso questa prima fase. È la fase preliminare del potenziale impegno di qualsiasi società a liberarsi dal capitalismo storico sulla lunga strada verso il socialismo/comunismo. La socializzazione e la riorganizzazione del sistema economico a tutti i livelli, dall’impresa (l’unità elementare) alla nazione e al mondo, richiedono una lunga lotta durante un periodo storico che non può avere scorciatoie». Quindi Samir accredita la gigantesca panzana ideologica secondo la quale la Cina si troverebbe sul lunghissimo (quasi infinito…) cammino che potrebbe portarla «verso il socialismo/comunismo». Il fatto che Samir parli di Paesi, di imprese e di nazioni, e non di classi subalterne che si liberano del potere politico-sociale delle classi dominanti per poter iniziare a costruire le condizioni di un reale superamento dei rapporti sociali capitalistici, già solo questo fatto la dice lunga sui concetti di “socialismo”, “comunismo”, “rivoluzione” ecc. che egli aveva in testa. L’economista franco-egiziano parla genericamente di Stato; la natura di classe di questo Stato non sembra avere per lui nessuna importanza, mentre per me è un fatto dirimente: quale classe si pone alla testa della trasformazione rivoluzionaria della società, ossia al suo radicale superamento in vista della Comunità umana che non conosce la divisione classista degli individui? Forse il Nostro risponderebbe: «È il popolo che si mette alla testa di una simile rivoluzione sociale». Da Marx in poi, i comunisti sanno che quando si parla di “popolo” in relazione alla rivoluzione sociale anticapitalistica, si evoca un concetto che non supera i limiti concettuali e sociali del capitalismo. Il “popolo”, soprattutto nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del rapporto sociale capitalistico, è una parola che rimanda direttamente alla conservazione dello status quo sociale. Dal punto di vista anticapitalista il termine “popolo” non è che una vuota e mistificante astrazione concettuale intesa a celare l’esistenza delle classi sociali, della complessa stratificazione sociale, fatta di sfruttatori e di sfruttati, di ricchi e di poveri, di garantiti e di precari, di dominanti e dominati, con cui ci confrontiamo nel XXI secolo. Ovviamente per chi ritiene che la divisione in classi sociali degli individui sia un dato storico-sociale ineliminabile, per forza di cose può tranquillamente sorvolare sulla maledetta (disumana) realtà sopra richiamata, o deve considerarla alla stregua di un mero dato sociologico/politologico, e non invece il cuore di tutti i problemi sociali – compresi quelli trattati dalla medicina e dalla psicoanalisi.

Nel XXI secolo tutti i più grandi Paesi del mondo sono oggettivamente maturi per la “transizione anticapitalistica”, né più né meno della Cina. Francamente mi riesce difficile capire come qualcuno, soprattutto se dice di essere un “marxista”, possa davvero credere che il PCC abbia qualcosa a che fare, anche solo lontanamente, con quella transizione. La cosa si spiega in un solo modo: quel qualcuno ha in testa un “socialismo” che in realtà non solo non ha niente a che fare con ciò che personalmente penso debba essere il socialismo, ma ne è l’esatto contrario. Il “socialismo” di cui parlano i simpatizzanti del “socialismo con caratteristiche cinesi” non è in realtà che il capitalismo di Stato più o meno integrale.

«Ciò che il capitalismo di stato cinese ha raggiunto tra il 1950 e il 2012 è semplicemente sorprendente»: su questo concordo con Samir. «In effetti, è riuscito a costruire un sistema produttivo moderno sovrano e integrato alla portata di questo gigantesco paese, che può essere paragonato solo a quello degli Stati Uniti. È riuscito a lasciarsi alle spalle la stretta dipendenza tecnologica delle sue origini (importazione di modelli sovietici, quindi occidentali) attraverso lo sviluppo della propria capacità di produrre invenzioni tecnologiche»: sottoscrivo! «Tuttavia, non ha (ancora?) avviato la riorganizzazione del lavoro dal punto di vista della socializzazione della gestione economica»: qui invece mi metto a ridacchiare, anche se so che non è politicamente corretto farlo – e dirlo.

Come vedremo, la mia tesi è che quanto nella campagna cinese (e nella società cinese in generale) non fosse riconducibile, più o meno direttamente, al modo di produzione capitalistico non si trovasse oltre il capitalismo, ma piuttosto prima di esso. Detto in altri termini, molte forme economico-sociali presenti nella Cina di Mao, sia che fossero il retaggio della precedente epoca, sia che fossero realtà di nuovo conio, erano in ogni caso forme che attestavano una transizione del Paese non verso il socialismo, come sosteneva l’ideologia maoista, ma verso il capitalismo. La stessa proprietà cosiddetta collettiva fu una delle diverse forme che nella Cina maoista assunse la proprietà statale. Analogamente alla campagna russa dei tempi di Stalin, per quanto riguarda la campagna cinese ai tempi di Mao possiamo dire che tutte le forme “spurie” di proprietà contadina, ossia non riconducibili immediatamente alla “pura” forma capitalistica di proprietà (non importa se statale o privata), non andavano in direzione del socialismo, ma piuttosto in direzione di una condizione precapitalistica, realizzando cioè un relativo e momentaneo arretramento in vista di un futuro avanzamento, oppure in direzione del capitalismo. In ogni caso tali forme rimanevano confinate nel recinto dell’accumulazione “originaria” del capitale. Al netto dell’alluvionale propaganda politico-ideologica e della fraseologia pseudo rivoluzionaria che connotava il maoismo (in Cina e nel mondo), anche l’esperimento “comunardo” che prese corpo al tempo del cosiddetto Grande Balzo in Avanti (1958-1961) va inquadrato nel processo sociale che possiamo chiamare appunto via cinese all’accumulazione capitalistica – o accumulazione capitalistica con caratteristiche cinesi. Processo sociale questo, e ciò va precisato con cura, legato in mille modi alla contesa interimperialistica del tempo.

«La monografia di Wen Tiejun sull’origine del problema rurale in Cina, dimostra che dal XIX secolo l’aggressione imperialista straniera ha costretto la Cina ad imitare, per poter sopravvivere, i percorsi di industrializzazione degli  Stati capitalisti. Ma la Cina non poteva, così come i paesi “sviluppati” hanno fatto, saccheggiare altri paesi per acquisire il capitale necessario per iniziare l‘industrializzazione su scala nazionale. L’unica soluzione era “l’auto-sfruttamento”, cioè aumentare temporaneamente l’estrazione del surplus dal settore agricolo pre-industrializzato alfine di raggiungere un livello sufficiente per supportare la rapida espansione dell’industria» [30].  Anche posto in questi termini il problema dello sviluppo economico in Cina, la natura sociale dell’accumulazione primitiva capitalistica “con caratteristiche cinesi” non ha un solo atomo che possa venir definito in qualche modo socialista. A cominciare dal fatto che il cosiddetto “autosfruttamento” si concretizzò naturalmente in un brutale sfruttamento di contadini e operai, una prassi, questa, molto nazionale-borghese, e assai poco (per nulla!) socialista. Ma la rivista qui citata non può certo condividere questo punto di vista, dal momento che essa è nostalgica del periodo maoista, come ben si evince da quanto segue: «Allo stesso modo, riteniamo che i collettivi parzialmente “socialisti” di oggi, come Nanjie, dovrebbero essere studiati per trovare soluzioni ai problemi del mondo rurale, ma devono anche essere considerati come esperimenti limitati dal contesto capitalistico in cui operano. L’analisi di Liu Yongji su Nanjie, ci dice che i suddetti collettivi sono in primo luogo delle imprese commerciali concorrenti sul mercato capitalista. Per mettere la questione in termini marxiani, questi collettivi, se vogliono sopravvivere, devono operare secondo la logica capitalistica di costante accelerazione dello sfruttamento o di auto-sfruttamento dei loro membri. […] Tuttavia, come con le Comuni dell’epoca di Mao, riteniamo che i collettivi di maggior successo posseggano una duplice natura sia di sfruttamento che di comunitarismo e che quest’ultimo aspetto può essere liberato dal primo e addirittura rafforzato se si adottassero le riforme proposte da Liu. […] Pensiamo che le Comuni maoiste e alcuni dei collettivi rurali odierni offrano delle lezioni importanti circa l’egualitarismo, la partecipazione democratica e la gestione della produzione e della distribuzione orientate al miglioramento duraturo dello standard di vita dei membri in circostanze di risorse limitate e di terreni collettivizzati». Non c’è dubbio, lo standard di vita è un concetto assai relativo: «in circostanze di risorse limitate» (da chi? da cosa?) perfino una ciotola di riso può avere la consistenza di un ricco pranzo di gala. Bisogna moderare le proprie pretese, secondo una frugalità che si opponga al consumismo capitalistico. Scherzo! In ogni caso, secondo M. G. Longo, «L’egalitarismo non impedì il verificarsi di diseguaglianze tra varie arie del paese. Molte fonti mostrano ad esempio che il divario tra redditi rurali e urbani aumentò notevolmente durante il periodo maoista» [31].

A mio avviso, se si vuole parlare correttamente di trasformazione capitalistica della campagna cinese dopo la breve esperienza delle comuni agricole collettive (statali), e soprattutto a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, si deve prima di tutto osservare il carattere precapitalistico che in parte ebbero le misure politico-economiche che stavano alla base del cosiddetto Grande Balzo in Avanti – il quale, com’è noto, si concretizzò in larga misura in un drammatico balzo all’indietro, con conseguenze nefaste su ogni aspetto della vita sociale, soprattutto nelle campagne cinesi. Lungi dall’andare oltre il capitalismo, in direzione del socialismo, la Comune rurale cinese fu per molti versi l’espressione, appunto, di un’economia precapitalistica posta al servizio di una rapida accumulazione capitalistica – rapida, beninteso, nella volontà dei decisori politici che allora dirigevano il Partito-Regime. La radice di questo apparente paradosso va ricercata nelle condizioni sociali della Cina del tempo e nella collocazione che questo Paese venne ad avere nello scenario geopolitico realizzato dalla Seconda guerra mondiale. Analogamente, quando si parla dell’integrazione della Cina nel capitalismo globale a partire da una certa data, non si deve intendere il passaggio dell’economia di quel Paese dalla forma socialista, che non ha mai preso corpo nemmeno in forma embrionale, a quella capitalistica, ma si deve piuttosto alludere alla definitiva integrazione del capitalismo nazionale cinese (o capitalismo con caratteristiche cinesi, tanto per fare il verso alla fraseologia cara ai leader cinesi e ai loro simpatizzanti occidentali) nel mercato mondiale e nella divisione internazionale del lavoro. In questo caso si tratta di una transizione tutta interna ai rapporti sociali capitalistici basati sul dominio e sullo sfruttamento dei salariati da parte del Capitale – che qui scrivo con la “c” maiuscola per evidenziarne la natura astrattamente e potentemente sociale, indifferente cioè alle forme giuridiche di proprietà che le imprese capitalistiche possono avere: che si tratti di impresa (industriale, agricola, terziaria, finanziaria) pubblica (statale) o privata, non cambia nulla ai fini della definizione della natura storico-sociale dell’economica che oggi crea e distribuisce la ricchezza in ogni parte del mondo. Anche nel caso della Cina, la “sovrastruttura” politico-istituzionale posta al servizio del mantenimento dello status quo sociale è perfettamente corrispondente e adeguata alla “struttura” economico-sociale: il cosiddetto Partito Comunista Cinese è al servizio del capitalismo cinese semplicemente perché è sempre stato (da Mao in poi, tanto per esser chiari) un partito nazionale-borghese. Naturalmente un conto è essere un Partito nazionale-borghese ai tempi della rivoluzione nazionale-borghese, e un conto affatto diverso è esserlo ai tempi dell’accumulazione capitalistica, dello sviluppo economico e della piena maturazione del capitalismo – vedi alla voce imperialismo. Il Partito di Mao è stato un partito nazionale-borghese che ha dominato la scena politica, istituzionale e ideologico-culturale della Cina in questi tre diversi momenti storici, trasformandosi da partito borghese rivoluzionario (nazionale e antimperialista) quale era stato dagli anni Trenta fino agli inizi degli anni Sessanta, a partito borghese reazionario, esattamente come è accaduto per altri soggetti politici borghesi attivi in Occidente. La natura rivoluzionaria o reazionaria di un soggetto politico non è un dato ideologico, non ha a che fare con la coscienza che questo soggetto ha di se stesso, quanto piuttosto, ed essenzialmente, con la sua funzione storico-sociale nei diversi momenti storici. Che il PCC di Mao credesse in ottima fede di essere e di agire come un autentico partito comunista, questo bisogna darlo per scontato; si tratta piuttosto di capire il tipo di “comunismo” che quel Partito aveva in testa e la sua reale funzione nel processo sociale. Fare dello Stato, in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche, il proprietario monopolista della terra, come accadde alla fine del Primo Piano Quinquennale, significò trasformare tutti i contadini cinesi in lavoratori salariati dallo Stato. Tutto questo però non ci porta al di là del capitalismo, ma ci fa vedere un processo di transizione verso il capitalismo, il cui sviluppo certamente realizza le condizioni materiali (e solo quelle) per la costruzione del socialismo.

Nel suo libro del 1966 L’orbita della Cina, Harrison E. Salisbury, allora prestigioso inviato speciale in Asia del New York Times, fornisce alla riflessione dei lettori un’interessante intreccio problematico che tiene insieme economia, politica (con la politica estera come continuazione della politica interna), geopolitica e ideologia. Scriveva Salisbury: «La popolazione cinese aumentava con tanta rapidità che sembrava in grado da sola di mutare il sistema d’equilibrio mondiale. Le enormi riserve di mano d’opera avrebbero fatto inevitabilmente della Cina la potenza mondiale numero uno, a patto che i suoi quadri dirigenti fossero in grado di controllare questo Niagara di umanità. Ma, mentre la popolazione si moltiplicava con rapidità malthusiana, la produzione dei viveri andava di male in peggio. Il paese si era riavuto dagli effetti più disastrosi dell’introduzione del sistema delle comuni e da certi tentativi rudimentali di organizzare sistematicamente la produzione agricola. I raccolti avevano raggiunto il livello precedente le inondazioni e le siccità del 1963 e del 1964. Nel 1965 produsse complessivamente circa 179 milioni di tonnellate di grano, più o meno quanto aveva prodotto nelle migliori stagioni degli anni cinquanta. Ma nel 1965 la Cina aveva da 75 a 100 milioni di abitanti più che nel 1955, e per alimentare questa popolazione doveva acquistare all’estero cinque o sei milioni di tonnellate di grano, a un costo variabile tra i 400 e i 500 milioni di dollari in valuta pregiata. Era il segreto dell’esistenza di Hong Kong. Scoprii con mia grande sorpresa che con le vendite a Hong Kong la Cina si procurava la quantità esatta di valuta pregiata che le serviva per comprare il grano. E se la procurava in gran parte con la vendita di commestibili. Il paradosso era soltanto apparente. La Cina vendeva a Hong Kong viveri costosi, come il latte, le uova, la frutta, il burro, le verdure e la carne. E le somme che incassava le adoperava per acquistare grano e riso. […]  Viaggiando nella Siberia orientale e nello splendido territorio agricolo delle Marittime [URSS] vidi chilometri di terra ricca e non ancora contaminata dall’aratro; intere province di terre vergini. Non si poteva attraversarle senza capire quanto dovessero irritarsi i cinesi nel vedere milioni di ettari di bella terra coltivabile ancora non toccati dallo sforzo umano, in regioni dove sarebbe stato possibile far crescere milioni di tonnellate di grano e di piante commestibili e insediare milioni di cinesi che ora vivevano nelle terre sovraffollate e sovraccoltivate delle regioni centrali e nordoccidentali. Poi c’era la Mongolia che ai cinesi suggeriva sostanzialmente lo stesso discorso. La steppa erbosa mongola, se fosse stata arata anziché essere adibita al pascolo, poteva diventare fertilissima. […] Ma non era soltanto a nord e a ovest che i cinesi tenevano d’occhio le regioni che avrebbero potuto contribuire ad alimentarli. Se si volgevano verso sud sud-ovest e se contemplavano le grandi regioni risicole, come il Vietnam, la Cambogia, la Tailandia e la Birmania, era ben difficile che non vedessero in esse un’arma utile ad affrontare la crisi che incombeva su di loro. […] Per quanto tempo una Cina affamata sarebbe rimasta quieta mentre i suoi deboli vicini avrebbero continuato a produrre quelle eccedenze di viveri necessarie alla sua sopravvivenza? Se prendevo in considerazione la dinamica della Cina, il grafico della sua crescente popolazione, gli inefficaci provvedimenti per diminuire il tasso di natalità, i sistemi relativamente inefficaci per aumentare la produzione di viveri, mi sembrava possibile indicare sulla carta l’anno in cui i dirigenti cinesi sarebbero stati costretti a un’azione aggressiva aldilà delle frontiere a cercarvi riso per le ciotole della loro gente. […] Non stupiva perciò che i russi avessero schierato nutriti contingenti di uomini su tutta la Siberia orientale e avessero aiutato la Mongolia a meglio presidiare la sua lunga frontiera con la Cina. […] Non potevamo già considerare la virulenza delle guardie rosse, la violenta xenofobia della politica cinese, la visione schizofrenica del mondo secondo Pechino, i primi sintomi di questo futuro cataclisma?» (H. E. Salisbury, L’orbita della Cina, pp. 191-193, Bompiani, 1967).

La rapida modernizzazione della campagna cinese si ripresentò come un’assoluta necessità alla fine del ciclo maoista, e ancora oggi lo sviluppo di una produzione agricola capitalisticamente avanzata rappresenta per il regime cinese un obiettivo centrale. Ancora Salisbury: «Soltanto tre o quattro anni prima i Cinesi sostenevano dogmaticamente che Malthus si era sbagliato, che non esisteva il problema della sovrappopolazione ma solo quello della sottodistribuzione. In questo prendevano le mosse dal marxismo più puro. […] L’incubo delle carestie li aveva però costretti a rinunciare alle teorie anti-malthusiane di Marx e a compiere qualsiasi sforzo pur di limitare l’incremento della popolazione. Li aveva costretti a rinunciare alle comuni per tentare di rendere più produttiva l’agricoltura. Li aveva costretti ad acquistare valute straniere e a trattare con gli odiati paesi capitalistici per ottenerne viveri» (pp. 185-192). In tutto questo il «marxismo più puro» non c’entra assolutamente nulla, mentre vengono in piena luce l’arretratezza capitalistica della Cina, con che ne seguiva anche in termini di pianificazione demografica, la disastrosa politica del Grande Balzo (Indietro) e la propaganda ideologica maoista intesa a cancellare la pessima realtà facendo ricorso alla fumisteria pseudomarxista intesa a magnificare il “socialismo con caratteristiche cinesi”, salvo poi ricorrere ai riti dell’”autocritica” o invocare la malvagità dei nemici interni ed esterni del “socialismo” cinese.

