OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato ieri nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, pubblicato oggi dal Manifesto. Che dire? Già solo il fatto che il Senato di una Repubblica fondata sul lavoro salariato (leggi sfruttato) perda il suo preziosissimo tempo legittimamente speso al servizio delle classi dominanti a commemorare una rivoluzione che proprio il potere politico e sociale di quelle classi intendeva spazzare via, ebbene già solo questa “bizzarra” messinscena politica la dice lunga su cosa sia diventata la Rivoluzione d’Ottobre nella memorialistica curata dall’intellighentia che un tempo militava nel PCI. Che ci azzecca, per usare un linguaggio particolarmente forbito, la Repubblica Italiana con l’Ottobre Rosso? Ha senso celebrare o semplicemente ricordare in termini elogiativi la «dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri» nel tempio di quella «democrazia borghese» che Lenin, sulle orme di Marx, considerava come la forma politico-istituzionale più perfetta attraverso cui si esercita la dittatura borghese (soprattutto nei Paesi a Capitalismo avanzato)?

Naturalmente nella testa dell’intellighentia “comunista” e “postcomunista” del nostro Paese le cose non stanno affatto così, visto che molti uomini che hanno reso possibile la nascita della Repubblica Italiana erano in qualche modo legati all’evento rivoluzionario ricordato ieri, forse con qualche imbarazzo, da Tronti: «Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri». Ebbene, i padri della Patria cui allude l’ex teorico dell’operaismo, così attento oggi ad addomesticare in chiave borghese il Grande Azzardo di Lenin, erano tutti figli dello stalinismo, ossia della controrivoluzione che spazzò via nel modo più radicale, violento e mistificatorio (gli assassini della rivoluzione continuarono a chiamarsi “comunisti”!) l’esperienza dell’Ottobre Sovietico come avanguardia e precursore della rivoluzione proletaria internazionale.

Sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre e sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando al mio studio Lo scoglio e il mare.

«Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi. Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano passato, attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa». La scena vi appare surreale? «La scena è surreale», puntualizza Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky. In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: “Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra”». E non c’è dubbio, compagno Ministro!

Ancora Cazzullo: «Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: “E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?”». Ne ricavo che i “comunisti” non solo mangiavano i bambini, cosa risaputa dai tempi di De Gasperi, ma odiavano perfino gli occhialuti! Gli occhiali come espressione di un lusso che in Cambogia solo gli intellettuali al servizio della borghesia e dell’imperialismo potevano concedersi? Vallo a sapere! «Gasparri arriva trafelato e si indigna: “Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!”». Assalto al Palazzo d’Inverno, Marcia su Roma, il tema di fondo non cambia: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, o, meglio, come macchietta. Che tempi ignobili!

Detto en passant, ricordo che soprattutto contro i nostalgici “comunisti” del mondo perduto della Guerra Fredda ho sostenuto che il cosiddetto «socialismo reale» è stato un capitolo particolarmente ignobile del Libro nero del Capitalismo mondiale: altro che «libro nero del comunismo»! Tra l’altro, la Cina e la Corea del Nord continuano ad aggiungere non poche pagine a quel famigerato Libro.

Ora, e sempre per come la vedo io, chi accusasse Tronti di incoerenza politica, magari pensando al suo passato “operaista”, sbaglierebbe di grosso ed esibirebbe la tipica deformazione professionale dell’intellettuale, il quale molto facilmente si lascia ipnotizzare dalle parole evocative e dalle frasi ben formulate. Infatti, dietro un solido impianto fraseologico e ideologico costruito con i materiali del “marxismo”, c’è sempre stata la sostanza di un militante politico al servizio dello status quo sociale. Gli intellettualoni del PCI nei convegni e sulle riviste teoriche magari parlavano e scrivevano di “plusvalore”, di “sfruttamento capitalistico”, di “composizione di classe” e altro ancora, ma essi erano lungi dal riconoscere una realtà che alla modestissima intelligenza di chi scrive è sempre apparsa di un’evidenza solare: la natura borghese, ultrareazionaria del loro Partito, da Togliatti, il migliore degli stalinisti europei, a Berlinguer, il teorico del “compromesso storico”.

Tronti dice ai suoi compagni, pardon, ai suoi colleghi senatori di essere rimasto «identico», e bisogna credergli: egli è rimasto un “comunista italiano”, cioè a dire, dal mio punto di vista, un perfetto anticomunista, e difatti il senatore del PD dà il suo prezioso contributo alle istituzioni poste al servizio del dominio capitalistico. Il senatore “diversamente comunista” giustamente definisce «tristi» i nostri tempi; ma non è che i tempi in cui i figli e i nipotini dello stalinismo (anche con caratteristiche cinesi) dominavano la scena politica italiana ed europea fossero meno tristi, quantomeno per le classi subalterne (a cominciare da quelle che ebbero la ventura di vivere sotto i regimi “comunisti”) e per chi lo stalinismo lo combatteva sul terreno della lotta anticapitalista.

Dai Cazzullo, facci ridere! «”Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa”… I grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: “Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?”. In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: “Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!”. Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse». Ah, Ah, Ah! Rido. Una risata vi seppellirà, si diceva un tempo; temo che non sarà così semplice.

LA SINISTRA DI MARIO TRONTI

totolettoatrepiazze6Michele Smargiassi di Repubblica chiede a Mario Tronti, «filosofo, teorico dell’operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana», se «di sinistra si diventa o  ci si nasce». Ecco la risposta del senatore democratico, il quale sostiene che rimarrà «un intellettuale comunista» in qualunque partito si troverà a militare (e questo la dice lunghissima sul personaggio e sugli intellettuali “marxisti” di ieri e di oggi):

«Ognuno ha la propria risposta. Non amo parlare di me, ma posso dirle che nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito. Ha contato molto l’estrazione popolare della mia famiglia, mio padre comunista col quadro di Stalin sopra il letto, mi sono immesso in quell’orizzonte in modo naturale, ovviamente da lì è partito un percorso lungo e critico».

Talmente lungo e talmente critico da condurlo nella postazione  anticapitalistica che conosciamo. Certo, avere avuto per padre uno stalinista duro e puro mi consiglia di concedere qualche attenuante generica all’imputato. Accidente: ho parlato il linguaggio manettaro dei Travaglio, degli Ingroia e dei Di Pietro! Mi scuso. Forse vedo troppa televisione manettara.

Basta un Tronti qualsiasi per giustificare la mia collocazione politica: né più a “destra” né più a “sinistra” dell’ex teorico dell’operaismo. Piuttosto su un altro terreno (stavo per dire su un altro pianeta!): quello anticapitalistico.

«Le grandi classi non ci sono più, il conflitto frontale non c’è più, i grandi partiti neppure, ma la lotta di classe c’è ancora. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro». Quando un intellettuale “marxista” blatera di «lotta di classe», è meglio cambiare subito programma, libro, giornale, sito. La cosa sarà pure intellettualistica, ma non può essere seria. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro.

letto2«Da un po’ di tempo dico che si è aperta nel mondo contemporaneo una grande questione antropologica: il senso dell’essere qui, in un mondo allargato e transitorio, in questo disagio di civiltà che non è solo politico e sociale o economico. Come essere donne e uomini in questo mondo? La domanda vera è questa. Rispondo così: è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Dall’operaismo all’esistenzialismo con venature freudiane? Magari! Si tratta piuttosto dell’arrampicarsi sugli specchi “antropologici” di chi un tempo additava ai dominati Paesi come la Russia e la Cina (o la Cambogia di Pol Pot: vedi Noam Chomsky) come realistiche alternative al Capitalismo, e che oggi non riesce a concepire niente che possa oltrepassare radicalmente il «mondo allargato e transitorio» che si stende malignamente sotto il cielo del Capitalismo.

Ad esempio, quando l’intellettuale “marxista” dice che «un altro mondo è possibile» è il caso di farsi una risata, intanto che la mano scivola nervosamente e doverosamente verso la pistola. Alludo alle armi della critica, beninteso.

È proprio vero: «è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Purché non siano il punto di vista e la posizione dell’intellettuale “marxista”.

Vedi anche “Destra” o “sinistra”? Sotto. Molto sotto!

DOMINIO E KATÉCHON. Appunti di studio teologico-politici.

3Pubblico alcune pagine del mio studio Dominio e katéchon. Appunti
di studio teologico-politici. Il PDF integrale è scaricabile da qui.

Dalla Prima parte.
LA POTENZA DEL DOMINIO SI SOTTRAE AL KATÉCHON

Il Dominio non è mai così contento
come quando si nega la sua esistenza.

Con un certo sprezzo del pericolo pubblico la sintesi di uno studio “teologico-politico” particolarmente focalizzato sul concetto paolino di katéchon e su alcune delle sue moderne “declinazioni”. Ogni pretesa di organicità e di coerenza dottrinaria qui appare vana, e almeno questo è un punto acquisito dal sottoscritto, il quale sa di essersi misurato con un oggetto che probabilmente non è alla sua portata. E d’altra parte non sarebbe la prima volta. Né, spero, sia l’ultima.

