SOGNANDO BERLINGUER. Massimo Recalcati e i «falsi miti edonistici del capitalismo».

214-620x322A pagina 48 del saggio Patria senza padri (Minimun fax, 2013), Massimo Recalcati ci regala una confessione che, credo, spiega molto delle sue inclinazioni politiche e psicoanalitiche: «Sognavo spesso Berlinguer. Lo sognavo proprio negli anni infuocati della mia giovane militanza politica». Recalcati ci informa che alla fine degli anni Settanta questo sogno era condiviso, con un certo imbarazzo, da molti altri suoi compagni di militanza politica (area Lotta Continua, con simpatie per il Partito Radicale e per il mondo “libertario” che stava “a sinistra” del PCI e “a destra” dell’Autonomia Operaia), ma che solo pochi lo presero sul serio, e fra questi bisogna ovviamente annoverare lui.

Per il noto psicoanalista, «massimo esponente italiano della scuola di Lacan», Enrico Berlinguer rappresentò una sorta di principio d’ordine che riuscì a salvarlo dalla folle deriva edipica che allora trascinò un’intera generazione di giovani contestatori nel buco nero del terrorismo: «I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere. Il terrorismo è stato la rivolta dei figli contro i padri» (p. 47). Questa tesi potrei pure sottoscriverla, anzi la sottoscrivo senz’altro, una volta però che sia stata fatta chiarezza circa il punto di vista da cui la cosa mi appare plausibile: «tutta la partita edipica si gioca all’interno della famiglia del comunismo». Non c’è dubbio.

Chiarito, beninteso, che ciò che Recalcati definisce «famiglia del comunismo» per me non ha nulla a che fare con il comunismo di Marx, da me sempre concepito come movimento di lotta delle classi dominate teso a conquistare per tutti gli individui il Regno dell’Umanità. Più che di «famiglia del comunismo» bisogna piuttosto parlare di «famiglia dello stalinismo» (maoisti compresi), e comunque è così che iniziai a pensarla proprio negli stessi anni in cui il giovane Massimo sognava l’Onesto Enrico, da me considerato, come egli scrive con massima riprovazione, «il cane da guardia del sistema capitalista» (p. 46). E la penso ancora così, nonostante l’eccellente psicoanalista mi metta in guardia intorno al fatto che «l’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba». La cosa, come si dice, non mi tange neanche un poco, giacché non solo non ho mai fatto parte della «famiglia del comunismo», ma che anzi l’ho sempre combattuta, ritenendola il miglior strumento di conservazione sociale proprio perché essa ha fatto passare fra i dominati l’idea che il “comunismo realizzato” (in realtà un Capitalismo a conduzione statale) è ancora più miserabile e oppressivo del capitalismo.

Mentre il nostro amico folgorato sulla via del Padre sognava l’austero di Sassari, io, evidentemente già allora irretito nella «dimensione più dissipativa e irrazionale dell’iper edonismo del discorso del capitalista», sognavo l’avvinazzato di Treviri (e altri freudiani soggetti privi di barba che stuzzicavano il mio desiderio ingovernabile): signori, i gusti non si discutono…

99572_sfintii_mucenici_episcopi_din_chersonChi è invece Berlinguer per Recalcati? È presto detto: «Nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il PCI, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo [sic!]. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità». Trattengo una crassa, nonché delirante, risata e sulla berlingueriana politica di austerità e di sacrificio rimando a Berlinguer, il tristo profeta dei sacrifici. Sul binomio “paterno” Berlinguer-Moro rimando invece a La “rimozione” di Massimo Recalcati.

Ma continuiamo a seguire il ragionamento di Recalcati: «Da una parte c’era Deleuze che diceva che nel capitalismo c’è qualcosa di cui dobbiamo appropriarci: la politica dei flussi, la deterritorializzazione, i concatenamenti molteplici e infiniti del desiderio [ahi!]; dall’altra parte c’era Berlinguer che mostrava, direi oggi a ragione,  il rischio immanente a questo discorso, cioè la sua collusione fatale con la dimensione più dissipativa e irrazionale dell’iper edonismo del discorso del capitalista. È un fatto ai miei occhi chiaro: Berlinguer ha storicamente vinto su Deleuze. La sua questione morale è oggi ancora una alternativa etica al discorso del capitalista, mentre le macchine desideranti di Deleuze sono state fagocitate dal discorso del capitalista, hanno dato luogo a quella “mutazione antropologica”, per usare un’espressione di Pasolini, che ha trasformato l’uomo in una macchina impersonale di godimento» (p.47).

