LA SINISTRA DI GOVERNO. DA ENRICO AUSTERITY BERLINGUER A MATTEO TWITTER RENZI

berlinguer-renzi-vanity-fair-a1Scrive Marcello Sorgi (La Stampa): «La polemica della sinistra Pd e della Cgil contro le cosiddette caratteristiche di “destra” della legge di stabilità, presentata da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, non accenna a scemare». Diciamo pure, e non solo per ragioni di calembour, che la polemica è pure scema, oltre che rancida in quanto ripropone una questione tutt’altro che fresca di giornata: è vero o no che in Italia solo un governo di “sinistra” può implementare una politica economico-sociale di “destra”? Ovviamente il tema in questione si porta dietro, “a cascata”, quello concernente la natura collaborazionista del sindacalismo italiano (vedi la CGIL,in primis), nonché il suo inestricabile – almeno fino a qualche tempo fa – rapporto con i partiti politici.

Come ricorda sempre Sorgi, la stucchevole – anche dal punto di vista della classe dirigente del Belpaese – polemica sul carattere destrorso della prassi governativa dei sinistrorsi rimonta assai indietro nel tempo, e coinvolge addirittura il leader più amato dal mitico Popolo di Sinistra: Enrico Austerity Berlinguer. «Fu Enrico Berlinguer, l’ultimo grande segretario del Pci, e non certo un leader di destra, a lanciare la parola d’ordine dell’”austerità”, in un convegno al Teatro Eliseo di Roma del 1977. Senza quella svolta, Andreotti, alla guida, dal ’76 al ’79, dei governi di unità nazionale, con l’appoggio degli stessi comunisti, non avrebbe potuto bloccare la scala mobile e sostituirla, nelle buste paga, con buoni del Tesoro di cui si sviluppò, subito, negli uffici pubblici e privati, un fiorente mercato nero. E se certo non poteva essere considerato di sinistra il taglio della scala mobile, allo stesso modo non lo erano le grandi privatizzazioni (in qualche caso tra l’altro fatte a prezzi forse eccessivamente convenienti), avviate da Amato e Ciampi, e poi proseguite da Prodi e D’Alema nella prima metà degli Anni Novanta. […] La lista degli interventi di destra fatti dalla sinistra, come si vede, è piuttosto lunga e abbraccia periodi diversi». Anche perché, com’è noto, si può contribuire a governare il Paese dall’opposizione (politica e “sociale”), e da questo punto di vista la politica “comunista”, da Togliatti in poi, è davvero emblematica. Su questo punto rinvio al concetto politologico di consociativismo – peraltro molto affine a quello di corporativismo, e anche qui la cosa si spiega storicamente: vedi alla voce Fascismo.

Già mi par di sentire l’indignata obiezione del sinistrorso nostalgico: «Ma almeno di Berlinguer si può sempre dire che fu un leader onesto!». Già, l’”Onesto Enrico”, dimenticavo; l’eroe senza macchia né peccato di “comunisti” e grillini. Che faccio, rido? Di certo non rimpiango i mostri sacri dell’italico “comunismo” né piango dinanzi alle immagini sacre incensate dai moralizzatori e dai manettari di turno. Rincaro la dose: personalmente trovo le tasse oltremodo odiose (non parliamo poi del nuovo canone Rai!), né l’innalzamento del tetto all’uso del contante mi toglie il sonno. Al mio orecchio l’evasione fiscale non è una bestemmia, e non dico altro per non incorrere nei rigori del Diritto.

Un dubbio a questo punto mi assale: non sarò mica di destra? Con una certa trepidazione attendo risposta da Papa Francesco, da Varoufakis, da Piketty, da Krugman e dal nuovo Nobel per l’economia Angus Deaton – la cui collocazione politica sembra peraltro dubbia: il suo interesse per la povertà nel mondo lo posizionerebbe senz’altro a “sinistra”, ma il suo ottimismo circa la globalizzazione («La vita su questo pianeta non è mai stata meglio»: il che fa di me un extraterrestre!) suona decisamente di “destra”. Ma cos’è poi la destra, cos’è la sinistra? Boh! Forse due modalità complementari e nient’affatto incompatibili di servire il Dominio? Lo so, ragiono troppo per schemi. Pazienza, vuol dire che ripasserò Hegel, non c’è altro da fare.

In attesa di riprendere lo studio dei sacri testi hegeliani, sviluppo un altro pensiero schematico: la coerenza, almeno quella, non mi manca. A parte il fatto che nella cosiddetta Prima Repubblica il «sistema della spartizione partitocratica» degli appalti, dei posti di lavoro e di quant’altro fosse allora spartibile (“democraticamente”, si capisce) fra i partiti si reggeva – e non poco! – anche sul PCI; a parte questa elementare nozione “storica”, c’è da dire che la risibile obiezione formulata dall’immaginario sinistrorso affetto da nostalgia moralistica acuta non fa che riproporre la vecchia mentalità del servo sciocco: se un Padrone ci deve pur essere, che almeno sia onesto! Negli anni Venti del secolo scorso, all’inizio dell’ascesa al potere del noto Duce, molti fascisti della prima ora abbandonarono il Premier dalla volitiva e virile mascella non perché egli continuasse a tenere nella massima considerazione la politica del manganello e dell’olio di ricino (anzi!), ma perché anche Lui si stava dimostrando indulgente nei confronti dell’antico vizio liberale chiamato “corruzione”: «La mazzetta piace dunque anche a Benito [lo giuro: stavo per scrivere Bettino!]; anche Lui mangia». Che scandalo! Ma qui è tutto un magna magna! Basta mangiare! È ora di mettere a dieta la politica, dicono anche i demagoghi del XXI secolo per blandire il servo sciocco, il quale è certamente povero di denaro ma in compenso è ricchissimo di idee eticamente masochiste, se lo psicanalista mi passa il concetto. Intanto, tutto questo discorrere di mangiare mi ha messo fame!

Qualche settimana fa Mario Margiocco invitava gli italiani a riscoprire il «comunismo italiano», quantunque egli non sorvolasse affatto sulla radice stalinista del togliattismo: «Togliatti conosceva bene anche l’Urss, e conosceva benissimo Stalin, che servì  fedelmente al Comintern, in Spagna, al tempo in cui avvenne l’eliminazione fisica dei vertici del Pc polacco, nelle terribili giornate del maggio 1937 a Barcellona, quando furono eliminati, colpo alla nuca, centinaia di presunti trotzkisti e altri della sinistra non stalinista. Servendo Stalin sopravvisse a una stagione di terrore, riuscì cioè a non essere giustiziato*. Questa è l’eredità terribile, mai ben spiegata e poco raccontata nel partito [chissà poi perché…], che Togliatti ha lasciato ai suoi successori. E che ha pesato e continua a pesare perché, nella vicenda personale del Migliore, come veniva soprannominato, e nella sua eredità c’è la chiave per capire come, nonostante tutto, una vera rottura con Mosca sia avvenuta solo quando ormai la stessa Russia stava rompendo con il suo passato comunista. Berlinguer aveva preso varie distanze, ma senza mai lasciare “la casa del padre”» (Lettera 43). Ciò malgrado, l’esperienza del «comunismo italiano» non va gettata nella pattumiera della storia del nostro Paese, perché nonostante tutti i suoi «errori» e i suoi «orrori» il PCI contribuì a scriverla, quella storia. Certo, insieme alla Democrazia Cristiana, al PSI e agli altri partiti che a vario titolo promossero lo sviluppo economico e sociale della Nazione. No, la parola “comunismo” non va abbandonata nel dimenticatoio: «Troppo di quel mondo è stato buttato via. C’erano i troppo furbi e le persone serie, fra i comunisti. Come fra tutti gli altri». Non c’è dubbio. Margiocco ha ragione. Peccato che non vi fossero autentici comunisti fra i cosiddetti “comunisti italiani”. Ingrao e ingraiani compresi, ovviamente.

Ingraiani, sia detto per completezza “storiografica”, nelle due complementari versioni di “organici” al PCI e di “dissidenti” dal PCI. Ha scritto a proposito di Ingrao Giampiero Mughini, un altro simpaticone che di “comunismo italiano” la sa lunga per averlo conosciuto intimamente negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: «Se un uomo come Pietro Ingrao non lo hai sfiorato almeno una volta nella vita non sai nulla della potenza drammatica del Novecento. Comunista, sì, lui lo è rimasto sempre, e a questo modo ognuno di noi lo deve ricordare, ivi compreso chi come il sottoscritto reputa l’aggettivo “comunista” altrettanto indecente – sul piano storico e intellettuale – che l’aggettivo “nazista”. Ma per l’appunto, che cosa intendevano Ingrao e i suoi amici dei Settanta per “comunista”, che cosa avrebbero voluto fare e decidere e come regolare le cose degli uomini e della società moderna? Come, dannazione, come? E io oggi rabbrividisco se mi si presenta uno che si autodefinisce comunista». Ed è appunto per non far rabbrividire gli ex “comunisti” alla Mughini che da molto tempo non mi autodefinisco “comunista”: rabbrividisco alla sola idea che qualcuno mi possa accomunare ai “comunisti” ancora in circolazione!