Naturalmente mi auguro che nella sintesi, che ha conferito un carattere particolarmente frammentato e frastagliato agli appunti di studio, la chiarezza del ragionamento non sia stata sacrificata oltremisura, e in ogni caso di ciò mi scuso in anticipo. Come sempre, mettere prudentemente le mani avanti può servire a rendere meno dolorosa un’eventuale caduta mentre si percorre un terreno particolarmente accidentato e pieno di trappole. Temo ma non per questo tremo, e dunque procedo, sapendo, marxianamente, di non aver altro da perdere se non le mie catene. «E la reputazione?» Quale? […]

In Timore e tremore, tanto per rimanere in tema, Kierkegaard scrisse che il singolo è incommensurabile con la realtà, perché come attesta sempre di nuovo la fede contro la ragione «il Singolo come Singolo è più alto del generale» [1]. Il filosofo di Copenhagen aveva di mira la Filosofia del diritto di Hegel e quegli epigoni del ragno di Stoccarda fin troppo acriticamente disponibili nei confronti di un Progresso (borghese) che già allora mostrava, almeno all’occhio dell’intellettuale umanamente sensibile, i primi inquietanti “risvolti dialettici”.

Ora, «Perché l’uomo s’innalzi all’uomo» (Schiller), realizzando le più feconde speranze maturate in ogni tempo sul terreno della cattiva condizione umana, occorre portare la realtà del mondo a misura del singolo individuo, oggi annichilito e angosciato da una totalità sociale che ci si presenta come un immane e incontrollabile meccanismo pronto a stritolarci al primo – eppur minimo – errore.

È da questa prospettiva concettuale, che chiamo punto di vista umano, che ho approcciato anche il tema in oggetto. Questa particolare prospettiva concettuale, che ha (vuole avere) un preciso “risvolto” politico, non si propone di rendere più buoni e migliori (“più umani”) gli individui, hic et nunc, ma piuttosto quello di renderli più coscienti, o semplicemente coscienti circa l’attualità del Dominio e la possibilità della liberazione. Questa coscienza critica è forse la sola vera libertà e la sola vera umanità a cui possiamo accedere nel regno dell’illibertà e della disumanità. Naturalmente questo punto di vista non è qualcosa di acquisito, di già dato, ma è piuttosto un obiettivo da conquistare sempre di nuovo, con uno sforzo che è insieme teorico e pratico. […]

Il katéchon è stato in passato, e in parte lo è ancora, un concetto chiave nello sforzo di legittimazione politico-ideologica della struttura di dominio. […]

La provvidenziale dialettica della Salvezza prescrive, per un verso l’avvento dell’Anticristo come momento di apocalittica chiusura dei tempi segnati dalla presenza del Male nel mondo, e per altro verso l’azione di una potenza di segno contrario (antiapocalittica) che frena e differisce il ritorno tra le nazioni del «serpente antico». […]

Come ha cercato di dimostrare Carl Schmitt, ogni epoca esibisce una peculiare fenomenologia dell’Anticristo (l’Islam, l’ateismo, l’Inghilterra, l’America) e un altrettanto peculiare Katéchon che ne deve arrestare, per quanto possibile, il trionfo, peraltro necessario nella misteriosa economia della Salvezza. L’Anticristo può a volte incarnarsi in personaggi che rappresentano la cifra antropologica dei tempi: Proudhon per Donoso Cortés e Max Stirner, sebbene in una guisa assai più complessa e persino ambigua, per Schmitt. Chissà cosa avrebbe detto Marx a proposito di queste preferenze. «Dimmi chi è il tuo Nemico, e ti dirò chi sei», forse è questo che avrebbe pensato l’avvinazzato di Treviri, a suo tempo assai critico – e sarcastico – nei confronti tanto dell’«insulso» Proudhon quanto di «San Max». […]

L’uomo uscito dalle tenebre del Medioevo non è padrone del suo destino, nonostante i lumi della ragione e il progresso tecnico-scientifico. L’uomo propone e il Capitale dispone. È un colossale amen! sulle aspettative di emancipazione suscitate dalla borghesia nella sua fase storicamente rivoluzionaria. […]

«L’ordine del profano deve essere orientato verso l’idea della felicità» (W. Benjamin, Frammento teologico-politico).

Freud ebbe ragione, dal punto di vista dello status quo sociale caratterizzato dalla presenza del Dominio, a consigliare agli uomini un certo grado di autodisciplina, perché la Civiltà esige un prezzo da pagare in termini di repressione degli istinti. Per dirla con Marx, la Civiltà (borghese) «ha emancipato il corpo dalle catene, perché ha posto il cuore in catene» [2].

Uomini come Dostoevskij e Nietzsche non vollero invece firmare cambiali in bianco al cosiddetto Progresso della Civiltà, forse anche perché intuirono che gli istinti, più che depotenziati o repressi, vanno semplicemente umanizzati, come d’altra parte l’intera esistenza degli individui. Solo i teorici di una mitica «natura umana», per l’essenziale refrattaria alle trasformazioni sociali, possono far spallucce di fronte alla tragica scelta tra castrazione (o incivilimento) e umanizzazione (o liberazione) degli istinti. […]

A quanto ne so, è a Tertulliano che si deve la prima chiara teorizzazione dell’Impero Romano come potenza katéchontica: «Voi, che ritenete a noi nulla importi della salvezza dei cesari, […] a noi è fatto obbligo, al di là di ogni limite di generosità, di pregare Dio anche per i nostri nemici ed invocare il bene per i nostri persecutori […] Ma vi è un’altra ragione che ci spinge a pregare per gli imperatori, anzi per la prosperità di tutto l’impero e per la potenza romana, perché noi sappiamo che la terribile catastrofe sospesa sul mondo e la stessa fine della nostra era sarà ritardata fino al transito dell’Impero Romano. Perciò non vogliamo affatto compiere tale esperienza e, mentre preghiamo sia differita, contribuiamo alla continuità dell’Impero Romano» [3].

Qui il momento apocalittico-escatologico è puramente residuale, appare non più che uno strumento ideologico chiamato a supportare la vigenza e la continuità dell’Impero Romano, in un momento in cui l’ascesa del cristianesimo, sebbene ancora contrastata, non sembra aver più alcun nemico mortale che le sbarri la strada. Più che un discorso rivolto ai cristiani, l’Apologeticum è fin dall’incipit una sorta di richiesta di resa incondizionata presentata ai magistrati dell’Impero, sebbene sapientemente confezionata  in guisa di « muta difesa». […]

La tentazione di leggere in chiave immediatamente politica, o politico-teologica, il concetto paolino di katéchon è stata sempre in agguato nei migliori salotti dell’intellighenzia borghese, e il più delle volte, per non dire sempre, questo concetto, peraltro di ardua interpretazione “autentica”, è stato declinato in termini schiettamente ultrareazionari. Lo stesso Carl Schmitt, che pure quel concetto pose al centro della sua riflessione teologico-politica (anche in una dimensione geopolitica), sentì il bisogno di ammonire i suoi colleghi intellettuali come segue: «Ci si deve guardare dal fare di questa parola [Katéchon] una designazione generica per tendenze puramente conservative o reazionarie» [4]. Bisogna prendere molto sul serio l’indicazione schmittiana, tanto più in considerazione dell’autorevole pulpito in questione. […]

Appena ho finito di leggere Il potere che frena di Massimo Cacciari mi è tornato alla mente un aforisma del giovane Marx: «I reazionari d’ogni tempo sono buoni barometri degli stati d’animo dell’epoca loro, così come lo sono i cani per le tempeste» [5]. Più che Il potere che frena, l’interessante saggio del filosofo veneziano “prestato alla politica”, come recita la nota formula, avrebbe meritato quest’altro titolo: Il potere – politico – che frana. […]

Il conservatore sa che senza Legge non vi possono essere né Civiltà né Progresso. Solo nella dimensione dell’ordine vi può essere cambiamento costruttivo, mentre nell’anomia la bruta materia sociale non riesce ad aggregarsi in forme stabili idonee a schiudere agli individui la porta del progresso. Freud ha scritto pagine assai illuminanti sul prezzo, molto salato, che gli individui hanno dovuto pagare per accedere nella dimensione storica dopo millenni di vita semianimale. Ora, non appena riempiamo di reali contenuti storici e sociali la Civiltà, il progresso e il cambiamento cui abbiamo fatto cenno, scopriamo che la conservazione della vita – anche nel suo continuo cambiamento –, quella del singolo individuo come della sua comunità, coincide, per il conservatore, con la conservazione del Dominio sociale, ossia dei rapporti sociali che informano la prassi sociale nelle comunità segnate dalla divisione classista. Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. […]

La brusca accelerazione nel processo di globalizzazione capitalistica verificatasi alla fine degli anni Ottanta ha messo definitivamente in crisi i teorici del primato del Politico sull’Economico. Per Cacciari «La stessa crisi del progetto europeo segna la fine dell’età prometeica […] Prometeo si è ritirato – o è stato di nuovo crocefisso alla sua roccia. E Epimeteo scorrazza per il nostro globo scoperchiando sempre nuovi vasi di pandora» [6]. Dopo essere sopravvissuto a ben due guerre mondiali e a un paio di catastrofi sociali di inaudita magnitudo, Prometeo non sarebbe riuscito a tenere testa alla globalizzazione: una lettura che non mi convince affatto, soprattutto perché evoca cesure epocali là dove insiste piuttosto il continuum del Dominio, il radicalizzarsi della natura del rapporto sociale capitalistico, l’attualizzarsi di tendenze su cui già Marx si era intrattenuto, non con potenza profetica, ma con grande acutezza critico-analitica.

