LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.

CINA. CANTA IL ROSSO PICCHIA IL NERO!

mondo

Alta volatilità!

Questo post è stato scritto ieri, mentre andava in scena il rimbalzo borsistico su scala planetaria e giungevano eccellenti notizie circa l’«economia reale» del Capitalismo a stelle e strisce, ritornato a essere almeno per un giorno la locomotiva del mondo. Che cosa accadrà oggi? E domani? Ci vorrebbe un Nostradamus, né più né meno. Anche perché la volatilità rimane alta, sotto ogni aspetto!

Una crisi di transizione?

Per George Magnus, economista del Financial Times, ciò che accade in Cina va senz’altro rubricato come «crisi di transizione». Si tratta di vedere fino a che punto questa crisi possa rivelarsi “di crescita”, com’è ovviamente negli auspici dei leader cinesi e di chiunque nel mondo ha interesse a che la Cina ritorni a essere la locomotiva del capitalismo planetario. In diversi punti l’analisi di Magnus sembra avvicinarsi alla mia; ne suggerisco comunque la lettura perché essa illumina aspetti importanti del problema in oggetto. Riporto alcuni passi dell’articolo:

«Agosto in Cina è stato tutt’altro che il tranquillo mese del mito. Gli sviluppi nei mercati azionari, nei mercati dei cambi e anche il terribile incidente industriale a Tianjin potrebbero sembrare, se considerati singolarmente, mera sfortuna. Tuttavia, se presi insieme, questi episodi simboleggiano l’epilogo in slow motion del modello economico e politico della Cina. Il paese sta attraversando una crisi di transizione senza precedenti dal momento in cui Deng Xiaoping decise di porre una soluzione di continuità tra l’era di Mao e il futuro della Cina. Ripristinare l’autorità e il primato del Partito comunista, proseguire sulla strada di riforme spesso controverse, liberalizzare la finanza e riequilibrare l’economia tentando di sostenere un tasso di crescita irrealistico appaiono obiettivi complessi e reciprocamente incompatibili. Il compito di Deng, in una società pre-industriale senza una classe media e dei social media, è stato per molti versi più facile. […] Per far fronte ai gravi problemi del Paese, il presidente Xi Jinping ha portato indietro le lancette dell’orologio. Ha accumulato più potere di qualsiasi altro leader da Mao in poi e ha sottolineato la necessità di una “purezza di partito” di stampo leninista per evitare il destino del partito comunista sovietico. […] La transizione economica della Cina è stata sempre difficile, ma gli sviluppi di quest’anno suggeriscono che le cose non stanno andando secondo i piani. La centralizzazione del potere si sta rivelando una spada a doppio taglio per la riforma; la campagna contro la corruzione sta soffocando l’iniziativa privata e la crescita dell’economia non può essere mantenuta su un sentiero di espansione non realistico da stimoli senza fine. […] Una parte centrale della sfida per la Cina sarà la sua capacità di gestire l’occupazione, un indicatore più politicamente sensibile del PIL. Il tasso di disoccupazione ufficiale, che si aggira da molti anni intorno al 4 per cento, è una finzione. Molte ragioni (come gli attuali livelli di investimento nella produzione ad alta intensità di manodopera) inducono a credere che il tasso reale di disoccupazione può solo essere superiore al 6,3 per cento stimato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. […] Sarà questo scenario a mettere alla prova la credibilità e la volontà riformatrice dei leader cinesi nei modi che determineranno le prospettive del Paese per gli anni a venire».

A proposito di conti truccati! Secondo diversi analisti economici (anche cinesi) i dati reali sui conti cinesi attestano quanto segue: crescita del Pil non al 7%, ma già sotto il 5%, debito pubblico esploso oltre il 300% del Pil, sopra i 30 mila miliardi di dollari, metà evaporati nei debiti immobiliari e metà generato dalle banche ombra. Se son spine, pungeranno. Questo è sicuro, e a questo punto non ci vorrà molto per accertarlo.

Scrive L’Huffington Post del  24 agosto: «Gli effetti della crisi cinese sui mercati globali sono sotto gli occhi di tutti, eppure non è facile rendersi conto perché Pechino, da sola, possa far tremare l’economia mondiale. Una strada immediata per rendersene conto è osservare queste quattro tabelle realizzate FTN Financial, che mostrano chiaramente perché il rallentamento dell’economia cinese spaventa così tanto i mercati di tutto il mondo». Ecco dunque le tabelle:

1

3

4

Per la Goldman Sachs l’Occidente non ha motivo per allarmarsi più di tanto: «La Cina sta frenando più di quanto ci si aspettasse. E per i Paesi emergenti il rallentamento di Pechino, il crollo delle materie prime e il rialzo dei tassi americani (quando arriverà, aspettando Godot) saranno una bella sberla. Ma ha senso parlare di recessione globale? Secondo un recentissimo report di Goldman Sachs no. La crescita degli Stati Uniti e la lenta progressione dell’Europa non verranno seriamente azzoppate dai guai di Pechino, anzi riceveranno un colpo di acceleratore dallo scivolone del petrolio. Anche se quest’ultimo terrà l’inflazione più bassa di quanto si stimasse qualche mese fa, gli analisti di Goldman Sachs rimangono convinti che “una recessione globale sia davvero improbabile”» (Enrico Marro, Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2015).

Romano Prodi invita alla calma, come si conviene a uno statista (peraltro molto apprezzato dalla leadership cinese) ben temperato del suo calibro, ma non nasconde le sue preoccupazioni, anche di natura geopolitica: «Se la Borsa cinese continua a calare non dobbiamo preoccuparci troppo perché, dopo che era tanto irragionevolmente cresciuta, un bel calo entra nella normalità. Il vero pericolo è che la crisi cinese, che è insieme crisi della sua economia reale e della sua finanza, non infetti tutta l’economia mondiale che è già debole di per sé. Lo vogliono gli Stati Uniti? Lo vuole di conseguenza la Germania? Lo vuole davvero la Cina sapendo quale riforme deve fare per raggiungere questo obiettivo? Date le tensioni politiche che montano ogni giorno vedo molto difficile questo percorso» (Il Sole 24 Ore, 26 agosto).

I Cari Leader cinesi

I Cari Leader cinesi

Qualche giorno fa mi chiedevo se si fosse esaurita la spinta propulsiva del Capitalismo con caratteristiche cinesi; Giampaolo Visetti risponde positivamente alla domanda e descrive una situazione che ricorda molto la vigilia di una crisi di regime: «Nemmeno la censura riesce più a reprimere un dissenso nuovo, che da ideologico diventa finanziario, che da studenti e intellettuali contagia operai, classe media e milionari, l’immenso popolo consegnato al capitalismo comunista. L’accusa collettiva contro i vertici del partito non ha precedenti e supera ormai i blocchi del web: “Vi abbiamo obbedito, ci avete tradito e infine venduto”. Milioni di cinesi non dimenticano che proprio le autorità, ancora in giugno, incitavano la gente a comprare azioni, a vendere casa e a fare debiti per gettarsi nel sogno del mercato di Stato, gonfiato del 150% in un anno. Quelle stesse autorità ora tacciono, scatenano censura e repressione, aggiustano le statistiche, rincorrono con imbarazzante ritardo gli scoppi delle bolle. È come se la fine di un’era del suo sviluppo colpisse a morte lo stesso Dragone». Sull’«immenso popolo consegnato al capitalismo comunista» [sic!] oggi sorvolo: non posso sempre diffondermi sulla balla speculativa del «comunismo con caratteristiche cinesi»! Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione maoista e sulla mia interpretazione della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale rimando a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

Linea rossa

Oggi molti nella “sinistra radicale” stanno rispolverando la figura del compagno statalista Bo Xilai, il «principe rosso», nonché «leader neomaoista», caduto in disgrazia nel 2012 a causa di una vicenda politico-giudiziaria i cui contorni rimangono ancora oscuri, come del resto capita spesso in Cina quando i Cari Leader di Pechino dibattono su quale sia la migliore via da prendere per il bene del Paese. Nello scontro interno al Partito-Stato Bo Xilai difese gli interessi politici ed economici della fazione continuista («linea rossa») messi pesantemente in discussione dai “riformisti” («linea nera»). Scrivevo su un mio post del 16 marzo 2012 dal titolo, forse un po’ “profetico”, Cina: ora per allora:

«Che accade in Cina? Cambiato il molto che c’è da cambiare, nel Celeste Impero del Capitalismo mondiale è in corso l’ennesima lotta tra le due tradizionali fazioni (la “linea rossa” e la “linea nera”) del PCC? E qual è la posta in gioco? È ancora presto per dirlo. Certo è che l’improvviso siluramento dell’astro nascente Bo Xilai avviene in un momento in cui l’economia del Paese inizia a risentire l’onda lunga della crisi economica internazionale, la quale ha messo in luce le contraddizioni e i punti deboli del gigantesco balzo sistemico compiuto dalla società cinese negli ultimi trent’anni. La crescita economica rallenta, e il raggiungimento della pericolosa soglia del 7 per cento annuo di crescita del Pil appare più che un’ipotesi. La tensione sociale, mai bassa per la verità, deve perciò necessariamente crescere, pericolosamente. “Bo Xilai ha cercato di rappresentare questi malumori con una campagna molto demagogica, e ha condito le implicite critiche al governo con un tripudio di bandiere rosse e canti popolari che appartengono al vecchio repertorio della Rivoluzione culturale” (Sergio Romano, Corriere della sera, 16 marzo 2012). Dopo aver descritto una situazione economica non eccellente, e aver perorato la causa di riforme economiche e politiche “radicali”, il Primo ministro Wen Jiabao ha chiuso la sessione annuale del Parlamento cinese stigmatizzando ogni tentativo di ripristinare i vecchi metodi della “Rivoluzione Culturale”».

Il già citato Visetti ieri raccontava scene e sentimenti che evocano un clima da “Nuova Rivoluzione Culturale”: «Sparite, nel quartiere dei grattacieli eleganti di Pudong, auto sportive e borsette di lusso. Chiusi i ristoranti gourmet, spente le vetrine con gli orologi svizzeri. Lavorare in Borsa, fino a due mesi fa, in Cina era il simbolo del successo e proiettava nella “dolce vita all’ occidentale”. Regola numero uno: esibire l’ eccesso, mostrare a tutti di avercela fatta. Oggi il “compagno economista” recupera dall’armadio i vecchi jeans, sandali e t-shirt, va in ufficio in metrò ed entra dal retro, succhiando tagliolini liofilizzati assieme alle giovani migranti interne assunte per le pulizie. L’alternativa è venire linciati dalla folla, o essere arrestati dalla polizia. […] La risposta del Quotidiano del Popolo, organo del politburo, alla crisi del Duemila è da purghe anni Sessanta. Annuncia la mobilitazione della polizia, scatenata contro “banche ombra, funzionari sospetti e finanziamenti illeciti”». […] Centinaia di milioni di cinesi, assieme al resto del mondo, si chiedono se i successori di Deng Xiaoping stiano «cavalcando la crisi», oppure se ne siano travolti, se “il nuovo Mao stia in sella o tra le zampe del cavallo”. L’ Occidente scopre di essere orfano del suo motore della crescita, ma milioni di cinesi si vedono rubare il sogno di archiviare per sempre fame, sacrifici e ciotola di riso» (La Repubblica, 26 agosto 2015).

Secondo Simone Pierani la diri­genza del PCC è «divisa e sta­rebbe ingag­giando una bat­ta­glia con­tro le volontà di cam­bia­mento di Xi. Man­cano ancora le riforme più impor­tanti sulle aziende di stato, sulla terra e sui poteri fiscali dell’Assemblea nazio­nale. Riforme for­te­mente osteg­giate. Il desi­de­rio di quasi tutti i potenti del Par­tito è che in realtà nulla cambi: che il socia­li­smo di mer­cato della Cina possa rifor­marsi, senza dover pro­vo­care scos­soni ai cen­tri di potere» (Il Manifesto, 25 agosto 2015). Bo Xilai era appunto uno dei leader dell’ala antiriformista, il quale, come scriveva sempre Pierani sul Manifesto due anni fa, «ottenne visi­bi­lità per la sua cam­pa­gna nota come “canta il rosso, pic­chia il nero”. Da un lato recu­però tutta la reto­rica maoi­sta, attra­verso la spe­di­zione degli stu­denti a impa­rare dai con­ta­dini, l’invio di mes­saggi sui cel­lu­lari con cele­bri frasi del Timo­niere. Dal punto di vista poli­tico ed eco­no­mico, agì da despota incon­tra­stato: uti­lizzò una spericolata poli­tica eco­no­mica che fece cre­scere Chon­g­qing anche del 16 per­cento, con una bolla immo­bi­liare vertiginosa, che attra­verso la costru­zione di molti alloggi popo­lari, gli fece gua­da­gnare un’ottima fama spe­cie tra i ceti meno agiati del paese. Il suo mix di inve­sti­menti pub­blici e pri­vati, per altro spesso acca­par­rati a spese di Pechino, crea­rono quello che venne defi­nito “modello Chongqing”. Canta il rosso, pic­chia il nero: sono motti militanti come questi che “ai bei tempi” mandavano in visibilio il popolo maoista che sfilava nelle italiche strade sventolando il mitico Libretto rosso di Mao, come ricorda oggi Lanfranco Caminiti in un articolo abbastanza sfizioso pubblicato dal Garantista e dal titolo quantomeno bizzarro: Dal maoismo al “borsismo”. La Cina è vicina e fa di nuovo paura alla borghesia. Per fortuna chi scrive non è un borghese e non ha quindi nulla da temere da un eventuale crollo del colosso asiatico! E soprattutto chi scrive non è mai stato un maoista.

Bando ai personalismi piccolo-borghesi e veniamo al neomaoismo del XXI secolo. Secondo Pierani, «La “visione” di Bo Xilai rap­pre­senta ancora oggi – con tutti i suoi limiti [chi non ha limiti scagli la prima pietra!] – l’unica alter­na­tiva alla crisi del capitalismo di Stato cinese». Vedremo. Di sicuro io non faccio il tifo per il Celeste Capitalismo, «di Stato» o «neoliberista» che sia. Come ovviamente non faccio il tifo per nessun’altro Capitalismo presente sulla faccia della Terra, a cominciare da quello italico. Da molto tempo ho imparato a ragionare in termini di Società-Mondo, e oggi il mondo si estende interamente sotto il cielo plumbeo dei rapporti sociali capitalistici.

Linea nera

Abbiamo visto la «linea rossa» del noto “Quotidiano comunista”. Adesso giriamo lo sguardo verso la «linea nera» dei “neoliberisti”. Secondo Oscar Giannino ciò che l’Occidente sta chiedendo di fare alla leadership cinese serve solo a «bloccare la paura» dei mercati, ma a lungo termine si tratta di una ricetta sbagliata. Soprattutto Europa e Stati Uniti sbagliano a sollecitare l’intervento dello stato cinese nella sfera economica del Paese, mentre si tratta di auspicare proprio il contrario, perché le attuali magagne cinesi hanno molto a che fare con lo statalismo, o, detto altrimenti, con il cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi». Allo Stato cinese Giannino chiede una ritirata strategica ma ordinata dall’economia, non prima, però, di aver fatto esso stesso pulizia e chiarezza nella celeste e caotica nebulosa capitalistica del Paese. Leggiamo: «No, la riposta cinese di ieri non è quella più adeguata alle ormai gravi contraddizioni dell’economia cinese, è solo una pezza a colori. […]

Le mosse della banca centrale cinese appaiono più figlie della disperazione che della lezione sin qui appresa. […] L’oceano di liquidità monetaria figlia di politiche monetarie troppo lasche gonfia le bolle finanziarie e immobiliari, perché con le borse che guadagnano a ritmi imparagonabili ai rendimenti del capitale nell’economia reale, è ovvio che il denaro poco caro prenda sempre più la via della finanza facile». Com’è noto, il cavallo capitalistico beve solo l’acqua che porta profitti, possibilmente alti e di rapida acquisizione. Ma riprendiamo la citazione: «L’Occidente deve offrire alla Cina una finestra spalancata per fare dello yuan una valuta di riserva visto il peso che la Cina ha nel mondo, chiedendo alla Cina nel frattempo di fare in grande scala quanto fece la Svezia negli anni Novanta, cioè avviare un enorme processo di scouting sui troppi debiti insostenibili e sui troppi asset dichiarati a un valore che non esiste. Che lo Stato cinese si concentri su quello, mentre attua una vera vigilanza sulle sue banche e chiude nel tempo alla possibilità che oltre un terzo della sua intermediazione finanziaria sia operata da chi non è soggetto ad alcuna regolazione. Un enorme programma pluriennale cinese di stabilità e pulizia finanziaria, da assumere come priorità internazionalmente condivisa perché la Cina resti una locomotiva mondiale, continui ad assorbire sempre più esportazioni mondiali ad alto valore aggiunto per le sue centinaia di milioni di nuovi consumatori, e dipenda sempre meno da un proprio export forte per un basso costo della manodopera destinato comunque ad alzarsi».