* Non sono d’accordo con questa ricostruzione “suggestiva”: perché accusare, magari solo velatamente, di opportunismo il leader del “comunismo” italiano? Egli servì assai bene Stalin in primo luogo perché aderì con convinzione alla prospettiva politico-sociale che il dittatore russo incarnò, per così dire, alla fine degli anni Venti, e soprattutto per questo il Migliore degli stalinisti allora al servizio della “Patria dei Soviet” riuscì a portare a Salerno la pellaccia, e di questo la Patria dei Renzi (di “destra” e di “sinistra”) ancora ringrazia. Non facciamo insomma torto alle altissime convinzioni ideali di Palmiro!

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renzicamussoNel suo discorso di chiusura alla Leopolda, Matteo Renzi ha ricordato malignamente ai suoi oppositori di partito che «la sinistra» non votò l’Articolo 18. Se per «sinistra» si intende il PCI e il PSIUP bisogna convenire con il Premier italiano: la legge 300, detta Statuto dei lavoratori, fu approvata in via definitiva dalla Camera il 14 maggio 1970, a scrutinio segreto, con 217 voti favorevoli (Dc, Psu, Pri, Pli), 10 contrari e 125 astensioni (Pci, Psiup, Msi).

I cosiddetti “comunisti” e i cosiddetti “socialisti di unità proletaria” si astennero sostanzialmente per ragioni di schieramento politico (come riconoscerà più tardi, fra gli altri, Bruno Trentin) e non di principio, visto che già agli inizi degli anni Cinquanta il leader della Cgil Di Vittorio aveva proposto uno Statuto dei diritti democratici dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Per il PCI e per la sua cinghia di trasmissione sindacale si trattava di «portare la Costituzione [borghese: precisazione di chi scrive*] dentro le fabbriche».

Naturalmente allora non mancarono gli “intellettuali organici” al PCI che riempirono giornali, riviste e saggi per spiegare da un punto di vista “dottrinario” l’ambigua posizione dei “comunisti”.

Lo Statuto dei lavoratori (in guisa “socialdemocratica” oppure “comunista”) come strumento di controllo politico, ideologico e sindacale dell’iniziativa operaia: è la tesi che modestamente difendo da sempre contro chi ha fatto di quella legge un intoccabile tabù, la Magna Charta da difendere a ogni costo magari in vista di «equilibri politici e sociali più avanzati». In attesa di questi “avanzamenti”, eccoci infine arrivati al punto in cui siamo. E non mi si obietti che «anche i rivoluzionari dopotutto hanno fallito»: purtroppo le idee autenticamente rivoluzionarie non hanno avuto mai successo in questo Paese. Certo si è tanto parlato di “rivoluzione” (persino nel PCI!), ma solo quello. Brigatisti “rossi” compresi, ovviamente.

È vero che lo Statuto riconosceva più potere al sindacato, ma bisogna chiedersi a quale sindacato. La risposta è abbastanza semplice: al sindacato legato mani e piedi al carro degli interessi nazionali, che poi sono gli interessi della classe dominante del Paese. Altro che «potere operaio in fabbrica», come sostennero allora alcuni militanti sindacali particolarmente in vena di millanterie politiche. Piuttosto, potere sindacale in fabbrica, un potere che non metteva in alcun modo in discussione né la natura capitalistica del lavoro né il primato dei «superiori interessi nazionali», come apparve oltremodo chiaro ai tempi di Lama e Berlinguer. Quando la Nazione chiama, il “comunista” responsabile risponde, e magari assesta un bel colpo di manganello sulla testa del sovversivo che oggettivamente fa gli interessi della reazione fascista. Praticamente ho fatto la storia del “compromesso storico“! Storia o caricatura? Al lettore affido la risposta.

Quando dunque sabato scorso la Camusso ha gridato alla piazza oceanica che solo i lavoratori possono salvare l’Italia dallo sfacelo economico, la leader del maggiore sindacato italiano non ha fatto che riprendere, mutatis mutandis, il principio fondativo del sindacalismo collaborazionista, il quale recita appunto: Gli interessi della Nazione su tutto**. In questo senso Susanna Camusso e Matteo Renzi sono uniti nella lotta, sebbene avendo ruoli diversi e a partire da differenti prospettive politiche: vedi il “dibattito” che scuote il partito di lotta e di governo che oggi regge le sorti del Bel Paese.  In questo sforzo i due possono contare sulla preziosa collaborazione del Presidentissimo Napolitano. Le scintille degli ultimi giorni non solo non occultano l’essenza della posta in gioco (come salvare il Paese dalla bancarotta sistemica), ma piuttosto la illuminano meglio.

Ai teorici del collaborazionismo (o della “responsabilità nazionale”, se suona meglio) spetta poi il compito di dimostrare come gli interessi generali del Paese non solo non entrino in conflitto con gli interessi dei lavoratori, ma come anzi gli uni e gli altri siano in sostanza la stessa cosa, due facce della stessa medaglia: lavoratori e Paese sarebbero infatti «sulla stessa barca». Affondiamola allora questa maledetta barca, dico io. Mi sono lasciato andare: mi scuso con il lettore… responsabile.

Ho parlato brevemente del Santissimo Statuto. Analogo discorso vale per il CCN, passato alla storia come un’indiscutibile conquista del Movimento operaio: ebbene, tutte queste “conquiste” vanno invece messe in discussione dai lavoratori, dai disoccupati, da tutti i proletari. A dire il vero ci stanno pensando gli altri…

Ciò che vacilla merita di venir mandato alla malora, disse una volta qualcuno. Tanto più, aggiungo io, se la cosa che vacilla sotto i colpi del processo sociale, e non a causa del destino cinico e baro né per vigliacca iniziativa del “destro” di turno, ha contribuito a imbrigliare l’iniziativa autonoma dei lavoratori. D’altra parte, alle classi dominate rimane davvero assai poco da difendere: non è forse arrivato il momento di attaccare? L’attacco non è forse la miglior difesa?

Punto di vista nazionale, logica della delega, sudditanza nei confronti della democrazia borghese e dell’ideologia dominante (il lavoro salariato come fonte di dignità per i senza risorse): anche di questo materiale politico, ideologico e psicologico è fatta l’attuale impotenza sociale di chi vive di salario.

images36NJ9C03* Il lavoro che fonda la Repubblica Democratica di questo Paese è il lavoro salariato, ossia la capacità lavorativa venduta (dal lavoratore) e comprata (dal datore di lavoro) come merce. Come tutti sanno, il sindacato dei lavoratori e il sindacato dei padroni hanno un ruolo importante in questa compravendita. Come diceva l’uomo con la barba, «Il lavoro-merce è una tremenda verità» (Miseria della filosofia).

** Un piccolo esempio. Scriveva nel 1986 Felice Mortillaro, allora Direttore Generale di Federmeccanica, a proposito dell’espulsione di forza-lavoro in eccesso dalle imprese italiane investite dal processo di ristrutturazione (che con un certo ritardo arrivò anche nel Bel Paese): «La scelta di alleggerimento morbido compiuta, prima che dalle aziende, dall’establishment economico-politico italiano fu un succedersi di comportamenti in cui governo, sindacati, partiti di opposizione, Confindustria hanno espresso posizioni di fatto convergenti» (Aspettando il robot, p. 44, Ed. del Sole 24 Ore, 1986). È la concertazione (di fatto, se non di diritto) che tanto piace ai sinistri. «Le controparti [padronali] sono ansiose di poter avere di fronte un “sindacato unito”, e magari anche forte: e non è facile capire il perché di questa tentazione apparentemente masochistica, o, più verosimilmente, è troppo facile capirlo» (p. 50). La seconda che ha detto: leggi alla voce controllo sindacale dell’iniziativa operaia.

Un altro passo significativo, che si rifà al clima politico italiano dopo l’esito del referendum sulla scala mobile del 22 giugno 1985: «Non è privo di significato che i “vincitori” del referendum, la Democrazia Cristiana in particolare, ma anche il partito repubblicano, si siano affrettati a svalutare l’importanza del voto ed a rassicurare il partito comunista intorno alla volontà di non modificare i rapporti politici tradizionali». Il PSI di Craxi, invece, cavalcò alla grande quell’esito, proprio nel tentativo di spezzare un equilibrio di potere che ormai gli stava troppo stretto e che impediva un radicale processo di «riforme strutturali», tali da rilanciare l’Azienda Italia, come si diceva allora, dopo il declino degli anni Settanta. Sappiamo come andò a finire.