3. Il carattere antimperialista della rivoluzione cinese non contraddice in alcun modo la natura borghese di questa rivoluzione, né ha impedito alla Cina di diventare a sua volta un Paese imperialista di primissimo rilievo, fino a collocarsi al vertice della piramide del Potere Mondiale, in conflittuale coabitazione con gli Stati Uniti d’America. L’antimperialismo della rivoluzione cinese registra piuttosto un “ritardo storico”, nel senso che lo sviluppo capitalistico in Cina, come in tanti altri Paesi del mondo, si è realizzato nell’epoca imperialista del capitalismo internazionale, e ha dovuto fare i conti con la politica di sfruttamento e di dominio politico-militare perseguita in primo luogo dai Paesi occidentali. Nel caso cinese, soprattutto dopo la Liberazione del 1949 è stata la tenaglia rappresentata dall’imperialismo statunitense e da quello “sovietico” a rendere particolarmente difficile, contraddittoria e generatrice di vere e proprie catastrofi sociali (carestie, violente persecuzioni etniche e politiche, ecc.) la modernizzazione capitalistica della Cina. La rivoluzione cinese aderiva perfettamente alla teoria leniniana dell’ineguale sviluppo capitalistico. «È necessario lottare con energia contro il tentativo di applicare nei paesi arretrati un’etichetta comunista ai movimenti rivoluzionari di liberazione che tali non sono effettivamente» [32]. Anche questa preoccupazione leniniana colpisce nel segno, se pensiamo al cosiddetto “comunismo” del Partito di Mao.

L’antimperialismo maoista era radicato insomma sul terreno delle condizioni oggettive della Cina e del mondo dell’epoca, più che su un’astratta concezione ideologica, la quale in ogni caso non superava di un millimetro la concezione borghese (spesso piccolo-borghese, populista) del mondo, e questo sempre al netto della fraseologia pseudomarxista che la veicolava – che  peraltro il maoismo aveva ereditato in larghissima parte dallo stalinismo [33], e che aveva “aggiornato” con quegli innesti presi dalla millenaria cultura cinese che tanto piacevano agli intellettuali “marxisti” del tempo che non ne potevano più del rigido dogmatismo sovietico [34].

L’antimperialismo nelle parole di Sun Yat-sen: «La mia esperienza in quarant’anni di lotta mi ha convinto che per elevare la Cina ad una posizione di libertà e di eguaglianza tra le nazioni noi dobbiamo suscitare un completo risveglio del nostro popolo ed allearci in lotta comune con tutti quei popoli del mondo che ci trattino da eguali» [35]. Qui possiamo leggere la concezione – e il programma politico – maoista al netto della fraseologia pseudomarxista di cui sopra. «Noi abbiamo portato a termine la rivoluzione democratica che il dottor Sun Yat-sen aveva lasciato incompiuta e l’abbiamo inoltre sviluppata in una rivoluzione socialista, che è in via di attuazione» [36]. Naturalmente lo “sviluppo socialista” della rivoluzione democratica è una mera illazione maoista. Almeno così io credo.

Considerati storicamente, antimperialismo e internazionalismo, nel senso marxiano del concetto («Proletari di tutto il mondo, unitivi»; «I proletari non hanno nazione»), non sono affatto sinonimi, non sono due termini che esprimono lo stesso concetto, semplicemente perché l’antimperialismo può benissimo sposarsi con il più gretto e xenofobo dei nazionalismi, e questo abbiamo potuto verificarlo nelle diverse rivoluzioni anticoloniali che si sono succedute nel corso del tempo dopo la Seconda guerra mondiale, quando il vecchio sistema imperialista-coloniale centrato sulla Francia e sull’Inghilterra andò in frantumi. In Cambogia, appoggiata dalla Cina, il nazionalismo posto al servizio della guerra di liberazione antimperialista raggiunse punte  di parossismo xenofobo e di violenza (stiamo parlando di centinaia di migliaia di cambogiani uccisi perché sospettati di intelligenza con il nemico occidentale) mai viste prime.

Apro una parentesi. La Cambogia dei Khmer rossi, la Corea del Nord e l’Albania di Enver Hoxha rappresentano tre esempi di “indipendentismo nazionale” portato fino all’esasperazione e al parossismo. Certo, mutatis mutandis, anche la Germania dell’Est può insegnarci qualcosa in quel senso. Perché spesso la paura di venir ingoiati dal pesce più grosso si trasforma in paranoia, ed è a questo punto che la società diventa un vero e proprio inferno, o, nella migliore delle ipotesi (si fa per dire!), in un carcere a cielo aperto, e certamente in un incubo. Chiudo la parentesi.

L’antimperialismo della Cina ai tempi della rivoluzione nazionale-borghese pose dunque le basi per il futuro imperialismo cinese, che iniziò a manifestarsi nella seconda metà degli anni Sessanta, quando Pechino elaborò un’intelligente quanto spregiudicata strategia di espansione politico-ideologica che aveva come obiettivo il vasto mondo dei movimenti e dei Paesi in conflitto con l’imperialismo occidentale, i quali avevano trovato un sostegno politico, militare e finanziario nell’Unione Sovietica. La Cina decise insomma di fare concorrenza all’ex “amico fraterno”, di occupare almeno una fetta del “campo antimperialista” egemonizzato da Mosca, e ciò non poteva non portare i due Paesi del “socialismo reale” sulla strada del conflitto totale.

Per Lenin a suo tempo si trattò di “cavalcare” la rivoluzione democratico-borghese nel tentativo di portare il proletariato russo al potere in alleanza con i contadini poveri (che nel corso del 1917 avevano dato inizio alla guerra rivoluzionaria contro la grande proprietà terriera indipendentemente dal Partito Comunista Russo), così da imprimere alla rivoluzione sociale in Occidente un decisivo impulso. Com’è noto, Lenin concepiva la rivoluzione in Russia come parte della generale rivoluzione proletaria internazionale, secondo la teoria, già abbozzata da Marx, della Russia socialmente arretrata e baluardo reazionario come anello debole della catena capitalistica europea.

«La rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino», avevano scritto Marx ed Engels nella Prefazione alla nuova edizione russa (1882) del Manifesto del Partito comunista. Naturalmente per i due comunisti tedeschi si trattava di una possibilità, non di una certezza. Lenin si mosse secondo la complessa prospettiva della «doppia rivoluzione» (o «rivoluzione in permanenza», secondo la definizione che ne darà Trotsky) già nel 1905, all’epoca della prima rivoluzione russa.

Com’è noto, la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 non innescò la sperata e vitale rivoluzione proletaria internazionale, e ben presto il fragile potere proletario centrato sui Soviet fu travolto dalla marea controrivoluzionaria (cioè dalle potenti forze sociali capitalistiche che premevano da tutte le parti), e lo stesso Partito Bolscevico ne rimase sotto le macerie, riconvertendosi come struttura organizzativa in un potente strumento al servizio dell’accumulazione capitalistica e della rinascente potenza Russa – chiamata nel frattempo “Sovietica”.

Niente di tutto questo accadde con Mao, nonostante alcune superficiali analogie con l’esperienza leniniana potrebbero far pensare il contrario. Il suo Partito si mosse ben dentro i confini della rivoluzione nazionale-borghese, e questo semplicemente perché la sua natura era nazionale-borghese (antimperialista). Soprattutto quando si parla di stalinismo e di maoismo bisogna fare una netta distinzione fra la realtà dei fatti e la propaganda ideologica, tra ciò che gli individui e i soggetti politici sono, e ciò che essi dicono e credono di essere, e questa è un’altra grande lezione politica che ci ha dato Marx. Il fatto che, all’opposto della strategia leniniana, quella maoista vedesse nei contadini, e non nel proletariato, il cuore pulsante della rivoluzione cinese, ciò non si spiega con una mera diversità tattica dovuta alle specifiche condizioni sociali della Cina, ma alla natura della rivoluzione che il PCC si trovò a organizzare e dirigere anche in concorrenza e in conflitto aperto con un altro soggetto nazionale-borghese, il Kuomintang [37], il quale uscì sconfitto dal confronto con i “comunisti” perché del tutto incapace di esercitare un controllo sulla campagna e troppo legato alla borghesia cinese in affari con l’imperialismo occidentale.

La teoria maoista dell’«accerchiamento delle città da parte delle campagne», non fu una trovata strategica dovuta al geniale e originale pensiero di Mao, così dialettico da impressionare le deboli menti dell’intellighenzia sinistrorsa occidentale, ma l’espressione ideologica della modernizzazione capitalistica della Cina come si dava concretamente in quel Paese in un peculiare momento storico.

Il Partito Comunista Cinese, nato nel 1921 come un promettente soggetto rivoluzionario proletario radicato nelle grandi città costiere, subì una completa “mutazione genetica” (cioè di classe) dopo la disastrosa disfatta subita dal giovane, ancora esiguo ma già molto combattivo proletariato cinese nel 1927 a Nanchino, a Canton e a Shangai. Dal 1920 al 1926 il proletariato cinese diede il solo esempio di lotta di classe indipendente nei movimenti anticoloniali che presero corpo tra le due guerre mondiali, pur con i non pochi limiti dovuti al reale contesto storico e sociale cinese. Mao fu il prodotto della sconfitta del movimento operaio internazionale (non solo cinese) degli anni Venti e il legittimo figlio del populismo nazionalista di Sun Yat-sen. Da embrionale soggetto rivoluzionario proletario, il PCC si trasformò rapidamente in un partito nazionale-borghese, e in questa radicale trasformazione molto peso ebbe l’Unione Sovietica stalinizzata, la quale con la sua politica di alleanza con il Kuomintang del generale Ciang-Kai-shek fu una delle cause dell’esito disastroso delle lotte di classe nella Cina degli anni Venti. Com’è noto, la politica moscovita subordinava gli interessi strategici del proletariato cinese agli interessi della rivoluzione nazionale-borghese, con un completo rovesciamento della politica comunista pensata per i Paesi capitalisticamente arretrati e assoggettati al dominio coloniale; tale politica è centrata sull’assoluta autonomia politico-organizzativa del proletariato, autonomia che i comunisti difendono come un principio al quale subordinare ogni singola scelta tattica[38]. Più che di un vero e proprio tradimento, per lo stalinismo si trattò piuttosto della prima eclatante dimostrazione della sua natura controrivoluzionaria, la quale non poteva non avere delle puntuali ricadute sul piano internazionale. Il calcolo degli interessi nazionali russi, codificati nella teoria del «socialismo in un solo Paese», portava il regime stalinista a cercare un’alleanza organica con il nazionalismo cinese.

Se noi osserviamo il processo rivoluzionario nella Francia del XVIII secolo, vediamo che la borghesia francese lasciò ai contadini l’iniziativa di prendersi e distribuirsi le terre appartenenti ai proprietari fondiari, in attesa che il processo economico (libero commercio, indebitamento dei piccoli e medi contadini, ecc.) portasse nelle sue mani gran parte di quella terra. In Cina le cose stavano altrimenti. In quel Paese da moltissimo tempo (stiamo parlando di decine di secoli) si praticava il libero commercio della terra, la quale in gran parte era dunque finita nelle mani non dei nobili feudatari o dello Stato, ma in quelle degli usurai di villaggio, i quali trafficavano con i commercianti europei i prodotti della terra e affittavano ai contadini cinesi microscopici lotti di quella terra. Questa realtà storica depotenziava il ruolo rivoluzionario della borghesia cinese, la quale non era in alcun modo interessata a una radicale riforma agraria, e anzi guardava con ostilità la prospettiva di una confisca e ripartizione della terra da parte dei contadini. La borghesia cinese manifestava una risoluta ostilità sia nei confronti degli operai che dei contadini, e la sua “missione rivoluzionaria” si esauriva nella ricerca dell’unità nazionale della Cina, presupposto per un suo ulteriore sviluppo in un contesto mondiale affollato di grandi potenze bramose di mercati e di materie prime. Tutte le volte che il movimento di unificazione nazionale incrociava il movimento sociale degli operai e dei contadini, la borghesia cinese lasciava che i “signori della guerra” provvedessero a reprimere nel sangue quel movimento, ed è per questo che la rivoluzione del 1911-1912, che mise fine alla dinastia imperiale con la proclamazione della Repubblica (Presidente Sun Yat-sen), si risolse in un sostanziale fallimento, anche grazie alla politica nazionalista/antimperialista di Sun Yat-sen che vedeva nei contadini poveri e negli operai solo una massa bruta da usare per conseguire l’obiettivo dell’unità nazionale, senza concedere loro nulla di significativo sul piano sociale e politico. Per questo nel 1922 Sun rifiutò il fronte Unico fra il PCC, non ancora stalinizzato, e il Kuomintang, che deteneva il potere a Canton. Le cose cambieranno con l’ascesa al potere dello stalinismo in Unione Sovietica. Già nel 1923 l’Internazionale Comunista capovolge l’impostazione leniniana della questione nazionale-coloniale (Tesi del 1920), e riconosce apertamente che la sola rivoluzione all’ordine del giorno in Cina era quella borghese-nazionale: «In considerazione del fatto che la classe operaia cinese non è ancora sufficientemente differenziata come forza completamente autonoma, L’Esecutivo [del 12 gennaio 1923] ritiene necessario che il giovane partito comunista cinese coordini le sue attività con quelle del Kuomintang». Col tempo questo “coordinamento”, giustificato con l’arretratezza sociale della Cina, con la debolezza del proletariato cinese e con l’esiguità numerica del PCC, si trasformerà in una completa subordinazione di quel Partito al Kuomintang. Il PCC era sì numericamente piccolo, ma era tutt’altro che ininfluente fra il proletariato urbano, che andava organizzandosi in sindacati molto combattivi, e i contadini poveri, che odiavano il Kuomintang che tanto li disprezzava e temeva.

4. Nel 1949 la strada che portava la Cina verso l’integrazione nel blocco del capitalismo di Stato sovietico, integrazione realizzata magari nei modi e nei tempi più consoni alla realtà del Paese, apparve al nuovo regime come la sola via praticabile per dotarlo di quel capitale fisso e di quelle conoscenze tecniche indispensabili per avviare la modernizzazione capitalistica della Cina (e soprattutto della sua campagna), e che essa non possedeva, se non in infima parte. E difatti, nel febbraio del 1950 Cina e Russia sottoscrivono un trattato di reciproca assistenza del valore di 300 milioni di dollari; ne seguirà un altro nel 1950, del valore di 430 milioni. I due Paesi individuarono nella ricostruzione della zona industriale della Manciuria il primo obiettivo da conseguire, e il Primo Piano Quinquennale sfornato a Pechino indirizzò in quel senso i crediti ricevuti dall’Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti d’America, che nel 1945 avevano cercato di mediare fra Kuomintang e PCC, e che nel caso di un loro “ragionevole compromesso” [39] erano pronti a implementare un “generoso” Piano Marshall per la Cina, assistettero al trionfo del movimento maoista con sconcerto e frustrazione. Washington temeva ovviamente che l’intero Sud-Est asiatico cadesse nella sfera di influenza dell’imperialismo avversario, l’Unione Sovietica, la quale appariva allora in grado di poter ingoiare la Cina maoista in un sol boccone. La preoccupazione sembrò concretizzarsi quando, il 25 giugno del 1950, la Corea settentrionale cercò di unificare con la forza l’intera penisola coreana, impresa appoggiata dai sovietici e dai cinesi, che inviarono in Corea truppe di “volontari”. Com’è noto, il “mitico” generale Mac Arthur propose a Truman di bombardare (non escludendo l’impiego dell’arma atomica) le truppe cinesi che si erano concentrate oltre il confine, avendone come risposta il suo richiamo in patria il 10 aprile 1951 – ma dopo qualche esitazione da parte del Presidente, cosa che alimentò in tutto il mondo la paura per un’imminente Terza guerra mondiale. La forte e aggressiva inimicizia manifestata dagli americani nei confronti della nuova Cina rese più urgente agli occhi del PCC la necessità di stringere una forte e immediata alleanza con l’Unione Sovietica, il cui arsenale militare e il cui prestigio politico potevano costituire un valido deterrente nei confronti degli Stati Uniti.

Scrive Charles Reeve: «La guerra di Corea rappresenta una fase importante per il consolidamento dello Stato cinese. Corrispondendo allo sviluppo della Guerra Fredda e alla determinazione del capitalismo americano di bloccare l’espansione del Capitalismo di Stato nel Sud-Est asiatico, la guerra di Corea accentua il processo di centralizzazione del capitalismo cinese. […] Questo fenomeno può essere paragonato, per esempio, alla costituzione, durante le guerre rivoluzionarie del 1789, della ideologia e dell’apparato amministrativo che furono necessari all’avviamento del capitalismo francese: la Nazione Francese e il suo Stato centralizzato» [40]. Il paragone naturalmente regge mutatis mutandis, considerato che la formazione della Nazione cinese si colloca nell’epoca imperialistica dello sviluppo capitalistico.

La linea politico-economica stabilita da Mao all’indomani della liberazione è riassunta nei passi che seguono: «Per un lungo periodo, dopo la vittoria della rivoluzione, bisognerà utilizzare al massimo gli aspetti positivi del capitalismo privato delle città e delle campagne, per incrementare lo sviluppo dell’economia nazionale. Durante tale fase, tutti gli elementi capitalisti privati delle città e delle campagne, che non siano di ostacolo all’economia nazionale e che, al contrario, possono arrecarle beneficio, devono essere autorizzati a sopravvivere e svilupparsi […] Noi dobbiamo considerare la maggior parte dei democratici che stanno al di fuori del Partito, alla stregua dei nostri propri quadri; dobbiamo dar loro lavoro e concedergli posizione e autorità».

Le piccole aziende agricole a conduzione familiare rappresentavano la spina dorsale dell’economia rurale cinese, ed era dal loro sviluppo che il PCC dei primissimi anni di potere si attendeva una rapida modernizzazione della campagna cinese, la conditio sine qua dello sviluppo capitalistico cinese complessivamente considerato. La generale arretratezza in cui versava la campagna cinese all’indomani della proclamazione della Repubblica pesava come un macigno sulle prospettive di un rapido sviluppo industriale della Cina, il quale necessitava di un settore agricolo molto produttivo, così da realizzare un virtuoso scambio tra città e campagna, tra prodotti industriali e prodotti agricoli. La scarsa produttività della campagna e l’espansione demografica della popolazione rurale dovuta all’introduzione dei moderni criteri di profilassi e ad altre riforme sociali, rendevano impossibile l’accumulazione di un surplus da riversare nel settore industriale. L’agricoltura cinese ancora nel 1957, alla vigilia del cosiddetto Grande Balzo in Avanti, conosceva una condizione di estrema arretratezza, nella quale era prevalente l’economia di pura sussistenza. L’enorme massa di popolazione rurale giovanile in larghissima parte si limitava a consumare la produzione agricola, mentre l’industria non riusciva ad assorbirne che una minima parte, proprio perché non trovava nel settore agricolo un fattore di sviluppo: si trattava di un vero e proprio circolo vizioso che generava forti tensioni sociali, le quali trovavano una puntuale espressione nel vivace dibattito politico-ideologico interno al Partito-Regime – il cui monolitismo politico è sempre stato un mito. Proprio nel 1957 la componente agricola all’accumulazione di capitali registra una brusca frenata, la quale risalta ancor di più se messa a confronto con il relativo sviluppo del settore industriale. Per un Paese come la Cina, la modernizzazione capitalistica della campagna era (e in parte rimane, mutatis mutandis) un problema cruciale, decisivo, addirittura vitale, anche considerata la sua alta densità demografica.

