DRAGHI, AFFARI E GEOPOLITICA

Sul Manifesto Roberto Prinzi riassume con asciutto realismo geopolitico i termini della questione: «”È un momento unico per ricostruire un’antica amicizia e una vicinanza che non hanno mai conosciuto interruzioni”. Le parole di Mario Draghi pronunciate ieri a Tripoli al premier del Governo transitorio di unità nazionale libico Dabaiba non lasciano spazio a dubbi: l’Italia vuole giocare la parte da leone nella ricostruzione della “nuova” Libia, riportando le lancette dell’orologio (dirà in seguito Dabaiba) al Trattato di amicizia italo-libico del 2008. Allora a Palazzo Chigi c’era Berlusconi mentre a reggere le sorti del paese nordafricano il rais Gheddafi, allora grande amico di Roma scopertosi nemico solo tre anni dopo al punto da essere deposto dalle bombe della Nato […] Affinché ciò accada, ha spiegato il premier italiano, è necessario però che regga il cessate il fuoco. Ma su questo punto ha ostentato sicurezza: “Mi sono state date rassicurazioni durante il nostro incontro straordinariamente soddisfacente, caloroso e ricco di contenuti”. La lista di aggettivi positivi non è apparsa affettata: Roma si sfrega le mani pensando a come la “stabilità libica” potrà tradursi favorevolmente sia nel contrasto all’immigrazione (incubo dell’intera Europa), ma anche per le aziende nostrane. La diplomazia economica italiana lavora per la transizione energetica della Libia che darà più spazio alle energie rinnovabili».

Draghi sprizza ottimismo da tutti i pori: «C’è voglia di fare, c’è voglia di futuro, voglia di ripartire e in fretta».  Certo, l’Italia dovrà vedersela con l’agguerrita concorrenza russa, turca, egiziana, francese e inglese, ma il Presidente del Consiglio ostenta sicurezza circa le capacità del nostro Paese di riconquistare e consolidare le importanti posizioni economiche e strategiche perse in Libia negli ultimi anni. Per il presidente di Federpetroli Italia Michele Marsiglia «gli argomenti all’ordine del giorni non vertono solo sull’energia ma sul piano operativo ci sono temi come infrastrutture e flussi migratori nonché la tanto chiacchierata Autostrada della Pace. E questo vuol dire che la missione di oggi vuol portare l’Italia ad essere sempre più presente nel paese con un ruolo decisivo nelle politiche del Mediterraneo». Secondo Sandro Fratini, presidente di ILBDA (Italian Libyan Business Development Association), «le aziende italiane possono e devono avere un ruolo centrale nell’accompagnare [quanto siamo gentili!] i libici verso la costruzione di uno Stato moderno ed avanzato. In Libia, si sta aprendo un ventaglio di opportunità per tantissimi giovani. Non solo nel settore petrolifero ed energetico, ma anche per chi opera nei settori dell’edilizia, commercio, comunicazione, tecnologia, aviazione, scienza, farmaceutica, fino alla ristorazione. I libici ci chiedono materiali e prodotti italiani, ma hanno anche bisogno di ingegneri ed architetti per completare i progetti architettonici ed infrastrutturali in stallo da anni». Insomma, c’è una grassa fetta di torta che il capitalismo italiano deve intercettare con assoluta necessità e rapidità, perché di certo la concorrenza di “amici” e nemici dichiarati non starà a guardare senza coltivare il “nostro” stesso ambizioso disegno economico e geopolitico. Il fatto che Mario Draghi abbia scelto la Libia per la sua prima missione all’estero dal suo insediamento la dice lunga sull’importanza che il “Sistema-Italia” attribuisce alla presenza italiana nel Paese africano che in larga misura è una “nostra” creazione.

«Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi. Nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia. Il problema non è solo geopolitico, è anche umanitario. Da questo punto di vista l’Italia è forse l’unico Paese che continua a tenere attivi i corridoi umanitari» (M. Draghi). E che fa la Libia per i salvataggi? È presto detto: la cosiddetta Guardia Costiera libica, che l’Italia finanzia e arma, intercetta i disperati che cercano di arrivare sulle coste siciliane e li riaccompagna, per così dire, nei lager libici «dove le donne vengono violentate, le famiglie depredate di tutto, gli uomini torturati, seviziati e persino uccisi» (Notizie Geopolitiche, febbraio 2020). Peraltro, molti libici che lavorano per la Guardia Costiera libica organizzano i viaggi della disperazione. Altro che «corridoi umanitari», signor Presidente del Consiglio!

Molti progressisti hanno espresso un’indignata riprovazione per l’elogio della cattura e della tortura confezionato da Draghi per ingraziarsi la controparte libica. Leggo da qualche parte su Facebook: «Draghi esprime soddisfazione alla Libia per i salvataggi. Forse era una barzelletta. I migranti vengono uccisi o messi in lager. I diritti umani sono sottozero. Si vergogni per quello che ha pronunciato. In quanto volontaria impegnata al servizio degli umili e fragili nativi e stranieri, non posso che sentirmi tradita da un governo che mi umilia!!!». Ecco, io non mi sento in alcun modo tradito, offeso e umiliato da un governo che ovviamente lavora per conto del capitalismo e dell’imperialismo tricolore, non certo per difendere e promuovere i cosiddetti «diritti umani», né per sostenere la causa degli umili, nativi o stranieri che siano. Mi piacerebbe molto che l’indignazione delle persone umanamente sensibili sposasse un punto di vista radicalmente anticapitalista.