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11 9 aSu Repubblica di oggi Mariana Mazzucato torna a ribadire le sue interessanti tesi sul rapporto Stato-Mercato. Lo fa soprattutto per ridicolizzare il viaggio americano di Matteo Renzi, il quale a Silicon Valley ha affettato pose schumpeteriane che secondo l’economista dell’Università del Sussex, autrice del saggio di successo Lo Stato innovatore (Laterza, 2014), non dicono la verità sulle reali convinzioni politiche del Premier italiano. Più che un modernizzatore, il famoso rottamatore appare, almeno visto dagli Stati Uniti, un continuatore di politiche economiche fallimentari.

Renzi non avrebbe afferrato il significato più profondo di un’esperienza di successo, e sarebbe rimasto impigliato negli slogan e nei tanti miti raccontati dai media e da una saggistica poco informata sul decollo economico di un’«area di sfruttamento locale», per citare un po’ di soppiatto il mio post dell’altro ieri, giunta al vertice del Capitalismo altamente sviluppato del pianeta.

Soprattutto egli non avrebbe capito il ruolo fondamentale e insostituibile che lo Stato ha da sempre avuto nella dinamica e competitiva economia americana, e in questo il leader politico italiano paga decenni di dibattiti ideologici intorno al primato del privato o dello Stato nella prassi economica.

Se lo Stato non avesse molto investito «lungo l’intera catena dell’innovazione»: dalla ricerca di base a quella applicata, fino alla commercializzazione delle nuove tecnologie e dei nuovi prodotti (materiali e immateriali, beni e servizi), il successo di grandi e mitizzate imprese che oggi detengono il primato mondiale nel segmento tecnologicamente più avanzato della competizione economica non sarebbe nemmeno concepibile. Infatti, mentre l’imprenditore schumpeteriano guarda al profitto di breve respiro, e quindi assai raramente investe grandi capitali in attività che solo nel medio e lungo periodo daranno risultati in termini di “ritorno economico”, lo Stato può fare calcoli di più lungo respiro; esso solo ha la possibilità di drenare una gran massa di capitali, altrimenti dispersi o indirizzati in attività poco produttive o speculative, da allocare nel modo più strategicamente opportuno – per il Capitale colto nella sua totalità sociale, si capisce.

Senza questo massiccio intervento dello Stato nella sfera economica la genialità di piccoli imprenditori e il coraggio di illuminati finanziatori di “progetti rivoluzionari” non avrebbero avuto successo. Lo slogan «più mercato e meno stato» appare viziato,  soprattutto se visto dagli Stati Uniti, da una concezione ideologica della società che, secondo la Mazzucato,  non aiuta i politici a implementare corrette misure di politica economica.

In effetti, pubblico o privato che sia la sola ragion d’essere del Capitale è quella di generare profitti attraverso lo sfruttamento, pardon: l’impiego sempre più scientifico del «capitale umano». Sul Capitale come rapporto sociale, e non come – feticistica –  cosa, come tecnologia economica posta al servizio della società, come ovviamente pensa la brava economista qui benevolmente presa di mira, rinvio nuovamente al mio post Nazione e Stato nazionale nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale.

«Ronald Reagan ha continuato a finanziare con crescente generosità motori pubblici di innovazione come il National Institute of Health, l’agenzia di ricerca della Difesa. È lì che si è formato il cuore dell’innovazione di Silicon Valley» (M. Mazzucato, La Repubblica, 30 maggio 2014). Questo anche  a proposito del rapporto strettissimo che lega “economia di pace” ed “economia di guerra”. Ma più che di un rapporto si tratta a ben vedere di una sola cosa: l’economia capitalistica tout court, l’economia colta come sempre nella sua compatta totalità sociale. Lascio volentieri ai progressisti e ai realisti d’ogni tendenza la miserrima distinzione tra “lati buoni” e “lati cattivi” applicata a ogni sfera della realtà sociale.

Insomma, «lo Stato crea mercato e non solo lo aggiusta», secondo una formula keynesiana che tanto piace alla Mazzucato e che irrita non poco i liberisti ideologicamente orientati, i quali peraltro sono presi sul serio più dagli statalisti ideologicamente orientati (molti dei quali amano definirsi “comunisti”: sic!) che dagli uomini di governo. I liberisti realisticamente orientati invece condividono la citata tesi “keynesiana”, e difatti essi non hanno mai posto il problema dello sviluppo economico nei termini di una ridicola contrapposizione Stato-Mercato, mentre hanno piuttosto messo l’accento sulla natura dell’intervento pubblico, sul suo orientamento strategico: esso favorisce l’innovazione, gli investimenti, la mobilità sociale, la meritocrazia, oppure premia l’assistenzialismo e il parassitismo sociale?

Ad esempio, in Italia l’interventismo statale ha sempre avuto una marcata impronta assistenzialista e parassitaria, e basta riflettere sulla struttura del nostro cosiddetto welfare per rendersi conto della gigantesca magagna sociale che non da oggi sta dinanzi ai governi del Bel Paese, e che essi hanno cercato di affrontare a volte con mezzi brutali ma più spesso con rimedi omeopatici, per così dire; e comunque sempre attraverso compromessi di varia natura volti a scongiurare l’emergere di un forte conflitto sociale. La famigerata concertazione è stata la delizia e la condanna di tutti i leader politici italiani, soprattutto di quelli maggiormente vocati al “decisionismo”. Ma periodicamente i nodi irrisolti del Capitalismo italiano vengono al pettine dell’accumulazione capitalistica e della competizione sistemica globale (economica, tecnologica, scientifica, politica), anche a prescindere dall’odiato «rigorismo tedesco».

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 18

enhanced-buzz-28904-1371241913-18Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa (Karl Marx, Lettere sul Capitale).

Cosa si nasconde dietro l’ennesima rognosa, a tratti davvero raccapricciante, diatriba intorno all’articolo 18 (peraltro già profondamente “riformato” dalla Fornero) dello Statuto dei lavoratori? È presto detto: l’ennesimo attacco alle condizioni di lavoro e di vita del proletariato di questo Paese. La domanda era fin troppo facile, lo ammetto.

Al di là delle fumisterie ideologiche alzate a “destra” e a “sinistra”, da parte dei detrattori e dei sostenitori del mitico Articolo, è questo il senso della questione in oggetto, come sanno benissimo in primo luogo i lavoratori (soprattutto quelli che non “cadono” nel regime previsto dall’articolo 18), i quali non hanno mai fatto grande affidamento allo Statuto dei lavoratori per conservare il posto di lavoro e per difendersi dagli attacchi del Capitale. Naturalmente il discorso va esteso a tutta la “riforma” del mercato del lavoro (Jobs Act) e, sotto questo aspetto, lo scontro sull’articolo 18 coglie anche l’obiettivo di sviare l’attenzione della cosiddetta opinione pubblica dal significato complessivo di quella “riforma” che non solo l’Europa «ci chiede», ma che giunti dinanzi all’ennesimo baratro sistemico «tutto il mondo ci chiede».

In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica il Premier Renzi dichiara che «l’articolo 18 non difende quasi nessuno». Vero. Da un più alto pulpito, quantomeno spirituale, il Presidente della Cei Angelo Bagnasco rincara la dose (sempre a proposito di articolo 18): «Non ci sono dogmi di fede e non ci sono dogmi di nessun genere per quel che riguarda le prassi sociali». Verissimo! Non sto teorizzando l’inutilità di una lotta volta a difendere l’articolo 18; cerco solo di dare a questa auspicabile lotta un senso alternativo a quello proposto dal mainstream politico, sindacale e culturale di questo Paese.

Nella misura in cui il sindacato tradizionale, CGIL in testa, è da quel dì parte integrante del potere politico che garantisce lo status quo sociale in Italia, è appunto sul terreno politico, più che su quello che attiene gli interessi dei lavoratori, che occorre cercare la spiegazione del ritrovato attivismo antigovernativo della cosiddetta “sinistra sindacale”. Analogo discorso può farsi per quella parte dello stesso Partito Democratico che oggi denuncia la «deriva thatcheriana» di Renzi.

Il sindacato teme, a giusta ragione, di perdere peso politico nella gestione della politica economica del Paese e nella gestione del conflitto sociale: di qui i suoi lamenti sulla sempre più maltrattata «concertazione». Le sirene del corporativismo fascista non hanno smesso di nuotare nell’italico mare, anche a cagione del modello di welfare che la Repubblica fondata sul lavoro (salariato) ha ereditato quasi senza soluzione di continuità dal precedente regime politico. Il libro di Giovanni Perazzoli Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo welfare (Laterza) è molto interessante a tal proposito. La «concertazione» in salsa italiana tra Stato e «parti sociali» in moltissimi aspetti incrocia l’ideologia che fu soprattutto della “sinistra fascista”.