Il concetto chiave chiamato a legittimare la politica di conservazione sociale dispiegata dal PCI, e poi dai suoi più o meno abortiti eredi politici, è appunto il katéchon. Anche il concetto legato alla figura di Epimeteo, «colui che impara solo dopo», contrapposto al più noto Prometeo, gioca un ruolo strategico nella concezione politico-teologica di molti intellettuali ex e post “comunisti”.
Adesso è arrivato il momento di chiamare in causa un pezzo grosso del katéchon.
Scrive Mario Tronti: «Toni Negri mantiene il paradigma escatologico, io invece assumo il paradigma katecontico. Penso che non possiamo più dire o credere che ci sia un’idea lineare della storia, quindi che comunque sia dobbiamo andare avanti nello sviluppo poiché comporterà contraddizioni nuove. Credo che bisogna trattenere, non lasciar scorrere il fiume della storia. Bisogna rallentare l’accelerazione della modernità. Perché questo tempo più lento permette di ricomporre le nostre forze» [7]. Sorvolo sul «paradigma escatologico» di Toni Negri, la cui “teologia politica” può apparire apocalittica giusto agli occhi di un ultraconservatore organico alla storia del PCI.

Qui appare evidente il carattere reazionario del pensiero trontiano, il quale non mette radicalmente in discussione il Capitalismo, ma si preoccupa piuttosto di contenerlo, di trattenerlo, di imbrigliarlo in qualche modo, per rallentarne le peraltro necessarie accelerazioni. Il paradigma proposto da Tronti più che «katecontico» appare decisamente chimerico, perché fondato sull’idea che la politica possa sussumere sotto di sé il concetto e la prassi del Capitale. Un’ideologia, questa, smentita ovunque e sempre di nuovo, anche da quelle esperienze (fascismo, nazismo, stalinismo, keynesismo) che solo il pensiero superficiale – e statalista – può portare come esempi che attestano il trionfo del Politico sull’Economico, mentre esse realizzarono piuttosto l’esatto contrario all’interno di contesti storico-sociali eccezionali.
D’altra parte, se riflettiamo sulla natura politico-sociale delle forze che Tronti intende «ricomporre» ci rendiamo conto a quale sostanza escrementizia alluda l’ex teorico del cosiddetto operaismo italiano.

«Eschaton e catechon infatti vanno assieme. Nel linguaggio cristiano: devi trattenere il male e proporre il bene. Nel linguaggio politico: devi governare questa società e superarne la forma attuale. Le due prospettive non sono affatto in alternativa come nella vulgata di oggi, per cui o sei contro il capitalismo e non devi governarlo o lo governi e non vuoi più superarlo» [8]. Pieno di speranza il mondo ancora attende dagli intellettuali un tempo organici al PCI un esempio concreto di governo basato su questa feconda dialettica tra eschaton e katéchon. Aspetta e spera! In realtà, e al di là delle battute ironiche, ci troviamo dinanzi a una pietosa giustificazione elaborata da un intellettuale che ha ancora in testa un vecchio dibattito ideologico intorno alla «prassi rivoluzionaria» che già allora non riusciva a coprire la prassi di una soggettività politica interamente assorbita nella gestione dello status quo borghese.

Fino a quale punto sia reazionario il pensiero «katechontico» del nostro amico, lo dimostra al di là d’ogni ragionevole dubbio il discorso [9] che egli ha tenuto al Senato della Repubblica lo scorso 9 maggio per ricordare Antonio Maccanico, scomparso due giorni prima. Vale la pena riprendere i passaggi salienti del lungo discorso commemorativo non per soddisfare un insaziabile spirito polemico, ma per sviscerare concetti che mi sembrano importanti.
«Maccanico era certo un membro della élite. Ma, ecco, le élite sono necessarie, come sono necessarie le masse. E il rapporto tra élite e masse va ricostruito per i tempi nuovi, non va azzerato. Questo è il senso e, nello stesso tempo, il compito della riforma che bisogna attuare. Come si seleziona il ceto politico? Non la sua soppressione, ma la sua selezione è il problema. Come si formano i gruppi dirigenti, le classi dirigenti? C’è bisogno di direzione dei processi altrettanto di come c’è bisogno di partecipazione ai processi di decisione. L’alto e il basso devono ricongiungersi, non devono contrapporsi. C’è da praticare un percorso di ricostruzione difficile, faticoso, ma necessario, una trama mediatrice tra noi che siamo qui e tutto quanto confusamente preme e spinge fuori da qui». Tronti avverte la crisi della politica (borghese) in generale e della sua forma democratico-parlamentare in particolare, e da buon conservatore ne ha paura, perché sa che quando la classe dirigente perde il controllo politico-ideologico delle «masse» la società si apre ad esiti imprevedibili. Il rivoluzionario all’opposto, pur sapendo benissimo che l’incremento della sofferenza e del caos non spalanca automaticamente la porta alla lotta di classe rivoluzionaria, come la storia del XX secolo insegna anche ai teorici della «spontaneità di classe», sa altrettanto bene che solo la catastrofe materiale e spirituale di una società può realizzare le condizioni oggettive della Rivoluzione sociale.

Pur ridicolizzando i teorici del «tanto peggio, tanto meglio», il rivoluzionario non frena il processo sociale, non lo trattiene, non pratica insomma il katéchon, qualsiasi significato si voglia attribuire a questa magica parola, ma piuttosto prepara le condizioni soggettive affinché la catastrofe sociale possa trasformarsi in un fecondo processo rivoluzionario teso a innescare il conto alla rovescia nell’esistenza del Dominio, qualsiasi forma esso assuma – compreso quello che, di fatto, realizzerà la stessa Rivoluzione nella sua azione anticapitalistica. […]

L’apocalittico non fa che ripetere: «Il mondo crolla sotto il peso dell’Iniquità, ma il Regno di Dio è vicino», e invita i fedeli a prepararsi spiritualmente all’inevitabile quanto prossima fine dei tempi; il rivoluzionario sostiene invece che il Regno dell’Uomo è, a un tempo, vicinissimo e lontanissimo, sempre più possibile e tuttavia sempre meno probabile. Il suo pensiero scommette sulla possibilità contro la probabilità, la quale oggi depone a favore della continuità del Dominio, come deve riconoscere chiunque non ragioni «a testa in giù». Già la stessa semplice esistenza del rivoluzionario è a suo modo una forzatura, un’anomalia, uno scandalo, un’impossibile scommessa.
L’apocalittico dice: «Il crollo del Capitalismo è inevitabile e prossimo»; il rivoluzionario sostiene invece che se il crollo economico-sociale non si trasforma in rivoluzione sociale la stessa catastrofe diventa per il Capitalismo una grande opportunità per una sua ulteriore espansione. La quasi morte si capovolge in una nuova fanciullezza. Il rantolo si trasforma in un grido di Potenza. Qui parla non solo la teoria (del valore), ma soprattutto la prassi storica: vedi le due guerre mondiali del XX secolo.

signorelli-l-anticristo-orvietoDalla Seconda parte
IL KATÉCHON SECONDO ISAIA

«Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare sia da pretese ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche lettera data come nostra, come se il giorno del Signore fosse già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio. Non vi ricordate che quand’ero ancora con voi vi dicevo queste cose? Ora voi sapete che ciò che lo trattiene [to katéchōn] affinché sia manifestato a suo tempo. Infatti il mistero dell’empietà è già in atto, soltanto c’è chi lo trattiene [ho katéchōn], affinché sia tolto di mezzo» Così Paolo di Tarso nella Seconda lettera ai tessalonicesi (2, 1-7).

Il testo paolino «com’è noto non solo è considerato di dubbia veridicità ma risulta alquanto enigmatico» [10]. Sul carattere enigmatico di quel testo concorda anche Giorgio Agamben [11].

Secondo F. Lamendola «non tutti i filologi neotestamentari sono concordi nell’attribuzione paolina di quel testo» [12]. Per quanto mi riguarda, la sua autenticità per così dire fattuale non costituisce un dato essenziale, dirimente, perché ciò su cui intendo riflettere è piuttosto sull’indubbia potenza teologico-politica dei passi in questione, una potenza concettuale che non a caso è stata a più riprese usata per fondare sistemi politico-teologici di cui ancora si discute.
Giustamente Agamben sostiene che «il passo paolino, malgrado la sua oscurità, non contiene alcuna valutazione positiva del katéchōn. Esso è, anzi, ciò che deve essere tolto di mezzo perché il “mistero dell’anomía” sia pienamente rivelato» [13]. Anch’io penso che la Seconda Lettera ai Tessalonicesi «non può servire a fondare una “dottrina cristiana” del potere», e chi lo ha fatto ha certamente contraddetto le intenzioni e lo spirito che animano quella Lettera, usandola strumentalmente, non importa se in buona o cattiva fede, per conseguire obiettivi estranei alla teoria e alla prassi, se così posso esprimermi, di Paolo.