Alla fine degli anni Cinquanta si rendevano disponibili per il mercato del lavoro cinese circa 10 milioni di giovani lavoratori all’anno, ma il settore industriale ne riusciva ad assorbire solo 500 mila, e quindi una grossa fetta della forza-lavoro di origine contadina rimaneva nella campagna in una funzione improduttiva, ossia come esercito di consumatori di una considerevole porzione del surplus agricolo. Sempre più cucchiai attingevano da una scodella che conteneva pressappoco sempre la stessa quantità di cibo. Questa metafora può forse ricordare Malthus, ma essa non ha niente a che fare con le sue teorie circa il naturale divario tra il tendenziale incremento della popolazione e l’aumento effettivo dei mezzi di sussistenza. Ma qui rimando alla critica marxiana di quella «insulsa» teoria. Come ho già accennato, il surplus consumato improduttivamente non si trasformava in investimenti idonei a far crescere la produzione agricola, e ciò influenzava assai negativamente l’intero processo di accumulazione del capitale. La forza-lavoro che si riversava nelle città andava invece a costituire un numeroso «esercito industriale di riserva» che andava a premere sui salari degli operai, le cui condizioni di vita infatti peggiorarono. Nel 1958 gli operai rappresentavano solo il 9% della popolazione in grado di svolgere un lavoro.

Alla luce delle condizioni economico-sociali della Cina del tempo, l’accumulazione capitalistica doveva necessariamente risolversi in una violenta e massiva estrazione di surplus agricolo, e a farne le spese furono soprattutto quegli strati contadini che più degli altri (borghesia nazionale, proletariato urbano, piccola borghesia, ecc.) avevano appoggiato la Rivoluzione cinese. Scriveva il già citato Charles Reeve nel suo importante saggio del 1973 dedicato allo «sviluppo del capitalismo in Cina dal 1949 al 1972»: «È interessante nella rivoluzione cinese, e nella sua ideologia, osservare come il ceto contadino, la base sociale più importante dalla quale ottenne il più valido appoggio durante la guerra civile (appoggio dovuto alla politica di distribuzione delle terre dei grandi proprietari) sia diventato la prima vittima dello sviluppo industriale “socialista”. Così la nuova Costituzione proclamata dal governo nel 1954 annuncia l’inizio della trasformazione “socialista” della società; ciò vuol dire nella pratica la nazionalizzazione dell’industria e la collettivizzazione (statalizzazione) dell’agricoltura. E, per ciò che concerne il controllo sulla produzione sociale, il ruolo del proletariato restava quello di produttore di plus-valore. Come è precisato nel testo stesso del Piano Quinquennale: “In Cina come in Unione Sovietica, spetta all’autorità centrale il compito di determinare la quantità e l’attribuzione delle risorse”» [41]. «In Cina come in Russia»: il carattere stalinista del Primo Piano Quinquennale è dunque affermato apertamente. D’altra parte per Mao «La teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin ha un valore universale» [42].

Come ho accennato, solo dopo, nell’estate del 1960, Mao prenderà le distanze per poi rompere del tutto con l’ex “Paese fratello”, e non per ragioni di natura ideologica, come chi non fosse stato ammalato di ideologismo “marxista-leninista” già allora poteva facilmente comprendere (e infatti comprendeva), ma in ragione di problemi che avevano a che fare con lo sviluppo capitalistico in Cina e con la sua collocazione internazionale, a partire dalla sua prossimità con l’ingombrante e aggressivo imperialismo russo, il quale da sempre aspirava a mettere le proprie zampe sul Paese confinante, approfittando delle sue divisioni interne. La Cina di Mao però si rivelò un osso troppo duro per i denti dell’orso sovietico, molto forte sul piano politico-militare, ma assai debole su quello, alla fine decisivo, della potenza economica. Come non farsi schiacciare dai due colossi imperialistici usciti trionfanti dalla Seconda guerra mondiale (USA e URSS): non si comprende la complessa, contraddittoria e spiazzante (sfuggente, “anguillosa”) politica estera maoista se non si pone mente a quella vitale necessità. Vitale, beninteso, per il dominio sociale capitalistico “con caratteristiche cinesi”. Dalla seconda metà degli anni Sessanta in poi, il sedicente antimperialismo maoista, fortemente polemico nei confronti del “revisionismo socialimperialista” di Mosca [43], mascherò l’ambizione del padre della patria di portare la Cina su un terreno geopolitico già occupato dall’Unione Sovietica

Alla fine degli anni Cinquanta si manifestò in tutta la sua problematicità il circolo vizioso dell’accumulazione accelerata del capitale basata fondamentalmente sull’estorsione di surplus agricolo attraverso gli strumenti della coercizione politica, delle misure erariali e della politica dei prezzi che avvantaggiava il settore industriale ai danni di quello agricolo – secondo la famosa “forbice dei prezzi” che a suo tempo molto inquietò i dirigenti sovietici alle prese con la cosiddetta “accumulazione socialista originaria” [44]. Nella fase finale del Primo Piano Quinquennale il processo di nazionalizzazione delle imprese e dell’agricoltura conobbe un’improvvisa accelerazione, e ciò rese possibile l’emarginazione dalle leve del potere politico della borghesia nazionale che aveva sostenuto il governo cinese secondo la teoria delle quattro classi. Nel 1957 oltre il 96% della produzione agricola era già controllata dallo Stato.

È in questo scenario complesso, contraddittorio e foriero di gravi tensioni sociali che la fazione maoista decise di imboccare la strada, per molti aspetti originale (per altri semplicemente obbligata), chiamata Grande Balzo in Avanti. Come vedremo, si trattò di un temerario e finanche azzardato tentativo inteso soprattutto a preservare l’autonomia e l’integrità della nazione evitando al contempo di farla precipitare nel più completo sottosviluppo economico-sociale, foriero di eventi catastrofici (carestie, epidemie, conflitti sociali, guerre separatiste, ecc.) che avrebbero messo la Cina dinanzi alla tragica necessità di inchinarsi senza riserve a una delle due superpotenze che dominavano la scena mondiale. L’ideologia populista in salsa “marxista-leninista” cucinata da Mao (e ingoiata dalla sinistra europea come una succulente pietanza dottrinaria che declinava il “marxismo” in termini creativi) si prestò come collante ideologico al servizio dell’ardua impresa.

Rispetto alla linea politica filosovietica che informò la stesura del Primo Piano Quinquennale (1953-1957), il cosiddetto Grande Balzo realizzò per alcuni e importanti aspetti un netto arretramento sul terreno del processo di accumulazione capitalistica, ma fu un passo indietro in parte obbligato e che intendeva creare le condizioni per un successivo passo in avanti, tentato sempre su quel terreno, che non pregiudicasse la stabilità sociale, l’unità nazionale e l’indipendenza della Cina, tre principi-guida che mettevano d’accordo tutte le fazioni del PCC; tre Moloch a cui il Partito-Regime era disposto a sacrificare qualsiasi cosa. Allora esattamente come oggi. Un Moloch che nel periodo maoista del regime ha divorato decine di milioni di vite tra carestie, conflitti sociali, conflitti etnici, conflitti politici interni al PCC – vedi la cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale.

La strategia maoista intesa a sottrarre la Cina dalla divisione internazionale del lavoro e dalla sua piena integrazione nel mercato capitalistico mondiale, in attesa che il gracile corpo del capitalismo cinese si rafforzasse, non poteva durare in eterno, e soprattutto essa fu pagata a carissimo prezzo dalle masse contadine, in particolare, e da tutti gli strati sociali subalterni, in generale.

La Comune rurale cinese può anche essere considerata, in parte o in tutto, una forma economico-sociale non capitalista, ma non nel senso che essa uscisse fuori dai confini del capitalismo e andasse verso il socialismo, come da propaganda maoista nazionale e internazionale, ma in ben altro senso, ossia nel senso che la Comune rurale prese corpo sulla base di una struttura economica della campagna cinese ancora largamente precapitalistica, quella ereditata appunto dalla Cina moderna nata con la rivoluzione nazionale-borghese, e che su quel fondamento essa cercò di procedere in direzione del capitalismo organizzando un’accumulazione capitalistica “con caratteristiche maoiste”, per così dire.  Alla fine questo complicato e per molti aspetti drammatico tentativo si rivelò perlopiù fallimentare. Con la Comune rurale cinese non siamo insomma oltre il capitalismo, ma prima e verso di esso.

Per capire questa complessa e contraddittoria esperienza non bisogna tenere presente solo le condizioni economiche della Cina del tempo, ma anche il quadro geopolitico all’interno del quale era inserito quel Paese. Fu infatti l’impossibilità di trovare nell’Unione Sovietica un “Paese fratello”, una valida sponda in grado di arginare l’ostracismo americano, che alla fine degli anni Cinquanta costrinse la fazione maoista del PCC ad emarginare la fazione filosovietica e a puntare tutte le carte dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati sul fronte interno: «Dobbiamo contare solo sulle nostre forze», si disse allora con la solita enfasi volontaristica tipica dei regimi di stampo stalinista. Fare di necessità virtù, come si dice. Mobilitare, razionalizzare e “mettere a valore” tutte le energie e le risorse a disposizione. L’importazione di beni strumentali per la modernizzazione agricola era ormai diventata quasi impossibile, dato il deterioramento delle relazioni della Cina con l’Unione Sovietica e i suoi alleati. L’ambiente internazionale ostile significava anche che sarebbe stato rischioso affidarsi ai pochi centri industriali esistenti in Cina per questo compito, dato che essi o si trovavano lungo il confine con l’Unione Sovietica, o insistevano lungo la costa, dove erano esposti al potere militare degli Stati Uniti. In quelle circostanze la tentazione di un ripiegamento autarchico, di una ritirata strategica “introvertita” diventò irresistibile, e per molti aspetti essa può forse essere interpretata come l’espressione di una “scelta obbligata”.

D’altra parte il regime di vita autarchico e introverso era parte integrante del retaggio storico della Cina imperiale, e il nuovo regime “socialista” poteva rifarsi a quel retaggio quantomeno sul piano ideologico e psicologico [45]. In realtà quel piano si dimostrò ben presto del tutto inconsistente nella realtà cinese del XX secolo, e la sbandierata autosufficienza della Cina si risolverà in una serie di politiche economiche in larga parte velleitarie e fallimentari, politiche che alla fine degli anni Settanta obbligheranno il Paese a un drammatico mutamento di rotta, il quale si sostanzierà soprattutto in una sua rapida apertura al commercio mondiale. Il processo sociale racchiuso nella metaforica bottiglia aveva raggiunto la sua pressione critica già da tempo, e il tappo doveva necessariamente saltare, se si voleva mettere in salvo il contenitore, ossia l’architettura politico-istituzionale del regime e la stessa unità nazionale della Cina. Per il PCC si trattava di rendere possibile un’esplosione controllata, per così dire, e le riforme economiche elaborate nel 1978 dalla fazione del PCC organizzata intorno a Deng Xiaoping riuscirono nell’ardua impresa, ottennero un completo e nient’affatto scontato successo. Il movimento sociale represso nel sangue nell’estate del 1989, testimonia dell’estrema complessità e criticità del “processo riformista” intrapreso dal Partito-Regime alla morte di Mao. Si trattava di passare, con una certa gradualità ed entro limiti geografici da ampliare gradatamente (vedi la creazione delle Zone economiche speciali), da un capitalismo di Stato integrale e “autarchico”, con non poche eccezioni nella campagna cinese, a un capitalismo dinamico, diffuso, controllato certamente dallo Stato, ma in larga parte non più diretto da esso e, cosa fondamentale, orientato quasi completamente all’esportazione. Le famose Tigri Asiatiche offrirono a Pechino il modello vincente da seguire. Si trattò insomma, e come già detto, di una transizione economica tutta interna al regime sociale capitalistico. Si passò dal “capitalismo eremita” di Mao Tse-tung al “capitalismo cosmopolita” di Deng Xiaoping. In realtà anche il capitalismo di Stato dei tempi di Mao subì le influenze del capitalismo globale e della contesa interimperialista, ma in quel periodo prevalsero in Cina le spinte a preservare l’autonomia esistenziale della nazione, la quale in quel momento storico avrebbe potuto integrarsi nell’economia mondiale solo pagando un caro prezzo in termini appunto di agibilità geopolitica. ««Anche se la vittoria della linea riformista può essere datata alla fine del 1978 (quando la minaccia sovietica sembrava estremamente intensa), essa si affermò nel corpo della società rurale a partire dal 1980, quando era apparso chiaro che l’URSS non poteva o non voleva mettere in discussione la sovranità cinese e gli Stati Uniti avevano ormai da dieci anni cessato di farlo. Da quel momento i privilegi reali che la gestione del potere aveva consentito ai “quadri” del PCC, potevano portare ai loro detentori maggiori vantaggi in una società aperta al mercato che in un regime collettivistico. […] Così si spiega l’immediato e largo consenso in seno al partito alla scelta politica di consentire “ad alcuni contadini di diventare ricchi prima di altri”, cioè di dare pieno slancio alla “piccola produzione di merci”» [46].

Ma ritorniamo ancora una volta indietro. È alla fine del Primo Piano Quinquennale che la tendenza integralmente statalista si impone sulle altre tendenze politico-ideologiche presenti nel PCC – alcune delle quali non escludevano in linea di principio la ricerca di una conciliazione di interessi perfino con l’imperialismo americano: «Non importa il colore dell’imperialismo, purché esso faccia affari con noi e non voglia trasformarci in una sua colonia!». Lo stesso Mao dopotutto cercherà agli inizi degli anni Settanta di “fare sponda” con gli Stati Uniti in funzione antisovietica.

La Comune rurale fu la forma che assunse la proprietà statale nella cellula economico-sociale fondamentale della campagna cinese: il villaggio. «Vi erano due grandi categorie d’impresa: in primo luogo le imprese pubbliche, che per lungo tempo avranno una posizione largamente dominante, poi le imprese collettive, i cui metodi di gestione non sono affatto differenti, ma che non gravano sul bilancio dello Stato, hanno generalmente un giro di affari modesto e sono poste sotto la tutela delle autorità locali» [47]. La proprietà cosiddetta collettiva («corporativismo statale locale», secondo la puntuale definizione di Shaohua Zhan) attiene dunque a questa particolare articolazione dello Stato; essa fu, come già detto, una delle forme che la proprietà statale ha assunto nella moderna società cinese – cioè dal 1949 in poi. In questo preciso senso non ha alcun senso porre la distinzione tra proprietà collettiva e proprietà statale, se non si chiarisce che entrambe sono la fenomenologia della stessa sostanza: lo Stato come padrone unico (o monopolista), come capitalista-collettivo. La collettivizzazione (statalizzazione) delle campagne determinò la rapida estensione del sistema salariale, fondamento del capitalismo, perché le famiglie che lavoravano un appezzamento di loro proprietà e che possedevano qualche capo di bestiame furono appunto costrette a passare al lavoro salariato delle fattorie collettive – cioè statali. Che questo salario venisse pagato dallo Stato (nella sua articolazione periferico-rurale) solo in parte in denaro, e in altra parte in derrate alimentari e servizi, ciò non muta minimamente la natura del rapporto capitalistico, e in ogni caso rimaniamo ben aldiquà del capitalismo, non oltre. Lungi dal rappresentare un decentramento della produzione, sempre come da propaganda ideologica (e come sempre accettata acriticamente dal sinistrismo occidentale), il sistema delle comuni rurali realizzò piuttosto le condizioni ideali per un controllo profondo, invasivo e capillare delle campagne da parte del Partito-regime. Infatti, la Comune venne organizzata su un modello di stampo militare; essa contava una media di 20 mila abitanti, e non era solo un centro di produzione agricola, ma aveva l’ambizione di poter sviluppare un sistema di piccola – e spesso piccolissima – produzione industriale legato al territorio. Soprattutto sotto quest’ultimo aspetto il risultato fu a dir poco pessimo, sotto ogni punto di vista – quantitativo, qualitativo, sociale [48]. Tra l’altro, il gonfiamento abnorme della bolla burocratica anche nella campagna ebbe come conseguenza l’estorsione di una rilevante quota di surplus generato dai contadini per il profitto personale dei burocrati delle sezioni locali del PCC. Una dinamica ancora attiva che produce periodiche campagne moralizzatrici che in realtà non sono che il pretesto per regolamenti di conti interni al Partito. L’asfissiante e capillare rete burocratica “comunista” rendeva impossibile lo svilupparsi di una reale discussione all’interno delle Comuni, soffocando sul nascere ogni forma di dissenso circa i metodi di lavoro, gli obiettivi, le condizioni di lavoro e di vita e così via. Altro che “modello di democrazia popolare dal basso”!

La Comune non aveva solo funzioni economiche e amministrative, ma come abbiamo accennato essa venne concepita anche in vista di esigenze militari, e la stessa coltivazione dei cereali fu considerata dal regime come un fondamentale settore strategico in vista di una sempre possibile guerra. «Le politiche radicali si basarono sulle due roccaforti ideologiche dell’autosufficienza e dell’egualitarismo. Il particolare, la politica dell’autosufficienza fu adottata in Cina anche nel timore di invasione da parte delle potenze occidentali. Il suo scopo principale era di rendere ogni provincia autosufficiente nella produzione di cereali. Il governo forzò l’adozione di questa politica nelle campagne attraverso una serie di misure, quali la soppressione dei mercati rurali, la riduzione delle vendite di grano alle province deficitarie da parte delle agenzie statali, la limitazione dei trasferimenti di cereali da una provincia all’altra, ed infine pretendendo il pagamento di tasse agricole sotto forma di cereali, piuttosto che in contanti o in altri prodotti. Ne conseguì che molte zone, precedentemente specializzate in coltivazioni industriali altamente redditizie o in altre attività agricole come l’allevamento, la pesca o la produzione di ortaggi ecc., furono costrette a produrre cereali su terreni le cui condizioni naturali non consentivano rese soddisfacenti. Perciò, non solo la disponibilità di altri prodotti agricoli diminuirono, ma persino le rese medie di cereali calarono drasticamente. Allo stesso tempo, i contadini che vivevano nelle zone specializzate nella produzione di cereali furono costretti a coltivare a coltivare altri prodotti agricoli per autoconsumo, a causa delle restrizioni negli scambi commerciali di questi prodotti tra le province. Si verificò di conseguenza un generale aumento dei costi di produzione nel settore agricolo, e una diminuzione della produttività dei fattori. In altre parole, le politiche di autosufficienza eliminarono la specializzazione e la differenziazione della produzione agricola, distruggendo tecniche agrarie vecchie di secoli, e trasformando molte zone precedentemente ricche e prospere, in aree sottosviluppate e a basso reddito» [49]. Le esigenze extraeconomiche ebbero dunque un impatto assai negativo sullo sviluppo economico della Cina, in primo luogo sulla sua enorme realtà rurale.