Ecco la «concertazione» secondo il già citato alto prelato: «Bisogna percorrere in modo più concreto e incisivo la strada del dialogo, del parlarsi tra le diverse istituzioni e soggetti, non solo politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali e sindacali perché insieme, con l’onestà dovuta e la competenza necessaria, si possono fare delle norme più concrete, a carte scoperte, e intravedere delle strade percorribili per la soluzione» (Il Secolo XIX, 28 settembre 2014). È precisamente la strada del dialogo sociale la via che conduce i lavoratori all’impotenza politica e sociale, semplicemente perché il tanto reclamizzato «bene comune», comunque declinato, non può che essere, fermo restanti gli attuali rapporti sociali, il bene del dominio sociale capitalistico. D’altra parte, la strada che mena all’inferno è sempre lastricata di eccellenti intenzioni.

Per quanto la riguarda, la “sinistra” del PD teme la definitiva “rottamazione” della tradizione cosiddetta “comunista”, che per molti quadri dirigenti (un tempo si chiamavano così) di quel partito significherebbe perdere una vecchia rendita di posizione, non solo politico-ideologica. Bersani e i compagni della «vecchia guardia» temono, a giustissima ragione, di venir “smacchiati” dall’ultimo arrivato, da un democristianone che peraltro ostenta molta sintonia con il Giaguaro di Arcore, ancora vivo nonostante trattamenti convenzionali e anticonvenzionali, anche di matrice internazionale.

Norma Rangeri (Il Manifesto, 21 settembre), dopo aver concesso che  «responsabilità e limiti» vanno messi nel conto «di chi avrebbe dovuto capire i colos­sali cam­bia­menti pro­dotti dalla ristrutturazione capitalista e met­tere in campo ade­guate controffensive», e che «Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, ed è sem­pre meno rappresentativo», tuttavia ritiene che «qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo». Un classico del progressismo borghese che ama presentarsi in guisa “radicale”, se non addirittura “comunista”. Personalmente la penso in modo opposto. Penso cioè, come ho altre volte argomentato, che il sindacato collaborazionista (da Di Vittorio in poi, tanto per rimanere all’Italia degli ultimi settant’anni) sia, per i lavoratori e per tutti i proletari, parte del problema e non della sua soluzione.

Scrivevo nel 2012 commentando il Patto sulla produttività:

«Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta “democrazia sindacale”, fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli “interessi generali del Paese”, i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni contingentemente vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano».

Per come la vedo io, impostare la lotta dei lavoratori sul terreno della pura difesa dei cosiddetti diritti acquisiti sarebbe un errore, anche perché molti di essi, e naturalmente i disoccupati, non sanno nemmeno cosa siano quei “diritti”. Lo stesso Statuto dei lavoratori è parte integrante di un’epoca della realtà sociale di questo Paese da gran tempo superata, e verso la quale non c’è da indulgere in miserrime nostalgie. Senza la combattività e l’organizzazione autonoma dei lavoratori i “diritti” sono scritti sul ghiaccio, per così dire. I diritti sono una questione di rapporti di forza: non lo dice la teoria, ma la prassi sociale ovunque nel mondo. Più che sulla precarietà dei “diritti acquisiti” il focus andrebbe dunque posto sulla perdurante logica della delega, su tutti gli aspetti della vita, che inchioda i nullatenenti alla croce del Dominio. È da questa prospettiva che approccio il problema di come difenderci dagli attacchi sempre più incalzanti che il Capitale e il suo Stato graziosamente ci lanciano.

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Renzi_faccia_scompostaMatteo Renzi: «Mi dicono: vai alle rubinetterie e non ai grandi meeting? Sì, perché voglio andare da chi lavora e da chi si spacca la schiena».

Ora, dal mio punto di vista il problema non è tanto la miserabile demagogia del leader politico di turno, non importa se di “destra” o di “sinistra” (sotto questo aspetto Renzi offre il modello perfetto), quanto la tragica condizione sociale delle classi subalterne, degli strati sociali costretti a vendere capacità lavorativa in cambio di salario – vedi il santificato Art. 1 della Santissima Costituzione italiana. Il problema, per me, si compendia nella impotenza dei dominati, nella loro incapacità di spezzare la schiena al dominio sociale capitalistico.

Altro che le bolle – o balle – speculative di marca sinistrorsa gonfiate ieri da Alex Tsipras «nel ventre della bestia capitalista»! Sotto questo aspetto, l’elogio renziano del lavoro (salariato) che spacca la schiena appare persino meno disgustoso delle insulse ricette progressiste del leader di Syriza.

L’IMPERIALISMO ITALIANO NEL “PARADOSSO AFRICANO”

reChe la geopolitica sia al servizio dello status quo, declinato in termini squisitamente sociali (quindi qui non mi riferisco allo status quo di natura geopolitica), lo dimostra il fatto che essa si sforza non solo di comprendere, ma soprattutto di definire, o aiutare a definire gli interessi nazionali di un Paese, offrendo alla sua leadership politica materiale di vario genere (storico, economico, politico, culturale, scientifico, militare, ecc.) su cui riflettere per elaborare la migliore politica estera possibile per quel Paese.

È sufficiente leggere gli apologetici passi che seguono per capire a cosa intendo riferirmi: «Il giudizio complessivo sulla missione in Africa Orientale del viceministro italiano non può che essere quindi entusiastico, a condizione che non si traduca in una manifestazione di interesse isolata ed estemporanea del nostro paese verso la regione e, soprattutto, che si accompagni a un effettivo progetto politico, economico e culturale di consolidamento della dimensione multilaterale dei rapporti e dell’interesse nazionale italiano in loco. Questa progettualità è però ancora tutta sulla carta, vittima di un immobilismo che per decenni ha sistematicamente ignorato lo sviluppo delle relazioni con la regione, ma anche di un approccio culturale che ha trasformato la condanna al colonialismo nell’unico elemento di reale interesse per la gestione del rapporto con i paesi del Corno d’Africa. E che ha sempre considerato il perseguimento di un interesse nazionale nella regione come una sorta di revanscismo di stampo coloniale». Così Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, commentava su Limes (24 luglio) il viaggio in Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Etiopia Sudan) del Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli. L’Italia torna nel Corno d’Africa: ed era ora!

Da parte sua Pistelli ha cercato di rinfocolare, al contempo, le aspettative dei propugnatori dell’italico posto al sole e quelle dei suoi interlocutori africani, sempre più tentati dai pingui capitali cinesi: «L’Italia è pronta a mostrare una disponibilità nuova, che saprà certamente attivare quella fiducia reciproca che è mancata tra di noi da tanti, troppi decenni ormai». Non c’è da dubitarne. «Il Vice Ministro ha anche sottolineato l’impegno delle ONG italiane che operano in Somalia nei settori del sostengo alimentare, della salute e dell’istruzione gestendo progetti finanziati da vari donatori per un totale di circa 42 milioni di euro impiegando quasi 2000 somali. In particolare Pistelli ha promesso l’impegno di Emergency per riportare a pieno regime l’Ospedale Giacomo De Martino a Mogadiscio, il nosocomio costruito dagli italiani negli anni Trenta accanto al Porto Vecchio, poi distrutto dalla Guerra Civile e riattivato ancora con la Cooperazione italiana a partire dal 2011 con l’impegno della D.sa Aisha Omar Ahmed, una ginecologa formatasi a Roma, figlia del Ministro delle finanze sotto Siad Barre» ( Shukri Said, Art. 21, 4 luglio 2014). Queste informazioni sono importanti almeno per due motivi: in primo luogo perché confermano la tesi secondo la quale le cosiddette ONG rappresentano la continuazione della prassi imperialistica, sono parte integrante del cosiddetto soft power (la stessa economia, che dà sostanza e dinamica al moderno Imperialismo, è definita dagli analisti soft power); e poi perché mettono in luce la continuità della politica estera italiana almeno nell’ultimo secolo.

renz3Anche Matteo Renzi a luglio è stato molto attivo nel Continente Nero, protagonista, insieme agli alti dirigenti dell’Eni e della Finmeccanica, di un rapido tour che l’ha portato in Mozambico, in Congo e in Angola, forse anche con la perfida intenzione di pestare i calli dei cugini francesi, alquanto sgarbati con gli interessi italiani ai tempi del blitz in Libia ai danni dell’amico Gheddafi. Il Premier italiano si è poi lamentato, in sede di bilancio, con i politici e i media nostrani, rei di non aver messo nella giusta luce uno sforzo che parla a favore della capacità del Paese di uscire dalle secche della crisi, di rimettersi in marcia e di stare al centro del mondo: siamo troppo provinciali, ci appassioniamo solo alla politichetta di cortile!

«Un Paese ambizioso costruisce strategie di medio periodo», ha detto Renzi rivolgendosi come al solito ai «gufi di professione»: «l’export italiano oggi cresce al 4,9%, più della Germania, e un programma ad hoc, gestito dal viceministro Carlo Calenda, anche lui in missione in Africa, rilancerà l’Italia, che può farcela solo se è forte anche all’estero». Anche di questo chi scrive non nutre dubbi di sorta.