Un bel programma “neoliberista”, non c’è che dire. Si tratta di vedere quanto realistico. È chiaro che nel brevissimo periodo è la “linea rossa” della gestione demagogica delle contraddizioni sociali che appare quella più praticabile dal Partito-Regime. Intanto, giusto per dispiacere Giannino, dalla Cina giunge la notizia di una «Nuova iniezione di liquidità da parte della Banca centrale cinese a sostegno del sistema bancario. La People’s bank of China, nel corso della notte, ha iniettato 150 miliardi di yuan, circa 23,4 miliardi di dollari» (Ansa, 27 agosto 2015). Con tutta questa liquidità in giro la papera della speculazione finanziaria galleggerà alla grande!

La calda estate del dragone – Si tratta di una nota pubblicata su Facebook il 23 agosto.

Scrive Alessandro Mauceri: «Ormai non esistono più frontiere che non possano essere valicate dai prodotti cinesi, che hanno invaso la vita di tutti. Ma se i prodotti realizzati in Cina viaggiano veloci, non altrettanto può dirsi per le informazioni. Dopo l’esplosione lo scorso 12 agosto di un magazzino a Tianjin, che ha causato 114 morti (ma mancano all’appello ancora un centinaio di persone tra cui 85 pompieri), circa 700 feriti e l’evacuazione di buona parte della popolazione della città, restano ancora forti dubbi su cosa sia realmente avvenuto. Le notizie ufficiali hanno parlato di un “incidente” in uno stabilimento dove si adoperavano sostanze contenenti cianuro. Secondo la versione ufficiale, il deposito conteneva 700 tonnellate di cianuro di sodio, ben 70 volte di più di quello che avrebbe dovuto contenere, una sostanza altamente tossica. Anche l’esplosione è stata anomala e di intensità tale da essere stata rilevata dall’istituto sismologico cinese che ha valutato la potenza della seconda esplosione, la più forte, equiparandola alla detonazione di 21 tonnellate di tritolo. E, nel frattempo, piccole esplosioni continuano ad essere segnalate nella zona del disastro e la vista dall’alto mostra un cratere di dimensioni spaventose, che a molti ha ricordato quelli lasciati dopo l’esplosione di ordigni nucleari. […] Nelle ultime ore ad essere accusate sono state anche le autorità cinesi, ree di non aver diffuso dati veri sulla reale contaminazione ambientale: nel fiume Haihe, vicino alla città, si è verificata una inspiegabile moria di migliaia di pesci, con tutta probabilità avvelenati dalle sostanze rilasciate dall’esplosione della scorsa settimana» (Notizie Geopolitiche, 21 agosto 2015).

A proposito! «Nuova esplosione in un impianto chimico in Cina. A soli dieci giorni dalla tragedia di Tianjin, a essere colpito oggi è uno stabilimento nella provincia orientale cinese dello Shandong. Secondo il primo bilancio comparso sui media locali sono almeno nove i feriti. L’esplosione ha mandato in frantumi i vetri degli edifici e delle abitazioni nel raggio di un chilometro dall’impianto, gestito dal gruppo Runxing Chemical. Secondo le prime testimonianze, le scosse dovute all’esplosione sono state avvertite in un raggio di due chilometri» (Il Sole 24 Ore, 22 agosto 2015).

Intanto, il Partito Capitalista Cinese è alle prese con una crisi che rischia di farsi esplosiva (è proprio il caso di dirlo!) anche sul versante della cosiddetta economia reale. «Quali eventi hanno scatenato questa “tempesta perfetta” dopo una settimana già preda di forti turbolenze? Le indicazioni sul marcato rallentamento dell’economia cinese continuano a pesare sulle borse mondiali. I problemi non appaiono più circoscritti alla finanza ma anche all’economia reale, come dimostrato ieri dalla performance molto negativa del Pmi manifatturiero cinese sceso in luglio a 47,1 punti, il livello più basso da oltre sei anni» (Il Giornale, 22 agosto 2015).

Sbaglia, a mio avviso, chi profetizza un crollo del Celeste Capitalismo, almeno come lo conosciamo oggi, nel breve termine; però la sua crisi sistemica mi sembra abbastanza evidente, e i Cari Leader di Pechino sono i primi ad averne coscienza. Ma le “riforme strutturali” sono una brutta bestia dappertutto, non solo nella Vecchia Europa. Si tratta poi di vedere come il Partito-Regime fronteggerà le contraddizioni sociali (di tutti i tipi!) che stanno mettendo in tensione l’intero Sistema-Paese. Probabilmente alla lunga le immancabili “campagne moralizzatrici” promosse dal Partito (con tanto di arresti, processi esemplari e carcere duro ai danni di burocrati locali e nazionali, ma anche di Cari Leader caduti improvvisamente in disgrazia: praticamente il migliore dei mondi possibili per i giustizialisti di casa nostra!*) mostreranno i loro limiti in termini di ricerca del consenso e di controllo sociale. Staremo a vedere!

* «La polizia cinese ha arrestato 12 persone in relazione alle esplosioni che a Tianjin hanno ucciso 139 persone e devastato l’area del porto, riporta oggi l’agenzia di stampa Nuova Cina citando il Ministero della Sicurezza pubblica. Tra gli arrestati anche il presidente della Tianjin International Ruihai Logistics, Yu Xuewei, il vice presidente Dong Shexuan e tre vicedirettori generali» (ANSA, 27 agosto 2015 ).

SPIGOLATURE ECONOMICO-FILOSOFICHE

a1. Il “comunismo” di Porro e il vino di Marx
Per il liberale-liberista Nicola Porro «il comunismo» si ha quando lo Stato diventa «l’unico imprenditore» presente sulla scena economica: lo Stato “comunista” organizza il lavoro, stabilisce i salari, adegua la produzione al consumo e all’occupazione e via di seguito. Questo, osserva Porro, lo aveva già capito Alexis de Tocqueville, il quale tra l’altro intuì l’intimo nesso esistente fra «il diritto al lavoro per tutti i cittadini garantito da parte dello Stato» e, appunto, «il comunismo», o quantomeno «una forma di socialismo i cui metodi trasformano, riducono, intralciano la proprietà individuale» (1). Di qui, il discorso di chiaro impianto liberale pronunciato da Tocqueville all’Assemblea francese il 12 settembre 1848, poi pubblicato in un opuscolo il cui titolo entusiasma molto il liberale-liberista dei nostri tempi: Discorso contro il diritto al lavoro. «Avete letto bene: contro il diritto al lavoro», precisa maliziosamente Porro, convinto, a ragione, di irritare soprattutto i feticisti della Costituzione Italiana. Una frecciata che non può certo colpire neanche di striscio chi ha sempre considerato il lavoro salariato (perché di questo ovviamente si tratta) non un «diritto umano», come proclamano i progressisti tipo Camusso e Landini, ma una condanna per chi è costretto a vendersi al Capitale in qualità di merce viva. Una condanna per i salariati («La sua attività appare a lui come tormento, la sua propria creazione come potenza estranea, la sua ricchezza come miseria») e il fondamento della società capitalistica, come insegna lo Spettro di Treviri.

Ho parlato di merce viva: in che senso? Non avrò esagerato assimilando il lavoratore a una merce? Provo a spiegare una cruda locuzione che rinvia a un concetto tanto fondamentale quanto complesso.

Con il salario il capitale non remunera immediatamente il lavoro, ossia una specifica prestazione professionale, come ci suggerisce l’apparenza dello scambio Capitale-Lavoro fissata teoricamente dalla scienza economica borghese, ma compra l’intera esistenza del lavoratore, assicurandosi così il diritto di poterne usare la capacità lavorativa (o forza-lavoro) per un certo tempo. Ciò è stato storicamente possibile perché i «liberi produttori» sono stati allontanati violentemente (anche con l’ausilio del diritto borghese) dai loro mezzi di produzione e dal prodotto del loro lavoro. Espropriazione dei liberi produttori da parte del Capitale, come scrisse Marx nel suggestivo capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria). A un polo il Capitale (mezzi di produzione, materie prime, merci, scienza, industria, commercio, finanza), al polo opposto il lavoratore, proprietario di mera capacità lavorativa. Questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento realizza la sostanza della proprietà capitalistica, la quale è in primo luogo proprietà sul tempo di lavoro altrui.

È il lavoratore che il capitalista porta per così dire a casa, ossia nel luogo predisposto al consumo di quella «merce speciale» in vista della valorizzazione dell’investimento: «Appunto in quanto capacità di creare valore la forza-lavoro viene acquistata» (2). Ne segue che la corretta domanda che la prassi capitalistica invita a formulare a chi intende carpirne i segreti non è quanto costa un peculiare tipo di lavoro, ma piuttosto quanto costa al capitalista l’esistenza del lavoratore che egli intende “mettere a profitto”. Il lavoratore, insomma, non vende capacità professionali: egli piuttosto si vende, semplicemente, anima e corpo. Questa cinica realtà naturalmente non si accorda con le illusioni che il lavoratore coltiva su se stesso in quanto depositario di formazione scolastica, capacità tecniche e di preziose esperienze professionali; è alle sue spalle che si compie la maledizione sociale che trasforma un uomo (non solo il suo lavoro) in una merce.

La forza-lavoro non è dunque che l’estrinsecazione del valore d’uso della merce-uomo, il cui valore di scambio si fissa nel mercato del lavoro come salario. Scrive Marx: «È di importanza essenziale tenere fermo questo punto: […] nello scambio tra capitale e lavoro, preso come puro rapporto di circolazione, non c’è scambio tra denaro e lavoro, ma scambio tra denaro e forza-lavoro vivente. In quanto valore d’uso la forza-lavoro viene realizzata solo nell’attività del lavoro stesso, ma esattamente nella stessa maniera in cui, comprata una bottiglia di vino [la lingua batte sempre dove vuole!], si realizza il suo valore d’uso bevendo il vino [trattasi di idea fissa!]. Il lavoro stesso cade così poco nel processo di circolazione semplice, come quella bevuta [magari!]. Il vino come possibilità, in potenza, è bevibile, e l’acquisto di vino è appropriazione di qualcosa che si può bere. Così la compera di forza-lavoro è disponibilità di lavoro. Poiché la forza-lavoro esiste nella vitalità del soggetto stesso, e si manifesta soltanto come sua propria manifestazione vitale» (3). Capite ora perché parlo di «ubriacone di Treviri»?

2. La proprietà capitalistica. Da Tocqueville a Mao Zedong
Scriveva Tocqueville polemizzando con i seguaci di Proudhon che «attaccano in maniera diretta o indiretta la proprietà individuale»: «Accumulando nelle proprie mani tutti i capitali dei singoli, lo Stato diventa alla fine il proprietario unico di tutto. Ora, questo è il comunismo». No, questo è semmai il Capitalismo di Stato, e in ogni caso non è il Comunismo, almeno come esso si ricava dagli scritti di Marx, di Engels e di Lenin critici fino all’irrisione dei sostenitori del «socialismo di Stato» (4). Scrive ad esempio Engels: «Recentemente, da che Bismarck si è gettato nella statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale dichiara senz’altro socialista ogni monopolio. […]  Ma né la trasformazione in società per azioni né quella  in proprietà dello Stato sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive. […] Lo stato moderno, quale che sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, lo Stato dei capitalisti, l’ideale capitalista complessivo» (5).

Pubblica (statale) o privata (individuale, azionaria, ecc.) che sia la proprietà capitalistica ha sempre un carattere privato, nel senso che essa priva, cioè a dire allontana gli individui o una parte di essi dalla proprietà sulle condizioni materiali che rendono possibile la creazione e l’appropriazione della ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica. Che a mantenere tutti gli individui o solo una parte di essi (i salariati) separati (alienati) da quelle condizioni materiali e dal frutto del loro lavoro sia lo Stato, in quanto Padrone capitalistico che opera in regime di monopolio assoluto, o la classe dei capitalisti che investono in regime di concorrenza (la quale, come diceva sempre il noto avvinazzato, genera sempre di nuovo il monopolio, e viceversa), ciò non muta di un solo atomo la natura sociale del regime capitalistico.

Naturalmente la cosa deve apparire in modo  del tutto diverso agli occhi dei feticisti del Moloch chiamato Stato, i quali vogliono il Capitale (in una delle sue diverse forme giuridiche), ossia il rapporto sociale capitalistico che presuppone e pone sempre di nuovo la dialettica Capitale-Lavoro salariato, ma non i capitalisti in quanto «capitale personificato»; vogliono insomma un Super sfruttatore (o padrone, o «datore di lavoro» ) e una Super classe di sfruttati (o lavoratori, salariati, «collaboratori»): è la loro idea di “socialismo”. Marx ed Engels spararono a palle incatenate contro il cosiddetto «socialismo di Stato» perché sapevano bene quanto l’idea di un solo padrone al Potere; di un solo Grande Padre che assicuri a tutti i figli-lavoratori il necessario per vivere (da lavoratori, e per tutta la vita) sia un’idea ultrareazionaria che da sempre affascina i nullatenenti. In tempi di acuta crisi sociale i populisti di “destra” e di “sinistra” sanno bene come trarre profitto da questa idea radicata nella miseria delle classi dominate, terrorizzate dalla prospettiva, sempre presente alla loro mente, di poter perdere da un giorno all’altro il pane, il tetto e i beni chiamati a soddisfare i loro più elementari bisogni. Prive di coscienza, la miseria e la precarietà generano spontaneamente solo sottomissione e impotenza.

In effetti, ciò che spontaneamente conquista i cuori dei salariati, i quali sono abituati a delegare sempre ad altri (dalla culla alla tomba, passando per scuole, uffici, ospedali, ecc.) le decisioni fondamentali che li riguardano, è un maligno connubio di nazionalismo e statalismo, ossia il desiderio di vivere un’esistenza magari modesta ma sicura e protetta nel seno del Paese che li ospita fin dalla nascita, cioè a dire nella società capitalistica concepita come la sola comunità possibile. Questa condizione disumana mi ricorda i passi di Furore a proposito del carcere McAlester:

«”E come ti trattavano a McAlester?” chiese Casy. “Mica male. Pasti regolari, biancheria di ricambio, ci sono perfino dei locali per fare il bagno. Per certi versi non si sta malaccio. L’unica cosa, si sente la mancanza di donne”. Scoppiò a ridere. “Ho conosciuto uno, anche lui in libertà vigilata, che s’è fatto rificcar dentro. […] Aveva deciso di rientrar dentro dove almeno non c’era il rischio di saltare i pasti e dove c’erano anche certe comodità. Disse che fuori di lì si sentiva sperduto, dovendo oltretutto pensare sempre al domani”» (6).

Com’è noto, del domani non c’è certezza. Il carcere con annesse donne rappresentava la miserabile “utopia” del giovane Joad. Questo, tra l’altro, aiuta a capire la nostalgia per il Capitalismo di Stato che si riscontra in ampi strati proletari dell’Europa orientale che hanno conosciuto il carcere a cielo aperto chiamato «socialismo reale». Si tratta della nota sindrome del “Si stava meglio quando si stava peggio”, che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale».

«Ognuno teneva in mano la “ciotola di ferro” e si mangiava tutti dallo stesso “grande calderone”»: questo fu il comunismo con caratteristiche cinesi realizzato da Mao secondo Yang Jisheng, autore di Tombstone, un libro dedicato alla grande carestia che devastò la Cina negli anni 1958-1962, pubblicato a Hong Kong nel 2008 e subito vietato nel resto della Cina. Chissà perché, poi… Nella Critica al programma di Gotha (1875), la cui punta critica è interamente rivolta contro lo statalismo di matrice lassalliana, Marx ironizza sugli economisti che coltivano la convinzione «che il socialismo non elimina la miseria ma può solo renderla generale e distribuirla, nello stesso tempo, sull’intera superficie della società» (7). Ora, possiamo a nostra volta ironizzare sul comunista teutonico solo se crediamo nel carattere comunista, o quantomeno socialista, della Russia di Stalin e della Cina di Mao – per non parlare degli altri “regimi comunisti” e “socialisti” sorti nel Secondo dopoguerra in ogni parte del mondo. Di quel “luminoso” retaggio sopravvivono due sole stelle: la Cina e la Corea del Nord.

3. Diseguaglianze e astuzia del Capitale
Danilo Taino sintetizza come segue il pensiero di Deirdre McCloskey, «l’economista anti-Piketty» che dice di ispirarsi al liberalismo di Adam Smith: «Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania, Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a oggi. Un’opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia» (8). Sarebbe fin troppo facile prendersela con Taino e con «l’economista anti-Piketty» per il guazzabuglio ideologico appena citato; ma a mio modesto avviso dovremmo addossarne la responsabilità in primo luogo all’intellettuale conservatore che amava (e ama) indossare i panni del “materialista storico” e del “marxista” nonostante la sua concezione economico-sociale non era (e non è) molto diversa dalle più reazionarie concezioni borghesi circa il modo di organizzare l’economia e la società in vista del «bene comune».

«Il nostro benessere», sostiene l’idealista McCloskey, «viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l’elettricità, la radio, i sistemi idraulici». Guarda il caso, quelle idee hanno dovuto attendere il trionfo del Capitale per nascere nelle teste di alcuni geni e poi trovare un’applicazione tecnologicamente ed economicamente sostenibile: bizzarrie della storia che il “materialismo storico” non riuscirà mai a comprendere.