Com’è noto, l’inchiesta della procura di Trapani nella quale sono state ascoltate le conversazioni di numerosi giornalisti e avvocati hanno avuto l’input dell’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti (*). «L’ordine di indagare sulle Ong partì dal Viminale. Il 12 dicembre del 2016, all’esordio del governo Gentiloni, Angelino Alfano lascia il Ministero dell’Interno passando il testimone a Marco Minniti.Lo stesso giorno parte una lunga informativa. Dopo avere indicato le Ong come “fattore di attrazione”, viene precisato che è stata avviata “un’attività di raccolta informazioni circa le modalità di salvataggio dei migranti in mare, svolte dalle navi di proprietà delle Ong”. Nell’informativa vengono segnalati quattro casi di sconfinamento nelle acque libiche, da parte di alcune organizzazioni umanitarie: Moas e Medici senza frontiere» (Domani). Come scriveva qualche giorno fa Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, si trattò (e si tratta) della «prosecuzione di una guerra (politica) con altri mezzi (giudiziari)». Si trattava di controllare e screditare chiunque denunciasse la criminale gestione dei flussi migratori affidata dal governo italiano alla Guardia Costiera libica. «Intercettateci tutti!», amano dire i manettari che, dicono, non hanno nulla da nascondere. E lo Stato è ben contento di accontentarli. Con escrementizia coerenza, il principe dei giustizialisti duri e puri, colui che sprizza manette da tutti i pori, insomma Marco Travaglio, direttore del Fascio Quotidiano, difende “senza se e senza ma”, e sulla scorta della Sacra Costituzione Italiana, la strategia investigativa della procura Trapani. Escrementizia coerenza, appunto.

(*) «Domenico (Marco) Minniti, ministro dell’Interno tutto rigore e sicurezza. Il controllo dell’immigrazione diventa una questione di vita o di morte per il dirigente dem. L’intero mandato di Minniti al Viminale è incentrato sull’argomento. Fin dal primo giorno, quando comincia a lavorare sul “Memorandum di intesa tra Italia e Libia” mentre Angelino Alfano non ha ancora portato le sue cose alla Farnesina, dove è stato spostato dal nuovo premier Paolo Gentiloni. L’esponente del Pd ha già tutto in mente e a due mesi dal suo insediamento è già pronto l’accordo con i libici per bloccare i migranti alla fonte. Poco importa come. L’importante è la firma di Fayez al Serraj, primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, sul documento controfirmato dal presidente del Consiglio italiano. Obiettivo prioritario del Memorandum: “Arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”. In cambio l’Italia avrebbe fornito “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”. In altre parole: addestramento, mezzi e attrezzature alla forza di sicurezza comunemente definita Guardia costiera libica, formata da un ambiguo coacervo di milizie dismesse e trafficanti. Senza parlare dei campi dove i migranti vengono trattenuti, considerati da tutte le organizzazioni internazioni per i diritti umani come dei veri e propri centri di tortura, dove i “prigionieri” subiscono violenze di ogni tipo. Del resto, Minniti è persona abituata a ragionare secondo la neutra logica dei costi/benefici. Perché per perseguire un obiettivo ci vuole disciplina e un certo pelo sullo stomaco. Per raggiungere uno scopo non bisogna fermarsi, come gli avrà probabilmente insegnato Francesco Cossiga, l’amico con cui nel 2009 dà vita ad Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) una fondazione dedicata all’analisi dei principali fenomeni connessi alla sicurezza nazionale. E Minniti non si ferma mai» (Il Dubbio).

Aggiunta dell’8 aprile 2021

 «Da quando il governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell’Interno Marco Minniti, ha firmato nel febbraio 2017 il Memorandum con il governo di Tripoli, le industrie aerospaziali e di armamenti hanno fatto affari d’oro con i ministeri degli stati membri e con Frontex.  Aziende come Airbus, le israeliane Iai e Ebit e l’italiana Leonardo Finmeccanica hanno ottenuto commesse per milioni di euro. Minniti ora è entrato in Leonardo, nominato poche settimane fa a capo della fondazione MedOr, nuovo soggetto creato dalla ex Finmeccanica che si occuperà anche di Libia. Dell’accordo ha beneficiato anche l’Agenzia Frontex, diventata uno degli organismi più finanziati dell’Unione, con un budget attuale di 500 milioni e di oltre un miliardo nei prossimi sei anni. […] A febbraio scorso Minniti è stato nominato nella fondazione MedOr di Leonardo. Di cosa si occupa MedOr? “Permetterà in particolare di consolidare le relazioni con gli stakeholder dei paesi di interesse, al fine di qualificare Leonardo come un partner tecnologico innovativo nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza”. Settore di investimento, quest’ultimo, che ha risentito positivamente dell’accordo Italia-Libia firmato dall’ex ministro. Minniti, contattato, esclude che si possa parlare di conflitto di interesse: “Da ministro non trattavo appalti e non ho avuto alcun ruolo nei contratti di cui parlate”. Poi ci tiene a precisare che la fondazione di Leonardo non ha scopi di business: “Ha altre finalità, costruire un punto di vista comune su aree strategiche per l’Italia, come può essere il Mediterraneo, come del resto fanno molti altri paesi da tempi lontanissimi”» (Domani). Non c’è dubbio.

L’onesto Minniti, degnissimo discendente dell’italico “comunismo” (leggi stalinismo con caratteristiche togliattiane), ha illustrato una prassi sintetizzabile con un “vecchio” concetto: IMPERIALISMO. E anche l’Italia “nel suo piccolo”…

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Limes

Aggiunta dell’11 Aprile 2021

La scottante frase draghiana ormai è arcinota: «Con questi dittatori, di cui uno ha bisogno, bisogna essere pronti a cooperare». Altrettanto noto è che la realpolitik di Mario Draghi ha potuto brillantemente esercitarsi anche con la Libia: «Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi». Ormai abbiamo capito: ci sono dittatori e aguzzini «di cui uno ha bisogno» e con cui «bisogna essere pronti a cooperare». Molti si sono indignati dinanzi al cinico realismo del Presidente del Consiglio, ma si tratta di un’indignazione che non spiega niente e che testimonia piuttosto quanto chi la esprime comprenda pochissimo il mondo che ci tocca subire.