Una rilevante percentuale dei contadini cinesi per vivere non poteva contare su quello che gli spettava per il lavoro svolto sulle terre collettive (statali), e questi contadini integravano il loro magro reddito coltivando piccoli lotti privati di terra e allevando non più di una vacca, di un maiale e di pochi polli. Le nuove direttive maoiste tendevano a ridurre drasticamente l’entità di quei lotti e ad eliminare ogni scorta supplementare di cibo a disposizione dei contadini. Lo scopo era quello di costringere i contadini a lavorare esclusivamente le terre collettive, ed essere quindi alle complete dipendenze dello Stato-Padrone, oppure ad abbandonare la campagna per trasferirsi nei centri urbani, così da alimentare l’esercito di forza-lavoro a disposizione dell’industria.

«Un’altra conseguenza negativa della mobilitazione di massa della forza rurale nelle attività industriali ed infrastrutturali fu che un gran numero di contadini venne sottratto al normale lavoro dei campi. Secondo C. Y. Cheng (1963, negli anni 1958 e 1959 si verificò una carenza di forza lavoro pari fino al 30-50% durante la stagione dei raccolti. Il calo della produzione agricola fu perciò dovuto anche alla poco cura prestata in attività quali la mietitura, la trebbiatura e l’immagazzinamento delle derrate. Inoltre, i campi furono infestati da insetti nocivi e da erbacce, poiché i contadini, impegnati in altre attività, non avevano avuto il tempo di curarsene. Nonostante questi problemi, le fonti ufficiali registrarono cifre altissime, ovviamente gonfiate, per la produzione agricola. Nel 1958 per la produzione agricola nel 1958, e obiettivi ancora più irrealistici furono fissati per gli anni successivi. […] La quantità di cereali pro capite che rimaneva a disposizione delle aree rurali in seguito all’aumento degli approvvigionamenti pubblici, unito al calo della produttività, era ben al di sotto del livello medio di sostentamento. […] Di conseguenza, fame e carestie iniziarono a colpire molte zone della Cina rurale fin dall’autunno del 1959. […] L’abolizione degli orti familiari e delle produzioni collaterali tolse ai contadini l’unica fonte integrativa dei propri redditi. Quest’ultima misura, in particolare, si dimostrò un enorme spreco di risorse, poiché la terra che era stata precedentemente usata per gli orti familiari spesso non era adatta alla produzione di cereali, e perciò rimaneva in coltivata. […] Inoltre, in seguito all’abolizione degli orti familiari e della conseguente scarsità di foraggi, vi fu una drastica riduzione nel numero di suini. Questo costituì un problema anche per la produzione di cereali, perché la quantità di fertilizzante organici disponibile diminuì sensibilmente. Tutto ciò contribuì ad instaurare un circolo vizioso, per cui la produzione agricola diminuiva anno dopo anno» [50]. Dopo un’accesa discussione interna al PCC, come sempre rappresentata dalle fazioni in lotta in guisa di battaglia ideologica per il trionfo dei sacri principi socialisti/comunisti, nel settembre del1962 il Partito-Regime riaffermò l’importanza per l’economia cinese degli orti familiari, delle occupazioni sussidiarie e dei mercati privati rurali. La resistenza dei contadini al supersfruttamento nei campi e nelle piccole industrie rurali fu notevolissima e si manifestò in più modi, e ciò spinse il governo a cambiare repentinamente la sua politica economica per prevenire un’ennesima rivolta contadina, cosa che avrebbe destabilizzato l’intera società cinese. Ancora una volta la questione contadina dettava l’agenda politico-sociale del Paese, e ciò manifestava nel modo più evidente la sua perdurante arretratezza.

«Il divario rurale-urbano ha definito il regime di sviluppo ed è stato regolato da un alto tasso di accumulazione, in cui i consumi sono stati mantenuti bassi in modo che gli investimenti, in particolare nell’industria pesante, potessero essere mantenuti elevati. L’aumento dei consumi è stato costantemente mantenuto al di sotto del tasso di crescita del PIL; durante il Primo piano quinquennale iniziato nel 1953 la quota dell’industria sul PIL è aumentata dal 25,9 percento al 43,2 percento. Un altro modo di vedere questo fatto è che, sebbene oltre l’80% della popolazione lavorasse nell’agricoltura, quel settore ha ricevuto meno del 10% degli investimenti in tre decenni, dal 1953 al 1985, mentre nello stesso periodo il 45% è andato all’industria pesante. Mentre lo Stato cinese ha tentato di sviluppare rapidamente l’industria pesante, la produzione agricola è rimasta un limite molto grave all’industrializzazione. La riforma agraria intrapresa nei primi anni del regime ha rimosso il principale consumatore rurale in grado di competere con lo Stato per il surplus agricolo: l’élite rurale (compresi proprietari terrieri, funzionari locali, commercianti e contadini relativamente benestanti). Alla fine del 1953, lo Stato ha istituito un meccanismo per estrarre questo surplus. Chiamato “acquisto unificato e marketing”, il sistema implicava il controllo completo dello Stato sul mercato del grano, schiacciando tutti i commercianti privati. Questa era considerata la migliore tra le varie opzioni imperfette all’epoca, necessaria se il la fase di sviluppo doveva rimanere indipendente dal mercato globale del dopoguerra saldamente nelle mani degli Stati Uniti. Ecco come Chen Yun, che faceva parte del comitato di redazione del Primo Piano, spiegò la logica alla base del controllo Statale sul grano all’epoca: “Ci sono carenze? Sì. Potrebbe smorzare l’entusiasmo della produzione, perseguitare le persone fino alla morte […] e provocare insurrezioni in alcune aree. Ma sarebbe peggio se non lo implementassimo. Ciò significherebbe percorrere la vecchia strada della Cina che importava grano”. Dopo l’implementazione del monopolio di Stato, i dibattiti politici tra il 1955 e il 1980 si spostarono sulla questione di come sviluppare la produzione agricola per produrre un surplus maggiore. […] Il Grande Balzo in Avanti del 1958-1961 fu un tentativo di rispondere a questa domanda. L’autosufficienza e la mobilitazione del lavoro rurale in eccedenza avrebbero dovuto compensare la mancanza di investimenti statali nella produzione agricola attraverso la partecipazione collettiva alla costruzione del capitale agricolo. Nel frattempo, ciò avrebbe consentito un elevato tasso di accumulazione, senza rischiare un rilancio dei mercati rurali. Tale politica di sviluppo si basava sulla collettivizzazione rapida e su larga scala, egualitarismo, industrializzazione rurale di successo e motivazione politica. Su molti di questi obiettivi, il tentativo è stato un chiaro fallimento. Al contrario, una politica di modernizzazione agricola che si basasse su investimenti più consistenti da parte dello Stato, con la creazione di condizioni idonee all’agricoltura scientifica, meccanizzata e su larga scala, era un’altra opzione possibile. Tuttavia, ciò inizialmente avrebbe rallentato il processo di industrializzazione, poiché gli investimenti statali in agricoltura sarebbero stati molto più elevati, limitando in tal modo i fondi disponibili per l’industria pesante. In definitiva, la pressione della rapida industrializzazione nel contesto di una guerra fredda che spesso diventava calda ha spinto la leadership nella prima direzione, anche se non senza disaccordi. […] Poiché la carestia ha devastato il paese per tre anni a partire dal 1959, i leader centrali hanno identificato non solo le sale da pranzo pubbliche e le fornaci in acciaio del cortile, ma anche la svolta verso le attività non agricole in generale come cause essenziali del disastro, piuttosto che il sequestro statale di grano e la sua esportazione in URSS anche dopo che la carestia era diventata evidente. […] All’alba del nuovo regime nel 1949, il valore della produzione rurale “secondaria” (principalmente artigianato tradizionale) ammontava a 1,16 miliardi di yuan ai prezzi del 1957. Il movimento di riforma agraria ha aiutato tali industrie a riprendersi un po’ e persino a crescere su base familiare, con oltre dieci milioni di contadini che lavoravano a tempo parziale nell’artigianato commerciale a partire dal 1954, e con una produzione quasi raddoppiata del valore di 2,2 miliardi di yuan. L’introduzione nel 1953 del sistema unificato di acquisto e commercializzazione ha interrotto il “legame organico” tra queste attività agricole e la commercializzazione dei prodotti agricoli trasformati, causando la caduta dei redditi rurali in aree specializzate nella produzione artigianale. Quando lo Stato stabilì il monopolio sui prodotti agricoli, le imprese di trasformazione rurale furono inevitabilmente tagliate fuori dalle loro forniture. Grano, cotone, seta, arachidi e semi di soia – le forniture di base delle imprese non agricole – sono stati confiscati dallo Stato immediatamente dopo il raccolto. In effetti, durante gli anni ‘50 la campagna divenne deindustrializzata. La creazione delle Comuni e delle Brigate di produzione ha segnato il primo tentativo sistematico dello Stato di promuovere l’industria rurale in quanto tale. Se l’artigianato aveva precedentemente intrecciato le economie familiari dei contadini con i mercati locali e regionali attraverso la trasformazione dei prodotti agricoli, le comuni hanno sostanzialmente trasformato l’industria rurale rendendola asservita ai mutevoli dettami della politica statale, politica che rispondeva a sua volta al mutare delle condizioni internazionali. La carestia ha devastato il paese per tre anni a partire dal 1959; il sequestro statale di il grano e la sua esportazione in URSS continuarono anche dopo che la carestia era diventata evidente. […] Dopo due anni di forti cali della produzione agricola (1959 e 1960), l’agricoltura ha ripreso a crescere dal 1961, quando i prezzi degli acquisti agricoli statali sono stati aumentati di oltre il venti per cento, incentivando gli investimenti del lavoro. Tuttavia, dall’inizio degli anni ’60 fino alla fine degli anni ‘70, è stato provato un sistema di retribuzione del lavoro dopo l’altro al fine di mantenere intensi gli input di lavoro necessari per aumentare i rendimenti. Con una politica di autosufficienza locale che è rimasta forte negli anni ‘60 e nei primi anni ‘70 a spese della modernizzazione agricola, tuttavia, gli investimenti statali nella costruzione di capitali agricoli sono rimasti sostanzialmente stagnanti, essendo stato il 1964 l’unico anno con un significativo aumento degli investimenti. La mobilitazione del lavoro insieme a nuove varietà di sementi provocò tassi di crescita agricola relativamente elevati tra il 1962 e il 1966, ma questa crescita non fu sostenuta alla fine degli anni ‘60, con il 1968 che in realtà registrava un declino. Né la produttività del lavoro è aumentata significativamente durante questo periodo» [51].

Il divario di produttività fra le diverse forme organizzative esistenti nella campagna cinese emerge molto chiaramente da quanto segue: «Secondo stime ufficiali, nel 1974, il settore collettivo “fornì, sull’88,8% della terra arabile, il 66% della produzione di cereali, patate e ortaggi; le aziende agricole di Stato, sul 4,8% della terra arabile, il 4% della produzione, e i contadini, nei loro orti familiari, corrispondenti al 6,4 della terra arabile, il 30% della produzione” (J. Domes, 1980)» [52]. In fin dei conti, lo statalismo con caratteristiche cinesi dei tempi di Mao, considerato in tutte le sue forme più o meno originali, si è dimostrato non più che una tigre di carta.

Sempre secondo M. Giura Longo, «Un conclusivo argomento a favore degli orti familiari è rappresentato dalla constatazione che, durante l’era maoista, tutte le volte che era possibile, i contadini cercarono di allargare i loro orti, o di aprirne di nuovi. […] In sostanza, l’agricoltura familiare, quella che noi chiamiamo piccola produzione di merci, riuscì non solo a sopravvivere ai molti attacchi del regime maoista, ma persino ad aumentare e a migliorare la propria efficienza economica, dimostrando di essere più potente e persistente dell’ideologia marxista che tentò di abolirla. Paradossalmente, si potrebbe affermare che, nel lungo periodo, non sia stato il comunismo a cambiare i rapporti di produzione nelle campagne cinesi, ma piuttosto furono i contadini a cambiare il comunismo» [53]. Naturalmente il supposto paradosso esiste solo nella testa di chi accredita la natura “comunista” della società cinese complessivamente considerata e «dell’ideologia marxista» di cui parla l’autrice nel suo peraltro interessante saggio. Piuttosto si deve dire che, come accadde in Unione Sovietica, il settore privato, più o meno tollerato e sostenuto dallo Stato, rivaleggiò con successo con il settore statale, il quale si dimostrò largamente inefficiente e poco produttivo, anche perché esso rispondeva soprattutto ad esigenze di natura sociale (stabilizzare il regime, prevenire l’insorgere di gravi tensioni sociali garantendo alla massa dei lavoratori il minimo vitale indispensabile) e geopolitica: è con l’industria pesante che si costruiscono navi militari, carri armati, fucili, aerei e via di seguito.

Bisogna anche dire che il modello agricolo sovietico si dimostrò per lo più inapplicabile alla campagna cinese, e quando venne applicato forzando la realtà, esso creò solo danni al corpo economico e sociale del mondo rurale; danni che richiesero molto tempo per venir in qualche modo riparati.

«L’impiego massiccio di una mano d‘opera non qualificata, della semplice forza-lavoro, è presentato ufficialmente come un nuovo aspetto della formazione dell’”uomo comunista”. I lavori di irrigazione, i cantieri pubblici e il sistema di vie di comunicazione erano sempre stati, in Cina, compiuti nello stesso identico modo sotto le diverse dinastie. La differenza risiede nel fatto che questa immensa forza-lavoro prepara ora la via ad un accrescimento della produttività del lavoro. La proliferazione delle piccole imprese e delle piccole industrie nelle Comuni è più un segno dell’arretramento delle forze produttive che di una qualunque “decentralizzazione”. La mancanza di capitali da investire in grossi complessi industriali fu all’origine di questa “soluzione”, che permise anche di assorbire sul posto il surplus di mano d’opera agricola. […] Nel primo anno del Grande Balzo in Avanti, nel 1958, la produzione agricola raggiunse un buon livello, e si può dire che questa utilizzazione massiccia di forza-lavoro si dimostrò produttiva. Ma presto i problemi cominciarono ad accumularsi più rapidamente dell’accumulazione stessa. I contadini che avevano già perso tutti i loro appezzamenti privati ed erano obbligati a lavorare esclusivamente nei campi come nelle piccole industrie da poco create, cominciarono a eludere il super-sfruttamento. […] Verso l’autunno 1960 la situazione divenne catastrofica sul piano nazionale. Nelle zone rurali i contadini rifiutavano il lavoro intenso, e anche il tentativo di creare una piccola industria decentralizzata svanì: la sua scarsa produttività, la qualità  eccessivamente mediocre dei suoi prodotti (al punto che essi erano praticamente inutilizzabili) divenivano sempre più evidenti» [54] (pp.64-65). La propaganda ideologica del Partito-Regime intesa ad esaltare «la politica al posto del comando», il «lavoro socialista» e i «premi di incoraggiamento ideologico» [sic!] evidentemente non riuscì a far breccia nella massa dei contadini, i quali in tutti i modi possibili iniziarono a  rifiutare il super-sfruttamento. Anche la classe operaia delle città iniziò a dimostrarsi sempre più insofferente nei confronti di una situazione che vedeva il rapido deteriorarsi delle sue condizioni di vita e di lavoro.

5. Nel dicembre del ’58 Mao si vide costretto a fare un passo indietro, e lasciò il suo posto di Capo di Stato a Liu Shao-ci, decisione che sarà ratificata e ufficializzata nel marzo del 1959. Liu Shao-ci era un classico uomo d’apparato tutt’altro che ostile a Mao, cosa che lascia intendere quanto l’intero Partito temesse una troppo brusca uscita di scena di quello che dal 1935 era stato l’indiscusso leader della rivoluzione nazionale, e che ancora godeva di un vasto consenso popolare, sebbene tale consenso stesse entrando in una fase declinante. L’ideologia maoista poteva ancora svolgere una preziosa funzione al servizio del controllo sociale, tanto più nel momento in cui la catastrofica situazione economico-sociale aveva di molto indebolito il regime. Mao poteva e doveva recitare la sua parte di leader carismatico e di padre della patria, ma la sua influenza politico-ideologica non doveva avere alcun peso nelle future scelte di politica economica. In ogni caso le fazioni più ostili a Mao lasciarono al maresciallo Peng Dehuai, una figura per certi versi leggendaria e popolare quasi quanto lo stesso Mao, il rischioso compito di assestare un duro colpo alla fama di infallibilità di quest’ultimo.

Nel luglio del 1959, nel corso di una “sessione plenaria” dell’VIII Comitato Centrale del PCC tenutosi a Lushan, Peng lasciò circolare una lettera indirizzata a Mao dal significato inequivocabile, sebbene redatta secondo tutti i crismi del galateo “comunista”: «Nel 1958, la trasformazione dei centri rurali in Comuni, fu un fatto che ha rivestito un grandioso significato. […] Il Grande balzo in avanti del 1958 ha risolto il problema della disoccupazione. In un paese sovrappopolato come il nostro e con un’economia tanto arretrata, la rapida soluzione di questo problema non è cosa di poco conto e costituisce, anzi, un risultato considerevole. […] Nel movimento di mobilitazione delle masse per la produzione dell’acciaio, la moltiplicazione dei piccoli altiforni improvvisati, ha provocato uno spreco di risorse (materie prime, investimenti e mano d’opera), cosa che costituisce, naturalmente, una perdita non insignificante. […] Quando si tratta di prendere delle decisioni in materia di costruzione economica, nel complesso siamo ancora ben lontani dal possedere quella sicurezza che invece abbiamo in campo politico (si tratti, ad esempio, di bombardare Quemoy o di sedare l’insurrezione tibetana). Per quanto concerne, invece, i fattori obiettivi, il nostro paese è in uno stato di miseria (c’è ancora una parte della popolazione che non si nutre a sufficienza) e di arretramento tali, da determinare nella popolazione una pressante esigenza di rinnovamento . […] Secondo il modo di vedere di certi compagni, basterebbe dare “la priorità al politico”, per disporre della panacea universale. Ma la “priorità al politico” non può sostituire le leggi economiche e soprattutto le misure pratiche di attuazione degli impegni economici; al principio “precedenza al politico”, bisogna abbinare delle misure realmente efficaci di natura economica» [55]. Mao reagì alle critiche dicendo che «se l’esercito popolare di liberazione dovesse schierarsi dalla parte di Peng Dehuai [definito «scaltro», «ambizioso» e «ipocrita»], altro non mi resterebbe che ridarmi alla macchia». Il messaggio non ammetteva interpretazioni dubbiose.