In effetti, bisogna sbrigarsi per non essere tagliati fuori dagli imperialismi concorrenti dagli enormi affari che lo sviluppo capitalistico africano promette e in parte già garantisce. La Banca mondiale stima per l’Africa una crescita del 4% per quest’anno, e persino per i Paesi del Continente più devastati da carestie, miseria e violenze d’ogni tipo (vedi Rwanda, Kenya, Burkina Faso, Senegal e Repubblica del Congo) è prevista una crescita del 2,9%. La Banca africana per lo sviluppo e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite stimano per i prossimi anni indici di crescita decisamente più alti, di “stampo cinese”: oltre il 7%.

«A Maputo Renzi si è impegnato a rilanciare il ruolo dell’Italia nel continente subsahariano. Con un investimento da 50 miliardi di dollari in sei anni l’Eni scommette di diventare leader nell’area. “Un’operazione straordinaria che ci darà gas sufficiente per 30 anni”, ha detto il premier. In Mozambico è stata scoperta una riserva di gas di 2400 miliardi di metri cubi. Renzi punta ad uno scambio commerciale di 400 milioni di euro. “L’Africa è il luogo per far ripartire la politica estera intesa come rapporti politici ed economici. La scoperta di gas di Eni fa capire come si può diversificare la politica energetica: invece di litigare solo su Southstream scegliamo l’Africa e gettiamo le condizioni per l’energia dei nostri figli”» (Formiche.it, 21 luglio 2014). Non so che effetto faccia ai lettori, ma personalmente mi commuovo sempre dinanzi alla generosità e alla lungimiranza dell’imperialismo tricolore. È più forte di me!

Corno_dAfrica«In Africa è tutto da costruire: infrastrutture, servizi, telecomunicazioni, industrie. I Paesi africani spendono 35 miliardi di dollari per importare cibo, nonostante contino su incalcolabili terre coltivabili e risorse naturali. Secondo un rapporto dell’Unicef, un milione di bambini l’anno muore di fame e il 30% è africano». Secondo Formiche.it tutto ciò configura «il paradosso africano». A mio avviso al cospetto di tali contraddizioni sarebbe invece più corretto scomodare concetti un po’ più impegnativi, quali Imperialismo, divisione internazionale del lavoro, sviluppo ineguale, sfruttamento capitalistico degli individui e della natura, dominio totale e mondiale dei rapporti sociali capitalistici, e via di seguito. Ma si tratta di un modesto parare personale, si capisce.

ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI SUL (PRESUNTO) PRIMATO DELLA POLITICA

capitalismo_autoCut_664x230Non bisogna certo essere degli incalliti “marxisti ortodossi” per capire che «a Bruxelles e altrove è la forza dell’economia che determina», in ultima analisi (ma sempre più spesso anche in “prima”), «il peso politico di un Paese», come ha scritto ad esempio Ferdinando Giugliano sul Financial Times del 4 luglio a proposito della partita Germania-Italia (o Merkel-Renzi). Partita che, beninteso, si gioca su un campo che non ha nulla a che vedere con i «valori europeisti» di cui ciancia il noto “rottamatore” in chiave politico-propagandistica. Ben altri valori sono in gioco, e quasi tutti si declinano in termini rigorosamente economici e sistemici – qui alludo all’organizzazione sociale capitalistica di un Paese colta nella sua totalità.

Detto di passata, è bastato che l’italico Premier dicesse qualcosa di “sovranista” agli odiati crucchi (le solite banalità sulla crescita che deve andare insieme alla stabilità, sullo sviluppo che deve «coniugarsi» con il rigore dei conti pubblici), che dal Paese si levasse un esilarante «Contrordine compagni e camerati: Renzi ha due palle così!» Da cameriere e lecchino della Cancelliera dal cospicuo fondoschiena (la quale con qualche maliziosa allusione chiama il leader toscano Mister 40 per cento), a grande statista capace di difendere i sacri interessi nazionali: il tutto nello spazio di alcuni nanosecondi – che non è l’unità di misura del tempo che scorre a casa Brunetta. Ovviamente il prossimo Contrordine! è dietro l’angolo, è sufficiente aspettare un paio d’ore, non di più.

Federico Fubini si chiede perché nessun leader europeo ha il coraggio politico di rinfacciare alla rigorista Germania il suo surplus commerciale che la mette fuori dal «six pack», che proibisce un «rosso» delle partite correnti (scambi con l’estero) di oltre il 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma anche un surplus di oltre il 6% per lo stesso periodo.  «È davvero così nocivo che la Germania viaggi con un surplus esterno da 280 miliardi, il più grande al mondo, doppio di quello cinese, circa il 7% del Pil tedesco? Sarebbe ingiusto sostenere che questo saldo record è stato raggiunto riducendo l’import dall’Italia o dalla Spagna. Nel 2009 l’economia tedesca ha comprato made in Italy per 37 miliardi di euro, nel 2013 per 47 miliardi. E sarebbe autolesionista chiedere una riduzione dell’export tedesco: ogni Bmw spedita da Stoccarda a Shanghai contiene freni fatti a Bergamo e pellame dei sedili conciato ad Arzignano, Vicenza.  Ma il surplus tedesco nel 2013 è stato accumulato in gran parte verso Paesi fuori da Eurolandia, per 188 miliardi, e ciò aumenta un forte afflusso di denaro verso l’euro dal resto del mondo. Ciò a sua volta rafforza l’euro, ostacola l’export degli altri Paesi, deprime l’inflazione e dunque spinge i debiti al rialzo rispetto al Pil. Basterebbe che la Germania incentivasse di più i consumi e gli investimenti, rispettando le regole comuni europee come chiede sempre agli altri di fare. Lo strano è forse solo che nessuno lo ricorda, nemmeno Matteo Renzi» (La Repubblica, 5 luglio 2014).

La cosa non è affatto strana, anzi è perfettamente razionale e comprensibile, dal momento che un difetto di forza non è certo assimilabile, neanche alla lontana, a un “eccesso” di forza. «In fondo», conclude Fubini, «chiedere eccezioni per sé ai vincoli che danno noia, più che esigere dal prossimo il rispetto della legge, è sempre stata una specialità italiana. Non tedesca». Qui l’ingenuità cerca di nascondersi dietro l’italica furbizia, che crede di poter surrogare con artifici retorici la mancanza di una reale forza. Non credo che i teutonici possano abboccare a questo pseudo machiavellismo d’accatto.

angela-merkel-downgrade-231643La campagna sostenuta nel 2012 da Angela Merkel e dal Presidente Joachim Gauck contro gli «euroscettici» tedeschi aveva come titolo  Ich will Europa (Io voglio l’Europa). L’evidente ambiguità del titolo svela la reale dialettica sociale che informa il progetto volto a fare dell’Europa un polo imperialistico autonomo, anche secondo gli auspici di Barbara Spinelli: «Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che è finito il tempo in cui la pace in Europa viene decisa negli Stati Uniti, con l’Europa che s’accoda e tace come nell’epoca della guerra fredda. Ai nostri con­fini con la Rus­sia, e nel Medi­ter­ra­neo, è di una pax euro­pea che abbiamo biso­gno». Ho citato dal suo intervento al Parlamento europeo del 2 luglio. Peccato che la tanto agognata «pax europea» presupponga il ruolo egemone della Germania nella futura Federazione Europea. Come sempre, se vuoi il “lato buono” della cosa devi portare a casa anche il suo “lato negativo”.

Ancora la Spinelli: «Key­nes diceva, nel ‘36, poco dopo l’inizio del New Deal, che “le idee degli economisti, dei filo­sofi e dei poli­tici, giu­ste o sba­gliate, sono più potenti di quanto si creda. Gli uomini pra­tici, che si riten­gono completamente liberi da ogni influenza intel­let­tuale, sono gene­ral­mente schiavi di qual­che economista defunto». Naturalmente la progressista dell’Altra Europa (a me basta e avanza questa Europa, figuriamoci l’Altra!) non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che «gli uomini pratici» (compreso chi scrive) possano essere «generalmente schiavi» del Capitale, e non delle idee «di qualche economista defunto».  Non posso negarlo: «qualche economista defunto» pesa come un macigno anche sulla mia piccola testa, e almeno in questo la figlia di cotanto padre ha ragione.

Qualche settimana fa ho scritto le brevi considerazioni che seguono sul fantomatico primato della politica, tesi che soprattutto in Italia ha sempre goduto di largo seguito presso intellettuali e politici d’ogni tendenza e colore.

Machiavelli_AF1. Naturalmente per i politici di professione, o “politicanti” che dir si voglia, il primato della politica è un dogma che non ammette alcuna obiezione, e quando i “duri fatti” hanno l’ardire di revocare in discussione quel dogma, cosa che peraltro accade sempre più spesso, per lor signori si tratta semplicemente di ripristinare la naturale armonia delle cose, che postula appunto la primazia del politico sull’economico. Il politicante vive per intero nella dimensione della più ottusa delle ideologie, e se così non fosse egli non potrebbe svolgere adeguatamente il proprio ufficio al servizio della conservazione sociale.