Ora, non voglio diffondermi in un confronto tra Deleuze e Berlinguer, anche perché non sarei in grado di svolgerlo in modo appropriato; qui mi permetto solo di affermare, con la stessa sicumera di Recalcati, che a un Berlinguer anticapitalista, o quantomeno critico del «discorso del capitalista», può credere giusto un indigente in fatto di coscienza critica. E purtroppo questo “tipo umano” abbonda. Eccome se abbonda!

Fino a quale segno l’ideologia dello psicoanalista sia apologetica, lo si ricava anche da quanto segue: mentre negli anni Settanta il «rifiuto del lavoro» poneva il desiderio in alternativa al lavoro, si trattava invece, sempre secondo il nostro berlingueriano, di dare un senso al desiderio attraverso il lavoro, concepito anche simbolicamente ed esistenzialisticamente (secondo la concezione esposta da Sartre ne L’esistenzialismo è un umanesimo) come sforzo e responsabilità. La natura capitalistica, e dunque necessariamente disumana, del lavoro sfugge completamente alla riflessione di Recalcati, nonostante tutto il suo gran parlare di «discorso del capitalista»*. Di qui, il suo viscerale amore per la Costituzione più bella della nostra galassia, la quale nel suo primo articolo santifica il lavoro salariato come fondamento della società capitalistica (o «Repubblica democratica» che dir si voglia); ma anche il suo altrettanto invincibile disgusto per «l’estremismo politico di Berlusconi» («L’oscenità berlusconiana manifesta il disprezzo per l’ordine simbolico e le sue leggi»), il quale considera la forma partito (incarnazione politica collettiva della virtuosa funzione paterna), «come, del resto, la Costituzione stessa, un residuo del passato dal quale è necessario liberarsi» (p. 49).

La sola considerazione intelligente – ancorché meritevole di approfondimento critico – del saggio in questione è, sempre all’avviso di chi scrive, quella che invita a «pensare la democrazia non in alternativa al totalitarismo ma come la sua faccia inconscia» (p. 61). Ma mentre Recalcati si riferisce soprattutto al «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dall’ex Sultano di Arcore), io invito a riflettere piuttosto sul totalitarismo sociale, ossia sulla disumana e sempre crescente potenza espansiva del rapporto sociale capitalistico, quella potenza che tende a trasformare ogni territorio esistenziale (a partire dal corpo degli individui) in una funzione economicamente sensibile. È per questo che se vogliamo liberarci davvero dal maligno «discorso del capitalista» dobbiamo archiviare il dominio del capitale, il cui rapporto sociale, oggi di dimensione planetaria, è la vera grammatica che consente a tutti noi di relazionarci (nell’accezione più vasta del concetto) col mondo – a partire da quello che ci è più vicino: noi stessi.

PIC78O* Berlusconi e il discorso del capitalista. Qualche settimana fa mi è capitato di ascoltare le riflessioni di Lidia Ravera e Massimo Recalcati sollecitate da Lilli Gruber, la “rossa” sacerdotessa di Otto e mezzo, e mi si è rafforzata nella testolina un’idea che coltivo da sempre: la critica della società disumana che non è in grado di cogliere le radici storiche e sociali del grave disagio esistenziale che vive l’individuo dei nostri pessimi tempi, facilmente smotta verso una posizione reazionaria “a 360 gradi”: sul piano politico, su quello etico, filosofico e quant’altro. È un fatto che con oltre un decennio di ritardo, i due progressisti sono approdati sulle posizioni antisessantottine di Giuliano Ferrara, forse il più intelligente fra i reazionari (di “destra” e di “sinistra”) in circolazione nel Paese.

In particolare, Ravera e Recalcati non comprendono come «il godimento immediato e senza limiti», «la libertà che non conosce limiti né legge», che insieme danno corpo «a quello che in psicanalisi si chiama perversione», e, dulcis in fundo, «l’evaporazione del Padre» (ma anche la madre non sta messa bene, a quanto pare); come tutto ciò sia essenzialmente il prodotto di processi sociali che rispondono alla sola Legge che in questa epoca storica domina l’intera esistenza degli individui: la bronzea e sempre più totalitaria Legge del profitto.

È la dinamica capitalistica che ha reso obsoleta la tradizionale famiglia a conduzione patriarcale, relegando i genitori in un ruolo sempre più marginale e residuale rispetto alle funzioni educative formali e informali riconducibili allo Stato, al «sociale privato» e al mercato. Quando il Moro di Treviri, con un certo anticipo su Schumpeter, definì strutturalmente rivoluzionario il Capitalismo, egli non intese riferirsi solo alla dimensione dell’economico, tutt’altro. Il «linguaggio della struttura», per dirla con Lacan, è il linguaggio della prassi sociale dominata dall’economia capitalistica. Dove qui per struttura occorre intendere il corpo sociale colto nella sua complessa, conflittuale e contraddittoria totalità.