A dimostrazione di quanto fosse ancora lontana la resa dei conti finale con Mao, evidentemente sottovalutato da non pochi notabili del PCC, l’attacco di Peng rimase isolato e lui stesso fu costretto a un’umiliante lettera di “autocritica” indirizzata a Mao, la cui lettura è davvero preziosa per chi intendesse farsi un’attendibile idea del clima ideologico che regnava nel PCC dell’epoca e, più in generale, della concezione “comunista” di quel Partito di stampo stalinista/orwelliano: «Signor Presidente, l’ottava sessione plenaria dell’VIII Comitato Centrale e la riunione allargata della Commissione militare, hanno per esteso esposto e denunciato i miei crimini; e così facendo, hanno eliminato una piaga, fomite di discordie all’interno del Partito. […] La denuncia storica e sistematica delle mie colpe, operata dal Partito, era assolutamente necessaria. Solo in questo modo era possibile farmi prendere realmente coscienza del carattere incredibilmente letale dei miei crimini e neutralizzare la loro esecrabile influenza nel Partito. […] In passato, sotto la diabolica influenza delle mie concezioni borghesi, avevo sempre considerato come altrettanti attacchi personali, le denunce sincere che avete avuto la bontà di formulare contro di me. Ho offeso il Partito, ho offeso il popolo ed ho offeso persino voi stesso. D’ora in poi dovrò applicarmi con gran fervore onde portare a termine l’esame approfondito delle mie colpe, e studiare con zelo la teoria marxista, in modo da emendarmi sotto il profilo ideologico» [56]. La cosa mi appare, al contempo, agghiacciante e farsesca. L’Inquisizione cattolica e il culto della personalità di stampo stalinista impallidiscono dinanzi a questa ideologia portata al parossismo. Ma i vertici di questa “deriva orwelliana” verranno toccati durante la cosiddetta Rivoluzione Culturale Proletaria (giugno 1966), la quale non fu mai né rivoluzionaria, né culturale, né proletaria. Già nel 1962 Mao avviò il suo contrattacco che sarebbe culminato nel 1966, con l’avvio appunto della “Rivoluzione Cultura”, alla fine della quale il Paese si ritrovò nuovamente sull’orlo della catastrofe economica e sociale.

«L’andamento economico complessivo dei primi 30 anni della Repubblica popolare cinese è stato piuttosto deludente, e ciò è vero in particolare per il settore agricolo. Ad eccezione degli anni immediatamente successivi alla liberazione, e del periodo 1952-57, in cui si registrò un certo progresso, i due decenni di vera e propria collettivizzazione (1957-77) non comportarono alcun miglioramento sostanziale. In questo periodo, la produzione agricola pro capite fu quasi stagnante. Il reddito pro capite derivante dalle attività collettive nelle zone rurali passò dai 57 yuan del 1957 a solo 65 nel 1977. Anche la produttività del lavoro aumentò molto poco. La produttività per lavoratore aumentò solo dell’1% durante il periodo 1852-77, ed ebbe un andamento negativo durante gli anni 1957-77 (-0,5% secondo la Banca Mondiale). Inoltre, la superficie coltivata diminuì da 112 milioni di ettari nel 1957 a 100 milioni di ettari nel 1977» [57].

[1] S. Amin, China 2013, Antiper, 16 marzo 2020.
[2] K. Marx, lettera alla redazione di Otiecestvennye Zapiski del novembre 1877, in Marx-Engels, Lettere sul Capitale,  pp.155-158, Laterza, 1971.
[3] Vera Zasulič aveva scritto a Marx il 16 febbraio 1881: «Quale servizio Lei ci renderebbe, se ci dicesse la Sua opinione sul possibile destino della nostra comune rurale e sulla teoria secondo la quale tutti i paesi del mondo devono attraversare tutte le fasi della produzione capitalistica con necessità storica» (ivi, p. 164).
[4] Lettera di K. Marx a V. Zasulič dell’8 marzo 1881, in Marx-Engels, Lettere sul Capitale,  p. 165.
[5] K. Marx, F. Engels, Prefazione alla nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista, Opere, VI, p. 663, Editori Riuniti, 1973.
[6] C. Musto, L’ultimo Marx, 1881-1883, p. 68, Donzelli, 2016.
[7] M. Sawer, Marxism and the Question of the Asiatic of Production, ivi.
[8] Mao Tse-tung, La nuova democrazia, 1940, in Scritti scelti, III, p. 177, Editori Riuniti, 1955.
[9] Scriveva Zinoviev nel 1927, proprio a proposito della rivoluzione cinese e in aspra polemica con la linea politica sostenuta da Stalin e Bucharin sulla “questione cinese”: «Tutti i movimenti nazional-rivoluzionari sono movimenti borghesi, come tutte le rivoluzioni contadine sono rivoluzioni borghesi, ma non viceversa» (G. Zinoviev, Tesi sulla rivoluzione cinese, in AA. VV. Cina 1927, p. 75, Iskra, 1977).
[10] «Quando l’uomo si parte di qui e va verso iscirocco quindici miglia, l’uomo truova una città ch’ha nome Sigui (Singiu): ma non è troppo grande, ma è di grande mercatanzia e di grande navilio. E sono del Gran Cane. La moneta hanno di carta. E sappiate ch’ell’è sul maggiore fiume del mondo, ch’è chiamato Quian (Chian). […] Questo fiume e questa città hanno molte navi, che sono del Gran Cane; è di grande rendita per la mercatanzia che v’ha molta, che va su e giù e quivi si riposa. E per molte città, che sono lungo quel fiume, vi va più mercatanzia che per tutti gli altri fiumi de’ cristiani, e più cara mercatanzia; e fu nel loro mare, ch’io vidi una volta quindicimila navi che trasportavano mercatanzia» (M. Polo, Il Milione, p. 191, Astra Editrice, 1956).
[11] Il trattato di Nanchino (1842), spezzava il monopolio commerciale di Canton e apriva al commercio ben cinque porti: Shamian, Xiamen, Fuzhou, Ningbo e Shanghai con il libero accesso ai prodotti delle province meridionali con basse tariffe doganali. Il commercio dell’oppio vene liberalizzato e, cosa fondamentale, venne regolarizzata anche la situazione diplomatica, in quanto fu stabilito che gli inglesi potessero risiedere nelle aree dei porti aperti e prendervi in affitto le terre e costruirvi. Fu imposto, inoltre, un pagamento di ben 21 milioni di dollari e per i danni di guerra e per risarcire i commercianti che avevano subito le confische di Lin Zexu. Infine fu ceduta in perpetuo agli inglesi l’isola di Hong Kong. In virtù della clausola della “nazione più favorita” veniva estesa alla Gran Bretagna qualunque privilegio concesso ad altra potenza. Si capisce perché le guerre dell’oppio esacerbarono fino al parossismo (e alla xenofobia) l’umiliato nazionalismo cinese .
[12] M. Giura Longo, Contadini, mercati e riforme: la piccola produzione di merci in Cina, 1842-1996, p. 39, FrancoAngeli, 1998 ).
[13] «Per oltre due secoli e mezzo, prima della Restaurazione del 1868, il Giappone visse sotto un regime chiamato comunemente lo shogunato dei Tokugawa. Il regime si costituì formalmente nel 1603, dopo la battaglia di Sekigahara (1600), nella quale la famiglia dei Tokugawa guidò alla vittoria una coalizione di signori feudali. […] In breve, nel periodo dei Tokugawa la conservazione del modo di produzione feudale si combinò con il rapido sviluppo del controllo borghese sull’accumulazione del capitale» (J. Halliday, Storia del Giappone contemporaneo, dal 1850 a oggi, pp. 4-12, Einaudi, 1979 ).
[14] E. Collotti Pischel, Introduzione a, M. Giura Longo, Contadini, mercati e riforme…, p. 13.
[15] Già Engels parlava dello «Stato capitalista [come] l’ideale capitalista complessivo» (o collettivo): «Recentemente, da che Bismarck si è gettato alla statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale ogni monopolio, anche quello di Bismarck, dichiarò senz’altro socialista. […] Lo Stato moderno, quale che sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, lo Stato capitalista, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, pp. 237-238, Avanti Edizioni, 1925).
[16] «La proprietà fondiaria diventa, al pari del capitale, un assegno su lavoro non pagato, su lavoro gratuito, […] che mette in grado il suo proprietario di strappare al capitalista una parte del lavoro non pagato. Ciò spiega la moderna rendita» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 190, Einaudi, 1955). «Il prezzo della terra non è altro che la rendita capitalizzata e quindi anticipata» (K. Marx, Il Capitale, III, p. 920, Editori Riuniti, 1980).
[17] «È sempre nel rapporto diretto tra i proprietari delle condizioni di produzione e i produttori diretti che noi troviamo l’intimo arcano, il fondamento nascosto di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma politica del rapporto di sovranità e dipendenza, in breve della forma specifica dello Stato in quel momento» (Ivi, p. 903).
[18] K. Marx, Il Capitale, III, pp. 713-714, Editori Riuniti, 1980.
[19] K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 192.
[20] La volgare convinzione che il socialismo equivalga sostanzialmente alla proprietà statale dei mezzi di produzione e al controllo statale di ogni tipo di attività economica (e non solo economica), all’interno del movimento operaio si è fatta strada assai precocemente, e ciò è testimoniato dal fatto che Marx ed Engels si videro costretti a prendere apertamente le distanze dal cosiddetto «socialismo di Stato» (di lassalliana memoria), criticandolo aspramente in quanto espressione di una concezione borghese (e/o piccolo borghese) che niente a che fare aveva con l’emancipazione del proletariato. «Definire “socialismo” le intromissioni dello Stato nella libera concorrenza – ovvero dazi protettivi, corporazioni, monopolio del tabacco, statalizzazioni di rami dell’industria, commercio marittimo, regia manifattura di porcellane – è una mera falsificazione voluta dalla borghesia di Manchester. Noi non dobbiamo credere a tutto ciò, ma criticarlo. Se ci crediamo e intorno a essa costruiamo una teoria, quest’ultima crollerà insieme alle sue premesse […] quando si dimostrerà che questo presunto socialismo non è altro che, da un lato, una reazione feudale e, dall’altro, un pretesto per estorcere denaro, con il secondo fine di trasformare il maggior numero possibile di proletari in funzionari e stipendiati dallo Stato, così da organizzare, a fianco dell’esercito disciplinato di funzionari e di militari, un analogo esercito di operai. Il suffragio obbligatorio imposto dai superiori statali invece che dai sorveglianti di fabbrica… che bel socialismo!» (Lettera di F. Engels a E. Bernstein, 12 marzo 1881, in Marx-Engels, Lettere 1880-1883, p. 60, Lotta Comunista, 2008).  «Secondo Marx, ad accomunare tutte queste figure di pseudo-socialisti vi era l’intento di “lasciare il lavoro salariato, e quindi anche la produzione capitalistica, volendo far credere a se stessi e al mondo che, con la trasformazione della rendita fondiaria in imposta pagata allo Stato, scompariranno automaticamente tutte le ingiustizie della produzione capitalistica”» (lettera di Marx a F. A. Sorge del 20 giugno 1881, in M. Musto, L’ultimo Marx, pp. 38-39).
[21] Ivi, p. 303.
[22] Per Marx «La terra si trova ad essere, senza contributo dell’uomo, l’oggetto generale del lavoro umano. […] La terra stessa è un mezzo di lavoro, eppure presuppone a sua volta, prima di poter servire come mezzo di lavoro nell’agricoltura, tutta una serie di altri mezzi di lavoro e uno sviluppo della forza lavorativa relativamente già elevato». Per Marx la terra è, di volta in volta, oggetto di lavoro, mezzo di lavoro, materia prima (carbone, petrolio, gas, ecc.), e così via.
[23] Su questa importante questione si può consultare il breve ma assai interessante saggio di Ludovico Silva Lo stile letterario di Marx (Bompiani, 1973).
[24] Introduzione a Opere di Mao Tse-tung, Vol. XIII, PDF, p. 2.
[25] La trasformazione capitalista della Cina rurale: prove del “cambiamento agricolo nella Cina contemporanea”, Chuang, 18 agosto 2015. Mi scuso per la traduzione “non impeccabile” dall’inglese. «Ai comunisti di oggi, tra i quali siamo inclusi, la pratica, la strategia e la teoria del PCC (così come altri all’interno di questa corrente comunista storica) sembrano nella migliore delle ipotesi aliene e, nella peggiore delle ipotesi, disgustose. Nonostante i duri limiti materiali del tempo, possiamo dire chiaramente che molte azioni del PCC sono semplicemente ingiustificabili. Altre sono arcane o incomprensibilmente troppo fiduciose. Ma questo tipo di giudizi di valore ha poca funzionalità analitica. Numerosi resoconti sono già stati scritti su quella realtà descrivendola in termini di “falsi” comunisti che tradiscono quelli “veri”, o semplicemente come il prodotto di leader zelanti e avidi. La storia che esaminiamo non è una storia morale. Per il nostro approccio materialista, le domande di tradimento o rettitudine hanno solo il minimo di rilevanza. Il progetto comunista cinese era un fenomeno collettivo, creato dallo sforzo e dal sostegno di milioni di persone. Tentiamo di scrivere una storia di questo progetto collettivo e della sua fine definitiva» (Chuang). Anch’io non ne faccio una questione di rettitudine morale o di coerenza ideologica, ma di dinamica sociale, di interessi materiali, di lotta di classe; solo che per il mio “approccio materialista”  il PCC, da Mao in poi, non ha avuto nulla a che fare con il comunismo. Salvo che per «corrente comunista storica» non si intenda lo stalinismo internazionale, del quale infatti il “comunismo” maoista fu la traduzione cinese.
[26] Per Marx si può parlare di capitalismo nell’accezione moderna del concetto solo con l’uso metodico e sempre più diffuso della scienza e della tecnologia – una distinzione peraltro molto relativa e anzi sempre più evanescente – nel processo allargato della produzione. È questa rivoluzione tecnoscientifica che, sempre secondo Marx, segna il passaggio dalla «sottomissione formale del lavoro al capitale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore assoluto) a quella «reale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore relativo): «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976).
[27] Chuang, http://chuangcn.org/2015/08/jac-review
[28] Mao Tse-tung, Discorso alla conferenza suprema dì Stato, 25 gennaio 1956, da Il libro delle guardie rosse, p. 5, PDF.
[29] K. Marx, Il Capitale, III, pp. 303-313, Editori Riuniti, 1980.
[30] La privatizzazione delle terre in Cina, China Left Review, 2008.
[31] M. G. Longo, Contadini, mercati e riforme: la piccola produzione di merci in Cina, p. 120.
[32] Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, 14 luglio 1920, Opere, XXXI, p. 164, Editori Riuniti, 1967. Come fece notare con ironia Zinoviev nel 1927, l’Internazionale Comunista tendeva a presentare al movimento operaio internazionale il Kuomintang come la Comune cinese, degna erede della Comune di Parigi. «L’organo dei comunisti tedeschi, la “Rote Fahne”, il 17 marzo 1927 ha pubblicato una foto di Chiang Kai-shek presentandolo come il capo degli operai rivoluzionari in Cina, senza spiegare agli operai tedeschi chi sia veramente Chiang Kai-shek» (G. Zinoviev, Tesi sulla rivoluzione cinese, p. 112).
[33] «In Unione Sovietica coloro che un tempo avevano portato alle stelle Stalin, ora di colpo lo hanno cacciato nell’inferno. Da noi c’è gente che segue le loro orme. Il Comitato centrale del nostro partito sostiene che gli errori di Stalin ammontino solo al 30 per cento del totale e i suoi meriti al 70 per cento e che tutto sommato Stalin resta un grande marxista» (Mao Tse-tung, Sui dieci grandi rapporti, 25 aprile 1956, Opere, XIII, p. 154). Chi sono io per mettere in discussione le percentuali date a suo tempo dal Comitato centrale del PCC?
[34] Se uno legge senza alcun pregiudizio politico-ideologico gli scritti di Mao, si rende conto che la sua “dialettica” non supera il livello della logica più elementare, del tipo: dal male può nascere il bene, la sconfitta di oggi può porre le basi per una vittoria futura, «ciò che è grande è destinato a essere rovesciato da ciò che è piccolo, ciò che è piccolo diventerà grande», e altre simili perle “dialettiche”; ed è davvero incredibile come non pochi intellettuali occidentali avvezzi alla profondità del pensiero dialettico di un Hegel, tanto per fare un esempio, per tacere di quello materialistico-dialettico di un Marx, si siano invaghiti degli scritti del Grande Timoniere.
[35] Sun Yat-sen, Testamento, marzo 1925, in E. Collotti Pischel, Le origini ideologiche della rivoluzione cinese,  p. 117, Einaudi, 1979.
[36] Mao Tse-tung, In memoria del Dottor Sun Yat-sen, 12 novembre 1956, Opere, Vol. XIII, p. 214.
[37] Il partito rivoluzionario nazionale-borghese fondato da Sun Yat-sen (1866-1925). Il Kuomintang nasce formalmente nel 1912 ma diventa attivo come effettivo Partito/Fronte rivoluzionario a partire dal suo Primo Congresso nazionale del 1923. Nel 1923, su consiglio di Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek arrivò a Mosca, per studiare l’arte militare occidentale e le istituzioni politiche del Paese. Al suo ritorno dall’URSS, Sun e Chiang riorganizzarono il Kuomintang. Nel 1925, alla morte di Sun, Chiang fu il leader del Kuomintang e capo dell’esercito.
[38] Per Trotsky, Zinoviev, Vujovič e per gli altri oppositori della linea stalinista si trattava in primo luogo di salvaguardare appunto l’autonomia politica, organizzativa e psicologica del proletariato cinese, ma anche di radicalizzare la rivoluzione nazionale-borghese in alleanza con i contadini poveri per strappare quanti più diritti e quanta più agibilità politica fosse possibile, in modo da arrivare alla Repubblica borghese in una posizione di autonomia e di forza. Questa politica avrebbe saggiato la vocazione autenticamente di classe del partito comunista, il quale quando agisce in un Paese capitalisticamente arretrato deve assumere la strategia della “doppia rivoluzione” come una seconda pelle, una seconda natura, come un “istinto naturale”, e ciò a prescindere dalla sua reale praticabilità nella contingenza. D’altra parte, quel soggetto non deve escludere in linea di principio che si possano creare situazioni idonee al perseguimento di quella strategia, e deve agire di conseguenza, senza naturalmente scivolare nel volontarismo e nelle forzature irrealistiche di stampo ideologico, e sempre con gli occhi spalancati sul movimento operaio internazionale di cui è parte.
[39] La tregua conclusa fra le due parti nel gennaio del 1946 già nell’aprile dello stesso anno venne rotta, e nel 1948 l’esercito contadino rivoluzionario guidato da Mao conquistò la Manciuria e tutta la Cina settentrionale. Il 15 gennaio 1949 le forze rivoluzionarie occuparono Pechino, il 20 aprile attraversarono lo Yang Tse e occuparono Nanchino, shanghai e, il 12 ottobre, Canton.
[40] C. Reeve, La Tigre di carta, p. 51, La Fiaccola, 1974.
[41] C. Reeve, La Tigre di carta, pp. 52-53.
[42] «La teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin ha un valore universale. Non va considerata come un dogma, ma come una guida per l’azione. Non bisogna accontentarsi di imparare la terminologia e la fraseologia marxista-leninista, ma studiare il marxismo-leninismo in quanto scienza della rivoluzione» (Mao Tse-tung, Il ruolo del Partito Comunista cinese nella guerra nazionale ottobre 1938,  da Il libro delle guardie rosse, p. 55). Della rivoluzione nazionale-borghese, mi permetto di aggiungere; una pratica rivoluzionaria propagandata con una terminologia e fraseologia prese in prestito dallo stalinismo – o “marxismo-leninismo” che dir si voglia. Com’è noto, alla quaterna «Marx, Engels, Lenin e Stalin» si aggiunse proprio il nome del Caro Leader cinese, del Grande e Celeste Timoniere. Ancora Mao: «Vorrei dire qualcosa sul ventesimo Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Secondo me ci sono due spade: una è Lenin, l’altra è Stalin. Adesso i russi hanno gettato via quella spada che è Stalin. I partiti comunisti di diversi paesi europei criticano anche loro l’Unione Sovietica e il cosiddetto stalinismo. Il loro leader è Togliatti. […] Noi non abbiamo fatto come certuni che hanno cercato di screditare e distruggere Stalin, abbiamo agito in base alla situazione reale» (Discorso alla Seconda sessione plenaria del CC del PCC, 15 novembre 1956, Opere di Mao Tse-tung, Vol. XIII, p. 217).  Mao ebbe indubbiamente ragione a prendersela con Togliatti, un tempo giustamente definito il Migliore degli stalinisti, il quale da perfetto opportunista con caratteristiche italiane passò subito sul carro del nuovo padrone dell’Unione Sovietica. Tuttavia anche lui agì «in base alla situazione reale».
[43] «Dobbiamo impedire ad un revisionismo alla Kruscev di manifestarsi in Cina. […] Insomma, la questione è d’importanza estrema, è una questione di vita o di morte per il nostro Partito e per il nostro Stato. E interessa la causa rivoluzionaria del proletariato per un periodo di cento, mille o diecimila anni [nientedimeno!]. I cambiamenti avvenuti nell’Unione Sovietica hanno indotto i profeti imperialisti a riporre le loro speranze di “evoluzione pacifica” nella terza o quarta generazione del Partito cinese. Dobbiamo far risultare menzognera questa profezia imperialista. Le nostre organizzazioni, ovunque, dai gradi superiori a quelli inferiori, debbono dedicare un’ininterrotta attenzione all’educazione e alla formazione dei continuatori della causa rivoluzionaria. Quali sono le condizioni richieste per essere degni continuatori della causa rivoluzionaria del proletariato? Debbono essere autentici marxisti-leninisti e non, come Kruscev, revisionisti che si fanno belli con le penne del marxismo-leninismo. Debbono essere rivoluzionari che si dedicano corpo ed anima al servizio della schiacciante maggioranza della popolazione della Cina e del mondo, e non agire come Kruscev che serve gli interessi di un pugno di persone, il ceto borghese privilegiato del suo paese, oltreché gli interessi degli imperialisti e dei reazionari del mondo intero» (Mao Tse-tung, Lo pseudo-comunismo di Kruscev e le lezioni storiche che esso impartisce al mondo (14 luglio1964), Il Libro delle guardie rosse, p. 51). Tutta fuffa ideologica, peraltro molto apprezzata dagli intellettuali occidentali delusi da Mosca, intesa a sostenere la battaglia maoista contro gli interessi russi e contro la forte fazione filosovietica interna al PCC.
[44] «Per quanto riguarda il problema dell’agricoltura, l’esperienza di alcuni paesi socialisti dimostra che, dopo la collettivizzazione dell’agricoltura, se non si procede in modo giusto non si riesce lo stesso ad aumentare la produzione; lo stesso succede dopo la meccanizzazione. Il motivo fondamentale per cui alcuni paesi non riescono ad aumentare la produzione agricola sta nei difetti della politica adottata dallo Stato verso i contadini: la politica fiscale assegna oneri troppo pesanti ai contadini; per quanto riguarda i prezzi, i prodotti agricoli sono troppo a buon mercato e quelli industriali troppo cari. Per sviluppare l’industria, e specialmente l’industria pesante, dobbiamo attribuire un posto adeguato all’agricoltura e adottare una giusta politica per l’imposta agraria e per i prezzi dei prodotti industriali» (Mao Tse-tung, Sui dieci grandi rapporti, 25 aprile 1956, Opere, XIII, p. 157).
[45] «Un secondo aspetto che caratterizzò l’indirizzo del “Grande balzo”, è costituito dal suo rifiuto del mondo esterno, della modernità; la sua aspirazione a reintrodurre i costumi della vecchia provincia cinese autarchica, quella terra antica di cui lo stesso Mao era un puro prodotto. […] È in questo universo, antico e chiuso, che Mao si sente completamente a suo agio; è lì che si è svolta tutta la parte più brillante della sua carriera; lì non conosce rivali, l’intuizione soggettiva del suo genio coincidendo naturalmente con l’oggettività del reale. Ma questo stesso radicamento psicologico nel provincialismo della vecchia Cina, se aveva costituito il suo punto di forza prima del 1949, doveva rivelarsi il suo handicap dopo quella data. Tutto ciò è stato messo in luce dalla crisi dei “Cento fiori” [1956]» (S. Leys, Gli abiti nuovi del presidente Mao, p. 22, Ed. Antistato, 1977).
[46] E. Collotti Pischel, Introduzione a M. G. Longo, Contadini, mercati e riforme: la piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), p. 20.
[47] F. Lemoine, L’economia cinese”, Il Mulino, 2005.
[48] «Una delle parole d’ordine durante il Grande Balzo in Avanti fu quello di dare priorità alla quantità a scapito della qualità» (M. Giura Longo, Contadini, mercati e riforme…, p. 112).
[49] Ivi, pp. 126-130.
[50] Ivi, pp. 113-119.
[51] Red Dust, Chuang.
[52] M. Giura Longo, Contadini, mercati e riforme…, p. 40.
[53] Ivi, pp. 135-136.
[54] C. Reeve, La Tigre di carta, pp. 64-65.
[55] Lettera aperta di Peng Dehuai a Mao Tse-tung, in S. Leys, Gli abiti nuovi del Presidente Mao, pp. 289-292.
[56] Ivi, p. 294.
[57] M. Giura Longo, Contadini, mercati e riforme…, p. 126.