Anche James Dorn, vice presidente per gli studi monetari del Cato Journal, non ne può più della piagnucolosa retorica della diseguaglianza à la Thomas Piketty, retorica che «ignora una realtà fondamentale: qualsiasi intervento statale di eliminazione delle differenze di reddito e ricchezza rischia di erodere la libertà economica, la quale è il vero motore di una crescita che porti benefici a tutti. Reddito e ricchezza sono creati dal processo di scoperta di nuovi mercati e dall’allargamento delle possibilità di scelta degli individui. È una realtà riconosciuta da tutti che esistano differenze significative tra gli individui, in termini di abilità, motivazioni, talento imprenditoriale e caratteristiche personali. Queste differenze sono alla base dell’esistenza dei vantaggi comparati e, quindi, della possibilità di guadagnare da scambi volontari in un mercato libero e composto da soggetti privati. Sia i ricchi sia i poveri guadagnano dal libero mercato: il commercio non è un gioco a somma zero o negativa. Attaccare i ricchi, come se commettessero dei crimini, e invocare l’azione dello Stato per dar luogo a una distribuzione di reddito e ricchezza più “giusta” porta alla creazione di un ethos basato sull’invidia, piuttosto che a un sistema di valori basato sulla proprietà privata, sulla responsabilità personale e sulla libertà» (9). In altri termini, Dorn contrappone l’ideologia liberale-liberista della “destra mercatista” all’ideologia progressista della “sinistra statalista”. Detto per inciso, criminali non sono «i ricchi» ma i rapporti sociali che ne rendono possibile l’esistenza (insieme ai «poveri»: l’altra faccia della cattiva medaglia), e invocare l’aiuto dello Stato posto a difesa di questi rapporti equivale, per «i poveri», a un vero e proprio suicidio.

Scegliere fra le due opzioni ideologiche di cui sopra (liberismo/statalismo), con quel che ne segue sul piano delle decisioni politiche, significa per chi scrive decidersi per la pentola o per la brace: una “scelta” che personalmente lascio nella disponibilità del processo sociale, se non ho – e oggi con tutta evidenza non ho – la possibilità di attaccarlo alla radice. Insomma, l’alternativa qui brevemente evocata è, se osservata nella sua essenza, una falsa alternativa, perché le ideologie messe a confronto condividono la stessa matrice sociale (capitalistica) e sono entrambe al servizio dello status quo sociale.

Naturalmente sarebbe ingenuo solo pensare che un economista come Dorn possa condividere l’idea che non «la libertà economica», le «possibilità di scelta degli individui» e così via rappresentano il cuore pulsante dell’economia capitalistica, ma piuttosto la ricerca del massimo profitto, la valorizzazione del capitale investito in qualsiasi attività economica. Per il pensiero critico-radicale parlare di «libertà economica» e di «possibilità di scelta degli individui» aveva un significato ideologico (falso, capovolto) e apologetico («nonostante tutto, viviamo nel migliore dei mondi possibili!») già ai tempi del giovane Marx (1843-1844), figuriamoci che cosa deve dire di questa “libertà” e di queste “possibilità di scelta” l’anticapitalista attivo oggi, nell’epoca del Capitalismo Totalitario Mondiale. Il lettore mi scuserà l’enfasi delle maiuscole, spero.

È tipico dell’economista borghese di scuola liberista pensare la libertà umana nei termini di una “libera scelta” esercitata dal consumatore all’interno di un mercato che gli offre ogni ben di Dio e che è popolato da mille sirene che da ogni parte gli sussurrano all’orecchio: Tutto ruota intorno a te! «La società – dice Adam Smith – è una società commerciale. Ciascuno dei suoi membri è un commerciante. Si vede qui come l’economia politica fissa la forma estraniata delle relazioni sociali come la forma naturale e originaria e corrispondente alla destinazione umana» (10). È nella forma denaro, colta in tutte le sue funzioni e nel suo incessante sviluppo, che Marx individua l’espressione (non la causa!) più compiuta e disumana dell’estraniazione delle relazioni sociali realizzata dal moderno capitalismo: «Il credito è il giudizio dell’economia sulla moralità di un uomo. […] Entro il rapporto di credito, non è il denaro che viene superato nell’uomo, ma è l’uomo stesso che viene trasformato in denaro, ossia il denaro si è personificato nell’uomo. La persona umana, la morale umana è divenuta essa stessa articolo di commercio. […] Finchè l’uomo non si riconosce come uomo, finchè non ha organizzato umanamente il mondo, questa comunità appare sotto la forma dell’estraniazione. Perché il suo soggetto, l’uomo, è un essere estraniato a se stesso. […] Nel denaro […] si è rivelato il completo dominio della cosa estraniata sull’uomo» (11). Ed è precisamente alla luce di questo «completo dominio», che non smette di rafforzarsi e di radicalizzarsi, che a mio avviso va approcciato ogni serio discorso intorno alla libertà umana e, più in generale, alla condizione umana.

Scriveva Luigi Einaudi nel 1944: «Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni. Una donna che passa davanti una vetrina sente un bisogno intenso del paio elegante di calze che vi è esposto; ma non avendo quattrini in tasca, o non avendone abbastanza, non fa alcuna domanda. Il mercato non conosce bisogni, ma domande» (12). Il bisogno incapace di pagare, che non ha modo di incontrare la merce per mancanza o insufficienza di «equivalente generale» (leggi denaro), è economicamente – e quindi socialmente – nullo. Questa mostruosità sociale che getta un potente fascio di luce sulla nostra cosiddetta civiltà umana, appariva a Einaudi alla stregua di un fatto di natura, e ciò corrispondeva alla sua concezione apologetica del Capitalismo, quella che gli fece scrivere la seguente idiozia ideologica: «Il mercato è il servo ubbidiente della domanda che c’è». Servo della «domanda che c’è» o non, piuttosto, del Capitale? In effetti, il mercato è il Capitale – ormai da oltre due secoli, almeno nel mondo cosiddetto civile.

Il teorico del liberismo in salsa italiana naturalmente vedeva le cose economiche in modo tutt’affatto diverso, e difatti egli collocò al centro della scena economica non il Capitale (che trivialità materialistica!) ma il mitico  e umanissimo «consumatore», dalle cui – supposte – libere decisioni di consumo dipenderebbe appunto l’offerta organizzata dagli imprenditori. Per lui il mercato non è che una tecnologia economica, uno strumento, più o meno sofisticato, inventato dall’uomo per assecondare la sua naturale inclinazione a vendere (offerta) e comprare (domanda), e a farlo nel modo più efficiente e razionale (in una sola parola: più economico) possibile. Questo dall’inizio dei tempi e fino a che ci saranno consumatori da soddisfare. Mutatis mutandis, è la stessa concezione “tecnologica” – strumentale – del mercato (e del denaro) che troviamo nel libro di Yanis Varoufakis È l’economia che cambia il mondo. Il marxiano feticismo (della merce, del denaro, della tecnologia, ecc.) è ciò che accomuna gli economisti di “destra” e di “sinistra”, specialisti nel separare i (presunti!) “lati buoni” del Capitalismo da quelli “cattivi”.

4. Ritorno a Mao, per chiudere il cerchio (forse)
«La retorica della diseguaglianza incoraggia le posizioni populiste, o persino estremiste, nel tentativo di realizzare l’egualitarismo», scrive Dorn; lungi dall’essere utile ai poveri, quella retorica piuttosto li sfavorisce. «Non c’è esempio migliore della Cina [e ti pareva!]. Con Mao Zedong, l’imprenditorialità privata venne resa illegale, così come la proprietà privata, che è il fondamento di un libero mercato. Slogan come “colpite duro contro il minimo segno di proprietà privata” lasciarono poco spazio al miglioramento delle condizioni dei poveri. Le comuni create durante il Grande Balzo in Avanti (1958-1961) e un processo decisionale centralizzato portarono alla Grande Carestia, posero fine a una società civile indipendente e costruirono una cortina di ferro attorno all’individualismo. Il governo adottò, insomma, una politica di egualitarismo forzato. Al contrario, Deng Xiaoping, il più importante leader cinese, permise il ritorno a un’economia di mercato e aprì la Cina al mondo esterno. La Cina ora è la maggiore potenza commerciale mondiale: questo dimostra che la liberalizzazione economica è la migliore cura per aumentare la libertà di scelta delle persone. Tale processo ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà. Lo slogan di Deng, “arricchirsi è glorioso”, è decisamente differente dai progetti livellatori di Mao». Si tratta di un argomento forte contro gli egualitaristi del XXI secolo, non c’è che dire. Ma siamo proprio sicuri che Mao intendesse livellare la società cinese inseguendo la “folle utopia” comunista?

Scrive Yang Jisheng: «In un periodo senza guerre, senza epidemie e con condizioni climatiche normali, sono morte di fame 30 o 40 milioni di persone. I dirigenti che causarono una tale catastrofe non erano demoni e non erano neppure pazzi, ma erano piuttosto rivoluzionari dall’intelligenza superiore alla norma e con in mente grandi ideali. La congiuntura storica ha voluto che essi guidassero la Cina a percorrere una via che seguiva il modello sovietico. […] Perché grandi ideali hanno generato grandi tragedie? Perché i rivoluzionari cinesi costruirono un si­stema sulla base di una “grande utopia”: il comunismo» (13). Questa cosa qui io non l’ho mai creduta – o bevuta. Infatti, abbastanza precocemente ho appreso dai comunisti antistalinisti che 1) lo stalinismo fu l’espressione e insieme lo strumento della controrivoluzione antiproletaria (non solo nazionale ma anche internazionale), nonché un formidabile strumento politico-ideologico posto al servizio dell’industrializzazione capitalistica a ritmi accelerati della Russia e degli interessi del Paese in quanto potenza imperialistica di rango mondiale – in assoluta continuità con la storia dell’Impero zarista; e che 2) in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini (in un Paese socialmente arretrato che aveva vissuto una lunga e dolorosa esperienza di sfruttamento coloniale e imperialistico), e in un secondo tempo lo strumento dell’accumulazione capitalistica a tappe accelerate, e questo in perfetta analogia con lo stalinismo. Personalmente non ho mai svolto una critica meramente ideologica dello stalinismo e del maoismo, i quali vanno considerati innanzitutto come espressioni di reali interessi di classe e di reali tendenze storiche e sociali, di natura interna (accumulazione capitalistica, industrializzazione, modernizzazione, lotte interborghesi) e internazionale (collocazione geopolitica della Russia e della Cina, contesa interimperialistica, ecc.). Naturalmente non si può dimenticare di porre l’accento sulla stretta connessione “dialettica” tra questi due piani, testimoniata, ad esempio, dalla rottura maoista con i “fratelli” sovietici, accusati dal Grande Timoniere di praticare una politica estera «socialimperialista»; rottura (come sempre giustificata da ambo le parti tirando in ballo questioni filosofiche e ideologiche circa l’interpretazione e l’attualizzazione del “materialismo storico/dialettico”) che divise il PCC in antisovietici («corrente rossa» filomaoista) e filosovietici («corrente nera» antimaoista). L’accumulazione capitalistica a teppe forzate non è stata mai, e in nessun luogo, un pranzo di gala!

Detto en passant, oggi il Caro Leader di Pechino riscopre la “rigorosa etica maoista” solo per assestare un duro colpo ai suoi avversari politici, attaccati anche sul piano personale e neutralizzati con gli strumenti della più dura repressione. La lotta politica (sempre veicolata attraverso stilemi ideologici più o meno risibili) non si è fermata mai un solo momento nel Partito-Regime del Celeste Capitalismo.

Come ho scritto altre volte, il cosiddetto «socialismo reale» (di conio stalinista, maoista o di altro conio più o meno “originale”) non è che un capitolo particolarmente oscuro del Libro Nero del Capitalismo mondiale. Rimando ai miei studi sulla Rivoluzione d’Ottobre e sulla Cina.

«I nazisti uccidevano per odio, i comunisti per amore: tanto basta, davvero, per chiudere il discorso? Sappiamo bene che troppo spesso in Italia, negli ultimi vent’anni, l’anti-comunismo è stato una barzelletta venuta male. Un’arma di propaganda politica, caricaturale e spuntata [si allude a Berlusconi?]. Esiste invece un dovere della memoria, un dovere della comprensione di come funzionava quel terribile ingranaggio». Questo si legge nel testo redazionale dell’Istituto Bruno Leoni che introduce il PDF La grande Carestia di Jisheng. Di qui, il mio piccolo contributo per tenere viva la memoria e per spiegare «quel terribile ingranaggio». Come diceva quel tipo, «Ciascuno secondo le sue capacità» (e prospettive politiche)!

(1) Il Giornale, 31maggio 2015.
(2) K. Marx, Il Capitale, III, p. 451, Editori Riuniti, 1980.
(3) K. Marx, Scritti inediti di economia politica, p. 129, Editori Riuniti, 1963.
(4) A. de Tocqueville, Discorso contro il diritto al lavoro, da L’Intraprendente.
(5) F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, pp. 237-238, Luigi Mongini Editori, 1911.
(6) J. Steinbeck, Furore, p. 33, Bompiani, 1980.
(7) K. Marx,  Critica al programma di Gotha p. 48, Savelli, 1975.
(8) Corriere della sera, 27 settembre 2014.
(9) La retorica delle diseguaglianze alla prova dei fatti, Istituto Bruno Leoni.
(10) K. Marx, Scritti inediti di economia politica, p. 15.
(11) Ibidem, pp. 12-13-20.
(12) L. Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944, p. 22, RCS, 2009.
(13) Y. Jisheng, La grande carestia, Istituto Bruno Leoni, giugno 2015.

LE CARATTERISTICHE CINESI DEL DOMINIO CAPITALISTICO

41809Mentre il presidente del Celeste Imperialismo* (o capitalismo con caratteristiche cinesi) Xi Jinping continua a lavorare alacremente per irrobustire «lo Stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi» (in Cina ogni cosa ha naturalmente caratteri rigorosamente cinesi, e ciò anche in ossequio al vecchio e caro “internazionalismo proletario”…), pure non cessa la battaglia del Partito-Regime contro la corruzione che da sempre alligna nell’elefantiaca burocrazia “comunista” (al centro come alla periferia dell’Impero) e contro le sirene dell’occidentalismo. Quest’ultimo rivoluzionario impegno ha come oggetto la coscienza politica dei giovani, i quali sembrano pericolosamente attratti dai demoniaci «valori occidentali», anche in materia di preferenze politico-istituzionali.

Come informava qualche tempo fa il mensile di Partito Qiushi (Verità: quella del regime, inutile dirlo), le tre principali università cinesi (Pechino, Shanghai, Canton) stanno battendo sempre più ossessivamente il tasto sulla necessità di impegnarsi seriamente nella campagna di «raddrizzamento del pensiero» lanciata sempre dal compagno presidente Xi Jinping, il cui obiettivo appare oltremodo chiaro: dare un ennesimo giro di vite al controllo politico-ideologico soprattutto sui giovani. Tanto più dopo la “rivoluzione degli ombrelli” di Hong Kong.

Per il regime si tratta di capire «come portare avanti il lavoro ideologico nelle università date le nuove condizioni storiche», ossia di come formare e controllare la coscienza dei sudditi cinesi nell’epoca di Internet: «Negli ultimi anni alcune persone spinte da secondi fini hanno ravvivato le fiamme di Internet contro l’obiettivo finale del Partito comunista e del sistema socialista». I comportamenti “antisocialisti” di chi «versa olio sul fuoco con i propri pensieri hanno un forte impatto negativo sull’opinione pubblica». Non c’è dubbio. Urge dunque «difendere il pensiero marxista e consolidare il socialismo».