2. La tesi del primato della politica, nella sfera nazionale come in quella delle relazioni internazionali, ha trovato nella scuola storica idealistica italiana di fine Ottocento inizio Novecento forse la sua elaborazione più compiuta e coerente.

Non è certo un caso se il concetto di egemonia, che con quella tesi ha evidentemente molto a che fare, venne tematizzato in modo originale proprio da quella scuola, e lo stesso Gramsci, che quel concetto com’è noto porrà al centro di tutta la sua riflessione storica, politica e filosofica, non mancò di sottolineare i meriti dello storicismo italiano proprio in rifermento alla primazia del politico.

In realtà, la tesi qui criticata esprimeva la relativa arretratezza sociale dell’Italia e la sua debolezza sul piano della contesa internazionale fra le potenze. Soprattutto sul piano della politica estera si cercava di surrogare la mancanza di una effettiva potenza sistemica, la quale non può che avere come base materiale l’economia (e quindi la scienza e la tecnologia), con velleitarie pose politiche che si rifacevano a un machiavellismo ridotto a farsa. Paesi strutturalmente forti, come la Germania, non avevano alcun bisogno di mettere in piedi teorie che negavano un’evidenza (la potenza economica come base della potenza politica) che dava ragione alle loro ambizioni.

Tutte le volte che la leadership politica del Bel Paese ha creduto di saperla più lunga di chi al tavolo delle schermaglie diplomatiche non si mostrasse avvezzo a certe machiavelliche letture, sono stati dolori e tragedie.

enjoycapitalismlarge3. Il Capitalismo del XXI secolo è un Capitalismo mondiale a tutti gli effetti, proprio come aveva prefigurato Marx già negli anni Cinquanta del XIX secolo, non sulla scorta di poteri divinatori che naturalmente era ben lungi dal possedere, ma sulla base di una concezione (di una teoria, di un metodo) che gli permise di penetrare l’intima essenza del modo di produzione che ha come suo motore la ricerca del massimo profitto. È con questa dimensione mondiale del Capitalismo che la politica è chiamata a confrontarsi, e molti che si autoproclamano “marxisti” mostrano di non aver compreso il vero significato di questa realtà quando pensano di poter mettere insieme impunemente, senza il rischio di cadere nel ridicolo, internazionalismo e sovranismo.

Parlare di primato della politica e di sovranità (economica, politica, culturale) nell’epoca della sussunzione totalitaria dell’intero pianeta al Capitale è francamente risibile, oltre che ultrareazionario sul piano politico.

4. L’epoca dei vertici economici internazionali con la presenza dei capi di Stato e di governo, inaugurata negli anni Settanta anche come risposta alla crisi economica che allora investì le metropoli del Capitalismo mondiale, rafforzò nella testa degli analisti superficiali l’idea, cara soprattutto agli statalisti di “destra” (fascisti) e di “sinistra” (postkeynesiani e stalinisti) del primato della politica sull’economia. In realtà si trattava del fenomeno opposto: gli interessi economici erano diventati così potenti da coinvolgere direttamente gli Stati nazionali nella competizione capitalistica internazionale per la spartizione del plusvalore, dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime. D’altra parte, il significato essenziale del moderno Imperialismo è proprio questo: la politica è chiamata a supportare con tutti i mezzi necessari le sempre più fameliche esigenze di espansione del Capitale, sia di quello industriale come di quello finanziario – una differenza, questa, che col tempo è andata attenuandosi fino a diventare puramente formale, talmente inestricabilmente intrecciate sono diventate le due “tipologie” di capitale.

5. Lo Stato nazionale non fa che adattarsi sempre di nuovo alle leggi della competizione capitalistica mondiale, anche per supportare al meglio il cosiddetto interesse nazionale – che è sempre e necessariamente l’interesse delle classi dominanti o delle fazioni più forti di esse. Il sovranismo politico-ideologico, insomma, non è solo ultrareazionario, in quanto espressione dei rapporti sociali capitalistici e strumento della conservazione sociale, ma è anche chimerico, metafisico nell’accezione più negativa del termine, e questo proprio quando affetta pose di ultraconcretezza. In effetti, anche sul terreno della politica nazionale non vi è nulla di più concreto della competizione sistemica internazionale, la quale impatta sulla peculiare struttura sociale di un Paese con una violenza che i sovranisti neanche sospettano. Per questo è sbagliato analizzare i movimenti della politica nazionale (ad esempio, la lotta tra i diversi partiti) solo, o prevalentemente, dalla prospettiva nazionale.

Scrive Carlo Jean (contro i teorici della fine dello Stato nell’epoca della globalizzazione capitalistica): «Lo Stato non è morto, ma deve trasformarsi, adeguando regole e organizzazione alle esigenze della competizione geoeconomica. […] Lo Stato resta il luogo essenziale di definizione – anche impositiva – degli interessi e delle politiche. Lo Stato diviene il presidio locale dell’economia globalizzata» (Manuale di geopolitica, p. 174, Laterza, 2003). Lo Stato-nazione come cane da guardia territoriale di un dominio sociale che ha ormai una dimensione planetaria. A sua volta, il capitale nazionale non è che un nodo della complessa rete capitalistica mondiale, esso è, per dirla in termini “filosofici”, una fenomenologia del Capitale diventato nella sua essenza mondiale.

6. La stessa tanto sbandierata (dai sovranisti, c’è bisogno di dirlo?) sovranità del dollaro è, in  larga e sempre crescente misura, un mito, perché anche la divisa americana, benché riserva valutaria internazionale di prima grandezza, ha sempre dovuto fare i conti con il processo capitalistico mondiale colto nel suo complesso, ossia con la concorrenza commerciale internazionale, con la divisione del lavoro internazionale, con il costo delle materie prime, con il costo del lavoro nei diversi Paesi del mondo, con la politica monetaria dei Paesi concorrenti e così via. La politica monetaria degli Stati Uniti ha cercato di difendere gli interessi del Capitale a stelle e strisce, e la funzione del dollaro in quanto strumento fondamentale dell’egemonia imperialistica del Paese, non in astratto, non con arbitrarie decisioni dettate dall’inclinazione ideologica delle diverse amministrazioni, ma sempre a partire dal processo sociale capitalistico mondiale cui facevo cenno sopra.

Scrive Richard Jones: «Asserire che la Cina presta i soldi agli Usa affinché questi le possano comprare le merci è da puri e semplici decerebrati. Intanto i capitali non vengono prestati “agli Usa” (locuzione senza senso) ma al governo americano, il quale si serve di tali denari per far fronte alle sue spese (per es. il finanziamento dell’aumento delle spese militari dopo il 2001) che non prevedono alcun acquisto presso il mercato cinese. Second, and more important, il governo americano deve a sua volta restituire i denari prestati e per soprammercato aggiungerci un interesse: ed è qui che l’ignorante vuotaggine imperante interviene a compiere il proprio trionfo: gli Usa godono del privilegio di stamparli i propri soldi cioè di crearli dal nulla! Ergo le merci cinesi (ed anche tutte le altre comprate sul mercato mondiale) sono dagli Usa pagate con il nulla. Ma se gli Usa sono dotati di questo magico potere di creare denaro dal niente perché dunque farsi prestare i soldi da altri? Perché indebitarsi così tanto, come hanno fatto negli ultimi anni? Il governo non ha il potere di creare proprio un bel niente, e di fronte a un crescente debito può solo o indebitarsi ancora di più presso chi abbia dei soldi liquidi da impiegare oppure aumentare le proprie entrate sotto forma di imposte. […] In definitiva, nonostante le diffuse credenze, la funzione svolta del dollaro (o da qualsiasi altra divisa) di standard internazionale dei prezzi e/o riserva internazionale non assicura nessun particolare vantaggio, come essere un produttore d’oro o una banca non assicura di per sé nessun particolare guadagno in più rispetto agli altri attori del teatro del business» (Richard Jones, Le parole sono più forti delle parole? Nel mondo dove vive la sinistra, sicuramente sì, PDF, 2007).

capitalismo7. Thomas Piketty, celebre autore del Capitale nel XXI secolo ed esponente del partito keynesiano che vuol salvare il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni, sostiene ovviamente il primato della politica sull’economia: «Il mercato e la proprietà privata hanno certamente molti aspetti positivi, sono la fonte della ricchezza e dello sviluppo, ma non conoscono né limiti né morale. Tocca alla politica riequilibrare un sistema che rischia di rimettere in discussione i nostri valori democratici e di uguaglianza. La politica però può intervenire in maniera intelligente o distruttrice. Da questo dipende il nostro futuro». Ma nemmeno per idea: oggi come ieri il nostro futuro dipende dalla bronzea legge del profitto, il quale regola, in ultima analisi, i movimenti dei capitali, ossia la loro allocazione nella cosiddetta “economia reale” piuttosto che nella sfera della finanza, attività speculative incluse, le quali considerate dall’esclusivo punto di vista della redditività dell’investimento (qui genericamente inteso) non hanno nulla di patologico, ma al contrario si armonizzano perfettamente con la fisiologia di questo regime sociale. Viceversa, se considerate dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica, le attività speculative sono il sintomo più evidente della sofferenza cui periodicamente va incontro appunto il processo capitalistico di accumulazione, la cui salute (misurata dal saggio di crescita dell’accumulazione) dipende in ultima analisi dal livello del saggio del profitto. E su questo fondamentale punto qui occorre fermarsi, per non andare troppo fuori tema.