La mia tesi – provvisoria – è che il katéchon paolino cerca, a un tempo, di legittimare sul piano teologico l’accettazione dell’epoca profana, che si sostanzia nella presa d’atto dell’esistenza dell’Impero romano e/o di altre autorità costituite; e di dare un senso all’attesa dell’immancabile salvezza, nutrendo la speranza con il cibo della fede, non con quello, velenoso  già nei tempi brevi, della disperazione o della vana esaltazione. La fine dei tempi va attesa e preparata spiritualmente, non va fatta precipitare con meri atti di volontà: niente (e nessuno) può forzare la maturazione dei tempi, la quale non è nella nostra disponibilità, almeno per l’essenziale. Chi è tanto folle da forzare i tempi della parousía va incontro alla propria morte reale o spirituale.
Si tratta di due registri diversi, l’uno razionale l’altro mistico, mobilitati sul fronte di una sola causa: l’inevitabile ricomparsa di Gesù. Si tratta di una Scienza dell’Attesa. […]

Il tempo dell’attesa escatologica non è un tempo cronologico, quantitativo; esso ha piuttosto una dimensione eminentemente esistenziale, qualitativa, e per questo il dato psicologico vi gioca una funzione centrale. Faccio riferimento a una psicologia interamente radicata sul terreno della prassi storico-sociale, ossia profondamente e intimamente connessa con la vita comunitaria colta nella sua concreta storicità (incluso il momento geopolitico), e quindi a una psicologia carica delle aspettative e delle tensioni sociali ed emotive dell’epoca di riferimento. Ogni astratto e superficiale psicologismo qui è bandito. […]

L’evento morte-resurrezione, che sancisce l’inizio della fine (il countdown messianico) attraverso la fine di una vita reale (quella di Gesù), ripristina in qualche modo la fede nei suoi seguaci, ma il bisogno di credere nell’imminenza della Salvezza, della Salvezza hic et nunc, rimane in loro invincibile, e Paolo deve farvi i conti.
O il Messia deve ancora venire, e allora hanno ragione coloro che hanno visto in Gesù nient’altro che un impostore, uno dei tanti falsi messia che da tempo immemore calcano le scene dell’ebraismo; oppure Gesù è davvero il Messia, e allora la sua perdurante assenza dalla scena della Salvezza, la sua “vacanza” messianica, appare difficile da comprendere e, soprattutto, da accettare sul piano emotivo. «Se Egli è risorto dal mondo dei morti per salvarci, perché tarda ad apparirci per condurci finalmente fuori dalla dolorosa dimensione del Male? Che senso ha procrastinare all’infinito la fine dei tempi, così che la seconda venuta del Messia morto sulla croce sembra coincidere con i tempi prospettati dal messianismo ebraico? Non avrebbe più senso, allora, ritornare alla vecchia concezione, la quale mostra almeno una maggiore coerenza teologica?»
Inutile dire che non intendo attribuire ai primi cristiani questa riflessione teologica, la quale è piuttosto strumentale al mio argomentare. […]

Il dubbio si diffonde, come si evince anche dalla Seconda lettera di Pietro, scritta dall’apostolo a destinatari non meglio precisati poco prima di morire: «Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e diranno: “Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione ” […] Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. Il Signore non tarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento» (3, 3-8-9). L’allusione ai «mille anni» rinvia ai Salmi: «Perché mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri che è passato, come un turno di guardia di notte». Il tempo della vita umana è, a paragone del Tempo infinito del Signore, simile all’erba che la mattina «fiorisce e verdeggia» e che già alla sera «è falciata e inaridisce» (90-6).  È il massimo che Pietro riesce a dire, rinviando peraltro gli interlocutori al «caro fratello Paolo» per spiegazioni più convincenti e profonde. Non senza ammonire chi ne travisa il pensiero. Infatti, «in tutte le sue [di Paolo] lettere ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione».

Pietro è costretto all’ambiguità: per un verso conferma l’imminenza della fine dei tempi, e difatti parla di «ultimi giorni», i quali si annunciano proprio con la venuta degli «schernitori beffardi» che irridono l’Attesa; anche l’allusione alla pazienza del Signore non contraddice questa prospettiva apocalittica: si può ben comprendere che Egli si ponga l’obiettivo (stavo per aggiungere: umanissimo…) di salvare quanti più uomini sarà possibile sottrarre all’influenza del Demonio. Per altro verso l’apostolo ricorda ai fedeli che il Signore ha al polso, per così dire, un orologio affatto diverso dal loro: questo orologio non conta secondi, minuti e ore, ma secoli, millenni, intere ere geologiche. È il punto debole del discorso pietrino, perché chi crede nella parousía di Gesù pensa di avere sincronizzato il proprio orologio con quello del Messia già venuto. Pietro ha un piede nella vecchia tradizione apocalittica e l’altro nella nuova: è una posizione difficile, assai precaria, la sua. […]

Paolo cerca dunque di dare una risposta alle scottanti domande dei fedeli, le quali lo costringono a trovare un senso al tempo dell’attesa, innanzitutto per rafforzare la sua stessa fede, e quindi il suo atteggiamento non è strumentale, ossia orientato solo a captare e conservare il consenso. L’apostolo cerca di convincere gli astanti, ne ricerca l’approvazione, certo, ma nelle sue lettere apostoliche è possibile osservare una teologia in formazione, originale in punti cruciali rispetto alla tradizione ebraica. Si tratta a tutti gli effetti di un’autochiarificazione, di una teologia di fatto e in progresso.  Rispondendo ai problemi inediti posti dalla comunità dei fedeli egli sonda e saggia in primo luogo la profondità del proprio pensiero, la sua consistenza. Egli capisce i limiti di una fede fondata esclusivamente sull’intuizione e sul sentimento.

Intanto, giacché la parousía si dà in un tempo non prevedibile (giorni, mesi, anni), nelle more della Salvezza occorre pur vivere, magari solo obtorto collo; bisogna cioè lavorare, pagare le tasse, rispettare l’autorità costituita, sposarsi, avere dei figli e curarli, andare alla ricerca di qualche umana e fugace felicità e via di seguito. L’esistenza in vita degli individui ha delle leggi che gli si impongono con assoluta necessità e, come diceva Schopenhauer, solo la morte li mette al riparo dalla volontà di potenza della vita, la quale vuole con tutte le forze e sopra ogni cosa… vivere, perpetuarsi il più a lungo possibile, mettere solide radici in questo mondo.
Si tratta insomma di firmare un compromesso con la realtà, in attesa della maturazione dei tempi. Ma, si badi bene, difficilmente in questo caso si può parlare di una Realpolitik politico-teologica, perché il punto escatologico non viene negato, e anzi lo stesso compromesso è chiamato a conservare la possibilità (vissuta come certezza) dell’Evento salvifico. Chi vede nell’apostolo di Tarso il filosofo della rassegnazione allo status quo probabilmente proietta sulla sua opera apostolica la millenaria prassi della Chiesa Romana, come se tra le due cose vi fosse un’omogeneità essenziale. […]

Paolo cerca di dare una dignità teologica alla propria malferma posizione, e lo fa introducendo un concetto che costituirà uno dei pilastri fondamentali della tarda riflessione teologica cristiana.
Nella misura in cui nulla può essere estraneo a Dio, è evidente che anche l’Impero Romano e ogni altra autorità costituita devono con assoluta necessità avere una funzione nel Piano provvidenziale del Signore. Per dirla con Einstein, Dio non ama giocare a dadi: ciò che ci appare come fatalità e mero accidente, non è che un tassello del puzzle da sempre presente nell’Intelligenza divina. Quale sia esattamente quella funzione nessuno può dirlo con certezza, e d’altra parte negarne la realtà significa ammettere la possibilità della casualità e persino dell’errore in colui che per definizione non può ammettere alcuna casualità né errori.

Nella Lettera ai romani Paolo scrive: «Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio» (13, 1-2). Come sempre nei testi paolini l’interpretazione non può essere univoca, e la loro ambiguità corrisponde a un preciso dato di realtà, proprio perché Paolo deve fronteggiare diverse sfide, deve suonare allo stesso tempo più corde, per rendere la sua musica gradevole alle più diverse sensibilità.
Il tempo sta arrivando: che importanza ha quindi chi oggi detiene il potere secolare? Non cambiate nulla della vostra vita: rimanete dove siete, a ciò che siete e a ciò che fate per sopravvivere in questa valle di lacrime. Non vale la pena sprecare tempo ed energie adesso (un’allusione temporale sempre vaga) che il Tempo viene, bruciando il tempo effimero della contingenza. Il tempo dell’attesa messianica relativizza tutto. Anche questa lettura ha una sua pregnanza teologica, mi pare. […]

Certo, Paolo avrebbe potuto dire ai confratelli che le autorità costituite, lungi dall’essere funzionali al misterioso Piano divino (ciò che è reale è divino, per mutuare Hegel),  rappresentano piuttosto la fenomenologia del Demonio. A quel punto però il rapporto con la realtà non avrebbe ammesso alcun compromesso, e la comunità cristiana avrebbe dovuto dichiarare una guerra permanente a ogni forma di autorità e di routine. Come sostenuto sopra, è proprio questo esito immaturamente apocalittico che l’apostolo cerca di scongiurare. Egli, infatti, sa benissimo che questo atteggiamento negativo alla lunga sarebbe stato esiziale per la giovane Chiesa. La spada secolare avrebbe annientato rapidamente lo stesso ricordo del sacrificio di Gesù. Paolo è costretto a trattenere, a frenare il partito del tutto e subito. Qui è lo stesso apostolo che si fa carico di una prassi katechontica, frenando l’apocalittica con una gnosi che non contraddice il messianesimo di nuovo conio. […]

«La predicazione di Gesù è sovversiva, perché richiede da parte del popolo, e non solo dei singoli individui, un atto decisivo per il Regno» [14]. Gesù non prospetta riforme sociali idonee a migliorare la vita in questa valle di lacrime, ma rivela un segreto che all’istante rivoluziona l’intera esistenza di chi lo crede vero. Il segreto è l’imminente fine dei giorni in questo mondo segnato dal peccato originario, è la salvezza per chi dice al Regno. Si tratta naturalmente del Regno millenario di cui parla l’Apocalisse di Giovanni.
Come ricorda sempre Taubes, «Il concilio di Efesto del 431 definisce il millenarismo una “deviazione falsificante”. In quell’occasione venne modificata anche la preghiera per il regno di Dio nel Padre nostro: “Venga il tuo regno” fu sostituito con “Venga il tuo spirito” […] In tal modo anche la visione che si muove all’interno del nesso tra la predicazione di Gesù, la teologia di Paolo e l’apocalittica va perduta, e insieme ad essa la chiave per comprendere il cristianesimo delle origini» [15]. Questo a ulteriore dimostrazione di quale abisso separi la Chiesa di Roma da Gesù e dalle stesse prime comunità che si raccolsero intorno al suo nome denso di significati assai dirompenti. Fuori della prospettiva messianica e chiliastica la parola di Gesù e dei suoi primi seguaci risulta muta. Peggio: falsa.