Scrive Francesca Sforza (La Stampa): «Oltre agli americani, tradizionalmente su questa posizione, il premier Draghi incontra il sostegno dell’opinione pubblica e dell’intero arco parlamentare italiano – ostile alla Turchia in chiave anti-islamica a destra e filo-curda a sinistra». Qui urge una mia precisazione, se non altro in quanto componente «dell’opinione pubblica» (dell’«arco parlamentare italiano» non dico niente per non destare l’attenzione di qualche zelante Procura della Repubblica): dal mio punto di vista il democratico Premier italiano e l’autoritario Presidente turco pari sono sotto ogni punto di vista. Mi correggo: in quanto anticapitalista italiano la mia ostilità politica è esercitata soprattutto nei confronti del Presidente del Consiglio italiano. A casa mia l’orgoglio nazionale è messo malissimo.

Il ministro turco dell’industria Mustafa Varank ha dichiarato che la Turchia non può prendere lezioni da un Paese che «ha inventato il fascismo» (vero!) e che «lascia morire i richiedenti asilo» (verissimo!).  «Il portavoce dell’Akp, il partito di Ergogan, ha usato parole durissime: “Hanno chiamato il nostro presidente dittatore e poi hanno aggiunto che devono collaborare con noi sull’immigrazione. È il massimo dell’ ipocrisi [giustissimo!]. Queste persone che trattano i migranti in maniera dittatoriale e immorale [verissimo!], pensano di doverci dare lezione di democrazia”» (La Repubblica). Diciamo pure, con il poeta, che la più pulita di «queste persone», italiane o turche che siano, ha la rogna.

Perché l’Italia ha bisogno del dittatore turco? In primo luogo per una ragione di interscambio economico: ci sono in ballo 17/20 miliardi di euro l’anno. Buttali via, soprattutto in tempi di crisi! Ambienti politici vicini a Leonardo hanno subito temuto per la commessa in ballo con la Turchia. Non a torto: «La prima a finire nel mirino è stata Leonardo, la holding tecnologica a controllo statale. Dopo due anni di trattative, proprio in questi giorni era prevista la firma del contratto per l’acquisto di dieci elicotteri d’addestramento AW169. Una commessa del valore di oltre 70 milioni di euro, che doveva essere la prima trance di un accordo per sostituire i vecchi Agusta-Bell 206 della scuola delle forze armate turche: l’importo complessivo per l’azienda italiana potrebbe superare i 150 milioni. Dopo le parole di Draghi i turchi hanno fatto sapere che “al momento” l’operazione è sospesa. Avvisi simili sono stati recapitati anche ad altre compagnie nazionali attive in Anatolia. Tra loro ci sono almeno due società private e Ansaldo Energia, proprietaria del 40 per cento di un gruppo che da un anno sta negoziando con banche e autorità turche la gestione dei debiti per centinaia di milioni accumulati dalla centrale elettrica di Gebze, nella zona industriale di Istanbul. È chiaro che Ankara intende far valere la rilevanza delle relazioni economiche tra i due Paesi. Prima del Covid, l’interscambio era arrivato a toccare 17 miliardi l’anno con quasi 1500 società italiane impegnate in Turchia: una delle più importanti è Ferrero, che produce lì una parte consistente delle nocciole con un business da centinaia di milioni l’anno» (La Repubblica).

L’esperta diplomazia italiana è al lavoro per chiudere la crisi politica con la Turchia e assicurare all’Italia la continuità delle relazioni economiche con quel Paese, il quale peraltro è attraversato da una grave crisi economica che minaccia di destabilizzare il già fragile quadro politico-sociale turco. La continua svalutazione della lira turca è un termometro di questa pessima situazione. L’altro termometro è squisitamente politico-sociale, e registra un’azione sempre più repressiva da parte dello Stato turco nei confronti di tutte le opposizioni sociali e politiche del Paese. Questo sempre a proposito di “fascismo” e di “democrazia”.

Come sappiamo la Turchia è per l’Italia (ma anche per la Francia) sia un partner economico e geopolitico, sia un avversario geopolitico e, soprattutto in prospettiva, economico. Discorso diverso si deve fare per la Germania, che non ha alcun interesse nel pestare i calli al dittatore turco, il quale oltretutto assicura la stabilità nell’area del Mediterraneo  Orientale, anche per quanto riguarda i flussi migratori che partono da quell’area. Ormai da decenni le relazioni tra la Germania e la Turchia hanno una connotazione davvero “speciale” – anche per la forte presenza dei lavoratori turchi nel Paese leader dell’Unione Europea. Nel Mediterraneo Orientale e in Nord’Africa gli interessi economici e geopolitici di Italia, Francia, Grecia e Turchia entrano in reciproca frizione, e qualche scintilla diplomatica (e non solo: vedi l’esercitazione navale greco-cipriota dell’agosto 2020 chiamata Eunomia) si è pure vista nei mesi scorsi. Non a caso la Grecia e Cipro, che con l’Italia stanno cercando di arginare l’aggressiva proiezione turca nel Mediterraneo Orientale, hanno subito mostrato “comprensione” per il premier italiano.

D’altra parte non bisogna sottovalutare il nuovo pensiero strategico adottato dalla Turchia e sintetizzato nel concetto, elaborato fin dal 2006 dagli ammiragli turchi, di Patria blu: «Siamo orgogliosi di proteggere il nostro vessillo glorioso in tutte le acque. Siamo pronti a proteggere con forza ogni fascia dei nostri 462 mila chilometri quadrati di Patria blu» (R. T. Erdoğan). È sufficiente guardare la carta geografica del Mediterraneo Orientale per farsi un’idea della posizione strategica che la Turchia occupa in quell’area sempre più importante anche dal punto di vista energetico – produzione e distribuzione di petrolio e di gas. In questo contesto, «Ogni scintilla può portare alla catastrofe», come disse usando un’immagine perfetta il ministro degli Esteri Heiko Maas nell’agosto del 2020, nel pieno della crisi greco-turca. Allora la ministra della Difesa Florence Parly dichiarò: «Il nostro messaggio è semplice: priorità al dialogo, alla cooperazione e alla diplomazia affinché il Mediterraneo orientale sia uno spazio di stabilità e di rispetto del diritto internazionale e non un terreno di giochi di potenza»: per gli imperialisti europei i cattivoni sono sempre gli altri, i “dittatori” della concorrenza.