8. L’interventismo statale di vecchia concezione, che prese corpo nei paesi capitalisticamente avanzati per rispondere alla Grande Crisi degli anni Trenta e che in alcuni momenti fu spinto fino alle soglie del “puro” Capitalismo di Stato, ebbe il significato di un maggior controllo esercitato dal Capitale sul suo Stato, usato per conservare o ripristinare le condizione della redditività degli investimenti e, com’è ovvio, per difendere ed espandere il dominio del rapporto sociale capitalistico.

9. Sbaglierebbe di grosso chi da quanto detto sopra deducesse la tesi di un’assoluta negazione di qualsivoglia grado di autonomia della politica rispetto all’economia, che invece esiste e che si dà nelle forme e nei modi che dipendono da circostanze d’ordine nazionale e internazionale che bisogna sempre evitare di sottovalutare. Sono lungi dal negare tutto questo.

È indubbio, ad esempio, che in tempi di grave crisi economica o di alta tensione interimperialistica quel grado di autonomia tende ad espandersi, toccando il picco nei periodi bellici, quando lo Stato è chiamato ad esercitare la più ferrea dittatura su ogni aspetto della prassi sociale. Ma anche in questo caso la potenza del Capitale appare alla fine il momento di gran lunga dominante, perché il successo bellico di una nazione è sempre più dipendente dalla forza della sua organizzazione economica, come è stato ampiamente dimostrato nelle due guerre mondiali “convenzionali” del XX secolo e dalla guerra “non convenzionale” passata alla storia come Guerra Fredda.

Detto in altri termini, la relativa autonomia del politico, che si apprezza soprattutto nella sfera delle relazioni internazionali fra gli Stati, si dà sempre all’interno di una prassi sociale sempre più dominata dagli interessi economici. Trovare, servendosi di una concezione non economicista e non determinista del processo sociale, i complessi nessi che legano gli interessi economici di classi e strati sociali alla prassi politico-istituzionale di un Paese: questo è il difficile compito che sta dinanzi a chi si sforza di comprende la società-mondo nella sua totalità, nella sua dinamicità e nella complessa dialettica delle sue parti.

LA QUESTIONE NON È “MORALE” MA “STRUTTURALE”. OVVERO: ECCHEPPALLE!

ghigliottinaFrastornata dagli ultimi scandali veneziani, la “sinistra” del PD rimpiange «la tenuta etica e morale del PCI», ossia di quel partito che durante la cosiddetta Prima Repubblica intascava, esattamente come tutti gli altri partiti dell’«Arco Costituzionale», la propria quota parte di tangenti attraverso un sofisticato sistema economico-politico che aveva nelle famigerate “cooperative rosse” il suo più importante e rodato centro direzionale. Personalmente non ho dovuto aspettare il paraguru Grillo per denunciare (invano, debbo ammetterlo) la «peste rossa» che ammorbava mezza Italia, in concorrenza, ma più spesso in sinergia, con la «peste bianca» democraticocristiana e con quella diversamente colorata dei cosiddetti partiti laici: PSI, PRI, PLI ecc.

Ovviamente la mia denuncia non nasceva sul terreno dell’indignazione etico-morale, ma si sforzava piuttosto di rendere evidente anche ai ciechi la natura ultrareazionaria (borghese, per usare un concetto tanto “vecchio” quanto vero) di un partito che contro ogni più elementare “legge” della politica si autodefiniva “comunista” senza che ciò suscitasse l’ilarità della stragrande maggioranza degli italiani. Anzi! «La diversità etica è finita col PCI»: questa clamorosa balla speculativa, oggi gonfiata soprattutto dai numerosi nostalgici del “comunismo italiano” (una variante nazionale dello stalinismo, attraverso la mediazione di Palmiro Togliatti) ma accreditata durante l’ultima campagna elettorale europea dal paraguru Casaleggio, è una merce di pessima qualità che difficilmente troverà successo presso le mitiche «larghe masse» tanto care a Cossutta, l’ultimo beneficiario dei finanziamenti occulti sovietici – pare in funzione antiberlingueriana: erano i giorni dell’invasione russa dell’Afghanistan.

Gli analisti economici e politici più intelligenti del Paese non hanno avuto difficoltà nel mettere in stretta relazione l’ultima ondata “corruttiva” che si dipana lungo l’asse Milano-Venezia con i dati economici (sfornati ad esempio ieri dal Censis) che attestano la perdurante relativa arretratezza della struttura capitalistica italiana. Lo stesso Carlo Nordio, il procuratore responsabile delle indagini sul Mose, ha dichiarato (vedi Il Messaggero e La stampa di oggi) che il problema “tangentizio” non sta nella mancanza di leggi né di pene che colpiscano severamente la corruzione, ma in un sistema-Paese generalmente considerato che rende possibile la continua generazione di corrotti e corruttori. Là dove la politica e la burocrazia hanno troppo potere in termini di controllo e di decisione, quasi spontaneamente si realizzano i presupposti della «condotta criminale».

trappola-ghigliottina-per-i-gatti-18270Se l’occasione fa di un politico, di un burocrate o di un imprenditore un potenziale ladro, non c’è ghigliottina, simbolica o reale che sia, che possa scongiurare la caduta del politico, del burocrate e dell’imprenditore nella «condotta criminale». In Cina, ad esempio, le pene contro la corruzione sono severissime, ma il partito-regime è così capillarmente infiltrato in ogni aspetto della prassi sociale che ogni anno sono migliaia i funzionari di partito di ogni ordine e grado che finiscono nelle maglie repressive della Giustizia con caratteristiche cinesi. Resistere al potere del denaro che dà ricchezza e potere sugli individui, è una prova davvero troppo dura per tantissima gente. Renzi sa benissimo che il problema è “strutturale”, ma all’opinione pubblica votante deve pur vendere qualcosa di politicamente indignato: «Cacceremo a pedate in culo i ladri dal PD». Auguri!

Giustamente Giuliano Ferrara osserva che «la pandemia delle mazzette nei sistemi democratici» è qualcosa di fisiologico; ciò che rende più governabile e meno devastante in termini di immagine pubblica la cosa negli altri Paesi è la loro capacità di «trasfigurarla», in modo da renderla più accettabile per l’opinione pubblica e meno nociva per l’erario pubblico. «Le regole ci sono», dice l’Elefantino, «il problema sono i ladri», ossia, dico io, la vetusta struttura sociale del Belpaese, che si esprime ad esempio attraverso quella cultura cattocomunista che stigmatizza come eticamente inaccettabile la prassi lobbistica di stampo angloamericano, salvo poi versare moralistiche lacrime quando vengono a galla le P2, le P3, le Pn e le Tangentopoli di turno.

Nulla irrita quel poco di coscienza critica che ho più di chi vuole eticizzare e moralizzare la società fondata sul profitto che ha nel denaro la potenza sociale più affascinante, dominante e ipnotica. Non saranno di certo il Santissimo Francesco e lo spettro dell’Onesto Enrico a mondare la vigente società dalla disumana brama di ricchezza: questo è poco ma sicuro, come si dice dalle mie parti.

Insomma, l’ultima ondata scandalistica non va rubricata come “Questione Morale”, ma deve essere collocata nell’annosa e sempre più capitalisticamente insostenibile questione afferente le famose  “Riforme Strutturali”. La questione non è “morale”, per riprendere la celebre formula berlingueriana che tanto successo ha avuto e continua ad avere nel “popolo di sinistra”, ma “strutturale”, nell’accezione più rigorosa del concetto. (Qui per “struttura” intendo anche l’«infrastruttura politico-istituzionale», per dirla con i sociologi, chiamata a servire le esigenze di competitività sistemica del Paese). Oppure date l’ultima parola a Giuliano Ferrara: «Smettetela di rubare, per favore, tregua; oppure la smettano di arrestarvi e vi lascino delinquere in pace, ché tanto nulla poi cambia e non se ne avvantaggia alcuno, neppure il dott. Gribbels. Tertium non datur. Eccheppalle» (Il Foglio, 4 giugno 2014). Già, eccheppalle!