 

DA MAO ZEDONG A XI JINPING. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi

In un’intervista rilasciata ieri a Radio Radicale, il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone ha dichiarato che «in Cina il regime ha realizzato un capitalismo comunista, che sembra un ossimoro ma che invece è una realtà». Con rispetto parlando, più che l’ossimoro qui scomoderei piuttosto il concetto fantozziano di cagata pazzesca.

Ovviamente il fratello italiota ha tutto l’interesse ad associare il “comunismo”, che per il destro personaggio è un inarrivabile concetto (e la cosa vale, mutatis mutandis, anche per quei sinistri che sostengono le “buone ragioni” della Cina capitalista e imperialista del XXI secolo), con quanto di più ostile possa esserci per l’umanità, in generale, e per le classi subalterne, in particolare: il capitalismo, appunto.

«Martedì a Pechino, la capitale della Cina, si terrà la più grande parata militare mai organizzata nel paese. In piazza Tienanmen, il luogo dove nel 1989 ci furono enormi proteste studentesche represse duramente dall’esercito, ci saranno 15mila soldati, più di 500 mezzi militari e armamenti, e 160 aerei che sorvoleranno la manifestazione. Saranno presenti i più importanti politici cinesi, tra cui il presidente Xi Jinping, per celebrare i 70 anni di governo comunista: l’1 ottobre 1949, infatti, il rivoluzionario Mao Zedong annunciò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, mettendo fine a una lunga guerra civile combattuta negli anni precedenti tra comunisti e nazionalisti» (Il post). Si annuncia insomma una celebrazione degna del ruolo e delle aspirazioni della potenza cinese. «Il modello di governo autoritario della Cina potrebbe imporsi come alternativa alla democrazia liberale occidentale, a patto che riesca a tenere sotto controllo le tensioni sociali e a mantenere la stabilità economica» (Francis Fukuyama). Ed è puntando i riflettori su queste due scottanti “problematiche” che anche oggi Xi Jinping ha sostenuto l’imperativo categorico di una forte e coesa leadership politica che sappia condurre con armonia e coesione il Paese nel «Risorgimento della Nazione», «con il ritorno della Cina a rango di superpotenza. Tale processo per Xi non può prescindere dall’unificazione tra la Cina continentale e Taiwan. Ammesso che nel frattempo Pechino riesca a gestire il rallentamento economico (il pil dovrebbe crescere non più del 6% quest’anno), il duello con gli Usa e a preservare la stabilità delle altre aree storicamente più instabili: Xinjiang, Tibet e Hong Kong» (Limes). Personalmente mi auguro per la Cina, come per ogni altro Paese di questo capitalistico mondo (a iniziare dall’Italia), la più grande instabilità sociale possibile. Che i tempi siano interessanti!

A proposito di Fukuyama! Contrariamente alle sue “bizzarre” previsioni la storia non è finita nel fatidico 1989, quando il Muro di Berlino rovinò sulla testa di non pochi “comunisti” europei, ma ha continuato a dipanarsi sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici, oggi dominanti in ogni angolo del mondo.

«Tra i meriti di Deng Xiaoping, politico scaltro, pragmatico e deciso, come dimostrato in occasione delle manifestazioni del 1989, c’è sicuramente quello di aver stipulato con la Gran Bretagna, durante gli anni ’80, il passaggio di Hong Kong alla Cina, attraverso l’invenzione della teoria «un paese due sistemi» (Il Manifesto). Non c’è dubbio, Deng Xiaoping fu un «politico scaltro, pragmatico e deciso»; ma non suona un tantino riduttivo, per non dire altro, l’accenno che il “Quotidiano Comunista” fa «delle manifestazioni del 1989», le quali, com’è noto, furono duramente represse e infine soffocate nel sangue dal Partito-Regime guidato allora proprio da  Deng Xiaoping? A pensar male si fa peccato, ma…

Scrive Angelo Bertozzi, «tra i maggiori esperti italiani della Cina e della Nuova Via della Seta»: «Credo che ci siano pochi dubbi a proposito: Xi Jinping e il suo governo possono mostrare all’opinione pubblica mondiale la realizzazione concreta del messaggio lanciato da Mao nell’ottobre del 1949: “la Cina si è levata in piedi”». Concordo. Mi permetto di aggiungere un solo dettaglio, per pura pignoleria storico-sociale: trattasi di un successo interamente conseguito sul terreno del Capitalismo e dell’Imperialismo.

Ho raccolto in questo PDF una parte dei miei post scritti sulla Cina. Rinvio poi i lettori a Tutto sotto il cielodel Capitalismo, uno studio sulla Cina di qualche anno fa.

LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

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Ho scritto la Lettera ad Alain Badiou su Mao e sulla Rivoluzione Culturale mesi fa; per una serie di circostanze non ho trovato il tempo, il modo e la voglia di pubblicarla. Me ne ero quasi dimenticato quando ieri mi sono imbattuto nella Risposta ad Alain Badiou scritta da Slavoj Žižek. Così oggi mi decido a postare la mia Lettera al filosofo francese, senza mutarne una virgola. Il lettore non si lasci ingannare dal titolo: si tratta di un format retorico strumentale all’esigenza di esporre nel modo più diretto e sintetico possibile la mia posizione su alcuni importanti eventi storici, la cui spinta propulsiva ideale come si vede è lungi dall’essersi esaurita. Insomma, da parte di chi scrive non si culla alcuna pretesa di poter interloquire da “pari a pari” con un intellettuale di fama e di prestigio internazionali. Premetto alla Lettera alcune considerazioni sulla Risposta di Žižek che in larga parte riprendono i temi esposti nella prima. Mi scuso quindi con il lettore per le ripetizioni.

1. Sulla Risposta di Žižek alla Lettera di Badiou. Scrive Žižek a Badiou alludendo agli esiti disastrosi dello stalinismo e del maoismo: «La nostra tesi dev’essere che solo la sinistra radicale è in grado di tracciare tutti i contorni di queste catastrofi». Chi scrive ha mosso politicamente i suoi primi passi sul terreno arato e fertilizzato dai vinti, ossia da quei comunisti che già negli anni Venti del secolo scorso incominciarono a denunciare la battuta d’arresto, ancora vivo Lenin, e poi l’involuzione fino alla piena e totale sconfitta del Grande Azzardo chiamato Rivoluzione d’Ottobre. Parlo di Bordiga, di Gorter, di Pannekoek, di Korsch, di Trotsky e di pochissimi altri ancora. Le loro lezioni della controrivoluzione, non sempre concordi tra loro su tutti gli aspetti della questione e naturalmente in una mia personale ricezione, hanno costituito il mio punto di partenza, la prospettiva dalla quale non solo ho iniziato a interpretare la storia del movimento operaio internazionale del passato e del presente, ma ho anche approcciato gli scritti marxiani. Un conto è leggere Marx dalla prospettiva stalinista (e maoista), un conto abissalmente diverso è leggerlo dal punto di vista antistalinista – ad esempio avendo appreso la differenza che passa tra Capitalismo di Stato (una volta Lenin parlò, a proposito dei Paesi capitalisticamente arretrati, di «Stato borghese senza borghesia») e Socialismo. Questo semplicemente per dire due cose: 1) anch’io ho, come si dice, un passato politico-ideologico che pesa sulle mie spalle come un macigno; 2) personalmente non ho mai avuto nulla a che fare, se non sul terreno della polemica e della critica, con la «sinistra radicale» di cui parla Žižek. Precisato questo, andiamo al merito.

«Sul piano della realtà sociale», scrive Žižek, «di certo c’è una parte di verità nel dire che la Rivoluzione Culturale fu scatenata da Mao con lo scopo di ristabilire il proprio pieno potere (seriamente intaccato all’inizio degli anni sessanta, quando, dopo il fallimento spettacolare del Grande Balzo in avanti, la maggioranza della nomenklatura in seno al Partito organizzò un putsch silenzioso contro di lui). È vero che la Rivoluzione Culturale generò sofferenze incommensurabili, che scavò profonde piaghe nel tessuto sociale e che la sua storia è anche quella di una folla che scandisce grandi slogan, in preda al fanatismo. Ma non si riduce a questo». La mia tesi è, invece, che essenzialmente la Rivoluzione Culturale «si riduce» a una lotta per il potere tra fazioni interne al Partito-Regime riconducibili a interessi diversi ma tutti interni alla prospettiva dello sviluppo capitalistico in Cina (ruolo dello Stato nella sfera economica, peso della grande industria e della campagna nel “decollo” del capitalismo cinese, politica salariale, politica assistenziale, apertura o chiusura nei confronti del mercato mondiale, ecc.) e alla sua proiezione nello scacchiere internazionale come moderna Potenza globale – la prima bomba atomica cinese data 1962.

Come in ogni periodo di grande scompiglio politico-sociale creato dalle lotte interne alla classe dominante, anche nel corso della cosiddetta Rivoluzione Culturale cinese almeno una parte delle classi subalterne approfittò del marasma politico per conquistare alcune posizioni in termini di rivendicazioni economiche e politiche, ma questo si realizzò contro le intenzioni di Mao e contro la massa fanatizzata dei giovani maoisti, i quali raccomandavano agli operai e ai contadini di non cadere nella “trappola borghese” del «rivendicazionismo economicista». «A Shangai il ruolo primario delle guardie rosse è stato quello di lottare per far ritornare al lavoro gli operai. La lotta degli operai mirava più a conservare le condizioni di lavoro già esistenti che non a ottenerne di migliori; miravano solo a contrastare gli intenti dei maoisti che volevano ridurre i salari e aumentare le ore lavorative» (1). La Rivoluzione Culturale ebbe un carattere fortemente antioperaio (mistificato appunto come contrasto al «Vento nefasto dell’economicismo controrivoluzionario»): su questo aspetto di quella cosiddetta Rivoluzione non si insisterà mai abbastanza. Scriveva Evelyn Anderson nel 1968: «Contrariamente alla volontà degli organizzatori della Rivoluzione Culturale, la rivolta dei lavoratori non ha per obiettivo il “revisionismo contro-rivoluzionario” né altre eresie antimaoiste, bensì quello di cambiare le dure condizioni di esistenza e di lavoro. Secondo le circostanze e gli obiettivi del giorno, le manifestazioni operaie hanno molteplici aspetti, ma dappertutto e in ogni momento possiedono un denominatore comune: avere per obiettivo immediato – e nella maggior parte esclusivo – il  soddisfacimento di rivendicazioni di ordine sociale ed economico. […] Certo, le loro rivendicazioni risentono inevitabilmente della fraseologia maoista [quella che tanto affascinava i devoti occidentali], ma si tratta di esigenze materiali avanzate in tono sempre più imperioso, ed al limite anche minaccioso: riduzione immediata degli orari, aumento della paga base, dei premi e delle prestazioni sociali, costruzione di alloggi; infine abolizione delle condizioni di impiego “penose” riservate a diverse categorie, in particolare alla moltitudine di lavoratori saltuari e a contratto limitato. […] La “Rivoluzione di Gennaio” [1967] di cui Shangai è teatro, segna il primo tentativo delle forze filo-maoiste di metter fine ai movimenti sindacalisti “borghesi” e alla  “mentalità corporativa” che li ispira. Questo è senza alcun dubbio, agli occhi dello stesso Mao, il significato più importante degli avvenimenti di Shangai, che vedono la sua Rivoluzione Culturale seriamente minacciata dal naufragio sugli scogli imprevisti dell’”economicismo”» (2).  La proclamazione, il 5 febbraio 1967, della Comune popolare di Shangai rappresentò il tentativo dei partigiani maoisti di riprendere il controllo della situazione sfuggita dalle mani di tutte le fazioni in lotta, scavalcate da agitazioni “economiciste” non previste, ovviamente non desiderate e strumentalizzabili fino a un certo punto. Lo scontro in seno al Partito-Regime, il disastro economico e il caos politico-istituzionale a Shangai e in altre città cinesi per i maoisti occidentali presero davvero  l’avvincente aspetto di una Grande Rivoluzione Culturale: «Fare come in Cina!» divenne il loro slogan preferito. Peccato che in Cina il compagno Mao si schierasse sempre e puntualmente contro gli «operai conservatori» in lotta per migliori condizioni di vita e di lavoro e per l’ottenimento di un sindacato autonomo dal regime; peccato che egli lanciasse contro le fabbriche in sciopero studenti fanatizzati armati di libretti rossi e militari armati di fucili rigorosamente “popolari”. Se qualcosa del caos cinese le avanguardie basate a Occidente avrebbero fatto bene a valorizzare agli occhi del proletariato occidentale, ebbene questo qualcosa va individuato nel movimento rivendicativo “economicista” degli operai e dei contadini che si sviluppò contro tutte le fazioni interne al Partito-Regime, a cominciare da quella che faceva capo al Grande Timoniere.