La posta in gioco descritta da Angelo Panebianco: «In Libia Draghi è stato tre giorni fa. Allo scopo di riannodare i legami (spezzati o, quanto meno, assai logorati) fra l’Italia e un Paese le cui sorti hanno uno stretto legame con il nostro interesse nazionale: si tratti di rifornimenti energetici, della presenza in Libia delle nostre imprese, di flussi migratori, di contrasto al terrorismo o di sicurezza militare. Una Libia che è oggi spartita fra russi e turchi. Gli uni e gli altri ritengono di essersi conquistati sul terreno il diritto di essere lì, avendo partecipato, su fronti opposti, alla guerra fra la Tripolitania e la Cirenaica. L’Italia è impegnata ad appoggiare gli sforzi dell’attuale governo libico di riconquistare l’unità del Paese. Se coronati da successo danneggerebbero gli interessi sia di Erdogan che di Putin. La Libia non potrà essere davvero riunita se l’esercito turco e i mercenari russi non se ne andranno. Quello italiano è un tentativo necessario ma difficile. Puntiamo sui rapporti economici per ricostituire i nostri legami con la Libia. Ma può la capacità di offrire cooperazione economica sconfiggere le posizioni di forza di coloro (come appunto Erdogan) che hanno soldati e armi sul terreno? I precedenti storici non sono incoraggianti. In ogni caso, il governo Draghi è impegnato, in Libia, in una partita i cui esiti saranno assai importanti per l’Italia. In sintesi: di quanta sicurezza disporremmo (non solo noi, anche il resto dell’Europa), se il Mediterraneo diventasse stabilmente un mare russo/turco? Alzare il tiro della polemica con Erdogan, serve forse a perseguire diversi obiettivi. È un messaggio implicito alla Nato (di cui la Turchia fa tuttora parte), un messaggio che dice: non possiamo più trattare Erdogan con i guanti, come se la Turchia fosse ancora l’alleato di un tempo. È un richiamo agli Stati Uniti, è la richiesta di un loro rinnovato impegno nel Mediterraneo. Potrebbe essere anche un messaggio alla Germania: lo scambio denaro contro controllo delle frontiere forse dovrebbe essere rinegoziato in modo più favorevole per l’Europa. È infine, certamente, un messaggio indirizzato agli italiani: non possiamo evitare di cooperare col dittatore di turno quando ciò serva a tutelare certi nostri vitali interessi ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che ci sono grandi differenze fra noi e il suddetto dittatore, dobbiamo monitorare con attenzione le conseguenze spiacevoli che da queste differenze possono in ogni momento derivare» (Il Corriere della Sera).

«Conseguenze spiacevoli»: che linguaggio felpato! E poi, «spiacevoli» fino a che punto? Lo scopriremo solo… Intanto, godiamoci l’orgasmo patriottico di Massimo Giannini: «Mettiamo in fila i fatti degli ultimi dieci giorni. Il capo del governo ha prima lanciato un segnale chiaro a Putin, facendo arrestare una spia che vendeva segreti a Mosca. Poi è volato a Tripoli a dare sostegno al governo provvisorio di Dbeiba e a supportare la presenza dell’Eni (anche se ha commesso il grave errore di “ringraziare” la Guardia Costiera libica per i salvataggi, mentre avrebbe dovuto denunciarne i misfatti) [sic!]. Infine ha sferrato il colpo a freddo su Erdogan. Tre atti che sembrano uniti da una sola trama: dimostrare ai russi e ai turchi che in Libia, e non solo in Libia, l’Italia c’è e vuole giocare la sua partita (La Stampa). Sia chiaro, io tifo contro!

L’ALBUM DI FAMIGLIA DI MARCO MINNITI
GROSSI GUAI NEL NOSTRO CORTILE DI CASA
PER UNA STRETTA DI MANO…
SULLA GUERRA PER LA SPARTIZIONE DELLA LIBIA
È FACILE ESSERE “BUONISTI” ACCUSANDO L’IMPERIALISMO DEGLI ALTRI!
DUE PAROLE SUL PERICOLOSISSIMO INTRIGO LIBICO
LIBIA E CONTINUITÀ STORICA
A TRIPOLI, A TRIPOLI!
L’IMPERIALISMO ITALIANO NEL“PARADOSSO AFRICANO”
IL PROFITTO È GRANDE, E L’IMPERIALISMO È IL SUO PROFETA!
TU CHIAMALO SE VUOI, IMPERIALISMO

MAURIZIO LANDINI E IL NUOVO RINASCIMENTO ITALIANO…

Per il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, «La mossa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stata una mossa di grande intelligenza e responsabilità che ha spiazzato le forze politiche. Mai come adesso abbiamo la necessità di fare sistema». Fare sistema, cioè a dire sostenere questa escrementizia società che non solo sfrutta i lavoratori e se ne libera tutte le volte che ne ha la convenienza/necessità, ma che li espone anche al rischio della malattia e della morte, come accade in questi tempi particolarmente malsani. Non c’è che dire, i lavoratori italiani sono in ottime mani.

Ancora il “simpatico” Landini: «Abbiamo bisogno al più presto di un governo nel pieno della sue funzioni e di un coinvolgimento delle parti sociali molto più forte. E questo non vuole dire sostituirsi alla politica o al governo ma di dire la nostra ed essere coinvolti nella progettazione del futuro». Dal leader del sindacalismo collaborazionista e parastatale non ci si può aspettare che una politica collaborazionista, appunto.