Piccola e quasi insignificante precisazione, che faccio solo a causa di una pignoleria congenita che non riesco proprio a superare (malgrado molti sforzi profusi in questo senso): quando i “comunisti” cinesi parlano di «pensiero marxista», essi alludono allo stalinismo con caratteristiche cinesi chiamato maoismo (ideologia che supportò la rivoluzione nazionale-borghese guidata dal PCC di Mao Tse-tung), un «pensiero» che all’avviso di chi scrive nulla ha a che fare con quello di Marx, nonostante le fumisterie terminologiche made in China, che molto piacciono agli intellettuali “comunisti” occidentali, possono far pensare il contrario. Quando invece parlano di «socialismo», i leader cinesi si riferiscono appunto al capitalismo con caratteristiche cinesi che dai tempi del Grande Timoniere ha fatto davvero dei passi da gigante, soprattutto a partire dalla prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando il processo di modernizzazione capitalistica subì una violentissima accelerazione. Si badi bene: tutto questo non in rottura sostanziale con la passata esperienza maoista, secondo la lettura mainstream di quegli eventi e come sostengono ancora oggi non pochi tardo-maoisti, ma in continuità storico-sociale con quella esperienza, la quale ebbe il merito di proiettare in qualche modo nella modernità la Cina nella sua attuale dimensione geopolitica.

imagesUna volta Deng Xiaoping disse che «Il compagno Mao ha fatto il 70% di cose giuste e il 30% di cose sbagliate»; con quel 30% Deng intese alludere soprattutto alla cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale, avviata da Mao nel 1966 per spazzare via i suoi avversari politici (i più vecchi tra i lettori ricorderanno sicuramente gli slogan allora in voga: Ribellarsi è giusto!, Sparate sul quartier generale!, ma prendete bene la mira, mi raccomando…), e osannata in Occidente come l’ultima parola in materia di emancipazione degli oppressi. Ebbene, pare che l’attuale Timoniere della Cina intenda ridurre, e di molto, la percentuale di errori attribuiti dalla leadership post-maoista alla lunga stagione di “radicalismo rivoluzionario”.

ombr«Lo studioso di Legge Zhang Xuezhong aveva scritto su Weibo, il Twitter cinese, che a lui e ad altri insegnati dell’università di Giurisprudenza di Shanghai era stato richiesto di evitare argomenti “scomodi” come la democrazia, i valori universali, la società civile, il liberismo, l’indipendenza dei media, gli errori commessi in passato dal Pcc (il cosiddetto “nichilismo storico”) e le contraddizioni tra le politiche di apertura e riforme e la natura socialista del regime. Per questo il tweet di Zhang Xuezhong era divenuto immediatamente virale ed era stato censurato. Tutt’oggi sulla Rete cinese non ce n’è traccia, ma gli internauti si riferiscono ai suoi contenuti con la parafrasi “i sette innominabili”, in cinese qibujiang (Lettera 43).

Insomma, il tanto propagandato Stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi ha il significato che segue: il Partito-Regime deve continuare a dire l’ultima parola su tutto e su tutti anche nel XXI secolo. Ne ha il diritto, che gli deriva dalla sua forza materiale e ideologica. In questo senso diritto e “socialismo con caratteristiche cinesi” sono le facce della stessa capitalistica medaglia. D’altra parte è stato lo stesso Xi Jinping a chiarire come stanno le cose: «La leadership del partito e lo stato di diritto socialista sono una cosa sola». E per dissolvere ogni equivoco “occidentalista”, il Giornale del popolo, megafono del Partito-Regime, ha scritto qualche giorno fa che «È sbagliato dire che lo “stato di diritto” contraddice la legge del partito unico perché la legge in Cina è la codificazione delle direttive del partito». Detto, fatto: «Nella riunione del Quarto Plenum del Comitato centrale il viceministro del Dipartimento internazionale Guo Yezhou ha chiarito che la leadership del Partito comunista cinese è un requisito fondamentale per la costruzione dello stato di diritto» (ASCA, 30 ottobre 2014).

La corrente cosiddetta costituzionalista del PCC, propensa a una maggiore apertura politica del regime in senso “liberale”, è stata prima criminalizzata dai giornali ufficiali (in quanto sostenitrice di una «democrazia di tipo occidentale»), e poi isolata all’interno del Partito. Il lungo dibattito intorno alla necessità di una più netta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e al rapporto tra il Partito e la legge (è il Partito che deve sottomettersi alla legge o viceversa?) sembra dunque essere approdato a una prima conclusione: il Partito-Regime è la legge. Detto in termini “cinesi”, il PCC si pone come garante supremo della legalità “socialista”. Come giustamente sostiene Wang Zhicheng, questa dialettica Partito-Legge «rafforza ancora di più il potere dei vertici, minacciando però i singoli membri a seguire la legge, per evitare la crisi del Partito soffocato dalla corruzione e dalle ingiustizie» (Asia News).

ombrelChi in Occidente ha temuto una deriva “occidentalista” della Cina può insomma tirare un sospiro di sollievo: la dittatura del partito unico non è – per il momento – in discussione. La democrazia popolare con caratteristiche cinesi è viva e lotta insieme a noi. Mi correggo: lotta insieme ai sostenitori della costruzione di un forte polo imperialista da contrapporre al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti. Chi segue questo modesto blog conosce la posizione antimperialista “a 360 gradi” di chi scrive: contro l’imperialismo unitario (ma non unico), senza se e senza ma. E per evitare antipatici equivoci “costituzionalistici”, ribadisco la mia radicale avversione a ogni forma di Stato di diritto, a prescindere dalla sua caratteristica nazionale. Come testimonia ampiamente anche il post precedente dedicato all’italica dialettica democratica.

Quanto potrà durare lo status quo politico-istituzionale cinese? Difficile dirlo; è tuttavia facilmente prevedibile che le pressioni sistemiche (economiche, sociali, etniche, demografiche, geopolitiche) cui esso è sottoposto non si allenteranno col tempo, tutt’altro. «Le cronache della Cina sono piene di petizioni, rivolte familiari, rivolte sociali a causa di casi giudiziari che danno ragione a priori ai governatori locali» (Asia News, 24 ottobre 2014). Rispondere alla vecchia maniera alle tensioni sociali diventa sempre più difficile e inefficace, e proprio l’esigenza di approntare un serio programma di “riforme istituzionali” in grado di mettere il regime in sintonia con i profondi mutamenti sociali (economici, culturali, psicologici) che hanno trasformato il grande Paese asiatico ha messo all’ordine del giorno la questione dello Sato di diritto, sebbene con “caratteristiche cinesi”.

Scrive Simone Pieranni (Il Manifesto, 24 ottobre 2014): «Il Ple­num del Pcc, con­clu­sosi il 23 otto­bre, ha san­cito il via libera “allo Stato di diritto socia­li­sta con caratteristiche cinesi”. In particolare nel comu­ni­cato si legge che “Solo con il governo secondo la legge, e con l’attuazione dello Stato di diritto sotto la guida del par­tito il popolo può essere vera­mente padrone della pro­pria casa”. Poco? Forse, ma i tempi cinesi non sono i nostri: solo porre all’ordine del giorno di un incon­tro così impor­tante la que­stione, costi­tui­sce un passo avanti». Nessuno mette in discussione i tempi necessariamente lunghi del celeste Imperialismo. La sindrome sovietica è sempre in agguato. Come l’incubo Tienanmen, peraltro.

ouningMa un dubbio subito mi assale: «un passo avanti» per chi? Non certo per le classi subalterne cinesi. Almeno così penso io. E ancora: cosa significa che «il popolo cinese è padrone della pro­pria casa»? Soprattutto nel XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria e planetaria degli individui al Capitale, parlare di «popolo» significa fare dell’ideologia ultrareazionaria: in Italia come in Cina, in Venezuela come negli Stati Uniti. Chi ha interesse a mistificare la natura classista della società cinese? Non sarà che anche Pieranni è un simpatizzante del «socialismo con caratteristiche cinesi»? Certo non me ne stupire, tutt’altro.

* Con Imperialismo intendo qui riferirmi all’ascesa della Cina a potenza economica di livello mondiale. Prim’ancora che un fenomeno di natura politico-militare, l’Imperialismo moderno (borghese) è un fenomeno squisitamente sociale al cui centro pulsa sempre più forte la prassi economica – tecno-scienza inclusa. Come scriveva Henryk Grossmann, «proprio il carattere aggressivo del capitalismo odierno gli imprime il marchio specifico che noi concepiamo sotto il nome di “imperialismo”» (Il crollo del capitalismo). Quanto a carattere aggressivo il capitalismo con caratteristiche cinesi non scherza. O no?

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enhanced-buzz-wide-22813-1412008109-23Arrivano i lacrimogeni, gli spray al peperoncino e gli idranti. Chi protesta si porta l’ombrello. L’ombrello è diventato il simbolo della protesta a Hong Kong.

Nel luglio del 1989, a massacro di giovani studenti e operai cinesi ancora caldo, io e pochi altri amici scrivemmo un modesto opuscolo dedicato a quel drammatico evento. Lo intitolammo Tienanmen! Semplicemente.

Per noi si trattava per un verso di negare, nel modo più assoluto, l’esistenza in Cina, da Mao in poi, di un regime comunista, o quantomeno di un «socialismo con caratteristiche cinesi» (va ricordato che la «via nazionale al socialismo» fu il concetto chiave dello stalinismo russo e internazionale: togliattismo compreso); e per altro verso di attribuire le cause della sanguinosa repressione di quei giorni al regime totalitario posto al servizio di un possente processo capitalistico di accumulazione che proprio alla fine degli anni Ottanta subì un’impressionante accelerazione, scuotendo le fondamenta stesse dell’immenso paese asiatico. Per la leadership cinese allora in gioco non c’era solo l’assetto istituzionale del Paese, o il ritmo di accumulazione del capitale, ma la stessa esistenza di una Cina unitaria come era venuta fuori dalla rivoluzione nazionale-borghese diretta dal Partito cosiddetto “comunista” di Mao.

Per un maggiore approfondimento della storia cinese (sul processo storico-sociale cinese, sulla natura sociale del regime maoista e sul significato della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) rimando al mio studio Tutto sotto il cielo (del Capitalismo).

longform-original-24352-1412036421-10Ligi all’insegnamento del Mandarino di Treviri, cercammo di osservare in profondità il caotico movimento politico-sociale di quei caldi giorni cinesi, per non lasciarci irretire nella sua complessa fenomenologia e, soprattutto, per non lasciarci sviare dalla coscienza che i suoi protagonisti avevano della loro esperienza. La materialistica analisi del profondo ci permise di non schifare il movimento di Pechino e Shangai in quanto espressione di giovani soggiogati dalla demoniaca cultura occidentale, nonché servi sciocchi dell’Imperialismo americano: a un certo punto era apparsa in Piazza Tienanmen una copia della statua della libertà! La pistola fumante!

Inutile dire che molti interlocutori fedeli al culto di Mao (e, in modo più esoterico, al culto di Stalin), ancora sotto shock a causa della catastrofe “socialista” in Europa, ci accusarono di ingenuità piccolo-borghese (quantomeno!): «Ma quelli vogliano la democrazia borghese e il consumismo occidentale!» Ma va? E noi che avevamo creduto che la grande Cina fosse alle prese con una Rivoluzione Proletaria dura e pura!

Naturalmente allora io e i miei amici non coltivammo nessuna illusione di “primavere rivoluzionarie”, così come non ne coltiviamo oggi a proposito del processo sociale che scuote il Medio Oriente e il Nord’Africa. Scrivevo qualche giorno fa a proposito della Sindrome di Tienanmen che ha preso corpo la settimana scorsa a Hong Kong: «Va ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento ebbe come non ultima causa l’apparizione accanto alle organizzazioni studentesche di primi embrioni di un associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito cosiddetto “comunista”». Ciò che terrorizzava (e terrorizza) quel Regime-Partito nutriva (e nutre) il mio impegno (che parola grossa!) anticapitalista.

Dell’opuscoletto scritto venticinque anni fa (come passa il tempo!) cito solo un brano tratto dall’introduzione, come ricordo di quei caldissimi giorni e, soprattutto, come contributo alla riflessione – di chi vuol riflettere, si capisce.

«Noi non abbiamo mai creduto nell’esistenza di un “comunismo” in Cina (né in qualche altro Paese: Russia, Cuba, Vietnam, ecc.); è per questo motivo che dopo Tienanmen non ci sentiamo in imbarazzo, né avvertiamo sensi di colpa, né ci sentiamo in crisi sul piano politico-ideologico. Ma non vogliamo attestarci, per questo, su una posizione, politicamente infruttuosa quanto ridicola, di autocompiacimento o di irrisione nei confronti delle altrui certezze e ragioni, oggi assai mortificate dai fatti. Per questo siamo disposti ad affrontare, insieme ad altri, uno studio “spregiudicato” e non settario sulla storia del movimento operaio internazionale nel suo complesso».

Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto, anche perché proprio quando i fatti ci mettono in crisi avvertiamo l’irresistibile bisogno di tenerci ancora più saldamente stretti alle nostre “certezze”, anche quando esse appaiano appiccicate alla realtà con lo sputo. O con il sangue.

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Ossia, lo sviluppo della lotta di classe nella più
grande fabbrica capitalistica del pianeta.

milano_070614Scrive il tardo maoista Francesco Valerio della Croce:«Secondo un assunto, alquanto semplicistico, la Repubblica popolare cinese sarebbe divenuta, nel corso del tempo, una forma inedita di “capitalismo di stato”, una realtà economica in cui le regole del profitto e della turboproduzione vigerebbero assolute e incontrastate» (Il sorpasso: come la Cina cambierà la storia). Secondo il mio assunto, non so quanto semplicistico (tocca al lettore giudicare), la Repubblica popolare cinese è SEMPRE stata una realtà sociale pienamente capitalistica, dalla sua proclamazione (1949) in poi. Naturalmente in modi diversi nel corso dei decenni sulla base del retaggio storico di quel grande Paese, della sua struttura sociale (caratterizzata dalla predominanza dell’elemento rurale) e nazionale (presenza nello spazio cinese di diverse nazionalità, etnie, ecc.), nonché della sua collocazione nello scenario internazionale (vedi in primis il bipolarismo USA-URSS).

Ai sostenitori della natura pienamente capitalistica/imperialista della Cina, della Croce obietta sostanzialmente due argomenti: il forte tasso di sviluppo dell’economia cinese, anche nel contesto della crisi economica internazionale deflagrata nell’estate del 2007 a cominciare dagli Stati Uniti, e la forte presenza in quell’economia dello Stato: «Ebbene, il suddetto pensiero cozza non poco con la realtà, per più d’un motivo. Il più vistoso motivo è rappresentato proprio dallo stato di salute in cui prospera l’economia cinese: una situazione di segno decisamente opposto rispetto all’occidente capitalistico, spolpato di una parte ingentissima della sua capacità produttiva dal 2007, anno in cui la crisi di sovraspeculazione finanziaria è esplosa ed ha palesato in proporzioni gigantesche l’enorme indebitamento che ha risucchiato via una parte consistente di economia reale […] Decisivo, per comprendere come la presenza irremovibile dello Stato nelle scelte di orientamento dell’economia cinese si raccordi in ogni ambito della vita produttiva del Paese, è sottolineare che lo strumento principale di legislazione, regolazione e controllo è rappresentato dal Piano quinquennale». Ho risposto a queste due risibili obiezioni in diversi post, ad esempio in questo: L’indiscutibile successo del Capitalismo con caratteristiche cinesi.

A proposito del mitico «Piano quinquennale» scrivevo qualche tempo fa: «Detto en passant, anche Stalin e, in seguito, Kruscev puntarono i riflettori della propaganda sugli altissimi tassi di sviluppo dell’industria russa per dimostrare la natura socialista dell’economia del Paese, e magnificarne la superiorità nei confronti dei competitori occidentali. Lungi dall’attestare la natura socialista della Russia stalinista, i mitici Piani Quinquennali ne testimoniavano piuttosto l’essenza capitalistica; essi raccontavano, a chi avesse orecchie per ascoltare la verità, il processo «di accumulazione originaria» in un Paese capitalisticamente arretrato e molto ambizioso sul terreno della contesa imperialistica, peraltro in ossequio alla tradizione Grande-Russa del Paese, così odiata dall’uomo che subì l’oltraggio della mummificazione – in tutti i sensi. Di qui l’opzione di politica economica tesa a orientare tutti gli sforzi della nazione verso la costruzione, a ritmi stachanovisti, di una potente industria pesante: più acciaio e meno burro! Com’è noto il burro non fa ingrassare gli arsenali» (L’imperialismo è la grande Cina).

stalin33Stalinismo e maoismo come facce della stessa (capitalistica) medaglia? Non c’è dubbio. Almeno per chi scrive, si capisce. Diciamo meglio: il maoismo come stalinismo con caratteristiche cinesi.

«La nuova leadership del Presidente Xi Jiping, sembra aver compreso appieno l’importanza del ruolo internazionale che la Repubblica popolare svolge oramai a livello mondiale ed accanto a questa consapevolezza si mantiene saldo il riferimento al marxismo-leninismo in una visione dialettica di riforma dello Stato». La «visione dialettica» del «marxismo-leninismo» posta al servizio dell’Imperialismo con caratteristiche cinesi. Andiamo bene, nel migliore dei «socialismi reali» possibili. Ovvero: Come volevasi dimostrare.