Il lacaniano «discorso del Capitalista», che Recalcati cita continuamente soprattutto come corpo contundente antiberlusconiano, ha una pregnanza concettuale e una radicalità politica che egli nemmeno sospetta. In bocca a Recalcati, quel «discorso» non supera il livello dell’impotente lamentela intorno alla nota mercificazione dell’intera esistenza (dis)umana, fenomeno che se è inteso nella sua vera essenza, e non alla maniera, banale e superficiale, degli intrattenitori da salotto, condanna senza appello l’odierno regime sociale qualunque sia la contingente forma politico-ideologica delle sue istituzioni: democratica, dittatoriale, autoritaria. Infatti, come ho scritto altre volte, il carattere necessariamente totalitario, e anzi sempre più totalitario, delle esigenze che fanno capo, magari attraverso mille mediazioni, alla sfera economica deve essere messo al centro di ogni riflessione politica, sociologica, ecc.. Altro che «epoca del berlusconismo», secondo lo stanco mantra dei progressisti: il Cavaliere Nero non vale nemmeno come metafora o sintomo dei nostri mercantilistici tempi.

Per capirlo, basta leggere quanto scriveva Robert Paul Wolff, sintetizzando il pensiero di Emile Durkheim, nel remoto 1965: «L’allentarsi della presa che i valori tradizionali e di gruppo esercitano sugli individui crea in alcuni di loro una condizione di mancanza di ogni legge, un’assenza di limiti ai loro desideri ed ambizioni. E poiché non v’è alcun limite intrinseco alla quantità di soddisfazione che l’io può desiderare, ecco che esso si trova trascinato in una ricerca senza fine del piacere, che produce sull’io uno stato di frustrazione. L’infinità dell’universo oggettivo è inafferrabile per l’individuo che sia privo di freni sociali o soggettivi, e l’io si dissolve nel vuoto che cerca di riempire» (Al di là della tolleranza).

Più che ripristinare i vecchi valori, o di crearne di nuovi a regime sociale invariato, a mio avviso è l’intero spazio sociale che occorre umanizzare. E ciò presuppone il superamento della società che ha fatto dell’atomo sociale chiamato cittadino una «macchina desiderante», una perfetta merce (una biomerce, un biomercato), una creatura fatta a immagine e somiglianza di una sempre più bulimica, insaziabile, onnivora economia. Un’economia che ha bisogno continuamente di creare nuove opportunità di profitto, e che per questo sposta sempre in avanti il confine dello sfruttabile e del desiderabile (leggi: acquistabile), fino a eliminare ogni confine, trascinando così l’intera società in un folle vortice che nessuno può controllare. Il dominio del godimento immediato di cui parla Recalcati, nostalgico o comunque ammiratore della Prima Repubblica di Moro e Berlinguer, cela in realtà il Dominio di un rapporto sociale altamente disumano (da Umiliati e offesi. I dolori del popolo antiberlusconiano, 19/01/2014).

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LA “RIMOZIONE” DI MASSIMO RECALCATI

PROCESSO RUBY, A BERLUSCONI 7 ANNI E INTERDIZIONE PERPETUALe categorie e i concetti elaborati dal pensiero psicoanalitico vanno maneggiati con estrema cura, alla stregua di materiale esplosivo ad alto potenziale distruttivo. Questa regola appare tanto più sensata, quando quei concetti e quelle categorie vengono usati come griglie concettuali attraverso cui leggere la realtà sociale in generale, e la sfera del Politico in particolare. Facilmente lo psicoanalista si muove in questi ambiti come il metaforico elefante che, sognando di avere acquisito le fattezze di una splendida libellula, decide di danzare in una stanza piena di preziosi cristalli. Il disastro e pressoché inevitabile.

Insomma, sto parlando di Massimo Recalcati, noto psicoanalista «di scuola lacaniana» e uno dei massimi teorici dell’antiberlusconismo militante. Nell’artico pubblicato ieri da Repubblica, Recalcati ha preso di mira la strategia del PDL tesa ad accreditare «Berlusconi come statista ponderato», una strategia che secondo il nostro si fonda «su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”». «Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale». La conclusione del “sottile” ragionamento appare fin troppo ovvia: «Come accade alla povera madre delirante raccontata da Freud si vorrebbe trasformare la bimba morta e perduta per sempre in una bimba viva e sorridente. Ma un pezzo di legno non fa una bambina, così come Berlusconi non fa uno statista. La pacificazione rischia allora di essere una pura falsificazione. È questo, in fondo, il suo peccato originale» (Rimozione e pacificazione).