«Sicuramente Draghi è una persona autorevole, e sicuramente può essere una persona utile»: su questo Landini ha ragione da vendere, per così dire. Si tratta piuttosto di capire utile a chi, a che cosa. Non certo alle classi subalterne: dire questo sarà poco ma quantomeno è sicuro. «Non vorrei si stesse pensando alle poltrone [sic!] anziché a cosa fare per il bene del Paese». Quando si parla del «bene del Paese» quasi mi commuovo. Quasi. A proposito! Si scrive “Paese” ma si legge società capitalistica, ovviamente.

I sinistrati sono divisi: c’è chi appoggia Draghi («È il male minore!») e c’è chi rimpiange Conte («È il male minore!»). Della serie: Miserabilandia – comunque vada a finire l’ennesima farsa italiota. C’è la farsa e purtroppo c’è anche la tragedia: l’esistenza di un enorme gregge umano ancora disposto a seguire i vecchi e i nuovi padroni.

DRAGHI DOCET!

Mario Draghi hearing at European parliament committee

Mi improvviso agenzia stampa e sintetizzo, con parole mie, l’intervento fatto questo pomeriggio da Mario Draghi davanti alla Commissione Affari Economici e Finanziari del Parlamento Europeo. Inutile dire che i Parlamentari europei hanno approfittato dell’occasione per bombardare il Presidente della BCE con domande sulla Grecia: «Ci sarà la Grexit?», «stiamo facendo tutto il possibile per evitare la Grexit?», «è sostenibile l’uscita della Grecia dalla zona-euro?», «che ne sarà dell’euro e dell’Unione Europea?», «dove stanno i torti e dove le ragioni?». Il Presidentissimo se l’è cavata, a mio modesto avviso, da par suo, ossia esibendo intelligenza politica, competenza economica, assoluta mancanza di retorica; soprattutto, egli non ha concesso nulla al “vogliamoci bene” tanto praticato nell’italico Palazzo. A questo punto il “bizzarro” di turno è autorizzato a darmi del draghista: non mi offendo mica.

Sulla Grecia, tema scottante del giorno, Draghi ha svicolato con la solita destrezza («Abbiamo bisogno di un accordo forte e complessivo con la Grecia, che produca crescita, sia socialmente equo e finanziariamente sostenibile»: che bella quadratura del cerchio!) , lasciando sul tappeto un solo concetto chiaro: «La palla è nella metà campo della Grecia». Intanto Tsipras e Varoufakis continuano a “fare melina”; forse sperano in un loro improvviso e bruciante contropiede. I compagni tifosi sono pronti a festeggiare il goal ellenico.

La politica monetaria, ha osservato Draghi, non può fare quello che può fare solo una politica economica orientata alle riforme strutturali, le sole che possono creare le condizioni per una vera e duratura crescita in quei Paesi che oggi soffrono di bassa produttività sistemica, alta tassazione, alto indebitamento pubblico, diffusa corruzione, un mercato del lavoro obsoleto (non competitivo), un welfare finanziariamente e socialmente insostenibile (vedi anche trend demografico), ampio parassitismo sociale – la locuzione è mia, il concetto del Presidente della BCE. La politica monetaria (vedi quantitative easing) può certo dare un contributo alla ripresa ciclica dell’economia (lungo un arco di due anni), ma non può certo creare i fattori strutturali che la determinano e la sostengono: è sbagliato chiedere o attendersi  da quella politica ciò che essa non può dare. Tradotto in volgare: il tanto decantato Q E non può fare miracoli.

Così com’è sbagliato, ha continuato Draghi, far finta di non sapere quel’è il mandato istituzionale della BCE: la stabilità dei prezzi e della moneta unica. Molti leader politici che hanno paura di assumersi la responsabilità di misure economiche impopolari usano la Banca Centrale come una sorta di capro espiatorio, e l’accusano di voler fare politica a tutto campo, di voler mettere becco su tutto, quasi a voler commissariare la politica; altri vorrebbero invece che fosse essa a togliere dal fuoco castagne fin troppo scottanti, e così l’accusano di troppa timidezza politica e di scarsa lungimiranza politica. Ma alla BCE compete solo una politica monetaria!

Continuare poi a presentare come esigenze opposte la sostenibilità finanziaria e la crescita, l’equità sociale e la ricerca della produttività, gli investimenti pubblici (purché produttivi!) e la libera iniziativa privata è indice di scarsa conoscenza dei meccanismi economici. Naturalmente occorre diminuire la disoccupazione, aumentare i salari e difendere il potere d’acquisto delle pensioni; ma come si ottengono questi risultati? Allargando i cordoni della spesa pubblica finanziata con la tassazione? «Io non credo, e anche il caso greco dimostra che quella non è la via da seguire». Come mai il livello medio della disoccupazione nella zona euro si è mantenuto relativamente alto (intorno al 9%) anche prima della crisi internazionale? E come mai la crescita economica dell’Unione Europea è stata bassa, sempre come dato medio, anche prima del 2007? La crisi economica internazionale ha semplicemente reso evidenti le magagne strutturali che tengono “imballato” il motore capitalistico europeo. Ripeto: le parole sono mie, i concetti sono del Presidentissimo.

Come usciamo da questo cul de sac? «Chiedetelo ai governi dei Paesi europei! Io non posso che ripetere il solito mantra: servono le riforme strutturali!» Dalle mie parti si dice: Tre peli ha il porco!