«La visita di Putin in Cina, in programma a maggio, diventa quindi un appuntamento cruciale, sia per comprendere i prossimi sviluppi del rapporto tra le due potenze (in termini commerciali, militari e strategici) che per veder messi seriamente in discussione gli attuali equilibri di potere. Un asse russo-cinese, con ovvie ricadute anche nei rapporti all’interno dei Brics, costituirebbe una sfida decisiva al predominio politico-militare del blocco a guida statunitense. Non ci resta che attendere. Fiduciosi, se abbiamo come obiettivo la pace e il dialogo fra civiltà e culture (D. A. Bertozzi, Il “filo rosso”: Cina e Russia sempre più vicine ). Come ai bei tempi della Guerra Fredda (vedi i famigerati Partigiani della Pace) l’obiettivo della “pace” e del «dialogo fra civiltà e culture» riposa nelle mani della Cina e della Russia. In effetti, la cosa gronda fiducia da tutte le parti, e quasi mi converto alla lungimirante visione strategica elaborata dal «maggiore generale cinese Wang Hayun (consulente presso il China International Institute for Strategic Society)». Quasi. Datemi il tempo di imparare un po’ di «marxismo-leninismo».

timthumbDal post pubblicato su Facebook

实事求是 *

«Nel numero dedicato alla morte del Grande Condottiero, l’11 settembre del 1976, L’Economist scrive: “Mao deve essere accettato come uno dei grandi vincitori della storia. Per aver elaborato, contro le prescrizioni di Marx, una strategia rivoluzionaria incentrata sui contadini, che permise al Partito comunista di conquistare il potere a partire dalle campagne, e per aver diretto la trasformazione della Cina da società feudale, distrutta dalla guerra e dissanguata dalla corruzione, a Stato egualitario e unificato, nel quale nessuno muore di fame”» (A. Barbera, La stampa, 12 maggio 2014). Non «contro le prescrizioni di Marx», come se Mao avesse voluto seguire una strada originale rispetto alla rivoluzione proletaria marxiana, ma piuttosto sulla base di una concezione borghese del mondo messa al servizio di una rivoluzione nazionale-borghese centrata sull’iniziativa del vasto mondo rurale cinese**. Già Stalin aveva chiamato «socialismo» («in un solo paese») l’accumulazione capitalistica a tappe accelerate in Russia.

Quanto alla natura “egualitaria” dello stato cinese è meglio stendere un velo pietoso. Anzi funerario, come racconta Yang Jisheng, l’autore di Tombstone, The Great Chinese Famine, 1958-1962: «A quel tempo Yang Jisheng ha 36 anni, è iscritto al Partito ed è un “orgoglioso giornalista” dell’agenzia di Stato Xinhua. Ma la convinta adesione all’Utopia non gli impedisce di scavare attorno a quel che accadde fra il 1958 e il 1962, gli anni della grande carestia in cui suo padre se ne va, apparentemente per una tragica volontà della natura […] Il padre di Yang se ne va in tre giorni, ma per almeno dieci anni, fino alla fine delle sue ricerche, fino ai fatti di piazza Tienanmen, Yang non avrà piena consapevolezza di quali fossero le vere ragioni della Grande Carestia, dei suoi 36 milioni di morti in quattro anni, del perché masse di cinesi fossero finite in una condizione tale da spingere i più sfortunati – lo ha ricostruito lui stesso – che a cibarsi di escrementi di uccelli o delle carni dei propri defunti». Ho provato ad indagare quelle «vere ragioni» in Tutto sotto il cielo (del Capitalismo).

«Avevo 18 anni, ero studente e vivevo a pochi chilometri dal mio villaggio. Non c’era molto da mangiare, ma come immagino accadesse nelle scuole di Hitler e Mussolini una ciotola di riso me la davano tutti i giorni». L’”egualitarismo” come miseria di massa: un classico delle cosiddette utopie negative raccontate in diversi romanzi fantapolitici. Solo che questo è il mondo reale dell’accumulazione capitalistica, la quale, com’è noto, non è un pranzo di gala.

«”Quando eravamo tutti uguali, non si può dire fossi realmente infelice, ma il problema era che non avevo la più pallida idea di quale fosse la differenza fra essere felice o infelice. Ora lo so, e l’ho spiegata ai cinesi con una formula matematica”. Prende un pezzo di carta e scrive: “Il tasso di felicità è dato dal rapporto fra la qualità della vita attuale e quella passata. Alla formula completa manca solo il coefficiente: la quantità di informazioni a disposizione”. L’orgoglio del giornalista ha attraversato indenne la storia». Peccato che l’orgoglio da solo non è in grado di cogliere la radice sociale delle disgrazie.

Scrive M. Borghi: Con la sua ricerca completa e puntuale “Tombstone”, pubblicato a Hong Kong nel 2008 e subito vietato nel resto della Cina per ovvie ragioni, ha il merito di fare chiarezza sulla vera causa che portò alla morte di ben 36 milioni di persone (fra cui il padre adottivo dell’autore): l’economia pianificata. Quella gestione statale e burocratica che ancora oggi molti, dall’estrema sinistra all’estrema destra, sognano ancora, pur con accenti e modalità diverse. Speriamo che la lettura del saggio di Jisheng (che a breve verrà pubblicato in traduzione italiana da Adelphi) possa contribuire a far cambiare loro idea» (L’intraprendente, 12 maggio 2014).

Personalmente non ho avuto mai una grande simpatia, se mi si concede l’ironico eufemismo, per il Capitalismo di Stato, soprattutto per quello venduto al mondo (per la gioia degli anticomunisti) come «socialismo», ancorché «reale».

* Shí shì qiú shì: cercare la verità attraverso i fatti.

** «Nel caso dei Paesi arretrati che hanno bevuto l’amaro calice del colonialismo e dell’imperialismo, la rivoluzione contadina assume necessariamente anche una valenza nazionale, cioè a dire anticoloniale e antimperialista, senza che ciò esuberi minimamente dal quadro borghese. «Non vi può essere il minimo dubbio – scriveva Lenin – che ogni movimento nazionale può essere soltanto un movimento democratico-borghese, perché la massa fondamentale della popolazione dei Paesi arretrati consiste di contadini, che sono rappresentanti di rapporti borghesi capitalistici»1. Certo, il sincero rivoluzionario contadino di una volta si sarebbe ribellato dinanzi a questa impostazione “dottrinaria”, e avrebbe sostenuto che a lui il borghese e il capitalista piacevano più da morti che da vivi. Ma egli, proprio come Mao, non conosceva né la dialettica storica né il concetto marxiano di ideologia: non sempre – per usare un eufemismo – chi parla sa esattamente quale tendenza storica gli sta, per così dire, suggerendo il discorso, e per questo Marx invitava a studiare la storia al netto di quel che i suoi protagonisti pensano di se stessi.

[…]

L’unificazione economica e politica della Cina deve perciò diventare l’assoluta priorità di una forza sociale autenticamente nazionale, cioè borghese, nel senso storico, non puramente sociologico, della parola. E questo però in un contesto che non vede agire una forte classe borghese, e dove per giunta lo spirito nazionalistico di questa classe è assai indebolito in grazie dei profondi legami che fin da subito si sono instaurati tra capitale interno e internazionale. Pure forti sono i legami che legano la borghesia delle città ai proprietari terrieri. Come in India, anche in Cina la borghesia urbana parla una lingua internazionale, la lingua del capitale. Stando così le cose, la forza sociale che appare in grado di portare a termine l’unificazione della Cina nella nuova epoca storica abita nelle campagne cinesi: sono i contadini che non hanno nulla a che spartire con i grandi proprietari terrieri. Si tratta di mobilitare, disciplinare e organizzare questa immensa risorsa rivoluzionaria, della quale la borghesia cinese ha giustamente paura, anche perché la comparsa del proletariato sulla scena mondiale getta una inquietante ombra sui movimenti sociali a carattere democratico-nazionale che giungono in ritardo all’appuntamento con quello che, scomodando Hegel, possiamo chiamare Processo Storico Universale. È precisamente in questa complicata dialettica storica che viene a inserirsi il maoismo, che diventa il catalizzatore della rivoluzione nazionale-borghese, in parte per una consapevole scelta del PCC, in parte in virtù di tendenze oggettive che passarono largamente sopra la sua testa» (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

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CHIMERE LETALI

1468490451327Nel suo interessante libro Utopie letali (Jaca Book, 2013) Carlo Formenti prende di mira le «utopie “di sinistra”», le quali secondo l’autore «hanno poco a che fare con l’utopia comunista che ancora spaventa il capitale» (p. 7). Tesi che mi sento di condividere pienamente, e che già spiega in qualche modo il giudizio di cui sopra. Non è mia intenzione soffermarmi su ogni tema toccato dall’autore (dal «divorzio fra democrazia e mercato» alle «sperimentazioni sociali» in atto in Americana Latina, soprattutto nella Venezuela di chávista, passando per la critica all’ideologia-prassi neoliberista, ecc.); qui mi limito a toccare solo alcune questioni poste nel libro.

Cerchiamo intanto di capire meglio quali sono «le utopie letali con cui polemizza questo libro»: «si tratta delle utopie di quelle sinistre “movimentistiche” postmoderne, postideologiche, postmateriali, postindustriali (l’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ve le risparmio) che hanno sostituito le velleità rivoluzionarie con il sogno di un crollo indolore del capitalismo che dovrebbe essere provocato da improbabili mutazioni della psicologia e dell’antropologia individuali, oppure dalle lunghe marce per i nuovi diritti, o dall’invenzione di “terze vie” che ci proiettino oltre la dicotomia fra pubblico e privato, oppure da tutto questo assieme e da altro ancora.
La lista delle ideologie chiamate in causa è lunga e, apparentemente, eterogenea: neo e postoperaisti, neo anarchici, benecomunisti, girotondini, parte dei movimenti femministi, ecologisti e pacifisti; soggetti in cerca di riconoscimento identitario; entusiasti della democrazia di Rete; paladini dei nuovi diritti, ecc.». Chi segue il mio blog certamente avrà notato una certa assonanza tra ciò che scrive Formenti e le polemiche che assai più modestamente organizza chi scrive contro gli ottimisti della rivoluzione, quelli che gridano entusiasticamente Rivoluzione!  a ogni sussulto – a volte perfino a ogni peto, con rispetto parlando – del processo sociale, nonché contro i teorici del post-tutto (o oltrismo: oltre Marx, oltre il Capitalismo, oltre la legge del valore, oltre la modernità, oltre il pubblico, oltre… l’oltre!), intellettuali di successo sempre alla nevrotica ricerca di «nuovi soggetti sociali» cui attribuire la pesante responsabilità di «nuova classe rivoluzionaria». Di qui, probabilmente, il loro imperituro successo come – sedicenti – avanguardie rivoluzionarie.

Sotto questo aspetto, di particolare interesse ho trovato la critica che Formenti rivolge ai teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo, Antonio Negri in testa, i quali «hanno occhio solo per il lavoro immateriale di knowledge workers» e «in particolare sostengono che oggi il general intellect non si oggettiva nel lavoro morto, cioè nel sistema delle macchine, bensì nella cooperazione sociale spontanea e nella produzione di “sapere vivo”. Per questo motivo, aggiungono, il lavoro vivo, pur dipendendo tuttora dall’impresa capitalistica nella sua attuale forma di rete, sarebbe in grado di auto-organizzarsi indipendentemente dal comando capitalistico […] Queste tesi esprimono un’incredibile sottovalutazione della capacità del nuovo sistema di macchine di sovra determinare non solo l’organizzazione, ma anche la stessa antropologia del lavoro» (p. 81). Comprensibilmente l’autore di Utopie letali si stupisce di come certi intellettualoni che dovrebbero conoscere a fondo il meccanismo capitalistico nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Capitale, prendono invece gigantesche cantonate quando si tratta di analizzare criticamente prassi sociali il cui significato va nel senso di un sempre più radicale, stringente, capillare e profondo dominio del rapporto sociale capitalistico. Rimandando il lettore alla critica dei teorici del Capitalismo 2.0 svolta in diversi post e nel mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, qui mi permetto di citare un passo di Cripto-moneta del comune e “acciarpature monetarie”:

«Per una bizzarria del pensiero che andrebbe indagata più a fondo, i teorici del bio-capitalismo cognitivo osservano una contraddizione in grado di far sviluppare forme economiche alternative incompatibili con lo sfruttamento del lavoro e con la ricerca del massimo profitto, là dove invece la contraddizione, che è immanente al concetto stesso di Capitale, attesta il continuo approfondimento del rapporto sociale capitalistico. Riformisticamente, essi rigettano l’ipotesi rivoluzionaria “classica” come unica via maestra in grado di superare con un movimento in avanti la contraddizione. La cosa si mostra con particolare evidenza a proposito del mitico general intellect, che in Marx ha una pregnanza concettuale potentemente dialettica (rivoluzionaria), mentre nei teorici di cui sopra esso svolge una funzione ideologica chiamata a supportare chimerici programmi comunardi da realizzarsi hic et nunc, nell’ambito stesso del Capitalismo, e intellettualistiche congetture intorno a supposti nuovi soggetti rivoluzionari […] Solo la Rivoluzione sociale è in grado di rovesciare dialetticamente la Potenza del Capitale, di assestare un colpo mortale ai vigenti rapporti sociali, i quali danno corpo a una prassi che rende sempre più possibile l’emancipazione integrale (materiale e “spirituale”) degli individui nello stesso momento in cui la nega sempre di nuovo nel modo più violento. Se non si comprende questo, 1. si rimane abbagliati dalla strapotenza del Capitale (per reagire alla quale l’ideologia degli ottimisti della “rivoluzione” offre sempre mille illusorie vie di fuga concettuali), 2. facilmente si nutrono bizzarre idee intorno a «questo tempo di algoritmi macchinici», 3. si cullano false – ancorché poco allettanti – speranze su «una possibilità per costruire un sistema monetario e finanziario alternativo, in grado di superare i nodi contraddittori e iniqui del capitalismo contemporaneo» (Fumagalli)».

11_MGzoomNaturalmente condivido l’opzione decisamente rivoluzionaria che Formenti sembra avanzare quando sostiene che «il capitalismo non cade da solo, né possiamo illuderci che siano le richieste di diritti e riconoscimenti identitari a rovesciarlo». E come non condividere il suo invito, che colpisce in pieno «lo spontaneismo, l’orizzontalismo organizzativo e culturalista degli ultimi decenni», a «tornare a riflettere sull’idea di partito come organizzazione antagonistica degli interessi di classe, un concetto che va tuttavia adeguato alle attuali condizioni di frantumazione delle soggettività, inventando nuove forme organizzative e nuove procedure decisionali»?

Purtroppo tanto sul terreno squisitamente politico, il terreno appunto del partito di classe (o della classe che si fa partito, marxianamente e dialetticamente parlando), quanto su quello dell’associazionismo operaio e proletario genericamente inteso, siamo praticamente all’anno zero, perché le vecchie forme, anche quelle un tempo più adeguate a una prassi autenticamente rivoluzionaria, oggi non sono replicabili. Insomma, il nuovo Manifesto del Partito Comunista e il nuovo Che fare? aspettano ancora di essere scritti. Lo saranno?

Perché allora sopra ho scritto sembra? Perché avanzo forti dubbi intorno alla reale portata rivoluzionaria delle tesi elaborate da Formenti? Semplicemente perché non mi basta il pur generoso incitamento a «testimoniare la verità», a continuare a chiamare, contro il pensiero unico liberale-riformista, «le cose con il loro nome: lotta di classe, sfruttamento, comunismo, eccetera». Più che di nominare le cose, si tratta infatti di sviscerarne il contenuto, di precisarne il concetto. Per quanto mi riguarda possiamo chiamare il comunismo Pippo, purché si faccia chiarezza intorno alla sua sostanza concettuale, con ciò che ne segue sul piano dell’interpretazione storica e della prassi. Gli stalinisti di tutte le tendenze per decenni si sono riempiti la bocca di comunismo, lotta di classe, rivoluzione, dittatura proletaria e via di seguito blaterando, per riferirsi a concetti e a pratiche che giudico l’esatto opposto di quanto Marx e Lenin avevano elaborato e praticato. Anche – non solo – per non venir associato a questi ultrareazionari personaggi rifuggo da certe pompose autodefinizioni, e come Marx mi proclamo non marxista. Ma ritorniamo a Formenti.

«Le periodizzazioni sono sempre opinabili, ma resta un dato storico inconfutabile: a partire dai primi anni Ottanta, il filo rosso che corre dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, proseguendo nel secondo dopoguerra con le lotte operaie in Occidente e con le guerre di liberazione in Asia, Africa e America Latina, si spezza definitivamente. La caduta del Muro di Berlino non ha fatto altro che calare il sipario su una tragedia che si era consumata da tempo» (p. 151). In questo caso la periodizzazione più che opinabile mi sembra del tutto infondata. Il filo rosso di cui parla Formenti si spezzò non «a partire dai primi anni Ottanta» del secolo scorso, in concomitanza con l’ascesa del thatcherismo, del reaganismo e – su una scala assai più modesta, diciamo casalinga – del craxismo, ma appunto con il trionfo dello stalinismo alla fine degli anni Venti. Lo stalinismo, lungi dall’essere stato la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali, fu invece l’espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica (vedi «biennio rosso» in Italia e in Germania), 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura) dopo la brevissima parentesi rivoluzionaria.

Dal punto di vista del proletariato internazionale lo stalinismo fu una controrivoluzione, mentre dal punto di vista dello sviluppo capitalistico russo esso giocò una funzione storicamente progressiva. Com’è noto, nell’Ottobre ’17 Lenin tentò il Grande Azzardo per mettere il giovane proletariato russo all’avanguardia del movimento operaio internazionale, non certo per trasformare il suo partito in un eccezionale strumento al servizio dell’accumulazione capitalistica. Per questa triste bisogna, sarebbero bastati i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, i quali infatti denunciarono il programma leniniano esposto nelle Tesi d’aprile come l’opera di un pazzo visionario. Per la verità, non pochi bolscevichi allora pensarono la stessa cosa, a dimostrazione di quanto sia difficile mantenere fermo il punto di vista di classe nelle grandi svolte della storia.