L’atto decisivo che Gesù chiede alle moltitudini che seguono la sua predicazione nutrendo aspettative via via più grandi è «la secessio plebis, l’esodo del popolo nel deserto […] Il deserto è la via per sottrarsi al dominio di questo mondo». Il deserto reale e ideale rappresenta per il popolo ebraico un appuntamento fisso, un nodo ineludibile nella sua vicenda storica. Ma ciò che Gesù chiede al suo popolo implica una decisione che esso non si sente di prendere: «L’invito di Gesù alla conversione fallisce […] I ricchi e i benestanti non vogliono rinunciare a tutto, né i poveri e i miserabili vogliono lasciare il poco che hanno, “perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”» [16]. Come disse Aaronne a Mosè, disceso in fretta con le tavole della Legge dal monte Sinai, «questo popolo è incline al male». È il popolo che alla prima occasione volge le spalle all’unico Dio e corre ad adorare vitelli d’oro. Forse è anche questo retaggio appreso fin da bambino che spinse Gesù ad affrettare i tempi della secessio plebis, cortocircuitando il tempo presente con il tempo messianico attraverso il proprio sacrificio sul Golgota.

[1] S.  Kierkegaard, Timore e tremore, p. 45, La biblioteca Ideale T., 1995.
[2] K. Marx, La filosofia del diritto di Hegel, in La questione ebraica, p. 103, Newton, 1975.
[3] Tertulliano, Apologia del cristianesimo, p.165, Rizzoli CDS, 2009.
[4] C. Schmitt, Tre possibilità di una immagine cristiana della storia, in R. Cavallo, Apocalisse e rivoluzione. Jacob Taubes interprete di Carl Schmitt, AA.VV., Apocalisse e post-umano, il crepuscolo della modernità, p. 163, Dedalo, 2007.
[5] K. Marx, Il problema dell’accentramento, in Scritti giovanili, p. 131, Editori Riuniti, 1975.[6] M. Cacciari, Il potere che frena, p. 120-126, Adelphi, 2013.
[7] M. Tronti, Noi operaisti, p. 111, DeriveApprodi, 2009.
[8] M. Tronti, Quel circolo di sacro e secolare, Centro per la riforma dello Stato, 11 maggio 2006.
[9] Accessibile dal sito del Senato.
[10] R. Cavallo, Apocalisse e rivoluzione. Jacob Taubes interprete di Carl Schmitt, in AA.VV., Apocalisse e post-umano, il crepuscolo della modernità, Dedalo, 2007.
[11] G. Agamben, Il tempo che resta, p. 102, Bollati Boringhieri, 2000.
[12] F. Lamendola, L’anticristo ebreo e il misterioso “katéchon”, elementi chiave dell’apocalittica cristiana, Arianna, 3 febbraio 2009.
[13] Ivi, p. 104.
[14] J. Taubes, Messianismo e cultura, p 82, garzanti 2011.
[15] J. Taubes, Escatologia occidentale, pp. 106-107, Garzanti, 1997.
[16] Ivi.

L’ESPERIMENTO PROFANATO

Come esempio più recente di sindrome stalinista posso indicare il libro di Rita Di Leo dedicato all’Unione Sovietica (L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa), e l’entusiastica recensione che Mario Tronti non gli ha fatto mancare (Urss, il continente scomparso, Il Manifesto, 25/04/2012). «Ho studiato la storia dell’Unione Sovietica più da militante sconfitta che da studiosa accademica», ha scritto con una non disprezzabile dose di onestà intellettuale Di Leo. Non c’è dubbio sul fatto che un bel pezzo di muro di Berlino sia caduto tanto sulla militante testa dell’autrice, quanto su quella “operaista” del recensore.

Già il sottotitolo è, come si usa dire, tutto un programma: Dal capitalismo al socialismo e viceversa. Ma quale «viceversa»! Non nel senso che in ciò che rimane della vecchia Unione Sovietica ci sia ancora qualcosa di «socialismo reale», piuttosto nel senso opposto, ossia che mai il socialismo ha messo piede nella cosiddetta Russia Sovietica. Nemmeno ai tempi di Lenin, il quale non a caso alla fine della guerra civile iniziò una tenace battaglia teorica e politica tesa a smantellare tutte le illusioni sorte nel Partito Bolscevico durante il cosiddetto «Comunismo di guerra». Nessun Comunismo, se non nel senso eminentemente politico del concetto, e molta guerra civile, condotta anche contro i contadini, per sfamare lo spazio sociale che “legittimava” la natura proletaria della Rivoluzione d’Ottobre: la città.

Mi permetto di citare il mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre, condotto più da “militante del punto di vista umano”, che da accademico, cosa che peraltro non sono:

«Per un certo periodo del cosiddetto “comunismo di guerra” il sostanziale crollo dell’economia russa apparve agli occhi dei militanti bolscevichi, bisognosi anche di una certa dose di ideologia che rendesse meno dure e più accettabili le fatiche dell’impresa rivoluzionaria, come una sorta di superamento del capitalismo, senza che peraltro quest’ultimo avesse potuto dispiegarsi magari solo in minima parte al di là dello spazio metropolitano. Sotto diversi e non trascurabili aspetti ritornava in auge, sotto nuove (bolsceviche) spoglie e circostanze, quella “dialettica dello sviluppo abbreviato” teorizzato dal grande populista e occidentalista Černyševskij, il quale aveva formulato in un importante scritto del 1857 le seguenti “due leggi fondamentali del populismo”: “1) Il grado superiore dello sviluppo per la sua forma coincide col suo inizio. 2) Sotto l’influsso dell’alto sviluppo che un certo fenomeno della vita sociale ha raggiunto nei popoli avanzati, questo fenomeno negli altri popoli può svilupparsi molto in fretta ed elevarsi dal grado inferiore direttamente a quello superiore, evitando i momenti logici intermedi” (Cit. tratta da Vittorio Strada, Introduzione al Che fare? di Lenin, Einaudi, 1971)» …

«Nell’ottobre del ’21, presentando al partito La nuova politica economica, Lenin ammise la grande illusione che i bolscevichi avevano maturato durante tutto il periodo precedente: “In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste … Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così” (Lenin, La Nuova Politica Economica, Opere, XXXIII.)».

Da Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924).

E disgraziatamente «l’errore» fu ripetuto nella seconda metà degli anni Venti, quando s’insinuò nel Partito l’assurda idea che fosse possibile costruire il socialismo «in un solo Paese», per giunta assai arretrato sotto ogni rispetto, e quando l’ostinazione della campagna a non collaborare con la città costrinse i bolscevichi a muovere guerra ai contadini, ma ormai non più su basi politicamente comuniste, ossia come espressione del movimento di emancipazione internazionale, bensì su basi capitalistiche. Persino Trotsky, alla fine degli anni Venti, credette di assistere a un ritorno della marea rivoluzionaria, a una «virata a sinistra» del bolscevismo («Il Partito viene sulle mie posizioni»), mentre in realtà stava assistendo ai primi sussulti di una violentissima accumulazione capitalistica, peraltro spinta dagli enormi interessi imperialistici della Russia come moderna Potenza mondiale.

Tra l’altro, proprio la rottura dell’alleanza sociale (proletari-contadini) che rese possibile il Grande Azzardo del ’17, giunta in un contesto internazionale che vide il rapido declinare della prospettiva rivoluzionaria a breve termine (soprattutto in Germania), poi rimandata sine die, segnò la definitiva chiusura dell’esperienza socialista (sempre nel significato politico, non economico, della locuzione) in Russia.

È dunque la transizione dal Capitalismo al Socialismo proposta dal libro di Rita Di Leo, in linea ovviamente con tutta la tradizione stalinista e con la vulgata economica ufficiale (ma gli economisti “borghesi” che interesse avevano nel confutare la natura socialista dell’Unione Sovietica?) che innanzi tutto è priva di fondamento storico, nella Russia di Stalin come nella Cina di Mao, a meno che non si voglia dar credito alla tesi lassalliana del «Socialismo di Stato» abbondantemente ridicolizzata da Marx. Ridicolizzata ma non sconfitta, considerato che l’assimilazione del Capitalismo di Stato al Socialismo, magari solo «reale» (sic!), ha finito per annidarsi nel cuore stesso del cosiddetto Movimento Operaio Internazionale, Marx ancora in vita. Anche la parola «sociale» ha acquisito col tempo una carica ideologica talmente forte e feticistica, che persino il più forte e competitivo Capitalismo europeo, quello tedesco, viene definito nei termini di una «economia sociale di mercato», per distinguerlo da quello «asociale» di stampo anglosassone. «Ma il Capitalismo o è sociale, anzi la prima economia davvero sociale della storia, o non è!», avrebbe detto l’uomo con la barba deceduto a Londra all’ombra del Capitale ma con le tasche vuote di Capitale.