I PROFESSIONISTI DELLA “DERIVA AUTORITARIA”

renzi-versione-matrix-316344Sul Corriere della Sera di oggi Pierluigi Battista bastona da par suo i professionisti della «deriva autoritaria», i teorici di un supposto «decisionismo» che a cadenza regolare (il Ventennio naturalmente si presta meglio alla cosa) minaccerebbe di tracimare nel Fascismo. Inutile dire che per evitare al Paese anche solo l’ombra di una simile possibilità i cittadini sono chiamati dai sopradetti professionisti alla più attenta «vigilanza democratica» e alla più rigorosa «risposta democratica». Da concretare possibilmente alla prossima tornata elettorale. È anche abbastanza superfluo informare chi legge i miei modesti post che personalmente non ho alcuna intenzione né di “vigilare” né di “rispondere democraticamente”. Ma vediamo cosa ha scritto Battista.

«Difficile spiegare a uno straniero dell’Occidente liberaldemocratico che la fine del bicameralismo perfetto, fortunatamente sconosciuto nel suo Paese, sia visto in Italia come l’anticamera di una mostruosa “deriva autoritaria”. O che un ragionevole rafforzamento dei poteri del capo del governo sia il primo passo dello sprofondamento negli abissi di un regime antidemocratico. O che l’abolizione delle Province sia l’avvio di una ipercentralizzazione tirannica dello Stato che soffoca ogni autonomia locale. Difficile spiegare i vibranti appelli contro la riforma radicale del Senato, la psicosi di una cultura così impaurita e paralizzata dallo spettro del “regime autoritario”, da vedere pericoli di dispotismo in riforme istituzionali che altrove, all’interno di democrazie consolidate e sicure di sé, appaiono semplicemente normali […] Con il tempo si è sedimentata una distorsione conservatrice con connotati quasi religiosi di omaggio e venerazione del testo costituzionale (“la Costituzione più bella del mondo”), una mistica e una sacralizzazione dello status quo che hanno portato alla scomunica tutti quegli esponenti politici (da Fanfani a Craxi, da Cossiga a D’Alema, da Berlusconi fino allo stesso Matteo Renzi) che si sono impegnati in un modo o nell’altro nella proposta di riformare le nostre istituzioni. “Deriva autoritaria” è stata la formula magica di questa scomunica. Non la discussione sui singoli punti delle riforme, ogni volta opinabili e migliorabili, ma l’idea stessa che si possa ritoccare in una direzione più vicina al resto delle democrazie occidentali il nostro assetto istituzionale. Modificare la Costituzione è diventato “stravolgere la Costituzione”. Ogni riforma “un attentato alla democrazia”. Ogni semplificazione un annuncio di pericoloso “autoritarismo”. Un pregiudizio difficile da superare. Gli accorati appelli di questi giorni ne sono una testimonianza» (Il complesso del tiranno).

Battista ha dimenticato di citare un’altra ricorrente nonché sanguinosa accusa rivolta dai professionisti della deriva autoritaria ai “decisionisti” di turno: «Qui si cerca di attuare il progetto della P2». Che scandalo! Io la famigerata Loggia gelliana me la ricordo benissimo: si trattava di una classica associazione lobbistica polifunzionale, per così dire, che l’arretrata struttura politico-istituzionale del Bel Paese e la gesuitica ideologia “cattocomunista” costringevano alla segretezza. Naturalmente «segretezza» per modo di dire. Più che segreta la P2 era informale. Di qui, la necessità delle riforme istituzionali e strutturali! In effetti, giacciono da anni in Parlamento numerosi disegni di legge che prevedono la regolamentazione dell’attività lobbistica, una prassi che può suonare scandalosa solo nella vecchia – e ipocrita – Italia, la patria del si fa ma non si dice.

Luca Casarini, ex  leader delle “tute bianche” e oggi candidato a un seggio nel Parlamento europeo con la lista Tsipras, ieri ha detto a Piazza Pulita che Renzi è solo un «cavallo di Troika»: le riforme costituzionali presentate dal suo governo non sarebbero che la risposta ai diktat dei poteri forti mondiali, i quali avrebbero tutto da guadagnare da un assetto più «decisionista» delle nostre istituzioni. Il renziano Sandro Gozi ha risposto ricordando al diversamente sinistrorso che sono almeno trent’anni che politici, politologi, giuristi e costituzionalisti discutono intorno alla «impellente necessità» di quelle riforme. «Abbiamo già discusso. Adesso dobbiamo fare».

berlusconismo-fascismoScrivevo giusto qualche giorno fa a proposito di Guido Carli e di Ignazio Visco: «Nel 1973 avevo undici anni, e sto invecchiando ascoltando sempre di nuovo quel mantra: bisogna tagliare lacci e lacciuoli! Scherzi a parte, quando Renzi (e prima di lui Letta, Monti e Berlusconi) dice che “dobbiamo cambiare verso non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché ce lo chiede l’Italia”, egli ha perfettamente ragione, perché interamente italiche, nonché annose in un modo che tende al parossismo, sono le magagne strutturali (economiche, politiche, istituzionali, culturali, ecc.) del capitalismo italiano. Alla lunga (diciamo pure alla lunghissima), le vecchie strategie di politica economica volte a generare l’espansione, o quantomeno la sopravvivenza, del Made in Italy (si pensi alle svalutazioni competitive, oggi non più possibili, o al «moltiplicatore» keynesiano basato sulla spesa pubblica) bypassando la necessità delle radicali, e socialmente costose, ristrutturazioni tecnologiche e organizzative delle aziende hanno mostrato la corda. La signora Camusso e i suoi colleghi sindacalisti sono furiosi nei confronti delle dichiarazioni di Visco non perché hanno a cuore gli interessi dei lavoratori, ma perché temono di perdere il loro potere politico di collaborazione/interdizione. Sulle italiche magagne (basti pensare al divario Nord-Sud e al “sistema di potere” meridionale che su esso ha lucrato) si sono radicate forti rendite di posizione» (Il capitale italiano guarda sempre più a Est).

Ma davvero oggi «La democrazia repubblicana è in pericolo», come recita il titolo del post di apertura del blog di Beppe Grillo? Davvero essa, strangolata dai famigerati mercati e dagli gnomi del liberismo più cinico e selvaggio, ha bisogno del soccorso popolare? Personalmente non la penso così. Solo chi in passato si è fatto delle illusioni intorno al “libero gioco democratico” oggi può credere, sbagliando, che il voto dei cittadini non conta più, mentre ieri invece esso contava, eccome, nelle decisioni politiche dei governi. Uno dei più celebri professionisti della «deriva autoritaria», Stefano Rodotà *, già agli inizi degli anni Ottanta lamentava la trasformazione del Parlamento in un «votificio» .

La crisi economica e politica che ha investito l’Italia e l’Europa ha semplicemente reso evidente una verità prima celata sotto uno spesso velo ideologico: la democrazia sancisce l’impotenza sociale delle classi dominate, chiamate ogni tot anni a “scegliere” i funzionari del Leviatano messo a guardia degli odierni rapporti sociali. Il tanto discusso “commissariamento” della politica è la continuazione della democrazia con altri mezzi, così come, mutatis mutandis, la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in un contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale. Dalla mia prospettiva, populisti (di “destra” e di “sinistra”), demagoghi e “seri democratici” si agitano sullo stesso ultrareazionario terreno: quello della conservazione sociale.

Il saluto fiorentino di Renzi

Il saluto fiorentino di Renzi

Oggi il “populista” Grillo denuncia «la concezione plebiscitaria della democrazia, comune a Renzi e Berlusconi» probabilmente perché il “dinamismo decisionista” del Premier rischia di rodergli la base elettorale. Così, il guru-comico genovese trova comodo afferrare l’epiteto di fascista che i progressisti gli hanno tirato addosso senza complimenti nei mesi scorsi per scagliarlo contro il rivale. Che noia che barba questa Miserabilandia!

* Solo in questo momento apprendo quanto segue:

«In una autorevole intervista rilasciata oggi sul Fatto Quotidiano, l’autorevole professore Stefano Rodotà, nei panni del costituzionalista, pur non essendo un costituzionalista, si scaglia nuovamente contro l’autoritaria riforma costituzionale proposta dal tiranno di Firenze, Matteo Renzi. Senso della polemica: questa riforma non si deve fare perché troppo modificativa degli equilibri costituzionali. Vergogna! Vergogna! A quanto pare, però, come ricordato poco fa dal professor Stefano Ceccanti, lo stesso Rodotà, appena alcuni anni fa, tà-tà-tà, era più riformista del tiranno di Firenze. Proponendo addirittura la – orrore! – soluzione ultra giacobina del monocameralismo secco. Vergogna! Qui il testo dell’ottima riforma proposta da Rodotà, che a questo punto suggeriamo ai parlamentari a cinque stelle, e anche a quelli democratici, di presentare anche in alternativa al testo del governo. Tà-tà-tà» (Claudio Cerasa, Rodotà come Renzi: nel 1985 voleva abolire il Senato, Il Foglio, 1 aprile 2014).