Mutatis mutandis, in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. La fragile natura proletaria del comunismo cinese evaporò alla fine degli anni Venti, anche grazie all’intervento di Mosca nella lotta di classe in Cina. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, come lo stesso Formenti conferma.

Apepperosa__chimera_gIl crollo del Muro di Berlino non ha dunque rappresentato «Il venir meno di qualsiasi alternativa – per quanto “nominale” – alla società capitalistica» (p. 68), ma piuttosto la ratifica della sconfitta subita dell’Unione Sovietica, Paese capitalistico/imperialista alla stessa stregua dei suoi avversari,  nella competizione interimperialistica chiamata Guerra Fredda.

Sul post del 18 marzo scrivevo: «Nel definire il concetto di Guerra Fredda, Thomas L. Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa». Anche Formenti sembra prendere sul serio la tesi di Fukuyama, sebbene per affermare un atteggiamento politico di rivalsa nei confronti del «Capitalismo neoliberista» trionfante.

La «delegittimazione non solo di teorie, ideali e speranze, ma delle stesse parole che per un secolo e mezzo, dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels alla fine del XX secolo, erano servite a nominarli», non si verifica, come sostiene il Nostro, nel 1989 e negli anni che videro il miserabile crollo dell’ex «Patria del Socialismo» (ancorché «reale»: sic!), ma ben prima, molto tempo prima, con la semplice esistenza di un «socialismo reale» in Russia, nei suoi «Paesi Fratelli», in Cina, in Vietnam, nella Corea del Nord, e così via.

A pagina 74, l’autore scrive che «fra i primi anni Sessanta e la metà degli anni Settanta del secolo scorso», in risposta alle trasformazioni intervenute nella struttura industriale del capitalismo avanzato, Renato Panzieri, Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e altri intellettuali di sinistra andarono «all’assalto dell’ortodossia marxista del PCI». Ora, quella che Formenti definisce «ortodossia marxista del PCI» in realtà non fu che la variante italiana, diciamo togliattiana, dello stalinismo. Gran parte degli errori teorici di Negri si spiegano con il suo tentativo di colpire quello che negli anni Settanta egli definiva «il movimento operaio ufficiale» (il PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer e la CGIL di Lama), concepito, erroneamente, come espressione della vecchia composizione di classe, superata dal Capitalismo «postmoderno», e non come movimento politico-sociale borghese tout court. La teorizzazione della Moltitudine e del «proletariato cognitivo» di oggi ha molto a che fare con la teorizzazione dell’«operaio sociale» di ieri.

Il novantenne (auguri miglioristi!) Macaluso ha ragione quando sostiene che il PCI non è morto con Renzi: «Il Pci non esiste più dal 1991, quando fu travolto dalle macerie del Muro crollato due anni prima». Il Partito Comunista d’Italia nato a Livorno nel ’21 morì invece con la sua stalinizzazione iniziata “diplomaticamente” da Gramsci* e continuata con mezzi più sbrigativi da Palmiro il Migliore. Insomma, la «sinistra storica», quella dedita all’«ortodossia marxista», gronda stalinismo da tutte le parti.

Ecco perché quando nell’Introduzione Formenti scrive che, «se si vuole gestire la transizione a una civiltà postcapitalista, occorre tornare a ragionare, con Gramsci, anche sul “farsi Stato” delle classi subordinate e sulla loro capacità egemonica», il consiglio giunge al mio orecchio con un suono assai sinistro. È la stessa sgradevole sensazione acustica che da ragazzino provavo quando taluni “comunisti radicali” parlavano di «dittatura del proletariato» e mi invitavano a leggere il Libretto Rosso di Mao, oppure Materialismo dialettico e materialismo storico di Stalin.

Se un rimprovero si deve dunque muovere alla «nuova sinistra», e per la verità allo stesso Formenti, è quello di non avere fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo; non solo, ma di avere a un certo punto contrapposto a esso ideologie e “modelli sociali” che proprio nello stalinismo e nell’esperienza russa post-rivoluzionaria avevano la loro radice. Alludo ovviamente al maoismo e al “comunismo cinese”, in primo luogo, e poi al castrismo, al guevarismo e via di seguito. Lo stesso DNA politico-ideologico delle brigate rosse appartiene a quella cattiva storia (vedi, ad esempio, la loro mitologia resistenzialista intorno alla «rivoluzione tradita» dal PCI togliattiano), come peraltro hanno riconosciuto i politologi più competenti e meno organici alla tradizione “comunista”. Insomma, più che di utopie letali io parlerei, a questo proposito, di chimere letali.

* Scrive Giorgio Galli nella sua Storia del PCI (Bompiani, 1976) a proposito del Comitato esecutivo del partito comunista a guida gramsciana (1925): «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. Quando infatti la sinistra osserva che se ha dovuto organizzarsi in corrente è perché gli organi del partito funzionano da centro di coordinazione della corrente gramsciana, tocca a Longo, dirigente della Federazione giovanile sino a pochi mesi prima su posizioni di sinistra e che ora svolge un ruolo di punta nella campagna contro Bordiga, replicare che, anche in fase congressuale, “vi deve essere una centrale che ordina e dei compagno costretti, dalla disciplina, a ubbidire”. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia [sia da stalinista che da statista l’amnistia sarà per Palmiro una sorta di destino… ], torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (pp. 112-118).

La leggenda metropolitana del Gramsci antistalinista della prima ora è parte di quella vicenda segnata dall’accecamento ideologico, dalle falsificazioni più pacchiane e dalle sopraffazioni più odiose, in Italia come in Russia – vedi la tragica storia dei comunisti italiani che si rifugiarono in quella che credevano fosse la «Patria del socialismo» per sfuggire alla persecuzione fascista, salvo finire nella brace stalinista.

L’AFRICA SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO

china-africaChris Mathlako, «segretario delle Relazioni Internazionali del Partito Comunista Sudafricano», tenta l’impossibile: smentire la natura schiettamente imperialistica della penetrazione economica cinese nel continente africano. Possibile? Vedete voi: «L’impegno della Repubblica Popolare Cinese nel continente e con il continente non è “imperialista” né una minaccia agli interessi dell’Africa, al contrario di come invece alcuni commentatori dei media occidentali e di altre regioni [nonché alcuni prezzolati dall’Imperialismo occidentale come il sottoscritto] vogliono farci credere. Pensiamo che tale relazione si confronti con alcune contraddizioni, che possono essere superate [trattasi evidentemente di “contraddizioni in seno al popolo”, per dirla con il Grande Timoniere], o viste come elementi potenziali per realizzare l’aspirazione da tempo coltivata dall’Africa di restituire l’indipendenza autentica alla maggioranza della sua popolazione. E ciò potrebbe contribuire a far uscire il continente dall’abisso, attraverso una relazione mutuamente benefica, basata sul rispetto, su valori condivisi che derivano dai legami storici che legano i popoli di queste aree» (La Cina è l’alternativa all’imperialismo, Marx XXI, 21 luglio 2013).

Il “comunista” sudafricano prende molto sul serio la propaganda cinese, spacciata per «filosofia cinese delle relazioni internazionali»: «La Cina definisce la sua politica estera “di pace, sviluppo e cooperazione, una politica indipendente in grado di gestire correttamente le relazioni internazionali, che si sta trasformando in un fattore sempre più importante per il progresso dell’umanità”». Se lo dice Pechino, occorre fidarsi. Tanto più che nella stessa Cina il «progresso dell’umanità» è palese. Faccio dell’ironia? Eppure volevo essere semplicemente sarcastico.

PrintEcco cosa pensa il nostro amico del «socialismo con caratteristiche cinesi»: «La polemica che oppone il socialismo cinese all’affermazione che il paese ha imboccato la strada della transizione capitalista, attraverso il “socialismo di mercato”, non sarà risolta a breve. Ma ciò richiede anche che prestiamo attenzione alle condizioni materiali congiunturali e che ne cogliamo il senso, il che ci aiuterà a comprendere la fase complessa che sta attraversando la Cina e il suo interagire con l’esterno». A mio modesto avviso il Paese ha imboccato, dopo la morte di Mao, la strada della transizione da una struttura capitalistica di un certo tipo, la quale, sebbene tra mille limiti e contraddizioni, ha assicurato alla Cina l’indipendenza nazionale, anche nei confronti della sempre più invadente Unione Sovietica, la coesione nazionale da sempre minata da forti spinte centrifughe, e un certo grado – assai basso, per la verità – di modernizzazione sistemica (come si vede, obiettivi schiettamente borghesi); a una struttura capitalistica di un tipo diverso, in grado di superare la perdurante crisi economico-sociale che minava le conquiste politiche del Paese, a cominciare dalla sua autonomia nei confronti delle potenze mondiali, e di affrontare quindi in modo adeguato le nuove sfide interne e internazionali.

Nessuna transizione, dunque, dal socialismo «con caratteristiche maoiste» al «socialismo di mercato» inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978, come cianciano i filocinesi di derivazione maoista e terzomondista.

Al netto di un’ideologia che mutuava in forma più o meno originale il repertorio “marxista” (soprattutto nella sua versione sovietica), il maoismo rappresentò la via cinese all’accumulazione capitalistica in un Paese socialmente arretrato che aveva vissuto una lunga e dolorosa esperienza di sfruttamento coloniale e imperialistico. Cambiando quel che c’è da cambiare, è corretto dire che Mao riprese e cercò di implementare il programma rivoluzionario borghese di Sun Yat-sen.

Le sanguinose lotte tra “rossi” (maoisti) e “neri” (antimaoisti) che accompagnarono tutto il periodo maoista, e che nascevano sul terreno di interessi sociali e politici ben individuabili appena si fosse scrostata la – peraltro risibile – coloritura ideologica che li accompagnava, mostravano quanto difficile fosse il processo di sviluppo capitalistico, colto nella sua dimensione sistemica, nelle condizioni cinesi. D’altra parte, in nessuna parte del mondo quel processo ha avuto un andamento lineare, assolutamente prevedibile, privo di contraddizioni, senza parziali e contingenti arretramenti, e ciò tanto più in un mondo dominato da grandi potenze capitalistiche, com’era il mondo che ospitava la Cina di Mao e poi di Deng. I tragici eventi cinesi del giugno 1989 dimostrarono quanto complesso e costoso sul piano sociale fosse l’enorme processo di ristrutturazione capitalistica basato sulle «quattro modernizzazioni» di Deng.

Per questo personalmente non ho mai svolto una critica meramente ideologica del maoismo, il quale va appunto considerato, materialisticamente, come espressione di reali interessi di classe e di reali tendenze storiche e sociali di natura interna (accumulazione capitalistica, lotte interborghesi) e internazionale (collocazione geopolitica del Paese, contesa interimperialistica). Naturalmente non si può dimenticare di porre l’accento sulla stretta connessione “dialettica” tra questi due piani, testimoniata, ad esempio, nel momento in cui Mao ruppe con i “fratelli” russi, accusati di «socialimperialismo», con ciò che ne seguì in termini di furibonda lotta tra “rossi” (antisovietici) e “neri” (filosovietici).

Compreso tutto questo, bisogna lasciare agli azzeccagarbugli l’interpretazione autentica dei testi maoisti. Cosa che negli anni Sessanta e Settanta non compresero molti “marxisti” occidentali, i quali pensarono bene di opporre allo stalinismo, ormai infiacchito e in conclamata crisi di prestigio, il radicalismo borghese di Mao, il quale allora poteva ancora dire qualcosa di storicamente progressista (faccio riferimento sempre a compiti di natura borghese) ai popoli che lottavano per conquistare l’indipendenza nazionale e aspiravano alla modernizzazione capitalistica, l’unica via allora praticabile per uscire dal sottosviluppo e dalla fame più nera. Che molti Paesi del Terzo e Quarto mondo chiamassero «socialismo» quella modernizzazione, ebbene questo fa parte del maligno lascito dello stalinismo – e poi del maoismo.

Man walks past a poster promoting the upcoming China-Africa Summit in BeijingChi, come Mathlako, sostiene che «La Cina è un’alternativa di pace all’Imperialismo» mostra, tra l’altro, di non aver compreso la natura sociale dell’Imperialismo, il quale si radica in primo luogo sul terreno della “pacifica” contesa economica a tutto campo tra capitali per accaparrarsi mercati, materie prime, forza-lavoro a basso costo, occasioni profittevoli d’ogni genere.  Sotto questo aspetto, la penetrazione imperialistica (o semplicemente capitalistica) della Cina in Africa corrisponde al modello “ideale” di Imperialismo. E anche la modernizzazione capitalistica dell’Africa trainata dalla Cina non esce di un millimetro da quel modello, e piuttosto lo conferma in pieno, avendo il capitalismo cinese tutte le caratteristiche, anche storiche e geopolitiche, per svolgere con successo quella funzione. Naturalmente questo non può non preoccupare e irritare i capitalismi concorrenti, ad iniziare dagli Stati Uniti, che infatti hanno eletto la Cina come loro nemico strategico. Se si tiene conto che il giro commerciale cinese con l’Africa è pari a circa 170 miliardi di dollari, più del doppio di quello degli Stati Uniti, senza contare la fame di materie prime del colosso cinese, le preoccupazioni e le irritazioni degli imperialisti occidentali è ben giustificata.

Va da sé che quando francesi, inglesi e statunitensi accusano di «dumping etico» la Cina, la quale non rispetterebbe i «diritti inviolabili» dei lavoratori, degli individui e della natura, essi hanno la credibilità di Dracula quando denuncia di vampirismo le associazioni che lavorano per le “banche del sangue”.

2-final-bandeau-coltan-copieIl vero e proprio genocidio nell’Africa centro-occidentale provocato, in modo diretto e indiretto, dalla corsa delle multinazionali dell’elettronica europee e statunitensi per l’accaparramento delle cosiddette terre rare e dei semiconduttori, la dice lunga sulla buona coscienza della “civiltà occidentale”. È proprio vero: una telefonata allunga la vita. Quella del Capitalismo.

Ciò che allarma i Paesi concorrenti è soprattutto il cambio di strategia nel processo di penetrazione imperialistica implementato dalla Cina negli ultimi anni: «Accanto ai progetti di sfruttamento minerario ed energetico o di espansione dei collegamenti via terra per il trasporto di materie prime, ci sono anche centinaia di iniziative educative sanitarie e culturali realizzate nei vari Paesi con i capitali del Dragone. Tra questi, si possono ricordare: il finanziamento per un centro di prevenzione per la malaria in Liberia; la Scuola Nazionale di Arti Visive a Maputo, in Mozambico; la costruzione, non ancora ultimata, di un teatro dell’Opera con 1400 posti a sedere ad Algeri. Migliaia di insegnanti e medici cinesi sono stati inviati in Africa nel periodo coperto dalla ricerca. L’Africa è diventata uno dei principali laboratori dove la Cina mette all’opera il suo concetto di “soft power”» (E. Buzzetti, L’espansione del drago, Agi China 24). Siamo insomma dinanzi a una strategia di penetrazione capitalistica a tutto campo, che non lascia scoperta la sfera dell’egemonia “sovrastrutturale” – politica, ideologica, culturale, in una sola parola: sistemica. Una Potenza degna di questo nome, che ha visione strategica e ambizioni radicate in una reale capacità espansiva, non può basare la sua proiezione mondiale solo sulla forza della propria economia.

Mi vien da ridere quando leggo passi di questo tenore: «Secondo la leadership cinese, “nel secolo XXI, la Cina continuerà ad implementare la sua politica estera indipendente di pace con l’obiettivo di mantenere la pace mondiale e promuovere lo sviluppo comune e incoraggiare la cooperazione per costruire un mondo armonioso”». Non c’è dubbio, il Capitalismo mondiale del futuro sarà un mondo davvero «armonioso», e la Cina non potrà che esserne il centro, secondo una filosofia cinese vecchia di molti secoli. È ovvio che il “comunista” sudafricano rappresenta gli interessi del Capitale del suo Paese, e quelli della Cina, almeno in questa fase storica che vede questi due grandi Paesi in un’alleanza sinergica, per così dire, sul piano economico come su quello geopolitico. Domani si vedrà, e Chris Mathlako potrebbe scoprire nella Cina un «odioso Imperialismo, tale e quale a quello Occidentale». Dipende sempre dagli interessi capitalistici del Sudafrica, nella fattispecie. D’altra parte il nostro ammette che «Ci sono molti aspetti che si prestano a una relativa critica della presenza cinese in Africa», anche se aggiunge che tuttavia «gli aspetti positivi prevalgono nelle relazioni, in contrapposizione alle relazioni tra le metropoli occidentali e le loro ex colonie». Ma il futuro è incerto per definizione, tanto più nel «mondo armonioso» del Capitalismo.

Concludo citando un solo caso che si presta «a una relativa critica della presenza cinese in Africa». Giusto un anno fa i minatori di Collum, nello Zambia, scesi in sciopero per rivendicare salari meno miserabili e migliori condizioni di lavoro, scaraventarono un carrello da trasporto materiale contro il direttore dell’impianto, uccidendolo. Si trattava di un cinese. Qualche anno prima, sempre a Collum, guardiani cinesi al servizio del capitale del Celeste Capitalismo avevano aperto il fuoco contro gli scioperanti, ferendone alcuni. «Gli investimenti cinesi in Zambia, primo produttore mondiale di rame, sono stati pari a oltre un miliardo di dollari nel 2010. Nello stesso anno, due manager cinesi della stessa miniera erano stati indagati per tentato omicidio, per aver sparato contro i minatori che manifestavano, facendo 11 feriti (Il Mondo.it, 6 agosto 2012). Che Celeste Armonia!