Pur con alterne vicende, e attraverso un processo sociale dipanatosi in quattro fasi discendenti, dai «filosofi re» (Lenin e i suoi compagni) alla «gestione popolare» di Leonid Breznev (risic!), il «socialismo» di Rita di Leo sopravvive a se stesso fino all’ascesa al potere di Gorbaciov. Con il fatidico 1989 «tutto è compiuto», e si passa ufficialmente dal Socialismo al Capitalismo. La tesi risulta bizzarra persino a Rossana Rossanda, la quale obietta: «Ancora, Rita resta colpita negli anni ’80 dalla decisione gorbacioviana di sopprimere la presenza del partito nei comitati di fabbrica; ma di quale partito, convinto di perseguire che cosa, stiamo parlando?» (Quell’utopia caduta a terra, Il Manifesto, 18/05/2012). Già di che partito parliamo? Basta un nome a definire la natura politico-sociale di un’organizzazione politica? Ovviamente no. Ma per i nostalgici epigoni del bel tempo che fu la natura comunista del partito di Stalin era allora fuori discussione, era un articolo di fede che metteva a rischio la reputazione di chi si azzardasse a confutarne la santità al cospetto di… Marx.

Io stesso, ragazzino “impegnato” alla fine degli anni Settanta, ho sperimentato qualche cazzotto rigorosamente stalinista. «Solo un fascista, o un provocatore, può dire che in Russia non esiste un atomo di socialismo». E io lo dicevo, eccome, “alto e forte”, e con uno zelo che cresceva a misura delle loro “rivoluzionarie” pedate. Ogni pedata, una medaglia conquistata sul campo.

La mia tesi è che il processo sociale mutò completamente la natura del Partito Comunista Russo già nella seconda metà degli anni Venti, non a cagione di tradimenti o di «bramosie di potere», secondo una fin troppo facile lettura dello stalinismo, ma in grazia di eventi materiali che finirono per annichilire la stessa capacità di comprensione di quel partito. Lungi dal guidare il processo storico (magari sviluppando il Capitalismo, in alleanza con i contadini, in attesa della Rivoluzione in Europa, come sperava il Lenin “nepista”), il PCR ne divenne piuttosto lo strumento più potente, una formidabile leva al servizio dell’accumulazione capitalistica (teorizzata da Preobraženskij nei termini di una chimerica «accumulazione primitiva socialista») e dell’Imperialismo Grande-Russo. Il mare sommerge lo scoglio. Necessariamente.

Ma mentre la Comune di Parigi del 1871 conobbe il rovescio in campo aperto, con la più classica delle controrivoluzioni borghesi, la Comune dei Soviet conobbe una controrivoluzione capitalistica la cui complessa fenomenologia ha ingannato milioni di persone in tutto il mondo. E la magagna non cessa di fare vittime.

«L’esperimento profano – scrive ancora Rossana Rossanda – costringe a interrogativi che la vulgata anticomunista è lontana dal sollevare con altrettanta violenza. È un discorso appena cominciato». Appena cominciato? Meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

MARX VERSUS STATALISMO

Scrive Carlo Formenti: «La crisi ha portato allo scoperto i limiti della teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico … Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi» (Marx e l’istituzionalismo, MicroMega, articolo ripreso da Sinistrainrete, 8 maggio 2012). Come non mi stanco di ripetere, non perché sento il bisogno di sostenere una posizione dottrinaria a cui sono dogmaticamente affezionato, ma in primo luogo per sostenere una peculiare tesi politica confermata sempre di nuovo dal processo sociale, attribuire la crisi economica in generale, e quella in corso in  particolare, a un difetto nella visione “filosofica” del mondo di qualcuno (politici, economisti, intellettuali, opinione pubblica, ecc.), o al cinismo di operatori economici irresponsabili sul piano etico, è del tutto infondato.

In primo luogo cinica e nichilista è un’intera società basata sullo sfruttamento scientifico di ogni risorsa (naturale e “umana”): sto parlando della vigente società mondiale dominata dalla ricerca necessariamente ossessiva del massimo profitto, del Capitalismo tout court, e non del cosiddetto – e modaiolo – finanzcapitalismo. In secondo luogo, come spiegava l’ancora insuperato Marx (checché ne pensino Toni Negri e i teorici del General Intellect), l’alternarsi di espansioni e di crisi costituisce il respiro della «mostruosa creatura», che a volte si trasforma in un rantolo che lascia presagirne la morte più o meno imminente. Salvo scoprire che la sua fine non è inscritta nella meccanica del determinismo economico, come ci insegna la storia del Novecento. Senza l’irruzione della classe sociale rivoluzionaria sulla scena, anche l’agonia si trasforma in un processo di risanamento economico, magari attraverso le più sanguinose «tragedie sociali». E alludo certo al passato, ma anche alle tensioni sociali che crescono in tutto il Vecchio Continente.

Persino il celebre Eric Hobsbawn sembra darmi ragione: «Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi. No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo» (Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato, intervista a Eric Hobsbawn rilasciata a L’Espresso, ripresa da Contropiano, 9 Maggio 2012).

Ma ciò che più mi disturba, è quando lo statalista, o il benecomunista, come oggi il primo ama definirsi, cerca di arruolare il comunista di Treviri nella sua ultrareazionaria lotta contro i «liberisti selvaggi». Sempre Carlo Formenti, versus i sostenitori della «teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico»: «Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni». Ma che ci azzecca, direbbe il noto zotico dei valori (oggi in lutto per il successo elettorale di Grillo), Keynes con Marx?

«A prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi», si lamenta il Nostro. Al quale, oltretutto, sfugge un insignificante dettaglio: la prospettiva di Keynes era la salvezza del Capitalismo, mentre quella di Marx il «superamento rivoluzionario» della società che ha nel profitto la sua stessa ragion d’essere e la sua «autolegittimazione» – mentre Formenti, da buon progressista, ritiene che «l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, [non] sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema».

D’altra parte, Contropiano ha ripreso l’intervista di Hobsbawn probabilmente perché ai suoi redattori e lettori piace molto la prospettiva del Capitalismo di Stato, che essi – come del resto gran parte della sinistra progressista – sono soliti contrapporre ideologicamente al «liberismo selvaggio». Ecco perché non mi stupisco affatto quando molti “marxisti” mostrano meraviglia nei confronti del mio antistatalismo, che facilmente si coglie soprattutto nei miei post dedicati alla crisi economica. Il fatto è che nel «movimento operaio internazionale» ha vinto, ancora Marx in vita, la «fede del suddito verso lo Stato», che il bevitore basato a Londra imputava alla «setta di Lassalle». Fede verso lo Stato e, «cosa non certo migliore, fede democratica nei miracoli» (K. Marx, Critica al programma di Gotha). Marx ha perso, Lassalle ha vinto, nonostante Engels e grazie alle teorizzazioni “ortodosse” di Kautsky.

Al Partito Operaio Tedesco che nel suo programma statalista rivendicava un’imposta progressiva unica sul reddito, “utopia” di ogni progressista che si rispetti, Marx rispondeva con la consueta ironia: «Le imposte sono la base economica della macchina governativa e niente altro … La tassa sul reddito presuppone le diverse fonti di reddito delle varie classi sociali, cioè la società capitalistica. Non è dunque niente di eccezionale che i riformatori delle finanze di Liverpool avanzino le stesse rivendicazioni del programma» (Ivi). Di qui, la sua preghiera di non essere assimilato ai “marxisti” di quel Partito, i quali, «per un resto di pudore», mettevano «”l’aiuto statale sotto il controllo democratico del popolo lavoratore”». Come non indovinare il volto schifato del grande barbuto?

A proposito del lassalliano concetto di «popolo lavoratore», ecco cosa scrive Mario Tronti: «Marx, a nome del movimento operaio, non ha forse fondato un popolo, il popolo del lavoro, i lavoratori come soggetto politico, capace di grande storia?» (Vent’anni di populismo senza popolo, L’Unità, 07/04/2012). Rispondo con Hobsbawn: «Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe». Il concetto di «popolo del lavoro» piace a chi in luogo dell’abolizione del lavoro salariato in vista della comunità di uomini (non di lavoratori!), è chiuso nel cerchio stregato del lavoro salariato, magari esteso a tutti (è questa, ad esempio, la concezione del “socialismo” di Rita Di Leo espressa nel suo lavoro dedicato all’Unione Sovietica L’esperimento profano, cui Tronti ha dedicato un’entusiastica recensione ), in vista di una chimerica «egemonia» dei lavoratori nell’ambito della società capitalistica.  Detto per inciso, un bel pezzo di muro di Berlino è caduto tanto sulla testa della Di Leo («Ho studiato la storia dell’Unione Sovietica più da militante sconfitta che da studiosa accademica») quanto su quella “operaista” di Mario Tronti, come si capisce benissimo anche dalla citata recensione (Urss, il continente scomparso, Il Manifesto, 25/04/2012). Su questo punto rimando al mio post dell’altro ieri.