MIRACOLO A FRANCOFORTE! O NO?

draghi-mixer_excLa breve nota che segue è stata scritta nel tardo pomeriggio di ieri. Sui quotidiani italiani di oggi si avverte ancora il clima da «ultima spiaggia», da «ultimo colpo», da «ultima chance» che ha caratterizzato il dibattito politico-economico delle settimane che hanno preceduto l’Evento QE.  Ma la contagiosa euforia dei giorni scorsi incomincia a fare i conti con una lettura più obiettiva della manovra presentata da Super-Mario. Ieri Xavier Sala i Martin, docente alla Columbia University, provava a gettare un po’ di acqua sul fuoco:  «Qualunque sarà la formula, l’effetto del quantitative easing sarà pressoché nullo. I tassi di interesse sono già bassi e l’effetto psicologico è stato già assorbito. In più in Europa la liquidità è già fin troppo abbondante. Le banche sono piene di soldi che non sono in grado di impiegare perché non ci sono in giro progetti di qualità da finanziare. Il problema dell’Europa non è quindi la liquidità, la sua è una crisi da mancati investimenti. Da anni ormai non ci sono investimenti, né privati né pubblici» (La Repubblica). Il Wall Street Journal, sempre ieri, criticava una politica pro-crescita economica affidata alla svalutazione competitiva dell’euro; Draghi fa bene a ripetere che dalla crisi l’Europa esce solo se implementa le riforme strutturali, ma il suo ambizioso programma di Quantitative Easing  potrebbe sortire proprio l’effetto di allontanare nel tempo quelle  riforme. E, come dimostra il Giappone, senza «riforme strutturali» (nel mercato del lavoro, nella fiscalità orientata alle imprese, nel Welfare, ecc.) il QE ha un respiro corto, a volte cortissimo. Si droga il malato senza guarirlo, anzi rinviandone la guarigione e quindi debilitandolo ulteriormente. Mentre il WSJ polemizzava con il Presidente della BCE, le borse europee festeggiavano e le banche del Vecchio Continente, soprattutto quelle del Mezzogiorno, si leccavano i baffi. Ma la volatilità è dietro l’angolo, sempre in agguato.

 ***

 Cosa si può dire a caldo delle misure monetarie decise dalla BCE e rese note oggi da Mario Draghi dopo un’attesa spasmodica che a tratti ha assunto i contorni dell’attesa messianica? Qui mi limito a due sole considerazioni d’ordine politico.

Presa nel suo insieme, a me pare che la manovra annunciata confermi largamente le previsioni, tanto dal lato quantitativo (ad esempio, 60 miliardi di euro “sparati” al mese anziché 50, una correzione che sposta poco il baricentro della manovra ma che consente a Draghi di accreditarsi come anti-falco) quanto, soprattutto, da quello qualitativo, ossia per ciò che riguarda il contesto politico di riferimento e le implicazioni politiche e sociali della manovra.

Tutti i caveat annunciati dal Presidente della Banca Centrale Europea sembrano andare nella direzione voluta – o “auspicata” – dalla Germania (ad esempio, le banche centrali dei paesi interessati garantiranno per una quota pari all’80% del totale degli acquisti di titoli statali e privati, dunque solo il 20% sarà il rischio condiviso tra Banche nazionali e Bce), la quale si guarderà bene dal menar vanto del successo ottenuto (anche per non imbarazzare Draghi e rendergli difficile la vita), mentre cercherà di accreditare la tesi dell’onorevole compromesso tra diversi interessi. Non si può nemmeno escludere che Berlino faccia circolare ad arte presunti sentimenti di frustrazione covati dalla leadership tedesca, soprattutto dai suoi “falchi”, allo scopo di non dover concedere di più in futuro: «Abbiamo già dato! Adesso tocca agli altri fare i compiti a casa».  Draghi si è detto «stupito del fatto che la questione della condivisione dei rischi sia diventata la cosa più importante» nel dibattito sulla stampa alla vigilia della decisione della BCE: «Chiediamoci se sia una scelta così fondamentale per l’efficacia del piano. Noi riteniamo di no». Con ciò il Presidente della BCE, con un’intelligenza politica che tutti, amici e nemici, gli riconoscono, ha cercato di stornare l’attenzione della pubblica opinione dai nodi politici che si aggrovigliano sempre più strettamente intorno all’Unione Europea e all’area dell’euro, per dirottarla sugli aspetti tecnico-economici della manovra deliberata.

Draghi ha pure detto, e a mio avviso è qui che occorre cercare il vero significato politico del Programma QE, che adesso i singoli Paesi europei non hanno più alibi da accampare per dilazione sempre di nuovo le necessarie «riforme strutturali»: il tempo di agire è adesso. Grecia, Italia, Francia ecc. sono avvisati. I sovranisti d’ogni razza e coloro hanno di che lamentarsi.

Scrivevo lo scorso luglio commentando un intervento di Draghi: «Per il Presidente della BCE non si può lasciare al potere discrezionale dei singoli Stati la scottante questione dei “compiti a casa”: insomma, c’è bisogno di una “governance sulle riforme strutturali”, perché “le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso”. E ancora (e più significativamente): “Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario”. Musica per le teutoniche orecchie. Quando Draghi parla di “accordi sociali profondi”, intende dire che le famigerate quanto necessarie (per il Capitale) politiche lacrime e sangue vanno portate in porto con coerenza, senza concedere troppo all’arte del compromesso» (Draghi e Visco uniti nella lotta).

Non c’è dubbio che la manovra annunciata rafforza il progetto “riformista” prospettato da Draghi, la cui autorità presso i leader riluttanti del Mezzogiorno (o «area periferica dell’Unione») appare notevolmente accresciuta. Inutile dire che il Premier italiano cinguetterà un miserrimo «Abbiamo vinto noi, contro i gufi!». Di sicuro chi scrive non ha vinto, né lo rallegra il fatto che, come sostiene l’esperto di Deutsche AWM, grazie al Quantitative Easing di Draghi l’euro continuerà a deprezzarsi nei confronti del Dollaro, «un trend che sosterrà i profitti delle imprese nella zona Euro e quindi anche i mercati azionari». A Davos Angela Merkel ha lodato lo «sforzo riformista» del governo italiano: «Bravi! Andate avanti». Per le cicale meridionali gli esami di tedesco non finiscono mai! Il fegato del sovranista italiano è messo duramente alla prova, ma chi scrive non riesce a provare alcuna simpatia per le sue frustrazioni. Come sa chi legge i miei modesti post, io “lavoro” per l’uscita dell’umanità dal Capitalismo, non per l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione Europea. Insomma, sono per i “vasti programmi”, come quelli prospettati dall’europeista Draghi. Diciamo.