La rottura che si consumò fra Mosca e Pechino negli anni Sessanta si spiega benissimo con i forti contrasti economici e politici che esplosero già alla fine degli anni Cinquanta fra Russia e Cina, ma i maoisti nostrani vi vollero vedere una decisa sterzata a sinistra della Cina, impegnata, a loro dire, a costruire «il socialismo» su basi originali rispetto a quelle su cui si era eretto l’edificio stalinista (3). Il “movimentismo populista” di Mao, che si dispiegava interamente sul terreno della conservazione sociale, si sposava a meraviglia con il radicalismo piccolo- borghese di molte “avanguardie” occidentali deluse dallo stalinismo internazionale. Eppure sarebbe bastato un piccolissimo sforzo concettuale per mettere nella giusta prospettiva e nella corretta relazione le teorie elaborate da Mao e dai suoi collaboratori più stretti («fronte unito» anti USA-URSS, «blocco delle quattro classi», «rivoluzione per tappe», «Triplice alleanza», ecc.) con gli interessi – maturati sul terreno interno come su quello internazionale – del Capitalismo di Stato cinese. E ciò avrebbe anche consentito alle “avanguardie” occidentali di mettere nella giusta luce le importanti lotte sociali che si sviluppavano nel Paese di Mezzo sotto l’incalzare di condizioni materiali sempre più dure (l’accumulazione capitalistica non è un pranzo di gala!), di campagne ideologiche strumentali alla lotta di potere che dilaniava il Partito-Regime e di un imminente pericolo di guerra che veniva soprattutto dalla Russia. Sarebbe bastato insomma un minimo salariale di “materialismo storico”. Ma allora in molti giovani militanti prevalse il bisogno imperioso di credere, più che di capire. Un antico proverbio cinese recita: «Uno che sa è meglio di mille che non sanno». Si tratta di capire in che senso «è meglio», ossia per che cosa, in vista di quale obiettivo, per soddisfare quale bisogno.

Scriveva Simon Leys nel lontanissimo 1971: «La “Rivoluzione culturale”, che di rivoluzionario non ebbe che il nome e di culturale che il pretesto tattico iniziale, fu una lotta per il potere, condotta al vertice da un gruppetto d’individui e dietro la cortina fumogena d’un fittizio movimento di massa. […] In Occidente, alcuni commentatori insistono a rifarsi alla versione ufficiale dei fatti, e pertanto prendono, come punto di partenza delle loro analisi, il concetto di “rivoluzione della cultura” o anche di “rivoluzione della civiltà”. Di fronte a un tema così esaltante, ogni tentativo di ridurre il fenomeno alla dimensione bassa e triviale d’una “lotta per il potere”, suona in modo offensivo e persino diffamatorio, alle orecchie dei maoisti europei. I maoisti di Cina sono meno suscettibili: la definizione di “Rivoluzione culturale” come lotta per impadronirsi del potere (quanli douzheng) non è stata coniata dagli avversari del regime, ma è la definizione ufficiale proposta da Pechino e costantemente ripresa negli editoriali del Renmin ribao, Jiefang jun bao e Hong qi, fin dai primi del 1967, da quando cioè il movimento si era sufficientemente rinforzato per poter abbandonare  definitivamente il paravento culturale, dietro al quale aveva mosso i suoi primi passi. Che Mao Tse-tung avesse effettivamente perduto il potere, sembrò cosa difficile da ammettere, da parte degli osservatori europei. Ma fu proprio per recuperarlo, ch’egli scatenò questa lotta. È incredibile che si renda ancora necessario (a distanza di quattro anni dalla “Rivoluzione culturale”!) dover ricordare cose tanto evidenti» (4).

Naturalmente Žižek non è così stupido da negare l’evidenza: «Mao stesso [mise] a tacere l’agitazione (una volta raggiunto il suo scopo, cioè la ripresa del potere e l’eliminazione dei membri avversari dall’alta nomenklatura)»; ma vuole a tutti i costi vedere in quella furibonda lotta di potere interborghese (che, detto en passant, causò la morte di centinaia di migliaia di persone) un eccesso rivoluzionario, un resto di utopia, per così dire. «Ci fu la “Comune di Shangai”: un milione di operai che, semplicemente prendendo sul serio gli slogan, esigettero l’abolizione dello Stato e del Partito stesso, nonché l’organizzazione diretta della società per mano della Comune. È significativo notare che in quel preciso momento Mao ordina all’esercito di intervenire per ristabilire l’ordine. Il paradosso risiede nel fatto che un leader, cercando di esercitare un potere personale totale, scatena un sollevamento popolare incontrollato: è la sovrapposizione di una dittatura estrema a un’estrema emancipazione delle masse». Se uno vuole vedere per forza «un’estrema emancipazione delle masse» (che peraltro si sarebbe concretizzata contro Mao!) dove purtroppo non si verificò alcun tipo di «emancipazione delle masse» (confuse, in parte sobillate strumentalmente dalle molte fazioni in lotta, disilluse dopo anni di false promesse, insofferenti nei confronti dell’indottrinamento “comunista” e di uno sfruttamento crescente) non sarò certo io a poterlo convincere del contrario. Non ne avrei nemmeno le capacità né le “competenze specifiche”. Posso però fare un’altra citazione: «Verso la fine del 1965, quando Mao decreta la Rivoluzione Culturale, è perché conta di isolare – e poi abbattere – con questo strumento i suoi nemici all’interno del Partito, dell’esercito e della gerarchia ufficiale. Egli incita la popolazione, ed in particolare la gioventù, a prendere l’iniziativa nel contesto di un grande movimento destinato, in ultima analisi, a detronizzare gli anti-maoisti. Così facendo, Mao non ignora affatto che una purga camuffata da “lotta di classe” comporta maggiori pericoli che una purga effettuata da una polizia segreta, strettamente vincolata ai suoi comandi; così per lui, la Rivoluzione Culturale si presenta – almeno all’inizio – come un rischio accuratamente calcolato. Tuttavia sembra poco probabile che Mao abbia potuto immaginare ciò che l’esperienza di Shangai ha dimostrato con l’incontestabile evidenza dei fatti: cioè che in una situazione come quella della Cina, la prolungata esortazione alla ribellione generalizzata non può non scatenare, prima o poi, forme inopportune di rivolte spontanee, orientate verso quegli obiettivi “economicisti” che Mao vuole cancellare dalla mente degli uomini. È altrettanto poco probabile che Mao abbia calcolato l’intera pericolosità degli odii  che tali lotte di massa lasciano vivi (una volta cessate), e che dividono e contrappongono in campi ferocemente opposti, non solo i quadri del Partito, ma l’insieme della popolazione, trascinando il paese sull’orlo della guerra civile» (5). Questa mi sembra una ricostruzione e una lettura più corrispondenti alla realtà dei fatti; fatti che, a mio avviso, non autorizzano in alcun modo una chiave di lettura “emancipativa”, sempre al netto della fraseologia e delle illusioni che le masse cinesi allora poterono usare e cullare attingendo dalle ideologie che, per così dire, passava il convento, ma anche pescando nel passato, nel ricco repertorio della secolare lotta di classe in Cina. Il fatto che Mao accettasse di correre il rischio di provocare indesiderati “effetti collaterali” la dice lunga sulla magnitudo della posta in gioco, sul grado di divisione del Partito-Regime e sulla crisi sistemica che attanagliava da anni la Cina.

La Risposta dell’intellettuale sloveno al filosofo francese mi conferma nella convinzione che si possono dire tante cose intelligenti e “dialettiche” (ad esempio sul rapporto Sade-Kant, piuttosto che sulla corretta interpretazione lacaniana di quel rapporto, oppure sul funzionamento della democrazia nei Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta, o sul rapporto tra spontaneità delle masse e organizzazione politica rivoluzionaria) per sostenere un’interpretazione storica (nella fattispecie: dello stalinismo, del maoismo, della Rivoluzione Culturale) che personalmente trovo in assoluto contrasto con un pensiero che aspira a un’autentica radicalità concettuale e politica. Sotto questo aspetto è significativo il modo in cui Žižek cerca di “destrutturare” il film La vita degli altri (2006), di Florian Henckel von Donnesmarck, «celebrato e premiato con l’Oscar per aver fornito una riflessione sulla maniera in cui il terrorismo della Stasi penetrava in ogni singolo poro delle vite private nell’ex-DDR. È davvero così?». Alla fine per lui il tutto si riduce al fatto che gli «orrori del comunismo» (sic!) possono essere compresi nel loro giusto significato, nella loro abissale verità, solo dai “comunisti”, mentre gli “anticomunisti” (al cui albo appartengo orgogliosamente da sempre) sono capaci solo di grattarne la superficie. Dinanzi a cotanta profondità “comunista” io mi tengo cara la mia indigenza filosofica e politica.

Quanto è importante afferrare alla radice la natura storico-sociale di un grande Evento, per usare indegnamente il suggestivo linguaggio di Žižek, nello sforzo di comprendere ciò che accade nel presente? È la domanda che volentieri giro al lettore.

(1) C. Reeve, La tigre di carta. Saggio sullo sviluppo capitalistico in Cina dal 1949 al 1972, p. 127, Ed. La Fiaccola, 1974.
(2) Citazione tratta da Le Contrat Social, numero di aprile-settembre 1968.
(3) Occorre anche dire che contro Kruscev, accusato di essere diventato il più grande «revisionista» che la storia del movimento operaio mondiale avesse mai conosciuto,  Mao riabilitò Stalin.
(4) S. Leys, Gli abiti nuovi del presidente Mao, pp. 18-19, Ed. Antistato, 1977.
(5) E. Anderson, Le Contrat Social.

cina-comunista2. Lettera ad Alain Badiou sulla natura nazionale-borghese dell’opera di Mao Tse-tung. Caro Badiou,

chi le scrive è un lettore di non pochi dei suoi numerosi saggi filosofici e politici, che a volte si è trovato a polemizzare sul modesto Blog (Il Nostromo) che gestisce tanto con la sua concezione “comunista” (noti le polemiche virgolette) quanto con quella elaborata dal suo amico e vecchio compagno di lotta politica e culturale Slavoj Žižek. Non desidero farle perdere tempo e perciò arrivo subito alle «procedure di verità», per citarla indegnamente.

Solo oggi, e quindi con imperdonabile ritardo, ho avuto il piacere di leggere la sua Lettera a Slavoj Žižek sull’opera di Mao Tse-Tung: uno scritto davvero interessante e a volte perfino spassoso, ad esempio là dove lei sembra rinfacciare a Žižek una sua certa predilezione per lo stalinismo che lo porterebbe, forse lui malgrado, a sottovalutare gravemente la portata del lascito maoista, ciò che della straordinaria lezione maoista rimane, a suo dire, ancora vitale e degno di essere testimoniato e, quando possibile, praticato. Ma forse si tratta di una mia personale interpretazione; forse traviso del tutto i termini della sua critica all’intellettuale sloveno. Poco importa, anche perché il punto che desidero discutere brevemente con lei è un altro.

Nella Lettera lei ricorda una celebre frase di Mao: «La gente si chiede dov’è da noi la borghesia. Io rispondo: è nel Partito comunista». Ebbene, anche a mio avviso il Grande Timoniere diceva il vero, ma, come vedrà, in un senso che certamente lei non può condividere, e che provo a sintetizzare come segue: il Partito Comunista Cinese con caratteristiche maoiste fu lo strumento 1) della rivoluzione nazionale-borghese in Cina e 2) del processo di accumulazione capitalistica in quel gigantesco Paese socialmente arretrato. Naturalmente queste due fondamentali funzioni storiche vanno considerate alla luce della collocazione geopolitica della Cina prima e dopo la proclamazione della Repubblica  Popolare (1949), e in relazione al rapporto del “comunismo” (rispuntano le virgolette!) cinese con l’Unione Sovietica di Stalin – e poi dei suoi eredi più o meno “revisionisti”. Per chiarirle il mio punto di vista sul “comunismo” di Mao è forse utile precisare la mia posizione sullo stalinismo, il quale, com’è noto, influenzò in modo decisivo, anche se non esclusivo, il maoismo (1).

Come cerco di argomentare in un mio studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare), lo stalinismo va considerato, al contempo e “dialetticamente”, per un verso come espressione/strumento della controrivoluzione, se visto dalla prospettiva della rivoluzione proletaria (internazionale, non solo russa); e, per altro verso, come espressione/strumento della rivoluzione se considerato dalla prospettiva dello sviluppo capitalistico nel grande spazio geosociale e geopolitico dell’”eterna” Grande Madre Russia – ribattezzata dai socialnazionalisti Patria Socialista. Per questo quando Žižek attribuisce, ad esempio ne Il soggetto scabroso (2) proprio allo stalinismo una forte radicalità rivoluzionaria non sbaglia affatto, salvo che per un “trascurabile” punto: quella radicalità venne messa interamente al servizio 1) dell’accumulazione capitalistica a tappe forzate della Russia di nuovo conio nominalistico (Repubblica Socialista), e 2) dell’ascesa della Russia come moderna potenza mondiale: due momenti di uno stesso processo storico-sociale. Per usare la categoria di Terrore tematizzato nel citato libro di Žižek, lo stalinismo fu l’espressione, al contempo e senza soluzione di continuità, di un Terrore controrivoluzionario (antiproletario, anticomunista) e di un Terrore rivoluzionario (in chiave di sviluppo capitalistico, di industrialismo, di modernizzazione).

A mio avviso l’incomprensione del processo sociale appena abbozzato (un processo rivoluzionario borghese che si dà, alle spalle dei suoi stessi protagonisti, come controrivoluzione proletaria; una negazione della prospettiva proletaria in Russia e nel mondo che si dà come affermazione di compiti borghesi mistificati in guisa di compiti “socialisti” e financo “comunisti”) costituisce probabilmente per le classi subalterne di tutto il mondo la tragedia più grande del Novecento; tale incomprensione ha reso possibile l’Evento che ha letteralmente devastato il movimento operaio internazionale a partire dalla fine degli anni Venti del secolo scorso, e le cui conseguenze si fanno ancora sentire. Naturalmente la datazione qui adottata ha un significato relativo, più che altro orientativo, perché come lei converrà il processo sociale non conosce puntuali soluzioni di continuità, cesure chirurgiche fra un “prima” e un “dopo”, e ciò vale tanto più quando approcciamo fenomeni complessi quale indubbiamente fu quello che rubrichiamo, più che altro per ragioni di sintesi, sotto il nome di un singolo individuo: Stalin, appunto.

Ecco, mutatis mutandis, che poi non è poco (a iniziare dal fatto che il maoismo si affermò in Cina come espressione politico-ideologica di una rivoluzione che non andò mai oltre i limiti di una rivoluzione borghese a base sociale contadina), l’esperienza che porta il nome di Mao va inquadrata nello schema concettuale appena considerato.  Più che «profetica», come scrive lei in riferimento alle “famigerate” riforme di Deng Xiaoping (3), la frase maoista sulla borghesia interna al PCC mi appare dunque non solo realistica ma soprattutto programmatica, appena la si consideri depurata del consueto involucro ideologico pseudo marxista e prescindendo da quale fosse l’intenzione cosciente del suo autore, il quale in ottima fede credeva di lavorare per il “comunismo”. Ma, occorre ancora precisarlo, per quella concezione di “comunismo” che prevalse nella Terza Internazionale con lo stalinismo, il quale, ad esempio, propugnava un “socialismo” che non si discostava di un solo millimetro dal Capitalismo di Stato («più la dittatura del proletariato», cioè del Partito-Regime), nonostante i teorici più in vista del bolscevismo post leniniano (a partire da Bucharin) ce la mettessero tutta per dimostrare, in primo luogo a se stessi, il contrario: di qui, ad esempio, le bizzarre tesi circa una fantomatica «accumulazione originaria del socialismo». Il «socialismo reale» impiantato da Mao in Cina a mio avviso si spiega inoltre, com’è ovvio e come ho già accennato sopra, con le condizioni sociali del Paese di Mezzo, con il suo lunghissimo retaggio storico (e qui lo studio delle antiche comunità contadine può dare un notevole contributo alla comprensione del fenomeno “maoismo”, almeno nella sua fase di lenta genesi), con i suoi rapporti con il Giappone e la Russia, in particolare, e con l’insieme della costellazione imperialistica mondiale, in generale.

Sul carattere nazionale-borghese della rivoluzione cinese e sull’autentico significato della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (altro che «forma finalmente trovata della dittatura del proletariato»! altro che «circolazione di idee, di parole d’ordine, di forme di organizzazione, di schemi teorici di cui noi, oggi, non abbiamo ancora esaurito la forza»!)  la rinvio ai miei appunti di studio Tutto sotto il cielo – del Capitalismo. Certo, sulla scorta di quanto ho già scritto lei potrebbe sempre obiettarmi che, alla maniera dei trotzkisti (sempre secondo la vulgata stalinista), sottovaluto l’importanza della classe contadina «in nome del feticismo operaista», una critica che farebbe sorridere i pochi che conoscono la mia posizione sul «feticismo operaista».

Qualche mese fa un lettere di un mio post sulla Cuba castrista mi scriveva: «Nazionalizzazione e riforma agraria non sono misure socialiste?». La mia risposta a quel lettore può forse chiarirle ulteriormente il mio punto di vista sullo stalinismo e sul maoismo, due aspetti della storia del “comunismo novecentesco” che, a quanto pare, intrigano molto entrambi, quantunque da prospettive politiche del tutto diverse (forse addirittura opposte). Mi scuso in anticipo per la non breve autocitazione.

In linea generale l’abolizione della rendita fondiaria e il superamento di tutti i rapporti agrari precapitalistici che impediscono, o solamente rallentano, l’accumulazione capitalistica rientrano classicamente nello schema della rivoluzione borghese. La riforma agraria può benissimo prendere la forma della la nazionalizzazione della terra senza esorbitare di un solo millimetro dalla dimensione capitalistica. Tutt’altro! Alla radicalità della riforma agraria corrisponde un’ascesa capitalistica più rapida e impetuosa, ed è esattamente quello che non è avvenuto ad esempio in Italia, in grazia alla nota alleanza fra capitale industriale del Nord e proprietà terriera del Sud, con le implicazioni sociali e politiche che conosciamo e il cui retaggio ancora in qualche modo avvertiamo.