LA BEFANA SOCIALISTA CON CARATTERISTICHE CINESI

La foto che ha toccato il “punto G” dei nipotini con caratteristiche cinesi.

I sempre più caricaturali nipotini di Stalin e di Mao basati in Italia tirano un gran sospiro di sollievo: pare che il nuovo timoniere della Cina sia lungi dal voler liquidare il «socialismo con caratteristiche cinesi». Che poi la caratteristica essenziale del “socialismo cinese” sia quella di non essere per nulla, nemmeno alla lontana, un Socialismo, bensì un Capitalismo all’ennesima potenza, se così posso esprimermi, ebbene agli orfani del “bel tempo che fu” questo infimo dettaglio non importa un fico secco. Mi correggo: non ne hanno alcuna contezza, perché il loro paradigma di Socialismo è il Capitalismo di Stato “duro e puro” come quello che venne fuori attraverso la controrivoluzione stalinista in Russia e la rivoluzione nazione-borghese in Cina.

«Quel che è certo», scrive ad esempio Francesco Deledonne, «è che non si può rimanere indifferenti di fronte al fatto che un Paese guidato da un Partito comunista, patria di un quinto della popolazione mondiale e in cui – anche dopo le riforme – il settore pubblico e la pianificazione continuano a giocare un ruolo determinante, continui a svilupparsi a ritmi extraterrestri ponendo così le basi per la fine del dominio dell’imperialismo a guida statunitense sul mondo» (da Fronte Popolare, 12 novembre 2012). Ma «certo» per chi? Giusto per i tristi, e ancora numerosi, nostalgici del «Socialismo reale», appunto. «Certo» per quei “comunisti” che hanno collaborato come nessun altro allo sputtanamento planetario del comunismo. E che continuano nella loro scientifica opera. Con zelo. Imperterriti. Il Dominio sociale capitalistico mondiale ringrazia, come sempre.

«Certo», infine, per chi desidera porre termini al «dominio dell’imperialismo a guida statunitense sul mondo» in vista di un dominio imperialistico a guida cinese, o magari russo-cinese. Imperialismo, purché non «a guida statunitense»: un acquisto storico e sociale che pizzica tutte le corde della mia residua umanità…

Per quanto mi riguarda, se il Glorioso XVIII Congresso del PCC avesse deliberato l’esistenza della Befana «con caratteristiche cinesi», non avrei certo alzato barricate dottrinarie contro il più grande Partito Comunista del mondo. (Comunista, beninteso, sempre con le note «caratteristiche cinesi»). Bisogna pur fidarsi di chi promette di voler continuare a camminare lungo il solco del Socialismo, sebbene «con caratteristiche cinesi». O no?

Forse memore degli scritti maoisti intorno ai biechi «nemici in seno al Popolo e al Partito», Delledonne ricorda che la “linea nera” della «restaurazione capitalistica» è sempre in agguato: «basti pensare che alcuni dirigenti hanno espresso parere favorevole al rapporto stilato qualche mese fa dalla Banca Mondiale, “China 2030″, in cui si dice che senza un ridimensionamento delle aziende di Stato, senza la privatizzazione della terra e riforme politiche radicali, in sostanza senza la restaurazione del capitalismo, la Cina entrerà inevitabilmente in una grave crisi economica e sociale». A parte il fatto che in Cina non c’è alcun Capitalismo da restaurare, ma un regime sociale capitalistico da mandare avanti tra mille opportunità e altrettante difficoltà e incognite, in un Paese da sempre alle prese con gigantesche contraddizioni d’ogni genere: sociali, ambientali, etniche, nazionali e via discorrendo; a parte questo, il contenuto del rapporto elaborato dalla Banca Mondiale appena citato non fa che riprendere un “dibattito” stravecchio all’interno del regime cinese, diventato particolarmente scottante in un momento particolarmente critico dello sviluppo capitalistico del Paese.

Mutatis mutandis, da Mao in poi le diverse fazioni del PCC si sono date battaglia sul modello di sviluppo capitalistico più adeguato alla società cinese e alle sue ambizioni di potenza – di qui, ad esempio, l’abbandono del modello di sviluppo sovietico già nei primi anni Sessanta, e la conseguente polemica maoista sul «revisionismo» post-staliniano. Solo i credenti in Mao vi hanno voluto vedere l’espressione di una “lotta di classe” tra proletariato «in ascesa» e borghesia «in declino» ma pronta a vender cara la pelle. Come diceva l’uomo con la barba che amava discorrere di rivoluzione al Red Lion pub, l’ideologia è una forza materiale.

E così il Nostro non ne vuole sapere di abbandonare la via vecchia per la nuova, e dinanzi a posizioni oggettivamente – e forse anche un po’ soggettivamente – reazionarie, come quelle che sta sostenendo chi scrive, ci fa sapere che ha esultato per «il discorso di apertura del congresso di Hu Jintao, in cui si è chiarito in modo perentorio che la Cina “non copierà mai il modello politico occidentale ” ma persisterà “senza vacillamenti” sulla via del socialismo con caratteristiche cinesi». Non riempie di speranza tutto ciò? Lasciatemi sfogare: viva la patria del «socialismo di mercato» che ospita un quinto della popolazione mondiale. «I media dell’Imperialismo», che forse confidavano in uno sbracamento in stile sovietico del «socialismo con caratteristiche cinesi», sono serviti: l’uscente Hu Jintao «ha già contribuito a far cadere queste speranze di una restaurazione capitalistica in Cina a breve termine». Non ci rimane che sperare nel lungo termine. «Purché non sia troppo lungo!», ammonisce Keynes.

Particolarmente apprezzata dai socialisti con caratteristiche cinesi del Bel Paese è sta la «svolta ecologista» impressa dal XVIII Congresso alla politica economica del PCC. Scrive ad esempio Diego Angelo Bertozzi, dopo aver reso omaggio alle «innovazioni e nuovi obiettivi, ma senza rottura», decisi dal Congresso: «Dal punto di vista ideologico, il socialismo con caratteristiche cinesi [ci risiamo!] si arricchisce di un nuovo principio guida, che va ad aggiungersi al marxismo-leninismo, al pensiero di Mao Zedong, alla teoria di Deng Xiaoping e a quella della Triplice rappresentanza: il “concetto di sviluppo scientifico” come indicazione d’azione di fronte ad uno sviluppo economico scoordinato e caratterizzato dall’eccessivo consumo delle risorse energetiche, dall’inquinamento e dal crescente divario tra ricchi e poveri» (Marx XXI.it, 12 novembre 2012). Di tutta la rancida fuffa ideologica appena riportata, di vero c’è soltanto il violento impatto sociale e ambientale del colossale Capitalismo cinese. Fiumi inquinati e deviati, laghi inquinati e prosciugati, deforestazione selvaggia, terre sommerse da “bibliche” colate di cemento, fabbriche ultra inquinanti e via di seguito, nel più classico stile capitalistico, di un Capitalismo, per giunta, nella sua fase di ascesa storica.

Com’è noto, ogni anno in Cina le proteste popolari contro «uno sviluppo economico scoordinato e caratterizzato dall’eccessivo consumo delle risorse energetiche, dall’inquinamento e dal crescente divario tra ricchi e poveri» sono numerosissime, e il regime non può “gestirle” solo con il pugno di ferro. Esso deve per un verso vendere la merce ideologica di una nuova sensibilità e responsabilità “ambientalista”, e per altro verso correre ai ripari dove è ancora possibile, perché il Capitale lasciato a se stesso, non frenato in qualche modo e misura da una legislazione sociale che tenga conto degli interessi generali del Dominio sociale capitalistico, condurrebbe all’estinzione di tutte le risorse, comprese quelle “umane”, nel volgere di poche generazioni. Come ha spiegato ottimamente Marx, la legislazione sociale che si sviluppò ad esempio in Inghilterra dopo gli “eccessi” dell’accumulazione capitalistica originaria ebbe questo preciso significato sociale “conservativo”.

Senza contare il forte risvolto economico insito nella «rivoluzione ecologica» (sempre con caratteristiche cinesi): «Una tale svolta significherebbe, tra l’altro, un cambiamento radicale nel ruolo della Cina nel sistema e nel mercato globale: da arbitro globale del salario potrebbe diventare l’arbitro globale delle dinamiche della produttività totale. La Cina, assieme ad altre economie chiave dal punto di vista ‘verde’, la Germania ad esempio, potrebbe diventare in tal modo il fulcro della ri-organizzazione della divisione internazionale del lavoro, un processo economico e geopolitico chiave. Sta di fatto che parlare ed agire in senso “ambientale” per la Cina significa acquisire tecnologie, conoscenze, capacità di governo che sono caratteristiche di almeno due paesi, due potenze avanzate, il Giappone in primo luogo e la Germania in secondo luogo» (dal sito Good Morning Asia, 13 novembre 2012).

Il “punto I”. Come Imperialismo.

Per il vetero-terzomondista Samir Amin, «i paesi emergenti, soprattutto la Cina, sono intenti a decostruire» i vantaggi acquisiti nel tempo su scala planetaria dall’Imperialismo (leggi, ovviamente, Nord del mondo «a guida americana»): «la Cina lascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso “il gruppo di Shanghai”, che comprende la Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico. Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva contro la Cina. È per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa» (Intervista rilasciata a Contropiano.org, 8 novembre 2012). Una gigantesca lotta sistemica (economica, tecnologica, scientifica, politica, ideologica) tra imperialismi scambiata per una “lotta di classe” tra Nord e Sud del mondo: possibile? Possibile! Ancora nel 2012, dopo i metaforici muri di Berlino presi sulla zucca? E dopo le Tienanmen? Possibilissimo.

Rinvio a:
Cineserie. Aspettando il Congresso del PCC.
Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!
Cina: ora per allora.

CINESERIE. Aspettando il Congresso del PCC.

Per quanto possa apparire assurdo, almeno a chi ha un minimo di sale critico in testa, ancora nel XXI secolo c’è gente che prende sul serio la natura «comunista» del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Un esempio tra i tanti: Diego Angelo Bertozzi.

Nel suo articolo dedicato al prossimo Congresso del PCC in programma per l’8 novembre, dopo aver cantato alte lodi al vincente Capitalismo-Imperialismo cinese, promosso dal «più grande partito comunista al mondo [sic!], forte di oltre 80 milioni di selezionatissimi iscritti» [mi sento piccolo piccolo al confronto!], Bertozzi così scrive: «Difficile che il prossimo congresso possa sancire nell’immediato grandi rotture ma agirà nel solco di un progetto già chiaro: la sfida principale del PCC, come partito di governo, è quella della garanzia della coesione sociale – la “società armoniosa” e dello “sviluppo scientifico” delineata dall’attuale dirigenza – nell’ambito dello sviluppo economico e politico del socialismo cinese» (da Marx21.it). Insomma, il Nostro è un tifoso, uno dei tanti, della seconda potenza capitalistica mondiale, la cui natura “socialista” si giustifica solo con l’abissale indigenza storica, teorica e politica dei vetero e dei post maoisti.

Quando, ad esempio, Bertozzi parla del «futuro sviluppo del partito sorto a Shanghai nel lontano luglio del 1921», egli mostra di non conoscere la storia dell’attuale PCC, il quale ha semmai le sue salde radici nella svolta maoista delineatasi dopo la sanguinosa repressione del giovane movimento proletario cinese nel 1927 a Shangai e negli altri pochi centri urbani relativamente sviluppati della Cina, e nel consolidamento della controrivoluzione in Russia. Alla fine degli anni Venti in Cina con l’aggettivo “comunista” si fa in realtà riferimento a un partito rivoluzionario borghese-nazionale basato sui contadini.

La natura rivoluzionaria del maoismo si esaurì appunto all’interno del compito nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina (e nelle altre ex colonie e semi-colonie): indipendenza nazionale (affrancamento dall’imperialismo occidentale e giapponese), riforma agraria, accumulazione capitalistica originaria, modernizzazione del Paese, coesione nazionale (sconfitta, non definitiva, delle tendenze centrifughe attive nella periferia dell’Impero), costruzione di una forte ed efficiente macchina statale, anche in vista della futura competizione interimperialistica. Un compito di grande respiro storico, non c’è che dire, ma tutto interno ai rapporti sociali capitalistici. Al netto, ovviamente, di quella fumisteria ideologica pseudomarxista, generata in gran copia a Pechino come a Mosca, che tanto irritò gli occhi dei “comunisti” basati nel decrepito Occidente.

A proposito di fumisteria ideologica, mi correggo e mi scuso per la presunzione affetta poco sopra: in effetti Bertozzi mostra di conoscere la storia mainstream scritta dal maoismo cinese e internazionale, mentre io ho attinto le mie modeste conoscenze sulla Cina moderna dalla storia scritta da chi negli anni Venti del secolo scorso condannò come controrivoluzionaria la politica “cinese” di Mosca, e che proprio per questo finì nel girone infernale dei perdenti. Su quest’aspetto rinvio alla prima parte dell’Appendice del mio studio sulla Cina (Tutto sotto il cielo del Capitalismo) dedicata al ruolo dei contadini nella rivoluzione cinese – Il maoismo come «via cinese» all’indipendenza nazionale e al Capitalismo.

Com’è noto, la storia è scritta da chi vince, e allora vinse lo stalinismo internazionale, di cui il maoismo fu una variante nazionale di successo, come dimostrò, fra l’atro, la crescente tensione che dopo gli anni Cinquanta allontanò Pechino da Mosca, e non certo a causa di controversie dottrinarie intorno all’interpretazione dei “sacri testi”, come pure credettero allora fior di intellettuali “marxisti”, i quali, sulla scorta del «socialismo rozzo e piccolo-borghese» già abbondantemente ridicolizzato da Marx, associavano la proprietà statale dei mezzi di produzione e di distribuzione al socialismo, “dimenticando” che ciò che definisce la natura sociale di un Paese non è lo status giuridico della proprietà (pubblica, privata, mista, ecc.), ma il rapporto sociale che innanzitutto domina la prassi economica, e che poi plasma l’intero spazio esistenziale degli individui.

Mi sembra di scorgere nella lettura che Bertozzi fa della “dialettica” interna al Partito-Stato cinese un analogo errore di prospettiva. Almeno questo capisco quando leggo, ad esempio, affermazioni del genere seguente: «A far discutere è la possibile trasformazione del Partito di Mao e Deng da “partito rivoluzionario” a partito compiutamente “di governo”. Ipotesi, questa, lanciata da Xi Jinping – con ogni probabilità il futuro segretario del partito e Presidente della Repubblica – nel settembre del 2008». Finita la fase progressista borghese, caratterizzata dall’acuto scontro tra le famose «due linee» che si confrontarono all’interno del PCC, già prima del 1949, circa il modello capitalistico da seguire, quel Partito è stato sempre «compiutamente di governo». La stessa mitologica «Rivoluzione Culturale» non fu che la fenomenologia politico-ideologica del governo cinese alle prese con gravi contraddizioni sociali, che si ripercuotevano all’interno del regime (Partito ed Esercito) sotto forma di scontri “dottrinari” e militari. Si può compiutamente governare incitando i giovani a «sparare sul quartier generale», cioè sui nemici di Mao, ovvero processando la famigerata «banda dei quattro».

Se si penetra con il pensiero critico la pesante cortina fumogena dell’ideologia, facilmente si coglie il nocciolo della lotta politica oggi in corso in Cina, che si sostanzia, detto in estrema sintesi, in queste tre grandi questioni, strettamente intrecciate l’una all’altra:

1. Modi e tempi dello sviluppo capitalistico: sviluppo economico concentrato nelle zone costiere o sviluppo diffuso e profondo (per coinvolgere anche l’area rurale del Paese)? industria pesante o industria leggera? privilegiare il settore pubblico o quello privato? liberismo o protezionismo? puntare tutto sull’industria o assecondare e favorire la crescita del terziario?, ecc..

2. Involucro politico-istituzionale più adeguato ai tempi e alle ambizioni della potenza cinese: monopartitismo o pluripartitismo? modello istituzionale asiatico (Singapore, Giappone, Corea del Sud) o occidentale? sindacato di Stato o sindacato libero?, centralismo o federalismo? ecc.;

3. Il ruolo che il Paese deve giocare nel Sud-Est Asiatico, in particolare, e nel mondo in generale: quale linea strategica adottare nella competizione sistemica – globale – con il Giappone, gli Stati Uniti e la Russia? e come inserire stabilmente nell’orbita geopolitica cinese le aggressive Tigri Asiatiche?