Per Marco Cobianchi (Panorama) «Adesso siamo al “o la va o la spacca”, perché è chiaro che questo è l’ultimo treno che l’Europa fa passare sotto il naso dell’Italia. Se riusciamo a salirci sopra per provare ad uscire dalla recessione, sarà un bene per tutti, ma se anche l’operazione annunciata oggi da Draghi dovesse risultare inefficace, è chiaro che il nostro Paese si avvia a un declino che, a qual punto, sarebbe davvero difficilmente arrestabile». Rimane da capire quanto costerà ai nullatenenti il prezzo del biglietto di quest’«ultimo treno».

DRAGHI E VISCO UNITI NELLA LOTTA

mario-draghi-568063Mentre i politici e i giornalisti del Bel Paese continuano ad alimentare il sempre più risibile e stucchevole dibattito intorno alla «flessibilità che deve coniugarsi con il rigore», Mario Draghi e Ignazio Visco hanno nuovamente posto sul tappeto, e questa volta con una chiarezza davvero disarmante, i corretti termini della questione: senza un’autorità sovranazionale centrale che detti e coordini le politiche economiche dei Paese che aderiscono alla moneta unica, il progetto europeista non farà molta strada.

Per progetto europeista intendo lo sforzo ormai ultradecennale di una parte consistente della classe dominante dei maggiori Paesi europei volto a fare dell’Unione Europea un polo capitalistico-imperialistico unitario in grado di competere su tutti i fronti (economico, tecnologico, politico, militare) con gli altri poli: Stati Uniti, Cina e Giappone, in primis.

Se i Paesi deboli dell’UE non realizzeranno le famose «riforme strutturali», così da colmare il forte gap che divide l’area più forte dell’Unione (l’area del virtuale marco tedesco) da quella più debole (l’area “meridionale”, Francia compresa), l’eurozona non diventerà mai un’area monetaria ottimale, per dirla con gli economisti seri, confermando con ciò le previsioni (leggi: gli interessi) degli americani e degli inglesi, da sempre contrari all’unificazione del Capitalismo europeo sotto l’egemonia della Germania, la sola potenza del Vecchio Continente in grado di portare a compimento questa oggettiva tendenza storica*.

Ma per il Presidente della BCE non si può lasciare al potere discrezionale dei singoli Stati la scottante questione dei “compiti a casa”: insomma, c’è bisogno di una «governance sulle riforme strutturali», perché «le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso». E ancora (e più significativamente): «Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario». Musica per le teutoniche orecchie.

Quando Draghi parla di «accordi sociali profondi», intende dire che le famigerate quanto necessarie (per il Capitale) politiche lacrime e sangue vanno portate in porto con coerenza, senza concedere troppo all’arte del compromesso. Naturalmente in quest’opera “riformista” tesa a incidere a fondo sulla carne viva del corpo sociale i sindacati sono chiamati a svolgere un ruolo molto importante. Beninteso, un ruolo interamente speso sul terreno della conservazione sociale.

Richiamando il forte europeismo che sempre animò Tommaso Padoa-Schioppa, il Presidente della BCE non ha mancato di ripetere il mantra secondo cui «il nostro futuro è in una maggiore integrazione, non nella ri-nazionalizzazione delle nostre economie». Un pugno in pieno viso ai sovranisti d’ogni tendenza politica.

Dopo aver ricordato che l’euro «ha garantito la stabilità dei prezzi e protetto contro variazioni impreviste e forti del potere d’acquisto», e che dall’euro comunque «non si esce», il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha confessato l’altro ieri che la moneta unica europea sconta un solo limite: essere «una moneta senza Stato». Un limite non da poco, diciamo. Ma mentre i sovranisti deducono da questo limite la necessità di ritornare precipitosamente indietro, a pochi passi dall’abisso, Draghi e Visco fanno la deduzione opposta: andare rapidamente avanti, per non lasciarsi risucchiare dall’abisso nazionalistico.

semifinale-germania-brasile-gol-kloseIntanto, la Commissione Europea fa sapere che l’Italia non sta facendo i “compiti a casa”: a Roma si parla tanto di «riforme strutturali» ma si fa pochino, quasi niente. Ma Mister 40 per cento non aveva battuto la Cancelliera tedesca 7 a 1 a inizio luglio? O era un’altra partita?

* «La visione legata al metodo funzionalista dei padri fondatori ha portato come logica conseguenza alla creazione dell’euro (anche se la moneta unica avrebbe potuto essere dotata di strumenti di governo diversi o migliori). Il percorso funzionalista era in realtà un progetto fortemente poli­tico, con lo scopo principale di affrontare la sfida interna della grande Ger­mania al cuore del continente: l’integrazione come metodo per diluire il peso tedesco in modo benigno e costruttivo» (Marta Dassù, Aspenia, n.65/2014).

Per Robert Gilpin, «Al di là dei vantaggi economici del mercato unico, alla Francia interessa mantenere un certo margine di controllo sulla potente Germania riunificata» (Le insidie del capitalismo globale, p.190, Bocconi, 2001.

Come ho scritto altre volte, nel «sogno europeista» storicamente convergono (si “scaricano”) diverse e contrastanti esigenze. In primis quella di controllare da vicino la Germania: «Naturalmente, le “ambizioni egemoniche” che l’integrazione europea si riprometteva di contenere erano in particolare quelle di una nazione: la Germania. L’averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa» (Robert Kagan, Paradiso e potere, p. 62, Mondadori, 2003). La stessa Germania, immersa peraltro in un senso di colpa alimentato ad arte dalle potenze vittoriose, ha accettato di buon grado la camicia di forza “europeista”, e le ragioni, di assai facile comprensione, si compendiano in due date: 1918 e 1945. Due catastrofi epocali nell’arco di un tempo così breve avrebbero spezzato la volontà competitiva (un tempo chiamata «volontà di potenza») di qualsiasi nazione. Ma la Germania, se può essere contingentemente spezzata e ridotta al rango di Paese reietto, non può venir privata della sua storia e del suo corpo sociale, ossia di quella che chiamo Potenza sistemica.