Com’è noto Lenin manifestò un grande interesse e una grande simpatia per il populismo cinese e per l’insieme del movimento democratico cinese in generale, il quale ebbe come suo leader riconosciuto Sun Yat-sen. Questo però non gli impedì di criticarne l’ideologia impregnata di socialismo piccolo-borghese, di fare luce sui «sogni socialisti», sulla «speranza di risparmiare alla Cina la via del capitalismo, di prevenire il capitalismo». L’analogia con il populismo russo è evidente. Commentando il Programma rivoluzionario-borghese di Sun Yat-sen Lenin tenne particolarmente a precisare, e non certo per un prurito dottrinario, che la riforma agraria sostenuta in quel Programma era certamente storicamente rivoluzionaria, ma non perché debordasse dai compiti borghesi quanto, al contrario, perché essa rispondeva nel modo più radicale alla necessità storicamente data in Cina di distruggere i rapporti sociali feudali. «Questa è la sostanza del “populismo” di Sun Yat-sen, del suo programma progressivo, combattivo, rivoluzionario, che propugna riforme agrarie democratiche borghesi, e della sua teoria cosiddetta socialista. Questa teoria, dal punto di vista della dottrina, è la teoria di un “socialista”-reazionario piccolo-borghese. […] E Sun Yat-sen, con una semplicità inimitabile, vorrei dire verginale, distrugge egli stesso completamente la propria teoria populista reazionaria, riconoscendo ciò che la vita costringe a riconoscere, e precisamente: “La Cina è alla vigilia di un gigantesco sviluppo industriale” (cioè capitalistico); in Cina “il commercio” (cioè il capitalismo) “raggiungerà proporzioni enormi”, “fra cinquant’anni vi saranno da noi molte Sciangai” e cioè molti centri con milioni di abitanti, di ricchezza capitalistica e di indigenza e miseria proletaria» (Lenin, Democrazia e populismo in Cina, 1912, Opere, XVIII, pp. 155-156). Quando il rivoluzionario radicale borghese si mette in testa di poter percorrere una via originale al socialismo (o, più correttamente, a ciò che egli pensa sia il “socialismo”), ecco che egli appare, agli occhi Lenin, un reazionario piccolo-borghese da combattere sul piano politico-dottrinario perché le sue idee possono far breccia anche nel proletariato e sicuramente fra i contadini poveri. «E questo è il bello: la dialettica dei rapporti sociali della Cina consiste appunto nel fatto che i democratici cinesi, simpatizzando sinceramente col socialismo in Europa, lo hanno trasformato in una teoria reazionaria, e sulla base di questa teoria reazionaria che vuole “prevenire” il capitalismo, attuano un programma agrario puramente capitalistico, capitalistico al massimo grado». Adesso viene la parte che tocca il problema della nazionalizzazione: «In sostanza, a che cosa conduce la “rivoluzione economica” di cui parla Sun Yat-sen? Al passaggio della rendita fondiaria allo Stato, cioè alla nazionalizzazione della terra. […] Fare in modo che l’”aumento del valore” della terra sia “proprietà del popolo” significa trasmettere la rendita, cioè la proprietà della terra, allo Stato, o in altre parole: nazionalizzare la terra». È possibile una simile riforma nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile, ma rappresenta di per sé il capitalismo più puro, conseguente al massimo grado, idealmente perfetto. Marx lo rilevò nella Miseria della filosofia, lo dimostrò particolareggiatamente nel III volume del Capitale e sviluppò questa tesi in modo particolarmente chiaro nella polemica con Rodbertus nelle Teorie del plusvalore». E poi Lenin continua illustrando la natura altamente capitalistica della nazionalizzazione della terra.

Ebbene, mutatis mutandis, credo che la posizione di Lenin sul socialismo reazionario possa aiutarci a fare luce sullo stalinismo, sul maoismo, sul castrismo e su tutti i movimenti borghesi che si sono autoproclamati socialisti o, addirittura, comunisti, senza peraltro tralasciare di esaltare la propria caratteristica nazionale: ancora oggi si parla del «socialismo con caratteristiche cinesi»!

Fine della citazione. Anche per quanto riguarda il rapporto tra l’Unione Sovietica e la Cina maoista mi permetto di esporle il mio punto di vista. Dal febbraio 1950 in poi la Cina fu costretta a rivolgersi al “Paese fratello” per ottenere il capitale fisso e le conoscenze tecniche e scientifiche di cui difettava e che le erano assolutamente necessarie per avviare il processo capitalistico di trasformazione della campagna e delle città – «accumulazione capitalistica originaria», per usare la terminologia marxiana, «accumulazione socialista originaria» secondo la già ricordata ideologia stalinista poi ripresa dai “comunisti” cinesi. Ciò appariva tanto più necessario alla luce del lungo ciclo della guerra civile/nazionale che aveva sconvolto il già debole e arretrato tessuto sociale cinese. Al PCC apparve meno rischioso, dal punto di vista della strategia politico-economica di lungo respiro, rivolgersi all’Unione Sovietica piuttosto che agli Stati Uniti, ossia all’Imperialismo egemone nell’area del Sud-Est asiatico dopo la capitolazione del Giappone. Un numero davvero considerevole di industrie vennero impiantate direttamente dai russi, che insieme al capitale fisso portarono una forza-lavoro qualificata. Nei dieci anni seguenti al 1950 oltre 10 mila tecnici russi avranno di fatto la direzione dell’industria pesante cinese.

Col tempo la natura imperialistica dell’«aiuto fraterno» russo si andrà precisando, fino a provocare la rottura fra i due Paesi nel luglio 1960. Ma già da subito nel PCC presero corpo le due linee di politica economica che avranno modo di scontrarsi duramente nel corso degli anni, generando enormi disastri economico-sociali (puntualmente reclamizzati dal regime sotto suggestive insegne, del tipo: Cento Fiori, Grande Balzo in Avanti, Grande Rivoluzione Culturale Proletaria), con relativo cospicuo versamento di sangue operaio e contadino. Com’è noto, l’«accumulazione capitalistica originaria» non è un pranzo di gala! Mao incarnò la fazione autarchica del capitalismo di Stato cinese, quella più ostile all’integrazione del Paese nel Capitalismo internazionale, e quindi ostile pure a un’alleanza strategica con il Capitalismo Russo.

Questa «linea rossa» postulava misure particolarmente pesanti di sfruttamento dei contadini e degli operai, questi ultimi sempre tenuti in pessima considerazione da Mao a causa del loro «scarso senso di responsabilità» nei confronti della «Patria Socialista», ossia dell’ancora arretrata economia capitalistica, la quale esigeva bassissimi salari, un tenore di vita di mera sussistenza e una produttività almeno consona alle ambizioni di potenza della Nuova Cina. Agli operai era chiesto di abbandonare il vecchio «spirito piccolo-borghese e corporativo», e di «servire il popolo», ossia la Nazione impegnata in un colossale sforzo di transizione sociale in direzione del moderno Capitalismo. «Per l’operaio, la coscienza “socialista” è così ridotta all’accettazione del proprio sfruttamento, che è evidentemente una necessità per il successo dell’accumulazione di capitale; ma è una mistificazione politica identificare quest’ultima come il socialismo o il comunismo» (Charles Reeve, La tigre di carta, 1974). Non c’è dubbio. Naturalmente parlo per me, non per lei.

L’opzione a favore dell’industria pesante, secondo il modello staliniano, generò una serie di ripercussioni fortemente negative a livello della produzione dei beni di consumo e dello sviluppo agricolo, e ciò nel momento in cui la demografia, un fattore decisivo nella storia cinese, attestava un’inaspettata accelerazione verso l’alto, rendendo in prospettiva esplosiva la situazione del mercato del lavoro. Secondo Jean Deleyne (L’economia cinese, 1971), alla fine degli anni Cinquanta entravano sul mercato del lavoro dieci milioni di cinesi, mentre la capacità industriale del Paese consentiva l’assorbimento di soli 500 mila. I contadini, che peraltro erano stati la base sociale fondamentale della rivoluzione nazionale-borghese che portò il PCC al potere, reagirono al supersfruttamento (il surplus agricolo avrebbe dovuto sostenere l’accumulazione nell’industria pesante) e al decadimento delle loro già difficili condizioni di esistenza con sommosse e diminuendo la produttività del loro lavoro. Questa reazione compresse anche l’approvvigionamento alle città di beni alimentari, creando nel proletariato industriale nuove ragioni di malumore e di rivendicazioni salariali. Come sempre, Mao denunciò le «tendenze borghesi» in seno alla classe operaia. Tutto questo marasma, che ho cercato di descriverle a grandi linee, ebbe come risultato di prima grandezza anche la rottura della Cina con l’Unione Sovietica, che aveva cercato di inserirla organicamente nella propria sfera di influenza, e il rafforzamento della linea maoista  (che propugnava un più graduale, “armonico” e “originale” sviluppo economico) in seno al Partito-Stato.

L’incontro Mao-Nixon che ebbe luogo nel febbraio del 1972, peraltro in una fase particolarmente sanguinosa della guerra in Vietnam, la dice lunga sulla spregiudicatezza politica del leader cinese e sui difficili, per usare un eufemismo, rapporti tra i due Paesi “comunisti”. Naturalmente se si rimane alla superficie della schiuma ideologica; se si rimane invischiati nella guerra ideologica fra maoismo e “revisionismo sovietico” non è possibile afferrare la reale posta in gioco della contesa.

Come può capire, mi risulta alquanto difficile, diciamo così, concordare con il suo giudizio su Mao come «ultimo grande rivoluzionario marxista della storia mondiale». Né ultimo, né grande, né medio, né piccolo: la radicalità rivoluzionaria di Mao (il Terrore maoista di cui parla in termini più che elogiativi, forse financo apologetici, lo stesso Žižek nel saggio Sulla pratica e sulla contraddizione) (4) fu, infatti, interamente messa al servizio della Cina come moderna, grande (anche a spese di altre nazionalità ed etnie) e indipendente Nazione – e qui occorre ancora una volta ricordare l’aspra lotta che il regime maoista ingaggiò contro le due Super Potenze del tempo. Sotto questo aspetto si può senz’altro parlare del maoismo nei termini di uno stalinismo con caratteristiche cinesi. Né posso applaudire quando lei mette nello stesso sacco “rivoluzionario” «figure come Robespierre, Saint-Just, Babeuf, Blanqui, Bakunin, Marx, Engels, Lenin, Trotzkij, Rosa Luxemburg, Stalin, Mao Tse-tung, Zhou Enlai, Tito, Enver Hoxha, Guevara, Castro e qualche altro (penso in particolare a Aristide)». Mi auguro che ciononostante lei non mi associ «al contesto di criminalizzazione e di aneddoti spettacolari in cui, da sempre, la reazione tenta di chiudere e annullare queste figure». Anche perché attribuisco un peso abbastanza relativo alla «funzione della personalità nella storia»: sono più interessato a capire i processi sociali (psicologia di massa compresa, eccome!) che stanno alla base degli eventi storici che usiamo rubricare con i nomi di Tizio o di Caio: stalinismo, maoismo, castrismo, e via di seguito. Poi naturalmente faccia come crede: me ne farò una ragione. Certo è, che «l’emancipazione egalitaria» di cui lei parla si amalgama assai poco con l’idea di emancipazione universale che ha in testa chi le scrive sulla scorta della critica marxiana dei rapporti sociali capitalistici (certo, nella sua personale ricezione) e del giudizio che ha maturato sullo stalinismo e sul maoismo.

Caro Badiou, bisogna por fine in qualche modo a questa interminabile lettera, mi rendo conto. E allora concludo osservando che più che di un «comunismo sepolcrale», come dice ironicamente lei riferendosi alla vostra (sua e di Žižek) «ipotesi» o «idea comunista», io parlerei piuttosto di una concezione certamente sepolcrale ma che definire “comunista” mi riesce francamente impossibile. Dicendo questo so di non sconvolgerla neanche un po’, né il mio intento era quello di graffiare con le mie deboli e spuntate unghie la sua granitica posizione. D’altra parte, da Stalin in poi quell’aggettivo è stato così abusato, violentato, tradito e svuotato di contenuti autenticamente rivoluzionari che personalmente preferisco farne a meno, se non altro per non finire anch’io dentro imbarazzanti sacchi e sepolcri. Né posso e voglio attribuire o ritirare patenti ideologiche di sorta a chicchessia. E allora mi scuso per le provocatorie virgolette apposte al suo e all’altrui Comunismo e la saluto cordialmente.

Print(1) Tanto per fare un solo esempio, non fu certo un caso se l’astro maoista iniziasse a salire nella costellazione del “movimento operaio internazionale” con caratteristiche staliniste solo dopo la bruciante sconfitta subita nel biennio 1926-1927 dal giovane e ancor debole proletariato cinese a Shangai e negli altri pochi centri industriali della Cina del tempo. Siccome non esistono capi politici buoni per tutte le stagioni, solo dopo il disastro del 1927, auspice anche la politica collaborazionista del Comintern nei confronti del Kuomintang, in Cina si aprì la stagione propizia per Mao.

Per un’approfondita conoscenza della genesi del pensiero politico e filosofico di Mao segnalo l’interessante studio di Paolo Selmi (Il substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao Zedong, Università degli Studi di Napoli L’Orientale, 2011), dal quale cito i passi che seguono:

«Il Pensiero di Mao Zedong è il marxismo-leninismo, che lui conobbe nella variante staliniana, fuso con la filosofia politica confuciana tradizionale, in particolare col pensiero di Mencio focalizzato sulla bontà della natura umana e sulla necessità di lavorare continuamente sulle persone perché seguissero la loro naturale inclinazione. […] Si tenga conto inoltre del fatto che Mao, dopo tale infarinatura di seconda mano ricevuta dai testi anarchici letti in gioventù, lesse testi che citavano i classici del marxismo nell’unica forma all’epoca reperibile in cinese: la versione sovietica (staliniana) del materialismo dialettico. Mao aveva una logica ben precisa, e nel seguito di questo studio saranno sviluppati gli elementi di questo pensiero tradizionale che in Mao tornava a nuova vita. […] Un’arte della guerra antica applicata al fucile mitragliatore, figlia di una concezione dove taoisticamente l’elemento liquido prevale sul solido e diviene metafora della vittoria dell’apparentemente debole sull’apparentemente forte; la necessità di una piena rieducazione dell’esercito prima, e delle masse poi, che di neoconfuciano non ha soltanto il sapore, ma la logica e il metodo, rappresentano soltanto alcuni esempi. In questo modo di ragionare analogico e non strettamente causale, ricombinando elementi vecchi e nuovi in funzione di obbiettivi vitali e concreti, sta la grandezza del pensiero di Mao e dei mentori a cui si ispirò. Quanto affermato ci porta a un’ulteriore conclusione che, per quanto possa risultare scomoda, costituisce però il naturale sviluppo del ragionamento finora svolto: il marxismo-leninismo-pensiero di Mao Zedong non è il marxismo arricchito di un nuovo sviluppo. Tale pensiero è una struttura ideologica che, pur impiegando un lessico tratto dal bagaglio terminologico del pensiero di Marx, Engels e Lenin, di fatto lo riformula sin da subito negli anni Venti e Trenta in maniera del tutto diversa, collocando i vari tasselli su architravi che non sono disposte alla stessa maniera delle originali, ma che bensì rispettano distanze e composizioni antiche.  […] Nel pensiero di Mao, tali concetti divenivano veicoli di un “marxismo” potenzialmente libero di muoversi lungo qualsiasi direzione, recuperando e assumendo in sé schemi tradizionali e modelli di pensiero consolidati, al fine di condurre la trasformazione sociale lungo la strada desiderata. Visto in prospettiva, questo meccanismo costituì uno dei “contributi” maggiori del maoismo al “socialismo con caratteristiche cinesi”: la sua estrema duttilità nel maneggiare concetti e manipolarne strumentalmente ordine e significato in un ordine diverso dall’originale, sarebbe stata ripresa dopo la sua morte da ogni gruppo dirigente il partito, fino alla generazione attuale: come già sottolineato, ciascuno di loro  “avrebbe arricchito” il marxismo di nuovi elementi, riducendo il pensiero originario a un mero discorso formale».

In effetti, per capire il Mao-pensiero non occorre studiare le opere di Marx (né quelle di Hegel, almeno sulla scorta della critica marxiana), mentre è indispensabile studiare la millenaria e densissima storia della società cinese, per un verso, e il “materialismo dialettico” (Dialektičeskij Materializm, ovvero Diamat) canonizzato dalla scuola sovietica, per altro verso.

(2) «Anche per quanto riguarda l’effettiva trasformazione sociale, o “taglio nella sostanza del corpo sociale”, la vera rivoluzione non fu quella di ottobre, ma la collettivizzazione degli ultimi anni Venti. La rivoluzione di ottobre lasciò la sostanza del corpo sociale intatta; da questo punto di vista, essa fu simile alla rivoluzione fascista, la quale impose soltanto una nuova forma di potere esecutivo sulla rete preesistente di relazioni sociali, proprio per mantenere questa rete di relazioni sociali … Fu soltanto la collettivizzazione forzata degli ultimi anni Venti a sovvertire e smembrare completamente la “sostanza sociale” (la rete di relazioni che era stata ereditata dal passato), perturbando e intaccando profondamente i tessuti sociali elementari» (S. Žižek, Il soggetto scabroso, p. 243, Raffaello Cortina ed., 2003).

(3) Nel ‘78 una Cina sull’orlo del disastro sistemico (politico, economico, sociale, nazionale) avviò una rapida transizione verso un Capitalismo sempre più aperto alla concorrenza internazionale e alla gestione delle azienda da parte dei capitalisti privati, cinesi e di altri Paesi. La transizione si dipanò tutta nel segno della continuità capitalistica e, cosa da valutare con grande attenzione, della continuità nazionale, ossia nel segno della Cina come moderna Potenza di rango mondiale, prima in fieri e poi in forma dispiegata. L’unità nazionale cinese non è mai stata garantita una volta per sempre. Sotto questo aspetto, Mao Tse-tung ha lavorato bene in circostanze, interne e internazionali, davvero eccezionali. Una medaglia appesa al petto della Nazione (leggi: del Capitale) cinese, non certo a quello del proletariato – cinese e internazionale. Oggi il Paese di Mezzo si confronta con un’altra difficile sfida: passare dallo sviluppo capitalistico quantitativo, diciamo così, a quello più qualitativo; da un’epoca di eccezionalità capitalistica, segnata da stratosferici tassi di crescita (e da un super sfruttamento degli uomini e della natura: vedi catastrofi ecologiche), a una «nuova normalità».

(4) Mi riesce davvero difficile capire come un intellettuale così sofisticato e intelligente come Žižek possa credere che sia minimamente credibile il tentativo di mobilitare la migliore filosofia occidentale per accreditare di un qualche valore filosofico-politico la concezione del mondo che informa gli scritti di Mao sulla pratica e sulla contraddizione. Eppure, sembra che l’operazione dell’intellettuale sloveno riesca perfettamente in certi ambienti dell’ultrasinistra europea e nei mitici “salotti radical-chic” dell’intellighentia occidentale: buon per lui!