I PILASTRI DELL’IMPOTENZA

Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo. Almeno secondo il noto film comico americano. E appunto di comicità politica intendo brevemente parlare. I duri in questione sono il fasciostalinista Alberto Asor Rosa, quello del «colpo di Stato democratico» ai danni del Gran Puttaniere di Arcore, e Mario Tronti, «operaista» ancora in servizio presso il think-tank della sinistra «dura e pura». I due prestigiosi intellettuali si sono prodotti sul Manifesto con due interventi davvero degni del loro lignaggio politico e dottrinario, il cui senso generale può essere riassunto come segue: bisogna costruire una sorta di PCI2.0. Magari converrà non chiamarlo col vecchio e sputtanato nome, perché il ricordo della  miseria sociale del «socialismo reale» è ancora vivo (anche se in tempi di crisi economica persino il pezzo di pane raffermo garantito a tutti ha una certa attrattiva), ma per l’essenziale è alla vecchia esperienza “comunista” italiota che i due intellettuali “organici” si ispirano. Come si dice, la storia – togliattiana – non è acqua!

I due giganti del pensiero sinistrorso fanno capire – si vede che dirlo con franchezza sarebbe anche per loro fonte di un certo imbarazzo – che, tutto sommato, il rospo del governo Monti andava baciato. «Il mio italico cuore non ha potuto reprimere un sobbalzo d’orgoglio», scrive ad esempio Asor Rosa (Il Manifesto, 23 gennaio 2012), facendo malignamente notare che il «complotto» ordito ai danni del Cavaliere Nero se non è stato un colpo di Stato al 100 per 100, sicuramente ha avuto il significato di un mezzo colpo di Stato, un golpe all’italiana, e per questo «potrei pretendere che mi sia restituito l’onore che mi era stato strappato ai tempi della mia sparata» (golpista). In effetti, da persona seria e rigorosa, non dimentico della vecchia scuola stalinista, il Professore avrebbe voluto un colpo di Stato in piena regola, con l’intervento di tutte le Forze Armate a sostegno della legittima ribellione etica ai danni del Satrapo di Arcore. Ma le cose sono andate diversamente e non rimane che esclamare «chapeau!» dinanzi alla «capacità di manovra» e alla «lungimiranza» del Capo dello Stato, perché dopotutto se «i mezzi sono stati ben diversi, le intenzioni e soprattutto gli effetti sono gli stessi». Lo spettro del Picconatore Sardo shakespearianamente non trova pace: «Per molto, molto  meno i comunisti lo stato d’accusa contro di me chiesero ai tempi della mia presidenza. Fascista mi chiamarono!» Come non dargli ragione. Tranne, ovviamente, sulla qualifica di «comunisti» conferita ai suoi avversari.

Sul punto scabroso del «complotto» antiberlusconiano Tronti è più ambiguo – deve recitare la parte di quello «più a sinistra» –, e pur criticando la finzione tecnicista del governo Monti, si nasconde egli stesso dietro il muro del dato di fatto oggettivo, da accettare obtorto collo: «Io credo che i professori al governo raramente siano saggi. E quando poi si tratta non del filosofo-re, ma del tecnico economista, voi capite che le cose non sono destinate ad andare per il meglio. E tuttavia questa è la soluzione trovata, bisogna dire con abile mossa da vecchia cara politica, per sbalzare di sella, dopo tanti falliti tentativi, il malefico Cavaliere» (Il Manifesto del 24 gennaio 2012). «E tuttavia» un corno: anche per Tronti Berlusconi andava tolto di mezzo con tutti i mezzi necessari, anche facendo ricorso alla «vecchia cara politica», e questo la dice lunga sulla sua analisi della situazione sociale in Italia, e sulla sua concezione della democrazia e della società capitalistica. Per usare il linguaggio popolano, qui il più pulito ha la rogna Statalista. E lo vedremo tra poco.

Adesso che il Male Assoluto è stato disarcionato dal potere, scrive Tronti, si tratta di andare avanti su questa virtuosa strada: «C’è già stato il dibattito sulla necessità o meno di baciare il rospo. Si tratta adesso di fare più che un passo in avanti. E il discorso di Asor Rosa ha il merito di cominciare a farlo». Ma può quel «dibattito» essere ininfluente sulle scelte da fare nella Nuova Epoca post berlusconiana? Ovviamente no, e l’intellettuale di vaglia ha bisogno di chiudere in fretta la pratica del rospo perché sa che, per l’essenziale, il suo orizzonte concettuale è, al di là dei soliti luogocomunismi sinistrorsi e della consunta terminologia “comunista”, perfettamente sovrapponibile a quello del Professore che oggi governa con piglio decisionista il Bel Paese. (Qui è lo spettro di Craxi, il «cinghialone fascista», che s’indigna. «E ne ha ben donde, cribbio!» È lo spettro di Silvio che ha parlato?).

QUASI TUTTI...

Intanto lasciamo parlare ancora Tronti: «Il governo non è l’amministrazione di un’azienda, è il luogo politico della decisione, sociale, e poi economica, e poi finanziaria: in quest’ordine di gerarchia. Per fare questo, non ci vuole l’Università Bocconi, ci vuole il partito politico. Non ci vuole la tecnocrazia come supplenza, ci vuole la politica come professione».  Marx, com’è noto, definiva il governo borghese nei termini di un consiglio d’amministrazione delle classi dominanti, o almeno delle loro fazioni protempore più forti e, a occhio, mi sembra che proprio alla luce degli ultimi sviluppi nazionali e sovranazionali la definizione del vecchio ubriacone di Treviri non faccia una grinza. Inutile dire che per Tronti – per non parlare di Asor Rosa – queste categorie politiche non reggono il confronto con la dinamica capitalistica del XXI secolo, mentre a modesto parare di chi scrive, è proprio la concezione trontiana a essere vecchia, perché circoscritta all’interno di un orizzonte storico e sociale superato: quello segnato dall’intervento statale nell’economia, secondo il trittico del XX secolo fascismo-stalinismo-keynesismo.  A proposito: di che «partito politico» parla Tronti?

Come ogni individuo che ha paura del Caos, anche il filosofo operaista invoca il Moloch ordinatore: «Senza rivincita dell’istituzione Stato, cioè del potere politico, nazionale o sovranazionale che sia, non ci sarà rilancio del meccanismo economico. I capitalisti moderni lo sapevano, l’avevano capito sull’urto di crisi ben altrettanto devastanti. Non lo sanno questi capitalisti postmoderni, e infatti non riescono a gestire la loro crisi, tanto meno sanno come uscirne». Non c’è dubbio: sono passati i «bei tempi» dei fascisti, degli stalinisti, dei nazisti, dei keynesiani, i quali per mettere in sicurezza l’ordine sociale capitalistico fecero strame di ogni residua illusione liberista. Ma come gestirono la crisi i lungimiranti «capitalisti moderni», e come, alla fine, ne vennero fuori? Ad esempio, preparando la guerra mondiale e precipitando il pianeta nell’inferno bellico, vero boccata d’ossigeno per un Capitale affamato di profitti. Il vecchio e moribondo Capitalismo trovò nella svalorizzazione di tutti i valori mercè la distruzione di uomini e cose, l’elisir che lo fece diventare un ragazzino voglioso di correre sui verdi prati del profitto. Miracoli della dialettica immanente al processo di accumulazione! Ma questi sono dettagli, nevvero? Soprattutto per chi, dopo aver confutato il tecnicismo del cosiddetto governo dei tecnici, tira in ballo lo Stato come se fosse uno strumento tecnico, socialmente e politicamente neutro, che le classi dominate dovrebbero usare a loro esclusivo vantaggio. Che capolavoro politico e teorico!

Un’altra perla teorica: «Il capitalismo non sa fondare un ordine sociale con la politica, lo deve fare con la guerra, previa mobilitazione, appunto, totale. E siccome siamo in piena pace dei cento anni, più o meno come nell’Ottocento, al posto degli eserciti combattono i mercati». Ora, anche i bambini sanno che l’ordine sociale del Capitalismo si fonda, non su generici e fantasmagorici «mercati», ma sullo sfruttamento scientifico di quel lavoro salariato santificato nel primo articolo della Costituzione Italiana. Nel Capitalismo la guerra stricto sensu non è che la continuazione della politica e della competizione economica globale (sistemica) con altri mezzi. L’hanno detto Marx e Lenin? No, ce lo grida in faccia il secolare processo storico, al cui vertice spiccano le due ultime guerre mondiali. Soprattutto la seconda carneficina, avendo spazzato via la vecchia distinzione tra «fronte interno» e «fronte esterno», si presta bene come metafora dei nostri tempi: la guerra che la società disumana porta contro l’individuo è sempre e in ogni luogo. Solo se si ha chiara questa dolorosa realtà è a mio avviso possibile dare un significato non aleatorio e non intellettualistico al concetto di Politica, che gli intellettuali trattano alla stregua di una categoria dello spirito.

Tra l’altro, c’è da dire che le politiche keynesiane hanno un reale impatto sulla realtà solo se adottate ad ampio spettro, massicciamente, mentre se usate omeopaticamente sortiscono effetti trascurabili, buoni magari per rimpolpare un’anemica campagna elettorale, ma non certo per produrre conseguenze concrete sul ciclo economico. Ma tale uso “allopatico” del keynesismo presuppone una situazione sociale e delle conseguenze di vario ordine, sul piano nazionale e mondiale, che agli statalisti ideologici ignorano completamente, a voler essere magnanimi nel giudizio. Soprattutto in tempi di crisi del debito sovrano su scala mondiale come quelli che viviamo, chi parla a cuor leggero di intervento dello Stato nell’economia non sa di evocare i peggiori incubi che possono capitarci in sorte. Bisogna sempre diffidare degli apprendisti stregoni, soprattutto quando affettano pose scientifiche e professorali.