Ma «delirante» per Recalcati non è soltanto l’assurdo (irrazionale, folle) tentativo, messo in piedi soprattutto dal Presidente Napolitano, di trasformare una sentina umana come Berlusconi in uno statista, o quantomeno in un leader politico «normale» (secondo i canonici etici stabiliti dal progressismo, si capisce); «delirante» è anche il pensiero che decide di «fuorcludere», per mutuare impropriamente il gergo lacaniano, dal dibattito politico l’irriducibile diversità che esisterebbe tra «destra» e «sinistra». E qui il bravo psicoanalista prestato alla politica se la prende anche con il movimento pentastellato: «La realtà è che in Italia destra e sinistra non possono governare insieme non perché, come ritiene un’altra forma di rimozione della realtà qual è il catarismo grillino, sono uguali ma perché sono profondamente diverse».

NEWS_149537Il mio «catarismo», che si fonda su un’analisi del profondo del corpo sociale che attinge dal pozzo di Treviri (ho scritto pozzo, e forse avrei potuto anche scrivere pazzo), mi dice che «destra» e «sinistra» sono radicalmente (in radice) uguali sul piano della prassi del dominio, perché entrambe le posizioni politico-ideologiche difendono, sebbene in modo diverso (ma non sempre né necessariamente) l’una dall’altra, lo stesso regime sociale: quello capitalistico basato sullo sfruttamento scientifico di uomini e cose.  Ma da un uomo che confida nella venuta del Tempo di Renzi, e che ancora recrimina sulla «scelta scellerata del Pd di non candidare Matteo Renzi» alle ultime elezioni politiche, non ci si può aspettare alcuna analisi del profondo.

«Per generare cambiamento autentico, nella vita individuale come in quella collettiva, è necessaria innanzitutto la memoria della nostra provenienza. Non è un caso che tutti i tiranni tendano a cancellare il rapporto con la memoria e a falsificare i libri di storia». E sapete a quale «memoria storica» allude il nostro amico? È presto detto: «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio). Verrebbe da dire: giù le mani da Freud (e da Lacan)!

Santa%20Lucia_25550Nel 2011 commentavo la sparata etica di Recalcati nei termini che seguono: «Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante» (Rivoluzione etica*).

Scriveva Recalcati su Repubblica del 5 maggio 2013 (Se fallisce il nostro Io): «Di fronte ad una cultura che sembra rigettare il valore formativo dell’esperienza del fallimento e che insegue i miraggi del Nuovo e del Successo» (insomma, del berlusconismo), si tratta di «sopportare quella che Freud considerava una “frustrazione narcisistica” necessaria per riconoscersi appartenenti ad una Comunità umana». Ecco il miserabile (apologetico) linguaggio di una “psicoanalisi” mobilitata al servizio di una società che annichilisce, necessariamente, ogni possibilità di autentica umanità.

lupus* Con il «soggettivismo etico», scrive Giuseppe De rita, trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità. Con Berlusconi il ’68 che teorizzava la libertà di tutti da tutto è andato al potere.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (M. Recalcati, Cosa resta del Padre?).
Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi» non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo».

A giudicare dall’elogio della cosiddetta Prima Repubblica di Recalcati, mi sembra che la mia critica coglie perfettamente il bersaglio. Beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Massimo Recalcati (Rivoluzione etica…, 16 novembre 2011).

L’ECCEZIONALE POTENZA EVOCATIVA DELLA PAROLA PATERNA…

Nando Dalla Chiesa sostiene che Berlusconi si spiega innanzitutto con il vuoto etico, ideale e valoriale nel quale sarebbe precipitata la società italiana, a partire dalla sua cellula costituente: la famiglia. «Cosa bisogna attendersi dal potere politico, quando il genitore balbetta, e non è in grado di affermare principî netti intorno a ciò che è giusto e ingiusto, a ciò che è bene e a ciò che è male. La funzione pedagogica del genitore, incapace di un gesto esemplare che indirizzi i figli, si è eclissata, e con essa viene meno qualsiasi potere politico fondato sull’autorevolezza e sui comportamenti eticamente retti. Il Presidente Napolitano, evocando la vicenda di Finocchiaro Aprile a proposito del secessionismo leghista, ha mostrato quanto evocativa ed eccezionalmente potente possa essere la parola. E, per favore, non parliamo di Stato etico!» (Intervento alla conferenza su Doveri, Democrazia e Costituzione del Partito Democratico; cit. tratta da Radio Parlamento, 2 ottobre, 2011).