Anche l’oscuro affare del «principe rosso» Bo Xilai, caduto in disgrazia ma che gode ancora di non pochi sostenitori all’interno del Partito, e le crescenti tensioni nazionalistiche con il Giappone vanno lette alla luce del quadro appena abbozzato. «La grande crisi economica nata negli Stati Uniti, ha fatto irrimediabilmente perdere lustro al modello capitalistico anglosassone, fino ad allora considerato da Pechino un riferimento cui attingere, ed ha rilanciato quella economia “socialista con caratteristiche cinesi”, i cui settori strategici (dai trasporti alle fonti energetiche), sono fortemente (e sempre più) controllati dallo stato: nell’ultimo triennio le aziende pubbliche sono state le principali destinatarie dello “stimulus” (le misure attuate per favorire la ripresa dell’economia), ed hanno “divorato” una marea di società più piccole, inglobandole e quindi riducendo la concorrenza. Questa tendenza economica si è accompagnata ad una forte riscoperta dei principi del maoismo e della retorica nazionalista» (Elisa Borghi, Verso il Congresso, ritratto dei nuovi leader cinesi, AnalisiCina.it). Occorre anche prendere in considerazione il fatto che lo spettro della dissoluzione sovietica post Muro di Berlino continua ad agitare le notti di non pochi leader cinesi, oltre che, s’intende, dei nostalgici nostrani del «socialismo reale».

Che la classe dominante cinese, come tutte le classi dominanti di questo capitalistico mondo, aspiri all’edificazione di «una società coesa e armoniosa», e che per conseguire un simile umanistico obiettivo essa è disposta a sparare sui «controrivoluzionari e servi dell’imperialismo» (vedi Piazza Tienanmen, giugno 1989), mi sembra fin troppo ovvio. Meno ovvia appare l’apertura di credito che certi “marxisti del XXI secolo” concedono alla seconda potenza capitalistica del pianeta. Incredibile! Rettifico all’istante: credibilissimo. Purtroppo.

Scrive Bertozzi: «Lo stesso Xi Jinping, nell’attuale veste di vice-presidente della Repubblica, aveva sottolineato, in un discorso alla Scuola del partito della fine del 2009, che il Pcc “per restare avanguardia della classe operaia di tutto il popolo” ha il dovere di essere sempre “il rappresentante dell’esigenza di sviluppo delle forze produttive più avanzate”». Insomma, per il Nostro filocinese è plausibile, non dico vero o verosimile, che il Partito-regime cinese sia un’«avanguardia della classe operaia di tuto il popolo», secondo il caratteristico lessico maoista. Siccome a me la cosa non pare plausibile nemmeno per scherzo, non mi rimane che augurarmi un terremoto sociale che spezzi la «coesione e l’armonia», nel Celeste Impero come dappertutto, a cominciare dal Bel Paese, naturalmente.

Cineserie

«In discussione, sebbene sia assai condivisa la necessità di proseguire sulla via della liberalizzazione politica e della costruzione di un moderno stato di diritto, non c’è il ruolo di guida del Partito comunista e la sua autorità [tiro un gran respiro di sollievo!]. La prospettiva più plausibile, a nostro modesto parere, è quella di un approfondimento della collaborazione multipartitica – quindi delle diverse classi sociali rappresentate – con gli altri partiti e movimenti patriottici, nella riedizione di un nuovo Fronte unito». A mio modestissimo parere qui si mastica una robaccia politico-ideologica già incommestibile ai tempi di Mao e dei suoi esaltati epigoni occidentali, figuriamoci oggi. Il «Fronte Unito Patriottico», ancorché «nuovo», puzza di vecchio in maniera indecente.

Dalla lotta in seno al PCC non può uscire altro che conservazione sociale, oppressione e sfruttamento, sia che vinca, mutatis mutandis, la «fazione rossa» (“rivoluzionaria”), sia che vinca la «fazione nera» (“governista”). Ma è possibile che ai “marxisti del XXI secolo”, assai più intelligenti e teoricamente meglio attrezzati di me, sfugga questa elementare verità?

Rinvio agli altri miei post sulla Cina, come Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!

IL «SOCIALISMO DI MERCATO» CINESE NON È UN OSSIMORO, È UNA CAGATA PAZZESCA!

Scrive Alberto Gabriele: «In Cina, da qualche decennio a questa parte, si è venuta costituendo una formazione economico-sociale di tipo nuovo, non-capitalista. Lo stato cinese ha un alto grado di controllo diretto e indiretto sui mezzi di produzione e sul processo di investimento e di accumulazione: di conseguenza, le relazioni sociali di produzione sono diverse da quelle prevalenti nei “normali” paesi capitalisti» (Cina: socialismo di mercato e distribuzione del reddito, Marx XXI, 22 giugno 2012). Da uno a dieci, quanto è vera questa tesi? A mio modesto avviso la risposta è: zero spaccato, tanto per essere chiari fino all’insolenza.

Qui, infatti, ci troviamo dinanzi alla classica e crassa confusione tra Socialismo e Capitalismo di Stato, un’aberrazione dottrinaria, dai risvolti politici quanto mai devastanti sul versante della «coscienza di classe», che gli stalinisti di tutte le tendenze (maoisti, togliattiani, castristi, eccetera) hanno ereditato da Lassalle e dai teorici del «socialismo di Stato», a suo tempo mazziati a dovere da Marx.

Non solo l’alto grado di controllo dello Stato sull’economia non dice nulla a proposito dei rapporti sociali di produzione, ma storicamente esso è stato un formidabile strumento di accumulazione capitalistica in tutti i Paesi che sono giunti, per così dire, in ritardo all’appuntamento con lo sviluppo capitalistico. Senza contare il ruolo che la violenza concentrata dello Stato ha giocato nella rivoluzione industriale nella stessa Inghilterra, ritenuta la patria del liberoscambismo. Il fatto che a sfruttare il lavoro salariato sia il Capitale pubblico piuttosto che quello privato non cambia di un solo atomo la natura dei rapporti sociali di produzione. Sotto questo aspetto la Cina – come il Vietnam («Il “modello” vietnamita può essere visto come una variante dello stesso tipo di formazione economico-sociale ») – è un Paese normalissimo, anche se le sue enormi dimensioni geosociali le conferiscono un aspetto affatto particolare. Tutto in Cina è gigantesco: il Capitale (pubblico e privato), lo sfruttamento dei salariati, il ritmo della crescita, il numero delle sommosse, l’inquinamento del cielo, dei fiumi e dei laghi, l’oppressione di nazionalità, etnie e culture, nonché, dulcis in fundo e a necessario coronamento di tutto ciò,  il controllo sociale esercitato dal Leviatano. Il fatto che il Moloch cinese esibisca una bandiera rossa e si faccia chiamare «comunista» può destare una certa impressione nel pensiero che si accontenta della schiuma ideologica, non certo in quello che si sforza di perforare criticamente la spessa corazza del dominio sociale capitalistico.

Uno studioso americano, H. R. Knickerbocker, recatosi nel 1932 in Germania per studiare il paradosso della più grande economia industriale del Continente immersa nella più devastante crisi sociale del pianeta, fece un’interessante paragone fra «il sistema Zeiss», il trust tedesco noto in tutto il mondo per la fabbricazione degli strumenti ottici di precisione, e il «sistema Sovietico». A quei tempi La Fondazione Zeiss si compiaceva di destinare una parte dei suoi profitti («eccedenze», nell’anglosassone terminologia dell’autore in questione) ai lavoratori, una vera e propria aristocrazia operaia, nonché «all’ingrandimento e al miglioramento delle officine e a scopi di pubblica utilità, e, anzitutto, all’Università di Jena» (H. R. Knickerbocker, I due volti della Germania, p. 92, Bompiani, 1932).

Com’è noto, il profitto investito «all’ingrandimento e al miglioramento delle officine» si chiama, in termini marxiani, accumulazione. L’aliquota di profitto data (quando l’accumulazione lo rende possibile, ovviamente) agli operai non è che salario differito, volto a fidelizzare i lavoratori e accrescerne la produttività. Detto di passata, è questa la mitica «compartecipazione dei lavoratori ai profitti» che tanto piace ai progressisti italiani, a cominciare dai sindacalisti, adoratori del «modello tedesco». Anche i funzionari di alto rango ricevevano uno «stipendio», per giunta assai modesto in rapporto a quanto riscuotevano i funzionari impiegati in imprese analoghe in Germania e nei paesi capitalisticamente più avanzati. Insomma, l’intero profitto era immolato sull’altare dell’accumulazione capitalistica, e non scialacquato per assecondare voglie dal discutibile valore etico.

Inutile dire che questa morigeratezza capitalistica piacque assai all’americano, che credette di rintracciare nel «sistema Zeiss» caratteri analoghi a quello sovietico in vigore nella Russia di Stalin, sebbene nella «patria dei soviet» i lavoratori non godessero dello stesso alto standard di vita. Veniamo brevemente alla conclusione: «Però, il fatto che si mira ad ottenere un’eccedenza [un profitto] e che le diverse classi di lavoratori sono in misura variabile compensate [con un salario], attribuisce un carattere capitalistico ad entrambi i sistemi, indipendentemente dal modo con il quale l’eccedenza, infine, viene ripartita … Identica, infine, in entrambi i sistemi, la circostanza che gli operai partecipano all’eccedenza, ma non alla direzione. In teoria, nell’Unione Sovietica gli operai partecipano alla direzione, ma in pratica la loro partecipazione fu soppressa a favore della più efficace direzione dall’alto». Carattere capitalistico. Naturalmente gli stalinisti avrebbero avuto da ridire su questa puntuale analisi economico-sociale, che peraltro condivido in pieno. Appunto, gli stalinisti. Come spesso capita, il sociologo “borghese” mostra di saperla assai più lunga sui fatti del mondo che non il “marxista”. E pure questa constatazione andrebbe indagata seriamente.

Mutatis mutandis, applicate quanto appena scritto al caso cinese, e avrete, se non una risposta esaustiva, almeno una buona bussola. Aggiungo, per soprammercato, che la rivoluzione cinese che portò al potere il cosiddetto Partito Comunista di Mao non uscì mai dalla dimensione borghese. Sulla natura sociale della Cina vi rimando ai diversi post che ho dedicato a questo tema (solo un esempio: La Cina e l’eterna “transizione” degli epigoni) e all’Appendice di Tutto sotto il cielo (del Capitalismo), scaricabile da questo Blog.

«Il proliferare di storie e storiacce sul boom dei consumi di lusso, l’arroganza dei nuovi ricchi e il diffondersi di una cultura volgarmente consumistica sono sotto gli occhi di tutti». Che severità etica, signor moralista! Cosa risponde un antimoralista del mio stampo? Il solito: È il Capitalismo, bellezza, e tu non puoi farci niente, niente! Salvo la rivoluzione sociale anticapitalistica, beninteso. Ma il berlingueriano in salsa cinese, apologeta di una delle più grandi potenze capitalistiche del pianeta, non vuol sentir parlare di simili utopie a proposito della Cina: «Non si deve però cadere nella tentazione – così diffusa tra quanti criticano la Cina da posizioni ideologiche pregiudiziali, sia da destra che da sinistra – di concludere frettolosamente che il sistema cinese è poco più di una forma rozza e arretrata di capitalismo, tanto più selvaggio e corrotto proprio in quanto capitalismo di stato, e che in un contesto del genere l’esplosione delle diseguaglianze non può che essere fisiologica e incontrollata». Non più tanto rozzo e arretrato, per la verità. Certamente selvaggio, come lo deve essere ogni Capitalismo che si rispetti, a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud. La corruzione “verticale” e “orizzontale” è tipica dei totalitarismi e dei capitalismi fortemente partecipati dallo Stato (vedi il Bel Paese!), come ben sanno gli economisti e i sociologi. Dove alligna troppa burocrazia, a causa delle imperiose necessità di controllo sociale dello Stato, più facilmente si dà la possibilità di “illeciti” arricchimenti e di abusi d’ogni sorta. Questo fenomeno fa parte delle «diseconomie» più difficili da correggere, e si intuisce facilmente  il perché. Nei confronti della corruzione, di qualsiasi genere essa sia, ho un atteggiamento schiettamente “materialistico”, non moralistico.

Una cosa, alla fine, mi incuriosisce: il mio pregiudizio ideologico nei confronti del Paese asiatico “diversamente capitalistico” è più di “destra” o più di “sinistra”? Credetemi, non ci dormo la notte!

Scricchiola in Cina la «Celeste Armonia»? Speriamo!

Mentre la perdurante crisi economica europea (al netto della solita Germania) consente all’imperialismo cinese di penetrare nella struttura economica del Vecchio Continente (il generoso salvatore della Grecia avrà gli occhi a mandorla?) come il coltello affonda nel burro, nel grande Paese asiatico è un susseguirsi di ribellioni etnico-nazionalistiche (sempre più frequenti nella Mongolia Interna), di scioperi, di proteste d’ogni genere (anche «ecologiste», a causa dell’incredibile inquinamento dell’aria, dei mari e dei fiumi causato dalle emissioni industriali e dallo sfruttamento intensivo delle miniere di carbone e delle cosiddette terre rare).

Le Monde l’altro giorno denunciava «incidenti di massa» nel Wuhan Dong. Il Global Times (il tabloid in lingua inglese legato al Quotidiano del popolo) tutti i giorni mette in guardia «l’opinione pubblica internazionale» dalla tentazione di dare un significato politico alle migliaia di manifestazioni che ogni anno prendono corpo sotto il vasto Cielo dell’Impero Capitalistico Cinese.

Naturalmente a nessuno sfugge quel significato, e ne sono consapevoli in primo luogo i leader cinesi, i quali attribuiscono la rottura della «Celeste Armonia» ai burocrati locali, reiterando in tal modo la millenaria prassi cinese del Capro Espiatorio: la colpa del cattivo raccolto, dei disastri «naturali» e delle guerre civili non è mai dell’Imperatore, ma della sua corte e di coloro che a suo nome governano le provincie del Paese solo per ricavarne benefici personali. Il Grande Timoniere Mao applicò questa linea politica difensiva con particolare sagacia e violenza, e non è un caso se nel cosiddetto Partito Comunista Cinese la sua figura ha un inaspettato (ma non per chi scrive) ritorno di popolarità.

Se la configurazione totalitaria delle istituzioni ha servito molto bene l’eccezionale accumulazione capitalistica del Paese, un fenomeno mai visto prima nella storia (come riassumere due secoli di storia dell’Occidente in soli tre decenni: roba che mette i brividi!), oggi essa mostra qualche crepa. In realtà le prime avvisaglie della crisi si sono appalesate nella «Primavera Cinese» del 1989 (annegata letteralmente nel sangue e schiacciata «fisicamente» dai cingolati dei carri armati); allora però il regime, o almeno la sua cosca maggioritaria e vincente, non volle rischiare di compromettere la poderosa rincorsa capitalistica del Paese con «aperture politiche» dall’esito quantomeno dubbio. E, dal maligno punto di vista dell’accumulazione capitalistica, la quale non è mai stata, sotto qualsiasi Cielo, «un pranzo di gala», il regime ebbe ragione.

Da allora le cose sono mutate, al punto che lo stesso Partito sta promuovendo al suo interno delle «simulazioni democratiche», per preparare l’Impero a una transizione non traumatica, graduale e indolore verso forme politico-istituzionali che meglio possono gestire le contraddizioni sociali tipiche di un moderno Paese capitalistico, e assecondare lo sviluppo economico nelle nuove circostanze.

I leader cinesi ragionano, come sempre, con un respiro assai lungo, e prevedono di inaugurare la Nuova Cina Democratica intorno al 2030. Salvo l’irruzione sulla scena sociale di sempre possibili complicazioni (la campagna cinese rimane ancora un problema con troppe incognite) e di imprevisti di varia natura (anche internazionale: la tensione con le altre «Tigri Asiatiche» è sempre latente). Non si creda tuttavia che i lungimiranti leader del Celeste Impero stiano trascurando di valutare le possibili variabili, in modo da mettere in sicurezza il Sistema in qualsiasi circostanza. Anche il carsico «ritorno agli insegnamenti del Presidente Mao» fa parte della lungimirante strategia di quei leader.

La prassi sociale in Cina dei prossimi mesi e dei prossimi anni ci dirà fino a che punto i calcoli della classe dominante cinese sono corretti. Inutile dire che personalmente tifo per un suo disastroso errore (e in quel Paese l’errore deve necessariamente assumere i connotati del disastro e della tragedia: vedi, ad esempio, la campagna del «Grande Balzo in Avanti» inaugurata da Mao nel 1958, e finita nella fame e nel sangue già tre anni dopo).

Perché sono cattivo «in linea di principio»? Forse. Perché credo nel «tanto peggio, tanto meglio»? Questo no davvero: non sono sciocco fino a questo punto. Investo, per così dire, in un errore di calcolo della classe dominante cinese solo nella misura in cui esso può dare impulso a un gigantesco movimento di rivendicazioni politiche ed economiche da parte del proletariato stipato nelle grandi città cinesi, tale da trascinare sulla scena sociale anche l’enorme massa di contadini poveri e miserabili che a decine di milioni ogni anno abbandonano la campagna per cercar “fortuna” nelle metropoli. E poi? E poi si vedrà! Di certo non sto, al contrario di Loretta Napoleoni e degli altri estimatori del «Modello Cinese», dalla parte della «Celeste Armonia». Non sia mai!