«Qui, si apre lo spazio per l’irruzione in campo di una sinistra del lavoro, di intelligenza e di potenza tale da poter dire: noi sappiamo come rimettere in sesto le cose, ma dovrete prima di tutto pagare voi la vostra crisi. L’utopia di un rovesciamento del rapporto di forza può vestirsi oggi di lucidi realistici panni». Sapete cosa sta dicendo Tronti? Traduco dal sinistrese: «Il Partito Politico della Sinistra [il nome si troverà strada facendo, abbiate fede] giunto al potere saprà come fare uscire il Paese dalla crisi. Ci saranno sacrifici da fare, nessuno lo nega; ma finalmente anche i ricchi piangeranno!» Non c’è che dire, davvero una gran bella “utopia”. Le lacrime per le classi dominate sono assicurate, e il sangue, anche quello non metaforico, è, come dire?, nelle cose.

In fondo anch’io sono Progressista.

Personalmente conosco un solo modo per far pagare la crisi alla classe dominante: precipitarsi fuori dall’orizzonte sociale capitalistico. Ogni altra ricetta “utopistica”, soprattutto quella basata sull’amorevole soccorso del Moloch, vuol farci partecipare alla fustigazione universale col sorriso progressista sulle labbra. Magari mazziato, ma cornuto e contento mai! C’è del tragico anche nel comico, non convenite?

MISERIA DEL «POPOLO LAVORATORE»

Mario Tronti vuole salvare «l’idea di popolo»: già solo questa poco allettante – almeno per chi scrive – intenzione «culturale» e politica è sufficiente a qualificarlo come ideologo borghese – nell’accezione politica e non sociologica del predicato, ovviamente.

Salvare l’idea di popolo significa, quindi, mettere in sicurezza anche l’idea (e la prassi!) di Stato. Nonché quella di Nazione, perché, come egli giustamente osserva, «Non c’è nazione senza Stato». D’altra parte «non c’è popolo senza Stato» (Popolo, da Sinistrainrete, 26 Ottobre 2011). Nel momento in cui per un verso la globalizzazione capitalistica, e per altro verso il leghismo stressano la Sovranità della Repubblica Democratica fondata sul lavoro (salariato), gli intellettuali dai «lunghi pensieri» sentono il bisogno di solide certezze. «Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico». Nella misura in cui fa del popolo, della Nazione e dello Stato delle categorie eterne, metastoriche, Tronti si colloca di diritto tra gli apologeti dello status quo.

D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da un intellettuale che considera il Partito di Enrico Berlinguer un soggetto politico nel cui seno batteva ancora il cuore del «popolo comunista»? Cosa può sostenere di teoricamente e politicamente fecondo un ideologo che non comprende l’abissale distanza che separa il populismo a suo tempo combattuto da un certo Vladimiro Lenin, un movimento politico storicamente progressivo-borghese, con il populismo – di «destra» e di «sinistra» – ultrareazionario dei nostri confusi tempi? L’abisso non permette di azzardare nemmeno delle analogie! Ma tant’è…

Scrive Tronti: «E’ il punto di vista di classe che fa del popolo un soggetto politico. Senza classe non c’è politicamente popolo. C’è socialmente. O c’è nazionalmente. Due forme di neutralizzazione e di spoliticizzazione del concetto di popolo». Questo civettare maldestramente con Marx e con Carl Schmitt non ha reso un buon servizio al suo pensiero.

A proposito di Carl Schmitt, e per parlare un attimo di cose serie, ecco cosa scrive Gian Enrico Rusconi: «“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Questa perentoria sentenza è stata coniata da uno dei più controversi giuristi e politologi del secolo scorso, Carl Schmitt, con il sottinteso che le democrazie liberali non sanno decidere in casi di seria emergenza. Che cosa direbbe oggi il politologo tedesco? Identificherebbe oggi uno “stato d’eccezione” in Europa? In questa Europa diventata insicura nei suoi apparati istituzionali, dov’è la sovranità?» (Un’Italia a sovranità autolimitata, La Stampa, 27 Ottobre 2011). Professore, la Sovranità è lì dov’è sempre stata, ossia nel dominio totalitario degli interessi economici. Con tutto ciò che necessariamente segue sul piano politico-istituzionale, sul fronte interno come su quello dei rapporti tra gli Stati. La risposta è estesa a Tronti, il quale si chiede: «Chi decide nello stato normale, visto che lo stato d’eccezione si colloca ormai fuori dall’Occidente?»

«Il punto di vista di classe» rende possibile, per Marx e, se mi è concesso, per chi scrive, la trasformazione della massa informe dei proletari salariati in una Classe cosciente dei propri interessi e della propria funzione storica. Popolo è un «concetto-realtà» borghese che rimane tale nonostante le astruserie dottrinarie del noto intellettuale operaista, o post-operaista. Ai tempi del comunista di Treviri quel concetto conservava ancora una forte valenza progressiva, e così anche nell’arretrata Russia di Lenin; ma tirare in ballo nel XXI secolo «il punto di vista di classe» per accostarlo al Popolo, per «declinare» questo vecchio arnese concettuale in termini “movimentisti” e nuovisti, è degno della tradizione «comunista» del Bel Paese.

Ecco perché quando il Nostro afferma, a proposito del vero significato delle rivoluzioni del 1848, che Marx commise un errore, ancorché «geniale», bisogna quantomeno mettere mano alla pistola. E di fatti, il suo discorso («Popolo ed élite non porta al populismo. Porta al populismo capo ed élite») è tutto interno alla riflessione della classe dirigente italiana, di «destra» e di «sinistra», su come far fronte all’ondata «antipolitica» che rischia di creare mostri sociali e politici difficilmente gestibili, soprattutto in tempi di acuta crisi economica.

Scrive Tronti: «La classe operaia, nella sua orgogliosa rivendicazione di essere parte, nel rifiuto del lavoro, che nient’altro era che rifiuto di essere classe generale, è stata un soggetto rivoluzionario sconfitto. Perché la sconfitta politica non si traduca in fine della storia, è necessario riafferrare il filo là dove si è spezzato, riannodarlo e ripartire e proseguire». Il filo concettuale da seguire, per non perdersi nella postmodernità capitalistica, sarebbe il «Popolo lavoratore: nuovissima parola antica». Non avevo dubbi: la continuazione del putrefatto «Comunismo Italiano» (con tanto di esaltazione «operaista» del lavoro) con altri mezzi.

LEGITTIMA DIFESA

Man Ray, Gun and key no. 37 (Rayograph), 1922

Nel corso del mio ultimo studio sul concetto di politico mi sono imbattuto in una vera e propria sostanza escrementizia evacuata da Mario Tronti negli anni Settanta del secolo scorso. Eccola:

«Dall’economia politica alla politica economica: questo capovolgimento nella scienza dal punto di vista grande borghese come è stato colto, afferrato, utilizzato nel pensiero operaio? Il marxismo sovietico era alle prese con la costruzione dall’alto del socialismo in un paese solo: con tutta la buona volontà polemica contro l’imbarbarimento staliniano della civiltà teorica marxiana non si può far carico a quell’esperienza della mancata comprensione del momento internazionale del capitalismo … Il carico maggiore di colpe ricade sul “marxismo occidentale”. Lukàcs, e poi Korsch, e poi il seguito francofortese, operano un processo di interiorizzazione, di soggettivizzazione, dei motivi della lotta di classe, innescano una fuga dall’analisi del capitalismo che ancora oggi scontiamo, passano, com’è naturale, dai livelli di coscienza organizzata della classe ai livelli di coscienza infelice dell’individuo “gettato” nel mondo capitalistico. E dalla logica della scienza siamo alla chiacchiera degli aforismi. Almeno i bolscevichi costruivano il socialismo con il Capitale in mano, copiando gli schemi della riproduzione allargata. I marxisti occidentali volevano invece combattere il capitalismo con i Manoscritti del ’44, a colpi di lotta delle parole contro la realtà dell’alienazione» (M Tronti, Teoria e Politica. Scienza e Rivoluzione,1976, in Soggetti, Crisi, Potere, p. 227, Cappelli, 1980).

Inutile dire che quando leggo simili perle “marxiste” le mie mani corrono nervosamente alla pistola e a… Minima Moralia – ma anche ai Manoscritti marxiani del 1844, che sono sempre a portata di mano. E c’è ancora qualche amico che non capisce perché non ci tengo affatto a definirmi secondo il Beato nome dell’ubriacone nonché fecondatore di cameriere consenzienti di Treviri! Barbaro non fu, soprattutto, lo stalinismo, che rappresentò la concreta via di sviluppo capitalistico nella Russia arretrata del tempo; barbaro è, in primo luogo, un pensiero che, non avendo compreso il significato storico di quella immane tragedia sociale, rimprovera a chi non ha fede nell’Inferno in Terra di aver voluto ricusare la stessa idea di collaborare col demonio – pardon, col Dominio (la Teologia Politica mi ha giocato un brutto scherzo!). Sono stato abbastanza aforistico?