Stato etico magari no, Stato Autoritario, pardon: autorevole, magari sì. Questo mi sia consentito di affermare anche alla luce della nota tendenza manettara del Nostro. Manette per chi sogna la secessione dall’Italia della Sicilia e della cosiddetta Padania (due poli opposti dell’italico capitalismo, detto per inciso). E per chi sogna la secessione dell’individuo dalla società disumana, cosa prevedono i politici amanti di gesti esemplari e di principî netti? È il caso che io contatti il mio avvocato di fiducia (avendolo!)?

L’onorevole Zaccaria, dall’alto della sua competenza giuridica diligentemente messa al servizio della Sacra Causa Antiberlusconiana, ha poi aggiunto che insiste nel Paese anche un «vuoto della Legge», che permette appunto al forte scopatore di Arcore di mettere in questione «persino la prima parte della Costituzione» (non sia mai!) senza che nel Paese si registri un’adeguata reazione popolare.

Per quanto mi riguarda, c’è già fin troppa Legge in giro! Ma, si sa, in tempi di crisi sociale (esistenziale, direi) la Legge non è mai troppa. Anche qui: per aver detto questo debbo attendermi una visita da parte dei tutori della Legge (e dell’Unità Nazionale, senza la quale il Bene Comune andrebbe in malora)? Ho forse paura dell’eccezionale potere evocativo della parola? Bè, un po’ sì, quando essa esce dalla bocca del Leviatano.

Il Migliore - dopo Togliatti - e il Migliorista

A proposito di vuoto o di indebolimento della Legge, Massimo Recalcati ha scritto qualche anno fa questa perla psicopolitica: «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio, nota di p. 13, Raffaello Cortina, 2010). Su Recalcati vedi anche Nel Nome del Padre (e del Lavoro Salariato) di mrz.

Praticamente un’istigazione a un nuovo parricidio, con il quale cominciare la nuova Civiltà post berlusconiana. Silvio: occhio alla clava! Dopo aver scritto, molto giustamente, che «In questa apparente diffusione della libertà, è solamente la realtà del dominio a intensificarsi», Recalcati se ne esce con l’elogio del cattostalinismo degli anni Settanta: complimenti vivissimi allo Scienziato! Ma su Recalcati – forse – tornerò in seguito.

Registro questi piccoli fatti per chiarire il senso della diuturna lotta che conduco contro l’ideologia centrata sulla riscoperta della funzione, simbolica e reale (ammesso che la distinzione abbia un senso), del Padre-Sovrano, chiamato a battere un colpo sul capo di figli sbandati, presi al laccio da una pseudo libertà che si configura come dominio incontrastato della Legge del Profitto – qui inteso in un’accezione non meramente economica: tutti cerchiamo di trarre un profitto, più o meno monetizzabile, da ogni situazione –, la quale castra sempre di nuovo la possibilità dell’individuo di vivere come un uomo.
Dare il segnale di pericolo: non mi sembra cosa da poco.

LA MESSA È INIZIATA

Franco Cordero oggi scrive: «Tempi calamitosi richiedono governi seri. Capisca chi ha a cuore le sorti dell’Italia». Da ogni angolo del Bel Paese si alza una sola invocazione alla Politica: «Sacrifici pesanti ma equi. Subito!»

Grillo grida: «Io per questo Paese farei ogni sacrificio, ma non fino a quando rimane al potere questa Casta di Merda!» Il suo nuovo spettacolo si intitola: Te la do io la dittatura etica! Come rimpiango il Grillo Americano e Brasiliano!

Le Chiese religiose e laiche d’Occidente implorano l’avvento di un Padre Misericordioso ma severo, capace di dire NO! al bambino traviato da pulsioni incivili. Il Pastore Tedesco ieri è andato a dirlo al Reichstag.

Massimo Recalcati stigmatizza «Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento». Bernhard Bueb si diffonde in un filosofico-teologico Elogio della disciplina, e ordina: «Potere assoluto ai genitori!» Legge e Ordine. Ma chi sono i fanciulli da curare e disciplinare? e chi è il genitore amorevole ma severo del quale si anela la Palingenetica comparsa?

Forse è meglio iniziare a pregare. La messa è iniziata:

PADRE NOSTRO, CHE SEI NEI PENSIERI, DACCI OGGI L’AUTORITÀ QUOTIDIANA, NON INDURCI IN GODIMENTI IRRAZIONALI E IN TENTAZIONI INCIVILI. E (SOPRATTUTTO) LIBERACI DA OGNI RESPONSABILITÀ SOCIALE. AMEN!