Tanto alla fine della Prima quanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per sostenere un’economia tedesca ridotta ai minimi tempi, e non l’hanno certo fatto per ragioni umanitarie, le quali nel contesto della competizione globale fra le Potenze mondiali si danno come mero strumento ideologico al servizio di obiettivi radicalmente disumani. Già Keynes, nel 1919 (Le conseguenze economiche della pace), sostenne che fiaccare la Germania significava mettere l’Europa nelle condizioni di produrre nuovi e più gravi disastri sociali.

angela-merkel-telefono-275638Aggiunte da Facebook:

BERLINO 1 WASHINGTON 0

«Dopo che lo scorso 4 luglio in Germania è stata arrestata una spia di 31 anni al soldo del Pentagono, la seconda in pochi giorni e comunque con ancora vivo lo scandalo del Datagate, il governo tedesco ha preso la decisione di espellere il capo della Cia in Germania. Il premier Angela Merkel ha dichiarato sarcastica che “spiare gli alleati è uno spreco di energie” e che con gli Stati Uniti “vedo una differenza di principi molto grande rispetto ai compiti dei servizi segreti dopo la guerra fredda”. Poco dopo il comunicato riportato da Seibert è arrivata la nota degli Usa attraverso l’ambasciata a Berlino: “E’ essenziale – si legge – proseguire con la cooperazione con le autorità tedesche sul fronte dell’intelligence e della sicurezza”. E Berlino ha replicato rispondendo che “Tuttavia la fiducia deve essere reciproca“» (Notizie Geopolitiche).

Dopo l’apertura della grave crisi diplomatica fra Berlino e Washington pare che la leadership antiamericana del pianeta si sia spaccata. Infatti, una sua parte sembra si stia orientando a tifare “tatticamente” la Germania nella finale di domenica allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro. Il derby papale pare pendere sempre più dalla parte dell’ex Pastore Tedesco, grande tifoso del Bayern di Monaco.

German Chancellor Angela Merkel on China visitGERMANIA 7 STATI UNITI 1

E Imperialismo al centro! Pardon, palla al centro…

«È il suo settimo viaggio in Cina da quando ricopre la carica di cancelliere. Un viaggio segnato dalla firma di importanti accordi commerciali tra i due Paesi. In particolare, tra le intese raggiunte, quelle per l’apertura di due nuovi stabilimenti Volkswagen e per la vendita di 123 elicotteri Airbus» (Chinanewsitaly).

«La missione cinese di Angela Merkel ha carattere fortemente commerciale. Tra i maggiori risultati della visita c’è l’accordo per la vendita di cento elicotteri Airbus alla Cina firmato alla Grande Sala del Popolo alla presenza della cancelliera tedesca e del primo ministro cinese, Li Keqiang. Le esportazioni tedesche in Cina hanno raggiunto i 67 miliardi di euro lo scorso anno, e Berlino rappresenta il secondo più importante mercato di esportazioni verso Pechino dopo gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Le importazioni cinesi in Germania hanno invece toccato quota 73 miliardi di euro» (Agichina).

Tra le aree di maggiore interesse economico, la Cancelliera ha elencato quella dell’efficienza energetica per le nuove città cinesi. Una pietanza davvero invitante. «La Germania vorrebbe aiutare la Cina, incluso il Sichuan, a realizzare la propria strategia di sviluppo dell’urbanizzazione», ha detto la Merkel. Quando vuole, il Capitale sa essere altruista…

Per Sergio Romano l’ennesima visita di Angela Merkel nel Celeste Capitalismo ha avuto anche un forte significato politico: «È come se la Cancelliera avesse detto agli americani (che non nascondano una certa apprensione per l’attivismo della fräulein): “Non siamo disposti a piegarci alla volontà degli altri. In primo luogo noi badiamo ai nostri interessi». Per l’editorialista del Corriere della Sera, la stessa vicenda dell’espulsione del capo della Cia in Germania ha dimostrato che in Europa c’è almeno un Paese che non è disposto ad accettare in silenzio tutto quello che fanno gli “alleati” americani.

In effetti, la potenza economica tedesca non è un’opinione. E la competizione capitalistica a tutto campo non è mai stata un pranzo di gala.

mario-draghi-cappello2-215200KAISER DRAGHI E LA MINACCIA ESISTENZIALE

Proprio in coincidenza con la diffusione da parte dell’Eurostat (14 luglio) dei pessimi dati sulla produzione industriale nell’eurozona (un calo dell’1,1 per cento rispetto al mese precedente), il Presidente della BCE Mario Draghi ha ribadito il fondamentale concetto espresso a Londra qualche giorno fa: «bisogna approfittare dell’opportunità di un nuovo parlamento e di una nuova commissione per riflettere sull’architettura della zona euro. In particolare credo vi sia spazio per un governo comune delle riforme strutturali».

Forse per la prima volta Kaiser Draghi si è lasciato andare a questa pessimistica considerazione, un po’ per fare pressione sul partito della flessibilità (vedi Renzi e Hollande), un po’ per lanciare un monito sulla base di dati incontrovertibili: «La disoccupazione troppo alta può diventare una minaccia esistenziale per l’eurozona».

A proposito del velleitario e parolaio partito della flessibilità, il Presidentissimo ha dichiarato con apprezzabile (da chi scrive!) ironia ««Non mi è chiara, ma forse perché non sono un uomo politico, la chimica di flessibilità che garantisca alle regole l’essenziale credibilità».